NewsUCIPEM n. 790 – 26 gennaio 2019

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Unione Consultori Italiani Prematrimoniali E Matrimoniali

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 “Notiziario Ucipem” unica rivista ufficiale – registrata Tribunale Milano n. 116 del 25.2.1984

Supplemento online. Direttore responsabile Maria Chiara Duranti. Direttore editoriale Giancarlo Marcone

News gratuite si propongono di riprendere dai media e inviare informazioni, di recente acquisizione, che siano d’interesse, d’aggiornamento, di documentazione, di confronto e di stimolo per gli operatori dei consultori familiari e quanti seguono nella società civile e nelle comunità ecclesiali le problematiche familiari e consultoriali. Sono così strutturate:

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I testi, anche se il contenuto non è condiviso, vengono riprese nell’intento di offrire documenti ed opinioni di interesse consultoriale, che incidono sull’opinione pubblica. La responsabilità delle opinioni riportate è dei singoli autori, il cui nominativo è riportato in calce ad ogni testo.

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02 ABUSI                                                            I preti pedofili e l’omertà della Chiesa

04 ADDEBITO                                                    Addebito alla moglie che se ne va di casa e poi ci ripensa

05                                                                          Tradimento in fase di separazione

06 ADOTTABILITÀ                                           Responsabilità genitoriale: decadenza e limitazioni

07 ADOZIONE INTERNAZIONALE              La crisi. L’adozione internazionale è ferita, ma non può morire

08                                                                          Il crollo. L’Italia adesso non adotta più. Ecco perché

09                                                                          Soldi non spesi: in 5 anni speso solo il 10% dei 101 milioni stanziati

09                                                                          Laera (CAI)sui fondi stanziati e non spesi: quei soldi non sono persi

10 ADOZIONI INTERNAZIONALI                 Bolivia: gli Enti di Italia e Spagna convocati dal viceministro.

11 AFFIDO CONDIVISO                                Non ha colpa la madre se i figli non vogliono vedere il padre

12 ASSOCIAZIONI – MOVIMENTI             Torino –  Incontro Famiglia e Società

12                                                                          Rapporto tra impresa, vita domestica e lavoro                                

13 BIBBIA                                                           Una donna, un uomo e i cinque sensi dell’amore

14                                                                          Enzo Bianchi L’amore umano nel Cantico dei Cantici-11 luglio 2003

15                                                                          La bellezza dell’amore umano che apre a infinito dell’amore di Dio

15                                                                          Ci è stato dato un figlio»… maschio

16 CENTRO INTERN. STUDI FAMIGLIA   Newsletter CISF – n. 3, 22 gennaio 2020

18 CHIESA CATTOLICA                                  Con Francesco o fuori dalla Chiesa

19                                                                          Una benedettina scrive un libro sui sacerdoti

20 CITAZIONI                                                   “Sull’apertura degli sposi alla vita”. Riflessioni sull’Humanae Vitæ

22 CITTÀ DEL VATICANO                             Ratzinger, il disobbediente

23                                                                          Padri e figli del Vaticano II: in dialogo con Massimo Faggioli     

24                                                                          Vino vecchio in otri nuovi

25 COMM. ADOZIONI INTERNAZION.    CAI anticipa i dati sulle adozioni internazionali 2019

25 CONFERENZA EPISCOPALE IT.             Il Comunicato finale del Consiglio Permanente

26                                                                          Vivere il tempo della speranza

28                                                                          Mons. Sigismondi: le “passioni” e le “tentazioni” di preti e vescovi

29 CONGRESSI-CONVEGNI–SEMINARI  Ufficio Nazionale per la pastorale della famiglia:

29 CFC                                                                 Elezioni Confederazione Consultori Familiari d’Ispirazione Cristiana

30                                                                          A margine dell’assemblea elettiva nella CFC spira vento nuovo               

31 CONSULTORI FAMIL. CATTOLICI         Ancona. In coppia con me. Incontri per single

31                                                                          Carpi. L’Associazione Camilla Pio ha costituito il consultorio

32                                                                          San Benedetto del Tronto. Formazione, incontri per gli operatori

32 CONSULTORI UCIPEM                            Cremona. Incontro sull’utilizzo dei videogiochi

32 COPPIA                                                         Cronaca di coppia

33 DALLA NAVATA                                         III Domenica del tempo ordinario – Anno A – 26 gennaio 2020

34                                                                          Il Signore è qui, ma riusciamo a distrarci

34 DIACONATO                                               Perché il tema del diaconato è centrale nella Chiesa

35 DIRITTI UMANI                                          Quali sono i diritti dell’uomo

37 FORUM ASSOC. FAMILIARI                   De Palo: “assegno unico-universale, c’è reale volontà di farlo?”

37 GENITORI                                                     Privacy, reputazione e crisi familiare

38 GOVERNO                                                   Ricostituito l’Osservatorio sulla Famiglia

39 MATRIMONIO                                           Matrimonio: pro e contro

40                                                                          Verso il matrimonio interconfessionale

41 SESSUOLOGIA                                            Parlare ai giovani di sessualità con linguaggio nuovo

42 WELFARE                                                     Bonus dedicati alla famiglia: tutte le novità del 2020

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ABUSI

I preti pedofili e l’omertà della Chiesa

Dopo tutti gli scandali che si sono susseguiti negli ultimi anni, chissà se la chiesa ha maturato una riflessione sulle cause dell’abuso clericale. Alla ricerca di una risposta mi reco a Bruxelles per incontrare frère Ignace Berten. Nato nel 1940, è un teologo belga domenicano. Dopo aver insegnato all’Istituto Internazionale Lumen Vitæ, si è dedicato alla formazione teologica in ambienti popolari. Ha anche esercitato responsabilità di formazione in Brasile e ha effettuato diverse missioni di Giustizia e Pace in America Latina all’epoca delle dittature. Ha lavorato sulle dimensioni sociali, etiche e spirituali della costruzione europea.

Un anno fa lei scrisse un documento  sul tema della pedofilia clericale, nel quale precisava: “Premetto innanzi tutto che in questa sede non mi interrogo sulle cause di queste pratiche pedofile o di altre pratiche sessuali devianti o dei maltrattamenti. Mi interrogo piuttosto sul fenomeno del silenzio della Chiesa, sull’omertà”. Ora le chiedo invece se lei ritiene che la chiesa abbia sviluppato una riflessione sulle cause dell’abuso clericale:

Quello che dice Francesco sul clericalismo credo riguardi il tema specifico della causa dell’abuso. L’abuso è stato sviluppato da papa Francesco a partire dallo stupro, e occorre dire che il clericalismo non è la sola causa. Il clericalismo rinforza l’abuso, perché l’abuso accade anche nelle famiglie e nei luoghi dell’educazione, nelle scuole, in luoghi cioè non clericali. Ma nella chiesa non ci sono soltanto i reati di natura sessuale, ci sono anche gli abusi di potere e di coscienza, gli abusi spirituali. In questi casi si tratta di un clericalismo che non proviene soltanto dai preti, perché questi fenomeni accadono anche nei movimenti laici, come quello dei Focolari, come l’Opus Dei, dove i superiori o i responsabili sono laici, ma si pongono esplicitamente come diretta emanazione della volontà di Dio. Si verifica cioè una sacralizzazione del potere che l’espressione clericalismo, non suggerisce immediatamente. Da due/tre anni, il papa si riferisce non soltanto alla violenza sessuale, ma anche all’abuso di potere e di coscienza e ritengo questo fatto degno di nota.

Io penso che oggi gli abusi, grazie a tante testimonianze come quella recente di Renata Patti (Movimento dei Focolari) e di altre persone che hanno fatto parte di movimenti nella chiesa, cominciano ad apparire pubblicamente e questo fenomeno è molto importante.

In quali luoghi e circostanze si sviluppa più frequentemente l’abuso, all’interno della chiesa?

Gli studi mostrano che gli abusi, sia sessuali che di coscienza o di potere, sono manifestatamente più frequenti nei nuovi movimenti che non nei vecchi ordini religiosi; in questi ordini religiosi antichi ci sono delle regole di vita che sono protettive e c’è una distinzione molto chiara, non sempre osservata, ma nel diritto canonico è ben definita, tra foro esterno e foro interno. Il foro interno è quello della coscienza personale. In questi movimenti, succede spesso che il (o la) responsabile o superiore gestisce sia il foro esterno che il foro interno nella relazione con i membri della comunità; e ciò causa gravi problemi. Oltre che nel diritto canonico, anche nella regola stessa interna degli ordini religiosi, il superiore deve lavorare solo sul foro esterno della comunità, ed è molto importante che ciò sia rispettato.

Il papa conosce queste situazioni che si verificano nei movimenti ecclesiali?

Si.

Il papa, che lei sappia, ha in mente una regolamentazione dei movimenti ecclesiali riconosciuti da Giovanni Paolo II negli anni ’80 e ’90 [Opus Dei, Comunione e Liberazione, Legionari di Cristo eccetera…], oppure l’intenzione di mettervi mano non è ancora stata maturata?

Io penso che il papa, in rapporto ai nuovi movimenti, sia molto prudente.

Il sinodo dei Vescovi per la regione Pan-Amazzonica, che si è svolto nel mese di ottobre dello scorso anno, aveva come titolo “Amazzonia: Nuovi Cammini per la Chiesa e per una Ecologia Integrale”. Per individuare nuovi percorsi di evangelizzazione sembra che la chiesa intenda aprirsi all’ordinazione sacerdotale dei viri probati e al diaconato femminile. Lei cosa ne pensa?

Credo che attualmente la chiesa non sia pronta a ripensare con urgenza e in un modo diverso tutti i ministeri. Alcuni teologi femministi rivendicano l’ordinazione delle donne, io non sono solo concorde, ma propongo di andare più lontano. Mi spiego meglio: attualmente il ministero del preteè incentrato su quattro punti cardine,

  1. è un uomo,                                                    
  2. è celibe,
  3. è ingaggiato per la vita
  4. è a tempo pieno

Occorre ripensare queste quattro condizioni organizzandole diversamente. Riorganizzare significa che il prete può essere un uomo o una donna, che può essere celibe osposato, che può impegnarsi per sempre (cioè per tutta la vita) o per un tempo determinato e che può svolgere il ministero a tempo pieno o a tempo parziale.

Per elaborare queste riflessioni sono partito dalla realtà degli ospedali: li ci sono equipe di cappellani, che sono degli uomini o delle donne, che lavorano a tempo pieno o parziale, che accompagnano delle persone, ricevendo delle confidenze della loro storia e che se la persona chiede il sacramento dei malati o la confessione, ufficialmente occorre chiamare il prete; ma quest’ultimo, del tutto estraneo ad una relazione con i malati, deve accogliere le loro ultime confidenze, in un clima di intimità spirituale che poco prima non esisteva. Il malato è costretto a ripetere la sua storia, e questo non è rispettoso per la sua persona. A questo punto io dico è necessario dare una “delega sacramentale”.

Dando una delega sacramentale, non occorre ordinare le persone, si conferisce loro un potere di agire per il tempo dell’impegno in questa funzione e solo per quel luogo fisico (l’ospedale), non da un’altra parte.

Io credo che la stessa cosa si possa pensare, nell’animazione di una parrocchia o di altri diversi servizi nella chiesa; accanto a questo, credo sia importante che vi siano uomini o donne celibi o nubili, o no, che possono impegnarsi per tutta la vita nel servizio alla comunità. Tuttavia resta importante, che continuino ad esistere delle congregazioni religiose, dove si confermi la regola del celibato a vita, quale valore per la chiesa, ma nella vita religiosa principalmente.

Amoris Lætitia, l’esortazione apostolica di papa Francesco del marzo 2016, ha effettivamente aperto la possibilità ai divorziati risposati di avvicinarsi ai sacramenti?

È importante riconoscere che, nella vita, ci possano essere dei fallimenti; pensiamo al matrimonio e alle coppie, o a chi per gli impegni a vita va incontro a una crisi, in queste circostanze dobbiamo ammettere che possa essere necessario ricostruire quella vita in altro modo, è il motivo per il quale noi domenicani, nell’ambito della comunità presso cui operavo precedentemente, quarant’anni fa, abbiamo incominciato un lavoro di riconciliazione eucaristica per i divorziati risposati; questa opera si sviluppava con la collaborazione di un prete diocesano e all’epoca con una missione ufficiale della diocesi di cui il vescovo era il cardinal Léon-Joseph Suenens, all’interno cioè di un progetto. Successivamente, a causa di un intervento correttivo romano, si è continuata questa esperienza in modo non ufficiale.

In seguito al Sinodo sulla famiglia, che ha deciso sulla questione dell’accesso ai sacramenti delle persone divorziate e risposate, e in seguito al documento conclusivo di papa Francesco “Amoris lætitia”, che si poneva implicitamente nel senso dell’apertura ci sono solo due conferenze episcopali nazionali, esattamente Malta e il Belgio, aperte verso questa direzione. La regione episcopale di Buenos Aires ha pubblicato una dichiarazione di apertura, che è stata confermata da una lettera pubblica del papa.

Per quel che riguarda l’Italia, il cardinale vicario della diocesi di Roma, Agostino Vallini, si espresse durante l’assemblea pastorale della diocesi il 19 Settembre 2016 aprendo anche la possibilità della riconciliazione dei divorziati con l’eucarestia: « La letizia dell’amore ». Il cammino delle famiglie a Roma.

www.romasette.it/wp-content/uploads/Relazione2016ConvegnoDiocesano.pdf

Occorre constatare che, sia a Buenos Aires che a Roma, le condizioni programmate per l’attuazione di questa riconciliazione sono piuttosto rigide, ritengo quindi che nella patica questo programma debba modularsi. Qui in Belgio, rispetto a questo tema c’è una visione più aperta e tollerante. A fronte del fatto che molti credenti, prima divorziati e poi risposati, hanno preso le distanze dalla chiesa, sia per l’atteggiamento di quest’ultima sia per ragioni personali, è cominciato questo dialogo; i divorziati risposati credenti, partecipavano all’eucarestia con sofferenza, senza fare la comunione. Nell’assistenza spirituale li abbiamo condotti verso la decisione di accostarsi nuovamente alla comunione, da quel giorno, molte coppie risposate e credenti prendono la decisione da soli di accostarsi ai sacramenti, senza chiedere un permesso, senza fare un

accompagnamento spirituale, lo fanno e sono sostenuti dalla maggior parte dei preti, ovviamente non da tutti i preti (stiamo parlando del Belgio); i preti polacchi ed africani, sono totalmente contrari a questa prassi. Ricordo che anche i giovani preti belgi si opponevano a tale pratica, ma ora molti di loro stanno cambiando opinione, da quando cioè la conferenza episcopale belga ha aperto questa nuova strada.

In tema di abuso clericale, si sono sviluppate diverse ipotesi sulle cause che lo hanno diffuso su una scala di vaste dimensioni. Oltre all’insabbiamento ad opera dei vescovi, taluni hanno voluto far credere che l’omosessualità sia stata un fattore decisivo. Lei cosa ne pensa? Inoltre lei ritiene che l’orientamento sessuale abbia effettivamente incrementato, nella chiesa cattolica, il numero delle vocazioni sacerdotali?

Il giornalista francese Frederic Martel, autore del libro “Sodoma”, descrive il fenomeno della diffusione della omosessualità nella chiesa. In un’epoca in cui l’omosessualità era condannata per principio dalla chiesa, e non solo dalla chiesa, ma anche da alcune società, c’erano comunque dei giovani che non erano a loro agio nella sessualità e nella relazione con le donne, oppure che avevano già coscienza della loro omosessualità; un certo numero di questi ragazzi ha sperato, entrando in seminario, di poter guarire da questa condizione. La guarigione (purtroppo) non c’è stata e questa situazione ha portato al risultato della presenza di tanti preti omosessuali.

Oggi la situazione è diversa, nella maggior parte dei paesi l’omosessualità è accettata e anche la chiesa è divisa, manifestandosi più aperta rispetto a questo tema, nonostante il sinodo della famiglia non abbia potuto esprimersi in questi termini sulla questione. Si pensi che il passaggio conclusivo nel documento finale del sinodo, è sicuramente meno aperto del catechismo della chiesa cattolica. Quest’ultimo afferma che bisogna rispettare le persone omosessuali e ci sono dei documenti della chiesa che non affermano più si tratti di una scelta. Mentre il documento finale del sinodo, si riferisce solo all’accompagnamento delle famiglie, dove c’è una persona omosex, un bambino o ragazzo, ma manca ancora una apertura chiara e netta del rispetto alla persona omosessuale.

Non so se avete letto un documento recente, della congregazione per l’educazione cattolica, indirizzato a tutte le scuole cristiane sulla questione del “gender”. In questo documento, la parola omosessuale od omosessualità non appare nemmeno, questo è assolutamente incredibile!

www.educatio.va/content/dam/cec/Documenti/19_0996_ITA.pdf

Anche la questione della discriminazione delle donne, non appare in questo documento, diciamo che questi due temi, sono il punto di partenza rispetto al discorso dei gender. Il termine gender è stato inizialmente utilizzato per denunciare la discriminazione di cui sono vittime le donne; in secondo momento, si è trattato della discriminazione nei confronti delle persone omosessuali o delle minoranze sessuali. A partire dagli Stati Uniti, si è poi sviluppato un uso minoritario radicale che mette in discussione la stessa distinzione tra uomo e donna, i quali possono ciascuno scegliere liberamente la propria identità …

intervista a Ignace Berten            Emanuela Provera                          “MicroMega”  16 gennaio 2020

http://temi.repubblica.it/micromega-online/i-preti-pedofili-e-l-omerta-della-chiesa-intervista-al-teologo-berten

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ADDEBITO

Separazione: addebito alla moglie che se ne va di casa e poi ci ripensa

Corte di Cassazione, sesta Sezione civile, ordinanza n. 509, 14 gennaio 220

www.studiocataldi.it/allegati/news/allegato_37049_1.pdf

La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di una ex moglie a cui è stata addebitata la separazione in primo e secondo grado. I motivi mirano ad ottenere una valutazione nel merito dei fatti già compiuta dal Tribunale e dalla Corte d’Appello, inammissibile in sede di legittimità. Entrambi i giudici infatti hanno ritenuto di addebitare la separazione alla donna perché hanno rilevato la volontà unilaterale e non coartata della stessa ad allontanarsi dall’abitazione familiare. Essi sono giunti a tale conclusione anche perché la donna non ha fornito un idoneo impianto probatorio alle sue affermazioni, ovvero che la stessa si è allontanata a causa della condotta del marito e che il suo tentativo di rientrare a casa è stato impedito dal cambio della serratura della porta d’ingresso.

            Addebito della separazione alla moglie che si allontana da casa. Il giudice di prima grado addebita la separazione alla moglie considerato che la stessa si è allontanata volontariamente dalla casa familiare, senza l’esistenza di precedenti pressioni al riguardo o minacce e violenze per costringerla a prendere una simile decisione. Il Tribunale ha quindi assegnato la casa al marito e ha fissato la residenza del figlio minore presso il padre, anche se affidato congiuntamente a entrambi i genitori. I figlio maggiorenne, ancora non autosufficiente, ha scelto di vivere con la madre, anche se il padre è obbligato versare direttamente a quest’ultimo un assegno mensile di 300 euro.

            La Corte d’Appello, a cui la donna impugna la sentenza di primo grado, conferma la decisione di primo grado, rileva che in realtà in figlio più grande ha deciso di vivere con la nonna nello stesso immobile in cui vive la madre. Il giudice dell’impugnazione rileva la mancanza dei presupposti per l’assegnazione della casa alla donna, la quale lamenta il mancato esame delle ragioni che l’hanno indotta ad allontanarsi dall’abitazione familiare.

Il ricorso in Cassazione. Parte soccombente ricorre quindi in Cassazione lamentando:

  • l’omesso esame di un fatto decisivo come il tentativo di rientrare a casa impedito solo dal cambio della serratura del portone di ingresso da parte del marito;
  • come l’addebito della separazione richiesto dal coniuge è stato avanzato sulla base di una non provata, ma sola presunta infedeltà della donna;
  • come la Corte non abbia considerato che l’allontanamento della moglie si è verificato nel pieno di una crisi coniugale, per la durata di soli due giorni.

Addebito separazione alla ex anche se ci ripensa. La Corte di Cassazione con l’ordinanza dichiara il ricorso inammissibile per le ragioni che si vanno ad esporre. Prima di tutto emerge dai motivi esposti il tentativo di sottoporre la vicenda ad un riesame nel merito, che come noto non è consentito in sede in sede di legittimità.

            Impropria la deduzione dell’omesso esame relativo al tentativo di rientrare a casa, impedito dal cambio della serratura da parte del marito e dalla sussistenza di una crisi coniugale in corso. I giudici hanno preso in considerazione tutti i fatti e le condotte delle parti e hanno rilevato la volontà unilaterale e non temporanea della donna di allontanarsi da casa e di porre fine alla relazione di coniugio. Hanno ritenuto infine non provata l’affermazione della donna sia sul comportamento dell’ex marito, come causa del suo allontanamento sia sul suo immediato ripensamento per ricostituire il legame familiare.

            Tali valutazioni sono già state effettuate dai giudici di merito e solo a loro spettano, non potendo il giudice di legittimità riesaminare il merito della vicenda.

Annamaria Villafrate Studio Cataldi                       16 gennaio 2020

www.studiocataldi.it/articoli/37049-separazione-addebito-alla-moglie-che-se-ne-va-di-casa-e-poi-ci-ripensa.asp

 

Tradimento in fase di separazione

Corte di Cassazione, prima Sezione civile, Sentenza n. 13431, 23 maggio 2008

www.ricercagiuridica.com/sentenze/sentenza.php?num=2685

            Potrebbe succedere che una coppia non vada più d’accordo e che, perciò, decida di separarsi. Dal momento della separazione, come noto, i coniugi sono liberi di  vivere separatamente e di iniziare nuove relazioni con altre persone. La separazione, prima ancora del divorzio, infatti cancella l’obbligo di fedeltà. Ma cosa accade nel caso in cui si scopra un tradimento in fase di separazione? Se, ad esempio, il marito si accorge solo dopo aver depositato il proprio atto in tribunale che la moglie in realtà ha un altro uomo e che, probabilmente, proprio per questo è stata distante e anaffettiva, può ugualmente chiedere l’addebito nei suoi confronti? Si può tradire durante la causa di separazione?

            Sul punto, è intervenuta più volte la giurisprudenza. La Cassazione, in particolare, ha avuto modo di chiarire quando l’infedeltà è causa di responsabilità e quando, invece, non implica alcuna conseguenza.

            Cosa succede a chi tradisce la moglie o il marito? Uno dei doveri del matrimonio è la fedeltà. La violazione di tale obbligo, però, non comporta alcuna sanzione sul piano civile, come ad esempio il risarcimento del danno, neanche quando causa sofferenze psicologiche e morali. Sono esclusi solo i casi in cui l’infedeltà, per le modalità pubbliche con cui viene realizzata, arrechi un pregiudizio all’onore e alla reputazione del coniuge: quando cioè, nell’ambiente esterno, è a tutti noto il legame extraconiugale. Tale situazione, infatti, arreca un danno all’immagine della vittima che potrà chiedere un risarcimento del danno.

            Ma allora cosa rischia concretamente chi tradisce il marito o la moglie? Le uniche conseguenze dell’infedeltà sono due e operano solo sul piano civile:

  • la perdita del diritto al mantenimento;
  •  la perdita dei diritti successori.

Così se l’ex coniuge dovesse morire dopo la separazione, ma prima del divorzio, il traditore non sarà considerato suo erede. Allo stesso modo, quest’ultimo, anche se privo di reddito o comunque con uno stipendio molto basso, non potrà rivendicare l’assegno di divorzio.

            Quelle che abbiamo appena descritto sono le conseguenze di un tradimento rivelato durante il matrimonio. In tali casi, infatti, accertato nella causa di separazione che il matrimonio è cessato solo a causa della relazione extraconiugale di uno dei due coniugi, il giudice pronuncia il cosiddetto “addebito” ossia dichiara responsabile il coniuge infedele a cui si applicheranno le due conseguenze di cui abbiamo appena parlato.

Dopo la separazione e prima ancora del divorzio, ciascun coniuge può intraprendere nuove relazioni sentimentali o anche solo fisiche. Non conta, quindi, il fatto che il matrimonio non sia stato definitivamente sciolto. Difatti, l’obbligo di fedeltà cessa già a partire dalla data di pubblicazione della sentenza di separazione.

Questo non toglie però che, ancor prima di questo momento, i due coniugi potrebbero già autorizzarsi a vicenda – firmando un apposito documento – a vivere separatamente e a intraprendere nuove relazioni. Un patto di questo tipo è stato ritenuto lecito.

Che succede a chi tradisce durante la causa di separazione? Secondo quanto più volte affermato dalla giurisprudenza, il tradimento comporta l’addebito solo quando viene accertato che è stato questo l’effettiva causa dello scioglimento del matrimonio e non un’altra precedente. Se, quindi, risulta che la coppia era già in crisi prima ancora dell’inizio della relazione adulterina da parte di uno dei due coniugi e che, pertanto, l’unione coniugale era già cessata – al di là della volontà di procedere già a una formale separazione – allora l’infedeltà non è causa di addebito e chi ha tradito non subirà conseguenze. Conseguenze che, come abbiamo appena anticipato, possono però consistere solo nell’addebito ossia nella perdita del diritto al mantenimento e all’eredità.

            Questi concetti sono stati affermati dalla Cassazione con riferimento al tradimento in fase di separazione. Non vi è dubbio che, se i due coniugi stanno provvedendo a separarsi è perché ritengono ormai conclusa l’esperienza matrimoniale e che l’unione “materiale e spirituale” che dovrebbe legarli sia cessata. Dunque, il tradimento avvenuto durante la separazione non è causa di addebito perché non è questo il principale e originario motivo per il quale i coniugi si lasciano. Esso è, piuttosto, la conseguenza di una disunione ormai conclamata. Da ciò deriva che chi tradisce durante il giudizio di separazione, o ancor di più di divorzio, non subisce conseguenze.

