NewsUCIPEM n. 779 – 10 novembre 2019

                      NewsUCIPEM n. 779 – 10 novembre 2019

Unione Consultori Italiani Prematrimoniali E Matrimoniali

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01 ADOZIONE NAZIONALE                          Il limbo di adozione speciale: attesa di cognome, residenza e 104

03 ADOZIONI INTERNAZIONALI                 Due milioni di euro di tagli in tre anni

03                                                                          Cinque idee per l’adozione 3.0

05                                                                          I costi della procedura

06 AFFIDO CONDIVISO                                 Se il figlio sceglie di non vedere il padre, la madre non ha colpa

07 AFFIDO ETEROFAMILIARE                     Bibbiano è un caso isolato?                      

08                                                                          Torino. Dopo l’affido, 10mila ragazzi nel limbo

09 AMMINISTRATORE DI SOSTEGNO     La presentazione del rendiconto

10 CENTRO INTERN. STUDI FAMIGLIA   Newsletter CISF – n. 41, 6 novembre 2019

11 CENTRO IT. SESSUOLOGIA                    Come vivere una sessualità soddisfacente nell’età matura

11 CHIESA CATTOLICA                                  Preti sposati: dov’è la novità

13                                                                          De mulieribus ordinandis (1)

14                                                                          Percorsi nelle fonti teologiche medievali (2)

16                                                                          Gregorio Lutz e la Riforma Liturgica in Brasile: una prefazione

19                                                                          Ripudio della dialettica

20 COMM.ADOZIONI INTERNAZ.            Missione Bielorussia e Mongolia

21CONSULTORI PUBBLICI                          Dimezzata l’attività dei consultori, 244 chiusi in 10 anni

21                                                                          Vigevano. Affido familiare         

22 CONSULTORI CATTOLICI                        Il consultorio in cammino con la famiglia per il nuovo umanesimo

27 CONSULTORI UCIPEM                            Cremona. Iniziativa “Leggère Emozioni”

27 CORTE COSTITUZIONALE                       Procreazione assistita: sentenza 221/2019 e un primo commento.

31 DALLA NAVATA                                         XXXII Domenica del Tempo ordinario- Anno C – 10 novembre 2019

31                                                                          Vita eterna, non durata ma intensità senza fine

31 FRANCESCO, VESCOVO ROMA            «Colui che, senza conoscerlo, voi adorate, io ve lo annuncio»

32                                                                          Francesco: guardare alla città con gli occhi della fede

33 MEDICINA PREVENTIVA                        Fertilità maschile: ecco come può migliorare

34 PROCREAZIONE ASSISTITA                   I nodi della procreazione artificiale

35 SINODO PANAMAZZONICO                 La Chiesa rinasce dall’Amazzonia

43                                                                          Amazzonia e il progresso della tradizione

45                                                                          Sinodo per l’Amazzonia: ben più di un documento

47                                                                          Il Sinodo per l’Amazzonia, alcune cose da chiarire.

48 UCIPEM                                                        Congresso Child Abuse, prevenzione e cura delle relazioni familiari

49                                                                          Falsi miti rallentano la lotta contro gli abusi anche nella Chiesa

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ADOZIONE NAZIONALE

Il “limbo” dell’adozione speciale: in attesa di cognome, residenza e 104

Una mamma adottiva racconta l’attesa, non ancora finita, che ha caratterizzato tutti il percorso di adozione di una bambina con disabilità. “Il decreto è arrivato a maggio, ma ancora non posso fruire dei congedi per portarla in ospedale”.  

Maria (nome di fantasia) ha una famiglia ormai da maggio, ma ufficialmente non ha un cognome né una casa: è in quel “limbo giudiziario” in cui spesso di trovano, per un tempo più o meno lungo, tanti bambini adottati. E se l’adozione è “speciale”, come nel caso di Maria, questo crea problemi seri: per esempio, l’impossibilità, per la mamma adottiva, di fruire dei congedi in base alla legge 104.

 A raccontare il “limbo” in cui Maria e i suoi “nuovi” genitori vivono da maggio scorso è proprio la mamma adottava, tramite la rubrica “Giudice, ora mi leggi?”, inaugurata nei giorni scorsi dall’associazione “M’aMa-Dalla Parte dei Bambini”. Una rete di mamme affidatarie e adottive che, volontariamente, si mettono al servizio di quei bambini che, per lo più a causa di una disabilità o di un ritardo, faticano a trovare una famiglia e vivono a lungo (troppo a lungo) in comunità.

Colpa spesso di ritardi burocratici, perché spesso ci sono aspiranti genitori pronti ad accogliere in casa questi bambini e ad affrontare tutte le difficoltà e le famiglie che ciò comporta. Proprio per far luce su questi ritardi e cercare di sollecitare una risposta da parte di chi, soprattutto dai tribunali, è chiamato a darla, l’associazione ha inventato questo spazio, impegnandosi. Una volta verificata la veridicità della fonte, a recapitare il messaggio ai Tribunali per i Minorenni e ai Servizi sociali di tutto il territorio nazionale.

            Tra le prime lettere pubblicate nella rubrica c’è proprio questa storia di “limbo giudiziario”, iniziata quasi due anni fa. “Dicembre 2017. Solita mattina al lavoro. Intervallo. Squilla il telefono. Caro Giudice, eri tu che mi chiamavi per chiedere se io e mio marito fossimo disponibili ad accogliere una neonata affetta da una sindrome genetica”, scrive la mamma. “Chiusi il telefono, le gambe non mi reggevano – racconta – Chiamai subito mio marito. Ti ricontattammo per dirti di sì e ci fissasti il primo colloquio in Tribunale per i minorenni. Ricordo che per tutto il viaggio non chiusi occhio per l’euforia. Arrivò il momento di conoscerci.

 Dopo il colloquio ci salutammo con la promessa che ci saremmo rivisti presto. Caro Giudice, ancora oggi io mi chiedo cosa significhi per te la parola ‘presto’, visto che la nostra piccola, che al momento del nostro incontro aveva appena quattro mesi, ha dovuto trascorrere ulteriori tre mesi in comunità, lontana dall’affetto e dal calore di una vera famiglia”. Tanto passò, infatti, prima che venisse disposto l’affidamento preadottivo della bambina, che nel frattempo restava in comunità.

            “Caro Giudice, noi ti dovremmo essere grati per averci dato la possibilità di diventare genitori, però, ti prego, lasciamelo proprio dire: in tutto il periodo di affidamento preadottivo ci siamo sentiti davvero soli ed abbandonati, in balia di tutori per i quali nostra figlia è stata solo un numero, un fascicolo da rispolverare ogni tanto, quando e se si ricordavano”.

            Finalmente, nel maggio scorso, il giudice ha decretato e disposto l’adozione: questo non è bastato, tuttavia, a far uscire la bambina dal “limbo” in cui vive da quando è nata, perché “la residenza non è ancora stata assegnata, il nuovo cognome della bambina neanche: ed io non posso usufruire dei permessi per la 104 ogni volta che dobbiamo portare la bambina presso l’ospedale che la tiene in cura da quando è nata”, riferisce la mamma.

            “Caro Giudice, ma ti rendi conto che nostra figlia ha una patologia genetica rara e che ha bisogno di monitoraggi e cure continue e tu ci hai lasciati soli? Lasciamelo proprio dire: se da una parte ti dobbiamo essere grati per averci scelto come genitori di nostra figlia, ogni volta che si presenta un problema mi sento davvero impotente e penso che qualcuno potrebbe aiutarci, ma non lo fa. I bambini come nostra figlia hanno cominciato la loro vita già in salita – conclude. E tu, caro Giudice, non la rendi più facile”.

(cl)       Redattore sociale        4 novembre 2019

www.redattoresociale.it/article/notiziario/il_limbo_dell_adozione_speciale_in_attesa_di_cognome_residenza_e_104

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ADOZIONE INTERNAZIONALE

Adozioni internazionali: due milioni di euro di tagli in tre anni

Adozioni 3.0   vedi newsUCIPEM n.778, pag. 3

Il commento di Adozione 3.0: “Assurdo. Anziché aumentare, i fondi diminuiscono, in un momento storico in cui, invece, le famiglie italiane hanno un bisogno disperato di supporto alla genitorialità”.

            542mila euro nel 2020, oltre 610mila euro nel 2021 e oltre 933mila euro nel 2022: ammontano a circa due milioni di euro in tre anni i tagli previsti dal Bilancio di Previsione 2020-2022 dello Stato al Fondo Adozioni. Tagli che vanno a incidere su un settore che sta già affrontando diverse criticità, con un calo delle adozioni internazionali che, di anno in anno, è sempre più pesante.

            Tale scelta, da parte dell’esecutivo, ha generato le vive proteste della cabina di regia di “Adozione 3.0”, che raggruppa 49 dei 51 enti autorizzati in Italia all’adozione internazionale. “Assurdo – il commento della cabina di regia – anziché aumentare, i fondi per le adozioni diminuiscono, in un momento storico in cui, invece, le famiglie italiane hanno un bisogno disperato di supporto alla genitorialità, di qualsiasi tipo essa sia”.

            “Questa scelta – prosegue “Adozione 3.0” – è preoccupante perché segnala, nonostante le recenti e positive affermazioni del ministro Bonetti sulla necessità di rilanciare l’istituto dell’adozione, un proseguimento nella pratica dell’atteggiamento di disinteresse verso questo settore. Le famiglie italiane, invece, vanno sostenute e incoraggiate, perché, dal canto loro, hanno sempre mostrato disponibilità all’accoglienza e a quel grande gesto d’amore che è l’adottare un figlio. La ‘gara di solidarietà’ che si è scatenata per il piccolo Giovannino, il bimbo abbandonato dopo il parto all’ospedale Sant’Anna di Torino, ne è la dimostrazione più lampante”.

Adozione 3.0 si adopererà presso i parlamentari (la finanziaria entra ora in fase di discussione) per evitare non solo il taglio, ma per chiedere un aumento proprio in considerazione del rilancio della denatalità.

AIBInews       8 novembre 2019

www.aibi.it/ita/adozioni-internazionali-due-milioni-di-euro-di-tagli-in-tre-anni/

 

Cinque idee per l’adozione 3.0

Decreti vincolati, che “promettono” bambini piccoli, oggi inesistenti. Una formazione scollata dalla realtà dell’adozione. Il nazionalismo che parlando dei “nostri bambini” nega loro la possibilità di una famiglia. In questa cornice, come dobbiamo immaginare le adozioni internazionali che si affacciano al loro terzo decennio di storia? Ripartendo dalla felicità delle nostre tante famiglie colorate. Che dimostrano meglio di qualsiasi trattato come ogni bambino ha gli stessi diritti, in qualunque parte del mondo sia nato.

                                                                                                                                                                            

Le adozioni internazionali sono cambiate. Sono cambiati i numeri, i bambini, le famiglie, le condizioni. Sono cambiati i paesi d’origine e siamo cambiati noi, paese di accoglienza. Guardando i numeri, è facile capirlo: sono meno di mille le adozioni previste per il 2019 (a dire il vero più novecento che mille) e considerando che in media ogni coppia adotta 1,27 bambini, significa che per la fine dell’anno i minori che avranno trovato una famiglia in Italia, grazie all’adozione internazionale, saranno ancora una volta meno dell’anno precedente, meno cioè dei 1.394 minori adottati nel 2018.

www.vita.it/it/article/2019/07/03/adozioni-internazionali-7-su-10-nel-2018-erano-special-needs/152103

Il crollo verticale (l’apice, lo ricordiamo, furono i 4.130 minori adottati nel 2010) prosegue. Ma è facile capirlo anche scorrendo la cronaca, dove si legge nello stesso weekend degli insulti razzisti a Balotelli e a un bambino di 10 anni che giocava la sua partita di calcio su un campetto di provincia. Preso atto di questo cambiamento, cosa serve davvero perché le adozioni internazionali – che si affacciano al loro terzo decennio di storia – possano dispiegare ancora il loro affascinante e potente compito di rendere figlio un bambino, ovunque egli sia nato? Il fatto che tutti gli enti autorizzati si siano riuniti e risintonizzati per il rilancio delle adozioni internazionali è certamente una notizia bella e importante, ma concretamente qual è l’orizzonte in cui le adozioni si muovono e si muoveranno nel prossimo decennio?

www.vita.it/it/article/2019/11/05/adozione-30-gli-enti-autorizzati-tutti-uniti-per-rilanciare-il-sistema/153183

 Ecco le risposte di alcuni Enti.

