NewsUCIPEM n. 788 – 12 gennaio 2019

NewsUCIPEM n. 788 – 12 gennaio 2019

Unione Consultori Italiani Prematrimoniali E Matrimoniali

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 “Notiziario Ucipem” unica rivista ufficiale – registrata Tribunale Milano n. 116 del 25.2.1984

Supplemento online. Direttore responsabile Maria Chiara Duranti. Direttore editoriale Giancarlo Marcone

News gratuite si propongono di riprendere dai media e inviare informazioni, di recente acquisizione, che siano d’interesse, d’aggiornamento, di documentazione, di confronto e di stimolo per gli operatori dei consultori familiari e quanti seguono nella società civile e nelle comunità ecclesiali le problematiche familiari e consultoriali. Sono così strutturate:

  • Notizie in breve per consulenti familiari, assistenti sociali, medici, legali, consulenti etici ed altri operatori, responsabili dell’Associazione o dell’Ente gestore con note della redazione {…ndr}.
  • Link diretti e link per download a siti internet, per documentazione.

I testi, anche se il contenuto non è condiviso, vengono riprese nell’intento di offrire documenti ed opinioni di interesse consultoriale, che incidono sull’opinione pubblica. La responsabilità delle opinioni riportate è dei singoli autori, il cui nominativo è riportato in calce ad ogni testo.

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01 ABORTO VOLONTARIO                          Aborto? Uccide più del cancro. Bambini non considerati esseri viventi

02 ADOZIONI INTERNAZIONALI                 Griffini (Ai.Bi.): “I fondi c’erano, ma non li hanno spesi”

03 ASSEGNO DIVORZILE                               all’ex moglie anche se rifiuta offerte di lavoro

04 AICCeF                                                          Nominati i Referenti regionali

04 ASSEGNO DIVORZILE                               Il “nuovo” assegno di divorzio

05 CENTRO INTERN. STUDI FAMIGLIA   Newsletter CISF – n. 2, 15 gennaio 2020

09 CENTRO IT. DI SESSUOLOGIA              Corso di Formazione – Pma: aspetti medici e psicologici

09 CHIESA CATTOLICA                                  Ratzinger entra in guerra contro Bergoglio        

11 CITAZIONI                                                   La cernita delle mele, Platone e Amoris Lætitia                

14 CONCILIO VATICANO II                          2019, passi importanti verso il compimento profezia del Concilio

15 DALLA NAVATA                                         Battesimo del Signore- Anno A – 12 gennaio 2020

15                                                                          Battesimo: immergersi in un oceano d’amore

16 DONNE NELLA CHIESA                           La dignità della donna. Un punto di vista di papa Francesco

17 FILOSOFIA                                                   Filosofi antichi che non amano le donne:l’origine del pregiudizio

18 GOVERNO                                                   Rimossa la soglia ISEE dei 25.000 euro. Il contributo mensile varia

19 OMOFILIA                                                    Cercate il suo volto. Riflessioni teologiche sull’amore omosessuale

20 PASTORALE                                                 Un serio ritorno dei cattolici alla politica

22 TEOLOGIA                                                    Messale nuovo e teologia vecchia?

24                                                                          Eucaristia e sostanza: una replica di F. Arzillo

26 VIOLENZA                                                    Violenza sulle donne. 16 miliardi l’anno il costo sociale

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ABORTO VOLONTARIO

L’aborto? Nel mondo uccide più del cancro. Eppure quei bambini non sono considerati esseri viventi

Griffini (Ai.Bi.): Se il concepito è considerato una mera statistica non ci può essere una svolta culturale”- Nel 2019, su 82 milioni di morti nel mondo, 42,5 sono stati provocati da aborti indotti. Una cifra davvero impressionante, quella pubblicata dal quotidiano La Verità, basandosi sui dati prodotti dal sito Worldometers. Dunque non i tumori (8,2 milioni di morti), non le patologie letali (5 milioni), non gli incidenti sono la prima causa di decesso. Ma gli aborti. Che sono un milione ogni otto giorni. Sarebbero già 789milla dall’inizio del 2020. Un dato che, soprattutto di fronte a una società come quella occidentale, in cui non si fanno più figli e in cui la popolazione continua a invecchiare, fa riflettere.

Eppure le principali organizzazioni sanitarie sovranazionali, come l’OMS, non considerano l’aborto una vera e propria “causa di morte”. Perché, come spiega un articolo su Snoopers, sito specializzato nella confutazione di fake news, “la comunità medica non conferisce personalità ai feti al di fuori dell’utero, quindi contare l’aborto come ‘causa di morte’ non si allinea alle pratiche delle organizzazioni sanitare come l’OMS e i centri per il controllo e la prevenzione delle malattie”.

“Sono numeri – commenta il presidente di Ai.Bi. – Amici dei Bambini, Marco Griffini – che ci sconvolgono. Come è possibile che quei bambini non siano considerati ‘esseri umani’? Che siano invece considerati come meri dati numerici? Poi ci stupiamo se non si fanno più figli. Se il bambino è considerato alla stregua di una cosa, o, come in questo caso, il concepito come una statistica, non ci sono possibilità di una svolta culturale”.

AIBInews 12 gennaio 2020

www.aibi.it/ita/laborto-nel-mondo-uccide-piu-del-cancro-eppure-quei-bambini-non-sono-considerati-esseri-viventi

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ADOZIONE INTERNAZIONALE

Griffini (Ai.Bi.): “I fondi c’erano, ma non li hanno spesi”

Il presidente di Amici dei Bambini commenta i dati emersi dal Secondo monitoraggio delle risorse nazionali dedicate all’infanzia e all’adolescenza nel bilancio dello Stato 2012-2018. “Scandaloso, l’adozione avrebbe avuto bisogno di rilancio e invece non sono stati investiti neanche i fondi che già c’erano”.

“Lamentiamo spesso la mancanza di stanziamenti per le adozioni internazionali, un settore che avrebbe bisogno di un rilancio. Poi si viene a scoprire che i fondi ci sono ma non vengono impiegati. Questo è scandaloso”. Lo dichiara il presidente di Ai.Bi. – Amici dei Bambini, organizzazione nata oltre trent’anni fa da un movimento di famiglie adottive e affidatarie la cui mission principale è il contrasto all’abbandono minorile, Marco Griffini, commentando i dati emersi dal Secondo monitoraggio delle risorse nazionali dedicate all’infanzia e all’adolescenza nel bilancio dello Stato 2012-2018 (vedere in particolare tabelle n. 38 e 39).  PAG. 50                                 www.garanteinfanzia.org/sites/default/files/disordiniamo-web.pdf dati relativi al Fondo per il sostegno alle adozioni internazionali, per gli anni 2012-2018, mostrano chiaramente come lo stanziamento definitivo e complessivo non sia poi stato effettivamente e pienamente impiegato. Stanziamento che, nel 2017, era pari a 19.958.742 euro, a fronte di un impegno finale di spesa pari a 10.362.444 euro.

Anche per quanto riguarda i dati relativi ai fondi per la “Tutela dei minori e alla cooperazione in materia di adozione internazionale”, sempre per gli anni 2012-2018, le cifre raccontano una realtà similare: con 17,6 milioni stanziati e nessuna spesa nel 2016 e 19,2 milioni nel 2017, con soli 520.795 euro spesi.

 

                        “Non è possibile – prosegue Griffini – che a fronte della situazione difficile dell’adozione internazionale, con un calo nelle pratiche adottive concluse del 75% nell’ultimo decennio, si presentino questi dati. Questo significa che gli esecutivi che si sono alternati alla guida del Paese non hanno considerato l’adozione internazionale come un tema prioritario. Auspichiamo, dato l’interesse mostrato dal ministro Elena Bonetti, che si voglia finalmente cambiare registro, considerando sia l’elevato valore morale dell’adozione, che sana quella che è l’ingiustizia più grande al mondo, la mancanza di una famiglia, sia il supporto che questa può dare nel contrastare il tracollo demografico del nostro Paese”.

AIBInews 7 gennaio 2020

www.aibi.it/ita/adozione-internazionale-griffini-ai-bi-i-fondi-cerano-ma-non-li-hanno-spesi

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ASSEGNO DIVORZILE

Assegno divorzile all’ex moglie anche se rifiuta offerte di lavoro

Corte di Cassazione, sesta Sezione civile, ordinanza n. 30638, 25 novembre 2019

www.studiocataldi.it/visualizza_allegati_news.asp?id_notizia=36551

Non rileva ai fini del riconoscimento dell’assegno divorzile di cui all’articolo 5 della Legge sul divorzio, il fatto che l’ex moglie abbia esperienza lavorativa, abbia rifiutato offerte di lavoro e abbia disponibilità immobiliari. La Corte di Cassazione ha confermato il riconoscimento dell’assegno divorzile disposto dai giudici di merito, anche in presenza degli indici rilevatori di autosufficienza dell’ex coniuge. Ciò, a riprova della non uniformità delle decisioni in materia.

La Corte d’appello di Venezia aveva confermato la decisione del giudice di primo grado, ritenendo esistenti i presupposti per l’attribuzione del mantenimento in favore della moglie. L’uomo aveva impugnato la sentenza lamentando l’omissione di fatti decisivi ai fini della decisione. Secondo il ricorrente, la donna, era in grado di mantenersi da sola, aveva avuto precedenti esperienze lavorative, e aveva avuto offerte di lavoro nella località turistica di residenza. La stessa aveva inoltre disponibilità mobiliari e immobiliari, e della casa di abitazione coniugale.

Nel giudizio in Cassazione, il marito sostiene che la Corte territoriale non avrebbe disposto i necessari accertamenti, richiedendo l’esibizione in giudizio della documentazione relativa ai conti e depositi dell’ex moglie e disponendo le indagini della polizia tributaria. I giudici di merito non avrebbero neppure considerato l’età relativamente giovane della donna e la breve durata del matrimonio (otto anni). Il marito godeva di un reddito mensile di circa 2.100 euro, corrispondeva un canone mensile di 500 euro per la locazione dell’immobile in cui viveva e sosteneva il mantenimento della figlia per 900 euro mensili.

            I motivi sono stati giudicati inammissibili dalla Corte in quanto mirati ad ottenere una valutazione delle circostanze diversa e alternativa a quella prospettata.

Secondo l’orientamento dominante della Cassazione, le omesse indagini tributarie non costituiscono violazione di legge, perché si tratta di una facoltà del giudice, che mira a completare e integrare prove già dedotte (cfr. Cass. Civ. n. 9535/2019, Cass. Civ. n. 4292/2017).

Non sussiste neppure l’omissione di fatti decisivi ex art. 360 c.p.c., comma 1 n. 5. Al fine di escludere il diritto della controparte all’assegno divorzile, le circostanze dedotte, come la conoscenza di una lingua straniera o le offerte di lavoro, come le precedenti esperienze di lavoro, le disponibilità mobiliari e immobiliari, la disponibilità della casa di abitazione coniugale e il mancato adempimento agli accordi di separazione, nonché la durata del matrimonio (non breve secondo la Corte), non sono da considerarsi decisive.

La sentenza in esame, contraddice una recente decisione della stessa Corte di Cassazione sez. VI Civile (sentenza 18 ottobre 2019, n. 26594). La Corte, in tale occasione, aveva confermato la funzione principalmente assistenziale dell’assegno divorzile, e per questo non attribuibile al coniuge privo di mezzi adeguati per sua libera scelta, come nel caso di abbandono volontario del posto di lavoro.

Anche con la sentenza del 9 agosto 2019, n. 21228, era stato affermato lo stesso principio. La nuova interpretazione giurisprudenziale delle sezioni unite e la funzione anche compensativa dell’assegno divorzile, comporta che nessuno dei due ex coniugi “può lucrare sulle rinunce dell’altro”, ma anche che in nessun caso l’ex coniuge può “vivere a rimorchio dell’altro”.

Giuseppina Vassallo   Altalex 8 gennaio 2020

www.altalex.com/documents/news/2020/01/08/assegno-divorzile-a-ex-moglie-anche-se-rifiuta-offerte-lavoro

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ASSOCIAZIONE ITALIANA CONSULENTI CONIUGALI E FAMILIARI

Nominati Referenti Regionali

Il Referente regionale:

  • È un ponte che avvicina il socio all’Associazione, mette in comunicazione e tiene informati i Soci sulla vita associativa, sulle Giornate di studio, le scadenze e le comunicazioni del Direttivo,
  • Raccoglie le richieste e i suggerimenti dei soci per migliorare le prestazioni associative, e farle giungere al Direttivo;
  • Rappresenta l’AICCeF nel collegamento con le Istituzioni e realtà locali per creare sinergie e convenzioni per l’inserimento della figura del Consulente Familiare,
  • Accompagna ed orienta i tirocinanti nell’individuazione delle strutture convenzionate più idonee per il percorso di tirocinio e i Soci Effettivi disponibili per fare da Tutor.
  • Sovraintende alle iniziative per la Giornata nazionale della consulenza familiare.

Nella sua Delibera la Presidente sottolinea che i Referenti regionali dell’AICCeF, per la loro conoscenza del territorio e la loro vicinanza ai Soci, rappresentano una risorsa importante e preziosa anche per velocizzare l’iter di inizio del periodo di tirocinio e sono delegati alla firma delle Convenzioni stesse.

In relazione a questi numerosi e importanti compiti, il Consiglio Direttivo ha rilevato la necessità di effettuare, con i nuovi Referenti regionali, un incontro formativo-informativo, per raccordare il centro con i territori e armonizzare compiti e iniziative, anche in vista delle attività legate alla Giornata Nazionale della Consulenza Familiare di maggio prossimo.

Il Piano di incontri prevede la partecipazione ad un unico seminario di formazione di 8 ore, ripartito in due giornate in due diverse località (2020: a Bologna domenica 16 febbraio, e a Napoli sabato 22 febbraio), a cui saranno indirizzati i Referenti regionali in ragione della loro distanza.          Programma ed elenco

www.aiccef.it/downloads/files/2020%20%20PIANO%20DI%20FORMAZIONE%20REGIONALI%20BO-NA.doc

            www.aiccef.it/it/news/i-referenti-regionali-aiccef.html

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ASSEGNO DIVORZILE

Il “nuovo” assegno di divorzio

L’assegno divorzile, nel corso degli ultimi anni, è stato oggetto di molteplici interpretazioni riformatrici da parte della giurisprudenza della Corte di cassazione, che hanno modificato notevolmente le “sorti” dei coniugi che intendono divorziare e che hanno anche sollecitato in maniera forte un intervento legislativo, ancora in cantiere ma che ha già ricevuto l’ok della Camera.

Assegno divorzile: niente più tenore di vita. La prima rivoluzionaria sentenza della Cassazione è stata la numero 11504/10 maggio 2017 che, in un colpo solo, ha detto addio al parametro del tenore di vita ai fini della valutazione del diritto all’assegno divorzile.

www.altalex.com/documents/news/2017/05/10/assegno-di-divorzio-addio-al-tenore-di-vita

 Di conseguenza, per valutare l’an [ragione] di tale assegno, si deve oggi fare riferimento solo al criterio dell’indipendenza o autosufficienza economica del coniuge e non più alle condizioni di maggiore o minore agiatezza nelle quali versavano gli ex in costanza di matrimonio.

Tale pronuncia ha dato il via a numerosissime successive sentenze in materia di assegno divorzile, tra le quali merita di essere menzionata la pronuncia numero 18287/11 luglio2018.

www.altalex.com/documents/news/2018/07/11/assegno-di-divorzio-sezioni-unite

In essa, la Cassazione ha infatti chiarito quali sono i criteri cui occorre riferirsi per verificare la sussistenza dei presupposti necessari per poter riconoscere l’assegno divorzile, ovverosia per accertare l’inadeguatezza dei mezzi o l’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive.

Si tratta, in sostanza, di procedere a una valutazione comparativa delle condizioni economico-patrimoniali delle parti, considerando il contributo che il coniuge richiedente l’assegno ha dato alla conduzione della vita familiare e alla formazione del patrimonio comune e personale di ciascuno. Tale criterio, del resto, è l’unico effettivamente rispettoso dei principi costituzionali di uguaglianza e solidarietà.