La legge per tutti        16 gennaio 2020

www.laleggepertutti.it/358002_tradimento-in-fase-di-separazione

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                                                                      ADOTTABILITÀ

Responsabilità genitoriale: decadenza e limitazioni

Corte di Cassazione civile, sesta Sezione civile, sentenza n. 319, 10 gennaio 2020

https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-319-del-10-01-2020

Lo stato di detenzione – con fine pena nel 2021 – dei due genitori è sufficiente per dedurre lo stato di abbandono del figlio minorenne e dichiararne di conseguenza l’adottabilità. Inutile il ricorso in terzo grado proposto solo dal padre, inchiodato anche dalla precedente perdita della responsabilità genitoriale.

Per i Giudici di merito “l’adottabilità” è l’unica strada percorribile per salvaguardare il futuro del minore, soprattutto tenendo conto del fatto che entrambi i genitori sono in carcere e che bisnonni e nonni non hanno manifestato alcuna apertura reale alla possibilità di accudire il nipote.

A portare il caso in Cassazione è il padre, che contesta la decisione pronunciata in Appello, sottolineando, da un lato, la necessità per i figli di crescere coi genitori e, dall’altro, l’omessa convocazione dei parenti, cioè i bisnonni e i nonni. Per quanto concerne il riferimento ai familiari, innanzitutto, i giudici del ‘Palazzaccio’ ribattono ponendo in evidenza ciò che è stato accertato in Appello, cioè la mancanza di “rapporti significativi” tra il minore e nonni e bisnonni.

Centrale però è soprattutto il richiamo allo “stato di abbandono” del minore. Su questo fronte i giudici di terzo grado sottolineano “la situazione di carcerazione di entrambi i genitori” – con ‘fine pena’ prevista nel 2021 – “per reati contro il patrimonio e contro la persona, oltre che connessi all’uso di stupefacenti”. A inchiodare l’uomo, poi, è anche “la valutazione negativa sulla sua capacità genitoriale, fondata anche sul provvedimento di decadenza dalla responsabilità sul minore” da lui non impugnato.

Tutti questi elementi, spiegano i magistrati della Cassazione, giustificano appieno “la prognosi negativa circa la sua possibilità di recupero della capacità genitoriale, non emendabile mediante misure di sostegno che, in tesi, non potrebbero neppure essere di immediata sperimentazione per l’attuale reclusione dell’uomo” e ciò in evidente contrasto con “la necessità di una sollecita definizione delle questioni inerenti allo status del minore e della pronta emanazione dei provvedimenti a tutela del suo benessere”.

 

Redazione Scientifica Il familiarista  20 gennaio 2020

http://ilfamiliarista.it/articoli/news/genitori-carcere-figlio-adottabile?utm_source=MAILUP&utm_medium=newsletter&utm_campaign=FAM_standard_22_Gennaio_2020

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ADOZIONE INTERNAZIONALE

La crisi. L’adozione internazionale è ferita, ma non può morire

La crisi demografica sta azzerando l’adozione internazionale. Un numero progressivamente minore di nascite, nel ricco Occidente ma anche in Estremo Oriente, si traduce in sempre meno bambini disponibili. Ormai la metà del mondo meno ricco, quello da cui proveniva la maggior parte dei piccoli adottati in Europa e negli Stati Uniti d’America, ha chiuso le frontiere.

Pesano scelte politiche diverse. Da una parte il sovranismo che contagia gran parte dell’Est Europa, dall’altra la decisione di numerosi Paesi di negare l’espatrio ai bambini sani e di concederlo solo a quelli più problematici. Ragazzini spesso già grandi, oltre i 12 anni, che dopo una lunga permanenza negli istituti presentano situazioni esistenziali e condizioni psicologiche tutt’altro che agevoli da affrontare per una famiglia pur di buona volontà. Di fronte a queste difficoltà oggettive non c’è da stupirsi che il numero delle adozioni internazionali abbia fatto registrare il dato più basso dell’ultimo ventennio, solo 969 nel 2019, anche se i bambini arrivati concretamente in Italia rimangono oltre 1.200. Pesano poi altri fattori: dal crescente individualismo al più generale indebolimento della famiglia.

            Se è già difficile, e sempre meno frequente, decidere di mettere al mondo un figlio, figurarsi che tipo di scoglio può rappresentare una strada come quella dell’adozione all’estero: lunga, economicamente costosa e tuttora impervia dal punto di vista burocratico. Fatte salve le complicazioni oggettive del percorso adottivo, esistono alcune conseguenze del crollo delle adozioni di cui non si parla abbastanza.

Oggi, lo sappiamo, la gran parte delle coppie che presenta domanda di adozione internazionale ha già affrontato la trafila della fecondazione assistita e ne è rimasta delusa. A quegli aspiranti genitori, già segnati da una ‘sconfitta’, gli Enti autorizzati offrono, quasi sempre, una formazione approfondita affinché mettano a fuoco il nuovo percorso intrapreso: se la prima (ovvia) motivazione di tutti è avere un figlio, generare vita, diventare madri e padri, l’adozione internazionale racchiude in sé, nelle sue stesse premesse, un passo in più, che si matura strada facendo. È l’incontro non con un bambino qualsiasi, ma con un essere umano che ha già subito la più crudele delle ingiustizie – l’abbandono – e aspetta una mamma e un papà che lo restituisca al mondo. È il volere/dovere riparare le sue ferite, pensare prima a lui che a sé stessi nel farlo diventare finalmente figlio attraverso un abbraccio senza condizioni.

È mettere il suo diritto alla felicità davanti a tutto. A rischio di scivolare nella retorica, adottare un bambino di origine straniera è – non solo idealmente – un piegarsi sui mali del mondo e accollarsene una minuscola porzione. Con l’estinguersi dell’adozione internazionale, il rischio è che questo sguardo di accoglienza totale del bambino ferito si appanni, persino si disperda. Il secondo effetto collaterale dell’estinzione dell’adozione internazionale è l’indebolimento della cooperazione allo sviluppo generata dagli stessi enti, che per legge sono obbligati a operare in seno alle comunità locali dei Paesi in cui operano, in una logica di ‘restituzione’.

I dati sembrano suggerirci che le coppie disponibili ad accogliere nel loro cuore, e poi concretamente nella loro vita di tutti i giorni, questa dimensione di mondialità, siano sempre meno. Una piccola, grande ricchezza per tutta la società che scolora e si illanguidisce. Ma forse non è del tutto così. Se con i numeri non si discute, è altrettanto vero che le strade per mettere da parte la rassegnazione e aprire nuovi squarci di speranza esistono. Nell’attesa riforma dell’ormai datata legge 184 del 1983 si potrebbe per esempio inserire percorsi di affido internazionale o di adozione ‘attenuata’, per non recidere totalmente i legami dei piccoli con le famiglie e le terre d’origine, convincendo allo stesso tempo i Paesi diventati oggi più gelosi della propria infanzia che nessuno intende depredarli di quel tesoro di vita e di futuro.

Soluzione già tentata da altre nazioni con risultati non disprezzabili. Ma non va neppure trascurata la possibilità di aprire nuovi spazi, coinvolgendo negli accordi bilaterali Paesi finora rimasti ai margini delle iniziative diplomatiche, soprattutto in Africa. Gli oltre 150 milioni di bambini orfani nel mondo (dati Unicef 2015) rimangono una evidenza che interroga la nostra umanità, oltre che la nostra coerenza cristiana. Per schiudere questi nuovi percorsi sarebbe necessaria una politica capace di allargare lo sguardo, coraggiosa nel tentare soluzioni inedite, disponibile a offrire alle famiglie più generose – che non mancherebbero – l’opportunità di soluzioni inedite e concrete.

Con norme più agevoli e sostegni economici adeguati. Ma bisogna fare presto. Intervenire e rinnovare con coraggio. Altrimenti il rischio che la cultura dell’adozione internazionale finisca per spegnersi, azzerando una delle esperienze più nobili e più dense di giustizia e di umanità avviate nel secondo dopoguerra, è terribilmente reale. Noi continueremo a batterci, con le risorse della buona informazione, perché questa bellezza non tramonti.

Antonella Mariani e Luciano Moia       Avvenire 24 gennaio 2020

https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/ladozione-internazionale-ferita-ma-non-pu-morire

 

Il crollo. L’Italia adesso non adotta più. Ecco perché

Giù, di nuovo, stavolta sotto quota mille. Non si arresta il crollo delle adozioni internazionali nel nostro Paese. Dove, nel 2019, ci si è fermati nella conta delle procedure di ingresso di bambini stranieri al numero di 969. Un dato in calo del 14% rispetto all’anno precedente, quando le procedure di adozione erano state 1.130. E che ha dello sconfortante se paragonato ai numeri del 2010 – sono trascorsi appena 9 anni – quando i bambini adottati furono oltre 4mila.

Ha scelto di percorrere la strada della trasparenza la Commissione adozioni internazionali (CAI) che, in attesa della pubblicazione del report statistico annuale, ha anticipato i dati aggiornati al 31 dicembre 2019. Nel dettaglio, le diminuzioni che maggiormente hanno pesato sul numero complessivo di minori arrivati in Italia riguardano la Cina (46 adozioni del 2019 rispetto alle 84 del 2018), la Federazione Russa (da 152 del 2018 alle 126 del 2019), la Bielorussia (72 rispetto a 91 nel 2018) e il Vietnam (37 rispetto alle 54 del 2018). Anche se «nonostante un calo generalizzato riscontrabile in quasi tutti i Paesi di provenienza dei minori – spiega la vicepresidente della Cai Laura Laera – alcuni hanno invertito positivamente la tendenza». È il caso della Colombia (che passa dalle 128 adozioni del 2018 alle 161 del 2019), del Perù (che conclude con 44 adozioni nel 2019 rispetto alle 24 del 2018), di Ucraina e Filippine. Non è l’unico dato confortante, visto che complessivamente sono circa 3mila le procedure pendenti in capo agli Enti autorizzati: segno che le coppie desiderose di adottare sono ancora tante. Ma allora che succede? Come si spiega l’inarrestabile black-out delle adozioni?

«La verità è che non siamo davanti a dati sorprendenti, tutt’altro – continua Laera –. Il trend della decrescita prosegue in Italia e nel resto del mondo, anzi per certi versi in Italia è meno drammatico se guardiamo ai numeri di Francia, Spagna o Germania». Restiamo il secondo Paese più accogliente dopo gli Stati Uniti e tra i più aperti ai bambini in special needs, ovvero con problematiche fisiche o psicologiche o più avanti con l’età. «Il punto è che osserviamo sempre più spesso prevalere le istanze nazionaliste dei vari Paesi, che vogliono trattenere i bambini e destinarli al circuito interno delle adozioni nazionali, complice il calo demografico generalizzato – continua Laera –. È il caso della Cina per esempio». In quello della Federazione russa invece, e di molti Paesi dell’Est, «è fiorita la pratica dell’affido a pagamento e sempre meno bambini entrano nel circuito delle adozioni internazionali. Per altro, quasi tutti problematici». Ancora, «ci sono i Paesi che hanno chiuso completamente, come l’Etiopia, da cui arrivavano in Italia moltissimi bambini».

L’altra faccia della medaglia è quella che Laera chiama «la cultura della contrazione dell’adozione»: «Una tendenza sia di governi di destra che di sinistra. I primi privilegiano i legami di sangue, i secondi sono sempre più convinti che con l’adozione si portino via i bambini ai poveri. Sono linee culturali che vediamo sempre più spesso prevalere anche all’interno delle grandi organizzazioni internazionali e di cui dobbiamo prendere atto». Quello che si sta facendo in Italia – «ed è molto» sostiene Laera – è aver fatto ripartire la macchina dei rimborsi alle famiglie (liquidati quelli per chi ha adottato nell’anno 2015 si sta procedendo col 2016), aver intensificato i rapporti internazionali (9 gli incontri bilaterali con le autorità dei Paesi di provenienza dei minori nel corso del 2019), rimettere in piedi il bando per i progetti di cooperazione (annunciato già per le prossime settimane). Il tutto compatibilmente con le vicende della politica: «Da quando ho iniziato il mio mandato, in due anni e mezzo, ho visto cambiare tre volte il governo – spiega Laera –. È chiaro che diventa difficile lavorare senza la continuità nei rapporti istituzionali, pur con governi che mostrano interesse per l’adozione».

La mancanza di attenzione e di investimenti da parte dell’esecutivo è invece la principale, inguaribile ferita del sistema secondo gli enti adottivi autorizzati. «Quelle 3.039 coppie con procedure di adozione ancora pendenti ci dicono che le adozioni aumenterebbero, e di molto, se il governo si decidesse a investire su queste potenziali nuove famiglie» sostiene Marco Griffini, presidente di Ai.Bi. Amici dei Bambini, tra i pochi Enti che nel 2019 ha visto una crescita delle adozioni (e del 7%) rispetto al 2018. Griffini ricorda come dal 2013 al 2017 siano stati stanziati, tra il Fondo per il sostegno alle adozioni internazionali e quello per le attività di cooperazione a sostegno dell’adozione internazionale, «101 milioni di euro, ma ne sono stati spesi solo 11. Un fatto inaccettabile, soprattutto se si pensa a quanto indispensabile sia diventato non solo il sostegno economico per le famiglie che decidono di adottare, ma anche l’aspetto della formazione, che fatta bene e capillarmente costa». Formazione delle coppie, sempre più spesso chiamate ad accogliere bambini problematici. E degli operatori dei servizi sociali, che le coppie dovrebbero accompagnare e sostenere anche dopo l’adozione.

Sull’aspetto della formazione e la necessità di investimenti insiste anche la Ong torinese Cifa, che si conferma l’Ente con più adozioni anche nel 2019 (ben 97, il 10% del totale): «Negli ultimi anni abbiamo assistito al sostegno di molte forme di genitorialità in Italia, ma non di quella adottiva. Tanto che sempre più spesso incontriamo coppie che arrivano all’adozione come alla loro ultima spiaggia, provate da anni di tentativi di gravidanza, con ogni tipo di metodica – spiega la vicepresidente del Cifa Paola Strocchio –. Sono spaventati, impreparati. E non per colpa loro, visto che i servizi sociali che li intercettano a loro volta non sono formati in maniera adeguata. Qui serve davvero una svolta».

«E poi ci sono i bambini, coi loro diritti troppo spesso dimenticati» osserva Paola Crestani, presidente del Ciai: «Quanti bambini avrebbero bisogno davvero? Perché un’altra drammatica verità è che i bambini che hanno bisogno di una famiglia sono molto di più di quelli che riusciamo ad abbinare, ci vengono continuamente segnalate situazioni difficili e non troviamo famiglie». Gli investimenti allora dovrebbero essere fatti innanzitutto sulla cooperazione coi Paesi di provenienza «come è intesa – prosegue Crestani – nella Convenzione dell’Aja, cioè per migliorare la tutela e la protezione dei bambini». E, nuovamente, sulle famiglie, «che vanno preparate ad accogliere situazioni sempre più complesse e che non possono essere abbandonate durante il percorso e nemmeno dopo che hanno adottato».

Viviana Daloiso          Avvenire         24 gennaio 2020

www.avvenire.it/attualita/pagine/ecco-perche-l-italia-non-adotta-piu

 

Griffini: “Soldi non spesi fatto inaccettabile: in 5 anni speso solo il 10 % dei 101 milioni stanziati”

L’adozione internazionale, in Italia, è in crisi. Non è un segreto. Ma i dati relativi all’anno 2019, recentemente pubblicati dalla CAI – Commissione Adozioni Internazionali, fanno riflettere a maggior ragione, visto che è stata superata (in negativo) la soglia “psicologica” delle 1.000 adozioni l’anno: 969 in totale, il 14% in meno rispetto al 2018. Così il quotidiano Avvenire ha lanciato un servizio sul declino delle adozioni, chiedendosi e chiedendo le motivazioni di questo crollo. Tra i diversi addetti ai lavori sentiti c’è anche il presidente di Ai.Bi. – Amici dei Bambini, Marco Griffini, che ha parlato senza peli sulla lingua.

“Quelle 3.039 coppie con procedure di adozione ancora pendenti – ha detto il presidente di Amici dei Bambini – ci dicono che le adozioni aumenterebbero, e di molto, se il governo si decidesse a investire su queste potenziali nuove famiglie”. Bisogna notare che Ai.Bi. Amici dei Bambini è tra i pochi enti che nel 2019 abbiano visto una crescita delle adozioni (del 7%) rispetto al 2018.  Griffini ha ricordato inoltre come dal 2013 al 2017 siano stati stanziati, tra il Fondo per il sostegno alle adozioni internazionali e quello per le attività di cooperazione a sostegno dell’adozione internazionale, 101 milioni di euro ma “ne sono stati spesi solo 11”.

“Se fossero stati spesi questi soldi – aggiunge Griffini – tutta la macchina del sistema adozione internazionale si sarebbe rimessa in moto e tanto anche”

            “Un fatto inaccettabile – ha aggiunto Griffini – soprattutto se si pensa a quanto indispensabile sia diventato il sostegno economico per le famiglie che decidono di adottare, ma anche l’aspetto della formazione, che fatta bene e capillarmente costa”. “I fondi non spesi – dice ancora il presidente di Ai.Bi. – si sarebbero potuti impiegare anche per un intenso programma di formazione congiunta, come fatto in passato a per tutti gli operatori del settore, a iniziare dai magistrati dei tribunali per Minorenni, poi delle equipe, dei servizi sociali fini agli addetti degli Enti autorizzati. Per organizzare missioni nei paesi di origine della CAI e ospitare loro autorità e operatori, al fine di riprendere la virtuosa pressi della firma degli accordi bilaterali, che vedeva un tempo l’Italia come paese firmatario del maggior numero di accordi. Lo scandalo maggiore è che di questi 101 milioni, ben 59 sono stati stanziati per l’attuazione di progetti di cooperazione internazionale nei paesi di origine per, come richiesto dall’ AJA, il “principio di sussidiarietà”: ebbene ne sono stati spesi solo 848 mila euro. Il sistema della adozione internazionale avrebbe ripreso vigore? Altroché!!”

AiBinews        24 gennaio 2020

www.aibi.it/ita/adozione-internazionale-griffini-ad-avvenire-soldi-non-spesi-fatto-inaccettabile-in-5-anni-speso-solo-il-10-dei-101-milioni-stanziati

 

Laera (CAI) sui fondi stanziati e non spesi: “Quei soldi non sono persi”

Nel 2019 le adozioni internazionali in Italia sono, per la prima volta da anni, scese sotto quota mille: 969 in totale, secondo i dati pubblicati dalla CAI – Commissione Adozioni Internazionali, in anticipo rispetto al consueto report statistico annuale. Il magazine Vita ha intervistato, al riguardo, la vicepresidente della stessa CAI, la dottoressa Laura Laera.

“Sì – ha spiegato la Laera – c’è stata un’ulteriore diminuzione. Le procedure sono appena sotto quota mille, con decremento in quasi tutti i Paesi tranne Colombia e Perù, che crescono ma comunque con numeri modesti. Sta avvenendo quel che già sapevamo, cioè che i Paesi si attrezzano internamente per rispondere ai bisogni dell’infanzia abbandonata e nei fatti, per motivi diversi tra cui anche le spinte nazionaliste, non favoriscono più l’adozione internazionale. Eppure, l’adozione rimane a mio giudizio uno strumento valido e utile a tutela dell’infanzia. Noi abbiamo cercato di avere contatti con più paesi possibili, nel 2019 abbiamo incontrato diverse autorità centrali – penso ad esempio al Senegal o al Benin, alla Repubblica Democratica del Congo e alla Cambogia – anche con la speranza che alcuni dei Paesi che hanno sospeso o chiuso le adozioni possano riaprirle”.

            La Laera ha poi voluto commentare il caso dei fondi stanziati dai governi per l’adozione internazionale, nel periodo 2012-2017, e non spesi. “Non sono persi – ha spiegato la vicepresidente CAI – sono solo accantonati. Dobbiamo predisporre e in parte abbiamo già predisposto il bando per i progetti di cooperazione internazionale che uscirà nei primi mesi del 2020, i DPCM per i rimborsi delle spese sostenute per le adozioni negli anni 2018 e 2019 e anche un DPCM per la riapertura dei termini per la richiesta di rimborso per il precedente. Stiamo inoltre valutando altre ipotesi di sostegno alle famiglie”.

            “Il fatto che i soldi ci siano – ha aggiunto la Laera sul medesimo tema – richiede anche che siano spesi bene, e questo necessita di tempo e di oculatezza. La CAI è stata impegnata anche in un lavoro complementare: il controllo degli Enti, la ricomposizione della Commissione e, non ultimo, il pagamento di circa seimila rimborsi. Missioni ne abbiamo fatte e abbiamo anche ospitato diverse delegazioni. (…) Qual è il paradosso? Che i soldi ci sono ma a volte è difficile spenderli. Ad esempio, non possiamo invitare le delegazioni a nostre spese se non da Paesi in cui è impossibile andare. Ci auguriamo che questo problema possa essere presto risolto

www.aibi.it/ita/adozione-internazionale-laera-cai-sui-fondi-stanziati-e-non-spesi-quei-soldi-non-sono-persi

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ADOZIONI INTERNAZIONALI

Bolivia: gli Enti di Italia e Spagna convocati dal viceministro. Ora si riparte davvero

Gli Enti autorizzati per le adozioni internazionali in Bolivia (AiBi, A.M.I., C.I.A.I., Istituto La Casa, La Dimora) sono stati convocati giovedì 16 gennaio 2020 per un incontro con il nuovo titolare del VIO – Viceministerio de Igualdad de Oportunidades. L’incontro, in generale, sembra essere stato molto positivo, stando a quanto riferito dagli enti.

            Durante l’appuntamento, infatti, il viceministro è stato molto attento e ha compreso la preoccupazione per le adozioni. Si è mostrato allarmato quando ha appreso che in quattro anni sono state completate solo 18 adozioni internazionali, ed è per questo che, ha spiegato, con la nuova Legge cercherà di accelerare, facilitare tutte le adozioni, garantendo il miglior interesse del bambino.

Si è inoltre convenuto di condurre un tavolo tecnico interistituzionale con il sostegno dell’Unità di gestione sociale della Presidenza per ripristinare i diritti dei bambini e trovare soluzioni immediate con la partecipazione del VIO, della Gestione sociale della Presidenza, degli organismi di adozione intermediari accreditati e di altri attori. Il viceministro e il suo team hanno inoltre dichiarato che, se possibile, avrebbero cercato di accelerare tutti i fascicoli per i pre-incarichi in tribunale e che sarebbe stata data priorità ai bambini con disabilità, fratelli e sorelle. Nel corso dell’incontro è stato inoltre distribuito un formulario che le coppie dovranno compilare affinchè i loro dati vengano inseriti nel registro e che la messa a regime del registro unico per l’adozione nazionale e internazionale (presso il Tribunale Supremo di Giustizia) con l’elenco dei minori in stato di adottabilità, che sicuramente aiuterà a rendere più veloci le procedure di adozione.

            In breve, si è vista una volontà politica positiva per i processi per l’adozione internazionale. Che, in Bolivia, potrà forse e finalmente ripartire

            AiBinews         20 gennaio 2020

www.aibi.it/ita/adozione-internazionale-bolivia-gli-enti-di-italia-e-spagna-convocati-dal-viceministro-ora-si-riparte-davvero

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AFFIDO CONDIVISO

Non ha colpa la madre se i figli non vogliono vedere il padre

Corte di Cassazione, sesta Sezione Penale, sentenza n. 601, 10 gennaio 2020

www.studiocataldi.it/allegati/news/allegato_37020_1.pdf

Non si può ribaltare una sentenza di assoluzione, senza rinnovare l’istruttoria se a impugnare la sentenza è il Pubblico Ministero. Occorre quindi annullare la sentenza e rinviare alla Corte d’Appello per appurare se la madre deve essere condannata per il reato previsto dal comma 2 dell’art 388, ovvero per elusione di un provvedimento del giudice emesso in sede di separazione e per non tenere una condotta collaborativa al fine di riavvicinare i figli al padre e migliorare tali rapporti.

Condannata perché non favorisce il rapporto padre-figli. Una madre viene assolta in primo grado, ma condannata in appello per il reato di cui all’art 388 comma 2 c.p che prevede la pena della reclusione fino a tre anni o la multa da euro centotre a euro milletrentadue nei confronti di chi “elude l’ordine di protezione previsto dall’articolo 342 ter del codice civile, ovvero un provvedimento di eguale contenuto assunto nel procedimento di separazione personale dei coniugi o nel procedimento di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio ovvero ancora l’esecuzione di un provvedimento del giudice civile, ovvero amministrativo o contabile, che concerna l’affidamento di minori o di altre persone incapaci, ovvero prescriva misure cautelari a difesa della proprietà, del possesso o del credito.” Alla donna viene contestato il mancato rispetto del provvedimento del Tribunale che ha riconosciuto al coniuge separato di vedere i figli.

L’impugnazione della sentenza di condanna. Per l’imputata la sentenza d’appello che le contesta il reato di cui all’art 388 comma 2 cp erra nel considerare il reato commesso come un permanente, ritenendo che la condotta della donna non è mai cessata, perché prende erroneamente come riferimento tutto il periodo al quale si riferisce l’imputazione e non una parte di esso. La ricorrente precisa infatti che nel corso delle indagini preliminari l’accusa per il reato di cui all’art. 572 cp è venuta meno per archiviazione del procedimento, per cui tali condotte non potevano essere esaminate in sede d’appello. La querela nei suoi confronti per il reato di cui all’art 388 comma 2 cp è stata presentata 3 mesi prima per cui il giudice poteva prendere in esame soli i fatti decorrenti dal 5 giugno al 5 settembre.