Marco Rossin, responsabile delle adozioni internazionali di AVSI

www.avsi.org/it/page/chi-siamo/28

«Questa inedita autoconvocazione di tutti gli Enti autorizzati è importante per il suo significato prima ancora che per le proposte specifiche», afferma. «È un po’ l’ultimo salvagente, non per gli enti ma per le adozioni, dal momento che ci aspettavamo di attestarci sulle mille adozioni l’anno e invece si continua a scendere. Salvare le adozioni è necessario, perché nel mondo i bambini in stato vulnerabilità non sono in calo. Quello che vediamo noi enti, che nei Paesi esteri siamo presenti, è che i bambini abbandonati esistono benché spesso non siano censiti». Ammette che inizialmente era «scettico» rispetto alla possibilità che enti che erano stati «su versanti opposti fino al giorno prima, potessero trovare punti in comune». Invece «è successo». Fra i temi di lavoro che Rossin sottolinea, c’è quello della «formazione congiunta» e del «lavorare insieme tutti, difficile ma necessario». I quattro pilastri del sistema adozioni, Tribunali per i Minorenni, servizi, CAI ed enti autorizzati, infatti in questi anni «salvo qualche raro protocollo specifico, hanno lavorato in maniera disgiunta. Cercare un dialogo e un modo comune di lavorare è uno dei punti centrali oggi». A cominciare dai servizi, «le operatrici storiche sono andate in pensione e le nuove devono fare formazione, ma una formazione congiunta». E dai Tribunali che «emettono decreti vincolati, per bambini che non abbiano compiuto i 3 anni: fare un abbinamento di questo tipo è difficilissimo, perché i bambini così piccoli non ci sono. O quel Tribunale non è “sul pezzo” o implicitamente vuole che quella coppia non adotti».

 

Marco Griffini, presidente di AiBi

www.aibi.it/ita

Per il presidente di AiBi-Amici dei Bambini «Adozioni 3.0 è la migliore risposta al clima di odio che negli anni passati è stato cercato, con quella logica di divide et impera. Questa risposta corale, con l’adesione convinta di tutti, fa piacere, si sta creando un clima veramente di collaborazione. È la risposta concreta e responsabile di chi vuole lavorare e guardare al futuro». Un primo segnale positivo, per Griffini, è il fatto che sia stato deposto «lo stereotipo che da anni girava per cui nel mondo non ci sono bambini adottabili. La ministra Bonetti nelle sue prime dichiarazioni ha parlato invece dei tanti bambini che nel mondo aspettano una famiglia. Basta venire una settimana in un Ente autorizzato per vedere quanti sono i minori adottabili nelle liste che ci arrivano: certo sono ragazzini grandi 12-13 anni, entrati in istituto a 2-3 anni. È un problema serio, occorre ricominciare a parlarne e a pensare soluzioni nuove. Ad esempio la Colombia continua a chiedere all’Italia di aprire alle vacanze preadottive, ma noi non rispondiamo…».

            Per Griffini le prospettive di lavoro per il terzo decennio sono duplici. All’interno, le priorità sono «i decreti vincolati emessi da tanti Tribunali, in testa quello di Venezia» e la «formazione delle coppie, perché stanno arrivando coppie che non sanno cos’è oggi l’adozione internazionale oggi, pur avendo fatto formazione con i servizi».

www.vita.it/it/article/2019/09/10/i-decreti-vincolati-del-tribunale-per-i-minorenni-di-venezia-una-forma/152616

Il problema è che «si è interrotta l’osmosi tra Enti autorizzati e servizi, occorre rimettere tutti gli operatori fianco a fianco, tutte le quattro gambe delle adozioni, per una nuova stagione di formazione congiunta. Noi stiamo pensando di rendere obbligatoria la formazione prima di dare mandato», anticipa Griffini. Sul fronte esterno, il rilancio delle adozioni ha a che fare con la politica, con la «speranza che la ministra Bonetti voglia riprendere in mano la CAI dal punto di vista politico, proiettandola con impegno con verso l’esterno» ma anche con l’interlocuzione con vari soggetti a livello internazionale, dall’Aja alla Commissione Europea, dall’Unicef all’Onu «d’altronde questo raggruppamento è il più numeroso e il più importante al mondo, può legittimamente aspirare ad essere un interlocutore per queste realtà». Griffini elenca una serie di domande: «perché l’adozione internazionale non rientra fra i sistemi di protezione dell’infanzia? Perché Unicef non ha mai fatto un rapporto sulla situazione dei minori abbandonati nel mondo? È vero che se un Paese chiude le adozioni internazionali ha un rating superiore per avere finanziamenti? E in Europa, perché non creare una banca dati europea per capire quanti sono i minori abbandonati in istituto?».

 

Fabrizio Pregliasco, presidente di ANPAS

www.anpas.org/attivita/internazionale.html

È un messaggio sintetico ma chiaro quello del presidente di Anpas: «È molto positivo il fatto di essere insieme, vedere le buone pratiche di ognuno, non può che migliorare la situazione attuale di crisi delle adozioni, con numeri sempre più piccoli. Noi siamo piccoli ma teniamo molto a mantenere questa attività, facendola con attenzione e con costi contenuti per le coppie, come abbiamo sempre fatto. Rinnoviamo quindi il nostro impegno, nell’ottica di contribuire, tutti insieme, a migliorare ulteriormente il sistema».

 

Gianfranco Arnoletti, presidente di Cifa

«Perché ci siamo in “Adozioni 3.0”? Perché è raro e prezioso che tutti gli enti firmino uno stesso documento… Essere finalmente un gruppo unito lascia ben sperare nella possibilità di una interlocuzione più forte e più efficace con la politica», afferma il presidente di quello che – da anni – è il primo ente autorizzato d’Italia per numero di adozioni concluse. «Non crediamo che l’adozione internazionale stia scomparendo, certo è diventata più complessa e circoscritta alle famiglie disponibili ai bambini che ci sono adesso: ci sono fior fiore di decreti per bambini fra 0 e 2 anni che creano solo illusioni, perché i bambini di oggi non sono quelli. Cerchiamo famiglie per i bambini di oggi, non per bambini che non ci sono o non arriveranno mai», denuncia anche lui. Serve «uno scrollone alla politica» e «occorre invitare delegazione straniere, fargli incontrare i bambini di dieci anni fa, oggi cresciuti e felici… Sembra impossibile, ma pare che la CAI non possa invitare delegazioni estere per via del contenimento dei costi…», dice. Cosa serve alle adozioni internazionali per il loro terzo decennio? «Un po’ di quell’atmosfera di felicità che ha fatto tanto bene alle famiglie nel primo decennio. Non mi piace il termine “rinascita”, ma quello che è necessario oggi è che ogni soggetto protagonista di questo mondo si riprenda il proprio ruolo il proprio spazio sociale».

www.cifaong.it/CT/CT20164/0/chisiamo

 

Paola Crestani, presidente di Ciai

www.ciai.it/chi-siamo

Con le sue parole la presidente del Ciai, Paola Crestani, tratteggia una cornice di senso entro cui posizionare sia il crollo verticale dei numeri delle adozioni internazionali sia l’autoconvocazione «positivissima» di tutti gli enti autorizzati. «Un anno e mezzo fa, al meeting di EurAdopt, Mia Dambach, direttore dell’International Social Service disse che nel mondo ci sono 2,7 milioni di minori in istituto, di cui solo il 20% è senza famiglia e quindi è adottabile. Sono pur sempre mezzo milione di bambini… Però adozioni diminuiscono. Io credo che le adozioni internazionali diminuiscano tanto perché stanno aumentando le chiusure, i nazionalismo, il concetto dell’a casa propria. Vale per l’Italia ma anche per i Paesi di provenienza. È molto cambiato contesto culturale rispetto a quello in cui a fine anni ‘60 è nata l’adozione internazionale: allora c’era uno spirito di apertura, di fratellanza universale che adesso non c’è più. Alla base delle adozioni internazionali c’è il concetto che ogni bambino ha gli stessi diritti in qualunque parte del mondo sia nato e che ognuno di noi di quel bambino si sente responsabile, indipendentemente da dove vive».

Crestani racconta i concetti che passano ormai quotidianamente dalle istituzioni: «ci occupiamo noi dei nostri bambini, li affidiamo alle nostre famiglie” sono il parallelo del “pensiamo ai nostri e non agli altri, perché il sistema di welfare è già in difficoltà così”. Tutto questo non è un terreno fertile per le adozioni internazionali, è evidente che c’è bisogno anche di un cambiamento culturale ed è proprio per ambire a questo che è necessario unire le forze: abbiamo approcci diversi e modalità operative diverse, ma sono certa che tutti siamo accomunati dalla consapevolezza che l’adozione internazionale è uno strumento potente di tutela dei minori, che funziona bene e che garantisce ai bambini la possibilità di vivere in una famiglia. È un lavoro impegnativo che ci coinvolge tutti, non solo chi è interessato all’adozione ma tutta la società e tutte le organizzazioni della società civile». La speranza viene dai semi gettati: «L’adozione internazionale sparso semi nella nostra società, le nostre famiglie colorate dimostrano che l’accoglienza funziona e funziona bene … siamo un lievito per questa società accogliete che vorremmo far tornare a crescere».

    Sara De Carli           Vita.it             06 novembre 2019   

www.vita.it/it/article/2019/11/06/cinque-idee-per-ladozione-30/153210

 

I costi della procedura

Adottare un bambino è un desiderio di tantissime famiglie italiane, ma spesso i costi elevati necessari per portare a termine la procedura finiscono per scoraggiare e far desistere molte coppie. In questo articolo cercheremo di analizzare e fare un po’ di chiarezza sulle varie voci di spesa da affrontare durante il percorso di adozione internazionale e sulle agevolazioni economiche predisposte in materia dallo Stato.

I costi dell’adozione internazionale. Mentre i costi relativi alla procedura di adozione nazionale sono relativamente contenuti, l’adozione internazionale presenta una serie di adempimenti che portano l’esborso finale a livelli davvero sostanziosi, pari ad alcune decine di migliaia di euro.

È stato stimato che il costo per adottare un bambino straniero possa superare anche i 30-40.000 euro (fonte Il Messaggero), ma l’importo complessivo può variare in relazione alla provenienza del bambino e all’ente autorizzato cui ci si rivolge per seguire le pratiche dell’intera procedura.

            L’intervento di un ente di questo tipo, come noto, è obbligatorio nella procedura di adozione internazionale, e in Italia e nel mondo sono tantissime le associazioni e le organizzazioni che propongono questo genere di servizi.

Adottare un bambino i costi della procedura. In linea generale, nell’adozione internazionale i costi possono essere suddivisi in due categorie principali: quelli relativi alle fasi della procedura che si svolgono in Italia (pre- e post-adozione) e quelli relativi alle fasi da svolgere all’estero.

            Le pratiche interne, quelle cioè da svolgere su territorio nazionale, comprendono il servizio di assistenza informativa svolto dall’Ente autorizzato e la predisposizione da parte di quest’ultimo di tutta la documentazione necessaria alla fase successiva, quella da svolgersi all’estero (compreso quindi anche il servizio di traduzione).

            In particolare, nella prima fase i genitori vengono ascoltati nell’ambito di colloqui con esperti psicologi e di incontri di preparazione collettivi, anche nell’ottica dell’abbinamento con i minori in attesa di adozione. I genitori possono inoltre rivolgersi all’ente per ricevere assistenza psicologica, tecnica e amministrativa sia pre- che post-adozione.

            Le fasi che si svolgono in Italia comportano, in genere un costo che si aggira sui 4.000 euro, anche se i tariffari delle varie associazioni possono discostarsi tra loro e comportare differenze di costo anche di alcune migliaia di euro.

Le spese per il soggiorno all’estero. I costi per l’adozione relativi alla fase da svolgersi all’estero cambiano da Paese a Paese. Questo perché ogni Stato pone le proprie regole in relazione a questa materia e, inoltre, in ogni nazione operano differenti enti autorizzati.

            Le spese da sostenere riguardano innanzitutto quelle richieste dall’Ente autorizzato per questa specifica fase. A seconda del tariffario osservato da ciascuna organizzazione, questi costi possono variare anche in maniera significativa.

            In secondo luogo, ci sono le spese relative al soggiorno dei genitori all’estero. È proprio questa la voce di costo che, in genere, pesa di più sulle tasche dei richiedenti, perché il soggiorno può prolungarsi per diverse settimane o mesi e a carico degli interessati non ci sono le spese per il vitto e l’alloggio, ma anche quelle relative al mantenimento del bambino da adottare, per tutto il periodo di permanenza all’estero.

            A questo proposito occorre considerare che spesso Paesi che richiedono tariffe di base piuttosto economiche (ad esempio alcuni Stati africani, in confronto ad es. alle elevate tariffe applicate in Cina), richiedono al contempo un periodo di soggiorno più lungo, e quindi spese vive maggiori.

Spese per l’adozione: deducibilità e rimborsi. A margine di tutto quanto esaminato finora, va evidenziato che buona parte dei costi per adottare un bambino straniero sono direttamente o indirettamente rimborsabili.

Infatti, il 50% delle spese documentate e certificate dall’Ente autorizzato è deducibile in sede di dichiarazione dei redditi. È importante notare che la deduzione può essere effettuata anche se la procedura d’adozione non è ancora conclusa o non ha avuto esito positivo.