            Solo laddove esista realmente una situazione di squilibrio tra gli ex coniugi, il giudice dovrà prima accertare le condizioni del mercato del lavoro al fine di valutare se le scelte della famiglia e del coniuge più debole hanno comportato una perdita di chance per quest’ultimo, tenuto conto del livello culturale e del contesto sociale del richiedente l’assegno e in genere della famiglia. Quindi si passerà all’esame delle condizioni personali, sociali e di età dei fondatori del nucleo familiare, ed al loro reddito, senza dimenticare la durata del matrimonio.

            Lo squilibrio economico non basta per l’assegno divorzile. Tra le sentenze più recenti, possiamo infine ricordare la numero 24934/7 ottobre 2019, ove si legge che “lo squilibrio economico tra le parti e l’alto livello reddituale del coniuge destinatario della domanda non costituiscono, da soli, elementi decisivi per l’attribuzione e la quantificazione dell’assegno”.

https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-24934-del-07-10-2019

Del resto “L’attribuzione e la quantificazione dello stesso non sono variabili dipendenti soltanto dall’altro (o dal più alto) livello reddituale di uno degli ex coniugi, non trovando alcuna giustificazione l’idea che quest’ultimo sia comunque tenuto a corrispondere all’altro tutto quanto sia per lui “sostenibile” o “sopportabile”, quasi ad evocare un prelievo forzoso in misura proporzionale ai suoi redditi”.

La riforma dell’assegno di divorzio. Il contenuto delle epocali sentenze della Cassazione del 2017 e del 2018 è stato recepito anche in un apposito Disegno di legge Ddl S. 1293 Modifiche alla legge 1° dicembre 1970, n. 898, in materia di assegno spettante a seguito di scioglimento del matrimonio o dell’unione civile, che propone di riformare l’articolo 5 della legge n. 898/1970 in senso conforme ai più recenti approdi   giurisprudenziali.                                          www.senato.it/leg/18/BGT/Schede/Ddliter/51802.htm

Dopo aver ottenuto il primo sì della Camera dei deputati, tuttavia, tale Ddl è oggi fermo dal 16 luglio 2019 al Senato.                                www.senato.it/leg/18/BGT/Schede/Ddliter/comm/51802_comm.htm                        Avv. Adriana Scamarcio        Studio Cataldi    11 gennaio 2020

www.studiocataldi.it/articoli/36924-il-nuovo-assegno-di-divorzio.asp

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CENTRO INTERNAZIONALE STUDI FAMIGLIA

Newsletter CISF – n. 1, 08 gennaio 2020

La dispersione scolastica: un’emergenza nazionale. Poco più di due minuti di video per non dimenticare [da tuttoscuola.it]. “Negli ultimi 10 anni in Italia 1,8 milioni di studenti hanno abbandonato la scuola prima di sostenere l’esame di maturità (e negli ultimi 20 anni addirittura 3,5 milioni). È come se ogni anno fosse sparita dai banchi di scuola una città grande come Modena. Tutto questo con un costo enorme: in media 2,7 miliardi di euro l’anno. E l’emorragia continua: se non interveniamo subito, oltre 100mila studenti appena iscritti alle superiori potrebbero non arrivare al diploma”.                                 www.youtube.com/watch?v=e6CR8FdILX4&feature=youtu.be

I più recenti dati Istat sulla famiglia. Due commenti del Cisf.

  • (30 dicembre 2019) Una su tre è single: la famiglia “lilliput” fa bene all’Italia? (P. Boffi, Famiglia Cristiana on line) “[…]una società in cui le famiglie che l’Istat tecnicamente definisce “unipersonali”, e che qualcuno già chiama “famiglie single”, sono ormai un terzo del totale e – se le tendenze che abbiamo delineato non subiranno un deciso cambio di rotta – sembrano destinate a diventare la maggioranza, può ancora stare in piedi? La frammentazione della popolazione che emerge dai dati sarà in grado di reggere il tessuto economico, sociale, civico che finora – bene o male – ha retto il nostro Paese? […]”

 www.youtube.com/watch?v=e6CR8FdILX4&feature=youtu.be

  • (31 dicembre 2019) Meno bambini, più adulti soli: ultimo appello a una politica assente (F. Belletti, ilsussidiario.net). “[…] In estrema sintesi: sempre meno bambini, famiglie sempre più ridotte, percentuale di anziani in crescita (con un aumento degli anziani fragili), saldo demografico gravemente negativo (molti più morti che nati nel 2018). Saremo sempre di meno, con una percentuale di lavoratori e di nuove generazioni sempre più piccola, con famiglie sempre più frammentate. In un Paese in cui le relazioni familiari sono da sempre il primo e più efficace fattore di protezione sociale, il dato è ancora più drammatico […] La centralità del legame di coppia pubblicamente riconosciuto come luogo di impegni e di responsabilità (questo è il matrimonio, per una società laica) è ormai sparita, totalmente privatizzata e abbandonata: nessuno si preoccupa del calo dei matrimoni, e nessuno pare interessato a sostenere le coppie in difficoltà, per prevenire le rotture di coppia […] I legami di coppia e la disponibilità a diventare genitori sono tra i motori di sviluppo e di coesione sociale di un popolo: se non li metteremo al centro dell’agenda politica del nostro Paese, l’Istat non potrà fare altro che riportare costantemente i dati di una progressiva sconfitta, raccontando un Paese dove i legami sociali stanno drammaticamente evaporando”.

www.ilsussidiario.net/news/istat-e-famiglia-meno-bambini-piu-adulti-soli-ultimo-appello-a-una-politica-assent/1966412

Politiche per la famiglia 2019-2020. Impegni e promesse (non mantenute). Due commenti on line del direttore Cisf (F. Belletti), per (l’assenza di) misure che ancora una volta deludono le attese delle famiglie italiane.

  • (18 dicembre 2019) Da ilsussidiario.net. 2019 un anno di famiglia/ Assegni unici e natalità: promesse tante, fatti zero. “[…]Quello che però è sicuro è lo scarsissimo impatto positivo avuto dalla politica sulla vita delle famiglie nel 2019. Tra cambi di governo, progetti di leggi di stabilità, promesse di gratuità e di assegni unici, il 2019 si conclude con un sostanziale “nulla di fatto”, che lascia le cose più o meno così come stavano all’inizio dell’anno. Purtroppo avevano ragione gli Jalisse in un Sanremo ormai dimenticato: “Fiumi di parole” a favore della famiglia, ma in sostanza ben poche scelte concrete-

www.ilsussidiario.net/news/2019-un-anno-di-famiglia-assegni-unici-e-natalita-promesse-tante-fatti-0/1959922

  • (30 dicembre 2019) Da puntofamiglia.net. Legge di Bilancio 2020: famiglia ancora lontana dalle scelte di governo. “[…] In sintesi: una Legge di Bilancio che non fa aumentare l’IVA (e meno male, perché tanto l’avrebbero pagato ancora le famiglie!), che dà a pioggia a tanti, che sceglie alcuni interessi importanti, ma che nega alle famiglie quella centralità che invece hanno nella vita quotidiana del Paese. Bisognerà proprio inventarci qualche nuova forma di protesta e di pressione sociale, per costringere la politica ad ascoltare la voce delle famiglie. Perché il tempo passa, e fare famiglia è sempre più difficile in Italia. Meno male che fare famiglia rimane tuttora una delle esperienze più belle ed entusiasmanti che possano capitare a un giovane che spera nel futuro: ma certo non per merito della politica e dei governi”.

www.puntofamiglia.net/puntofamiglia/2019/12/30/legge-di-bilancio-2020-famiglia-ancora-lontana-dalle-scelte-di-governo/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=legge_di_bilancio_2020_famiglia_ancora_lontana_dalle_scelte_di_governo_la_settimana_di_punto_famiglia_n_238_2019&utm_term=Newsletter%202019-12-30

Mental load: sovraccarico psicologico e questione femminile. Una riflessione da approfondire. Le vignette pubblicate sul Guardian nel 2017 dall’autrice di strisce francese “Emma”

www.theguardian.com/world/2017/may/26/gender-wars-household-chores-comic

denunciano un tema molto presente nelle vite di tante famiglie, ma ancora poco esplorato dalla letteratura: la fatica e la responsabilità del “tenere insieme tutto”, nella gestione di una famiglia – compito che appare tuttora fortemente sbilanciato sulle spalle delle donne, mentre gli uomini, anche quando sono “attivi e presenti”, raramente condividono la “regia complessiva” (“faccio qualsiasi cosa, ma non farmi pensare a cosa c’è da fare – e a quante altre cose ci sono da fare prima e dopo…”). Per questo si presenta particolarmente interessante il prossimo convegno promosso a New York (14-17 giugno 2020) dalla “Rete Internazionale dei Ricercatori Famiglia – Lavoro” (Work Families Researchers Network), dal titolo “Mental load, what is it, how do we measure it, and what are its outcomes?” (Il Sovraccarico psicologico: cosa è, come si misura, quali sono le sue conseguenze).                                                                                                                                https://wfrn.org/conference-2020

Consultori Familiari a 40 anni dalla loro nascita tra passato, presente e futuro. Sintesi dei risultati (23 pp.) Interessante documento di sintesi di una recente indagine promossa dall’ISS (Istituto Superiore di Sanità) sulla realtà consultoriale in Italia (presentata a dicembre 2019 a Roma).Peccato che molti dati siano presentati e commentati solo per i consultori a gestione diretta statale (regionale), senza tenere conto della presenza e delle attività dei consultori a gestione privata, che in molte regioni sono inseriti a pieno titolo e con pari dignità nella sanità pubblica (accreditati nei sistemi sanitari regionali). “Sull’onda di un rinnovato interesse per un’azione di rilancio dei CF ancorata all’attualità del loro valore strategico per la salute pubblica, nel 2017, il Centro nazionale per la prevenzione e il Controllo delle Malattie (CCM) del Ministero della Salute ha promosso e finanziato il progetto “Analisi delle attività della rete dei CF per una rivalutazione del loro ruolo con riferimento anche alle problematiche relative all’endometriosi”, affidandone il coordinamento all’Istituto Superiore di Sanità (ISS). Oggetto di questo rapporto è la presentazione dei principali risultati che il progetto ha permesso di ottenere” (dall’Introduzione).                                                                   newscisf0120_allegato1.pdf

            http://newsletter.sanpaolodigital.it/cisf/attachments/newscisf0120_allegato1.pdf

Dalle case editrici

  • BUR Rizzoli, Sopravvivere con un adolescente in casa. Comprendere e aiutare i nostri figli nella più difficile delle età, Oliverio Ferraris A.
  • San Paolo, I nostri figli ci guardano. I Percorsi di Betania, Gentili C., Viscardi L.
  • Tau Editrice, XVIII Rapporto Immigrazione 2018-2019. Non si tratta solo di migranti, Caritas e Migrantes
  • Cavallari Fabio, La cura è relazione. Storie di assistenza domiciliare, Lindau, Torino, 2018, pp. 158, € 16,00

[… ] d’improvviso, la vita pone spalle al muro: una malattia, un padre o una madre cronici a casa, una patologia neurodegenerativa. In quel momento si diventa “utenti”, o addirittura “pazienti in fase terminale”, scoprendosi deboli e precari, incapaci persino di chiedere aiuto. È lì che il cortocircuito diventa evidente ed è la società che va in crisi, non solo una persona o una famiglia. Questo libro costituisce un tentativo di illustrare una possibile risposta a questo cortocircuito, presentando l’assistenza domiciliare come un luogo in cui si è riusciti a declinare bisogni e fragilità dentro percorsi in cui relazione, empatia e accompagnamento sono diventati gli strumenti principali dell’agire […].

http://newsletter.sanpaolodigital.it/cisf/attachments/newscisf0120_allegatolibri.pdf

Save the date

  • Nord: Eros, relazione, progetto. I tre cervelli della coppia, percorso formativo per coppie promosso dal Centro Giovani Coppie San Fedele, Milano, 26 gennaio, 2 febbraio, 23 febbraio 2020.

https://mailchi.mp/bb28b548d2ae/centro-giovani-coppie-san-fedele-a-gennaio-un-nuovo-percorso-per-coppie?e=dc6e7d7dc1

  • Nord: Rinascimento dell’istruzione. Costruiamo il futuro, seminario internazionale promosso da ADI (Associazione Docenti e Dirigenti scolastici Italiani), Bologna, 28-29 febbraio 2020.

http://adiscuola.it/events/rinascimento-dellistruzione-costruiamo-il-futuro

  • Nord: Le sfide dell’educare: sguardi e pratiche possibili nei servizi 0-6, convegno promosso da Koiné Coop. Sociale in collaborazione con il Centro di Ricerca sulle Relazioni Interculturali dell’Università Cattolica, Milano, 25 gennaio 2020.

www.koinecoopsociale.it/le-sfide-delleducare-convegno

http://newsletter.sanpaolodigital.it/cisf/attachments/newscisf0320_allegato4.jpg 

https://centridiateneo.unicatt.it/famiglia-Alleanza%20educativa.pdf

www.agevolando.org/wp-content/uploads/2020/01/Bozza-programma-seconda-conferenza-nazionale_v10_19122019_SS.pdf

https://infarmaciaperibambini.nph-italia.org/roma-24-gennaio-la-fondazione-francesca-rava-presenta-poverta-sanitaria-minorile-chi-se-ne-cura/

  • Centro: Quando io non sono tu. Pratiche di rispetto per la scuola, incontro promosso da Comitato Articolo 26, Roma, 15 gennaio 2020.

www.articolo26.it/quando-io-non-sono-tu-pratiche-di-rispetto-per-la-scuola

  • Centro: La ricchezza degli anni. Primo congresso internazionale di pastorale degli anziani, promosso dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, Roma, 29-31 gennaio 2020.

www.laityfamilylife.va/content/dam/laityfamilylife/Eventi/LaRiccezzaDegliAnni/Documenti/PROGRAMMA_IT.pdf

  • Sud: Altre cento di queste favole. Riflessioni e incontri sulla figura e l’opera di Gianni Rodari a un secolo dalla nascita, Convegno Internazionale di Studi promosso dal Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi di Catania, Catania, 14-15 gennaio 2020.

www.disfor.unict.it/sites/default/files/documenti_sito/manifestoconvegnorodariunict.pdf

  • Sud: Il dono della libertà dentro le nostre famiglie, percorso formativo promosso da Famiglie per l’Accoglienza e dalla Fondazione Francesco Santorino. Catania e altre sedi in Sicilia (anche in video conferenza), (10 gennaio), 17 gennaio, 14 febbraio 2020.

www.famiglieperaccoglienza.it/wp-content/uploads/2020/01/Scarica-la-locandina.-pdf.pdf

www.gestalt.it/events/convegno-palermo-gestalt-il-domani-dei-bambini-seminario-internazionale-prendersi-cura

www.afccnet.org/Conferences-Training/AFCC-Training/ctl/ViewConference/ConferenceID/348/mid/621

www.afccnet.org/Conferences-Training/AFCC-Training/ctl/ViewConference/ConferenceID/349/mid/621

www.copc.cat/adjuntos/adjunto_13675/v/English%20program_Conference%20of%20the%20Col.legi%20Oficial%20de%20Psicologia%20de%20Catalunya%20and%20the%20AFCC.pdf

  • Estero: New and Emerging Family Forms around the World (Forme familiari nuove ed emergenti nel mondo), 2.o seminario internazionale, promosso da un gruppo di lavoro dell’IUSSP (International Union for the Scientific Study of Population), Manila (Filippine), 20-21 gennaio 2020.

https://iussp.org/en/2nd-iussp-seminar-new-and-emerging-family-forms-around-world

  • Estero: Coordination of family benefits and posting of workers in the context of free movement in the EU (Coordinamento degli interventi di sostegno alle famiglie e trasferimento dei lavoratori nel contesto della libera circolazione nell’Unione Europea), seminario promosso da MoveS (Free Movement of Workers and Social Security Coordination), network indipendente di esperti internazionali (da 28 Paesi UE). Riga (Lettonia), 23 gennaio 2020.