            La Corte inoltre ha errato nel valutare i risultati della consulenza d’ufficio, ritenendo, come dichiarato dalla dottoressa incaricata, che una collaborazione parziale equivalga a una non collaborazione. Conclusioni che contraddicono quanto rilevato dalla consulente, la quale ha riferite dei rapporti conflittuali tra padre e figli e ha altresì ribadito gli innumerevoli tentativi della madre per riavvicinare i figli al padre. La condotta ostativa alla realizzazione delle prescrizioni del giudice pertanto non è ravvisabile nel caso di specie.

Assenza di dolo allo scopo di sottrarsi all’adempimento degli obblighi civili. Errata valutazione della CTU predisposta in sede civile dei rapporti intercorrenti tra padre e figli, considerato che la dottoressa incaricata ha rilevato i sentimenti che i figli nutrivano nei confronti del padre. La figlia infatti ha definito il padre “cattivissimo”, il figlio invece ha dichiarato di non voler vedere il padre perché ne ha paura. La ricorrente rileva inoltre che il suo tentativo di mediare tra figli e padre non può essere equiparata a una elusione del provvedimento, da qui l’assenza dell’elemento soggettivo del reato contestato.

Errata infine la valutazione delle dichiarazioni rese dalla persona offesa e dai testi. Il primo non è stato in gradi di riferire un solo episodio da cui emerge la volontà dell’imputata di ostacolare il rapporto del padre con i figli e i testi si sono limitati a riferire episodi di cui sono venuti a conoscenza per come raccontati dal padre.

Nuovo giudizio d’appello per valutare la condotta della madre. La Cassazione ritiene fondato il ricorso, per questo annulla la sentenza e rinvia ad altra sezione della Corte d’Appello per un nuovo giudizio, ma lo fa in base a un profilo che rileva d’ufficio. Gli Ermellini chiariscono infatti che la Corte d’Appello avrebbe ribaltato la sentenza assolutoria di primo grado, senza rispettare quanto previsto dall’art. 603 comma 3bis c.p.p che ha disposto la regola della rinnovazione dell’attività istruttoria in caso di appello proposta dal Pubblico Ministero. Rinnovazione istruttoria che in ogni caso doveva essere effettuata anche in assenza di specifica richiesta del Pm, ascoltando nuovamente i testimoni e la parte civile.

            Questo perché, come precisato dalla SU Mannino: “la sentenza che riformi totalmente, in senso assolutorio come di condanna, la decisione di primo grado ha l’obbligo di delineare le linee portanti del proprio, alternativo, ragionamento probatorio e di confutare specificamente i più rilevanti argomenti della motivazione della prima sentenza, dando conto delle ragioni della relativa incompletezza o incoerenza, tali da giustificare la riforma del provvedimento impugnato.”

            Nel valutare la condotta elusiva dell’imputata infine la corte d’Appello dovrà rispettare il principio di diritto secondo il quale “l’elusione dell’esecuzione di un provvedimento del giudice civile che riguardi l’affidamento di minori può concretarsi in qualunque comportamento, anche omissivo, da cui derivi la frustrazione delle legittime pretese altrui.”

Annamaria Villafrate             Studio Cataldi 14 gennaio 2020

www.studiocataldi.it/articoli/37020-non-ha-colpa-la-madre-se-i-figli-non-vogliono-vedere-il-padre.asp

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ASSEGNO DIVORZILE

Stop alimenti all’ex moglie se può fare la donna delle pulizie

Corte di Cassazione, sesta Sezione civile, ordinanza n. 770, 16 gennaio 2020

www.sugamele.it/allegati/18-01-2020-770.pdf

            Niente alimenti se si può lavorare: può essere sintetizzata così la nuova pronuncia della Cassazione che ha stabilito il “no” all’assegno perché, nonostante la richiedente fosse priva di lavoro, poteva trovarlo. La vicenda esaminata vede una moglie affetta da depressione – che il certificato medico in atti diagnosticava come “sindrome ansioso depressiva”, ma questo non basta a provare i requisiti necessari per poter percepire gli alimenti: serve, infatti, non solo lo stato di bisogno del richiedente, ma anche l’impossibilità di mantenersi da sé [Art. 438 Cod. civ.].

Le due cose non vanno necessariamente di pari passo, può accadere che ci sia un requisito e manchi l’altro, specialmente quando, come nel caso deciso, gli Ermellini fanno una distinzione tra la capacità lavorativa generica a poter lavorare e quella specifica a poter svolgere determinati compiti e mansioni. La donna, a causa della depressione, aveva una compromissione a poter trovare molti lavori, ma non tutti: gliene rimanevano a disposizione alcuni, anche se solamente possibili, come quello della donna delle pulizie o colf.

            In realtà, la Corte prende atto che la depressione di cui la donna soffriva «menomava grandemente la capacità lavorativa specifica», ma non eliminava del tutto la possibilità per lei di trovare un lavoro e, infatti, afferma che questa patologia, seppur grave, «non era tale da impedirle lo svolgimento di attività lavorative generiche di tipo esecutivo» e a questo punto propone, quasi come un suggerimento, l’esempio delle pulizie domestiche.

            Una volta seguito questo ragionamento, la strada per negare il diritto a percepire gli alimenti è segnata, perché a questo punto i giudici constatano che la richiedente «non aveva fornito prova di essersi attivata per reperire un’occupazione e di non essere riuscita a trovarla e/o a mantenerla a causa delle patologie da cui era afflitta».

            In sostanza, avrebbe dovuto essere lei, come ricorrente in Cassazione e prima ancora come richiedente dell’assegno alimentare (che il tribunale le aveva riconosciuto nella misura di 200 euro al mese e poi la corte d’Appello le aveva negato) a dimostrare di non essere in grado di mantenersi lavorando.

Paolo Remer  La legge per tutti                     17 gennaio 2020

www.laleggepertutti.it/358248_stop-alimenti-allex-moglie-se-puo-fare-la-donna-delle-pulizie

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ASSOCIAZIONI – MOVIMENTI

Torino –  Incontro Famiglia e Società

Dalla riflessione sul volume “Un modello alternativo di economia e di società” (Studium 2019) di Daniele Ciravegna, che esplora i diversi ambiti di applicazione della Dottrina sociale cristiana, cinque realtà del mondo culturale torinese (Fondazione Carlo Donat-Cattin, Centro Pier Giorgio Frassati, Fondazione Michele Pellegrino, Associazione Toniolo e Associazione Popolari) hanno promosso un ciclo di incontri di approfondimento con esperti, studiosi e testimoni.

Dopo aver trattato Lavoro e Impresa, è ora il momento del tema “Famiglia e Società”.

Lunedì 10 febbraio, dalle ore 17.30, al Polo del ‘900 (Palazzo San Celso – Sala Conferenze – Corso Valdocco 4/A), dopo l’introduzione del professor Ciravegna, interverranno don Domenico Cravero, psicologo e psicoterapeuta presidente di “Terra Mia”, Luigi Lombardi, già presidente del Forum Associazioni Familiari del Piemonte, Silvia Malacco, Associazione Famiglie per l’Accoglienza, Giuseppe Zola, avvocato e vicepresidente Associazione italiana nonni 2.0, e Paola Zonca, docente di Scienze dell’Educazione all’Università di Torino.

www.associazionepopolari.it/APWP

 

Fafce: Bassi (presidente), “punto di partenza per parlare di famiglia non come malato ma come cura”. Rapporto tra impresa, vita domestica e lavoro

“Il welfare familiare è una modalità specifica di svolgimento di servizi di assistenza che ha come destinatario non l’individuo, come fino ad oggi è successo, ma proprio la famiglia. Attraverso l’assistenza alla famiglia, essa cresce – nonostante le difficoltà – in termini di solidarietà, consapevolezza e anche di aiuto all’altro”.

Vincenzo Bassi, presidente della Fafce, Federazione delle associazioni familiari cattoliche in Europa, chiarisce al Sir l’obiettivo del seminario svoltosi oggi nella sede del Parlamento Ue a Bruxelles sul tema “Piccola e media impresa e welfare familiare. Una sfida per il futuro dell’Europa”.

Attorno al titolo si sono confrontati esperti e politici di diversa provenienza nazionale, mettendo al centro delle riflessioni la situazione dello stato sociale in Europa, la questione demografica (invecchiamento, fertilità, migrazione…), il rapporto tra vita familiare e professionale, i compiti dello Stato e dell’Ue. Bassi afferma: “Fino ad oggi lo Stato si è occupato delle iniziative di assistenza. Ora lo scopo è quello di introdurre come partner della famiglia anche l’impresa, e in particolare la piccola impresa. Padri e madri che vivono la loro esperienza professionale in maniera solida, non precaria”, sono infatti “anche più produttivi per l’economia”.                                           www.facebook.com/forumfamiglie/videos/601914470644370

Bassi specifica: “oggi è stato un punto di partenza per parlare di famiglia non come malato ma come cura. E l’Europa è un elemento rilevante perché, nonostante le profonde differenze tra Paesi europei, ciò che accomuna tutti è l’esperienza familiare. È sulla famiglia che gli Stati membri dell’Unione europea riescono a trovare un comune sentire, perché scambiando esperienze familiari ci si accorge che facciamo tutti parte della stessa famiglia umana”.

Al dibattito sono intervenuti Karlo Ressler (eurodeputato, Croazia), Paul Dembinski (docente dell’Università di Friburgo), gli europarlamentari Clotilde Armand (Romania), Helmut Geuking (Germania), Patrizia Toia (Italia), Anna Nagy (presidente della Single Parents’ Families Foundation, Ungheria), Deša Srsen (componente del gabinetto della vicepresidente della Commissione Ue Dubravka Šuica, che ha la delega per la demografia). Ha concluso i lavori Johannes de Jong (Sallux Director).

www.forumfamiglie.org/2020/01/22/fafce-bassi-presidente-punto-di-partenza-per-parlare-di-famiglia-non-come-malato-ma-come-cura-rapporto-tra-impresa-vita-domestica-e-lavoro

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BIBBIA

Una donna, un uomo e i cinque sensi dell’amore

www.maranatha.it/Bibbia/3-LibriSapienziali/26-CanticoPage.htm

http://www.gliscritti.it/dchiesa/bibbia_cei08/at26-cantico_dei_cantici.htm

Cantico dei Cantici: il libro biblico a cui è dedicata quest’anno la Giornata di approfondimento del dialogo tra ebrei e cristiani cattolici è stato, nel corso dei secoli, fonte di ispirazione per l’arte e provocazione per la teologia. L’interpretazione allegorica ha una lunga e importante storia, ma non era nelle intenzioni di chi ha scritto questo appassionato poema.

Il 16 gennaio si tiene la consueta Giornata di approfondimento del dialogo tra ebrei e cristiani cattolici e il testo scelto quest’anno è il Cantico dei Cantici, poema biblico [attribuito a Salomone] che lungo i secoli ha suscitato il vivo interesse in ambito accademico e religioso e ha fornito spunti alla musica – dall’antico canto liturgico fino alla versione contemporanea e d’avanguardia di John Zorn, con Lou Reed e Laurie Anderson – e all’arte pittorica di ogni epoca.

A Vava, ma femme, ma joie et mon allegrésse leggiamo nella sala del Musée du Message Biblique di Nizza, che ospita le cinque tele di Marc Chagall dedicate al Cantico dei Cantici, infinite sfumature di rosso chiazzate di luna, di colombe e di cavalli alati, di abbracci e di sguardi, di giardini in cui cresce l’albero della vita e di agglomerati di case in cui convivono lo shtetl [insediamento] Est europeo e i piccoli borghi francesi. Il pittore ritrae una danza degli opposti, creando un’armonia tra dimensione onirica e spirituale e concretezza dei corpi, di quell’amore fatto di sguardi, voci e gesti assolutamente umani e ci rivela la complessità dei livelli di lettura che da sempre caratterizza il Cantico dei Cantici.

Una lirica d’amore. Interpretazione letterale o allegorica? Poema d’amore o testo sapienziale? Espressione dell’amore umano o immagine del rapporto tra Dio e il suo popolo Israele?

            Lungo i secoli gli studiosi si sono interrogati su quale sia la vera natura di questo rotolo, che quanto a struttura, immagini e lessico presenta evidenti legami con l’antica lirica d’amore sumerica ed egizia, ma anche con gli idilli e i componimenti erotici ellenistici.

            Protagonisti sono un uomo e una donna, giovani e malati d’amore, che esprimono il loro desiderio attraverso i cinque sensi. Inspirano profumi inebrianti, mirra e incenso, nardo e zafferano. Assaporano melagrane, vino, latte, miele e frutti squisiti. Vedono i monti, le pianure verdeggianti, i fiori e le gazzelle e la donna dipinge l’uomo con una tavolozza di colori: è bianco e vermiglio, il capo è oro puro, i riccioli sono neri come il corvo. Ascoltano la voce l’uno dell’altra, sono attenti a ogni rumore o sussurro. Infine il componimento è disseminato di sensazioni tattili, di richiami alla fisicità e di riferimenti specifici a ogni parte del corpo: le mani dell’uomo sono anelli d’oro, incastonati di gemme, il ventre è d’avorio tempestato di zaffiri e le gambe sono colonne di alabastro. La donna è slanciata come una palma, l’ombelico è una coppa rotonda, il ventre un covone di grano circondato da gigli e i seni sono due cerbiatti.

Maschile, femminile, sessualità. Le metafore sensoriali sono fondamentali per comprendere il ruolo di genere e secondo Carole Meyers il Cantico impiega immagini inconsuete per descrivere la donna: torre, pareti difensive, pozze artificiali costruite a scopo militare, ecc. Il femminile esprime forza e protezione, oltre a una straordinaria bellezza che è linfa vitale ed è espressa attraverso il riferimento a vigne e giardini rigogliosi.

            I due esprimono gioia pura, sensualità e passione in un dialogo “tra uguali”, in cui nessuno prevale e la voce della donna ha la stessa dignità di quella dell’uomo. Per dirla con una battuta potremmo quasi affermare che è il libro per eccellenza della parità tra i sessi, ma in realtà rispecchia semplicemente il pensiero ebraico sull’amore fisico, che è manifestazione della relazione con il divino a cui contribuiscono, insieme e nella reciprocità, uomo e donna.

            L’atto sessuale è definito dai Maestri metil shalom (artefice di pace) o sicha (conversazione), ovvero incontro, dialogo, attenzione e cura dei desideri, con un’attenzione assoluta alla donna e alla soddisfazione del suo piacere, che è prioritario rispetto a quello dell’uomo tanto da essere citato perfino nel contratto matrimoniale. In effetti il Cantico esprime la prevalenza del femminile in vari modi, anche attraverso i riferimenti al “materno” e alla “casa della madre”, che in una società patriarcale risuona in modo particolare.

In principio… non faceva scandalo. Il rotolo è entrato assai tardi nel canone, solo dopo lungo dibattito e probabilmente grazie all’elaborazione dell’interpretazione allegorica nata intorno al II sec. a.C., che vede nel poema la metafora dell’amore tra Dio e Israele in termini di matrimonio e infedeltà, un topos letterario dei libri profetici. Per il primo millennio resta questa la posizione più diffusa, sia in ambito cristiano a partire da Origene, sia in ambito ebraico con il Targum Shir Hashirim [parafrasi aramaica del Cantico], il Midrash [genere letterario di esegesi biblica] e molti commenti rabbinici.

            Il primo esegeta a interpretare il testo sia in senso letterale che allegorico è Rashi (1040- 1105); sulla sua scia si collocano Ibn Ezra (1089- 1167) e Rashbam (1085- 1158). A cavallo tra XII e XIII secolo vengono redatti due commentari dediti alla sola interpretazione letterale, in cui troviamo anche dettagli sull’intimità degli amanti. A partire dalla metà del XIII secolo questo genere di lettura viene abbandonato e prevalgono l’esegesi midrashica e l’allegoria, che troveranno ulteriore sviluppo e autorità sia nel movimento cabalistico, sia nelle interpretazioni mistiche successive.

            L’interpretazione allegorica nasce dalle necessità religiose di un milieu [ambiente] culturale e sociale ormai profondamente influenzato dal neoplatonismo e bisognoso di asserire la superiorità dell’anima sul corpo e la priorità del legame con il divino e lo spirituale rispetto a quello prettamente umano. Ma l’allegoria – che certo dobbiamo tenere in considerazione, se non altro per la vasta produzione di commenti che ha suscitato e le ricadute a livello teologico e culturale – non era nelle intenzioni dell’autore, e per lungo tempo il testo non ha sicuramente creato alcun turbamento al lettore ebreo che, seguendo l’insegnamento biblico, vedeva nell’amore fisico tra uomo e donna un’espressione nobile e una pienezza che sottolinea la diversità, la complementarità e la pari dignità di maschile e femminile.

            Possiamo in tutta serenità leggere il Cantico dei Cantici come l’incontro straordinario di un io e un tu, di maschile e femminile, in cui come scrive Piero Capelli: «Dio fa parte della scenografia, non della trama. Mentre noi, inconsapevoli e abitudinari, continuiamo a credere che “Amore è possente come Morte” sia una frasetta romantica buona per gli incarti dei cioccolatini».

Maria Teresa Milano, “Il Regno” delle donne           13 gennaio 2020

www.ilregno.it/regno-delle-donne/blog/una-donna-un-uomo-e-i-cinque-sensi-dellamore-maria-teresa-

 

Enzo Bianchi L’amore umano nel Cantico dei Cantici (11 luglio 2003)

Mentre la tradizione ebraica e la tradizione cristiana hanno preferito una lettura allegorica o tipologica del Cantico dei Cantici, come canto dell’amore di Dio verso Israele, o dell’amore di Cristo verso la sua Chiesa, o dell’amore dello Spirito Santo verso l’anima di ogni persona, Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose, pur non scartando tale lettura, vede in questo poemetto biblico – in ciò ricuperando un’intuizione di Bonhoeffer – l’esaltazione e la celebrazione dell’amore terreno.

 E’ una meditazione originale, ricca di annotazioni antropologiche, di considerazioni psicologiche, di richiami religiosi, di suggestioni provocatorie. Comunque è una meditazione di solida e rara bellezza, tenuta ad Assisi nel 1994.

Il testo – non rivisto da Enzo Bianchi e trascritto pazientemente dal nastro dalla sig. a Silvana Leli, che vivamente ringrazio – risente dell’esposizione orale, che ho preferito lasciare nella sua genuinità e spontaneità.

E ringrazio soprattutto Enzo Bianchi, che non me ne vorrà per la divulgazione di un testo scritto che rispecchia stanzialmente il testo parlato, liberamente circolante con il consenso dell’autore.

                                                www.duomocasalmaggiore.it/documenti/doc/fascicoli/fasc35.html

inoltre  www.monasterodibose.it/fondatore/articoli/articoli-su-quotidiani/6231-il-cantico-faccia-terrena-dellamore?tmpl=component&print=1&pdf=1

www.youtube.com/watch?v=LPzjGSVMEK8

 

Il Cantico dei cantici: la bellezza dell’amore umano che apre all’infinito dell’amore di Dio

L’amore, quello umano tra maschio e femmina e quello di Dio per il suo popolo, è il tema centrale del Cantico dei cantici, il testo della Bibbia ebraica attribuito al Re Salomone e costituito da 8 capitoli contenenti poemi d’amore strutturati in forma dialogica tra uomo e donna, scelto per orientare quest’anno le riflessioni della XXXI Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei celebrata in tutta Italia ieri, 16 gennaio 2020, alla vigilia della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani che si apre domani, 18 gennaio.

Nella diocesi di Roma, in particolare, ha avuto luogo nel pomeriggio un incontro alla Pontificia Università Lateranense, nell’Aula Paolo VI, gremita: sul significato profondo delle espressioni d’amore di due giovani innamorati che manifestano con particolare intensità i loro sentimenti e le loro emozioni si sono confrontati in un dialogo a due voci Riccardo Di Segni, rabbino capo della Comunità ebraica di Roma, e don Luca Mazzinghi, docente di Antico Testamento alla Pontificia Università Gregoriana. A moderare i lavori, monsignor Giuseppe Pulcinelli, biblista e responsabile diocesano per i rapporti con l’ebraismo.

«Questo testo è uno dei cinque rotoli chiamati Meghillot [rotoli] su cui la Sinagoga riflette in occasione di particolari festività liturgiche, nel caso specifico la Pasqua ebraica – ha spiegato Di Segni – ed è uno tra quelli più complessi a livello di esegesi perché sfugge a una costruzione razionale». Certo è il nucleo centrale, «quello di una donna che ama un uomo, e questo è singolare e interessante per la centralità della figura femminile che nell’espressione dei suoi sentimenti a questo livello e su questo piano primario non compare in altri passaggi del testo sacro», ha continuato il rabbino capo della Comunità ebraica di Roma. «La complessità del testo implica necessariamente la lettura allegorica del contenuto – ha affermato – e quella prevalente identifica nel rapporto tra la donna e l’uomo il legame tra Dio e il suo popolo»; ma non si tratta dell’unica chiave di lettura «poiché vi è anche chi fornisce una interpretazione filosofica ossia dell’uomo che cerca la sapienza, compiendo un’esperienza puramente intellettuale o, ancora, chi collega il testo al rapporto individuale dell’uomo con il sacro e con Dio, un’esperienza quindi propriamente personale e talvolta tormentata e drammatica», ha concluso Di Segni.

            Da parte sua Mazzinghi ha identificato «in questo gioiello della Bibbia, fatto solo di 1.250 parole, un testo polisemico che sfida i traduttori per la ricchezza e l’abbondanza di giochi di parole, assonanze e allitterazioni» laddove pare evidente che «il poeta canta attraverso i simboli l’amore umano senza mai cadere nella volgarità, non descrivendo fatti concreti ma stati d’animo». Ancora, il docente di Antico testamento, già presidente dell’Associazione biblica italiana, ha segnalato «un rapporto di continuità del testo con quello della creazione dell’uomo e della donna contenuto nel libro della Genesi»: nel Cantico dei cantici, cioè, «sarebbe presentata la condizione della coppia in un Eden ritrovato, che vive l’amore sponsale secondo il progetto divino». Infine, una sottolineatura sul tema della bellezza perché «amare l’altro componente di una coppia significa mostrare a lui o a lei tutta la sua bellezza, e il corpo si fa in tal senso strumento di rivelazione perché la bellezza dell’amato e dell’amata sono riflesso della bellezza della Creazione»; perciò «cantando la bellezza dell’amore umano, l’autore del Cantico apre agli orizzonti infiniti dell’amore di Dio».

            Ad aprire i lavori era stato il vescovo ausiliare Paolo Selvadagi, delegato per l’Ecumenismo e il dialogo interreligioso, che nel suo saluto aveva sottolineato il valore di celebrare «i rapporti attivi e millenari tra ebrei e cristiani nella città di Roma, perché occasione stimolante per fare memoria viva di chi siamo e da dove veniamo, con un atteggiamento di ascolto disinteressato come quello proposto dalle indicazioni pastorali diocesane per quest’anno». Al termine dell’incontro invece monsignor Marco Gnavi, incaricato dell’Ufficio diocesano per l’ecumenismo, il dialogo interreligioso e i nuovi culti, ha evidenziato l’importanza delle «diverse chiavi ermeneutiche» proposte dai relatori perché, sempre, «ciò che non viene compreso si fugge e ci allontana, mentre in un tempo culturale e sociale caratterizzato dalla semplificazione, è un esercizio fondamentale quello di interrogarsi e ascoltarsi insieme». Suggestivi e coinvolgenti nella loro allegria gli interventi musicali del ProgettoDavka, il gruppo guidato da Maurizio Di Veroli impegnato nella rivalutazione del patrimonio musicale della Comunità ebraica di Roma, che ha eseguito alcuni brani tipici della festa del matrimonio ebraico.

 Michela Altoviti        Romasette 17 gennaio 2020

www.romasette.it/il-cantico-dei-cantici-la-bellezza-dellamore-umano-che-apre-allinfinito-dellamore-di-dio

 

«Ci è stato dato un figlio»… maschio

Il sesso di Gesù è stato a lungo usato come giustificazione per escludere e sminuire le donne. Ma leggendo bene i Vangeli vediamo che il suo modo di essere uomo scalza alla radice la presunzione maschile di superiorità e autosufficienza. È una buona notizia che ha ancora molto da dirci.

Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio maschio. Gesù nasce dentro una storia mediocre, quella dell’Israele del suo tempo privo di patriarchi, profeti e re (cf. Mt 1,1-17), per essere il salvatore di tutti, a cominciare dai più poveri e bisognosi, fra i quali sempre – anche oggi e anche nei paesi più avanzati – le donne sono in prima fila e in maggior numero. Eppure, nonostante questa indubbia buona notizia che riguarda per primo/a proprio chi è in posizione di svantaggio, la maschilità di Gesù è stata per secoli (millenni) un motivo per rendere la buona notizia meno buona per tutte le donne, che non sono maschi come era Gesù, quindi devono rassegnarsi a essere della classe umana che gli somiglia di meno, che non lo può rappresentare e che non può indicare Dio, perché in fondo il femminile è debole, deficitario, con doti utili o persino indispensabili, ma sempre irrimediabilmente secondo.

            Il fatto che Dio si sia incarnato in un maschio fa vedere tutto questo con straordinaria evidenza, senza bisogno di aggiungere nulla. Per poi edulcorare la pillola, si dice alle donne di guardare a Maria, perché così scopriranno che anche loro hanno un riferimento importante. Certo un riferimento che non potranno mai imitare, perché nessuna sarà vergine e madre, ma comunque possono vantare questo prototipo del proprio genere che tutti ammirano nella Chiesa e che tutti ritengono superiore persino agli apostoli e ai ministri.

Gesù, la Sapienza fatta carne. Dobbiamo rassegnarci al fatto che il Vangelo riproponga questo tipo di gerarchie? Dovremo rassegnarci anche oggi, quando una tale classificazione richiama un’odiosa discriminazione che fa della Chiesa uno scandalo invece che una testimone della comunione che Dio realizza? E, se invece di rassegnarci, leggessimo meglio i Vangeli? Se non ci fermassimo al fatto che Gesù è nato maschio, ma ci chiedessimo come ha vissuto in quanto maschio? E se scoprissimo che il modo in cui lui ha voluto essere maschio fosse per le donne assolutamente liberante perché capace di segnare la fine di ogni gerarchia fra i sessi?