            Inoltre, il restante 50% è spesso oggetto di ulteriore rimborso da parte della Commissione per le Adozioni Internazionali (CAI), organo della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

            Ad esempio, nel 2018 è stato deliberato il rimborso del 50% (o del 30%, a seconda della fascia reddituale di appartenenza) delle spese sostenute nell’ambito della procedura di adozione internazionale per il periodo 2012-2017, nella misura massima di 5.000 euro.

Marco Sicolo  Newsletter giuridica – Studiocataldi.it            04 novembre 2019

www.studiocataldi.it/articoli/36276-adottare-un-bambino-i-costi.asp

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AFFIDO CONDIVISO

Se il figlio sceglie di non vedere il padre, la madre non ha colpa

Corte di Cassazione, prima sezione civile, nell’ordinanza n. 27207, 23 ottobre 2019

www.studiocataldi.it/allegati/news/allegato_36240_1.pdf

Non ottiene i provvedimenti ex art. 709-ter c.p.c. contro l’altro genitore, il padre che la figlia rifiuta di voler vedere dopo la separazione qualora i Servizi sociali e la CTU abbiano appurato che la ragazza, quasi maggiorenne, avesse scelto in maniera autonoma e secondo la sua volontà e non, come afferma l’ex, per essere stata plagiata dalla madre.

La vicenda. Lo ha chiarito l’ordinanza rigettando il ricorso di un padre separato contro il provvedimento che aveva disposto l’affidamento condiviso della figlia, collocata presso la madre, nonché la sospensione degli incontri con il padre per alcuni mesi, sollecitando i genitori ad adottare un percorso di sostegno psicoterapico per la figlia.

Il ricorso. A seguito di alterne vicende, il Tribunale, più volte adito dal padre per far rivedere le condizioni della separazione, evidenziava in un decreto che la ragazza viveva con la madre una quotidianità adeguata alla sua età che non intendeva modificare e rifiutava di incrementare gli incontri con il padre per una scelta personale e non perché plagiata dalla madre.

In sede di reclamo, anche la Corte d’Appello rilevava come il difficile rapporto con il padre, acuitosi nel tempo, la cui figura era vista dalla ragazza come perturbatrice del suo equilibrio e fonte di ansietà, non era stato determinato dalla, non dimostrata, opera denigratoria della madre.

La Cassazione, respingendo il ricorso, evidenzia come la Corte territoriale avesse debitamente valutato, sulla base delle risultanze della consulenza tecnica di ufficio e delle relazioni dei Servizi sociali, sia i comportamenti delle parti antagoniste, sia l’atteggiamento assunto dalla minore (divenuta maggiorenne nel corso del giudizio di legittimità) nei confronti del padre, riconducibile alla sua volontà e non ad un plagio perpetrato dalla madre.

Se il minore rifiuta di vedere l’altro genitore. La Corte ha tenuto conto dei fatti rilevanti nella vicenda, emersi dall’attività istruttoria, compresa la denuncia rivelatasi infondata nei confronti dell’ex marito, sulla quale non vi è riscontro alcuno dell’intento calunnioso della denunciante, e li ha ritenuti non idonei a dimostrare la fondatezza della domanda del ricorrente volta a ottenere i provvedimenti di cui all’art. 709-ter del codice di procedura civile.

Tale norma, si rammenta, prevede che in caso di gravi inadempienze o di atti che comunque arrechino pregiudizio al minore od ostacolino il corretto svolgimento delle modalità dell’affidamento, il giudice possa, non solo, modificare i provvedimenti in vigore, ma anche ammonire il genitore inadempiente, disporre il risarcimento danni o condannarlo al pagamento di una sanzione amministrativa.

Nel caso di specie, tuttavia, il giudice ha correttamente motivato, nel pronunciare un implicito rigetto della domanda del ricorrente ex art. 709-ter c.p.c. dopo aver valutato la vicenda nella sua complessità e, in sede di legittimità, non vi è spazio per una critica a tale decisione.

Lucia Izzo Newsletter giuridica           Studiocataldi.it          04 novembre 2019                   

www.studiocataldi.it/articoli/36240-se-il-figlio-sceglie-di-non-vedere-il-padre-la-madre-non-ha-colpa.asp

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AFFIDO ETEROFAMILIARE

Bibbiano è un caso isolato?

 Quello di Bibbiano, triste e famoso, è stato un caso isolato? A questo interrogativo si è cercato di dare risposte nel convegno dal titolo “Sulla pelle dei bambini. Bibbiano caso isolato? Il sistema degli affidi dei minori italiani”, che si è svolto nella sala degli stemmi a Mantova. Sono intervenuti l’avvocato Camilla Signorini, il giornalista Francesco Borgonovo, Roberto Archi ex preside, assessore alla cultura nel comune di Roncoferraro, ha moderato Ronni Bottazzi. Sulle risultanze del convegno abbiamo ascoltato l’avvocato Camilla Signorini, con la quale, più volte abbiamo approfondito temi delicati che toccano i bambini come la web baby reputation.

Sul tema il giornalista Borgonovo ha scritto un libro “Bibbiano, i nuovi mostri” in cui ha cercato di ripercorre la sequela giudiziaria dell’inchiesta “Angeli e demoni“. Secondo la Signorini quello di «Bibbiano è un caso che è esploso a Bibbiano, ma che le lacune del procedimento che porta all’allontanamento dei minori si ravvisano in tutti i tribunali d’Italia, anche a Mantova».

Allontanamento dei bambini, il problema non è dei tribunali ma normativo. Secondo il legale però «Il problema non è dei tribunali ma normativo poiché la relazione dei servizi sociali è, di fatto, l’unico strumento su cui il giudice si basa per disporre gli allontanamenti dei minori». La Signorini parte da una riflessione: «non trovo corretto dal punto di vista metodologico che ci sia questa fiducia totale nella relazione degli assistenti sociali e una sfiducia in quello che dicono i genitori durante le indagini e durante i processi- perché sovente accade che – le assistenti sociali non sono sempre persone qualificate sufficientemente né sul piano lavorativo né sul piano personale: ci troviamo di fronte ad assistenti sociali giovani che decidono sul futuro dei bambini e che non sono madri, che non si sono costruite una famiglia, che un bambino proprio non lo hanno mai avuto e quindi non possono comprendere fino in fondo la portata della valutazione che stanno facendo». E poi c’è il rimbalzo di responsabilità perché «Spesso le assistenti sociali si servono a loro volta di educatori, i quali a loro volta si servono di altre figure, l’assistente domiciliare, la persona che va a fare i compiti a casa del bambino e che non ha nessuna qualifica professionale per operare all’interno di problematiche di minori». Figure che poi finiscono con l’avere un peso rilevante perché, pur non avendo potere, «riescono a scrivere due righe, ad infilare due pensieri nelle relazioni che dovrebbero essere unicamente stese dai servizi sociali, usando parole quali “disagio”, “forte conflittualità tra i genitori”, “situazione di indigenza” che accendono l’allarme del giudice e che purtroppo spesso si concludono con un allontanamento dei bambini».

«Bambini maltrattati, l’indagine deve essere rigorosa». Insiste poi la Signorini: «Allora la conflittualità tra i genitori non può essere un elemento sufficiente per allontanare un bambino. Il bambino che viene allontanato deve essere quanto meno un bambino maltrattato e i bambini maltrattati naturalmente esistono, ma bisogna che l’indagine sia rigorosa, non ci possiamo basare su un disegno che fa il bambino o su altre considerazioni psicologiche eteree, ci vogliono degli elementi concreti». In altri casi, sottolinea l’avvocato, succede che «il genitore si rivolge all’assistente sociale cercando aiuto e questa situazione si trasforma in una indagine e si conclude con un provvedimento di allontanamento». Viene sottovalutato il fatto che «i decreti di allontanamento devono essere temporanei e provvisori, in realtà, sovente si calcificano in provvedimenti che durano anni e quindi anche le tempistiche di queste relazioni periodiche che il giudice ordina sono troppo distanti nel tempo. Non ci può essere una relazione ogni tre mesi perché se in quel periodo il bambino ha recuperato la sua condizione di disagio o se il genitore si è fatto più responsabile quel tempo saranno tre mesi persi e nessuno restituirà a quel bambino allontanato i tre mesi con la sua famiglia». Nel momento in cui ci si rivolge agli assistenti sociali «bisogna stare molto attenti perché si mette in moto un meccanismo che diventa inarrestabile».

Ultima triste notazione è che «in alcuni casi i bambini nelle comunità vengono sedati con psicofarmaci per tenerli più tranquilli perché sono tanti. Anche qui si tratta di errori di metodo: quando il giudice allontana il minore e lo affida ai servizi sociali delega ai servizi la facoltà di decidere sulle cure farmacologiche senza ottenere il consenso dei genitori quindi cosa accade? il genitore che nella maggioranza dei casi non ha perso la potestà genitoriale comunque non sa nemmeno che ai suoi figli vengono somministrati farmaci e questo non è giusto». In conclusione, afferma la Signorini «I bambini maltrattati esistono e in questo casi è interesse del minore venire affidato a un’altra famiglia però l’indagine deve essere rigorosa. Gli avvocati devono essere lasciati parlare, a noi avvocati viene tolta la parola e, ogni volta che si toglie la parola ad un avvocato, si toglie la parola e la libertà ad un bambino».

Gabriella Lax Newsletter giuridica – Studiocataldi.it            04 novembre 2019

www.studiocataldi.it/articoli/36282-bibbiano-e-un-caso-isolato.asp

 

Torino. Dopo l’affido, 10mila ragazzi nel limbo

Sono i giovani adulti tra i 18 e i 22 anni vissuti fuori dalle famiglie d’origine, in case d’accoglienza Per accompagnarli all’età adulta, con progetti per lavoro e casa, è nato un network.

            «Nessuno di voi può capire cosa significhi compiere 18 anni ed essere messi alla porta dalla comunità in cui siete vissuti per quattro, cinque, dieci anni. Quella che è stata fino a quel momento la tua famiglia ti dice: fai da solo».

 Ecco il dramma dei ragazzi fuori famiglia, vissuti in affido o in comunità, una volta diventati maggiorenni. L’hanno raccontato con una canzone rap l’altro giorno a Torino gli stessi ragazzi: «Cinghiate e calci in culo, liti in famiglia, provo a diventare più grande di un gigante, non m’arrendo, la vita vola, pretendo ancora». Parole inesorabili e sgradevoli, capaci però di fotografare la fatica di diventare grandi in una famiglia che si disgrega e finisce per arrendersi.

Rabbia e nostalgia tra i ragazzi che hanno partecipato al convegno organizzato per raccontare la nascita del primo network di associazioni impegnate ad assistere dopo i 18 anni i ragazzi vissuti fuori famiglia. Per questi giovani adulti gli strumenti di tutela esistono spesso solo sulla carta esistono. Il tribunale per i minorenni può disporre com’è noto il prosieguo della cosiddetta tutela amministrativa in presenza di situazioni d’emergenza.

            Ma il rispetto del dispositivo è legato alle risorse. Che quasi sempre mancano. E per 2.500-3.000 ragazzi che ogni anno escono dai percorsi di tutela, quando non si riaprono le porte delle famiglie d’origine, c’è solo il vuoto. Per questo Agevolando e Sos Villaggi dei bambini, lottano da anni per proporre percorsi alternativi, progetti in grado di pilotare i ragazzi verso l’età adulta senza il trauma di una nuova esperienza di abbandono. Così le due associazioni, in collaborazione con il Cnca e il ministero del lavoro e delle politiche sociali, hanno presentato la prima rete nazionale,

Si punta a dare concretezza all’impegno a favore dei ragazzi fuori famiglia tra 16 e 24 anni. ‘Per’ loro, ma soprattutto ‘con’ loro, per ascoltarli e capire le loro esigenze. A dimostrazione ulteriore che affido – quello ‘buono’ – non fa rima con Bibbiano e che esistono decine di associazioni che operano con criteri di trasparenza e di efficienza lontanissimi da quanto visto e ascoltato nel caso dei servizi sociali della Val d’Enza. Le esperienze dei ragazzi hanno messo in luce drammi di cui non si parla mai abbastanza.

            C’è Silvia che racconta come per lei il concetto di casa è sempre apparso come un guscio vuoto. Marco che ha trascorso 3 anni in comunità e 13 attraverso 5 affidi familiari diversi e che quindi l’unica casa della sua vita rimane quella della sua prima infanzia. Quella che non esiste più. Altrettanto struggenti, attraverso il racconto dei giovani, le difficoltà legate alla ricerca del lavoro, alla fatica – e spesso l’impossibilità – di proseguire gli studi universitari. Altra dogana insuperabile quella dell’assistenza psicologica, considerata fondamentale sia dai ragazzi stessi sia dagli addetti ai lavori. Ma mentre gli incontri nell’ambito della neuropsichiatria infantile sono agevolati e sostenuti, i servizi di psicologia per adulti non prevedono alcuna agevolazione per i ‘fuori famiglia’. O si va con una prescrizione o si paga. Situazione che durante il convegno Orazio Pirro, responsabile del servizio di neuropsichiatria del Comune di Torino, ha definito «un disastro».