                                          newsletter.sanpaolodigital.it/cisf/attachments/newscisf0220_allegato4.pdf

  • Estero: SMEs and Family Welfare: a challenge for the future of Europe (Welfare familiare nelle piccole e medie imprese: una sfida per il futuro dell’Europa), breakfast meeting (8.00/9.30) promosso da FAFCE (Federazione delle associazioni familiari cattoliche in Europa) e da Fondazione Sallux, presso il Parlamento Europeo, Bruxelles, 21 gennaio 2020.

newsletter.sanpaolodigital.it/cisf/attachments/newscisf0120_allegato3.pdf

Iscrizione               http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/newsletter-cisf.aspx

Archivio     http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/elenco-newsletter-cisf.aspx

http://newsletter.sanpaolodigital.it/cisf/gennaio2020/5153/index.html

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CENTRO ITALIANO DI SESSUOLOGIA

Corso di Formazione – Procreazione Medicalmente Assistita: aspetti medici e psicologici

La programmazione e la struttura teorica generale del Corso sono affidate al Dott. Stefano Bernardi.

17-18 aprile 2020                    08-09 maggio 2020

Iscrizione: entro il 30 marzo 2020             Il Corso si attiva per un minimo di 12 iscritti ad un massimo di 25

venerdì  e sabato ore 9.00-18.00               totale 32 ore

Sede: Villaggio del Fanciullo, padiglione H, Via Scipione dal Ferro, 4, 40138 Bologna

Il corso intende fornire conoscenze e strumenti di intervento per aiutare e sostenere chi affronta un percorso di Procreazione Medicalmente Assistita. In particolare si intende sviluppare specifiche conoscenze per poter condurre interventi di counseling sanitario e favorire l’acquisizione delle competenze necessarie per lavorare in modo interdisciplinare.

            E’ rivolto a professionisti e laureati in ambito psicologico, medico, biologico.

01 – Definire l’infertilità della coppia nella sua complessità;

02 – Osservazione e valutazione delle conseguenze dell’infertilità nella sessualità;

03 – Elementi di ginecologia;

04 – Elementi di andrologia;

05 – Definire le metodiche di procreazione medicalmente assistita;

06 – Elementi di biologia, embriologia;

07 – Il counseling sanitario;

08 – La consulenza psicologica nell’infertilità;

09 – La donazione dei gameti, analisi degli aspetti psicologici;

10 – L’intervento psicologico nelle pazienti con endometriosi;

11 – Aspetti medico-legali nella procreazione medicalmente assistita;

12 – Aspetti legislativi;

13 – L’intervento nel “dopo la Pma”, indipendentemente dall’esito.

Per gli aspetti cognitivi (il sapere) è utilizzata la lezione frontale e di lavoro in gruppo. Gli aspetti esperienziali (il saper fare e il saper essere) sono affrontati attraverso role play, casistica clinica e forense, tecniche di supervisione e testimonianze dirette.

Inoltre vedi

www.cisonline.net/scuola-di-sessuologia/corsi/corso-di-formazione-in-procreazione-medicalmente-assistita

Legge 19 febbraio 2004, n. 40   art. 3. (Modifica alla legge 29 luglio 1975, n. 405).

1. Al 1° comma dell’articolo 1 della legge 29 luglio 1975, n. 405, sono aggiunte, in fine, le seguenti lettere:

“d-bis) l’informazione e l’assistenza riguardo ai problemi della sterilità e della infertilità umana, nonché alle tecniche di procreazione medicalmente assistita;

d-ter) l’informazione sulle procedure per l’adozione e l’affidamento familiare”.

www.parlamento.it/parlam/leggi/04040l.htm

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CHIESA CATTOLICA

Ratzinger entra in guerra contro Bergoglio. Uno scontro che sa di ricatto

Benedetto XVI ha rotto il patto di non interferenza che lo legava a Francesco, suo successore sul trono papale. È una rivolta sul tema del celibato, destinato a scuotere la Chiesa. I simboli hanno grandissima importanza nel mondo del sacro. E qui c’è un papa emerito, vestito di bianco, che punta il dito contro il pontefice regnante, vestito di bianco anche lui, intimandogli: “Non lo fare! Non ti permettere di cambiare la secolare legge del celibato”.

Joseph Ratzinger: “Il celibato dei sacerdoti è indispensabile, ha grande significato. Non posso tacere”

            Le parole usate sono più eleganti, ma questo è il nocciolo della decisione di Joseph Ratzinger di pubblicare un libro contro l’abolizione del celibato insieme al cardinale Robert Sarah, da tempo avversario tenace, benché non scomposto, della linea riformatrice di papa Francesco. “Il celibato è indispensabile”, grida l’ex papa tedesco. “Dalla celebrazione quotidiana dell’eucaristia, che implica uno stato di servizio permanente a Dio, è nata spontaneamente l’impossibilità di un legame matrimoniale”. E questa impossibilità deve continuare ad esistere.

            Nel grande corpo della Chiesa cattolica – un miliardo e 300 milioni di fedeli – tutti hanno diritto di parola su qualsiasi argomento, anche i progetti del pontefice. Uno solo aveva il dovere di tacere, di non scendere pubblicamente nell’arena: Joseph Ratzinger. E non per un bavaglio, ma per la legge suprema che lui stesso si era imposto al momento delle dimissioni: non dare mai, per nessuna ragione, il minimo motivo di contrapposizione al pontefice regnante. Neanche la vaga impressione che vi siano due magisteri opposti nella Chiesa. Quello del papa ex e quello del papa attuale. Due linee. Due partiti.

Ratzinger stesso, al momento della rinuncia, era stato chiarissimo: “Tra di voi c’è anche il futuro Papa a cui prometto la mia incondizionata riverenza e obbedienza”, aveva detto nel suo ultimo incontro con i cardinali prima di ritirarsi a Castelgandolfo. E appena eletto Francesco, uno dei suoi segretari, monsignor Alfred Xuereb, lo aveva sentito ribadire al telefono a papa Bergoglio: “Santità, fin d’ora prometto la mia totale obbedienza e la mia preghiera”. Lo stesso segretario particolare di Ratzinger, monsignor Georg Gaenswein, esprimendo nel 2016 la singolare opinione di un ruolo papale in certo qual modo collegiale (composto da due figure pontificali), aveva ben delimitato le sfere: c’è un “ministero allargato – aveva dichiarato – (una missione di Pietro) con un membro attivo e un membro contemplativo”.

Ecco, l’impegno solenne di Ratzinger era quello di restare “contemplativo”. Questo impegno – necessario perché la Chiesa si abituasse senza scosse ad avere un pontefice in pensione, così come esistono dal Concilio in poi tranquilli vescovi ritirati – è stato infranto, con conseguenze che si delineano gravi.

            Già l’anno scorso, quando Ratzinger con un articolo su una rivista ecclesiale bavarese intervenne sul fenomeno della pedofilia, si erano delineati in maniera eclatante due magisteri opposti. Con Francesco che individuava la radice degli abusi nel peccato capitale del clericalismo (abuso di potere, di coscienza e sessuale) e con Ratzinger che individuava la causa nel disordine post ’68 e nell’arretramento della teologia morale della Chiesa.

Ma all’epoca, obtorto collo, papa Bergoglio poteva ancora fingere che si trattasse di un’analisi teorica. Oggi lo scontro è diretto. Per quanto edulcorate siano le parole di professione di amore per la Chiesa e di passione per la sua unità che Ratzinger e Sarah spargono nel loro testo. Perché l’ex pontefice interviene pesantemente e pubblicamente su una decisione di governo che Francesco (ancora) deve prendere in base a un sinodo di vescovi che ha espresso la sua posizione secondo tutte le regole della Chiesa, a maggioranza di due terzi.

Un Sinodo di vescovi, per restare nel linguaggio della Chiesa, è l’assemblea di gerarchi che sono “vicari di Cristo” alla stessa stregua del pontefice. E il primo tra i vicari di Cristo, il papa regnante Francesco, è sul punto di decidere se autorizzare o meno un’eccezione alla legge del celibato che permetta di ordinare sacerdoti coloro che sono già diaconi permanenti sposati.

            Ratzinger scende in campo con clamore per bloccare la decisione di Francesco. Il libro, scritto a quattro mani con il cardinale Sarah, è un drone letale lanciato contro Bergoglio e il suo riformismo. Non è uno scisma, è un ricatto. L’armamentario teologico del libro passa in seconda linea rispetto alla decisione politico-ideologica di presentare l’eventuale innovazione di Francesco come una distruzione dell’essenza del sacerdozio cattolico celibatario, secondo la tesi che vi sia un legame “ontologico” tra celibato e sacerdozio (tesi azzardata, visto che la Chiesa ortodossa – altrettanto di origine apostolica quanto quella cattolica – ammette da sempre sacerdoti sposati).

La rivolta di Ratzinger si basa su una rete di opposizione diffusa; dai cardinali Mueller a Sarah, da Burke a Ruini e a tutti i porporati e vescovi e preti che tacciono ma condividono l’avversione al riformismo bergogliano. Con buona pace di quanti da anni si affannano a sostenere che l’opposizione alla linea Bergoglio sia solo appannaggio di una “minoranza rumorosa”.

            È la crisi di potere più grave del pontificato bergogliano. Resta da vedere come si posizionerà Francesco. Il papa argentino non è un bonaccione. Conosce la collera e la mitezza, il sorriso e la durezza. Come dimostrano i recenti siluramenti del comandante della gendarmeria Giani e del presidente dell’Autorità antiriciclaggio Bruelhart. Ma qui la posta in gioco è molto, molto più alta. È in gioco la prosecuzione della svolta riformatrice di Francesco. In questa guerra civile interna alla Chiesa la prossima mossa ora spetta a lui.

Marco Politi   Mondo – 13 Gennaio 2020

www.ilfattoquotidiano.it/2020/01/13/ratzinger-entra-in-guerra-contro-bergoglio-uno-scontro-che-sa-di-ricatto/5667047

DIRETTORIO PER IL MINISTERO PASTORALE DEI VESCOVI      “APOSTOLORUM SUCCESSORES”

§ 226.3  A sua volta il Vescovo emerito avrà cura di non interferire in nulla né direttamente né indirettamente nella guida della diocesi ed eviterà ogni atteggiamento ed ogni rapporto che potrebbe dare anche solo l’impressione di costituire quasi una autorità parallela a quella del Vescovo diocesano, con conseguente pregiudizio per la vita e l’unità pastorale della comunità diocesana. A questo fine il Vescovo emerito svolgerà la sua attività sempre in pieno accordo ed in dipendenza dal Vescovo diocesano, in modo che tutti comprendano chiaramente che solo quest’ultimo è il capo e il primo responsabile del governo della diocesi.

Il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, nel corso dell’udienza concessa al sottoscritto Cardinale Prefetto il 24 gennaio 2004, ha approvato il presente Direttorio e ne ha ordinato la pubblicazione.

Roma, dalla sede della Congregazione per i Vescovi, il 22 febbraio 2004, festa della Cattedra di S. Pietro.

Giovanni Battista Card. Re, Prefetto

www.vatican.va/roman_curia/congregations/cbishops/documents/rc_con_cbishops_doc_20040222_apostolorum-successores_it.html#Indice%20tematico

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CITAZIONI

La cernita delle mele, Platone e Amoris Lætitia

www.vatican.va/content/francesco/it/apost_exhortations/documents/papa-francesco_esortazione-ap_20160319_amoris-laetitia.html

Nella storia della teologia morale la cernita delle mele è stata usta come metafora per il discernimento morale. “Vi sono anche casi di incertezza tale per cui chel che zernis (colui che fa la cernita) non riesce a prendere unadecisione sicura. In tale caso si ricorre ad un criterio astratto, geometrico, una sorta di legge stabilita dal consorzio: la mesùra: in italiano misura, in realtà un semplice buco circolare fatto da una banda metallica, da posizionarsi sopra la cassetta degli scarti, in caso dubbio il criterio ultimo cui ricorrere per la decisione è il diametro”.

Tuttavia una mela davvero bella, ma che oggettivamente sembra non rientrare negli standard previsti dal consorzio, viene posta dal cernitore delicatamente sulla mèsura tenendola per il picciolo per cui la mela non cade tra gli scarti e dopo tale prova, con un certo sollievo, viene deposta con cura in mezzo a tutte le altre mele belle. (C. Belloni “Zernir”, Servitium 119 (1998) 554-559).

La lettura esclusiva del capitolo VIII dell’esortazione apostolica “Amoris Lætitia” (AL) attraverso “il

criterio astratto, geometrico, la mesùra,” attraverso una sorta di legge oggettiva stabilita da un “consorzio”, attraverso la limitata coscienza di chi applica la cernita, impoverisce i contenuti di AL, poiché in qualche modo in tale documento viene riconosciuta una dignità ad esistere della soggettività anche alle “mele-persone-famiglie”, vi è la trasformazione delle “mele-famiglie” da oggetti del discorso anche a soggetti di discorso.

La soggettività è costituita da cose mutevoli e, corruttibili, si pone quasi sempre come una mancanza rispetto alla “legge divina” la quale invece appartiene all’essere delle idee che esistono di per sé stesse, che devono essere sempre identiche a se stesse, devono essere immutabili nel tempo, sempre nella medesima condizione, sono così per “natura”.

Platone: il dualismo tra il mondo delle idee e il mondo reale.

La metafora del criterio astratto, geometrico di un inappellabile “consorzio” rimanda alla filosofia di

Platone con la costruzione del mondo assoluto delle idee, che si pone come principio e fondamento delle cose: il sensibile può essere conosciuto unicamente attraverso la lente, la “mèsura” delle idee, l’essere dell’idee dà la verità alle cose.

A detta di Giovanni Reale la scoperta del soprasensibile dà a Platone la possibilità di vedere il divino nella prospettiva del soprasensibile e può pertanto considerarsi il fondatore della teologia occidentale.

Con Platone si pongono due polarità talvolta difficilmente conciliabili, da un lato il mondo dell’essere delle idee teologiche, degli “oggetti perfetti”, delle idee che sono eterne, assolute, appartenenti all’iperuranio dall’altro lato una realtà sensibile sempre in movimento, corruttibile, percepibile attraverso i sensi della “natura” umana, costituita da cose relative. Si pone pertanto un dualismo tra il mondo delle idee e il mondo reale, tale dualismo viene risolto salvaguardando il mondo assoluto delle idee, che si pongono come la vera causa del sensibile: l’essere, nel nostro caso, la legge divina, è il principio e il fondamento dell’esistere.

Con Galileo si ha la frattura di tale pensiero, viene fondata la metodologia della scienza sperimentale

che può giungere a conclusioni differenti sulla natura delle cose celesti, viene introdotta una rivoluzione nel metodo ed il risultato delle osservazioni può contraddire la verità che derivava dal pensiero legato all’essere delle idee: le cose possono essere diverse da come devono essere.

Papa Francesco: legge naturale, ispirazione oggettiva e interpellante mosaico di tante realtà.

Papa Francesco con “Amoris Lætitia” (AL) inizia l’esortazione, volgendo lo sguardo alle famiglie che popolano la Bibbia e alle famiglie reali contemporanee, abitanti nell’oggi questo pianeta e citando  orge Francisco Isidoro Luis Borges Acevedo (*1989 1986), volge lo sguardo compartecipe alle case “dove le vite degli uomini ardono come candele isolate”, sembra partire da una visione personalistica, fenomenologica della famiglia, dove in parte continuando con Borges quella strada della sera mi era estranea”. Tale visione che parte dalla curiosità compartecipe del mondo reale, emerge in numerosi paragrafi, ad es.: p. 57 “non rimane uno stereotipo della famiglia ideale, bensì un interpellante mosaico formato da tante realtà diverse, piene di gioie drammi e sogni.”. Fondamentale è il paragrafo 122 dove si pone una netta distinzioni tra il piano del mondo reale e il piano ideale “Non è bene confondere piani differenti: non si deve gettare sopra due persone limitate il tremendo peso di dover riprodurre in maniera perfetta l’unione che esiste tra Cristo e la sua Chiesa, perché il matrimonio come segno implica “un processo dinamico, che avanza gradualmente con la progressiva integrazione dei doni di Dio.”