            In parte questo accade già nella rilettura che gli evangelisti – forse ignari della portata che questa poteva avere per la fine della gerarchia fra i sessi – fanno della vicenda di Gesù, accostandolo alla Sapienza. Lui è la Sapienza incarnata, colei che giocava con Dio e che era con lui prima della creazione del mondo e che entra nella creazione del mondo come logica di tutte le cose, che poi gli esseri umani devono scoprire e che Israele vede brillare nella Legge. Gesù è colei che imbandisce un banchetto per sfamare tutti, colei che insegna la giustizia e allontana il male.

            Forse questa rilettura degli evangelisti è stata indotta dallo stile di Gesù, attento al vissuto femminile, incapace di disprezzarlo e quindi pronto a prendere esempio da categorie femminili e da incontri con donne per comprendere come Dio agisce. Un maschio che non si sente autonomo e superiore rispetto alle sue sorelle, ma che cerca la loro compagnia, il dialogo, la fede che loro vivono.

Nessun ruolo specifico e un discepolato condiviso. Gesù è stato un maschio che non ha avuto paura di spiegare la propria opera tramite il vissuto femminile: preparare un pasto, dare il proprio corpo come cibo, dissetare con l’acqua che sgorga dal seno, travagliare per far vivere. Gesù sceglie di vivere fuori dai contesti sociali e religiosi del suo tempo, fuori dalla struttura familiare patriarcale e sessista, fuori dalla struttura religiosa (anch’essa sessista) e così può inaugurare uno stile nuovo in cui maschi e femmine possono stare insieme in forza di un discepolato condiviso (cf. Lc 8,1-3 per esempio).

Niente ruoli, niente esaltazione della verginità (mai Gesù se ne occupa) né della maternità (al contrario abbiamo la correzione da parte di lui della donna che esaltava il ruolo materno di Maria in Lc 11,27-28), niente sottomissione, niente ruoli privatistici o domestici, nessuna limitazione, nessun pregiudizio, nessun disprezzo: ogni volta che Gesù si trova davanti ad una donna, vede solo una sorella, una figlia di Abramo, una persona bisognosa di liberazione o ricca di sapienza, vede un essere umano affascinante.

Il bisogno dell’alterità per relazioni liberanti. E qui si rivela il cuore della maschilità alla quale, se proprio dobbiamo riconoscerne una, dovremmo attribuire questa specificità: l’essere attratti dalla femminilità. Intendo qui un’attrazione non primariamente sessuale, ma il fascino per quella modalità di essere umani diversa dalla propria, che i maschi non hanno e di cui (a prescindere dall’attrazione sessuale e anche dall’orientamento sessuale) dovrebbero sentire il bisogno per costruire relazioni fraterne e liberanti. Gesù ha vissuto così e le tracce del suo stile non sono facili da cancellare: anche se ben presto nella Chiesa ha ripreso vigore un altro dire e un altro fare, il Vangelo resta inesauribile fonte di buone notizie.

Davvero un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Un maschio così: finalmente.

           Simona Segoloni                          “Il regno” delle donne                    23 dicembre 2019

            www.ilregno.it/regno-delle-donne/blog/ci-e-stato-dato-un-figlio-maschio-simona-segoloni

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CENTRO INTERNAZIONALE STUDI FAMIGLIA

Newsletter CISF – n. 3, 22 gennaio 2020

Hear me now (Ascoltami, adesso). Commovente video musicale, con una musica coinvolgente [Alok e Bruno Martini, con Zeeba]              www.youtube.com/watch?v=JVpTp8IHdEg&feature=youtu.be

 É una storia che attraversa la relazione tra padre e figlio in tutte le sue fasi, fino a quando il figlio, diventato adulto, “si fa padre” del proprio genitore, ormai invecchiato e quasi in preda alla demenza. Un tema malinconico, ma pieno di speranza, in cui la memoria delle relazioni familiari è forza potente, che restituisce valore anche a chi sembra ormai “un vuoto a perdere”

http://testicanzoni.mtv.it/testi-Alok-feat.-Bruno-Martini—Zeeba_32173567/traduzione-Hear-Me-Now-63687671

Congedo di un mese ai padri? Sarebbe ora! Un commento sul sito di Famiglia Cristiana del Cisf (Pietro Boffi), che sottolinea che “[…]della proposta di allungare i tempi di congedo parentale da cinque a sei mesi, di cui uno riservato ai neo-padri (e non trasferibile alla madre), non si può che pensare bene […] in molti Paesi europei i congedi parentali riservati ai padri sono estremamente significativi: in Austria, da 2 a 4 mesi, in Germania 2 mesi (che portano il totale dei mesi pagati a 14), in Svezia il 20% del totale dei mesi previsti, (come questa proposta punta a prevedere anche per l’Italia). E sono tutti Paesi che hanno un tasso di natalità nonché un tasso di occupazione femminile decisamente superiori a quelli dell’Italia […]”

www.famigliacristiana.it/articolo/congedo-di-un-mese-ai-padri-sarebbe-ora.aspx?utm_source=newsletter&utm_medium=newsletter_cisf&utm_campaign=newsletter_cisf_22_01_2020

Diritti dei bambini. You Have the Right to Care and Protection! The Guidelines for the Alternative Care of Children in Child and Youth Friendly Language (Hai il diritto di essere curato e protetto! Linee Guida per interventi di cura alternativi per i Bambini, in un linguaggio accessibili per bambini e ragazzi). Questo agile libretto è stato realizzato da SOS Children’s Villages International, e rappresenta un interessante esempio di come rendere accessibili e comprensibili i propri diritti ai bambini, con un linguaggio semplice e adeguato all’età, anche grazie ad una forma grafica gradevole e “friendly” (disegni, testi scritti in grande, concetti chiari).                                         www.sos-childrensvillages.org

Di estremo interesse per tutti coloro che agiscono a favore dell’infanzia in difficoltà.

www.sos-childrensvillages.org/getmedia/1709ca1e-c685-43e1-a9dd-f59b0a1625f1/SOS_CHILD_RIGHTS_BOOKLET_ENGLISH.pdf

Migrant Families in Europe. Evidence from the Generations & Gender Programme (Famiglie migranti in Europa. Alcuni dati dal Programma Generazioni & Gender).

http://newsletter.sanpaolodigital.it/cisf/attachments/newscisf0320_allegato2.pdf

Questo documento raccoglie dati da diverse nazioni, da cui emerge una forte eterogeneità delle traiettorie di vita familiari delle persone migranti. Tra i messaggi chiave: “1) le traiettorie di vita familiare dei migranti sono differenti secondo le società di origine, ma vengono anche condizionate dalle politiche istituzionali e dai modelli di welfare dei paesi di destinazione […]; 2) l’integrazione dei migranti e dei loro figli è resa più difficile, anche nel lungo periodo, da fenomeni di segregazione territoriale, da scarsa conoscenza linguistica del paese di destinazione, da limitati scambi sociali con la popolazione  maggioritaria (sempre nel paese di destinazione)[…]”.

Malattie rare e fratelli. Relazioni di cura e vicinanza messe alla prova. Dare voce a migliaia di fratelli e sorelle che affrontano le problematiche legate alle Malattie Rare, spesso in completa solitudine: è questo l’obiettivo di “Rare Sibling”, progetto promosso dall’OMAR (Osservatorio Malattie Rare)

                                    www.osservatoriomalattierare.it

v   che ha portato alla nascita del volume La mia storia è quella di mio fratello. Racconti di Famiglie e di Malattie Rare, presentato a Roma qualche settimana fa e disponibile integralmente qui (pp. 100). La realtà che vivono i cosiddetti rare sibling, cioè i fratelli e le sorelle sani, è pochissimo conosciuta,

www.superando.it/files/2019/11/libro-omar-sibling.pdf

Eppure, più o meno consciamente «a loro è chiesto – o loro stessi si sentiranno in dovere – di essere più responsabili, più tolleranti, più autonomi. Una serie di “più” che possono contribuire a sviluppare delle capacità, o al contrario, tradursi in un peso “di troppo”», come ha affermato” (Ilaria Ciancaleoni Bartoli, direttore dell’OMAR).

Dalle case editrici

newsletter.sanpaolodigital.it/cisf/attachments/newscisf0320_allegatolibri.pdf

  • Il Mulino, La donna greca, Castiglioni M. P.
  • Mondadori, Come crescere bimbi gentili. Insegnare il rispetto e la gratitudine per creare una famiglia felice, Lickona T.
  • San Paolo, Vivere in coppia tra alti e bassi, Pagani A. F., Donato S.
  • Millet  Eva, Felici e imperfetti. Come smettere di fare gli ipergenitori, Longanesi, Milano, 2019, pp. 191, € 14,00

Un tempo si credeva che fossero i bambini a dover trovare il modo di divertirsi, e non i grandi al posto loro. Oggi, in un numero infinito di famiglie i bambini sono diventati il sole attorno al quale orbitano i genitori, la cui unica missione nella vita sembra essere quella di offrire il massimo possibile ai propri figli, costi quel che costi. Con le migliori intenzioni i genitori si sono trasformati in ipergenitori. I bambini hanno agende pianificate dalla mattina alla sera sin da piccolissimi, sono controllati a vista dal giorno in cui sono nati, adulati a prescindere, difesi a spada tratta sempre e comunque. Conseguenza: soffrono di scarsa tolleranza alla frustrazione, bassa resilienza e minime capacità di adattamento. In poche parole: una generazione che faticherà a vedersela da sola col mondo là fuori, perché la verità è che, piaccia o no, la vita è per tutti una corsa a ostacoli. Con rigore e una punta di ironia questo libro offre una lucida analisi delle famiglie di oggi e fornisce una serie di utili soluzioni per correre ai ripari, spiegandoci come sia indispensabile farsi da parte e smettere di iperproteggere i nostri bambini. Non dobbiamo preparare la strada per i figli, ma preparare i figli per la strada. Con amore, fermezza e buonsenso, rinunciando a essere genitori perfetti, per creare famiglie forse imperfette, ma più felici.                                   http://newsletter.sanpaolodigital.it/cisf/gennaio2020/5156/index.html

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CHIESA CATTOLICA

Con Francesco o fuori dalla Chiesa. Il duro sfogo del presidente della Cei

Lo chiama “sfogo”, ma se siamo arrivati a una simile reazione del presidente della Conferenza episcopale italiana (che è quella di cui in qualche misura fa parte il Papa in quanto vescovo di Roma), il cardinale Bassetti, che è uomo mite e attento a misurare le parole per natura e non solo per ruolo, vuol dire che il bicchiere è colmo. E così Bassetti invita chi non solo non la pensa come Papa Francesco, ma non tralascia occasione per attaccarlo o minarne l’autorità, a “fare altre scelte”.

Bassetti, incontrando i media a Perugia, in occasione dei festeggiamenti dei giornalisti per il patrono

San Francesco di Sales, non la manda a dire sui continui attacchi al Papa. “Se a qualcuno non piace questo Papa lo dica perché è libero di scegliere altre strade. Criticare va bene ma questo distruttismo no”, ha dichiarato l’arcivescovo di Perugia-Città della Pieve.

“C’è troppa gente – ha aggiunto – che parla del Papa e a qualcuno io ho detto ‘fai la scelta di evangelico, se non ti va bene la Chiesa cattolica, se è troppo stretta questa barca’. I nostri fratelli protestanti non hanno né il Papa né il vescovo, ognuno faccia le sue scelte. Scusatemi per lo sfogo ma l’obiettivo di tutti deve essere quello di cercare risposte per il bene della Chiesa e dell’umanità”.

Insomma, Bassetti contesta la deriva protestantica che sembra aver contaminato da Oltreoceano la Chiesa cattolica. I “dubbi” contro Francesco sono partiti dall’esortazione apostolica Amoris Lætitia del 2016, ma sui social cattolici di destra si è arrivati a scrivere che è marxista, comunista, persino idolatra. Gli indios portano in Vaticano una statuetta amazzonica della Pachamama e un ipercattolico austriaco la ruba e la butta nelle acque del Tevere. Il Papa parla della necessità di accogliere i migranti e lo si taccia di voler svendere l’anima della cattolicità a favore dei musulmani. Pubblica un’Enciclica sulla difesa del Creato e si risponde che il vero problema è lo scontro tra le civiltà.

Sulla pedofilia, l’ex Nunzio apostolico negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò lo accusato di aver coperto l’ex cardinale ormai spretato McCarrick e lo ha invitato pubblicamente a dimettersi. Francesco ha indetto un sinodo sulla possibilità di concedere – in casi del tutto eccezionali – il sacerdozio a uomini probi ma sposati, ed ecco che questa mossa viene vista come un cavallo di Troia per far sposare i preti (perché questa è stata la vera molla che ha innescato la dialettica polemica sui “due papi” e il libro uscito in Francia il 15 gennaio a doppia firma di Benedetto XVI e del cardinale Sarah).

Proprio questa mattina nell’udienza per l’apertura dell’anno giudiziario della Rota Romana Francesco ha ribadito che la Chiesa non può “rassegnarsi” ad essere “una Chiesa di pochi”, “non si può chiudere in un circolo di perfetti,” essere “solo lievito isolato” e un nuovo impulso alla pastorale può arrivare dalle coppie di sposi cristiani che con la loro vita testimoniano la fede. “L’azione apostolica delle parrocchie può illuminarsi della presenza di sposi”, come era nelle prime comunità cristiane, sull’esempio di Aquila e Priscilla (discepoli di San Paolo) che non erano “mai fermi, erano sempre in movimento, certamente con prole”, da come sono rappresentati nell’iconografia.       (…)

Maria Antonietta Calabrò           in “l’Huffington Post”  25 gennaio 2020

/www.huffingtonpost.it/entry/con-francesco-o-fuori-dalla-chiesa-il-duro-sfogo-del-presidente-della-cei_it_5e2c82f7c5b6d6767fd4f74f

 

Una benedettina scrive un libro sui sacerdoti. Ecco quello che succede

Nel monastero benedettino di Zarnowiec in Pomerania, Polonia, vive suor Malgorzata Borkowska, classe 1939, filosofa, filologa, teologa e scrittrice. Dopo oltre mezzo secolo di vita religiosa, nel suo libro intitolato «L’asina di Balaam» (non ancora tradotto in italiano) Suor Malgorzata sottolinea, con umorismo pungente, l’arroganza, l’ignoranza e l’incompetenza di una classe sacerdotale che si ostina a trattare con superiorità, condiscendenza, a volte anche disprezzo, le suore. Queste ultime, da parte loro, dopo aver ascoltato sermoni passivamente “come stupidi animali da soma”, rivendicano il valore della propria testimonianza e il loro ruolo attivo e innovatore come teologhe e guide spirituali.

«Per secoli le suore hanno continuato ad ascoltare sermoni, conferenze e ogni sorta di predicazione, ma lo hanno sempre fatto come stupidi animali da soma: qualunque cosa venisse detta loro, non potevano che approvarla. C’erano delle eccezioni, ma molto poche! L’assunto del predicatore medio era che, su qualsiasi questione e in ogni circostanza, era lui quello più saggio; e le religiose impararono ad accettarlo, all’inizio perché avevano bisogno che un sacerdote celebrasse per loro ed erano costrette ad accettare le sue condizioni, e in seguito semplicemente per tradizione o abitudine. Era questa la forma di umiltà che ci si attendeva da loro. Il risultato è stato (ed è) che persone con mezzo secolo di esperienza nella vita di preghiera ascoltano devotamente cose assurde predicate da ragazzini che, dopo aver dato una scorsa a un volume di Tanquerey in seminario per poi dimenticarlo una volta superato l’esame, credono di essere pienamente qualificati a insegnare a queste donne anziane; e ritengono anche che quelle donne anziane non abbiano mai sentito le stesse cose da altri…».

            È questo che ho scritto dopo cinquant’anni di vita religiosa, avendo deciso che ormai ne avevo abbastanza e che bisognava dire la verità agli officianti/predicatori, ovvero che le suore che li ascoltano sono capaci di qualche pensiero proprio. E che non sempre sono d’accordo su tutto.

            Ho proseguito citando esempi (molti dei quali comici) di questioni come: l’atteggiamento dei sacerdoti verso le suore; il loro ignorare l’essenza stessa della vita religiosa; le loro bizzarre innovazioni nella liturgia; la loro tendenza a evitare tutto ciò che è davvero importante, per esempio gli argomenti teologici, parlando invece di questioni irrilevanti; il loro gettare al vento l’intelletto e costruire la preghiera sull’emozione; il loro ignorare le norme fondamentali della crescita spirituale; e, infine, alcuni errori teologici evidenti raccolti in tanti sermoni. Sapevo, naturalmente, che il risultato non poteva che essere una sorpresa simile a quella di Balaam quando la sua asina non solo ha iniziato a parlare ma — orrore! — ha avuto l’ardire di rivelarsi più saggia di lui!

            E certamente è stato uno choc per molti, specialmente per via dell’ilarità suscitata da quelle pagine; ma non ho ricevuto bastonate sulla schiena. Alcuni lettori hanno pensato che dopo aver scritto un libro del genere la mia salvezza fosse a rischio; ma la maggior parte di loro ha tenuto per sé la propria indignazione. Tantissimi sacerdoti, invece, hanno detto che per loro era uno sprone a preparare meglio i sermoni, o che anche loro avevano pensato che ci fosse qualcosa di sbagliato riguardo ai temi menzionati, ma che non erano capaci di dirlo in tante parole. A ogni modo, a 78 anni sono diventata io stessa un predicatore, invitata a tenere conferenze e ritiri.

            Ora, vorrei chiarire una cosa: appartengo a un ordine religioso molto antico che, ritengo, è chiamato a esaminare, a ricordare e a rammentare agli altri le verità più importanti ed eterne più che i problemi dell’oggi in continuo cambiamento. Il fatto è che la moralità (che è lo strumento per risolvere i problemi) non deve essere vista come una cosa che fluttua da sola nell’aria; o cresce dalla verità teologica che le dà stabilità, oppure viene trascinata via da ogni vento che soffia. Nella vita quotidiana, tuttavia, è molto più facile parlare (e predicare) della politica o dei “temi scottanti” del giorno, oppure di quelli che vengono bellamente definiti “problemi esistenziali” (leggi: come cavarcela facendo la volontà nostra invece che quella di Dio), che di Dio e della Sua verità. Molti di quanti ascoltano vogliono sentire solo queste cose marginali; verrebbe da pensare che i predicatori sono lì per insegnare loro di meglio, ma tanti non lo fanno.

            È dunque questo il tipo di testimonianza o di evangelizzazione a cui mi dedico al momento: mostrare a questi impegnati e preoccupati signori col collarino ecclesiastico che il creato, l’universo, ha senso solo quando si cerca, sulla base delle prove scritturali, di guardarlo dall’alto, non dalla cantina. E così facendo la cantina non può che diventare un posto migliore. — Vuoi insegnare teologia ai preti, vero, asina? — Non proprio: ricordo loro che la teologia esiste. Troppi di loro si accontentano di superare gli esami e poi la dimenticano completamente, concentrandosi sulle “questioni esistenziali”. Rimangono così senza una chiave sia per quei problemi, sia per la loro vita di preghiera. La preghiera è contatto, un contatto amorevole, e come può esserci amore dove non c’è desiderio di conoscere e di comprendere il più possibile l’Amato? Non si può lasciare tutto alle semplici emozioni effimere.

            Gli chassidici [ebrei ortodossi] narrano la storia del nipote di un famoso Rebbe[maestro] che giocava a nascondino con un amico, ma quell’amico, non riuscendo a trovarlo, andò via. Il bambino va dal Rebbelamentandosi: nonno, io mi sono nascosto e lui non vuole cercare! Almeno sei in buona compagnia, risponde il Rebbe: anche Dio dice “io mi nascondo e loro non mi vogliono cercare!”. Questa asina, dunque, sta cercando di mostrare ad alcune persone che è bene risvegliare il cercatore che dorme nella loro anima. Molti lo vogliono davvero. E ascoltano avidamente le verità fondamentali di ogni esistenza: la Trinità, l’Incarnazione di Cristo… e le loro implicazioni per la nostra vita quotidiana.

            Se questo sia bene per la Chiesa, per il Mondo o per le Donne resta da vedere.

Malgorzata BorkowskaL’osservatore romanoDonne Chiesa Mondo         25 gennaio 2020         

www.osservatoreromano.va/it/news/lasina-di-balaam-ero-io

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CITAZIONI

“Sull’apertura degli sposi alla vita”. Riflessioni sull’Humanae Vitæ, in attesa del Sinodo

Nel questionario inviato alle comunità cristiane in preparazione al Sinodo del prossimo ottobre 2014 dedicato alle “Sfide pastorali sulla famiglia nel contesto dell’evangelizzazione”, un capitolo è dedicato alla “apertura degli sposi alla vita”. Il riferimento dottrinale (unico) è alla Enciclica Humanæ Vitæ di Paolo VI (25 luglio 1968).

www.vatican.va/content/paul-vi/it/encyclicals/documents/hf_p-vi_enc_25071968_humanae-vitae.html

Tutte le domande, direttamente o indirettamente, rimandano anch’esse a questo documento, a partire dalla richiesta di verificare “la reale conoscenza che i cristiani hanno dell’Humanæ Vitæ sulla paternità responsabile” e di conoscere “quale coscienza si ha della valutazione morale dei differenti metodi di regolazione delle nascite”.

Enciclica da tempo scarsamente conosciuta, è ormai pressoché ignorata dalle più giovani generazioni. L’occasione ora offerta dal questionario è tuttavia preziosa per riprendere con atteggiamento criticamente responsabile, a distanza di quasi cinquant’anni, una riflessione su temi che investono intimamente la relazione coniugale. Apparteniamo alla generazione che, dopo aver respirato intensamente e con gioia gli anni e lo spirito del Concilio, ha vissuto con disagio questo sofferto pronunciamento di Papa Montini che, pur riconoscendo, nella luce della Gaudium et Spes, il duplice significato “unitivo” e “procreativo” dell’amore coniugale (HV n.12), dichiarava “illecita” “ogni azione che si proponga, come scopo o come mezzo, di rendere impossibile la procreazione (HV n.14). Venivano quindi considerati leciti solo i mezzi “naturali”, osservando cioè la “continenza periodica” (HV n.21).

Molti sono i passaggi dell’Enciclica che si offrono oggi ad una rilettura che tenga conto dei contributi delle scienze umane in questi cinquant’anni e delle esperienze che, nel frattempo, sono andate maturando sia in ambito civile che ecclesiale. Con particolare riferimento a quest’ultimo, la comunità dei credenti non può prescindere, nello spirito della Gaudium et Spes (GS n.41) dal contributo dei laici e, per il loro compito ministeriale, dei laici sposati.

Ricordiamo, comunque, che già allora il Papa prendeva atto che si erano verificati “mutamenti tali da far sorgere questioni che la Chiesa non poteva ignorare” (HV n.1) e richiamava, tra gli altri (HV n.2), “le condizioni di lavoro e di alloggio, come pure le accresciute esigenze sia nel campo economico che in quello della educazione”, un modo nuovo “di considerare la persona della donna e il suo posto nella società”, “il valore da attribuire all’amore coniugale nel matrimonio e l’apprezzamento da dare al significato degli atti coniugali in relazione con questo amore”. Riconosceva, dunque, “il significato che le relazioni coniugali hanno per l’armonia della coppia e per la loro mutua fedeltà” (HV n.3).

Nel tempo questi “mutamenti” si sono andati ulteriormente accentuando e precisando con l’evolversi delle condizioni sociali e l’apporto delle scienze umane. Pensiamo al riconoscimento di alcuni valori fondamentali, in primo luogo la dignità di ogni persona, donne e uomini, e il diritto di ciascuno a realizzarsi nelle relazioni affettive, nel lavoro e nella vita sociale. Pensiamo alla maggior conoscenza del corpo umano e delle leggi che regolano la trasmissione della vita. Ai timidi accenni, contenuti nell’Enciclica, circa il ruolo delle “relazioni coniugali per l’armonia della coppia”, fa riscontro oggi una approfondita consapevolezza del valore relazionale in sé della sessualità e della psico-sessualità, certamente fondamentale per poter contribuire a realizzare, nel tempo, quelle dimensioni (“amore pienamente umano”, ”totale”, ”fedele ed esclusivo” e, infine, “fecondo”) che Paolo VI, mirabilmente, indicava (HV n.9) come le esigenze caratteristiche dell’amore coniugale.

Non è questa, tuttavia, la concezione che emerge da una serie di passaggi dell’Enciclica laddove il testo, nel proporre (in termini categorici) l’osservanza della “continenza periodica”, formula una serie di nette contrapposizioni. Da un lato l’esigenza di una “perfetta padronanza di sé” (?), dall’altro gli ostacoli delle “tendenze dell’istinto e delle passioni” (HV n.10); e, ancora, il “trionfo della sana libertà sulla licenza” (HV n.22) e sulla “eccitazione dei sensi” (HV n.21).

A distanza di tanti anni suona poi per lo meno priva di relazione causale la catastrofica previsione delle “gravi conseguenze dei metodi di regolazione artificiale della natalità “(HV n.17): “via larga e facile alla infedeltà coniugale e all’abbassamento generale della moralità”. Quanto poi al “timore che l’uomo, abituandosi all’uso della pratiche anticoncezionali, finisca per perdere il rispetto della donna” e “arrivi a considerarla come semplice strumento di godimento egoistico”, pensiamo che queste conseguenze nefaste appartengano a una interpretazione della sessualità in termini depravati, patologici, e siano indipendenti dall’uso dei contraccettivi.

Non possiamo riconoscerci in questa generalizzata contrapposizione. Il gioco della sessualità è anche perdersi l’uno nell’altro, capacità di integrare tenerezza con aggressività, eccitazione con razionalità, garanzia per conservare e far crescere, nei diversi modi che caratterizzano il linguaggio di ogni coppia nelle sue diverse stagioni, un amore tenero, vivace e sempre nuovo.