            Il procuratore del Tribunale per i minorenni di Torino, Emma Avezzù, ha messo tra l’altro in luce la difficoltà di avviare interventi di accompagnamento anche per la famiglie d’origine dei ragazzi. «Noi lo indichiamo nei nostri provvedimenti ma – ha detto – non sempre si realizza. Mancano i fondi degli enti pubblici».

Non si tratta di una carenza da poco. L’impossibilità di intervenire sulle fragilità educative e relazionali dei genitori preclude la possibilità di un ritorno in famiglia del minore allontanato, come indicato dalla legge. E la scelta dei giudici, al là di tante semplificazioni mediatiche, diventa obbligata. Per questo l’impegno delle comunità, se verificato passo dopo passo, diventa prezioso.

            Agevolando per esempio ha avviato il progetto ‘Casa dolce casa’ che punta a favorire l’autonomia abitativa dei ragazzi e, insieme, un passaggio controllato all’età adulta. Nelle case gestite dall’associazione – 9 a Bologna, 1 a Trento, 4 a Ravenna – sono accolti al momento 44 ragazzi, oltre a cinque progetti di coabitazione in famiglia sostenuti dall’associazione Ama di Trento. «I ragazzi possono sperimentare la loro autonomia racconta il presidente di Agevolando, Federico Zullo – ma viene loro garantito il supporto di un referente esterno in rappresentanza della nostra associazione».

            Nei mesi scorsi all’appello di Agevolando ha risposto una famiglia di Rimini che ha offerto un alloggio in comodato d’uso gratuito. E ora si spera che l’esempio possa essere ripetuto in altre città. A Milano è stato aperto uno sportello e si cercano appartamenti in comodato d’uso per dare risposte concrete alle tante richieste giunte dal capoluogo lombardo e dell’hinterland. Concretezza e trasparenza. La strada non può che essere questa.

Luciano Moia venerdì 8 novembre 2019

www.avvenire.it/attualita/Pagine/fine-affido-10mila-nel-limbo

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AMMINISTRATORE DI SOSTEGNO

La presentazione del rendiconto

Tra gli adempimenti posti a carico dell’Amministratore di Sostegno (AdS) – con il decreto di nomina del Giudice Tutelare – vi è quello della redazione e presentazione del rendiconto.

L’art. 405 c.c. La norma da applicare è l’art. 405 c.c. che prevede che tra le indicazioni che devono necessariamente essere inserite nel decreto di nomina, vi è quella relativa alla “periodicità con cui l’amministratore di sostegno deve riferire al giudice circa l’attività svolta e le condizioni di vita personale e sociale del beneficiario”.

 Si noti bene: nessun richiamo viene, invece, fatto all’art. 362 c.c.: ciò induce a ritenere che l’Amministratore di Sostegno non sia tenuto ad effettuare, all’inizio dell’incarico, con l’ausilio del Cancelliere o del Notaio, l’inventario dei beni mobili e immobili di proprietà del beneficiario.

Che cos’è il rendiconto? E’ possibile incorrere in responsabilità e sanzioni? E’ un documento che riporta in modo dettagliato l’attività svolta dall’Amministratore di Sostegno in un determinato arco di tempo. Più precisamente, deve essere indicata la quotidianità del beneficiario: stato di salute, vita sociale e, ancora, vanno indicate e documentate le entrate, le principali spese e le iniziative più importanti che sono state intraprese a beneficio del soggetto debole.

            Con il rendiconto l’Ads, insomma, fornisce al Giudice Tutelare tutte le informazioni concernenti le condizioni di vita e di benessere del beneficiario, al fine di valutare la situazione personale e patrimoniale dello stesso in rapporto al suo progetto di vita.

Se l’Amministratore di Sostegno svolge il suo ruolo in modo diligente, come un buon padre di famiglia, gestendo al meglio il patrimonio del beneficiario non incorre in alcuna responsabilità e sanzione.

In caso di mancata presentazione del rendiconto, quale sanzione? In mancanza di presentazione del rendiconto non è prevista alcuna sanzione. In questo caso il Giudice Tutelare potrebbe però decidere di sostituire il soggetto inadempiente con altro soggetto.

Si noti bene: il rendiconto e tutti gli atti ed i provvedimenti relativi all’Amministrazione di Sostegno sono esenti dall’obbligo di registrazione e dal contributo unificato.

Avv. Luisa Camboni – Newsletter giuridica – Studiocataldi.it           04 novembre 2019

www.studiocataldi.it/articoli/36269-amministrazione-di-sostegno-la-presentazione-del-rendiconto.asp

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CENTRO INTERNAZIONALE STUDI FAMIGLIA

Newsletter CISF – n. 41, 6 novembre 2019

“Seguo il movimento, e mi sembra di capirla un po‘…”. Un video musicale originale e commovente (all’inizio anche il silenzio è musica), in cui si capisce che la disabilità non è mai l’ultima parola sulle persone. In qualche modo, una soluzione si trova, per entrare in relazione: magari anche solo “Con un segno della mano”. Complimenti anche al “Coro delle mani bianche” di Chiavari!

www.facebook.com/coromanibianchechiavariliguria/videos/si-dice-cos%C3%AC-iacopo-cioni-ft-nicol%C3%B2-pagliettini-e-coro-mani-bianche-chiavari-lig/972787066393394/?__so__=permalink&__rv__=related_videos

Unione Europea. Conciliazione vita-lavoro per tutti. Esempi di buone pratiche nei Paesi membri UE (Work-life balance for all: Best practice examples from EU Member States). Questa brochure contiene la descrizione di 20 progetti finanziati dall’Unione Europea che si presentano come buone pratiche per favorire la conciliazione tra famiglia e lavoro, con una specifica attenzione alla condizione delle donne. Punto di interesse del documento è la forte eterogeneità dei progetti, offrendo così ad ogni territorio e stakeholder (lavoratore, azienda, pubbliche amministrazioni, policy makers) la possibilità di “imparare dagli altri”.

                         http://newsletter.sanpaolodigital.it/cisf/attachments/newscisf4119_allegato2.pdf

“Risparmio è sostenibilità. Scelte di oggi per immaginare il domani”. In occasione della 95a Giornata Mondiale del Risparmio (31 ottobre) Acri (l’associazione che rappresenta collettivamente le Fondazioni di Origine Bancaria e le Casse di Risparmio). “In questa occasione vengono presentati i risultati di un’indagine di opinione effettuata presso un campione di popolazione italiana adulta. I principali risultati sono suddivisi in due macroaree: la prima, comune a tutte le rilevazioni (dal 2001 al 2019), che consente di delineare quali siano oggi l’atteggiamento e la propensione degli Italiani verso il risparmio, evidenziando i cambiamenti rispetto al passato; la seconda focalizzata sul tema specifico della Giornata, che quest’anno è incentrata sul tema della sostenibilità e dello sviluppo sostenibile”. L’ennesima conferma di quanto il risparmio delle famiglie sia importante nell’equilibrio economico del Paese e nella costruzione delle priorità anche valoriali da perseguire (come la sostenibilità).                                  www.acri.it/_upload/FondazioniOnLine/file/Ricerca_Nota.pdf

Migrazioni – Italia. Progetto Coffee Break [vedi la lista dei temi]. La Fondazione Moressa lancia un’interessante ed innovativa “campagna informativa, sui temi dell’immigrazione per analizzare i luoghi comuni più diffusi a partire da dati statistici ufficiali”… per farsi un’idea nel tempo di un caffé.

http://www.fondazioneleonemoressa.org/new/wp-content/uploads/2019/10/PROGETTO-COFFEE-BREAK.pdf

Il primo incontro sarà l’11 novembre 2019, sul nodo “lavoro”.

www.fondazioneleonemoressa.org/new/wp-content/uploads/2019/10/INVITO-11.11.2019-1.pdf

Dalle case editrici

      Studium, Bioetica. Questioni di confine, D’Agostino F.

      Scholé, Il figliol prodigo. Parabola dell’educazione, De Giorgi F.

      San Paolo, Mindfulness. Raggiungi la consapevolezza di te, Lambiase E., Marino A.

      Nuzzo Salvatore, Come nasce un adolescente. Percorso per educatori che aiutano i genitori, La Meridiana, Molfetta (BA), 2019, pp. 274, € 20,00.

Non sempre quando nasce un figlio nascono anche una madre e un padre. Chi supporta i genitori nel loro nuovo percorso di crescita? Le competenze genitoriali comprendono un sistema di conoscenze, attitudini, capacità relazionali e socio-culturali, valori, credenze ed esperienze che si traducono in azioni e parole, e che vanno a costituire il patrimonio affettivo, educativo, culturale e sociale trasmesso da una generazione all’altra.

Affinché i genitori favoriscano lo sviluppo della personalità del bambino, il volume propone una chiara e strutturata lettura delle caratteristiche di ciascuna età evolutiva, ponendo particolare attenzione all’educazione alla sessualità e all’affettività, come luogo di incontro tra genitori e i figli, dove i piccoli imparano a conoscere amore e psiche e i genitori rileggono e rivalutano la propria storia di coppia, senza tabù o eccessiva ostentazione. Per ogni capitolo vengono inoltre proposti suggerimenti concreti, rivolti sia a genitori sia a educatori e operatori, per aiutare a mettere in pratica agevolmente quanto appreso durante la lettura del testo.

newsletter.sanpaolodigital.it/cisf/attachments/newscisf4119_allegatolibri.pdf

Save the date

  • Nord: Minori, famiglie, servizi. Ricostruire la fiducia.  Convegno nazionale promosso da Animazione Sociale, Torino, 5-7 dicembre 2019.

www.animazionesociale.it/wp-content/uploads/2019/10/Ricostruire-la-fiducia_programma.pdf

  • Nord: La mattina dopo. Dare un senso ai vuoti improvvisi, incontro/presentazione del volume di Mario Calabresi promosso dal Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia, in collaborazione con la Fondazione Carlo Perini, il Dipartimento di Psicologia e il Servizio di Psicologia clinica per la coppia e la famiglia, Milano, 25 novembre 2019. 
  • https://centridiateneo.unicatt.it/famiglia-Mattina%20dopo.pd
  • Nord:La famiglia in cammino, tra fatica e tenerezza, convegno diocesano delle famiglie, promosso dall’Ufficio diocesano per la pastorale della famiglia,Parma, 24 novembre 2019.

http://newsletter.sanpaolodigital.it/cisf/attachments/newscisf4319_allegato2.jpg

  • Nord: Nuove alleanze per un welfare che cambia. Presentazione del Quarto Rapporto sul Secondo welfare, a cura di Percorsi di Secondo Welfare e Centro Luigi Einaudi, Milano, 25 novembre 2019.

www.secondowelfare.it/news/presentazione-nazionale-quarto-rapporto-sul-secondo-welfare-in-italia.html

  • Centro: Violenza di genere: l’impegno dell’ISS nelle azioni di contrasto e prevenzione per l’assistenza alle donne vittime di violenza, convegno promosso da ISS (Istituto Superiore di Sanità), con crediti ECM, Roma, 28 novembre 2019.

http://newsletter.sanpaolodigital.it/cisf/attachments/newscisf4219_allegato3.pdf

  • Centro: Il diritto della persona con disabilità o del familiare assistente a partecipare alla procedura di valutazione della qualità dei servizi erogati, 4ª giornata del familiare assistente, promossa dalla Consulta per le politiche a favore delle persone con disabilità e le loro Famiglie del Municipio Roma 1 Centro, Roma 28 Novembre 2019.

http://newsletter.sanpaolodigital.it/cisf/attachments/newscisf4319_allegato4.pdf

  • Sud: Aprire orizzonti. Conferenza sulle buone politiche di welfare, evento promosso da Associazione Casa Emmaus – Progetto No Neet, Cagliari, 22 novembre 2019

https://psicosardegna.it/eventi_culturali/conferenza____aprire_orizzonti___–394.html

  • Sud: Processi di socialità e apprendimento nei servizi educativi per i bambini dalla nascita a sei anni, seminario organizzato dal Gruppo Nazionale Nidi e Infanzia, con FA.C.E, Fondazione Reggio Children e Con I Bambini, Teramo, 16 novembre 2019.

www.grupponidiinfanzia.it/wp-content/uploads/2019/11/Seminario-TERAMO-16.11.19-GNNI.pdf

Iscrizione                           http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/newsletter-cisf.aspx

Archivio                http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/elenco-newsletter-cisf.aspx

http://newsletter.sanpaolodigital.it/cisf/novembre2019/5146/index.html

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CENTRO ITALIANO SESSUOLOGIA

Come vivere una sessualità soddisfacente nell’età matura

Sabato 7 dicembre 2019 Auditorium Casa di Cura Prof. Fogliani – ingresso da via Giardini 61, Modena

Ore 8,45- 12,30

      Presentazione del convegno Direzione sanitaria – Casa di Cura Fogliani

      La sessualità: questa conosciuta o sconosciuta. dr Maria Cristina Florini, psicologa e presidente del Centro Italiano di Sessuologia

       La sessualità al femminile: come vivere bene i cambiamenti. dr Fabia Businco, ginecologa e specialista in psichiatria

      La sessualità al maschile: come vivere bene i cambiamenti.   dr. Giorgio Galizia, urologo

      Dibattito con i partecipanti

www.cisonline.net/eventi/come-vivere-una-sessualita-soddisfacente-nelleta-matura

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CHIESA CATTOLICA

Preti sposati: dov’è la novità

Non è corretto ridurre la ricchezza e la profondità dei contenuti che hanno animato il dibattito all’interno del Sinodo dei vescovi per la Regione panamazzonica (6-27 ottobre 2019) alla sola questione del celibato dei sacerdoti (alla quale si aggiunge, al massimo, quella del diaconato femminile).