Al p. 295 si precisa che non c’è una “gradualità della legge”ma una gradualità dell’esercizio prudenziale degli atti liberi in soggetti che non sono in condizione di comprendere, di apprezzare o di praticare pienamente le esigenze oggettive della legge”.

Anche in AL sussiste un certo pensiero neoplatonico, viene riconosciuta una “legge naturale” come fonte di ispirazione oggettiva e nel p. 305 si vuole indicare la relazione tra l’essere delle idee le regole oggettive della legge naturale e il soggetto morale: “La legge naturale non può dunque essere presentata come un insieme già costituito di regole che si impongono a priori al soggetto morale, ma è una fonte di ispirazione oggettiva per il suo processo, eminentemente personale, di presa di decisione”.

In AL sembrano coesistere entrambe le due possibili letture: da un lato l’affermazione e la fedeltà a norme oggettive della moralità, dall’altro lato il legame interpellante con il “mosaico di tante realtà”, l’esclusione di una delle due letture comporta una visione riduttiva dell’esortazione.

L’appello alla coscienza nel discernimento morale.

Mentre il pensiero filosofico platonico non prevede la dimensione storica degli avvenimenti e delle stesse norme, si afferma in AL la visione personalistica delle storie delle singole persone, delle famiglie (pp. 189, 193, 208, 240), in un processo di riconciliazione come mezzo prioritario per un cammino di cura della propria storia.

Il pensiero filosofico neoplatonico è “ossessionato” da una possibile dimensione storica della legge divina, mentre tale dimensione sembra essere presente nel Vecchio Testamento, dove la dimensione del cambiamento è intrinseca alla storia dell’alleanza tra Dio e il suo popolo. Tuttavia l’ossessione del cambiamento non deriva solo dal pensiero filosofico di Platone, ma sembra essere un elemento strutturante dell’umano. In Giona è rappresentato con punte di tragica comicità il suo tormento per il possibile cambiamento della volontà di Dio sulla sorte di Ninive, è tormentato dall’idea del cambiamento, non è preso dalla contemplazione della misericordia di Dio. Nell’ipotesi che il cambiamento non riguardi Dio, ma la percezione che Giona ha di Dio, verrebbe accentuata la resistenza di Giona al cambiamento stesso.

Giona cerca una protezione dal senso di precarietà ed insicurezza derivante dal mutare della Realtà, si ripara all’ombra di una piccola pianta di “qiqajon” e protesta vivamente quando la piantina dopo brevissimo tempo rinsecchisce, al pari di Giona i cultori del mondo delle idee ricercano sicurezza e protezione all’ombra protettiva di un paradigma neo-platonico e tale protezione sembra essere una corazza impenetrabile ben più resistente e strutturata della piccola pianta: una piccola scalfittura viene percepita come una profanazione della “Verità”.

Se esiste una “legge naturale” come temperare, accordare dignità di esistere al soggetto che ha in sé la natura del cambiamento e può trovarsi in una posizione moralmente distante dal bene oggettivo? L’appello ultimo alla coscienza morale nel discernimento dovrebbe risolvere lo scarto che c’è tra il soggetto reale e l’oggetto ideale. Vi è una concezione della coscienza che soggiace alle due polarità conoscitive, una attinente alla “natura” ideale dell’oggetto che definisce l’essere assoluto della coscienza, l’altra attinente alla “natura” soggettiva della coscienza, che definisce l’esistere storico delle singole coscienze.

In “Gaudium et Spes” al n. 16 si fa riferimento alla prima dimensione della coscienza: “La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità”. In tale definizione la coscienza si pone come l’oggetto privilegiato appartenente alla sfera delle realtà che non sono sensibili ma solo pensabili, contemplabili, è il luogo sacro in cui risuona la voce di Dio.

Questa definizione di coscienza si accorda al concetto di anima in Platone, secondo il quale l’anima ha contemplato le idee nell’iperuranio prima di scendere nel corpo (il corpo come prigione?). La coscienza in cui risuona la voce di Dio, condivide nel corpo e col corpo la gratitudine per la vita, il piacere della vita, la passione gioiosa per la relazione con l’altro, ma anche altre presenze appartenenti alla sfera delle realtà sensibili che si sono venute costruendo in un corpo reale, quali la storia personale, familiare, genealogica e della cultura dell’umanità.

Tali elementi sono anche oggetto di conoscenza delle scienze umane attraverso metodologie proprie di tali scienze. Vi è il limite relativo alle varietà delle teorie e metodi delle diverse discipline psicologiche che hanno per oggetto lo studio della coscienza, dalle neuroscienze alla psicologia cognitivo comportamentale, sistemico-relazionale, alla psicologia di tipo analitico. Quest’ultima postula l’esistenza di un mondo interno che denomina inconscio, definito quindi attraverso un concetto negativo, che comprende tutto il materiale che è registrato nell’individuo, ma di cui l’individuo stesso non è consapevole. Il materiale dell’inconscio non è inerte, è estremamente attivo, è dotato di una propria autonomia e condiziona in modo inconsapevole la coscienza morale, il pensiero e il comportamento dell’individuo. L’inconscio dell’individuo si può rivelare quando è spento o è ridotto il controllo consapevole e razionale, attraverso i sogni, l’immaginazione attiva, la meditazione, la preghiera, la contemplazione ed anche attraverso l’attività artistica.

Stupisce la scarsa attenzione nella comunità cristiana verso l’attività onirica, quando la stessa religione giudaico-cristiana fonda la propria fede sulla parola di Dio che si è rivelata in molti modi, sia nell’antico che nel nuovo Testamento, anche attraverso i sogni. Nell’intimità dei sogni può risuonare la voce di Dio.

Nella definizione di coscienza contenuta in Gaudium et Spes compare la parola sacrario che rimanda all’infinito silenzio di quei luoghi dove si costudiscono una molteplicità delle storie di persone, famiglie, generazioni, dell’umanità, del silenzio di Dio, la coscienza personale è al tempo stesso sacrario ed anche una piccola presenza, una particella all’interno di quel sacrario. La coscienza definita in GS, può condividere ad es. la presenza di una coscienza ad alto contenuto persecutorio, come quella rappresentata da Collodi nella figura del Grillo parlante che giudica Pinocchio unicamente per le sue malefatte, la sua disobbedienza verso il padre, che imprigiona il burattino solo nelle sue cattive e riprovevoli azioni. Pinocchio schiaccia il grillo parlante e con esso una parte di sé; purtroppo chi è depositario di una coscienza persecutoria da grillo parlante può eliminare il contenitore stesso della coscienza, cioè se stesso.

L’enfasi della legge divina e della relativa coscienza che deve conformarsi rettamente ad essa, può avere talvolta degli effetti collaterali dovuti ad un carico eccesivo, tremendo per una coscienza sensibile da “Grillo parlante”. L’adesione al mondo delle idee dovrebbe condurre ad un rigore assoluto riguardo al giudizio morale della realtà, mentre talvolta, quando eventi sconvenienti coinvolgono il cultore o l’istituzione sede della “perfezione”, paradossalmente si assiste ad una negazione fino alla rimozione della realtà stessa, poiché il mondo delle idee avrebbe il primato sull’esistere. La cronaca insegna che il ritorno del rimosso nel tempo è inesorabile.

I contenuti dell’inconscio, il pensiero culturale prescelto condizionano fortemente le scelte dell’io razionale, consapevole, pertanto l’io consapevole dovrebbe accettare il sacrificio del limite alla conoscenza del bene e del male come già fu ben rappresentato dai redattori di Genesi e come allora, tutto ciò può generare desolazione, insicurezza ed una angoscia mortifera.

La misericordia e lo scarto tra il soggetto reale e l’oggetto ideale

Lo scarto che c’è tra il soggetto reale e l’oggetto ideale, tra l’esistere e l’essere, può essere colmato dalla misericordia. La Misericordia è l’elemento costitutivo nella storia dell’Alleanza tra Dio e il suo popolo, è la misericordia che sconcerta Giona quando contempla dall’alto la popolazione di Ninive, mentre talvolta, sembra essere solo un elemento per ridurre lo scarto all’interno della singola esperienza individuale. La misericordia di Dio è per tutto un popolo, ma anche la misericordia accordata alla singolarità dell’individuo o della coppia, diventa di per sé generalizzata poiché ogni caso, per sua natura, rivendica l’esclusione dalla legge generale, poiché ogni singolo caso costituisce una storia particolare.

Al p. 304 di AL citando S. Tommaso si afferma “Sebbene nelle cose generali vi sia una certa necessità, quanto più si scende alle particolari, tanto più si trova indeterminazione. E tanto più aumenta l’indeterminazione quanto più si scende nel particolare”.

La stesura dell’esortazione apostolica “Amoris Lætitia” sembra essere ispirata dalla Misericordia dell’Alleanza verso un popolo nella sua interezza e realtà, sembra fondare un nuovo paradigma per la teologia morale dove la “la Chiesa non è una dogana,” (p. 310) depositaria della legge, ma con Papa Francesco “anzitutto dobbiamo dire che la misericordia è la pienezza della giustizia e la manifestazione più luminosa della verità di Dio” (p. 311).

Il p. 308 si conclude con “Gesù aspetta che rinunciamo a cercare quei ripari personali o comunitari che ci permettono di mantenerci a distanza dal nodo del dramma umano, affinché accettiamo veramente di entrare in contatto con l’esistenza concreta degli altri e conosciamo la forza della tenerezza. Quando lo facciamo, la vita ci si complica sempre meravigliosamente”.

Angelo Recusani         matrimonio in ascolto delle relazioni d’amore – n. 2/2019

https://rivista-matrimonio.org/images/filespdf/La_cernita_delle_mele_Platone_e_Amoris_Laetitia.pdf

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CONCILIO VATICANO II

2019, passi importanti verso il compimento della profezia del Concilio

Nella comunità cristiana dei primi secoli è dominante la figura di Cristo e il suo ritorno imminente. Non ci sono interpretazioni filosofiche per leggere il cammino della Chiesa e il destino umano dopo la morte: l’evento finale della seconda venuta di Cristo focalizza tutta l’attenzione senza dare importanza né al mondo né al trascorrere del tempo che sarebbero presto finiti.

            Il protrarsi della durata della storia dopo Cristo, e il diffondersi del cristianesimo fino a diventare dominante nel mondo, fece sorgere l’esigenza di dare significato cristiano al passaggio del tempo. A Roma, soltanto nel 525, il monaco erudito Dionigi il piccolo, proveniente dalla Scizia, la Romania meridionale, nell’ambito dello studio della data della Pasqua, propose di numerare gli anni secondo un nuovo criterio, «ab Incarnatione Domini nostri Iesu Christi», cioè «dall’Incarnazione del nostro Signore Gesù Cristo». Sappiamo oggi che egli sbagliò di poco i calcoli. Il suo calendario si impose in tutto il mondo. Da allora la datazione della storia ha come riferimento centrale la nascita di Cristo: prima e dopo.

L’attesa per la venuta finale di Cristo nella gloria e la realizzazione del Regno di Dio è sorprendentemente lunga. Il passaggio dell’anno ci fa interrogare su come la Chiesa viva il tempo presente. Un tempo per cogliere la novità del Vangelo, proporre a tutti gli uomini la freschezza del kerigma, l’annuncio della salvezza. Papa Francesco in Evangelii gaudium (§ 222-225), in Laudato si’ (§ 178) e in Amoris lætitia (§ 3 e 261) propone il principio che il tempo è superiore allo spazio. «Si tratta di privilegiare le azioni che generano nuovi dinamismi nella società e coinvolgono altre persone e gruppi che le porteranno avanti, finché fruttifichino in importanti avvenimenti storici. Senza ansietà, però con convinzioni chiare e tenaci».

Il Concilio Vaticano II è stato il momento della profezia, che con la forza dello Spirito Santo si avvera, se c’è collaborazione. Abbiamo partecipato recentemente presso l’Istituto Teologico Leoniano di Anagni, che ha avviato un’interessante ricerca sull’ecclesiologia pastorale, ad un incontro con monsignor Luigi Bettazzi, tra i pochi padri conciliari viventi [unico degli italiani]. Presentava il suo libro Il mio Concilio Vaticano II. Prima. Durante. Dopo. Ci ha colpito l’affermazione che il Concilio fosse apprezzato soprattutto fuori della Chiesa, piuttosto che dentro. Il mondo aveva in quel momento forti aspettative di cambiamento: «Se cambia la Chiesa, cambia tutto». Ma di fatto la Chiesa non è cambiata. Il Concilio è stato insabbiato, e dalla sintonia e lo slancio si è tornati al formalismo, al moralismo, a forme di sopravvivenza del sacro e a soffocare i sogni di una nuova umanità. Allora il mondo ha fatto da solo, con il ’68. La Chiesa ha perso la grande opportunità di guidare, “primerear” [prendere l’iniziativa], insieme a Cristo il cambiamento. Il giornalista e scrittore Leo Longanesi diceva che «tutte le rivoluzioni cominciano per strada e finiscono a tavola». Possiamo dire che anche gli uomini del ’68 si sono accomodati alle tavole imbandite dalle lobbies. Oggi sembra che i sogni siano finiti per tutti, soffocati dall’egoismo e dal denaro.

Proprio questo tempo sembra opportuno! Lo Spirito Santo torna a soffiare sulla Chiesa e sul mondo, spazzando via la sabbia depositata. La fratellanza universale, il Sinodo dell’Amazzonia e la Sinodalità nella Chiesa, la lotta agli abusi del clero e alla corruzione, il rinnovamento della teologia e degli studi ecclesiastici, il ruolo della donna, la tutela del creato, la scelta preferenziale per i poveri. In questo anno 2019 nell’animo di molti è tornato il coraggio per essere profeti del Concilio, nonostante tutte le resistenze.

Troviamo forti analogie con la Chiesa che faceva i primi passi. In Atti degli apostoli 9,43 – 11,18 Pietro in preghiera venne scandalizzato dalla visione della tovaglia con gli animali considerati impuri, e dalla voce che comandava di mangiarli. Essa precedette il battesimo del pagano Cornelio e della sua famiglia. Con l’accoglienza dei pagani la Chiesa divenne universale. Pietro fu costretto a cambiare le sue convinzioni fino ad ammettere di fronte ai fedeli circoncisi che lo rimproveravano: «Se dunque Dio ha dato a loro lo stesso dono che ha dato a noi, per aver creduto nel Signore Gesù Cristo, chi ero io per porre impedimento a Dio?» (Atti 11,17).

Pietro, primo Papa, era un ebreo ed è stato forzato dallo Spirito Santo a superare i pregiudizi e lo scetticismo provenienti dalla sua formazione e dall’ambiente giudaico, per una chiesa aperta ai pagani di quel tempo. L’ingresso di nuove persone ha cambiato il volto della Chiesa che è diventato più bello. Oggi Papa Francesco, che ha avuto una formazione preconciliare in ambito spirituale e teologico, di cui spesso ha parlato, che «cristallizzava i processi» e rallentava il tempo per non cambiare nulla, sembra anche lui essere stato forzato dallo Spirito Santo ad una «purificazione interiore» per accogliere il progetto della Chiesa bella del Concilio che inizia a prendere forma.

            La tovaglia che scese dinanzi a Pietro era piena di cibi per lui ripugnanti, contro la legge, ma egli si lasciò sconvolgere e fu capace di cambiare. Giustificò di fronte ai fratelli ebrei la forza dello Spirito Santo. Papa Francesco faceva parte di quell’élite ecclesiale importante che determinava il volto di una Chiesa potente, ricca e influente nel mondo. La tovaglia che ora tiene dinanzi e ci mostra è piena dell’umanità sofferente e oppressa, e la voce dello Spirito lo ha spinto alla scelta preferenziale per i poveri. Chissà quante volte si è trovato in difficoltà, come Pietro, a spiegare ai suoi confratelli il cambio verso una chiesa povera! Non è la Chiesa della «mistica della miseria», ma una Chiesa che fa delle beatitudini il suo cuore. Non una filantropia della carità, ma l’annuncio di Cristo che salva e promuove l’uomo nell’amore e nella unità per realizzare il Regno.

            La voce dello Spirito Santo invita ad agire, senza indugio, senza ansietà, ma con determinazione per accogliere tutti. Oggi bisogna dare spazio a tante persone reali e di diverse culture che nell’incontro con Gesù Cristo sapranno, insieme a noi, costruire il volto bello della Chiesa profetizzato dal Concilio.