Riconosciamo il perdurante valore di un amore “aperto alla vita”, ma sentiamo oggi superata la sua identificazione con l’ideale proposto a tutti della “famiglia numerosa”. Non neghiamo che per alcune coppie la famiglia numerosa sia una scelta positiva e vitale, ma crediamo che l’apertura alla vita implichi una genitorialità responsabile che, nel rispetto dell’equilibrio di ogni coppia, si impegni per una crescita armoniosa della comunità familiare, con attenzione anche alle concrete situazioni, soprattutto educative, che, di volta in volta, vengono a precisarsi. E poi: “apertura alla vita “è da interpretarsi solo nel senso di una fecondità in ordine ai figli o è anche dono di sé nelle situazioni in cui la vita ci colloca al servizio dei fratelli?

Tra le considerazioni introduttive alla enunciazione dei principi dell’Enciclica, Paolo VI riconosceva che “le norme etiche finora vigenti …non possono essere osservate senza sacrifici, talvolta eroici” (HV n.3). La pastorale del matrimonio può davvero offrire agli sposi una visione della sessualità in termini di “sacrifici eroici”? Crediamo che l’amore annunciato dalla lieta novella implichi per gli sposi condivisione di emozioni, sentimenti e progetti che si sciorinano nella quotidianità, talora banale, e che anche l’effervescenza della sessualità, con i suoi improvvisi e imprevisti, renda questa quotidianità un luogo di crescita, di dono, di desiderio di fedeltà e nella fedeltà.

L’apertura alla trasmissione della vita non può significare, dunque, legare “qualsiasi atto matrimoniale “(HV n.11) ad una legge puramente biologica, non applicabile per ogni donna, né comprendiamo come si possa giustificare, in quest’ottica, la liceità del ricorso ai periodi infecondi, al rispetto dei quali subordinare “le manifestazioni di affetto, a salvaguardia della mutua fedeltà” (HV n.16).

In questo lungo arco di tempo siamo stati testimoni di numerose esperienze dolorose che oggi, alla vigilia dei due Sinodi sulla famiglia, interpellano la Chiesa perché, con atteggiamento materno e consapevole attenzione ai “segni dei tempi”, ritorni ad interrogarsi su questi temi. Siamo a conoscenza che i “metodi naturali” sono stati oggetto di approfondimento da parte di autorevoli studiosi, che ne hanno evidenziato la validità dei presupposti scientifici, e sono stati divulgati e insegnati anche nell’ambito di iniziative pastorali alle quali abbiamo partecipato. Tuttavia, anche nella nostra esperienza consultoriale, abbiamo dovuto constatare che spesso non sono applicabili: per difficoltà biologiche, per i ritmi di lavoro che non consentono un incontro spontaneo tra i coniugi, per i tanti impegni familiari che gravano sulla coppia, ecc.. Il ricorso ad essi è diventato per alcune coppie fonte di tensione e disarmonia, talora addirittura sfociate in separazioni e divorzi.

In definitiva, il tema rimanda agli interrogativi proposti dal secondo gruppo di domande del questionario e cioè al significato e al valore della “legge naturale”. Come anche questa Rivista ha osservato per altri temi di rilevanza bioetica (procreazione artificiale, transessualismo, fine vita), è necessaria, anche all’interno della nostra chiesa, una riflessione attenta ai contributi delle scienze umane e che attinga alle esperienze di chi, vivendola in prima persona, sente il dovere di contribuire costruttivamente a superare una visione puramente biologistica. Come se invocare la “legge naturale” possa ignorare il compito affidato dal Creatore alle donne e agli uomini e possa prescindere dall’apporto delle loro capacità di “coltivare” le realtà terrene, capacità che nel tempo continuamente e dinamicamente si storicizza. Proprio perché siamo chiamati ad essere “procreatori” con Dio rispetto ai figli, ci chiediamo se questo impegno non riguardi anche la capacità di partecipare all’evoluzione della creazione contribuendo con il progresso a una umanizzazione crescente e cosciente.

Nelle settimane successive alla pubblicazione della Humanæ Vitæ si era verificato un fatto nuovo nella storia della Chiesa: quasi tutte le Conferenze episcopali del mondo avevano sentito la necessità di scrivere un documento per spiegare questa Enciclica ai cristiani.

Luigi Sandri Humanae vitæ e magistero episcopale ed. Dehoniane Bologna pp 524 – 9 aprile 1969

www.amazon.it/Humanae-vitae-magistero-episcopale-Sandri/dp/8810803027

Ora la prima parte del Sinodo, che si svolgerà nel prossimo ottobre, è nuovamente affidata alle Conferenze episcopali, ma questa volta seguendo un percorso inverso: dal sensus fidelium al magistero. Ci auguriamo che esso possa ascoltare e recepire i contributi e le scelte che tante coppie, in questi anni, hanno responsabilmente assunto dinnanzi alla loro coscienza. Il Concilio (Gaudium et Spes, n.16) ha definito la coscienza “il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità”. Una ”intimità” che acquista un significato del tutto peculiare nella relazione coniugale, dove gli sposi sono i ministri del loro sacramento.

Luisa e Paolo Benciolini         Matrimonio in ascolto delle relazioni d’amore – n. 2/2014

https://rivista-matrimonio.org/images/filespdf/Articoli/Sullapertura%20degli%20sposi%20alla%20vita2-2014-Benciolini.pdf

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CITTÀ DEL VATICANO

Ratzinger, il disobbediente

Sono profondamente rattristato dalla notizia della pubblicazione di un libro in cui il dimesso papa Joseph Ratzinger e un altro importante chierico, come il cardinal Sarah, si oppongono all’attuale sommo pontefice della Chiesa, papa Francesco. Il motivo dello scontro è la questione del celibato dei preti, che, come sembra, a giudizio del papa dimesso, la Chiesa deve mantenere come obbligo necessario, sebbene i cristiani dell’Amazzonia non possano avere preti che presiedano la messa e che possano aiutare quei cristiani in questioni per le quali la stessa Chiesa richiede la presenza di un prete.

            Se è vero che il dimesso papa Joseph Ratzinger e il suo alleato Sarah vogliono opporsi all’attuale sommo pontefice per mantenere (a tutti i costi) il celibato dei preti, sia Ratzinger che coloro che sono d’accordo con lui in questa materia devono sempre considerare che la Fede e la Tradizione Secolare della Chiesa ci insegnano che il pensiero e il criterio di governo, da loro difeso, non possono opporsi al criterio fondamentale della fede e dell’unità della Chiesa, che comprende essenzialmente la comunione con il vicario di Cristo in terra, il vescovo di Roma. Ciò è stato definito dal Concilio Vaticano I come una questione di «fede divina e cattolica» (Costituzione Dei Filius, cap. 3°. 24 aprile 1870) (Denz. – Hün., n. 3011)

www.vatican.va/content/pius-ix/it/documents/constitutio-dogmatica-dei-filius-24-aprilis-1870.html

(Costituzione Pastor æternus, cap. 3 ° 18 luglio 1870), (Denz. – Hün., n. 3060).

www.vatican.va/content/pius-ix/it/documents/constitutio-dogmatica-dei-filius-24-aprilis-1870.html

Per questo è incomprensibile che chi, come il card. Ratzinger, mentre era prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha destituito tanti teologi per non essersi sottomessi incondizionatamente al magistero papale, ora si opponga a papa Francesco in merito a una questione che non influisce sulla fede della Chiesa.

            In realtà è della massima importanza tenere presente che la questione e l’obbligo del celibato ecclesiastico non sono mai stati, e non lo sono attualmente, un dogma di fede. E non è neanche un dovere universale della Chiesa. Poiché nelle Chiese Orientali l’obbligo del celibato ecclesiastico non è mai stato mantenuto e non si mantiene.

            Inoltre, l’autorità ecclesiastica dovrebbe tenere presente che nelle pagine del Nuovo Testamento, vige proprio la dottrina opposta all’attuale norma del celibato presbiterale. Secondo i Vangeli, Gesù non lo ha imposto ai suoi apostoli. San Paolo ha detto che lui, come gli altri apostoli, avevano “diritto” (“potere”, exousía) di essere accompagnati da una donna cristiana (1Cor 9,5). E nelle lettere a Timoteo e Tito si afferma che i candidati al ministero ecclesiastico, compreso l’episcopato, devono essere uomini sposati con una donna, che sappiano governare la propria famiglia, perché «chi non sa governare la propria casa, come si prenderà cura della Chiesa di Dio?» (Cf. 1 Tm 3, 2- 5.12; Tt 1,6).

            Per il resto, è noto che anche nel Concilio ecumenico di Nicea I (19 giugno al 25 luglio 325) il vescovo Pafnuzio della Tebaide superiore, celibe e venerato confessore della fede, gridò davanti all’assemblea «che non si doveva imporre questo pesante giogo sulle spalle dei chierici e dei preti, dicendo che è anche degno di onore l’atto matrimoniale, e immacolato è lo stesso matrimonio; che non recassero danno alla Chiesa esagerando in severità, perché non tutti possono sopportare l’ascesi dell’apátheia [impassibilità], da cui forse potrebbe derivare la difficoltà delle rispettive spose di conservare la castità» (Hist. Eccl. I, XI).

È evidente che i cristiani non possono essere privati dei sacramenti, in particolare dell’Eucaristia, a causa del mantenimento di una disciplina le cui origini sono state un’evidente contraddizione con ciò che il Nuovo Testamento ci insegna.

            Infine, se realmente le idee di un papa dimesso si oppongono all’unico sommo pontefice, che attualmente governa la Chiesa, questa stessa Chiesa deve interrogarsi seriamente sul significato e sulle conseguenze che può avere – e sta avendo – la presenza nello stesso Stato della Città del Vaticano di un vescovo che è stato sommo pontefice, ma che non lo è più. Poiché ciò si presta alla possibilità di parlare di “due papi” e origina situazioni di confusione e divisioni nella Chiesa, non sarebbe necessario e persino urgente che il papa dimessosi viva altrove?  

            teologo José María Castillo Religión Digital (www.religiondigital.com)13 gennaio 2020.

Traduzione Lorenzo Tommaselli   Adista Notizie n° 3             25 gennaio 2020

https://www.adista.it/articolo/62738

 

Padri e figli del Vaticano II: in dialogo con Massimo Faggioli

E’ triste vedere il vescovo emerito di Roma diventare estraneo alla sua stessa eredità conciliare”. In un articolo, breve e denso, per la rivista Commonweal (Theological Drift. Benedict’s Estrangement from Ratzinger)

 www.commonwealmagazine.org/theological-drift?fbclid=IwAR3jcJDUdAv4_3M-IK12qCUs0fHE4h8LYpoyRLTkhHrNIZKIbycX3OBf0_s),

 Massimo Faggioli riflette con cura su alcune implicazioni che il recente libro “Dal profondo del nostro cuore” – a firma di R. Sarah e di Benedetto XVI – suscita nel lettore. Il cuore della considerazione è il Concilio Vaticano II e la sua eredità problematica in J. Ratzinger. Vorrei brevemente sintetizzare la tesi di Faggioli, per poi valorizzarne ulteriormente alcuni aspetti.

 

L’estraneazione di Benedetto da Ratzinger. L’analisi di Massimo Faggioli è convincente nel mettere in luce un paradosso: nel triste libro sul celibato si propone una teoria del sacerdozio del tutto priva di riferimenti al Concilio Vaticano II, mentre J. Ratzinger è stato sicuramente uno dei “padri” del Concilio.

 Come è possibile? Faggioli illustra brevemente una “storia dell’alienazione di Benedetto dal Concilio”, le cui tappe risalgono già al 1965, poi alle esperienze del 68-69, quindi nella lunga esperienza come Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede ed infine in tre luoghi “topici” del pontificato di Benedetto XVI:

  1. Il discorso alla curia romana del 2005 sulla “ermeneutica del Concilio”,
  2.  La Prolusione di Regensburg del 2006
  3.  Il Motu Proprio “Summorum Pontificum” del 2007, fino ad arrivare al discorso al clero romano, del febbraio 2013.

Ma questo non basta. Perché gli anni dell’emeritato hanno, in qualche modo, amplificato questo “disagio” e lo hanno indirettamente collegato con le frange più estreme della reazione contro papa Francesco. In una forma difficilmente controllabile, singole affermazioni del periodo papale e nuove espressioni del periodo dell’emeritato vengono esplicitamente giocate in funzione “anti-papale”, creando una tensione che difficilmente può essere istituzionalmente controllata e orientata. E il vescovo emerito si trova così collocato, al di là delle sue intenzioni, in profondo contrasto con la Chiesa che ha contribuito ad edificare.

            I padri del Concilio e la “obbedienza filiale”. Tra le cose più penose del recente libro sul celibato c’è la ripetizione del concetto di “obbedienza filiale” che gli autori esprimono verso papa Francesco. E’ triste vedere usato il concetto di figliolanza in un modo tanto ipocrita, tanto più da parte di “padri” vescovi. E lo sgomento è ancor più forte perché essere “padri” e “figli” è, per la esperienza ecclesiale, una cosa del tutto decisiva. Qui, tuttavia, la cosa fondamentale non è che Francesco sia “padre” per Ratzinger e Sarah, o che Francesco consideri Ratzinger “come un nonno”. Fondamentale è riconoscere che diverso è il rapporto di J. Ratzinger e di J. Bergoglio nei confronti del Concilio Vaticano II.

J. Ratzinger, non lo si ripeterà mai abbastanza, è un “padre conciliare”. Lo è in una forma “anomala” – padri conciliari sono, in effetti, coloro che erano vescovi durante il Concilio, come è ancora oggi Luigi Bettazzi – ma è pur vero che J. Ratzinger è stato senza alcun dubbio uno dei teologi che ha maggiormente influito su molte decisioni conciliari. Dunque senza forzatura può essere considerato “padre”: perché legge, vive e considera il Concilio “come suo figlio”. Pertanto ne porta la responsabilità, se ne sente causa e lo vive, come è inevitabile per i padri verso i figli, anche con senso di colpa.  Addirittura questo rapporto di paternità è sembrato, in qualche caso, arrivare al “disconoscimento del figlio”, nella figura di un padre che non riconosca più il Concilio come “suo figlio” e che lo smentisce apertamente e pesantemente. Fino a ricostruire la realtà della liturgia, quella della Chiesa, quella del sacerdozio “come se il Concilio non ci fosse mai stato”, trattando il Concilio, oserei dire, “perinde ac cadaver” [nello stesso modo di un cadavere»].

Il Concilio come “padre” e il primo papa “figlio”. E’ evidente, però, che questo rapporto di paternità disconosciuta non ha potuto impedire che il Concilio, generato e diventato adulto, non diventasse a sua volta “padre” e generasse figli anche lui. Jorge Mario Bergoglio è “figlio del Concilio” anzitutto per un motivo: come tutti i figli, non porta su di sé la responsabilità dei padri. Sono i padri a sentirsi responsabili dei figli. I figli no. E sono figli proprio per questo! La differenza di date biografiche, tra Ratzinger e Bergoglio, è qui decisiva: Ratzinger nasce nel 1927 e viene ordinato presbitero nel 1951, a 24 anni; Bergoglio nasce solo 9 anni dopo, nel 1936, ma viene ordinato presbitero solo nel 1969, a 33 anni. Tra le due ordinazioni c’è quasi una generazione. In quella differenza il Concilio Vaticano II si inserisce come mediazione fondamentale. L’immaginario ecclesiale, la autocoscienza ministeriale, la valorizzazione della libertà di coscienza e la correlazione alle altre confessioni e fedi è, in Francesco, segnata “nella carne e nel sangue” dalle parole conciliari. Potremmo dire che per Bergoglio il Concilio è lingua madre vitale, mentre per Ratzinger è frutto di acuta riflessione intellettuale.

            Il Vaticano II come oggetto di “obbedienza filiale”. I padri lasciano l’eredità alle generazioni successive. Per la Chiesa in cammino, questa verità rimane decisiva. Ora, nella vicenda che stiamo considerando, dobbiamo riconoscere che ogni generazione ha le sue ragioni. Ci sono ragioni per elaborare il rimorso e ragioni per lanciarsi nell’entusiasmo. Ma il rapporto tra Benedetto XVI e Francesco non è un rapporto diretto. Giustamente, e in forma non solo affettuosa, Francesco ha chiamato il Vescovo emerito con la parola “nonno”, che non deve essere sottovalutata. Benedetto, infatti, è stato un padre del Concilio e il Concilio, come un figlio diventato adulto, ha generato Francesco. Il papa risponde, come un figlio, al Concilio e del Concilio. Questo cammino trova nell’istituto del “papa emerito” un elemento di possibile alterazione, poiché tende a “fermare la evoluzione”, che è vitale per la Chiesa. Se poi una “corte del papa emerito” favorisce una rielaborazione della tradizione, in cui i nonni ripudiano figli e nipoti, e lacerano la normale tradizione ecclesiale, allora è chiaro che un senso di tristezza avvolge tutta la vicenda e una domanda istituzionale di chiarezza diventa tanto più ragionevole. E così il figlio del Concilio, Francesco, deve ora prendersi cura del padre Vaticano II, e ne diventa in qualche modo responsabile, anche per custodirlo dalle intemperanze con cui il nonno, ma soprattutto gli amici del nonno, continuano ad assillarlo. Questa è la “obbedienza filiale” di cui abbiamo bisogno.

            Andrea Grillo             Come se non   24 gennaio 2020

www.cittadellaeditrice.com/munera/padri-e-figli-del-vaticano-ii-in-dialogo-con-massimo-faggioli

                                                    

Vino vecchio in otri nuovi

Alcuni anni fa il professor Achille Ardigò, sociologo famoso a livello internazionale e convinto cattolico, mi confidò in un viaggio da Bologna a Forlì, che nel mondo complesso e globalizzato, ormai secolarizzato, non poteva essere la Chiesa rituale capace di evangelizzare. Puntare sui riti liturgici, ripetere le stesse cose e le stesse attività di sempre, seppur adattate ai diversi ritmi e sistemi di vita, non sarebbe stata la soluzione.

Queste sue affermazioni si connettono a quelle del cardinal Martini, ricordate dal Papa recentemente, che la Chiesa è in ritardo di duecento anni.  Il Papa ha aggiunto che siamo alla fine della cristianità e in un passaggio d’epoca.

Allora, cosa significa evangelizzare oggi? Quali sono le opportunità che questo tempo offre? Certamente non serve il rimpianto dei bei tempi antichi. Ardigò proponeva una Chiesa contemplativa, capace di vedere dall’alto la storia umana e le sue esigenze e, così, fare discernimento. Nella secolarizzazione ci siamo abituati a logiche di interessi immediati. Le finalità, il senso ultimo delle cose e degli avvenimenti è dimenticato. Il presentismo e il nichilismo dei giovani, oggetto di studio di Umberto Galimberti in ben due saggi del 2007 e del 2018, nascono quando manca la risposta ai “perché”. Nell’età della tecnica e dell’economia globalizzata, “l’uomo non è più il soggetto del suo operare, ma il semplice esecutore di azioni descritte e prescritte dall’apparato tecnico, regolato dai soli criteri dell’efficienza e della produttività”. Spodestati dalla propria “soggettività creativa” si è spersonalizzati.

Alcuni, però, reagiscono cercando “di trasformare la crisi in una nuova opportunità di ridisegnare i rapporti umani, rimettendo in discussione le mappe – fisiche, mentali e sociali – trasmesse dalle precedenti generazioni”. La ricerca dei “perché” e di nuove relazioni dovrebbe vederci disponibili, senza presunzioni di avere o dare già le risposte. La contemplazione di un mistero, che mai sarà in nostro possesso, ci aprirà al discernimento e al dialogo con le persone del nostro tempo. Siamo tutti pellegrini in ricerca del senso, della verità che apre all’evangelizzazione. Noi normalmente ci rivolgiamo ai “fedeli”, ma loro non sono che una piccola parte di coloro a cui siamo inviati; anzi, dovrebbero essere con noi evangelizzatori. La nostra Diocesi sta affrontando giustamente il problema di strutture più efficaci nel territorio. Non può, però, essere solo una questione di ingegneria pastorale. Altrimenti non metteremmo vino vecchio in otri nuovi?

                                             Franco Appi direttore “Il Momento” (Forlì)   22 gennaio 2020

http://m.agensir.it/chiesa/2020/01/22/vino-vecchio-in-otri-nuovi/

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COMMISSIONE ADOZIONI INTERNAZIONALI

CAI anticipa i dati sulle adozioni internazionali 2019

In attesa della pubblicazione del report statistico annuale della CAI elaborato in collaborazione con l’Istituto degli Innocenti, la Segreteria Tecnica della CAI anticipa alcuni dati sull’anno appena chiuso. Nel corso del 2019 sono state concluse 969 procedure di adozione. Un declino del 14% rispetto all’anno precedente che concludeva con 1130 adozioni e una diminuzione del 3,4 rispetto al 2017.

Nonostante un calo generalizzato riscontrabile in quasi tutti i paesi di provenienza dei minori, alcuni paesi hanno invertito positivamente la tendenza come, per esempio, la Colombia che passa dalle 128 adozioni del 2018 alle 161 del 2019 e il Perù che conclude con 44 adozioni nel 2019 rispetto alle 24 del 2018. Si notano inoltre contenuti incrementi nei dati, per esempio, di Filippine o Ucraina.

Infine, si segnala che i decrementi che maggiormente hanno pesato sul numero complessivo di minori arrivati in Italia attraverso l’istituto dell’adozione internazionale si sono verificati in Cina, con 46 adozioni del 2019 rispetto alle 84 del 2018; nella Federazione Russa che è passata dalle 152 adozioni del 2018 alle 126 del 2019; in Bielorussia con 72 adozioni rispetto a 91 nel 2018; ed in Vietnam che ha 37 adozioni rispetto alle 54 del 2018.  

Nel corso del 2019 la Commissione ha svolto nove incontri bilaterali con le autorità dei paesi di provenienza dei minori con l’auspicio della possibile apertura di alcuni paesi all’adozione internazionale.

Notizie CAI                 22 gennaio 2020

www.commissioneadozioni.it/notizie/cai-anticipa-i-dati-sulle-adozioni-internazionali-2019

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CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

Il Comunicato finale del Consiglio Permanente

L’analisi del contesto attuale alla luce della Parola di Dio e il confronto sugli Orientamenti pastorali del prossimo quinquennio: sono stati questi i due temi principali al centro della sessione invernale del Consiglio Episcopale Permanente, riunito a Roma da lunedì 20 a mercoledì 22 gennaio 2020, sotto la guida del Cardinale Presidente, Gualtiero Bassetti, Arcivescovo di Perugia – Città della Pieve.

Nel confronto i Vescovi si sono soffermati, innanzitutto, sulla lettura delle grandi trasformazioni in atto, nelle quali vanno registrati segni significativi di nuove fioriture spirituali: un’esperienza ecclesiale che sul territorio si fa comunità di prossimità, capace d’intercettare ancora le domande di senso che abitano il cuore di ciascuno.

 Al centro di tutto la Sacra Scrittura, con la celebrazione domenica prossima (26 gennaio 2020), per volontà del Santo Padre, della prima “Domenica della Parola di Dio”: tutte le diocesi italiane aderiscono con entusiasmo alla proposta che intende “ravvivare la responsabilità che i credenti hanno nella conoscenza della Scrittura”. Da qui anche il ringraziamento ai sacerdoti, ai catechisti e alle famiglie, luogo privilegiato di trasmissione della fede.

Al Consiglio Permanente sono stati approfonditi contenuti e organizzazione dell’evento “Mediterraneo, frontiera di pace. Incontro di riflessione e spiritualità” (Bari, 19-23 febbraio 2020).

È stato, inoltre, presentato un aggiornamento e l’importante e delicato lavoro circa le attività del Servizio nazionale per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili nella Chiesa, a un anno dalla costituzione del Servizio entro la CEI e a sette mesi dall’approvazione delle Linee guida per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili.

Ai Vescovi sono stati poi indicati alcuni appuntamenti di preparazione alla prossima Settimana Sociale dei Cattolici Italiani (Taranto, 4-7 febbraio 2021).

Nel corso dei lavori sono stati illustrati modalità e tempi per la realizzazione delle relazioni quinquennali delle Commissioni Episcopali in scadenza, è stato avviato l’esame dei criteri di aggiornamento delle convenzioni per sacerdoti “fidei donum”[ i presbiteri, i diaconi e i laici diocesani che vengono inviati a realizzare un servizio temporaneo  in un territorio di missione dove già esiste una diocesi] e sacerdoti provenienti da altre nazioni in Italia e ci si è soffermati sul prossimo bando di concorso (non ancora indetto) per la copertura dei posti a ruolo degli insegnanti di religione cattolica nelle scuole primarie e secondarie.

I Vescovi, infine, hanno provveduto ad alcune nomine.

www.chiesacattolica.it/il-comunicato-finale-del-consiglio-permanente

 

Vivere il tempo della speranza

     Questo è il tempo della speranza. Su un terreno fertile il nuovo deve ancora compiersi, a volte a fatica, ma, pur nelle sue criticità, questo è senz’altro il tempo della speranza. A partire da questa certezza i membri del Consiglio permanente hanno ripreso e approfondito l’introduzione proposta dal cardinale presidente in apertura dei lavori. È stato condiviso, innanzitutto, il richiamo a riscoprire «la centralità della Parola» e «l’appartenenza alla Parola»: è il fulcro del Documento di base (Il rinnovamento della catechesi) pubblicato cinquant’anni fa – il 2 febbraio 1970 – sotto la spinta del concilio Vaticano II. Proprio come allora, anche oggi bisogna osare e scommettere sul rinnovamento, non restando imprigionati in quella che papa Francesco denuncia come la logica velenosa del «si è sempre fatto così». Rinnovarsi è anche far sentire partecipe la nostra gente di tale processo. La sinodalità, che può assumere varie declinazioni e modalità attuative – è stato ribadito –, è la strada da percorrere. L’invito, allora, è a rileggere il Documento di base alla luce della sinodalità e della missionarietà cui chiama il santo padre.