Forse anche questa volta abbiamo capovolto la narrativa: mentre l’Amazonia chiede all’Occidente (anche all’Occidente ecclesiale, sia chiaro) una conversione integrale, innanzitutto ecologica, che passi dal riconoscimento delle culture indigene, l’Occidente si preoccupa quasi esclusivamente di temi che riguardano gli uomini e il potere, come, per l’appunto, il celibato dei sacerdoti.

Se prima del Sinodo l’attenzione si era concentrata sul n. 129 (lett. a, n. 2) dell’Instrumentum laboris, che apriva alla «possibilità di ordinazione sacerdotale di anziani, preferibilmente indigeni, rispettati e accettati dalla loro comunità, sebbene possano avere già una famiglia costituita e stabile», adesso, al termine dell’assise sinodale, il paragrafo del Documento finale più ripreso è il n. 111, in cui si propone l’ordinazione sacerdotale di «uomini idonei e riconosciuti della comunità, che abbiano un diaconato permanente fecondo e ricevano una formazione adeguata per il presbiterato, potendo avere una famiglia legittimamente costituita e stabile, per sostenere la vita della comunità cristiana attraverso la predicazione della Parola e la celebrazione dei sacramenti nelle zone più remote della regione amazzonica».

            Pur non sapendo ancora come papa Francesco risponderà a tale richiesta dei padri sinodali – la decisione spetta ora al romano pontefice –, molti commentatori hanno accolto queste parole come se segnassero la fine del celibato obbligatorio per la Chiesa di rito latino. Ma è davvero così?

Niente di nuovo sotto il sole? In realtà il passaggio che abbiamo citato è più prudente di quanto possa sembrare. La possibilità di ordinare uomini sposati è inserita soltanto dopo aver ribadito, in maniera abbastanza chiara, la dottrina sul celibato sacerdotale.

            Emerge un problema di fondo: si può parlare di sacerdozio di uomini sposati (in termine tecnico «uxorato») senza mettere in discussione le motivazioni teologiche, spirituali e pastorali che sostengono in maniera «ufficiale» il celibato obbligatorio dei preti? Lo si può fare, certo, ma a una condizione: quella di interpretare la dicotomia tra sacerdozio celibatario e sacerdozio uxorato nei termini di un rapporto tra norma ed eccezione.

Il sacerdozio celibatario sarebbe la norma, mentre quello di uomini sposati un’eccezione dovuta a contingenze culturali o storiche. Si tratta di uno schema non nuovo per la Chiesa cattolica. Il clero sposato è presente in diverse Chiese cattoliche di rito orientale. È riconosciuto pure nel Codice dei canoni delle Chiese orientali (1990), non prima di aver sottolineato il valore del celibato: «Il celibato dei chierici, scelto per il Regno dei cieli e tanto conveniente per il sacerdozio, dev’essere tenuto ovunque in grandissima stima, secondo la tradizione della Chiesa universale; così pure dev’essere tenuto in onore lo stato dei chierici uniti in matrimonio, sancito attraverso i secoli dalla prassi della Chiesa primitiva e delle Chiese orientali» (can. 373).

Nella Chiesa di rito latino invece già dai tempi di papa Pio XII i pontefici hanno dispensato dall’obbligo celibatario nell’accordare l’ordinazione presbiterale a ex pastori di tradizione luterana o di tradizione anglicana, come prevede peraltro anche la costituzione apostolica Anglicanorum cœtibus (2009) di Benedetto XVI.

Insomma, nihil sub sole novi: legare la possibilità di un clero uxorato a ragioni contingenti, anche di carattere culturale, che sono alla base delle difficoltà delle comunità amazzoniche di accedere all’eucaristia non è un elemento di discontinuità per la disciplina ecclesiastica.

Se poi la questione dei preti sposati viene inserita nell’ambito della predisposizione di un «rito amazzonico», si ripropone esattamente lo schema della possibilità che il diritto particolare preveda un’eccezione, ferma restando la disciplina generale della legislazione universale.

            Sotto il profilo canonistico, la novità sarebbe semmai rappresentata dall’istituzione di una Chiesa «sui iuris», cioè con un suo diritto particolare, all’interno del rito latino. Infatti le diversità esclusivamente liturgiche che connaturano i riti latini (ad esempio il rito romano, il rito ambrosiano, il rito mozarabico…) non permettono di considerare «sui iuris» queste Chiese particolari. Ma nel caso della Chiesa «amazzonica» la diversità con gli altri riti latini potrebbe essere di natura ordinamentale, ovvero disciplinare, e non solo liturgica, tanto da dover pensare a un corpo normativo proprio, sebbene particolare.

            Si consideri, inoltre, che il Documento finale del Sinodo non parla neanche di viri probati – come pure ci aveva abituato il card. Carlo Maria Martini – bensì propone di conferire l’ordinazione sacerdotale ai diaconi permanenti. Senza avere riguardo, in questo caso, per la specificità della vocazione alla stabilità nel grado diaconale rispetto alla vocazione al ministero presbiterale. In altre parole, viene prospettata come regola per la regione amazzonica ciò che il Direttorio per il ministero e la vita dei diaconi permanenti (1998) considera come una «una rarissima eccezione, possibile soltanto quando speciali e gravi ragioni lo suggeriscono» (n. 5).

Un approccio universale al tema. Tutto ciò porta a dire che il passaggio davvero «rivoluzionario» – se così si può dire – – del n. 111 del Documento finale è l’ultimo breve periodo: «A questo proposito, alcuni si sono espressi a favore di un approccio universale all’argomento».

«Alcuni» padri sinodali chiedono, quindi, un approccio universale al tema. Ma è evidente che un approccio universale presuppone innanzitutto di cambiare … approccio. Fin quando il sacerdozio uxorato sarà interpretato nella Chiesa cattolica come un’eccezione dinnanzi alla regola del sacerdozio celibatario non ci sarà spazio per una riflessione che sia veramente «universale». Una simile lettura finirà sempre per dividere, come avviene oggi, i preti di serie A dai preti di serie B, cioè da quei pochi preti che vivono in uno stato coniugale.

            Quel che serve è, invece, un’ampia riflessione teologica, etica e giuridica sul senso e sul significato dei ministeri nella comunità ecclesiale. Una riflessione, in altre parole, che sia in grado di coniugare la fedeltà al messaggio evangelico con la necessità di elaborare nuove categorie, e che non affronti i nodi che vengono al pettine come compartimenti stagni (del tipo: prima si pensa all’ordinazione degli uomini sposati, poi all’accesso delle donne ai ministeri istituiti e al diaconato, e via dicendo).

            È necessario, al contrario, un discorso organico sui ministeri ecclesiali, da portare avanti con serenità e libertà, con parresia [franchezza]. Ma forse per tutto questo un Sinodo sull’Amazzonia non può (per fortuna) bastare.

Luigi Mariano Guzzo, canonista, collabora con la cattedra di Diritto ecclesiastico e diritto canonico, e insegna Beni ecclesiastici e beni culturali presso l’Università Magna Grecia di Catanzaro.

Moralia Il regno 4 novembre 2019

www.ilregno.it/moralia/blog/preti-sposati-dove-la-novita-luigi-mariano-guzzo?utm_source=newsletter-mensile&utm_medium=email&utm_campaign=201919

 

De mulieribus ordinandis: percorsi nelle fonti teologiche medievali

(/1). Bonaventura e la simbolica della mediazione

        Dopo aver discusso in diversi post precedenti le posizioni di S. Tommaso d’Aquino, anche per come recepite dalla riflessione teologica contemporanea e dal magistero degli ultimi decenni, ritengo molto utile scandagliare altre fonti del sapere teologico medievale, le cui teorie sono entrate nel “senso comune” secolare della Chiesa e possono anche oggi essere assunte acriticamente, da parte di diversi soggetti ecclesiali e culturali. Una sintesi dei passaggi precedenti può essere letta qui.

www.cittadellaeditrice.com/munera/ministro-donna-schiavo-la-visione-tomista-e-la-impasse-di-inter-insigniores

Bonaventura e la mediazione impossibile. La riflessione teologica medievale “de mulieribus” si colloca per lo più nel solco aperto da Pietro Lombardo con le sue Sentenze. I “luoghi” di maggiore riflessione sono legati al tema della “creazione della donna” (libro II), della “incarnazione” (libro III) e degli impedimenti al “sacramento dell’ordine” (libro IV). Sulla base della formulazione originaria delle “Sentenze” – alle quali dedicheremo un post prossimamente – ogni “magister” ha stilato una serie di “commenti”, nei quali assume una propria interpretazione, offrendo una lettura originale. Abbiamo già fatto riferimento ripetutamente al Commentario stilato da Tommaso d’Aquino. Consideriamo ora alcune grandi differenze che appaiono nel più influente teologo francescano della grande scolastica, ossia Bonaventura.

Vorrei far notare come la originalità di Bonaventura, che è stato il primo ad elaborare una argomentazione “simbolica” della “non ordinabilità” della donna, riposi su una lettura profondamente discriminante, che solitamente non si porta in primo piano, anche perché è “dislocata” rispetto al discorso sull’ordine (IV), e collocata invece nella discussione sul tema della incarnazione (III).

a) Libro III, D. 12, a. 3, q. 2 Utrum decuerit Deum assumere sexum muliebrem

Leggiamo dunque all’interno del discorso sulla incarnazione, basato su poche righe dedicate da Pietro Lombardo all’argomento, e risolte semplicemente con un rimando ad Agostino, la domanda sulla possibilità del “farsi carne di Dio in un corpo di sesso femminile”, viene risolta con una affermazione di fondo, poi specificata in tre direzioni. La affermazione, nel “corpus” della risposta è che “muliebris sexus non est tantæ dignitatis sicut virilis”. Ciò viene poi articolato a tre livelli, dicendo che:

Excellit enim sexus virilis muliebrem et quantum ad dignitatem in principiando, et quantum ad virtutem in agendo, et quantum ad auctoritatem in præsidendo”

Ad illustrazione di queste tre caratteristiche della eccellenza del sesso maschile sul femminile, si sottolinea poi un aspetto strutturale della differenza: “viri est agere, muliebris est pati”. E’ evidente che la natura “passiva” della donna contrasta strutturalmente con ogni “compito di azione ecclesiale”. Anche in questo caso, con linguaggio ancora più articolato rispetto ad altri commentatori, le comprensioni biologiche, antropologiche e sociologiche del tempo condizionano pesantemente la comprensione della donna, relegandola strutturalmente in una “passività originaria” che la esclude da ogni esercizio di “primato”, di “iniziativa” e di “autorità”. Non diversa da Tommaso risulta dunque la forza con cui questa prospettiva viene ribadita ed anzi ulteriormente articolata:          
            b) Libro IV, d. 25, a. II, q.1 Utrum ad susceptionem ordinis requiratur sexus virilis

Sulla base di quanto già appurato in sede di incarnazione, Bonaventura elabora poi un sapere non sull’impedimento del sesso femminile, ma sulla essenzialità del sesso maschile. In questa direzione sembra elaborare una “sapere positivo”, a differenza di Tommaso, identificando il sesso maschile come “condizione della mediazione ministeriale”. Ascoltiamo il testo di Bonaventura, che argomenta a partire dalla netta conclusione”: Mulieres nec de iure nec de facto ordines suscipere possunt. Oltre ad indicare nel corpus della risposta una serie di “documenti pontifici” – il cui contenuto tuttavia appare non lineare – Bonaventura allega la “ratio theologica” a suo avviso decisiva, che presenta così:

“In hoc enim sacramento persona, quæ ordinatur, significat Christum mediatorem; et quoniam mediator solum in virili sexu fuit et per virilem sexum potest significari: ideo possibilitas suscipiendi ordines solum viris competit, qui soli possunt naturaliter repraesentare et secundum characteris susceptionem actu signum huius ferre. Et ista positio probabilior est et multis auctoritatibus Sanctorum potest probari”.