Don Paolo Scarafoni e Filomena Rizzo insegnano insieme teologia in Italia e in Africa, ad Addis Abeba.

Vatican insider                                   31 dicembre 2019

www.lastampa.it/vatican-insider/it/2019/12/31/news/2019-passi-importanti-verso-il-compimento-della-profezia-del-concilio-1.38273502

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DALLA NAVATA

Battesimo del Signore- Anno A – 12 gennaio 2020

Isaia                42, 06 «Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia e ti ho preso per mano; ti ho formato e ti ho stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni» 

Salmo              28, 02 Date al Signore, figli di Dio, date al Signore gloria e potenza.

Atti Apostoli   10, 34 In quei giorni, Pietro prese la parola e disse: «In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga.»

Matteo            03, 13 In quel tempo, Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui.

 

Battesimo: immergersi in un oceano d’amore

La scena grandiosa del battesimo di Gesù, con il cielo squarciato, con il volo ad ali aperte dello Spirito sulle acque del Giordano, con la dichiarazione d’amore di Dio, è accaduta anche al mio battesimo e accade ancora a ogni quotidiana ripartenza. La Voce, la sola che suona in mezzo all’anima, ripete a ciascuno: tu sei mio figlio, l’amato, in te ho posto il mio compiacimento. Parole che ardono e bruciano: figlio mio, amore mio, gioia mia. Figlio è la prima parola. Figlio è un termine potente sulla terra, potente per il cuore dell’uomo. E per la fede. Dio genera figli secondo la propria specie, e io e tu, noi tutti abbiamo il cromosoma del genitore nelle nostre cellule, il Dna divino in noi. Amato è la seconda parola.

            Prima che tu agisca, prima che tu dica «sì», che tu lo sappia o no, ogni giorno, ad ogni risveglio, il tuo nome per Dio è «amato». Di un amore che ti previene, che ti anticipa, che ti avvolge a prescindere da ciò che oggi sarai e farai. Amato, senza se e senza ma. La salvezza deriva dal fatto che Dio mi ama, non dal fatto che io amo lui. E che io sia amato dipende da Dio, non dipende da me! Per fortuna, vorrei dire; o, meglio, per grazia! Ed è questo amore che entra, dilaga, avvolge e trasforma: noi siamo santi perché amati. La terza parola: Mio compiacimento. Termine desueto, inusuale eppure bellissimo, che nel suo nucleo contiene l’idea di piacere. La Voce grida dall’alto del cielo, grida sul mondo e in mezzo al cuore, la gioia di Dio: è bello con te, figlio mio; tu mi piaci; stare con te mi riempie di gioia.

            La potenza del battesimo è detta con il simbolo vasto delle acque che puliscono, dissetano, rinfrescano, guariscono, fanno germogliare i semi; con lo Spirito che, insieme all’acqua, è la prima di tutte le presenze nella Bibbia, in scena già dal secondo versetto della Genesi: «Lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque». Una danza dello Spirito sulle acque è il primo movimento della storia. Da allora lo Spirito e l’acqua sono legati a ogni genesi, a ogni nascita, a ogni battesimo, a ogni vita che sgorga. Noi pensiamo al rito del battesimo come a qualche goccia d’acqua versata sul capo del bambino.

            La realtà è grandiosa: nella sua radice battezzare significa immergere: «Siamo immersi in un oceano d’amore e non ce ne rendiamo conto» (G. Vannucci). Io sono immerso in Dio e Dio è immerso in me; io nella Sua vita, Lui nella mia vita; «stringimi a te, stringiti in me» (G. Testori). Sono dentro Dio, come dentro l’aria che respiro, dentro la luce che mi bacia gli occhi; immerso in una sorgente che non verrà mai meno, inabissato in un grembo vivo che nutre, fa crescere e protegge: battezzato

Padre Ermes Ronchi, OSM

www.cercoiltuovolto.it/vangelo-della-domenica/commento-al-vangelo-del-12-gennaio-2020-p-ermes-ronchi

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DONNE NELLA CHIESA

La dignità della donna. Un punto di vista di papa Francesco

w2.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2020/documents/papa-francesco_20200101_omelia-madredidio-pace.html

Ha colpito tutti, nella prima omelia di papa Francesco in questo nuovo anno 2020, – incentrata sul tema della dignità della donna –, la forza e la concretezza con cui il pontefice ne ha parlato. Assai meno frequente è stata un’analisi più attenta e approfondita di ciò che distingue questo messaggio dai tanti, apparentemente simili, che oggi si incontrano quotidianamente sui mezzi di comunicazione, e lo salva dalla retorica.

La maternità di Maria non riguarda solo il cielo, ma la terra. Una prima differenza sta nello spessore teologico che ha caratterizzato la riflessione del papa. Il 1 gennaio per la Chiesa è la solennità di Maria Madre di Dio. Ma questo mistero, nel discorso di Francesco, non rimane un teorema celeste, perché ha un preciso riscontro terrestre: «Se vogliamo tessere di umanità le trame dei nostri giorni, dobbiamo ripartire dalla donna. Da lei [Maria], donna, è sorta la salvezza e dunque non c’è salvezza senza la donna». La figura della Madonna diventa, in questa prospettiva, una chiave di interpretazione per la nostra storia, che deve puntare sulla dimensione femminile per recuperare la sua valenza umana.

In un tempo come il nostro, poco abituato a guardare i particolari nell’orizzonte del loro senso ultimo, sono parole difficili da capire. Ma esse riscattano la questione femminile dalla banale logica di una rivendicazione para-sindacale e danno ad essa uno sfondo che le rende il suo pieno significato. Perché nella generazione del Cristo, Verbo di Dio, da una povera ragazza ebrea, si è realizzato il compimento della storia non solo dell’uomo, ma anche del cosmo. E alla luce di questo assume tutto il suo significato che la nascita di Eva sia stata l’ultimo atto della grande vicenda narrata nella Genesi: «La donna» – ha fatto notare il papa, «giunge al culmine della creazione, come il riassunto dell’intero creato. Infatti racchiude in sé il fine del creato stesso: la generazione e la custodia della vita, la comunione con tutto, il prendersi cura di tutto».

Le ricadute concrete della visione teologica. Non si tratta di un’evasione dalla realtà effettiva di ogni giorno, ma di una sua rilettura, carica di conseguenze, che la valorizza pienamente: «È proprio della donna prendere a cuore la vita. La donna mostra che il senso del vivere non è continuare a produrre cose, ma prendere a cuore le cose che ci sono. E solo chi guarda col cuore vede bene, perché sa “vedere dentro”». È un appello al rispetto della dignità della vita e alla interiorità che la rende pienamente umana, oggi sa così spesso dimenticata. Ma è anche un riferimento inequivocabile a una realtà sociale che ha sostituito il primato della produzione («produrre cose») a quello della cura dell’esistente («prendere a cuore le cose che ci sono»). Il problema ecologico nasce precisamente da questo equivoco drammatico.

            Un femminismo che mette in discussione il sistema. E qui emerge la seconda differenza del femminismo di papa Francesco da quello oggi “di moda”. Esso non si limita a rivendicare i diritti delle donne, ma implica una forte critica a tutto l’assetto culturale ed economico della società e individua in questo assetto la radice della violazione di questi diritti.

Certo, nella sua omelia il pontefice denunzia con grande energia la violenza nei confronti delle donne, partendo dallo sfondo teologico che ne evidenzia la tragicità, ma al tempo stesso riferendosi ai concreti fenomeni sociali in cui essa si manifesta: «Le donne sono fonti di vita. Eppure sono continuamente offese, picchiate, violentate, indotte a prostituirsi e a sopprimere la vita che portano in grembo. Ogni violenza inferta alla donna è una profanazione di Dio, nato da donna».

Si noti, però, che la denunzia del papa non riguarda solo gli stupri e i femminicidi, di cui giustamente molto si parla, ma anche la prostituzione e l’aborto – che la nostra società spesso considera invece una espressione della libertà delle donne –, evidenziando il pesantissimo condizionamento sociale che rende in realtà queste “scelte” assai meno libere di quanto di pretenda.

Già qui comincia ad affiorare un importante spostamento del focus, dalle prevaricazioni maschili – che ci sono – a quelle che vengono da una cultura e da un contesto socio-culturale diffusi e spesso sostenuti e alimentati anche da chi condanna le prime.

L’importanza del corpo. In questo attacco al “sistema” Francesco ha dedicato una particolare attenzione agli abusi che colpiscono il corpo femminile. Per farlo è partito, ancora una volta, dalla prospettiva teologica, che, centrata com’è sulla “maternità” di Maria, è intrisa di rifermenti alla corporeità concreta: il corpo femminile «va rispettato e onorato; è la carne più nobile del mondo, ha concepito e dato alla luce l’Amore che ci ha salvati!». «Dal corpo di una donna è arrivata la salvezza per l’umanità: da come trattiamo il corpo della donna comprendiamo il nostro livello di umanità».

E quale sia il livello di umanità della società consumistica in cui viviamo immersi lo abbiamo sotto gli occhi: «Quante volte», ha detto il papa, «il corpo della donna viene sacrificato sugli altari profani della pubblicità, del guadagno, della pornografia, sfruttato come superficie da usare». Il corpo della donna, ha sottolineato, «va liberato dal consumismo».

Il femminismo, in questa prospettiva, viene riscattato dal rischio di rimanere la rivendicazione, da parte delle donne, di condividere a pieno titolo i vantaggi della condizione degli uomini, così com’è nella logica del neocapitalismo imperante, e diventa un femminismo che implica una critica radicale a questa logica, evidenziando che proprio in essa stanno le radici del disagio femminile – come, in altre modalità, di quello maschile.

“Prima le donne”, non “prima gli italiani”. Ne consegue, fra l’altro, che questo discorso non può essere circoscritto ai diritti “delle italiane”, ma riguarda ogni donna: «Ci sono madri che rischiano viaggi impervi per cercare disperatamente di dare al frutto del grembo un futuro migliore e vengono giudicate numeri in esubero da persone che hanno la pancia piena, ma di cose, e il cuore vuoto di amore».

Qui la polemica non è contro i maschi, ma contro tutte le persone – donne comprese – che «hanno la pancia piena, ma di cose, e il cuore vuoto di amore».

E l’amore – papa Francesco l’ha più volte ribadito di fronte a chi continua a distorcere il suo messaggio – non è cieco e indiscriminato “buonismo”, ma responsabilità. Di questa responsabilità la “cultura dei diritti”, in cui spesso il femminismo corrente confluisce, rischia di farci perdere il senso, identificandosi con una prospettiva individualista che esalta i diritti senza i doveri – verso le persone, verso la giustizia, verso il bene comune.

Così inteso, però, il femminismo finisce per muoversi all’interno di un falso ordine precostituito, invece di contestarlo alla radice. Una cultura dell’amore non si limita ad auspicare che le donne diventino libere come oggi lo sono già gli uomini, ma propone un modello diverso di libertà che sia anche reciproca responsabilità.

Francesco contro il maschilismo della Chiesa. Si potrà obiettare che, mentre la Chiesa predica bene, di fatto razzola molto male, restando spesso, nella sua mentalità e nei suoi stili interni, fortemente maschilista. Non è necessario essere laicisti per considerare questa critica più che fondata. Lo testimonia il fatto che proprio papa Francesco l’ha condivisa, cercando – con esiti alterni – di vincere le innumerevoli resistenze che si oppongono a una reale trasformazione.

Nel marzo 2018, in una lettera, ha scritto: «Mi preoccupa il persistere nelle società di una certa mentalità maschilista, mi preoccupa che nella stessa Chiesa il servizio a cui ciascuno è chiamato, per le donne, si trasformi a volte in servitù».

In particolare il papa ha avuto il coraggio di affrontare il tema delicatissimo del ruolo delle suore, a volte adibite a compiti di mera manovalanza all’interno di case di ritiri o di centri di spiritualità, oppure negli episcopi, al servizio di vescovi e cardinali.

Con l’immediatezza che lo caratterizza, nel maggio 2016, parlando all’Unione Internazionale Superiore Generali, ha chiesto loro di avere il coraggio di dire “no” quando viene chiesta «una cosa che è più di servitù che di servizio». «Quando si vuole che una consacrata faccia un lavoro di servitù» – aveva insistito con forza – «si svaluta la vita e la dignità di quella donna. La sua vocazione è il servizio: servizio alla Chiesa, ovunque sia. Ma non servitù!».

Non è un punto d’arrivo, certo, ma è una dimostrazione della coerenza e della serietà con cui questo pontefice si rivolge oggi al mondo per avvertire che il cristianesimo, malgrado tutti i tentativi di imprigionarlo negli schemi della conservazione, è rivoluzionario.

Giuseppe Savagnone   (Palermo)        «I chiaroscuri» (su www.tuttavia.eu)

https://francescomacri.wordpress.com/2020/01/09/la-dignita-della-donna-un-punto-di-vista-di-papa-francesco/#more-51887

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FILOSOFIA

Filosofi antichi che non amano le donne: l ’origine del pregiudizio

Per gli antichi greci le donne erano una razza a sé, inferiore e maledetta, quel tipo di razza di cui nessuno, sano di mente, vorrebbe mai far parte, condividendone il destino: prigioniere di un percorso di vita domestico, cresciute nella totale, assoluta, radicale mancanza di formazione culturale ed educazione alla socialità. Anche il loro corpo era ritenuto sostanzialmente diverso da quello maschile perché più «poroso», un aggettivo che richiama quanto si dirà nei secoli a seguire del loro cervello: così morbido, spugnoso, piccolo e leggero che cercare di dotarle di istruzione è un’impresa persa in partenza.

L’inferiorità di genere, avverte Eva Cantarella nel suo Gli inganni di Pandora (Feltrinelli) è dunque un’idea antica. È nel momento storico che va da Esiodo — il primo utilizzatore del mito in senso filosofico — a Platone che «l’individuazione di una differenza fra il genere maschile e quello femminile è stata tradotta nell’idea di un’inferiorità delle donne, immediatamente seguita da ineluttabili, pesanti discriminazioni». È greco il percorso che dalla differenza sessuale porta alla differenza di genere, la quale (ora lo sappiamo bene) è costruzione sociale strettamente connessa a gerarchie e relazioni di potere, basata sull’istituzione di modelli — di comportamento, doveri, responsabilità, aspettative — a cui è obbligo adeguarsi. «Il maschio — scrive Aristotele — rispetto alla femmina è tale per natura, l’uno è migliore, l’altra peggiore, e l’uno comanda, l’altra è comandata».

La tradizione europea e occidentale che affonda le proprie radici nel pensiero greco, insieme alla magnificenza della filosofia, della scienza, del teatro, all’idea di democrazia e di diritto, ha ricevuto in eredità dunque anche la mela marcia del primato di un sesso sull’altro, la teoria essenzialista secondo la quale la differenza di genere è un dato naturale, originario e immodificabile. La specificità delle donne dipende dalle caratteristiche biologiche che gli dèi hanno loro attributo, ci dicono gli antichi greci. C’è una differenza fra le virtù maschili e quelle femminili e questa differenza è legata alla biologia.

Ci vorranno secoli per rimettere in discussione questo impianto e ci vorrà altro tempo per superare le discriminazioni. Poteva andare in modo diverso? Il pensiero greco non è un monolite, al suo interno si odono voci che avanzano il dubbio che la differenza fra uomini e donne possa essere più culturale che naturale o divina. Ma queste voci — quella di Socrate, quella dei Cinici che ammettevano le donne nelle loro scuole, o quella di Pitagora, che a Crotone discuteva delle capacità politiche femminili — restano minoritarie, soffocate dalle grida di chi recita ciò che Atene vuole sentire.