            L’analisi dei vescovi ha dato voce, poi, alle domande che salgono dai territori: sono domande di opportunità per i giovani, che soprattutto al Meridione, continuano a emigrare; sono domande di lavoro, di accesso ai servizi, di qualità ambientale, di politica attenta al bene comune. Ancora, sono domande di conoscenza di questo momento storico, fortemente caratterizzato dalla rivoluzione digitale, che influenza anche il modo di pensare. Al riguardo, i vescovi hanno chiesto di ritornare e, allo stesso tempo, ripensare il kerygma (primo annuncio) con scelte pastorali e itinerari formativi nuovi che potrebbero avere un ritorno positivo sugli stili di vita. «È compito della catechesi – si legge nel Documento di base – aiutare i fedeli a interpretare i segni dei tempi alla luce del Vangelo, in modo adatto a ciascuna generazione, così che essi possano rispondere ai perenni interrogativi dell’uomo» (n. 129).

        Ritornano le parole del Santo Padre alla Curia romana in occasione del Natale: «Quella che stiamo vivendo non è semplicemente un’epoca di cambiamenti, ma è un cambiamento di epoca. Siamo, dunque, in uno di quei momenti nei quali i cambiamenti non sono più lineari, bensì epocali; costituiscono delle scelte che trasformano velocemente il modo di vivere, di relazionarsi, di comunicare ed elaborare il pensiero, di rapportarsi tra le generazioni umane e di comprendere e di vivere la fede e la scienza».

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2019/december/documents/papa-francesco_20191221_curia-romana.html

     A tal proposito, il Consiglio permanente ha sottolineato il valore antropologico del mutamento in atto, con la richiesta conseguente di un impegno maggiore a sentirsi portatori della speranza evangelica di fronte alle grandi sfide. Altresì, ha registrato la fatica diffusa nel comprendere, come dice il papa, che «non siamo più in un regime di cristianità». Da qui una serie di interrogativi: che cosa è venuto meno?  Quali sono i criteri antropologici su cui innestare un nuovo modo di pensare? Che cosa si può e si deve fare in forza del Vangelo? Come trasmettere la fede oggi?

     I vescovi sono convinti che, nonostante tutto, nella coscienza individuale di non poche persone sia in atto una nuova fioritura spirituale; anzi la realtà di tante esperienze parrocchiali, associazioni, movimenti e un gioioso e fattivo annuncio di laici e di tantissimi sacerdoti, donano un orizzonte e uno sguardo pieno di speranza. E se le domande fondamentali restano, diventa ancora più importante coglierle e rispondere con comunità fedeli al Vangelo e alla propria vocazione.

     È essenziale non puntare tanto sul piano organizzativo quanto sulla testimonianza, proponendo anche la riscoperta di figure profetiche della storia ecclesiale e sociale del paese. Davanti a questi fenomeni epocali, in cui sembra messo in discussione il concetto stesso di umanità, i vescovi rafforzano il loro impegno di prossimità verso i propri sacerdoti, una vicinanza autentica e non formale, un legame che è lievito di fraternità, perché non si sentano schiacciati dalle polarizzazioni che impediscono di guardare al futuro con fiducia. È vitale e decisivo il discernimento compiuto con loro, accanto a loro e tra di loro. Questa prospettiva potrebbe essere una grande opportunità per accompagnare il cambiamento di epoca non in maniera depressiva e traumatica. Anche questa è la ministerialità della Chiesa da vivere in comunione e unità. Condividere la gioia del Vangelo

                 I lavori del Consiglio permanente si sono concentrati sull’esame della bozza degli Orientamenti pastorali per il quinquennio 2020-2025. A fare da sfondo al testo è l’esortazione apostolica Evangelii gaudium di papa Francesco: accogliere e condividere la gioia del Vangelo è il dono e la missione da vivere nella comunione della Chiesa.

www.vatican.va/content/francesco/it/apost_exhortations/documents/papa-francesco_esortazione-ap_20131124_evangelii-gaudium.html

Per comprendere meglio e realizzare tale vocazione, i vescovi intendono «intercettare» attese e sfide che oggi interpellano il paese riguardo alla «buona notizia» della gioia offerta agli uomini in Cristo; vogliono poi accostare l’annuncio con la parola e con la vita, testimoniando la gioia della fraternità; infine, intendono essere collaboratori della gioia di tutti. L’incontro con il Vangelo, infatti, arricchisce reciprocamente e vede i credenti portare il loro contributo nell’ambito della cultura e della cittadinanza, sostenuti da quell’impegno educativo – al centro di questo decennio – tutt’altro che finito.

     Alla base c’è un’esperienza di Chiesa che sul territorio si fa comunità di prossimità, luogo di crescita spirituale, capace di intercettare le domande di senso che abitano il cuore di ciascuno. Nel confronto è emersa la necessità di una maggiore lettura del contesto odierno – che resta segnato da individualismo e secolarismo diffusi – in grado di recuperare tematiche sociali ed ecclesiali mai marginali. Pensiamo a fine vita, tutela della salute, carità, unità pastorali, questione ecologica, migranti. Un supporto culturale, in tal senso, potrebbe giungere dall’Istituto Toniolo e dall’Università Cattolica del Sacro Cuore che nel biennio 2020-2021 compiono cento anni.

                 I vescovi hanno sottolineato anche il cammino compiuto dalla Chiesa in Italia dal dopo-Concilio a oggi, con l’invito a «riprenderne il filo» e a «rivalorizzarne le tappe». Gli Orientamenti – è stato detto – ruotino attorno ad alcune scelte prioritarie, con sinteticità e incisività. Soprattutto, è decisivo l’uso di un linguaggio narrativo, che tenga conto dei destinatari del documento. È necessario poi trovare strumenti e metodi per «graffiare» la realtà, coinvolgere maggiormente laici e religiosi e offrire prospettive comuni che sostengano il cammino delle diocesi, con l’offerta di proposte e percorsi pastorali.

                 Gli Orientamenti, chiamati a intercettare i principali appuntamenti che la Chiesa italiana vivrà nei prossimi mesi – Incontro del Mediterraneo (Bari, 19-23 febbraio 2020), Settimane sociali (Taranto, 4-7 febbraio 2021) e Congresso eucaristico (Matera, 16-19 settembre 2021) –, potranno dar vita nel percorso ad appuntamenti regionali, anche in preparazione al Giubileo del 2025. Rimane la prospettiva di un convenire a livello nazionale per una verifica e un «innesto» di tematiche nuove.

            La discussione continuerà nelle Conferenze episcopali regionali e nella sessione primaverile del Consiglio permanente, per arrivare a dedicarvi l’Assemblea generale che si terrà a Roma dal 18 al 21 maggio 2020. I vescovi ne hanno formulato il tema: «Condividere la gioia del Vangelo». Nel fare questa scelta, che concerne la discussione degli Orientamenti così da consentirne la pubblicazione nei mesi successivi, s’intende ripartire con gioia dall’annuncio della gioia del Vangelo e dalla volontà d’interrogarsi sulle azioni per portarlo avanti con uno stile di fraternità e sinodalità, inteso quale metodo di riforma della Chiesa e di modalità di presenza al mondo.

     Nel corso dei lavori del Consiglio permanente sono stati approfonditi contenuti e organizzazione dell’Incontro di riflessione e spiritualità per la pace nel Mediterraneo (Bari, 19-23 febbraio 2020). L’evento – dal carattere fortemente simbolico – riunisce 60 rappresentanti delle Chiese di 20 paesi che si affacciano sul Mare Nostrum; la presenza del santo padre, domenica 23 febbraio, rafforzerà la fraternità tra i vescovi, nella condivisione di gioie e fatiche che vivono i popoli del «grande lago di Tiberiade», secondo la definizione di Giorgio La Pira. Nel dibattito che ne ha arricchito la presentazione, è stata condivisa l’opportunità di questa iniziativa che, secondo le parole del cardinale presidente nell’introduzione, «cade in un momento di crisi»: «La guerra, in più punti del Mediterraneo, è l’esito di scelte miopi e interessate, dalle quali non sono estranee nuove logiche coloniali, avanzate dalle grandi potenze». Per questo, è stato detto, l’incontro impegna a recuperare le radici culturali che hanno innervato la storia del Mediterraneo e dell’Europa. Ne nasce la responsabilità di uno sguardo profetico, che aiuti a leggere questa opportunità di confronto e condivisione come «un piccolo segno dei tempi», per osare la pace e fondarla sul diritto, la giustizia sociale, la riconciliazione, la salvaguardia del creato.

     Le giornate di Bari – che vedono coinvolta la diocesi nel cammino di preparazione e organizzazione – saranno impostate su un approfondito e fraterno scambio su due grandi tematiche specifiche, per verificare fino a che punto ci sono visioni e valutazioni condivise per un necessario discernimento evangelico, per creare maggiori legami tra le Chiese, dando impulso all’evangelizzazione e contribuendo alla pace e alla giustizia nei diversi paesi. L’intento è arrivare a mettere a fuoco proposte concrete e fattive. In vista di questo appuntamento è stato chiesto alle madri superiore dei monasteri d’Italia e alle loro Comunità di accompagnare spiritualmente la preparazione e la realizzazione dell’incontro. Medesimo coinvolgimento è affidato alle parrocchie, a tutte le comunità di vita consacrata, alle associazioni e ai movimenti.

Tutela dei minori e operatività del Servizio nazionale.      A un anno dalla nascita del Servizio nazionale per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili nella Chiesa, il Consiglio permanente si è soffermato sull’attività svolta in questi dodici mesi. In particolare si è evidenziato che, dopo l’approvazione in Assemblea generale (maggio 2019) e la pubblicazione delle nuove Linee guida della CEI (giugno 2019), sono stati compiuti passi rilevanti. Tra questi, si è sottolineata la costituzione per ogni Regione ecclesiastica di un «Servizio regionale per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili», con la nomina di un vescovo incaricato per la tutela dei minori e di un coordinatore regionale. Si sta inoltre avviando (!!!) al completamento la rete dei referenti diocesani o interdiocesani, sul territorio con la conseguente costituzione di un Servizio diocesano (o interdiocesano).

            Entro maggio verrà comunicata l’avvenuta attivazione di questo strumento alla Nunziatura, secondo le indicazioni del motu proprio Vos estis lux mundi. Nel mese di marzo sono inoltre in programma tre raduni nazionali (Roma, Milano e Napoli) per incontrare i referenti diocesani e fornire indicazioni operative unitarie circa la messa in pratica delle Linee guida e l’inizio del lavoro di prevenzione, affinché le prassi di questo organismo entrino in maniera omogenea nella pastorale ordinaria. Tutto questo s’inserisce in un percorso di rinnovamento integrale che vede la partecipazione convinta e attiva di tutti i membri della Chiesa italiana e che si traduce in un cambiamento autentico di sguardo, a partire dall’ascolto e dall’accoglienza delle vittime, ora poste al centro. Intanto il Servizio nazionale sta predisponendo strumenti operativi allegati alle Linee guida da utilizzare per l’informazione e la formazione (in vista della prevenzione) sia degli stessi referenti diocesani, sia di tutti gli altri operatori pastorali.

Verso la Settimana sociale di Taranto.      Il cammino di preparazione verso la Settimana sociale di Taranto (4-7 febbraio 2021) è entrato nel vivo con la recente pubblicazione dei Lineamenta, ossia le linee di preparazione a un appuntamento che, già nel titolo, si presenta come di grande attualità: «Il pianeta che speriamo. Ambiente, lavoro, futuro. #tuttoèconnesso». Questo evento – è stato evidenziato – non deve restare isolato: a tal fine si è chiesto un coinvolgimento dei territori – regioni e diocesi –, puntando ad ascoltare e valorizzare soprattutto i giovani e a identificare le buone pratiche presenti sul territorio.

Questo permetterà di giungere a Taranto a partire da esperienze concrete che possono aiutare alla soluzione dei molteplici problemi ambientali presenti nel paese. Tre, è stato ricordato, i momenti nazionali di avvicinamento, con obiettivi differenziati: ad Assisi, dal 19 al 20 giugno 2020, saranno coinvolti giovani che svilupperanno i contenuti dell’incontro promosso dal santo padre «Economy of Francesco» (Assisi, 26-28 marzo 2020) in rapporto alla situazione italiana; a Lamezia Terme, nel settembre 2020, saranno sensibilizzate le Chiese del Sud, ponendo l’attenzione ai drammi aperti nel territorio e alle prospettive per contribuire alla loro soluzione; a Verona, nel novembre 2020, all’interno del Festival della dottrina sociale della Chiesa, saranno chiamate particolarmente le Chiese del Nord ad approfondire il tema del rapporto tra azienda, economia e cura della casa comune. Nel confronto sui contenuti i vescovi hanno sottolineato la centralità dell’ecologia integrale (cf. Laudato si’), in grado di comporre i diversi aspetti della crisi antropologica contemporanea, nonché di portare i cattolici a entrare in dialogo con tutti riguardo alla casa comune. L’auspicio è che questa Settimana sociale possa essere un’opportunità per crescere nell’annuncio della gioia del Vangelo a tutti, secondo il magistero di papa Francesco, ascoltando il grido della terra e il grido dei poveri.

      Commissioni episcopali. (…)        Sacerdoti e catechisti. (…)     Comunicazioni. (…)

     Appuntamenti. Ai vescovi è stato presentato il seminario nazionale «Educare ancora, educare sempre», promosso a Roma, dal 19 al 21 marzo 2020, dalla Commissione episcopale per l’educazione cattolica, la scuola e l’università. Mentre la Chiesa italiana sta per iniziare un nuovo tratto di cammino, alla luce dei prossimi Orientamenti, prosegue la riflessione sull’attualità della sfida educativa e la condivisione di una riflessione che porti a proseguire l’impegno comune in questo imprescindibile ambito.

Il Regno Documenti n. 3/2020, pag. 74

www.ilregno.it/documenti/2020/3/prima-gli-orientamenti-cei-consiglio-permanente-sessione-invernale-20-22-gennaio-2020

 

Mons. Sigismondi: le “passioni” e le “tentazioni” di preti e vescovi

Neanche i ministri ordinati sono esenti dalle “passioni” e dalle “tentazioni”, benché siano qualificati dalla “lex orandi” come “peccatori fiduciosi” e “servi premurosi”. Parte da qui mons. Gualtiero Sigismondi, vescovo di Foligno, presidente della Commissione episcopale per il clero e la vita consacrata e assistente ecclesiastico generale dell’Azione Cattolica Italiana, per parlare di “Passioni del prete, tentazioni di un vescovo”, come recita il titolo del suo ultimo libro, pubblicato dall’Ave.

“Se l’infedeltà di un prete si annida nell’attesa ansiosa di una promozione, quella di un vescovo si cela nella subdola pretesa di un trasferimento imminente”, sostiene il presule, che non usa mezze misure: “L’investimento di grazia che abilita a salire all’altare di Dio non sopporta il ‘collasso spirituale’ della mediocrità, ‘terreno di coltura’ del clericalismo, che interpreta il ministero ordinato come un potere da esercitare piuttosto che come un servizio gratuito e generoso da offrire”, come non si stanca di ripetere Papa Francesco. Fedeli, umili, mansueti, docili, zelanti, gli aggettivi che si attagliano meglio a preti e vescovi, chiamati in primo luogo ad essere “servi integerrimi, che rifuggono dalle ambiguità, dai compromessi, dai sotterfugi, lasciandosi guidare in ogni cosa dalla rettitudine di intenzioni”.

“È premuroso – scrive Sigismondi sulla scorta di Bergoglio – quel servo la cui autorevolezza, che raccoglie la stima di tutti, gli deriva dalla capacità di vigilare su se stesso, di sfidare la tendenza all’inerzia, l’inclinazione allo scetticismo, la comoda scelta della passività o, al contrario, dell’attivismo”.

            Alla malinconia di chi “cerca i propri interessi, non quelli di Cristo”, deve contrapporsi quella malinconia buona di cui parla Romano Guardini, citando Soren Kierkegaard, “espressione del fatto che siamo creature limitate e tuttavia viviamo, per così dire, porta a porta con Dio”.

            “La Chiesa non ha bisogno di ministri di culto a tempo determinato e responsabilità limitata, ma di ‘discepoli-missionari’ più appassionati e più affiatati, che non ricusano di praticare le opere di misericordia pastorale, di cui non esiste un elenco completo, ma una lista da compilare”.

È l’identikit da cui deriva l’identità più profonda del sacerdote, declinata da Sigismondi attraverso una serie di esigenti imperativi: “Accogliere, custodire e meditare la parola di Dio, senza temere di svegliare e di precedere l’aurora avanti al tabernacolo. Salire sull’altare e all’ambone sena disertare il confessionale, non solo come ministri del perdono, ma anche come penitenti. Uscire dalla sagrestia verso il sagrato, raggiungendo i crocicchi delle strade, senza rimanere all’ombra della torre campanaria. Visitare le famiglie assiduamente, senza indugio, amplificando il suono a distesa delle campane con lo squillo dei campanelli delle case. Passare dai corsi ai percorsi di fede, opera pastorale d’importanza strategica, senza rinunciare a combattere la ‘febbre degli eventi’. Lasciare ai poveri il compito di dettare l’agenda, senza tirarsi indietro, poiché l’attenzione agli ultimi è il ‘termometro’ della carità pastorale. Promuovere la vita comune e fraterna, senza ridurla a una coincidenza di interessi egoistici e senza escludere a priori la comunione dei beni”.

Condire il tutto con l’olio prezioso della fraternità sacerdotale, l’avvertenza che da sfondo. Molto dettagliata la parte finale del volume, dedicata allo “scrutinio” delle tentazioni nel servizio episcopale: “La dignità dell’episcopato, come non sopporta il culto della personalità, che fa del vescovo un funzionario, un avventizio, un migratore, un burocrate di passaggio, così non tollera il lamento permanente di chi, compulsivamente, controlla il polso e misura la febbre della comunità che gli è affidata”.

M. Michela Nicolais AgenziaSIR 18 gennaio 2020

https://agensir.it/chiesa/2020/01/18/mons-sigismondi-le-passioni-e-le-tentazioni-di-preti-e-vescovi

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CONGRESSI-CONVEGNI–SEMINARI

Ufficio Nazionale per la pastorale della famiglia

Corso di Alta Formazione: San Martino di Castrozza, 12-26 luglio 2020

Sono aperte le iscrizioni al Corso di Alta Formazione in consulenza familiare con Specializzazione Pastorale in collaborazione con l’istituto Ecclesia Mater della Pontificia Università Lateranense e La Confederazione dei Consultori di Ispirazione cristiana e per chi si iscrive entro il 31/03/2020 sconto del 10%

scaricare il dépliant dettagliato del triennio

https://famiglia.chiesacattolica.it/wp-content/uploads/sites/23/2019/11/29/opuscolo-2020-def.pdf

Il Corso di Alta Formazione in Consulenza Familiare con Specializzazione Pastorale, si svolgerà nella prossima estate dal 12 al 26 luglio 2020 a San Martino di Castrozza (TN). Al percorso triennale sono già iscritti 130 studenti tra famiglie, sacerdoti e religiosi/e provenienti da tante diocesi Italiane. Per facilitare la fruibilità del Corso, i laboratori sono distribuiti su tutto il territorio nazionale.

https://famiglia.chiesacattolica.it/corso-di-alta-formazione-2020

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CONFEDERAZIONE ITALIANA DEI CONSULTORI FAMILIARI di ISPIRAZIONE CRISTIANA

Elezioni Confederazione Italiana Consultori Familiari di Ispirazione Cristiana

In un clima di profondo cordoglio per l’improvvisa scomparsa del Presidente Nazionale don Edoardo Algeri, ma anche di serena e calorosa propositività, si è tenuta a Roma, il 25 Gennaio 2020, l’Assemblea Elettiva della Confederazione Italiana dei Consultori Familiari di Ispirazione Cristiana per eleggere il nuovo Consiglio Direttivo che guiderà i consultori italiani per i prossimi quattro anni.

Eletta presidente, all’unanimità, la prof.ssa Livia Cadei, docente di Pedagogia generale e sociale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia – Milano, si è proceduto all’elezione degli altri otto membri, fra i quali durante il primo incontro prossimo saranno assegnate le cariche di Vice presidente, Segretario e Tesoriere. Gli eletti sono: Agata Pisana, Paola Paolini, Donato Rausa, Sandro Spagli, Marina Brustia, Dino Verdolin, Ireneo Mascheroni, Bruno Aiello.

 Eletti per acclamazione i Presidenti delle Commissioni: il prof. Domenico Simeone per la Commissione Scientifica, l’avv. Raffaele Cananzi per la Commissione Giuridica, l’ing. Antonio Adorno per la Commissione Organizzativa.

Designati Revisori dei conti Giannino Zanfisi e – in qualità di supplenti dell’organo di controllo – Francesco Allegretta e Giuseppe Grieco; come Probiviri Giuseppe Iazzetta, Pantaleo Nestola e Roberto Pennisi. Tante le iniziative già in corso e tante quelle che verranno, al servizio della persona, della famiglia e della comunità. A tutti un fervoroso augurio di buon lavoro.

 

A margine dell’assemblea confederale elettiva nella CFC spira vento nuovo

Il 25 gennaio 2020 scorso, attraverso i presidenti delle Federazioni regionali e i delegati da esse designati erano rappresentati tutti gli oltre 200 Consultori di ispirazione cristiana dislocati in ogni parte d’Italia.

Erano convenuti a Roma quali componenti dell’Assemblea confederale, il massimo organo della Confederazione italiana dei consultori familiari di ispirazione cristiana (CFC) chiamati a rinnovare per elezione gli organi societari. Un appuntamento che per detta incombenza finora, e da quando quarant’anni fa questo sodalizio è sorto, era triennale ma che da ora in avanti, per recente modifica statutaria sarà quadriennale.

Questa volta, però, il raduno appariva gravido di incognite perché c’era da individuare ed eleggere il successore di Don Edoardo Algeri il quale aveva assolto la carica di presidente con eccezionale e forse irripetibile abnegazione, competenza e stile innervati da quel suo innato e prorompente spirito di umanità valso a creare un innovativo clima di condivisione e fraternità che aveva superato il tasso già elevato delle precedenti stagioni. Se ci fosse stato lui, lui sarebbe succeduto a se stesso. È fin troppo ovvio. Ma lui non c’era. Il Signore gli aveva anticipato il posto in Paradiso chiamandoselo a Sé il 2 agosto 2019 scorso quando ancora erano forti e vigorose le sue energie di prete di undici lustri.  Per noi umani, non essendoci dato di scrutare i disegni di Dio, la costernazione ha saputo di schianto per così prematura e improvvisa chiamata che, lasciandoci lì per lì increduli e smarriti, ci orbava tutto d’un tratto di una presenza talmente avvolgente d’aver marcato ciascuno di noi, membri uscenti dei rinnovandi organi, del suo segno.

Lui non c’era. E tuttavia la sua figura ha aleggiato da principio alla fine sui lavori di quel consesso stando al costante richiamo alla sua persona nei vari interventi avvicendatisi e al clima armonico che si è respirato sin dal primo momento, da quando cioè il Consiglio direttivo è stato unanime nel decidere che, per assicurare la linea di continuità di un’azione rivelatasi proficua e lungimirante, sarebbe stato  opportuno che la compagine dirigenziale desse la disponibilità ad essere confermata ancora per una tornata e però con innesti di elementi nuovi volti a prendere  le redini della  Confederazione  da  qui  a  quattro   anni   allorquando  la  normativa  statutaria imporrà un rinnovamento quasi radicale. Tutto si è svolto secondo tale indirizzo che trova rispecchio nei risultati finali.

È indice di compattezza e di condivisione il fatto che l’Assemblea abbia conferito la carica di presidente per acclamazione a Livia Cadei, ordinaria di pedagogia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore nonché presidente della Felceaf (la rete dei Consultori della Lombardia) e, analogamente per acclamazione, abbia eletto i presidenti delle Commissioni scientifica, giuridica e organizzativa, rispettivamente nelle persone di: Domenico Simeone, ordinario di pedagogia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore e già presidente della CFC; Raffaele Cananzi, avvocato di Romana Rota e di Cassazione; Antonio Adorno, ingegnere e già componente della Consulta di pastorale familiare della CEI. Parimenti per acclamazione ha eletto componenti del Collegio dei probiviri: Giuseppe Iazzetta, presidente della Federazione Campania; Leo Nestola, presidente della Federazione Lazio; Roberto Pennisi, presidente del Consultorio di Reggio Calabria.

Dalle votazioni sono risultati eletti a comporre il Consiglio direttivo: Bruno Aiello di Castellammare di Stabia (NA); Marina Brustia di Novara; Ireneo Mascheroni di Bergamo; Paola Paolini di Ortona (CH); Agata Pisana di Ragusa; Donato Rausa di Maglie (LE); Sandro Spagli di San Miniato (PI); Dino Verdolin di Legnago (VR). Come Revisori dei conti sono stati designati: Giannino Zanfisi, presidente; Francesco Allegretta e Giuseppe Grieco, membri supplenti. 

Trovando luce e ispirazione nell’adamantina testimonianza resa dall’infaticabile Don Edoardo Algeri, la CFC si avvia così a scrivere altre pagine della sua storia a servizio della Famiglia che, sebbene esposta alla insidie della società sempre più secolarizzata in cui siamo immersi, è e resta cellula primigenia e fondamentale dell’umano consorzio. Attenderà alla sua missione con la generosità e la competenza di tanti operatori, prestando assoluta fedeltà alla Chiesa bisognevole di ripartire idealmente dalle sue origini lì dove – come sottolinea Papa Francesco – “fu spoglia di ogni umano potere, fu povera, fu umile, fu pia, fu oppressa, fu eroica” (cfr Allocuzione alla Romana Rota, sabato 25 gennaio 2020).