            Qui Bonaventura presenta, in modo originale, e a differenza di Tommaso, la “rappresentazione naturale di Cristo come criterio di identificazione del “sesso maschile” in quanto sostanza del sacramento dell’ordine. Ma questo argomento rappresentativo, con la sua novità, poggia molto pesantemente, come abbiamo visto, sulla considerazione marginale e residuale della “mulier” sul piano della autorità e della azione.

            La influenza di categorie giuridiche e di categorie biologico-antropologiche impedisce una comprensione serena della questione della “ordinazione”. E rende anche l’argomento simbolico, nella sua indiscutibile originalità, gravemente segnato da questo orizzonte di disuguaglianza e di discriminazione, che si sovrappone pesantemente al discorso teologico e lo rende tanto fragile agli occhi di chi oggi voglia “dare ragione della fede” e non semplicemente salvare l’ancien regime.

            Anche don Alberto Piola, che ha scritto il lavoro di sintesi più eccellente sulla questione della ordinazione femminile, riconosce che in Bonaventurail problema pare essere non tanto l’uso in sé di questo simbolismo, quanto il modo di vedere l’uomo e la donna che vi sta sotto” (A. Piola, Indagine storico-teologica degli aspetti antropologici dell’ordinazione delle donne, Torino, Effatà, 2006, 298).

La ripresa moderna di questo argomento “simbolico”, per quanto ricontestualizzato e riargomentato, difficilmente può mettere al riparo di una nuova antropologia e di una nuova sociologia le ragioni teologiche di esclusione della donna dal sacramento dell’ordine. Il rischio, non evitato da molti autori contemporanei, è che l’argomento simbolico della repræsentatio naturalis” mascheri, sotto i temi neutri della mediazione e della sponsalità, la sopravvivenza degli antichi pregiudizi, rendendoli così meno evidenti, ma non meno insidiosi. Che la mediazione del Signore Gesù sia impossibile per soggetti di sesso femminile – che sarebbero incapaci di rappresentare il “mediatore” e lo “sposo” – non sembra la causa normativa di una prassi conseguente, ma piuttosto la conseguenza fattuale di una tradizione pensata con il modello della “subiectio”. Come vedremo nel prossimo post, la teologia medievale conosce anche un altro modello di comprensione della donna – intendendola né come serva né come padrona, ma come “socia” dell’uomo – che è presente fin da Pietro Lombardo e che ha avuto un suo sviluppo autonomo intorno al tema della creazione, ma senza riuscire ad entrare efficacemente nell’ambito delle discussioni sulla incarnazione e sulla ordinazione.

Andrea Grillo blog come se non         4 novembre 2019

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De mulieribus ordinandis: percorsi nelle fonti teologiche medievali

 (/2) La donna “socia”/“immagine di Dio” e “una nuova episteme”

   La elaborazione da parte della grande scolastica della antica sapienza patristica e delle Sentenze di Pietro Lombardo ha prodotto un ingente sapere teologico, procedendo però in modo non sempre lineare e conseguente. Anzi, non è raro trovare “salti” e “svolte” nell’uso e nella interpretazione dei testi. Alcuni spunti provenienti dai Padri e dalla prima sintesi teologiche medievali sono stati ripresi, approfonditi, elaborati, articolati ed ampliati. Altri, invece, sono rimasti ai margini, talora semplicemente ripresi “alla lettera”, altre volte non considerati o eliminati addirittura. Vorrei soffermarmi su due aspetti della tradizione medievale ed antica che non hanno goduto di grande fortuna critica nei secoli successivi, e che oggi invece potrebbero riacquistare peso nella discussione sulla autorità femminile nel ministero ecclesiale.

  1. Una esegesi della creazione della donna “de latere viri” Un capitolo del “De sacramentis cristianæ fidei”, (I, 6, 35) di Ugo di S. Vittore, dedicato al tema del “Perché la donna è stata fatta dall’uomo e perché dal fianco?”, riceve la seguente risposta: “Poi in aiuto della generazione dallo stesso uomo fu fatta la donna. Poiché se fosse stata creata da altrove, non ci sarebbe stato un solo principio per tutti gli uomini. Ma fu fatta dal fianco dell’uomo, affinché fosse chiaro che era creata per la comunione d’amore, e non, invece, se fosse stata tratta dal capo, apparisse da preferirsi all’uomo per il comando, o se fosse stata fatta dai piedi, fosse sottomessa in schiavitù. Poiché all’uomo non era preparata una padrona o una serva, ma una socia, non doveva essere creata né dalla testa, né dai piedi, ma dal fianco, affinché la conoscesse come da porre accanto a sé, lei che aveva appreso essere stata tratta dal suo fianco”. Il testo appare singolarmente diverso da quelli che, nei secoli successivi, soprattutto ad opera di Tommaso e di Bonaventura, sottolinearanno con forza proprio quella “subjectio che questo testo vuole escludere. Questo stesso testo viene ripreso, quasi letteralmente, sebbene in forma più breve, da Pietro Lombardo, nelle Sententiæ, (II, d. XVIII), sotto il titolo La creazione della donna, dove si afferma: “Perché è stata fatta dal fianco dell’uomo? La donna è stata fatta dal fianco dell’uomo, non dalla testa, né dai piedi, perché non gli fossa fatta né una padrona né una serva. Se infatti fosse stata fatta dal capo, sarebbe sembrata da preferire all’uomo per il comando; se invece fosse stata fatta dai piedi, sarebbe apparsa da sottomettere in schiavitù, mentre è stata fatta dal fianco, e per questo fosse chiaro che era creata per la comunione d’amore con l’uomo, e come aiuto per la generazione”. Anche il testo di Pietro Lombardo, che omette il termine “socia” per definire la donna, esclude però la “subordinazione” come categoria interpretativa del femminile. Entrambi questi testi sembrano non avere precedenti nella letteratura cristiana anteriore. Un precedente di rilievo sembra venire dalla tradizione della sapienza ebraica di commento alla Genesi (al Bereshit Rabbah dedicheremo un post ulteriore). Nemmeno in Agostino, dunque, appare mai questa ermeneutica della creazione della donna, anche se il Vescovo di Tagaste ha dedicato a questo episodio biblico una attenzione diffusa e articolata, della quale vale la pena di riferire brevemente, soprattutto per come appare nel XII libro del De Trinitate.

b) La donna nel “De trinitate” di Agostino Nel libro XII del De trinitate Agostino parla della relazione tra uomo e donna in una prospettiva diversa da quella che sarà assunta, in modo prevalente, dal discorso scolastico. Il registro, infatti, non è quello della tensione tra soggetto maschile attivo e soggetto femminile passivo – così come abbiamo visto attestato, nel post precedente, in Tommaso d’Aquino o in Bonaventura – ma quello della differenza tra intelletto e azione, tra vita contemplativa e vita attiva. Questa prospettiva è possibile per Agostino sulla base di due presupposti:

a) Egli prescinde dalle caratteristiche corporee, dalla differenza sessuale, e considera l’anima razionale dell’uomo e della donna;

b) Egli mira a stabilire se uomo e donna siano entrambi “imago Dei” o se questa sia prerogativa soltanto del maschio. Come dice Agostino, (De Trinitate, XII, 7,12): “L’immagine di Dio non risiede se non nella parte dello spirito dell’uomo che si unisce alle ragioni eterne, per contemplarle ed ispirarsene, parte che, come è manifesto, possiedono non solo gli uomini, ma anche le donne”.

            La metafora utilizzata da Agostino è dunque intellettuale: quando l’intelletto è orientato verso le cose cielo, è a immagine di Dio; quando si occupa delle cose terrene, non è più immagine di Dio. Ma questa divisione, nella sua diversità dal principio attivo e passivo, non impedisce alla donna di essere pienamente “imago Dei”. Anche Tommaso riprende esattamente questa posizione di Agostino, nella q.93, a.4, corpus e in particolare nell’ad1: “tam in viro quam in muliere invenitur Dei imago quantum ad id in quo principaliter ratio imaginis consistit, scilicet quantum ad intellectualem naturam”. Resta problematica, in Tommaso, la correlazione tra questa lettura positiva e la visione negativa proposta nella questione precedente. Il recupero della dignità della donna sembra comunque esigere, tanto in Agostino quanto in Tommaso, una distanza strutturale della considerazione di essa dal livello corporeo e sessuale della identità. In questa differenza si muove così una considerazione della donna con la affermazione della “imago Dei”, che non dipende dal riferimento corporeo, e con la negazione della “repræsentatio Christi”, che invece verrà interpretata come normativamente determinata dal riferimento al corpo.

 c) Alcune conclusioni I testi che abbiamo considerato offrono due orizzonti poco sviluppati dalla teologia della donna nei secoli successivi. Da un lato, infatti, la esclusione della creazione “dalla testa” e “dai piedi”, implica una interpretazione del genere femminile come non subordinato, ma che si “associa” a quello maschile. La esclusione della comprensione “ancillare” della donna sembra smentire quella teoria della “subiectio” (Tommaso) e della impossibilità di una naturale rappresentanza (Bonaventura) riferita con tanta sicurezza al genere femminile. Vi è dunque, nella testimonianza di Ugo di S. Vittore e di Pietro Lombardo, un registro diverso, che non sarà assente nelle citazioni della teologia successiva, ma che non verrà sviluppato, e perciò non sarà in grado di contrastare un crescente peso delle argomentazioni in termini di “subiectio” e di difformità rispetto al modello “normativo” di esercizio della autorità. Ciò dipenderà forse da una più intensa recezione delle fonti giuridiche, che avverrà proprio nei decenni successivi ai primi scolastici. D’altra parte, sul versante agostiniano, scarsissimo è stato l’impatto della profonda riflessione sulla donna, pensata non già secondo la linea della fisiologia aristotelica del “principio attivo/maschile e passivo/femminile”, ma secondo la distinzione tra vita contemplativa e vita attiva. Il diverso registro, utilizzato da Agostino, rispetto a quello “fisiologico”, permette di interpretare anche il femminile come “custode della immagine di Dio”. Anzi, la traduce, in modo evidente, con una prevalenza del piano del “bios praktikòs” (vita pratica), rispetto al maschile, dove invece inclina piuttosto al “bios noetòs” (vita spirituale). Le conseguenze di queste due grandi interpretazioni non sono di poco conto: esse possono aiutare a collocare in un orizzonte “epistemologicamente diverso” anche i nostri discorsi sul “ministero femminile”. Una nuova episteme [conoscenza certa], un cambio di paradigma [modello di riferimento] – di cui ha parlato papa Francesco il 4 novembre 2019 scorso nell’importante Discorso alla Federazione delle Università cattoliche – sembra necessario alla riflessione ecclesiale sulla relazione tra ministero e donna. Le tracce di questa nuova impostazione si trovano anche nel mondo antico e nel mondo medievale. Saper riallacciare le fila di queste tradizioni compete al lavoro comune di teologi e pastori, titolari, rispettivamente, del “magisterium cathedræ magistralis” e del “magisterium cathedræ pastoralis”. A nessuna delle due cattedre è possibile sfuggire a questo “segno dei tempi”, che richiede non solo pensieri più adeguati, ma anche cuori appassionati e mani creative. In una nuova correlazione tra ragione, emozione e azione si nasconde non solo la novità paradigmatica del nostro tempo, ma anche lo specifico contributo che le donne possono portare al rinnovamento della tradizione. E una cosa è certa: se non lo faranno le donne, se non si darà loro la possibilità di svolgere appieno questo compito, nessun’altro potrà farlo al posto loro.

Andrea Grillo blog come se non         9 novembre 2019

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Gregorio Lutz e la Riforma Liturgica in Brasile: una prefazione

E’ appena uscito, per le Edizioni Loyola di San Paolo del Brasile, un volume in onore del P. Gregorio Lutz, CSSp, (1931-2019), (Congregazione dello Spirito Santo), importante teologo del postconcilio in Brasile. Nel volume sono raccolti non solo una serie di preziose testimonianze su di lui, ma scritti importanti dello stesso Lutz, che coprono circa 40 anni di attività.  Mi è stato chiesto di scrivere la prefazione per questo volume. La riporto qui nell’originale italiano.