Solo gli uomini possiedono dunque, nella sua pienezza, il logos, la capacità di deliberare. Le donne detengono una ragione minore e imperfetta, «che non consentiva di controllare la loro parte concupiscibile», scrive Eva Cantarella. Non sono certo donne dotate di logos quelle descritte nel giambo di Simonide di Amorgo, vissuto nella seconda metà del VII secolo a.C. Il campionario che mette in versi è stupefacente. Ci sono donne fatte di terra (che non distinguono il bene dal male), altre di acqua (che cambiano umore rapidamente, senza un perché). Altre ancora, racconta il poeta, rappresentano la versione bipede degli animali della fattoria: c’è la donna che deriva dalla scrofa, la quale vive in una casa sporchissima e non si lava mai; la donna-volpe che sa tutto, controlla tutto e si adegua agli eventi, adattandosi; la cagna, che vagola per la casa latrando e non si calma mai; l’asina, paziente e lavoratrice, mangia rincantucciata vicino al fuoco, puoi bastonarla e non protesta, ma poi è pronta a fare l’amore con chiunque; la donna che deriva dalla gatta, che è senza grazia e senza fascino, ruba e si mangia le offerte prima di sacrificarle agli dèi; la donna cavalla, raffinata, curatissima, con una bella capigliatura, ma pigra tanto che preferisce lavare sé stessa, cospargendosi di profumi, piuttosto che spazzare il pavimento. Infine la peggiore: la donna scimmia, così brutta che quando va per la città tutti ridono di lei. E la migliore: l’ape, che ama il marito e invecchia accanto a lui, alleva devotamente i figli, non ama parlare di sesso con le altre donne (ma il poeta specifica che la donna ape, ahimè, non esiste, è solo un sogno ad occhi aperti tutto maschile).

Donne genere maledetto, donne senza logos. Intelligenti, a loro modo, ma di un’intelligenza concreta, non speculativa come quella maschile. E vista la deriva dell’antropocene, forse questa intelligenza «diversa» delle donne, di cui i greci si sono mostrati tanto convinti, potrebbe riservare a loro un ruolo da protagonista, nel secondo tempo della nostra permanenza su questa terra.

Daniela Monti             “Corriere della Sera”            17 novembre 2019

https://francescomacri.wordpress.com/2019/11/17/filosofi-antichi-che-non-amano-le-donne-l-origine-del-pregiudizio

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GOVERNO

Rimossa la soglia ISEE dei 25.000 euro. Il contributo mensile varia in base agli scaglioni di reddito

            Ammontano a un massimo di 3.420 euro i contributi statali per ogni neonato nel 2020. Contributi determinati dalle riforme del bonus bebè e del bonus asilo nido operate dalla legge 160 del 2019, ovvero l’ultima legge di Bilancio approvata dal Parlamento e che si dividono tra l’assegno mensile, valido per un anno, e le erogazioni per le spese relative all’asilo nido, fruibili fino ai tre anni del bimbo.

I fondi aumentano se il bambino non è il primogenito: la dote in questo caso sale a 3.840 euro. Bisogna tenere presente che queste cifre sono raggiungibili qualora la famiglia abbia un indicatore ISEE inferiore ai 7.000 euro, con un ISEE superiore invece la dote è pari a 2.940 euro per il primo figlio e 3.228 per i successivi.

            Cifre che sono destinate a calare ancora qualora l’ISEE famigliare superi i 25.000 euro. In questo caso per il primo figlio spettano 2.440 euro e 2.728 per i successivi. Sopra i 40.000 euro di ISEE la dote cala ancora a 960 euro per il primogenito e 1.152 per i successivi.

            Nel dettaglio, la riforma del bonus bebè ha tolto lo sbarramento ISEE (nel 2019 è spettato ai nuclei familiari con ISEE fino a 25 mila euro, per un importo di 80 o 160 euro), premiando tutte le nuove nascite e le adozioni dall’1 gennaio al 31 dicembre 2020, con una maggiorazione del 20% nel caso di figli successivi al primo.

            Le cifre del bonus sono quindi ora le seguenti: 80 euro al mese per 12 mesi per il primo figlio e 96 per il secondo se l’ISEE è superiore a 40.000 euro; 120 euro mensili per il primo figlio e 144 per i successivi se l’ISEE è compreso tra 7.001 e 40.000 euro; 160 euro mensili per il primo figlio e 192 per i successivi se l’ISEE è compreso tra 0 e 7.000 euro. Il bonus bebè spetta dalla data di nascita o d’ingresso nel nucleo familiare in adozione o affidamento preadottivo fino al compimento del primo anno di età oppure fino al primo anno dall’ingresso nel nucleo familiare.

            Altre cause di decadenza del bonus sono il raggiungimento della maggiore età (in caso di adozione), la perdita dei requisiti da parte del richiedente o il verificarsi di una causa di decadenza: decesso del figlio; revoca dell’adozione; decadenza dall’esercizio della responsabilità genitoriale; affidamento esclusivo del minore al genitore che non ha presentato la domanda; affidamento del minore a terzi

AIBInews       7 gennaio 2020

www.aibi.it/ita/bonus-bebe-e-asili-nido-ecco-i-contributi-per-i-nuovi-nati-e-i-figli-adottati-nel-2020

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OMOFILIA

Cercate il suo volto. Riflessioni teologiche sull’amore omosessuale (e-book)

Negli ultimi anni la riflessione sui rapporti fra condizione omosessuale e fede cristiana-cattolica è diventata molto fitta. Lo si deve alle conquiste nel campo dei diritti civili, alle aperture pastorali offerte da Amoris Lætitia e al bisogno di proseguire nel cammino inaugurato dal Concilio Vaticano II.

Questo è lo sfondo da cui nasce l’e-book gratuitoCercate il suo volto. Riflessioni teologiche sull’amore omosessuale “, curato da Antonio De Caro ed edito da La Tenda di Gionata, che raccoglie una serie di riflessioni teologiche, già pubblicate negli scorsi anni sul Portale Gionata.

Abbiamo pensato che fosse utile realizzarne una sintesi ragionata, per evitare che la loro ricchezza innovativa vada dispersa. I contributi teologici, distribuiti su un arco temporale dal 1988 al 2018, sono stati esaminati e raggruppati per aree tematiche (“Esegesi”, “Teologia”, “Magistero” etc.) e in ciascuna area tematica, ogni contributo è stato ripreso – in modo talvolta sintetico, talvolta approfondito – e collegato con quelli che potevano risultare pertinenti al discorso complessivo, ed arricchito con note e rimandi bibliografici.

Questa raccolta attraverso il confronto dei contributi teologici elaborati da diversi teologi cattolici, fra tutti Alison, Castillo, Mancuso, McNeill e Migliorini, vuol contribuire a delineare l’evoluzione, negli ultimi 20-30 anni, di alcune idee-chiave utili per comprendere il problema dei rapporti fra fede cristiana e omosessualità.

Scrive il curatore Antonio De Caro che “non è il caso di cercare qui la profondità e la documentazione di testi propriamente accademici. Se mai, il lettore potrà mettere a fuoco alcune domande ed acquisire nuovi strumenti per proseguire la ricerca. Mi auguro che soprattutto i laici traggano da queste pagine occasione e stimolo per una riflessione autonoma”.

            Un testo che, come scrive nella prefazione Damiano Migliorini, “aiuta a comprendere su quali argomenti c’è ancora sete di conoscenza, chiarificazione, parole inclusive” nelle nostre comunità cristiane.

Per scaricare gratuitamente l’e-book clicca      

www.gionata.org/wp-content/uploads/2019/09/ebook_cercate_il_suo_volto_compressed.pdf

Sommario

  • Prefazione. Un raccolto, per una nuova semina                      Damiano Migliorini
  • Introduzione. Come è nato questo lavoro e a che cosa serve
  • Di che cosa parla questo libro

Capitolo 1. Il metodo storico-critico

  • La dottrina e la storia;
  • Una condizione sconosciuta alla Bibbia;
  • Dal nomos al logos;
  • L’amore come scopo della legge/logos;
  • L’eunuco etiope;
  • Teologia “apofatica” [che procede alla conoscenza di Dio per via di negazioni, dicendo ciò che Dio non è] e “quinto vangelo” [di Tommaso, didimo gemello spirituale];
  • Una esegesi per l’accoglienza.

Capitolo 2   Dall’esegesi alla teologia

  • L’omofobia cristiana
  • La legge naturale

Capitolo 3    Esperienza, teologia, magistero

Capitolo 4   Alla ricerca del volto di Dio

Capitolo 5   Quali orientamenti pastorali?

  • Pietro e Cornelio
  • Oltre i pregiudizi
  • Accompagnare verso la pienezza di un amore responsabile
  • Percorso di vita, Benedire l’amore; Liberazione; Una pastorale da parte degli omosessuali.

Conclusioni

  • I criteri del Vangelo; Lc 6,44 “Ogni albero si riconosce dal suo frutto”; Mt 11,4-5 “I ciechi recuperano la vista”;
  • Relativismo?;
  • Sospendere il giudizio.

Riferimenti biblici nel testo

ww.gionata.org/cercate-il-suo-volto-ebook

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PASTORALE

Un serio ritorno dei cattolici alla politica

Viviamo in un tempo contrassegnato dalla “crisi”, nella quale io leggo soprattutto una situazione di “aporia”. Aporia come incertezza, come non comprendere e non sapere, come non saper dire né decidere, fare delle scelte… E questo proprio perché manca l’operazione faticosa e paziente del discernimento, della lettura dei segni dei tempi e delle urgenze emergenti oggi nel nostro mondo globalizzato, certo, ma un mondo che va innanzitutto letto e compreso come mondo occidentale ed europeo, il nostro mondo.

E cosa osserviamo in quest’ora? Un’incapacità dei cattolici di stare nella polis, un’afonia dovuta a un’astenia della loro fede, ma anche a un allontanamento, ormai consumatosi, dall’impegno politico cristianamente ispirato. Come ha scritto Severino Dianich, “l’attuale insignificanza dei cattolici in politica è il sintomo di un avvenuto scollamento della vita di fede del credente dalla percezione delle sue responsabilità politiche”.

Va detto che i laici cattolici sono stati delegittimati e di fatto sostituiti da soggetti ecclesiastici che negli ultimi anni del secolo scorso e nei primi anni del nostro hanno avocato solo a sé il discernimento sulla situazione sociale, culturale e politica italiana, fino a intervenire direttamente in materie la cui competenza sarebbe appartenuta di diritto ai laici stessi. Così si è negata ai laici cattolici la possibilità di essere cristiani maturi, adulti, cristiani appartenenti a un popolo “regale”, e si è spenta la loro presenza, si è zittita la loro voce, non permettendo loro di esprimere la capacità di testimonianza nella polis.

            Ora, se è vero che “la chiesa” – come più volte ha ricordato Benedetto XVI – “non è e non intende essere un agente politico”, spetta invece ai cittadini cattolici una funzione immediata nel partecipare in prima persona alla vita pubblica “senza abdicare alla molteplice e svariata azione economica, sociale, legislativa, amministrativa e culturale, destinata a promuovere il bene comune” (Benedetto XVI, Deus caritas est 29).

http://www.vatican.va/content/benedict-xvi/pt/encyclicals/documents/hf_ben-xvi_enc_20051225_deus-caritas-est.html

Quali sono le modalità in cui tale partecipazione può avvenire? Un’ipotesi che in questi ultimi anni si manifesta tramite la voce di figure autorevoli del laicato cattolico e anche della gerarchia è quella di rifondare un partito di ispirazione cattolica.

Gastone Simoni, vescovo emerito di Prato, ne ha parlato in alcuni interventi molto articolati.

www.ildomaniditalia.eu/mons-gastone-simoni-due-scommesse-da-vincere↑

Scriveva il 30 agosto 2019 scorso: ↑ “Mi parrebbe venuta l’ora per stringere i tempi e arrivare all’evento fondativo di un nuovo soggetto politico non oltre i prossimi mesi del 2019”. Non si tratta di fondare un partito cattolico – precisa il vescovo – ma “della nascita di un nuovo partito democratico di piena ispirazione cristiana … che, come tale, sia impegnato a tradurre laicamente e democraticamente l’intera gamma dei valori personalistici e comunitari propri della visione antropologica-storica che Paolo VI sintetizzava, nella Populorum progressio (nn. 42-43), come ‘lo sviluppo di tutto l’uomo e di tutti gli uomini’”. Si auspica la partecipazione alla politica da parte di cattolici, attraverso “un partito promosso certamente da cattolici ma aperto ad altri purché non avversi ai fondamentali valori dell’‘umanesimo integrale’”. L’esito potrà essere “un fatto più o meno piccolo, minoritario, sì, ma non insignificante di testimonianza cristiana in questo” momento “di emarginazione del pensiero e dello spirito cristiano”.

www.vatican.va/content/paul-vi/it/encyclicals/documents/hf_p-vi_enc_26031967_populorum.html

Sempre secondo Simoni, questo soggetto dovrà superare in modo deciso “quella divisione tra i ‘cattolici della morale’ (o dei valori cosiddetti non negoziabili) e i ‘cattolici del sociale’, secondo quanto più volte ha detto e richiesto il cardinale Bassetti”, presidente della CEI. In questo stesso solco, va segnalata, più di recente (31 ottobre 2019), la pubblicazione di un “Manifesto per la costruzione di un soggetto politico ‘nuovo’ d’ispirazione cristiana e popolare”, già sottoscritto da centinaia di persone e decine di gruppi e associazioni, tra cui “Politica Insieme”, di cui fa parte Stefano Zamagni, capo della Pontificia accademia delle scienze sociali.

www.politicainsieme.com/il-manifesto-per-un-nuovo-soggetto-politico-dispirazione-cristiana-perche-la-repubblica-sbaglia-a-parlare-di-partito-cattolico-di-giancarlo-infante

Questa è un’ipotesi, una scommessa, verso la quale va il mio rispetto, anche se ravviso in essa alcune ingenuità nella concreta possibilità di realizzazione. Credo infatti che oggi non sia sufficiente convocare, radunare ma, se si vuole compiere un’operazione politica efficace e duratura, occorre dedicare molto tempo alla formazione, a un cammino ecclesiale e nella polis di ascolto attento e continuo di ciò che emerge dalla convivenza sociale.

L’altra ipotesi, peraltro ancora da precisare, è quella di un sinodo per l’Italia, su cui già ho riflettuto, proprio in questa rubrica, nell’aprile scorso. La sinodalità – lo ribadisco – non è un’opzione possibile, ma è la forma in cui vive la chiesa, la comunità cristiana: si tratta di camminare insieme per leggere insieme il cammino percorso, per discernere i segni dei tempi e ciò che è urgente secondo l’egemonia del Vangelo, per decidere e operare insieme nella storia e nella convivenza umana. Se questo è il cammino, ben distante dalle preoccupazioni di un partito di ispirazione cattolica, occorrerà avere come obiettivo un impegno diretto nella politica da parte dei cristiani, nella consapevolezza che questo appartiene alla testimonianza cristiana ed è un dovere che non può essere evaso, quale segno concreto della differenza cristiana nella compagnia degli uomini. Proprio in questo alveo della sinodalità come processo e stile per la vita dei cristiani nella comunità e nel mondo, da almeno trent’anni, ossia dall’ora della grande crisi apertasi proprio riguardo alla partecipazione dei cattolici alla vita politica, e in questi anni della grande afonia, ho proposto una via concreta, un metodo che permetterebbe una polifonia di voci e di azioni ispirate però da una stessa fede.

Contro ogni tentazione di integralismo e di ricerca di una presenza “occupante” nella politica, a mio avviso i cattolici dovrebbero imparare ad abitare lo spazio in cui regna Cesare senza per questo renderlo uno spazio teocratico. Finita la stagione della cristianità, finita la stagione del partito cattolico ed esauritosi il “progetto culturale”, occorre veramente iniziare un nuovo percorso che può solo realizzarsi mediante una prassi ecclesiale vissuta innanzitutto a livello di comunità cristiane e di chiese locali. La proposta è dunque quella di dare vita nelle nostre chiese locali, diocesane o regionali, a uno spazio al quale tutti i cattolici che si sentono responsabili nella vita ecclesiale e nella società possano essere convocati e quindi partecipare. Non un’assemblea dei soliti scelti o eletti in base all’appartenenza ad associazioni o istituti pastorali, ma un’assemblea realmente aperta a tutti, che sappia convocare uomini e donne muniti solo della vita di fede, della comunione ecclesiale, della consapevole collocazione nella compagnia degli uomini. Si tratta di chiamarli a esprimersi in merito a una lettura della vita sociale, delle urgenze che emergono e perciò in merito a un ascolto del Vangelo. Questo sarebbe un confronto in cui si esaminano i problemi che si affacciano sempre nuovi nella vita del paese e si cerca di discernere insieme le ispirazioni provenienti dal primato del Vangelo.