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2020/january/documents/papa-francesco_20200125_rota-romana.html

                                                                                            Raffaele Cananzi

https://www.cfc-italia.it/cfc20/index.php/news-nazionali/49-nella-cfc-spira-vento-nuovo

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CONSULTORI FAMILIARI CATTOLICI

Ancona. In coppia con me. Incontri per single

Questo corso nasce dall’idea di porre maggiore attenzione alla condizione dei single, che spesso non vengono visti come una mono-unità familiare. Gli obiettivi generali degli incontri sono accompagnare la persona alla consapevolezza della propria individualità; favorire il sostegno per il superamento del senso di isolamento che si può provare in questa precisa realtà; stimolare le risorse interne di ciascun partecipante e favorire la messa in discussione dei propri schemi di riferimento interno che ci orientano nella relazione; agevolare il confronto e favorire l’ascolto dell’altro; riflettere sulla differenza fra “essere soli” e “sentirsi soli”.

Gli incontri sono rivolti a tutti i single interessati a guardarsi con occhi diversi. Si affronteranno temi che favoriranno il confronto sul dualismo dipendenza/indipendenza, sulla paura del rifiuto, sulla conquista e sulla voglia di rimettersi in gioco.

Lo status di sigle può andare da una condizione subita ad una di libera scelta; ognuno potrà contribuire attraverso il racconto della propria esperienza. Infine si favorirà la riflessione e lo scambio di idee su “come sto nella mia condizione”, come mi sento e quali sono le risorse che attivo, esplorarsi ed essere creativi.

www.consultoriofamiliareancona.it/2020/01/29/in-coppia-con-me-incontri-per-single

 

Carpi. L’Associazione Camilla Pio ha costituito nel febbraio scorso il consultorio

 “Si è avvertita la necessità – spiega il presidente dell’Associazione, don Carlo Bellini – di aumentare nella Diocesi di Carpi la cura nei confronti delle famiglie a fronte di realtà di disagio e di sofferenza che oggi, purtroppo, emergono sempre più. Basti pensare alla ‘tenuta’ della coppia e alla gestione di eventuali conflitti, alle tematiche della genitorialità e dell’educazione dei figli. Una questione non certo secondaria – aggiunge – è legata alla crisi economica, alla difficoltà di trovare un lavoro, che fa sì che molte problematiche siano difficilmente affrontabili perché richiedono un intervento di tipo specialistico non sostenibile dal punto di vista dei costi”.

Particolarmente significativa l’intitolazione alla Beata Camilla Pio di Savoia, fondatrice del monastero delle Clarisse di Carpi, non solo o non tanto in riferimento alla sua biografia, ma per ciò che la sua eredità spirituale evoca. “Il parlatorio delle monache carpigiane ha rappresentato e rappresenta tuttora una sorta di consultorio familiare. Quante persone lungo i secoli, in particolare madri di famiglia, hanno confidato in questo luogo i loro dolori e le loro difficoltà, ricevendo un consiglio, una parola di speranza, la promessa di una preghiera. Un sostegno di tipo spirituale, la preghiera, che, insieme a quello ‘tecnico’, l’Associazione intende valorizzare”. (…)

Questo, naturalmente, amplia la gamma di soluzioni che si possono mettere in campo”. Se è vero che l’Associazione si adopera per “curare le cose che non vanno”, e dunque sull’emergenza, tuttavia, secondo le linee indicate dalla Confederazione dei consultori, “è necessario insistere sull’aspetto educativo e preventivo – sottolinea il presidente -.

Per questo, l’Associazione si sta attivando anche per intervenire in quelle situazioni che ancora non sono giunte al punto di rottura. Si pensi al rapporto di coppia, a quando gli sposi riconoscono di avere bisogno dell’aiuto di un professionista per poter ‘risollevare’ la propria vita insieme. Un’attività – conclude – sempre e comunque sostenuta dalla volontà di offrire ascolto e di ‘farsi’ carico delle sofferenze del prossimo”.

https://diocesicarpi.it/wd-annuario-enti/associazione-camilla-pio-16144

 

San Benedetto del Tronto. Formazione, incontri per gli operatori

Con l’incontro del 15 gennaio 2020 tenuto dal dr Ezio Aceti, è iniziato il percorso formativo per gli operatori del Centro Famiglia. Il tema trattato è stato: “La comunicazione patologica all’interno della coppia”. Il percorso formativo continuerà con altri due incontri:

  • 27 marzo: “Cosa donare ad un figlio” tenuto dal dr Vincenzo Luciani
  • 3 aprile: “Bambini figli di coppie in disagio educativo e relazionale” tenuto dalla dr Stefania Cagliani

Il Consultorio Familiare Centro Famiglia è una associazione di volontari costituitasi nel 1978, nato non solo come consultorio, ma come struttura che offre consulenza familiare, sociale, pedagogica, psicologica, medica, legale, morale, finanziaria e attività di formazione.

Vi opera una équipe di specialisti e di consulenti esperti e qualificati nei diversi campi. Si riceve su appuntamento, contattando la segreteria negli orari di apertura.

            Il Centro Famiglia è iscritto al Registro Regionale delle associazioni di volontariato e alla Federazione Italiana dei Consultori di ispirazione cristiana.

www.centrofamigliasbt.com

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CONSULTORI FAMILIARI UCIPEM

Cremona Incontro sull’utilizzo dei videogiochi

Il Consultorio Ucipem di Cremona propone a febbraio alcuni incontri per genitori, insegnanti, educatori, nonni e coloro che, relazionandosi con i ragazzi, intendono approfondire alcuni aspetti dell’utilizzo dei videogiochi da parte dei giovani e del ruolo degli adulti che li accompagnano nella crescita.

Gli incontri si svolgeranno in gruppo e la riflessione e il confronto saranno guidati dallo psicologo Luca Soregaroli e la psicoterapeuta

Fonte: TeleRadio Cremona Cittanova

www.ucipemcremona.it/

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COPPIA

Cronaca di coppia

 “Coniugi”, “uniti dallo stesso giogo”, così si affronta meglio il peso della vita e per questo il legislatore ha fornito delle indicazioni come un navigatore, in particolare negli articoli 143, 144 e 147 codice civile letti durante il rito del matrimonio.

Lo psicologo e psicoterapeuta Massimo Borgioni afferma: “Tutti i rapporti affettivi conoscono fasi di crisi che spesso corrispondono ai mutamenti inevitabili connessi con il ciclo di vita. La relazione amorosa fra adulti va incontro a diversi tipi di criticità: il declino della fase di innamoramento ed il passaggio verso una dimensione più matura e stabilizzata del rapporto, la convivenza, la nascita dei figli, le trasformazioni personali e fisiche, l’eventuale cambiamento del ruolo lavorativo di uno o entrambi i partner, infine le esperienze di separazione e di perdita.

Inevitabilmente queste fasi di passaggio impattano sulla coppia e, quanto più il rapporto è percepito come sicuro, tanto più è probabile che i coniugi siano capaci di attingere a diverse strategie di coping (una serie di azioni o il processo di pensiero applicati per far fronte a un problema o, comunque, a una situazione stressante), potendo, quindi, superare le crisi e trarre elementi di crescita come individui e come coppia”.

            La coppia non può nascere da un colpo di fulmine ma deve (o dovrebbe) nascere sulla base di una conoscenza e consapevolezza, innanzitutto di sé. Solo così si può auspicare e maturare il “coping” (da “cope”, farcela, affrontare) in situazioni di difficoltà. Partire da false premesse in una relazione sentimentale è falsare le promesse, innanzitutto con se stessi. Alla luce del ciclo vitale sempre più breve e insidioso della coppia coniugale sarebbe opportuno condividere e concordare, a titolo preventivo, alla luce degli articoli 143 e 144 codice civile, le modalità di coping della coppia come autotraining [tecnica di rilassamento].

            Anche gli esperti Edoardo e Chiara Vian (che si occupano di coppie in difficoltà) parlano delle tappe del ciclo vitale di una coppia: “[…] tappa del ciclo vitale di due giovani che stanno formando la propria «membrana di coppia», cioè quella nuova identità che non li caratterizza più socialmente come figli ma come compagni e prossimamente come coniugi. Questa giovane coppia ha, appunto, come primo obiettivo del proprio tempo di vita quello di plasmare una «membrana» sufficientemente spessa da non far entrare nella propria relazione troppi elementi estranei, ma anche sufficientemente permeabile, in modo da permettere un’interazione della coppia con elementi sani della realtà, rendendola di fatto sufficientemente aperta. Per permettere il costituirsi di questa semipermeabilità i due giovani dovranno trovare delle nuove distanze con le proprie origini, quindi con i propri genitori. Non troppo lontani per non rischiare di perdere quella trasmissione di sapere e di affetto che i propri genitori continuano a garantire, ma neppure troppo vicini rischiando un’intrusività che non permetta alla coppia di formare una nuova e originale famiglia che mescoli il meglio delle due stirpi con spazi di creatività”.

            La vita di coppia non si può affrettare né improvvisare. Va costruita come una casa su solide fondamenta di piano in piano, va preparata come una missione spaziale con misurazioni, distanze e prove, va articolata come un viaggio intorno al mondo con bagagli e quanto strettamente necessario. Occorre concordare le tappe e le mete salienti, tra cui dove andare ad abitare. Anche il rapporto con le famiglie di origine va costruito e concordato perché rispetto a esse non ci si deve né incistare né incuneare. Lo stesso mangiare insieme e ritrovarsi con i genitori (o con gli amici dell’uno o dell’altra) non deve essere oggetto di compromessi o di calendarizzazione. Dalla lettura dell’articolo 144 codice civile, ove si parla dell’indirizzo concordato della vita familiare, emerge come la “famiglia” sia un’entità altra e superiore rispetto ai singoli coniugi.

            Gli esperti Vian aggiungono: “Vivere accanto alla famiglia d’origine non è mai un bene per una giovane coppia che, soprattutto agli inizi del proprio percorso, deve costruirsi una nuova identità”. L’articolo 144 codice civile è rubricato “Indirizzo della vita familiare e residenza della famiglia” e il 1° comma prevede che “I coniugi concordano tra loro l’indirizzo della vita familiare e fissano la residenza della famiglia secondo le esigenze di entrambi e quelle preminenti della famiglia”, perché è importante anche la scelta dell’indirizzo civico ai fini dell’indirizzo della vita di e in famiglia e cogliere la differenza tra il concordare e l’accordarsi.

            Concordare è volgere lo sguardo verso lo stesso punto e, anche se uno dei due dovesse rallentare il passo, l’altro sa come muoversi e verso dove andare per aspettare l’altro e farsi raggiungere perché alla base vi è la concordia, lo stesso cuore, e non un accordo tra due che erano contrapposti.

            Nella vita di coppia, di tanto in tanto, bisognerebbe fare un’analisi di controllo per esaminare come va, anziché lasciarsi andare alla prima difficoltà e gettare alle ortiche quello che c’è stato e potrebbe esserci ancora.

            Proprio nei momenti di crisi di coppia bisognerebbe girarsi e chiedersi che cosa si sia fatto o meno perché ci si è persi di vista e si è presa un’altra direzione.

            Lungo il marciapiede della vita è necessario fermarsi, esprimere le proprie emozioni e riprendere con una nuova carica lasciandosi tutto e tutti alle spalle.

            Amarsi è anche accompagnarsi e aspettarsi sino al prossimo ritorno, in ogni situazione. Coppia, coniugio: continuare ad abbracciarsi, a sentirsi e mantenersi uniti, nonostante i cambiamenti, oltre i turbamenti, negli essenziali ed esistenziali momenti.

            Amore vero: mettere radici profonde e seguire insieme anche i percorsi più impervi. Le fiabe delle storie d’amore con lieto fine cominciano col “c’era”: tempo verbale imperfetto che indica il divenire, le azioni incompiute da realizzare ancora. È il tempo verbale passato più bello perché lascia il tutto indefinito. Tempo di vita che si può concretizzare se ci si crede in due, se si fa in due.

La vita di coppia, in particolare della coppia coniugale, è un progetto e non un programma, e il legislatore, in special modo con la riforma del diritto di famiglia del 1975 (legge n. 151 del 19 maggio 1975), ha fornito la “legenda” del progetto da personalizzare con gli articoli 143, 144 e 147 cod. civ..

             Coppia: sfidare i tempi, ogni tempo, con le proprie differenze, avvicinandosi e armonizzandosi andandosi incontro l’un l’altro, ma senza appiattirsi o addirittura annientarsi pur di andare incontro all’altro. Vita coniugale è unificazione di intenti e non uniformazione di modi di intendere. È comunione, non “con-fusione”.

            È questo il senso degli articoli 143 e 144 codice civile e delle parole introdotte dalla riforma del diritto di famiglia del 1975, tra cui “assistenza morale” e “secondo le esigenze di entrambi” (espressione con significati diversi rispetto ad altre sinonime che si usano nel linguaggio comune): farsi sentire dentro dall’altro e sentire quello che viene da dentro dall’altro.

Margherita Mazario   Filo diritto      17 gennaio 2020

www.filodiritto.com/cronaca-di-coppia?utm_source=newsletter-apr&utm_medium=email&utm_campaign=Newsletter

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DALLA NAVATA

III Domenica del tempo ordinario – Anno A – 26 gennaio 2020

Isaia                      09, 01. Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse.

Salmo                   26, 14. Spera nel Signore, sii forte, si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore.

1 Corìnzi             01, 17. Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunciare il Vangelo, non con sapienza di parola, perché non venga resa vana la croce di Cristo

Matteo                04, 23. Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.

 

Il Signore è qui, ma riusciamo a distrarci

     Giovanni è stato arrestato, tace la grande voce del Giordano, ma si alza una voce libera sul lago di Galilea. Esce allo scoperto, senza paura, un imprudente giovane rabbi, solo, e va ad affrontare confini, nella meticcia Galilea, crogiolo delle genti, quasi Siria, quasi Libano, regione quasi perduta per la fede. Cominciò a predicare e a dire: convertitevi perché il regno dei cieli è vicino. Siamo davanti al messaggio generativo del Vangelo. La bella notizia non è “convertitevi”, la parola nuova e potente sta in quel piccolo termine “è vicino”: il regno è vicino, e non lontano; il cielo è vicino e non perduto; Dio è vicino, è qui, e non al di là delle stelle. C’è polline divino nel mondo. Ci sei immerso. Dio è venuto, forza di vicinanza dei cuori, “forza di coesione degli atomi, forza di attrazione delle costellazioni” (Turoldo).

     Cos’è questa passione di vicinanza nuova e antica che corre nel mondo? Altro non è che l’amore, che si esprime in tutta la potenza e varietà del suo fuoco. «L’amore è passione di unirsi all’amato» (Tommaso d’Aquino) passione di vicinanza, passione di comunione immensa: di Dio con l’umanità, di Adamo con Eva, della madre verso il figlio, dell’amico verso l’amico, delle stelle con le altre stelle. Convertitevi allora significa: accorgetevi! Giratevi verso la luce, perché la luce è già qui.

     La notizia bellissima è questa: Dio è all’opera, qui tra le colline e il lago, per le strade di Cafarnao e di Betsaida, per guarire la tristezza e il disamore del mondo. E ogni strada del mondo è Galilea. Noi invece camminiamo distratti e calpestiamo tesori, passiamo accanto a gioielli e non ce ne accorgiamo. Il Vangelo di Matteo parla di «regno dei cieli», che è come dire «regno di Dio»: ed è la terra come Dio lo sogna; il progetto di una nuova architettura del mondo e dei rapporti umani; una storia finalmente libera da inganno e da violenza; una luce dentro, una forza che penetra la trama segreta della storia, che circola nelle cose, che non sta ferma, che sospinge verso l’alto, come il lievito, come il seme. La vita che riparte. E Dio dentro.

     Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli che gettavano le reti in mare. Gesù cammina, ma non vuole farlo da solo, ha bisogno di uomini e anche di donne che gli siano vicini (Luca 8,1-3), che mostrino il volto bello, fiero e luminoso del regno e della sua forza di comunione. E li chiama ad osare, ad essere un po’ folli, come lui. Passa per tutta la Galilea uno che è il guaritore dell’uomo. Passa uno che sa reincantare la vita. E dietro gli vanno uomini e donne senza doti particolari, e dietro gli andiamo anche noi, annunciatori piccoli affinché grande sia solo l’annuncio. Terra nuova, lungo il mare di Galilea. E qui sopra di noi, un cielo nuovo. Quel rabbi mi mette a disposizione un tesoro, di vita e di amore, un tesoro che non inganna, che non delude.

     Lo ascolto e sento che la felicità non è una chimera, è possibile, anzi è vicina.

Padre Ermes Ronchi OSM

www.cercoiltuovolto.it/vangelo-della-domenica/commento-al-vangelo-del-26-gennaio-2020-p-ermes-ronchi

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DIACONATO

Perché il tema del diaconato è centrale nella Chiesa

Domande e risposte su uno degli argomenti che accende il dibattito ecclesiastico

Che cos’è il diaconato?

È un grado dell’Ordine sacro nella gerarchia cattolica. Gli altri due, superiori, sono il presbiterato (i preti) e l’episcopato (i vescovi).

            Ma i diaconi sono sacerdoti?

No. Come è precisato nel Catechismo, “il termine sacerdos – sacerdote – designa i vescovi e i presbiteri, ma non i diaconi”.

Esiste un unico tipo di diaconi?

No. Possono essere di transizione (diaconato transeunte) se sono in un percorso di seminario che poi li porterà al sacerdozio. Oppure permanenti, che intendono restare solo diaconi e non ricevere l’ordinazione sacerdotale.

            Qual è il compito del diacono?

«Il servizio ai vescovi, che comprende la collaborazione con i preti. Il Concilio Vaticano II lo ha sintetizzato nella triade “liturgia, predicazione e carità”. Il diacono può “amministrare il battesimo”, distribuire l’Eucaristia (la Comunione), presiedere altre liturgie non eucaristiche come matrimoni, funerali, adorazioni o benedizioni.

Può celebrare la messa?

No.

Deve essere celibe?

Il candidato al diaconato transeunte sì. I permanenti, invece, possono essere ordinati sia tra i battezzati celibi, sia tra coloro che sono già sposati. Se però sono celibi, dopo l’ordinazione non possono più sposarsi.

Perché nella Chiesa si parla molto di diaconi in questo periodo?

Perché al recente Sinodo per l’Amazzonia, regione in cui “molte comunità ecclesiali hanno enormi difficoltà di accesso all’Eucaristia” per la scarsità di preti in territori vastissimi, i vescovi hanno formulato la richiesta al Papa di valutare la possibilità di “ordinare sacerdoti uomini idonei e riconosciuti dalla comunità, che abbiano un diaconato permanente e ricevano una formazione adeguata”. Potranno avere una famiglia “legittimamente costituita e stabile, per sostenere la comunità cristiana nelle zone più remote”.

            E perché ci sono molte polemiche su questa eventualità?

Perché per i più conservatori i preti sposati in Amazzonia possono diventare il grimaldello con cui spalancare le porte ai preti sposati in tutto il mondo. E per i tradizionalisti questo è il grande incubo: ritengono il celibato dei preti “indispensabile”.

            Quando si saprà qualcosa?

Nelle prossime settimane, quando papa Francesco pubblicherà il documento post sinodale in cui potrebbe comunicare la sua decisione.

Domenico Agasso Jr   Vatican Insider          25 gennaio 2020

www.lastampa.it/vatican-insider/it/2020/01/25/news/perche-il-tema-del-diaconato-e-centrale-nella-chiesa-1.38380842

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DIRITTI UMANI

Quali sono i diritti dell’uomo

Quali sono i diritti umani riconosciuti dal diritto internazionale?

Il progresso dell’uomo sul nostro pianeta è evidente anche nell’affermazione, lenta e, talvolta, contraddittoria, dei cosiddetti diritti umani. Si tratta di quei diritti fondamentali che, paradossalmente, sono stati gli ultimi, in ordine di tempo, ad essere riconosciuti come diritti appartenenti ad ogni donna e uomo semplicemente perché venuti al mondo. Il perno di questi diritti è innanzitutto la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo adottata dalle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948 a Parigi (a quel tempo, le Nazioni Unite, di cui l’Italia non faceva ancora parte, erano costituite da 58 Paesi ed a favore della Dichiarazione votarono in 48).

La Dichiarazione si compone di un preambolo e di 30 articoli nei quali vengono enunciati in forma solenne i diritti civili, politici, economici, sociali e culturali spettanti a tutti i membri della famiglia umana senza distinzione alcuna. La Dichiarazione è in sostanza un ideale comune che tutti i popoli e tutte le nazioni sono chiamati a raggiungere. La stessa Dichiarazione, a tale fine, rivolge un pressante invito ad ogni individuo e ad ogni organo istituzionale e sociale affinché si impegnino a promuovere il rispetto dei diritti e delle libertà in essa enunciati per garantirne il rispetto ed il riconoscimento in ogni angolo della Terra. Precisiamo che i diritti contenuti nella Dichiarazione costituiscono parte del diritto internazionale generale che vincola tutte le nazioni del pianeta. Nell’articolo che segue esamineremo in dettaglio quali sono i diritti dell’uomo individuandoli puntualmente e descrivendone il contenuto secondo ciò che la Dichiarazione universale ha fissato.

Quali sono i diritti umani civili e politici?

L’elencazione dei diritti e delle libertà umane fondamentali contenuta nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo è la seguente:

  • La libertà e l’uguaglianza di tutti gli esseri umani fin dalla nascita con l’invito ad essi rivolto, ad agire in uno spirito di fraternità vicendevole (articolo 1);
  • Il diritto di tutti gli esseri umani di valersi di tutti i diritti e di tutte le libertà proclamate nella dichiarazione, senza alcuna distinzione di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, d’opinione politica e di qualsiasi altra opinione, d’origine nazionale o sociale (articolo 2);
  • Il diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della persona (articolo 3);
  • Il diritto di non essere tenuto in schiavitù né in servitù che sono proibiti in tutte le forme (articolo 4);
  • Il diritto di non essere sottoposti a tortura né a pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti (art.5);
  • Il diritto al riconoscimento della propria personalità giuridica (articolo 6);
  • L’uguaglianza di tutti di fronte alla legge ed il diritto di tutti – senza distinzione – ad un’eguale protezione contro qualsiasi discriminazione (articolo 7);
  • Il diritto ad un ricorso effettivo davanti alla giustizia nazionale contro atti che violano i diritti fondamentali riconosciuti dalla Costituzione o dalla legge (articolo 8);
  • Il diritto a non essere arrestato, detenuto o esiliato senza alcuna motivazione (articolo 9);
  • Il diritto di ogni persona a che la propria causa sia ascoltata equamente e pubblicamente da un tribunale indipendente e imparziale, che deciderà sia dei suoi diritti e dei suoi obblighi (articolo 10);
  • Il diritto alla presunzione di innocenza di ogni persona accusata di un reato fino a che la sua colpevolezza sia stata legalmente accertata nel corso di un processo pubblico, in cui tutte le garanzie difensive siano state assicurate (articolo 11);
  • Il diritto a non essere condannati per azioni o omissioni, che al momento in cui sono state commesse non costituiscono reato in base al diritto nazionale o internazionale ed il diritto a non subire alcuna pena più pesante di quella in vigore al momento in cui il reato è stato commesso (articolo 11);
  • Il diritto a non subire ingerenze arbitrarie nella propria vita privata, nella propria famiglia, nel proprio domicilio o nella propria corrispondenza (articolo 12);
  • Il diritto di circolare liberamente e di scegliere la propria residenza entro i confini di uno Stato; il diritto di lasciare qualsiasi paese, compreso il proprio, e di ritornare nel proprio paese (articolo 13);
  • Il diritto di cercare asilo e di beneficiare dell’esilio in altri paesi in caso di persecuzioni (articolo 14);
  • Il diritto ad una nazionalità; il diritto a non essere privato arbitrariamente della propria nazionalità né del diritto di cambiare nazionalità (articolo 15);
  • Il diritto di sposarsi e di fondare una famiglia una volta raggiunta l’età adatta senza restrizione di sorta per ciò che riguarda la razza, la nazionalità o la religione (articolo 16);
  • Uomo e donna hanno pari diritti riguardo al matrimonio, durante il matrimonio e al momento del suo scioglimento (articolo 16);
  • Il diritto della famiglia alla protezione da parte della società e dello Stato (articolo 16);
  • Il diritto di ogni persona e di ogni collettività alla proprietà e a non esserne privato in modo arbitrario (articolo 17);
  • Il diritto alla libertà di cambiare religione, di manifestare la propria religione o convinzione da soli o in comune, in pubblico o in privato (articolo 18);
  • Il diritto alla libertà d’opinione e d’espressione e quello di cercare, ricevere e diffondere con qualunque mezzo di espressione, senza considerazione di frontiere, le informazioni e le idee (articolo 19);
  • Il diritto alla libertà di riunione e di associazione pacifica (articolo 20);
  • Il diritto di partecipare alla direzione degli affari pubblici del proprio paese, sia direttamente, sia attraverso rappresentanti liberamente eletti e di accedere, in condizioni di uguaglianza, alle cariche pubbliche del proprio paese (articolo 21);
  • Il diritto alla libertà d’opinione vale in ogni parte del mondo e nessuna legge di nessun paese (occidentale, mediorientale o africano) può comprimerlo

La Dichiarazione universale dei diritti umani è un atto delle Nazioni Unite

Quali sono i diritti umani sociali ed economici?