 

Per un uomo che ha studiato ed è stato ordinato prima del Concilio Vaticano II, nel 1960, la scoperta della liturgia, durante gli anni 60, è stato l’aprirsi di un mondo nuovo. Potremmo quasi pensare che la lettura di questo testo ci riporti al cammino fatto dalla Chiesa dal 1960 ad oggi. Ed è bello rievocare per sommi capi questi sviluppi, in compagnia del cammino di P. Gregorio, che continua fino ad oggi. Di qualche interesse è che mentre P. Gregorio diventava prete, nel 1960, all’età di 29 anni, io non ci fossi ancora, essendo nato l’anno successivo. Così possiamo considerare questa mia prefazione un atto di onore ad uno dei liturgisti della “generazione precedente”, di 30 anni prima di me. Vorrei pertanto premettere ad una rapida analisi del testo, una serie di considerazioni su questa “differenza di generazione”.

 

  1. Generazioni a confronto Leggendo i testi di questo volume, che coprono uno spazio di circa 40 anni tento di dire una parola per ricollocarli nel loro contesto originario e così introdurli più adeguatamente nel tempo di oggi.
  2. a.       Gli ultimi anni e la crisi del Concilio. Negli ultimi 40 anni, nella Chiesa e nella liturgia, è successo molto, moltissimo. Tre papi: la fase finale, soffertissima, del pontificato di Giovanni Paolo II; il tentativo di restaurazione ecclesiale e liturgica di Benedetto XVI; i primi anni del pontificato profetico e riformatore di Francesco. In liturgia abbiamo vissuto prima l’entusiasmo, poi il disorientamento, poi il progetto di orientamento ad oriente (o all’indietro); infine abbiamo recuperato la direzione e il passo conciliare, il dialogo col mondo, la relazione tra rito e vita, il valore dell’ecumenismo, il buon senso, il realismo, la parresia ed anche un sano sense of humour.

Ma prima non sapevamo tutto questo: guardavamo al passato e intuivamo solo “per speculum” ciò che doveva aspettarci. Così ne è scaturita, allora, una ricostruzione della storia della salvezza e del suo rapporto con la riforma liturgica, che è stata accuratamente presentata in tutti i suoi aspetti.

  1.  Due generazioni “conciliari”. In fondo, riletti oggi, questi testi sono la prova di un “bisogno di rilettura e di riappropriazione del Concilio Vaticano II” che era già vivissima 40 anni fa. E che ha dovuto patire tutte le inerzie, le sordità, le tiepidezze e le ingiustizie che abbiamo dovuto vedere fino alla fine del pontificato di Benedetto XVI. Prima di Francesco, solo pochi mesi prima di lui, già con il primo anniversario conciliare, l’11 ottobre del 2012, l’aria era cambiata. Nonostante il tentativo di imporre una lettura del Concilio mediata e quasi anestetizzata, attraverso il parallelismo non ingenuo dell’anno della fede, dal Catechismo della Chiesa Cattolica, è stato l’anniversario del Concilio Vaticano II a prevalere e a segnare le menti, le bocche e i cuori. Le menti ricominciavano a ragionare in modo sinodale, le bocche pronunciavano di nuovo parole a lungo censurate, i cuori comprendevano, finalmente, la irreversibilità dei fenomeni e la opportunità di scelte nuove. Da quando l’anniversario conciliare si è messo in modo, è diventato irrefrenabile e ha travolto ogni resistenza.
  2. E’ sogno o realtà? Questo libro, dunque, attesta le premesse di ciò che, oggi, finalmente, può diventare realtà pastorale e disegno culturale. Con contributi diversi – brevi interventi di chiarificazione o grandi testi organici – il suo autore tenta di restituire al lettore, in tutta la freschezza possibile, le intuizioni migliori che, quasi 60 anni fa, hanno ridestato l’interesse per la liturgia nel corpo ecclesiale e che sembravano morte e sepolte, quasi oggetto di una “damnatio memoriae”.

Questa “amnesia ecclesiale” sulle condizioni che hanno permesso una esperienza e una prassi liturgica rinnovata richiedono una accurata ricerca. Da un lato la liturgia sembra il luogo “iniziale” di una Riforma della Chiesa che deve essere “ben altro”. Ciò ha reso, non raramente, la riforma liturgica “distratta” da altri livelli di preoccupazione e di priorità ecclesiale. D’altro canto, proprio la liturgia, che ha inaugurato la riforma conciliare, rimane anche il livello più profondo della conversione pastorale richiesta dal Concilio Vaticano II. E di questo P. Gregorio dà una testimonianza non solo profonda, ma a 360 gradi.

  1. Presentimento e memoria. Dopo il Concilio, con tutta l’acqua che è passata sotto i ponti ecclesiali e culturali, mettendo di nuovo queste pagine sotto gli occhi e rileggendole tutte con cura, vi si trovano i presentimenti di quello che doveva ancora essere, mediati dalla memoria di ciò che era già stato e non doveva essere negato, rimosso e perduto.

La pubblicazione di questo testo può assumere così il senso di una “consegna”. La generazione che “ha recepito la riforma” – la generazione di coloro che hanno vissuto “in diretta” l’evento conciliare e lo hanno visto “impattare” sulla realtà europea e sud-americana, come P. Gregorio – consegna un patrimonio di sapere e di esperienza, che non può essere in alcun modo aggirato, sottovalutato o addirittura, come talvolta accade, denigrato.

Ciò non significa che quanto troviamo qui attestato non esiga riflessione, critica, ripensamento. Il rispetto che dobbiamo al lavoro “di una vita” include anche la responsabilità di dire “le stesse cose con altre parole”. Ma con queste parole dovremo sempre fare i conti.

  1. La “materia” del volume: liturgia generale e liturgia speciale. Se guardiamo all’indice del volume, scorgiamo subito la ampiezza e la articolazione del pensiero di P. Gregorio. Nei primi capitoli del testo è evidente l’impostazione “storico-salvifica” di presentazione della liturgia, che elabora con cura il tema del mistero pasquale, del sacerdozio di Cristo e della chiesa come “comunità sacerdotale”. A ciò P. Gregorio aggiunge, tuttavia, una bella sensibilità per la dimensione “simbolico-rituale” della liturgia, con la peculiarità della sua mediazione. A questo interesse si associa, in modo classico, una grande sensibilità per il ruolo che lo Spirito Santo esercita nell’atto di culto rituale, con implicazioni molto chiare sul piano della spiritualità e della catechesi.

Il collegamento con la prassi ecclesiale brasiliana ha acceso in P. Gregorio una attenzione specifica per la corporeità, per il culto mariano e anche per le forme di “religiosità popolare” con cui la tradizione liturgica deve entrare in contatto, se vuole mantenere un legame con la vita dei soggetti. Così la integrazione della cultura popolare, la valorizzazione del rosario devono diventare oggetti di riflessione seria, da parte di una “riforma liturgica” che venga pensata in rapporto ad una “radice locale”, che per il Brasile assume una dimensione “continentale”.

Qui mi pare che trapeli, in P. Gregorio, la esigenza di coniugare, in forma convincente, la “molteplicità delle forme culturali” con la “unità della fede”. Per questo egli dedica anche una attenzione al percorso con cui il Congo era pervenuto alla approvazione di un “messale romano” adattato e inculturato per le Diocesi del Congo. Anche in quel caso, infatti, la realtà del Congo non è una realtà unitaria, ma differenziata, con profonde differenze tra diocesi diverse, all’interno dello stesso stato, che può essere considerato un “piccolo continente” all’interno del continente africano.

La riflessione sul cammino della riforma copre riflessioni che iniziano negli anni 80 e si chiudono solo pochi anni fa. Il travaglio della recezione, dell’adattamento e della salvaguardia dell’unità attraversano le pagine di P. Gregorio, con grande lucidità.

3. Una riflessione sui sacramenti e sui sacramentali. Accanto alla riflessione sull’intero campo della tradizione liturgica, riformato in seguito alle indicazioni del Concilio Vaticano II, la raccolta di testi prevede anche una parte assai significativa dedicata ai sacramenti. Tutti i sacramenti vengono considerati, non solo nella loro identità più tipica, ma anche nelle dinamiche iniziatiche che determinano. I testi dedicati alla “prima comunione” e al “matrimonio” attestano bene la comprensione del sacramento attraverso una nuova attenzione alle “pratiche” che accompagnano il significato teologico in modo originario. Qui mi pare di poter riconoscere uno dei dati fondamentali con cui P. Gregorio si inserisce nella grande catena di coloro che hanno permesso la “recezione” di Sacrosanctum Concilium e della riforma liturgica. La liturgia, infatti, proprio con l’acquisire il ruolo di “culmen” et “fons” di tutta la azione della Chiesa, contribuisce in modo decisivo non soltanto alla disciplina della Chiesa, ma alla sua dottrina. Il “sapere” ecclesiale sul battesimo, sulla eucaristia, sulla penitenza e sull’ordine sacro viene profondamente ricompreso. Perciò in P. Gregorio resta molto chiaro che la recezione della Riforma liturgica è un passaggio decisivo per la vitalità della Chiesa del futuro.

In tal senso si muove anche la attenzione per le “forme nuove” di vita sacramentale, per le quali è necessario un lucido apporto della teologia: l’esame, all’interno dei “sacramentali”, delle liturgie della parola “in assenza di presbitero”, o la discussione sul ruolo stesso della Parola dal punto di vista teologico, o anche le aperture ad una “comunione eucaristica” che faccia fronte alle “divisioni ecclesiali” costituiscono chiari segni di una sensibilità aperta, dialogica, serena.

Il campo vasto degli interessi di P. Gregorio, comprensivi di tutte le attenzioni per il tempo liturgico, la preghiera nel tempo (anno liturgico e liturgia delle ore) insieme con la cura della “ars celebrandi” come nuova frontiera della Riforma Liturgica, attesta bene il lavoro compiuto a 360 gradi, a diversi livelli, e senza mai perdere il legame fondamentale con l’azione pastorale, in periferia, negli “ospedali da campo” e nei “campi profughi”.

4. Il lavoro teologico e le tre “i” di Papa Francesco. Vorrei concludere ponendo a me, e ai lettori, una domanda molto semplice: che cosa può fare, in questo ambito liturgico, la teologia di oggi? La domanda, ovviamente, ha a che fare con il “depositum” non solo della fede, ma anche del lavoro teologico delle generazioni dopo il Concilio, alle quali appartiene in toto la vicenda teologica e liturgica di P. Gregorio.

E’ evidente che, nella prospettiva inaugurata da papa Francesco, che riprende il magistero dei “segni dei tempi”, così tipico del Concilio Vaticano II, un pensiero teologico vivo e acuto, capace di riflessione e di preghiera, è uno degli strumenti essenziali per “aprire” la Chiesa. Papa Francesco ha proposto in molte occasioni questo racconto bello e toccante. Il racconto di una teologia che non sta “al balcone” o “alla scrivania”, ma “in strada”. E lo ha espresso, forse nel modo più intenso, nel famoso discorso al Collegio degli scrittori della Civiltà cattolica (del 9 febbraio del 2017). Esso di presenta come una “teologia” delle tre “i”: una teologia della inquietudine, una teologia della incompletezza e una teologia della immaginazione. Sono le tre “i” che all’inizio del romanzo “Tempi difficili” di Ch. Dickens vengono messe sul banco degli imputati dalla nuova cultura “generale e astratta”. In un certo senso possiamo dire che gli ideali del “sistema istituzionale” guardano con preoccupazione ad ogni manifestazione di inquietudine, di incompletezza e di immaginazione. Il “sistema ecclesiale” esige totale completezza, tranquilla autosufficienza, rigoroso principio di realtà. E rischia, il sistema, di pretendere questo anche da quei “funzionari” che si chiamano teologi. Che dovrebbero soltanto giustificare lo status quo, non introdurre elementi di inquietudine e di turbamento e semplicemente ripetere ciò che il codice e il magistero ha storicamente affermato: come se la storia fosse finita e la Chiesa potesse essere solo “retro oculata”.

A me pare che dai testi di P. Gregorio emerga una Chiesa non solo “retro”, ma anche “ante” oculata. Che guarda avanti. E che per questo sa che la tradizione giova solo se è sana. Sana tradizione e legittimo progresso sono state le chiavi di interpretazione con cui P. Gregorio ha offerto il proprio servizio ecclesiale e culturale, per 50 anni e più. Questo volume attesta la bontà del percorso e la utilità che la memoria di esso non vada perduta. Ne va della qualità dell’atto di fede di cui saranno capaci i nostri figli e i nostri nipoti.