A questo ascolto reciproco, da questo confronto, possono emergere convergenze pre-politiche, pre-economiche, pre-giuridiche che confermano l’unità della fede ma lasciano la libertà della loro realizzazione plurale insieme ad altri soggetti politici nella società. Un forum, dunque, uno spazio pubblico reale in cui pastori e popolo di Dio insieme, in una vera sinodalità, ascoltino ciò che lo Spirito dice alle chiese e facciano discernimento per trarre indicazioni e vie di testimonianza, di edificazione della polis e della convivenza buona nella giustizia e nella pace.

È in questo spazio che si possono delineare le istanze evangeliche irrinunciabili, che poi i singoli cattolici con competenza e responsabilità tradurranno in impegni e azioni diverse a livello economico, politico e giuridico. Così sarebbe assicurata l’unità dell’ispirazione evangelica, ne sarebbe garantita l’autenticità, senza tentazioni di integralismo, dando vita a “una polifonia ispirata a una stessa fede e costruita con molteplici suoni e strumenti” (papa Francesco, 4 marzo 2019, Udienza a un gruppo della Pontificia Commissione per l’America Latina).

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2019/march/documents/papa-francesco_20190304_pontcommissione-americalatina.html

Enzo Bianchi, monastero di Bose        “Vita pastorale” gennaio 2020

https://francescomacri.wordpress.com/2020/01/07/un-serio-ritorno-dei-cattolici-alla-politica/#more-51795

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TEOLOGIA

Messale nuovo e teologia vecchia? Il “de officiis” e la teologia sistematica (Quaestio de eucharistia/1)

La ormai prossima entrata in uso della III edizione del Messale romano implica conseguenze non solo di carattere liturgico, ma di carattere sistematico. Una pacata discussione sul linguaggio teologico a proposito dell’eucaristia appare ancora più urgente, visto che ci troviamo ormai a 50 anni dalla prima edizione del Nuovo Messale postconciliare. Mi sembra allora interessante considerare, in modo dialogico, una posizione classica, espressa in un garbato articolo di 10 anni fa da Francesco Arzillo, che si riferisce alla festa del Corpus Domini, e la indiretta risposta che offro in un mio articolo di prossima pubblicazione.

magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2010/06/07/transustanziazione-quando-la-teologia-si-fa-assalire-dalla-realta

Di solito non si considera come le “categorie sistematiche” della tradizione latina medievale implichino alcune questioni di non facile soluzione, proprio a causa della loro forma logica. Una ontologia pensata in termini di sostanza e di accidenti/specie fatica a valorizzare la dimensione simbolico-rituale. Per questo motivo, ad una consapevole recezione della riforma liturgica, deve accompagnarsi una esigente e paziente revisione delle categorie sistematiche con cui la tradizione eucaristica viene pensata ed espressa.

Nel suo articolo F. Arzillo ritiene che: “questa presenza (eucaristica) è veramente e radicalmente reale perché sostanziale. Il ricorso alla nozione di transustanziazione è quindi imprescindibile: ogni altra spiegazione rimane al di qua della radicalità del dono”.

Io non credo, invece, alla imprescindibilità della categoria di transustanziazione. Ritengo che credere nella presenza di Cristo nella celebrazione eucaristica non implichi ex necessitate un linguaggio che utilizzi per forza le categorie di sostanza e di specie. In altri termini, dire “presenza” non implica necessariamente parlare di “sostanza/specie”.

Per una valorizzazione della azione rituale, e per la recezione della nuova edizione del Messale, ritengo che questo passaggio ad altre ed ulteriori nozioni possa risultare fondamentale. Spesso infatti le difficoltà di recezione della Riforma Liturgica dipendono dalle categorie inadeguate con cui continuiamo a pensare e ad elaborare il mistero di Cristo e della Chiesa.

            L’articolo, di cui presento qui solo i primi due paragrafi, uscirà tra breve per la rivista “Giornale di Bordo” (III/50, 2019, 46-56). Una versione più ampia della argomentazione si trova in A. Grillo, Eucaristia, (Nuovo Corso di Teologia Sistematica, 8), Brescia, Queriniana, 2019 (soprattutto alle pp. 301-431).

Presenza sostanziale e presenza rituale: sui limiti simbolici del concetto di transustanziazione

Lo sviluppo della tradizione latina. L’elaborazione della nozione di transustanziazione, termine tecnico elaborato dalla tradizione cattolica in riferimento all’eucaristia, è avvenuta nel corso di un complesso confronto tra diverse componenti della tradizione cristiana medievale, ed è poi stata utilizzata in quel momento di difficile crisi in cui il cattolicesimo fu costretto a confrontarsi con le varie forme di “protesta evangelica”. Essa è servita, almeno fino al XVI secolo, per mediare con sapienza tra diversi eccessi – realisti o simbolisti – presenti non soltanto nella teologia dell’eucaristia, ma anche, e forse soprattutto, nella cristologia. Il concetto di transustanziazione deve essere dunque riconosciuto, in origine, come il frutto di una preziosa mediazione a salvaguardia della comunione ecclesiale. Ciò ha tuttavia comportato – al di là delle migliori intenzioni – una forte trascrizione dell’esperienza cristiana nelle categorie della teoresi filosofica, intellettualistica e metafisica di derivazione greca e di elaborazione scolastica, determinando una declinazione della presenza reale impostata secondo l’articolazione dell’essere come “sostanza” e come “accidente”. [Bisogna ricordare, infatti, che la terminologia della coppia “sostanza/specie” o “sostanza/accidenti” deriva da una riflessione aristotelica sull’essere, che “pollakòs légetai”, che “si dice in molti modi”. Sostanza e accidenti/specie sono, per l’appunto, due modi diversi dell’essere. Pertanto non si tratta di affermare o negare l’essere, ma di articolare l’essere dell’eucaristia su piani diversi. L’operazione di “messa a punto” della nozione di “transustanziazione” va compreso in questo ambito di una differenziata “affermazione dell’essere”.]

            Questo sviluppo ha introdotto, inevitabilmente, una sopravvalutazione dell’invisibile (cui accede l’intelletto aiutato dalla fede) e una sottovalutazione del visibile (considerato soltanto nella sua funzione di supporto come elemento/materia o come oggetto della rubrica). L’intenzione originaria per cui la distinzione tra sostanza e accidenti è stata concepita, ossia l’unità del reale in divenire, ottiene nella dottrina eucaristica un effetto diverso e capovolto, un risultato di scissione e di separazione cui poi sarà difficile rimediare. Oltre a ciò, la stessa essenzializzazione della presenza nel solo momento della consacrazione ha di fatto ridotto ad usum tutto il resto dell’esperienza di presenza, nella Parola, nella preghiera eucaristica e nella comunione.

[Questo secondo fenomeno è dovuto ad una diversa “coppia concettuale”, quella di “essentia/usus”, che permette di distinguere non i livelli della realtà, ma la necessità delle azioni. Così mentre con la coppia “sostanza/specie” si gestisce la relazione tra visibile/invisibile, con la coppia “essenza/uso” si gestisce la rilevanza delle diverse azioni, rispetto ai compiti del singolo e alla validità dell’atto.]

Il recupero di queste tre fondamentali dimensioni della presenza del Signore nell’eucaristia

  1. a.       Come evento ed esperienza di Parola proclamata e ascoltata,
  2. b.      Come evento ed esperienza di preghiera eucaristica ecclesiale,
  3. c.        Come evento ed esperienza di comunione all’unico pane e all’unico calice

 ha inevitabilmente indebolito e ridimensionato ogni pretesa di identificare la presenza soltanto nella conversione della sostanza assicurata dalla (sola) consacrazione. Un realismo temperato, che era l’obiettivo che ha orientato l’elaborazione della categoria dottrinale di transustanziazione con l’intento esplicito di moderare sia le pretese del semplice simbolismo sia quello del duro realismo, è stato sostituito da una progressiva distrazione dall’azione rituale, dalla sua contingenza e sensibilità, e dalla sostituzione di essa con una relazione diretta e misteriosa con la sostanza del sacrificio, che nulla ha più di liturgico e di simbolico. Se la transustanziazione, per la sua forma logica, fa perdere all’eucaristia la sua dimensione sacramentale – liturgica e simbolica – allora tale nozione pretende un’evidenza fisica e/o metafisica che trascrive irrimediabilmente l’esperienza sul piano dell’infrazione a una legge universale. Questo spostamento epistemologico è diventato, lungo i secoli, causa e motivo di perdita dell’esperienza liturgica e rituale, sostituendo progressivamente il processo con l’atto, la sequenza con l’istante. E il cuore dell’eucaristia è diventato un atto di contemplazione, non un’azione rituale.

Ricontestualizzare uno sviluppo dottrinale. Non si tratta, perciò, di smentire il lavoro teologico secolare che ha elaborato e strutturato la teoria della transustanziazione a difesa di un realismo moderato. Si tratta invece di ricontestualizzarlo all’interno di un’esperienza più ampia e più complessa dell’evento eucaristico, anche secondo una nuova riflessione, offerta dalla attuale produzione filosofica, nella quale l’impiego di termini come sostanza e accidenti è diventato altamente problematico. E non sarebbe sufficiente emancipare la nozione di sostanza dalla terminologia filosofica, spostandola sul terreno del linguaggio comune, perché in questo modo si perderebbe il guadagno che la nozione classica ha introdotto. In un certo senso il movimento liturgico, il movimento patristico, il movimento biblico e il movimento ecumenico, che hanno caratterizzato in modo efficace la teologia dei primi decenni del XX secolo, hanno contribuito, ognuno per la sua parte, a questa ricontestualizzazione della verità eucaristica, permettendo di riconoscere, conclusivamente, due limiti teologici della nozione di transustanziazione, accanto a quelli legati più in generale alla transizione culturale tardo-moderna.

            Infatti, per dire la presenza reale del sacrificio del Signore, il ricorso al linguaggio della conversione di tutta la sostanza resta legittimo, possibile, talora anche raccomandabile, ma non è in sé necessario. Non costituendo una verità diversa dalla presenza reale, ne costituisce un’autorevole esplicazione, ma non è “altro” dall’affermazione della presenza reale del corpo e del sangue del Signore Gesù nel pane e nel vino dell’eucaristia. Non si tratta di credere altro dalla presenza, ma di affidarsi a un’autorevole mediazione, il cui intento non è la testimonianza della fede, ma la sua spiegazione.

Inoltre, per dire la presenza del Signore nella cena eucaristica, la nozione di transustanziazione non è sufficiente a restituire l’integralità di esperienza cristologica ed ecclesiale che l’azione eucaristica istituisce, essendo concentrata solo su un momento della celebrazione e prendendo in considerazione soltanto una sequenza limitata del processo rituale. A una proposta di sostanzializzazione della presenza occorre sostituire una proposta di estensione e di articolazione della medesima: a una logica concettuale e statica deve essere sostituita una logica temporale e dinamica. In questo passaggio, muta radicalmente il ruolo dell’esteriorità, che non può essere relegata nell’ambito dell’accidentale o dell’apparente. Le specie e gli accidenti non sono solo apparenze non reali e contingenze non necessarie.

Una dottrina non strettamente necessaria e certamente non sufficiente. L’affermazione della non necessità e della non sufficienza della nozione di transustanziazione – desunta dagli argomenti sopra indicati – non implica in alcun modo un’intenzione di negare la presenza reale, bensì indica il compito di una “traduzione della tradizione”, mediante cui poter restare fedeli a quanto fecero i pastori e i teologi del XIII e XIV secolo: come essi tradussero nella relazione tra le categorie di sostanza e accidenti la fede eucaristica nella presenza del Signore – fede che nei molti secoli precedenti non si era espressa mediante questa terminologia – così noi oggi non dovremmo aver timore nel cercare categorie nuove per tradurre la medesima fede, con l’intento di restituire all’esperienza eucaristica integrale maggiore spessore di azione e più limpida unità di esperienza.

            Così come per i teologi e i pastori dei secoli passati la costruzione del concetto di transustanziazione fu un lavoro lento, graduale e non privo di fatica, così è e sarà anche per noi il compito della sua revisione e del suo approfondimento. Per delineare tale obiettivo in maniera meno imprecisa, direi che il compito della revisione della nozione di transustanziazione dovrà poter fare esperienza dell’eucaristia non solo con l’intelletto, ma anche con tutta la sensibilità e attraverso il magistero dell’azione: una comprensione dell’eucaristia affidata soltanto alla categoria di sostanza – e perciò inevitabilmente legata al primato dell’intelletto, senza coinvolgimento della sensibilità – non può riuscire a valorizzare appieno né la dimensione sensibile dell’esperienza della figura e della similitudine, né le ragioni originarie dell’azione rispetto alla sola contemplazione, rischiando così di ridurre l’accidente e la specie ad elemento accidentale e “speciale”, mentre le ragioni originarie della stessa formulazione medievale della nozione di transubstantiatio attestano bene, quanto meno in sede teorica, che nell’eucaristia gli accidenti non possono mai essere semplicemente accidentali. Proprio questo forte limite, legato forse più allo sviluppo del concetto che alla sua intenzione originaria, determina oggi l’esigenza di una precisa revisione di questo “modo conveniente ed appropriato” – ma in senso assoluto non necessario e non sufficiente – di spiegare il dogma fidei, il quale consiste nella confessione della presenza del dono che il Signore fa di sé alla Chiesa radunata in assemblea per la celebrazione eucaristica.

Andrea Grillo blog: Come se non      7 gennaio 2020

www.cittadellaeditrice.com/munera/messale-nuovo-e-teologia-vecchia-il-de-officiis-e-la-teologia-sistematica

 

Eucaristia e sostanza: una replica di F. Arzillo (Quaestio de eucharistia /2)

Il tema della “sostanza”, come custodia della autorità corporea della eucaristia, costituisce una categoria che da secoli caratterizza larga parte della teologia cattolica. Con poche pagine nitide, F. Arzillo risponde alle argomentazioni che ho presentato nel mio post precedente (Messale nuovo e teologia vecchia?), difendendo la “imprescindibilità” del riferimento alla “transustanziazione” per dire la presenza reale. Riporto qui il suo testo, che merita una lettura accurata, perché presenta con ordine alcuni degli argomenti più classici a difesa della lettura metafisica della eucaristia. Dedicherò un prossimo post alla continuazione della discussione, per mettere in evidenza di questo articolo tutto quello che mi trova concorde, ma anche tutto ciò su cui non posso essere d’accordo. La identificazione della verità eucaristica con il linguaggio metafisico viene intesa da F. Arzillo come l’unica garanzia per la tradizione, mentre per me la tradizione può continuare solo se trova la forza e l’autorità di ripensare profondamente il proprio linguaggio, che è condizione pesante della sua esperienza. Io penso che per dire la verità dell’eucaristia possiamo evitare di utilizzare le categorie scolastiche di sostanza, accidenti, essenza ed uso. Il mio interlocutore non è d’accordo. Ascoltiamo dunque i suoi argomenti critici: infatti di una discussione franca e aperta, dettagliata e serena, ha urgente bisogno il nostro lavoro teologico comune.  

 

Eucarestia e “sostanza”: qualche interrogativo ulteriore su alcune tendenze teologiche attuali

Francesco Arzillo

Recentemente il teologo Andrea Grillo, che da anni studia i problemi dell’Eucarestia sotto il profilo sacramentario e liturgico, ha ripreso un mio breve scritto di una decina di anni or sono, nel quale richiamavo la perdurante importanza della transustanziazione e tentavo di mostrare la complementarità che sussiste tra la classica ontologia della sostanza, dogmaticamente rilevante, e la fenomenologia del dono: il dono radicale è infatti tale solo in quanto sostanziale, con la conseguente imprescindibilità della nozione della transustanziazione.