La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo contempla anche i diritti umani fondamentali in materia sociale ed economica. Eccone l’elenco:

  • Il diritto alla sicurezza sociale e di ottenere la realizzazione dei diritti economici, sociali e culturali indispensabili alla sua dignità e al libero sviluppo della propria personalità (articolo 22);
  • il diritto al lavoro, alla libera scelta del proprio lavoro, a condizioni eque e soddisfacenti di lavoro, alla protezione contro la disoccupazione, ad un salario uguale per lavoro uguale, ad una remunerazione equa e soddisfacente, che assicuri al lavoratore ed alla sua famiglia un’esistenza conforme alla dignità umana e integrata, se opportuno, da ogni altro mezzo di protezione sociale, di fondare con altri dei sindacati e affiliarsi a dei sindacati per la difesa dei propri interessi (articolo 23);
  • Il diritto al riposo e allo svago (articolo 24);
  • il diritto ad un livello di vita sufficiente ad assicurare la salute e il benessere proprio e della propria famiglia, in particolare per quanto concerne l’alimentazione, l’abbigliamento, l’alloggio, le cure mediche e i servizi sociali necessari; il diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, di malattia, d’invalidità, di vedovanza, o negli altri casi di perdita dei propri mezzi di sussistenza in seguito a circostanze indipendenti dalla propria volontà; il diritto della protezione della maternità e dell’infanzia ed il diritto dei bambini, nati sia nel matrimonio sia fuori del matrimonio, di godere della stessa protezione sociale (articolo 25);
  • Il diritto alla educazione gratuita, almeno per quanto riguarda l’insegnamento elementare e fondamentale; il diritto di poter accedere agli studi superiori, in piena uguaglianza, in base ai meriti; il diritto a ricevere un’educazione che deve mirare al pieno sviluppo della personalità umana e al rafforzamento del rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali; il diritto dei genitori di scegliere il genere di educazione da impartire ai loro figli (articolo 26);
  • Il diritto di partecipare liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico e ai benefici che ne risultano; il diritto alla protezione degli interessi morali e materiali derivanti da ogni produzione scientifica, letteraria o artistica di cui ognuno sia autore (articolo 27);
  • Il diritto a che, sul piano sociale e su quello internazionale, regni un ordine tale che i diritti e le libertà enunciate nella presente Dichiarazione possano trovarvi pieno sviluppo (articolo 28).

    La Dichiarazione universale dei diritti umani riconosce il diritto allo svago

Angelo Forte  La legge per tutti        17 gennaio 2020

www.laleggepertutti.it/351762_quali-sono-i-diritti-delluomo

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FORUM ASSOCIAZIONI FAMILIARI

Governo, De Palo: “assegno unico-universale, c’è reale volontà di farlo? Chiediamo segnale

“L’ultimo, ennesimo dato Istat reso noto oggi conferma che la famiglia italiana ormai si regge sempre più sulla pensione dei nonni. Dopo aver ascoltato in campagna elettorale e poi in sessione di bilancio promesse ed endorsement [sostegno esplicito a favore di qualcuno o qualcosa, che viene dato con una dichiarazione ufficiale ai media.] da parte di vari esponenti del Governo sulla certezza che dal 2021 partirà l’assegno unico-universale, alla luce di questi dati e in vista del futuro vertice di maggioranza chiediamo: lo farete? Sappiamo bene che i fondi, volendolo, ci sarebbero già. Potete darci un segnale inequivocabile su quello che intendete fare concretamente per rendere realtà questa misura di giustizia e di futuro per le famiglie, ma prima ancora per il Paese? O, in tempo di reperimento di risorse per il cantiere del taglio delle tasse, finirà anche stavolta che l’anno buono per la famiglia è inesorabilmente il prossimo?”

 Così il presidente nazionale del Forum delle associazioni familiari, Gigi De Palo.

Comunicato    15 gennaio 2020

www.forumfamiglie.org/2020/01/15/governo-de-palo-assegno-unico-universale-ce-reale-volonta-di-farlo-chiediamo-segnale-inequivocabile-che-partira-entro-il-2021/

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GENITORI

Privacy, reputazione e crisi familiare

Il fatto. Un minore, utilizzando la chat [chiaccherata, tramite telecomunicazione] istantanea di whatsapp [applicazione informatica di messaggistica istantanea], minacciava una sua coetanea con messaggi continui tanto da generarle uno stato di ansia e di preoccupazione e indurla di conseguenza a modificare le sue abitudini di vita.

Le osservazioni dei giudici. Premesso che l’uso di internet [rete di telecomunicazione] e degli strumenti di comunicazione è sempre più diffuso tra gli adolescenti al fine di acquisire notizie ed esprimere opinioni, allo stesso tempo noti sono anche i pericoli cui sono esposti i minori a causa di un uso non corretto degli stessi. Se infatti è vero da un lato che il minore attraverso l’uso dei social [rete sociale] esercita il proprio diritto all’informazione e alla comunicazione, tutelato dall’art. 11 della carta dei diritti fondamentali dell’UE e dalla Corte costituzionale che sancisce il diritto a manifestare liberamente il proprio pensiero, è anche vero che tale diritto va contemperato con la tutela della dignità del minore di età.

 A tal proposito, osservano i giudici del merito, è intervenuta anche la Cassazione (Corte di Cassazione, terza Sezione civile, decisione n. 19069, 5 settembre 2006) che ha affermato la necessità di tutela del minore nel cyberspazio [L’insieme delle risorse informatiche e dei siti web che possono essere visitati simultaneamente], facendo riferimento all’art. 16 conv. New York che sancisce il diritto del minore a non subire interferenze arbitrarie o illegali nella propria vita privata, corrispondenza o domicilio, e altresì a non subire lesioni alla sua reputazione e al suo onore.

www.personaedanno.it/dA/f77f1d54eb/allegato/AA_004721_resource1_orig.doc

 Pertanto, anche di fronte eventuali diritti costituzionalmente garantiti, quali l’informazione e la libertà di espressione, tutelare il minore nell’uso della rete telematica è un obiettivo prioritario indipendentemente dalle competenze digitali maturate.

Vigilanza dei genitori. Riguardo la responsabilità genitoriale, visti i pericoli connessi all’utilizzo della rete telematica, i genitori sono tenuti ad educare i minori al corretto utilizzo di tali mezzi di comunicazione mediante una limitazione sia quantitativa che qualitativa all’accesso e condivisione di contenuti.

            Pertanto, l’anomalo utilizzo degli strumenti telematici potrebbe essere sintomatico di una scarsa vigilanza ed educazione da parte dei genitori, i quali, sono tenuti a garantire un’educazione consona alle proprie condizioni socio-economiche e, ad adempiere un’attività di verifica e controllo sul sano sviluppo psicofisico del minore.

            Alla luce di tali osservazioni il Tribunale conclude stabilendo che nel caso di specie l’anomala condotta attuata dal minore, avuto riguardo anche alla pericolosità del mezzo utilizzato per perpetrarla, hanno reso necessaria un’attività di monitoraggio e supporto del giovane e della madre al fine di verificare le effettive capacità educative e di vigilanza da parte della stessa.

Redazione Scientifica il familiarista  7 dicembre 2019

http://ilfamiliarista.it/articoli/news/il-genitore-deve-vigilare-ed-educare-il-minore-al-corretto-utilizzo-di-whatsapp?utm_source=MAILUP&utm_medium=newsletter&utm_campaign=FAM_standard_08_Gennaio_2020

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GOVERNO

Ricostituito l’Osservatorio sulla Famiglia, con la guida di Chiara Giaccardi

Family Act, Piano nazionale sulla famiglia, Quarta Conferenza Nazionale sulla famiglia: questi alcuni compiti che attendono il nuovo Osservatorio, ricostituito oggi dalla ministra Bonetti.

Sarà Chiara Giaccardi a dirigere il Comitato tecnico-scientifico dell’Osservatorio nazionale sulla famiglia, organismo di supporto per l’elaborazione delle politiche nazionali per la famiglia ricostituito quest’oggi dalla ministra Elena Bonetti.

Il Comitato tecnico-scientifico dell’Osservatorio che sarà in carica per i prossimi tre anni è composto, oltre che dalla professoressa Giaccardi e dal capo del Dipartimento per le politiche della famiglia, il consigliere Ilaria Antonini, dai seguenti esperti: dott. Gianluigi De Palo, prof.ssa Paola Profeta, prof. Alessandro Rosina, dott.ssa Linda Laura Sabbadini, prof. Andrea Simoncini. L’Osservatorio precedente si era riunito l’ultima volta nel mese di febbraio 2018.

«La ricostituzione dell’Osservatorio – spiega la Ministra Bonetti – si inserisce a pieno titolo nella progettualità per le famiglie che stiamo costruendo con il Family Act, cui il Comitato potrà dare un contributo importante.

Ci attende anche la stesura del Piano nazionale sulla famiglia, che definirà le modalità per l’indizione e lo svolgimento della Quarta Conferenza Nazionale sulla famiglia. Questo ulteriore passo si compie nella Giornata internazionale dell’educazione: è l’occasione per richiamare l’attenzione sulla responsabilità educativa, che nella famiglia trova il suo primo luogo di esercizio e che deve chiamarci come Paese ad un comune impegno».

«Ringrazio la ministra Bonetti per avermi confermato come membro del Comitato tecnico-scientifico dell’Osservatorio», commenta il presidente nazionale del Forum delle associazioni familiari, Gigi De Palo. «Questioni come la discriminazione fiscale delle famiglie e la crescente denatalità vanno affrontate seriamente per il presente e il futuro del Paese. Per questo, spero che quest’Osservatorio diventi un pungolo per tutta la politica. La famiglia non è un tema, ma “il” tema fondamentale dell’agenda nazionale. Auspico che il lavoro che ci accingiamo a svolgere possa evidenziarlo, favorendo la costruzione di politiche familiari finalmente eque ed efficaci. È ora di rimboccarci, tutti insieme, le maniche per dare alle famiglie e ai figli il futuro che meritano»

Redazione                   Vita.it  24 gennaio 2020

www.vita.it/it/article/2020/01/24/ricostituito-losservatorio-sulla-famiglia-con-la-guida-di-chiara-giacc/153878

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MATRIMONIO

Matrimonio: pro e contro

No, non sarà il solito articolo sui pro e contro del matrimonio in cui si cederà ai luoghi comuni, alle lusinghe della vita da single, all’eterna giovinezza e alla possibilità di poter viaggiare il mondo senza il rischio di dover un giorno pagare un assegno di mantenimento; né si dirà che fare una famiglia è bello perché ti consente di avere una famiglia unita nella buona e nella cattiva sorte, una spalla su cui appoggiarti durante la vecchiaia, una persona che ti conosce sin da quando eri giovane. No, questo articolo sarà dedicato ai pro e contro del matrimonio sotto l’aspetto legale. Valuteremo così i vantaggi che può offrire una convivenza rispetto al tradizionale matrimonio e li confronteremo con gli aspetti negativi, invece, che questa può comportare soprattutto in termini di tutela.

  1. Vantaggi del matrimonio. Anche dopo la famosa legge Cirinnà che ha regolamentato le coppie di fatto, il legislatore ha mantenuto un atteggiamento più benevolo nei confronti delle coppie unite da matrimonio, accordando a queste maggiori diritti. Ciò è alla base della scelta di molte coppie di sposarsi. Cerchiamo di vedere quali sono allora i vantaggi del matrimonio.
  • Paternità dei figli. Rispetto a una convivenza, il matrimonio fa sì che eventuali figli abbiano già un padre certo, salvo ovviamente un successivo disconoscimento della paternità (che comunque non può intervenire oltre cinque anni dalla nascita del bambino). Al contrario, i figli delle coppie di fatto devono essere riconosciuti dal padre. Non che questi si possa sottrarre: è, infatti, un obbligo – e non una semplice facoltà – riconoscere come proprio il figlio avuto da una donna, ma se questi non lo fa spontaneamente bisogna ricorrere a una causa e, in quel caso, chiedere l’accertamento del Dna. In più, all’atto della nascita, senza che ci sia bisogno di un formale riconoscimento, il figlio acquisisce in automatico il cognome del padre.
  • Proprietà e gestione dei beni comuni. Durante un’unione, è normale che si acquistino oggetti e immobili per il bene della famiglia. Con il matrimonio, la coppia entra automaticamente nel regime della comunione dei beni (salvo opti, al momento delle nozze o anche dopo, per la separazione dei beni). Questo significa che tutto ciò che viene comprato durante il matrimonio, a prescindere da chi sostenga materialmente la spesa, appartiene al 50% ad entrambi i coniugi. Marito e moglie ne sono, quindi, comproprietari. Non rientrano nella comunione solo ciò che deriva da donazioni, successioni, beni acquistati prima del matrimonio o anche quelli comprati dopo, purché personali o necessari all’esercizio del proprio lavoro. Invece, nella convivenza, è necessario firmare un apposito patto di convivenza, che funziona un po’ come un contratto, con cui i due partner decidono di regolare i propri aspetti patrimoniali.
  • Separazione. In caso di separazione, il coniuge con un reddito più basso è garantito da un assegno di mantenimento e, dopo il divorzio, da un assegno divorzile. Ma ciò solo a condizione che dimostri di non potersi procurare da sé il necessario per vivere e che tale situazione non sia determinata da sua colpa. Colpa che potrebbe ricorrere, ad esempio, nel caso di soggetto molto giovane che possa ancora lavorare o che non abbia mai voluto trovare un impiego durante il matrimonio per scelta personale e non condivisa. Questo aspetto, che ovviamente è un punto a favore per chi decide di fare la casalinga, diventa però un elemento di forte remora per chi, invece, percepisce il reddito e si sente poco tutelato dalla possibilità di doverlo poi dividere con l’ex coniuge.
  • Eredità. Solo marito e moglie sono eredi l’uno dell’altro. Il che significa che se un partner vuol garantire all’altro il proprio patrimonio per quando non ci sarà più o fa testamento (ma in questo caso dovrà dividere i beni con gli eredi legittimari come i genitori) oppure lo sposa. Per le coppie sposate poi vale la regola della successione nel Tfr del coniuge defunto da parte di quello superstite, cosa che invece non vale per le coppie di fatto.
  • Reversibilità. La cosiddetta pensione ai superstiti, ossia la reversibilità, nasce proprio per tutelare il coniuge superstite in caso di decesso dell’altro. Invece, se uno dei conviventi muore, l’altro non ha diritto alla pensione di reversibilità.
  • La casa. Sempre nel caso di decesso di uno dei due coniugi, se questo è proprietario della casa, l’altro vanta il diritto di abitazione vita natural durante. Significa che non può essere sfrattato dagli altri eredi. Invece, nel caso di coppie non sposate, il convivente superstite ha il diritto di continuare a vivere nello stesso immobile:
  1. per due anni;
  2. per il periodo pari alla convivenza se superiore a due anni;
  3. non oltre cinque anni.

Se la casa in cui si è svolta la convivenza è presa in affitto, alla morte dell’uno il convivente sopravvissuto ha diritto di subentrare nel contratto fino alla sua naturale scadenza.

  1. Svantaggi del matrimonio. Gli svantaggi del matrimonio sono, in genere, punti a favore della convivenza. Tra questi, ovviamente, il più ricorrente è il rischio di dover affrontare le spese di una separazione e di un successivo divorzio, non solo in termini di parcella dell’avvocato, ma anche con riferimento all’assegno di mantenimento che potrebbe addirittura permanere fino alla morte.

In più, come noto, al momento del pensionamento, l’ex coniuge può rivendicare il 40% del Tfr maturato durante il periodo in cui la coppia è stata sposata. E non è certo bello perdere ciò che, di solito, serve per mantenersi durante la terza età.

Sotto un profilo fiscale, poi, il matrimonio considera la coppia come un unico centro di interessi. Sicché, se ci sono due o più immobili di proprietà, le agevolazioni potranno essere godute una sola volta per nucleo familiare. Si pensi al bonus prima casa che si ottiene al momento dell’acquisto o all’esenzione Imu che spetta, invece, per l’abitazione principale, richiedendo quindi sia la residenza che la dimora abituale.

      In più, nel caso di coppia di conviventi, non c’è il rischio che i debiti dell’uno si trasferiscano all’altro: come detto, infatti, il regime di comunione dei beni vale solo per le coppie sposate.

  1. Vantaggi della convivenza. I vantaggi della convivenza derivano per lo più dall’assimilazione delle coppie di fatto a quelle sposate, assimilazione che prima è stata operata dalla giurisprudenza e, infine, ha avuto nella legge Cirinnà la massima consacrazione. Chi opta per la coabitazione sa già che potrà garantirsi un futuro solo concordando con il partner un patto di convivenza. Ma sa anche che, per quanto invece riguarda i figli, non ci sono differenze con il matrimonio. Sicché:
  • Non ci si può esimere dal riconoscere i figli anche se nati da un’unione di fatto;
  • In caso di separazione, entrambi i genitori sono tenuti a mantenere i figli fino alla loro indipendenza economica;
  • Non si può “scappare” da una relazione di fatto con cui si è avuto un figlio sfuggendo ai propri doveri di genitore.

Sicuramente, il principale vantaggio della convivenza è di consentire alla coppia di conoscersi e iniziare a testare la compatibilità prima di prendere una decisione più impegnativa. Nel frattempo, eventuali fallimenti non avranno ripercussioni di tipo legale o patrimoniale.

La legge per tutti                  16 gennaio 2020

www.laleggepertutti.it/358014_matrimonio-pro-e-contro

Verso il matrimonio interconfessionale

     Il comitato misto cattolico luterano-riformato francese ha presentato, giovedì 16 gennaio 2020 alla Maison du protestantisme, una nuova guida pratica destinata agli operatori pastorali impegnati nella preparazione al matrimonio di coppie interconfessionali cattolico-protestanti. Il testo è frutto di circa nove anni di ricerche, incontri, intensi dibattiti. Di taglio pedagogico, questo manuale aspira a dare dei punti di riferimento agli operatori pastorali incaricati di accompagnare spiritualmente fidanzati interconfessionali.

     «Questo testo è importante e necessario, perché presenta in modo chiaro gli approcci dei luterani-riformati e dei cattolici al tema, facendo dialogare le loro concezioni», ha spiegato la pastora Emmanuelle Seyboldt – presidente della Chiesa Protestante Unita di Francia (EPUdF). Se dal punto di vista numerico riguarda relativamente poche coppie in Francia, «questo testo testimonia la cura condivisa delle nostre Chiese nel farsi carico di ogni situazione singola» (Oranne de Matort, vice-direttrice del Servizio famiglia e società della Conferenza dei vescovi di Francia).

    Contestualizzazione de «l’evoluzione della visione del matrimonio» nella nostra società secolarizzata; aggiornamento sulle «convergenze e le particolarità delle tradizioni cattolica e luterana riformata»; consigli pratici per «l’accompagnamento dei futuri sposi fino alla celebrazione» – ecco alcuni snodi del volume. Scritto su richiesta della Conferenza episcopale e della Comunione luterana-riformata di Francia, il testo è stato pubblicato in 2.000 esemplari (presso le edizioni Olivétan e Salvator, 128 pp., 14 euro), ed è divisa in tre parti.

    La sua accoglienza fino a ora si è rivelata positiva. «I diversi attori pastorali che l’hanno letta, hanno apprezzato il su stile chiaro e pedagogico», ha sottolineato p. Emmanuel Gougaud, direttore del Servizio nazionale per l’unità dei cristiani e membro del comitato di redazione della Guida. Proponendo una riflessione sulla considerazione teologica del matrimonio «come sacramento, benedizione o alleanza», il testo dedica numerose pagine al discernimento pastorale delle domande di unione matrimoniale, sul solco di una riflessione biblica, storica e giuridica.

     Tra le principali attese, figura l’appello alla collaborazione dei due accompagnatori spirituali. «Per tutto ciò che riguarda la preparazione al matrimonio, è importante che il prete (o diacono) e pastore collaborino il più strettamente possibile […]. Ci si augura che la coppia incontri una prima volta singolarmente ognuno dei due ministri. In seguito, sembra necessario un periodo sufficientemente lungo per permettere incontri, quando possibili, a quattro, sotto la guida del celebrante principale».

     I punti di disaccordo non sono stati ignorati. «La Chiesa cattolica da una parte, le Chiese protestanti dall’altra, hanno norme giuridiche diverse. Ciò può essere sorgente di un’incomprensione reciproca […]. Piuttosto che denunciare il rigorismo degli uni, il lassismo degli altri, si tratta di cogliere in profondità ciò che li rende diversi».

    Tra i principali punti «che ancora feriscono le sensibilità» figura la questione del battesimo. «Da parte cattolica, il fatto che un matrimonio interconfessionale sia considerato come un matrimonio con disparità di culto, come pure i termini richiesti per la dichiarazione d’intenzione, non sembrano essere coerenti con il pieno e mutuo riconoscimento del battesimo», annota la Guida.

    Mentre diverse Chiese protestanti – l’EPUdF nel 2015 e l’Unione delle Chiese Protestanti d’Alsazia e di Lorena (UEPAL) nel novembre scorso – hanno aperto la strada alla benedizione di coppie omosessuali, questo tema resta ancora sensibile nei dibattiti, come l’ha ricordato Christian Albecker, presidente dell’UEPAL.

    «A volte abbiamo fatto appello a persone esterne per l’una o l’altra questione più delicata», ha sottolineato Mons. François Kalist, arcivescovo di Clermont e co-presidente dal 2011 al 2018 del Consiglio per l’unità dei cristiani della Conferenza episcopale, «per condurre in porto questo progetto occorre anzitutto osservare la gente, prendere le sue misure […], ma occorre anche darsi il tempo per conoscere l’altro e guadagnare la sua stima».

Malo Tresc   La Croix          17 gennaio 2020        Nostra traduzione dal francese[GM1] 

www.settimananews.it/ecumenismo-dialogo/coppie-matrimonio-interconfessionale

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SESSUOLOGIA

Parlare ai giovani di sessualità con linguaggio nuovo

Una delle tematiche su cui i giovani chiedono una parola chiara e autentica dalla Chiesa è quella che riguarda la sessualità, il gender e il significato del corpo. Sono questioni per cui si allontanano dalla Chiesa con frequenza: perché si sentono giudicati, non compresi, né accolti. Dobbiamo dar loro ragione. La vita consacrata non è stata finora in grado di rispondere nel concreto alle loro inquietudini, salvo benemerite eccezioni, che rimangono tali. Accostarci alla sessualità con un linguaggio nuovo è per noi consacrati un compito urgente, che non possiamo più rimandare. Credo che questo ci metta un po’ in crisi, ciò nonostante è una opportunità che dobbiamo cogliere. Ci chiama a una conversione pastorale profonda, che sintetizzo in tre punti.

  1. Essere testimoni credibili. I giovani cercano una parola che nasca dalla vita, non solo dallo studio. Non ascoltano i pastori se i pastori non sono anche testimoni. Ma questo ci pone una domanda, seria: siamo testimoni luminosi di una sessualità vissuta in pieno? Purtroppo, dobbiamo rispondere negativamente: spesso siamo analfabeti affettivi, incapaci di esprimere il nostro mondo emotivo. È frequente, tra i consacrati, la gestione della affettività sotto paradigmi di controllo o anche di repressione, o che manchi la libertà nel vivere i rapporti di amicizia, specie con l’altro sesso. Non sempre riusciamo, e ciascuno secondo la propria identità, a comunicare, a entrare in intimità, scoprendo anche le nostre zone vulnerabili e permettere che Dio e gli altri ci incontrino lì. Se noi non impariamo in primis a incanalare tutta la forza della dimensione sessuale e affettiva dentro la nostra propria identità, non possiamo avere autorevolezza per dire una parola sull’amore e sulla sessualità a nessuno.
  2. Diventare dei guaritori-guariti. Il Sinodo dei giovani ha fatto i conti con la realtà di una generazione fortemente segnata dalla fragilità affettiva. Alla base della difficoltà dei giovani di fare scelte definitive c’è la paura all’impegno, e più profondamente ancora la mancanza di consapevolezza della propria amabilità. Per mostrar loro che la forza trasformatrice del Kerygma fa nuove tutte le cose, il consacrato deve averne fatto esperienza. Un amico carmelitano ripete spesso che tutti dovremmo avere un cartello sulla spalla che dica «Lavori in corso: scusate i disagi».
  3. Imparare a porre domande. Le questioni che riguardano la sessualità e l’affettività sono delicate, e toccano l’identità della persona in modo profondo. I consacrati che vogliano fare vera pastorale devono diventare esperti nel cammino del discernimento. Questo presuppone di superare la tentazione di dare risposte pronte, e imparare a porre domande che guidino i giovani nella loro ricerca personale. Implica in qualche modo fare un passo indietro, e accettare il rischio della libertà dell’altro, che è l’unica strada per la vera crescita.

È una sfida, e ci giochiamo molto.

Marta Rodriguez        “L’osservatore romano” Donne Chiesa Mondo           25 gennaio 2020

www.osservatoreromano.va/it/news/parlare-ai-giovani-di-sessualita-con-linguaggio-nu

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WELFARE

Bonus dedicati alla famiglia: tutte le novità del 2020

  • Conferma per il Bonus mamma di 800 euro e alcune novità per Bonusnido e Bonusbebè.
  • Bonusnido: prorogato ed incrementato con la ridefinizione delle fasce Isee
  • Bonusbebè: è stato esteso a tutte le famiglie, con l’eliminazione della soglia isee di 25.000 euro per poter avere il beneficio. Il valore Isee definisce però l’importo del bonus che andrà da 80 a 160 euro mensili per 1 anno (con una maggiorazione del 20% dal 2° figlio):
  • In attesa di indicazioni per Bonus latte artificiale e Bonus seggiolini

Sono stati introdotti due nuovi Bonus:

  • Bonus latte artificiale, pari a 400 euro annui a sostegno delle mamme che, a causa di patologie accertate, non possono allattare in modo naturale. Le patologie che consentono l’accesso al bonus e i requisiti economici saranno definiti in un decreto del Ministero della Salute entro il mese di marzo.
  • Bonus seggiolini, pari a 30 euro per l’acquisto dei dispositivi antiabbandono resi obbligatori dal novembre 2019 per i seggiolini auto per i bambini fino ai 4 anni di età. Anche per questo beneficio verrà pubblicato un apposito decreto con le indicazioni sui beneficiari e come fare la richiesta.
  • Solo pagamenti tracciabili per le spese 2020 da detrarre nella dichiarazione dei redditi 2020. Unica eccezione sono le spese per medicinali, dispositivi medici e le prestazioni di strutture del Sistema Sanitario Nazionale (pubbliche o accreditate).

Precisazioni nel sito web

Newsletter Caf Cisl     16 gennaio 2020

www.cafcisl.it/schede-494-bonus_dedicati_alla_famiglia_tutte_le_novita_del_2020

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 [GM1]naio

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