Grillo ribadisce la sua visione critica al riguardo, le cui conclusioni (che sono peraltro il frutto di un lavoro argomentativo ampio) sono riassumibili nei termini che seguono: “Io non credo, invece, all’imprescindibilità della categoria di transustanziazione. Ritengo che credere nella presenza di Cristo nella celebrazione eucaristica non implichi ex necessitate un linguaggio che utilizzi per forza le categorie di sostanza e di specie. In altri termini, dire “presenza” non implica necessariamente parlare di “sostanza/specie”.

            Si tratta, secondo questo punto di vista, di una nozione che non è né necessaria né sufficiente a tal fine in quanto essa:

  1. “Non costituendo una verità diversa dalla presenza reale, ne costituisce un’autorevole esplicazione, ma non è “altro” dall’affermazione della presenza reale del corpo e del sangue del Signore Gesù nel pane e nel vino dell’eucaristia. Non si tratta di credere altro dalla presenza, ma di affidarsi a un’autorevole mediazione, il cui intento non è la testimonianza della fede, ma la sua spiegazione”.
  2.  “Non è sufficiente a restituire l’integralità di esperienza cristologica ed ecclesiale che l’azione eucaristica istituisce, essendo concentrata solo su un momento della celebrazione e prendendo in considerazione soltanto una sequenza limitata del processo rituale. A una proposta di sostanzializzazione della presenza occorre sostituire una proposta di estensione e di articolazione della medesima: a una logica concettuale e statica deve essere sostituita una logica temporale e dinamica. In questo passaggio, muta radicalmente il ruolo dell’esteriorità, che non può essere relegata nell’ambito dell’accidentale o dell’apparente. Le specie e gli accidenti non sono solo apparenze non reali e contingenze non necessarie”.

Sussisterebbe quindi “l’esigenza di una precisa revisione di questo “modo conveniente ed appropriato” – ma in senso assoluto non necessario e non sufficiente – di spiegare il dogma fidei, il quale consiste nella confessione della presenza del dono che il Signore fa di sé alla Chiesa radunata in assemblea per la celebrazione eucaristica”.

        Ora, questo ordine di idee, che trova riscontro in altri studi contemporanei, pone a mio avviso alcuni gravi problemi che intendo solamente elencare, senza alcuna pretesa di svilupparli sistematicamente in questa sede.

  1. Il primo problema discende da una lettura a-metafisica della grande tradizione del movimento liturgico, che tuttavia risale a pensatori che ben conoscevano (dandola in un certo senso anche per presupposta) la tradizione della filosofia antica e medievale. L’opera di Romano Guardini è al riguardo esemplare. In un magnifico saggio del 1949, egli non contrapponeva certamente la forma alla vita, lo spazio al tempo, bensì parlava di una “forma strutturale” (Baugestalt) e “di una forma in divenire” (Werdegestalt”), le quali “si coappartengono, vale a dire rappresentano entrambe l’organismo, la prima nello spazio, l’altra nel tempo”
  2. Questo per dire che un autentico pensiero della realtà dovrebbe procedere per integrazioni più che per contrapposizioni. Neppure nel campo eucaristico ha senso la contrapposizione – più o meno latente – di una visione statica e fissista a una visione dinamica e processuale: il dinamismo non è fine a sé stesso, ma è il dinamismo di qualcosa, anzi di Qualcuno.

    Se questo è vero, non è neanche possibile configurare una sorta di priorità (oppositiva) dell’actio sull’ens: non solo perché “agere sequitur esse”, ma perché l’azione presuppone il suo soggetto e il suo termine, ossia delle entità ontologiche.

    Il fatto che l’ontologia si serva della nozione di sostanza non deve far paura ai contemporanei. Da un lato, la base di questa nozione è nell’esperienza comune (il senso comune studiato nelle sue implicazioni metafisiche ed epistemologiche da Garrigou Lagrange e da Antonio Livi). Quando si chiede: “Che cosa è questo?”, ci si attende come risposta un’indicazione di carattere – appunto – “sostanziale” (“E’ un albero”). Dall’altro, lo sviluppo filosofico riflesso di questa nozione parte dal pensiero greco (specialmente aristotelico) ma, come ha ben mostrato Enrico Berti, rimane tuttora vivace nella filosofia contemporanea, soprattutto in quella analitica di matrice anglosassone. In particolare, questa nozione ben “centra” e fonda i profili statici e dinamici richiamati da Guardini, assicurando anche l’identità nel tempo.

    Ovviamente l’ontologia è legata alla gnoseologia: se non si riconosce la capacità della conoscenza umana di adeguare la realtà, ogni indagine autenticamente teologica rimarrà sempre preclusa. Il nesso con la gnoseologia non a caso è presente in Karl Rahner, il quale ritiene che nei dogmi si possano “trovare amalgamate in maniera indistinta rappresentazioni e interpretazioni che non fanno parte del contenuto vincolante della proposizione di fede in questione”; e che, con riferimento all’Eucarestia, il “concetto di sostanza, di fatto presente a Trento e non distinto dal nucleo dogmatico vero e proprio” non possa essere “ancor oggi vincolante per l’interpretazione della transustanziazione”. In realtà non si tratta primariamente di un problema di linguaggio, ma proprio di nozione e di concetto, la cui modifica comporta la modifica del senso del dogma, contrariamente al canone leriniano e alle indicazioni del magistero ecclesiale, sulla base di una forma di storicismo ermeneutico (che in Rahner pare richiamarsi a una sorta di ultima ineffabilità del referente teologico, inteso a modo di un noumeno kantiano).

                La tesi di Grillo pone quindi problemi di continuità di rappresentazione teologica e, ultimamente, di carattere dogmatico. Nel classico manuale di Ott si classifica con la nota teologica “de fide” l’affermazione seguente: “Cristo è reso presente nel sacramento dell’altare mediante la conversione di tutta la sostanza del pane nel suo corpo e di tutta la sostanza del vino nel suo sangue”.  Si vuole dire, con questo, che la “conversione sostanziale” non costituisce una mera espressione linguistica del dogma della presenza reale, ma è essa stessa parte inseparabile di tale dogma (come del resto mostra il magistero pontificio: basti pensare all’enciclica Mysterium fidei nonché alla Solenne professione di fede di Paolo VI).

    www.vatican.va/content/paul-vi/it/encyclicals/documents/hf_p-vi_enc_03091965_mysterium.html

www.vatican.va/content/paul-vi/it/motu_proprio/documents/hf_p-vi_motu-proprio_19680630_credo.html

Tutto ciò non comporta la preclusione delle indagini di teologia liturgica e degli sforzi teologici intesi alla comprensione dei nessi che legano l’Eucaristia a tutto il Mysterium salutis. Non a caso Giuseppe Colombo, che pure invitava a proseguire il lavoro teologico volto alla comprensione unitaria e sintetica del mistero, nondimeno enunciava con chiarezza che “il dogma tridentino – presenza reale, transustanziazione e sacrificio della Messa – ha enucleato da questo “mistero” alcune acquisizioni definitive che si impongono come linee di non ritorno nella comprensione del mistero; ad esse infatti il magistero richiama puntualmente, ogni volta che teme vengano negate o fraintese”; e che esse “non esauriscono il mistero, ma costituiscono le direttive imprescindibili per la sua comprensione”.

    Con il riferimento testuale all’imprescindibilità di questo concetto dogmatico, per bocca di un illustre esponente della scuola milanese, si chiude – in forma quasi circolare – questo scritto, che costituisce anche un invito alla presa di coscienza dell’esigenza di non restringere gli orizzonti della razionalità, sia pure usata in maniera sapienziale, nel lavoro teologico.

Andrea Grillo blog: Come se non      7 gennaio 2020

www.cittadellaeditrice.com/munera/eucaristia-e-sostanza-una-replica-di-f-arzillo

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VIOLENZA

Violenza sulle donne. 16 miliardi l’anno il costo sociale

La forma estrema di violenza di genere contro le donne assume diversi profili, varie condotte misogine, quali maltrattamenti, violenza fisica, psicologica, sessuale, educativa, sul lavoro, economica, patrimoniale, familiare ed infine, comunitaria.

Le sole strategie di misure punitive hanno portato una presa di coscienza sulla loro inadeguatezza ed hanno spinto il legislatore verso l’adozione di misura alternative, volte alla predisposizione di una tutela più effettiva, che non si traduca esclusivamente in politiche repressive.

Le azioni contemplate possono essere ricondotte a scopi di prevenzione e di protezione e ad attività di monitoraggio ed integrazione.

La ‘prevenzione’ del fenomeno non può che attuarsi sul terreno dell’educazione culturale, attraverso una metodica volta ad abbattere gli stereotipi basati sulla discriminazione di genere. Si tratta certamente dell’obiettivo più ambizioso, la cui parziale realizzazione riuscirebbe a ridurre in maniera sensibile la casistica dei reati riconducibili alla violenza di genere.

Ma la violenza contro le donne ha anche dei costi economici elevati, non solo nel caso, purtroppo estremo, di femminicidio ma anzi soprattutto, nei casi di violenza perpetrata e reiterata per un lungo periodo, anche dopo la separazione dal violento.

Come scrisse Ettore Zanca: “Non ci chiediamo mai cosa c’è dopo la fine di un film, quasi nessuno prova a immaginare la vita quotidiana dei protagonisti di una pellicola giunta ai titoli di coda. Facciamo la stessa cosa nella vita reale. I riflettori si posano su una notizia, la assorbiamo, la viviamo, la digeriamo. Il dopo non importa”.

Tutela integrata, la Spagna batte l’Italia. All’interno del sistema europeo, la Spagna si colloca in cima ai Paesi occidentali nel contrasto al fenomeno della violenza di genere, è l’ordinamento spagnolo che, già da tempo, rispetto alle recenti sollecitazioni comunitarie e internazionali, nel 2004, ha emanato la Ley Orgánica del 28 dicembre n.1 sui “Medidas de Protección Integral contra la Violencia de Género”, la quale rappresenta, nel panorama europeo, il primo modello normativo di riferimento sul tema. In realtà, la stessa Ley Orgánica non costituisce una novità assoluta, in quanto sia a livello statale che locale è possibile rintracciare interventi legislativi anticipatori, di un certo rilievo.

Sul presupposto che la qualificazione di condotte di violenza di genere quali nuovi reati e l’inserimento di aggravanti, nei casi sussumibili a tale tipologia di delitti, non risultava ancora sufficiente a contrastare il fenomeno, il legislatore spagnolo ha dedicato una serie di provvedimenti: dall’ambito lavorativo, istituzionale ai diritti ‘economici’ delle donne oggetto di violenza. In altri termini, la consapevolezza della inidoneità della sola funzione punitiva, la cui efficacia ex post risulta non sempre risolutiva, ha spinto il Parlamento verso l’adozione di ulteriori misure che possano concretamente porre la vittima al riparo dalle violenze.

La normativa prevede – ad esempio – che la donna che abbia subito atti di violenza o molestie possa modificare o sospendere il contratto di lavoro. In particolare, offre a chi subisce questa condizione un congedo della durata di tre mesi, prorogabili a seconda delle esigenze, fino ad un massimo di diciotto mesi.

Si stabiliscono, inoltre, norme per il necessario coordinamento con i servizi di pubblico impiego, per facilitare l’assunzione di donne che, a causa della violenza subita, siano state, addirittura, obbligate a cambiare il luogo di lavoro ed, eventualmente, di residenza.

A coloro che non hanno un reddito personale e che rischiano, per età e formazione, di non trovare una diversa collocazione sul mercato del lavoro, la Ley Orgánica garantisce un minimo di autonomia finanziaria: l’attribuzione di un aiuto economico corrispondente a sei volte l’ammontare mensile dell’indennità di disoccupazione che coincide con una certa percentuale del salario minimo professionale.

Su tale orientamento di estrema tutela, la menzionata legge assicura anche alle vittime di violenza la priorità assoluta per l’assegnazione di alloggi di edilizia popolare. A completare il quadro normativo, nell’intento di garantire maggiore effettività all’impianto della legge è l’introduzione del Juzgado sobre la violencia de genero, ovvero, di un tribunale con competenza esclusiva ad istituire e decidere le cause per omicidi, lesioni, violazioni della libertà, sessualità e integrità morale e di ogni altro reato che comporti violenza o intimidazione.

Costo economico della violenza. Dall’ultima proposta di relazione finale stilata dalla commissione di inchiesta del Senato sul femminicidio e sulla violenza di genere il problema appare di entità tale da richiedere interventi che, in termini di costi e rispetto dei vincoli di bilancio pubblico, sono meno onerosi delle conseguenze derivanti dagli atti di violenza. Il costo della violenza domestica, stimato per difetto nel 2013 da un’indagine Istat, è di 16,7 miliardi di euro. I costi della violenza rappresentano, quindi, circa l’1% del Pil. Teniamo presente che la spesa per interventi di prevenzione e contrasto si è invece fermata a soli 6,3 milioni di euro.

Al femminicidio si associa la perdita di capitale umano, un costo monetario, psicologico, affettivo per i figli, parenti ed amici della vittima, ed un costo investigativo, giudiziario, sanitario e detentivo per il responsabile. Per dare un’idea uno studio condotto da Badalassi et altri (2013) presenta la seguente composizione dei costi (in percentuale sul totale di oltre 16 miliardi):

Costi diretti: 14.22 % a loro volta suddivisi in

  • mancata produttività 3.6 % (sia a livello di impresa che di gettito per lo Stato)
  • costi sanitari 2.75 %
  • giudiziari 2.5% spese legali 1.7 %;
  • ordine pubblico 1.4 %;
  • consulenza psicologica 0.9 %;
  • servizi sociali comuni 0.9 %;
  • farmaci 0.27 %;
  • centri antiviolenza 0.05 %.

Costi indiretti non monetari (dalla simulazione dei risarcimenti danni fisici, morali e biologici) 85.78 %, basata sul sistema di risarcimento danni per incidenti stradali.

www.senato.it/japp/bgt/showdoc/17/SommComm/0/01066513/index.html?part=doc_dc-allegato_a

Dallo studio emerge un diverso comportamento della violenza a seconda che si tratti di violenza domestica o non domestica, che si tratti di violenza fisica, sessuale, psicologica ed economica. Il reddito della donna appare un elemento importante nella stima della probabilità di subire violenza: se la donna guadagna meno del marito aumenta la violenza psicologica, se guadagna di più aumenta la violenza sessuale.  Un elemento tuttavia emerge con grande evidenza: tutti gli studi rappresentano sottostime dei costi della violenza, non potendo considerare i casi non denunciati e non riportati.

Fondo figli vittime di femminicidio

Lo scorso novembre sono stati finalmente sbloccati i fondi per gli orfani vittime di femminicidio. Il MEF ha così sbloccato 12 milioni di euro con i quali saranno finanziati: borse di studio, spese mediche, formazione e inserimento al lavoro. Si tratta del Fondo di rotazione per la solidarietà alle vittime dei reati di tipo mafioso e dei reati intenzionali. 2019L’elemento di grande novità è che tutti potranno avere accesso ai fondi e questo non dipenderà dal grado di giudizio ancora pendente. Infine la legge denominata “Codice rosso” ha previsto un ulteriore aumento, estendendo l’ambito di applicazione anche alle famiglie affidatarie. Oltre alle risorse già stanziate per il 2018, pari a 6,5 milioni di euro, sono stati quindi appostati in bilancio circa 12,4 milioni di euro per il 2019, 14,5 milioni di euro per il 2020 e a regime 12 milioni di euro all’anno.

Conclusioni

Lo tsunami di informazioni che ci costringe a dimenticare, non esercita la memoria. O forse l’errore del nostro modo di capire le notizie alberga da un altro lato. Non siamo capaci di capire cosa si agiti nel buio calato dopo l’uccisione o la violenza perpetrata ad una donna. Siamo abituati a considerarla una statistica. Dietro quella donna vittima di insanità umana, ci sono figli, famiglie, bambini o ragazzi, che avranno non solo difficoltà emotive ma anche difficoltà materiali e ahimè, per quanto crudo possa sembrare, di costi economici di vita.

Il Sole 24 Ore  08 gennaio 2020

https://francescomacri.wordpress.com/2020/01/08/violenza-sulle-donne-16-miliardi-lanno-il-costo-sociale/#more-51831

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