Andrea Grillo blog come se non         8 novembre 2019

www.cittadellaeditrice.com/munera/gregorio-lutz-e-la-riforma-liturgica-in-brasile-una-prefazione

 

Chiesa di tutti Chiesa dei poveri” è un’espressione che per la prima volta fu usata da Giovanni XXIII nel suo messaggio radiofonico dell’11 settembre 1962, un mese avanti l’inizio del Vaticano II, per esprimere una delle due grandi novità che egli si aspettava dalla Chiesa rigenerata dal Concilio: che si presentasse certo, quale sempre deve essere, come la Chiesa di tutti, ma ora “particolarmente” si svelasse come la Chiesa dei poveri. La seconda novità fu annunciata nel discorso di inaugurazione del Concilio: la scelta della medicina della misericordia invece che delle armi della condanna. Il primo tema diede il nome all’assemblea nazionale con cui 50 anni dopo moltissimi gruppi ecclesiali, riviste, associazioni e singoli cristiani, vollero rivendicare l’attualità del Concilio. Il secondo tema doveva divenire poi il fulcro del pontificato di papa Francesco.                www.chiesadituttichiesadeipoveri.it/chi-siamo

 

Ripudio della dialettica

Care Amiche ed Amici,

c’è di nuovo un furioso attacco al Papa accusato ora da “cento studiosi” di idolatria a causa della liturgia che ha ospitato i segni della devozione india durante il Sinodo per l’Amazzonia. Questo nuovo attacco al Papa non è che la continuazione dell’offensiva cominciata nell’estate del 2016 con una lettera accusatoria indirizzata ai cardinali e patriarchi della Chiesa cattolica orientale, ripresa il 16 luglio 2017 con la cosiddetta “Correctio filialis” e proseguita con la lettera ai vescovi e alla Chiesa del 30 aprile 2019, cose di cui si può trovare notizia nel sito chiesadituttichiesadeipoveri.it sotto il titolo: “La santa eresia di cui è accusato Francesco” e nella newsletter dell’11 maggio 2019: “Mirabile eresia”.

Si tratta di una campagna che non sembra godere di molta vitalità e accusa ormai la sua usura dato che a condurla sono sempre gli stessi e dicono le stesse cose, anche se in un’escalation che passa dalla “correzione filiale” alla denuncia di eresia, alla richiesta di dimissioni, all’anatema per idolatria. Dunque non vale tanto la pena fermarsi su quest’ultima aggressione, quanto chiedersi qual è la vera contrapposizione che spinge una minoranza ecclesiale a rifiutare il magistero e la pastorale di papa Francesco. Ci sembra che essa consista nel fatto che si vuole ripristinare una “Chiesa contro”, rovesciando il modello della “Chiesa per”, che è poi il modello dell’“essere per gli altri” del Vangelo, irreversibilmente adottato da papa Francesco. E diciamo “irreversibilmente” perché volere una “Chiesa contro”, quale la rivendicano i cattolici e gli atei devoti della destra americana e non solo, significa non volere nessuna Chiesa, perché una Chiesa contro gli Indios, contro gli immigrati, contro i poveri, contro le donne, contro i divorziati, contro i “comunisti”, contro i protestanti, contro i musulmani, contro i maledetti dagli uomini e benedetti da Dio non sarebbe più possibile, finirebbe in una setta irrisoria. Che magari avrebbe ancora con sé “i cento studiosi” schierati oggi contro papa Francesco, ma non più il popolo di Dio.

Allora forse vale la pena capire meglio la novità di Bergoglio e perché essa è così crocefissa e difficile, tanto che egli non smette di chiedere di pregare per lui. Bergoglio, gesuita, come risulta dalla preziosa sua “biografia intellettuale” scritta da Massimo Borghesi (perché ci sono studiosi e studiosi!), viene dalla dialettica, cioè da una lettura “dialettica degli Esercizi spirituali di sant’Ignazio di Loyola”, e in genere di tutta la spiritualità ignaziana, appresa alla scuola del gesuita francese Gaston Fessard.  Una dialettica certo non hegeliana, bensì risolta nella Trascendenza e nella Chiesa. Ma tutta la storia umana, da Eraclito fino a Hitler, è dominata dalla dialettica. Per il filosofo greco il gene della guerra, “polemos”, era “il padre e principio di tutte le cose, di tutte re”, gli uni svelando come dei, gli altri come uomini, gli uni facendo schiavi, gli altri liberi; e questa dialettica conflittuale, dominando tutto il corso storico, è giunta ultimamente, ai nostri giorni, a preconizzare la fine, perfino fisica, del mondo. Ed ecco che il gesuita divenuto papa Francesco porta la Chiesa fuori della dialettica, la fa non signora ma serva (lava i piedi a tutti, all’Europa, alle donne, ai musulmani), la fa sorella delle altre Chiese e altre fedi, la fa madre della fraternità umana, nunzia dell’“armonia delle diversità”, non solo di colore, di razza, di sesso, di lingua, ma anche di religione, tutte frutto “di una sapiente volontà divina con la quale Dio ha creato gli esseri umani”, come dice il documento cristiano-islamico di Abu Dhabi, e la fa testimone dello scambio, e non della contraddizione, tra grazia e libertà.

Ma ancora di più con la sua incessante tessitura dell’unità umana, papa Francesco spinge il mondo ad uscire dalla legge ferina della dialettica (amico-nemico, sommersi e salvati, uomini e donne, cittadini e stranieri, identità collettive e minoranze, “prima noi” e “fuori loro”) per assumere la veste nuziale dell’accoglienza, dell’inclusione, dell’eguaglianza e dell’amore. Che sia questo ripudio della dialettica, strumento del potere, altare dei contrari, assieme al ripudio della guerra che già abbiamo costituzionalizzato, il cambiamento d’epoca che abbiamo intravisto e stiamo aspettando?

Sul sito riproponiamo l’appello di Adolfo Perez Esquivel in difesa del Papa, “Amore in azione” e il documento di Abu Dhabi sulla fratellanza umana. Pubblichiamo inoltre la catechesi di papa Francesco sugli Atti degli apostoli a proposito di Priscilla e Aquila “gli sposi ebrei che celebrano l’eucarestia”, e un manifesto-appello promosso dal chirurgo bolognese Francesco Capizzi per una vera realizzazione, da parte della politica e delle Istituzioni, del diritto alla salute, che è il diritto non solo a recuperarla, ma soprattutto a non perderla

Newsletter n. 170        15 novembre 2019

www.chiesadituttichiesadeipoveri.it/ripudio-della-dialettica

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COMMISSIONE ADOZIONI INTERNAZIONALI

Missione Bielorussia e Mongolia

Il primo ottobre si è svolta a Minsk la riunione del Gruppo di lavoro previsto dall’Accordo vigente con la Bielorussia in materia di adozioni internazionali, incaricato di valutare l’andamento ed i risultati dell’Accordo a due anni dalla sua sottoscrizione.

La delegazione italiana, composta dalla Vice Presidente della Commissione dott.ssa Laura Laera, dalla dirigente della Segreteria tecnica Cons. Anna Maria Villa, dal Min. Plen. Gianni Bardini, dalle funzionarie Dott.ssa Raffaella La Torre e Dott.ssa Laura Ruggiero, ha incontrato presso il Ministero dell’Istruzione la delegazione bielorussa composta dal Vice Ministro dell’Istruzione Alexander Kadlubai, da Golovneva Elena Vasilievna (Ministero Istruzione) e da Glinslaya Olga Nikolaevna, direttrice del Centro Nazionale Adozioni (CAN). L’incontro è avvenuto alla presenza dell’Ambasciatore italiano Mario Giorgio Stefano Baldi e del Vicario dott. Paolo Tonini.

Nel corso della visita sono stati affrontati diversi temi relativi all’accordo e alle procedure di adozione in un clima di serena collaborazione. La Parte italiana ha presentato la lista delle famiglie che aspirano ad adottare minori bielorussi e ha confermato l’invio della lista come previsto dal Protocollo tramite l’Ambasciata bielorussa; sono stati discussi alcuni dettagli tecnici di presentazione della lista e di snellimento delle procedure che regolano l’adozione internazionale dei minori.

Nell’occasione si è potuto assicurare un canale di comunicazione importante in quanto la Parte bielorussa ha confermato che l’Italia resta l’unico paese per adozioni in Bielorussia; nel 2018 sono stati adottati dalle famiglie italiane 112 minori bielorussi, accolti nel tempo nell’ambito di progetti di risanamento terapeutico.

Nell’incontro è stato affrontato il tema dell’adottabilità dei minori collocati nelle case famiglia e della prospettiva di riduzione degli Istituti. La parte bielorussa ha confermato il progetto di progressiva chiusura degli Istituti di accoglienza (internati) per il quale non è definito un orizzonte temporale.

Per quanto riguarda i minori collocati in casa famiglia, la Parte bielorussa ha definito in maniera chiara la posizione del Paese confermando che i minori bielorussi collocati presso le case famiglia non sono adottabili secondo la procedura di adozione internazionale.

E’ stato pertanto richiesto da parte bielorussa per il futuro di inserire nell’elenco delle famiglie italiane aspiranti all’adozione di minori bielorussi solo i minori ospitati presso gli Istituti di accoglienza e non quelli collocati presso le case famiglia, i quali in base al regolamento bielorusso, non sono considerati adottabili.

La riunione si è conclusa in un clima di collaborazione e con l’intesa di proseguire i lavori in un prossimo incontro a Roma, possibilmente nel primo semestre del 2020.

 

Il 6 novembre 2019 a Roma, la Vice Presidente della CAI Laura Laera ha incontrato una delegazione di alti funzionari dell’Autorità centrale della Mongolia (Mongolian Immigration Agency- MIA) e del Ministero del Lavoro e della Protezione sociale.

Obiettivo della visita in Italia della delegazione è stato il monitoraggio dei minori provenienti dalla Mongolia adottati da coppie italiane. Prima della riunione a Roma la delegazione si è recata presso le sedi dei tre Enti autorizzati (Torino, Milano e Monfalcone) ed ha incontrato 16 famiglie verificando con molta soddisfazione il positivo inserimento dei minori adottati.

Nell’incontro, svolto in un clima di viva cordialità, la Vice Presidente ha auspicato un incremento delle adozioni internazionali finora abbastanza contenute nel numero (21 adozioni a partire dal 2001) e la necessità di armonizzazione delle procedure adottive con tempi più rapidi della loro conclusione.

Le Autorità mongole si sono mostrate molto interessate ad un rafforzamento delle relazioni nel settore, assicurando la continuità delle adozioni. In relazione alle prospettive future è auspicabile una maggiore collaborazione con l’Autorità centrale (MIA) e al riguardo, la delegazione si è espressa favorevolmente circa la possibilità di riflettere su un accordo bilaterale CAI/MIA.

                                    Notizie CAI     8 novembre 2019

http://www.commissioneadozioni.it/notizie

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CONSULTORI PUBBLICI

Dimezzata l’attività dei consultori, 244 chiusi in 10 anni

                  Pensionamenti ordinari, quota cento e blocco delle assunzioni hanno “ridotto drasticamente i servizi offerti dai consultori pubblici”, presidi di salute sempre più schiacciati tra carenza di personale e di fondi. In dieci anni 244 sedi sono state tagliate o accorpate, personale dimezzato così come i servizi offerti alla popolazione: dall’assistenza a donne incinte e neomamme a quella per le vittime di violenza. A lanciare l’allarme è la Cgil Funzione Pubblica, che chiede di invertire la rotta rispetto ai tagli subiti negli ultimi anni.

                  Attività di screening contro i tumori, vaccini per i bimbi più piccoli, supporto per favorire l’allattamento al seno, assistenza in caso di violenza in famiglia, educazione alla contraccezione, interruzione di gravidanza: sono solo alcune delle tante attività svolte nei consultori. Ma, dichiara Michele Vannini, segretario nazionale Fp Cgil, “a seguito dei pesanti tagli alla Sanità Pubblica subiti negli ultimi anni, i servizi che prima venivano offerti gratuitamente stanno subendo una drastica riduzione, andando a colpire in particolare giovani donne, ceti meno abbienti, donne migranti”.

                  Secondo i dati del Ministero della Salute, spiega all’ANSA Simona Ricci, dirigente Sindacale Fp Cgil Sanità, “nel 2007 erano 2.097 i consultori familiari pubblici, mentre sono 1.853 quelli censiti nel 2017. Dalla relazione al Parlamento sulle Interruzioni Volontarie di Gravidanza, emerge che nel 2017 erano disponibili da 1 a 3 consultori familiari ogni 10.000 donne in età fertile, mentre nelle regioni del Nord-Est, in Lombardia e in Molise addirittura meno di uno”.

                  Inoltre i dati disponibili (che tengono conto del prezzo pagato dal 2009 con l’avvio del blocco del turn over, ma non ancora dell’impatto di Quota 100), non riportano l’impatto sulla carenza dell’organico e sulla fortissima riduzione degli orari di apertura al pubblico. “Non esiste – prosegue Ricci – un monitoraggio su come e quanto vengano effettuate le attività previste dai Livelli essenziali di Assistenza. Questa situazione allarmante ci viene segnalata da tutte le regioni, tranne poche eccezioni, come l’Emilia Romagna”.

                  Ad esempio, solo il 22% di donne accede a informazioni e servizi per la contraccezione attraverso i consultori, percentuale che ci vede ultimi in Europa. I tagli subiti, prosegue Vannini, non sono solo “una piaga per l’utenza, ma anche per i pochi professionisti rimasti, sottoposti a carichi di lavoro rilevantissimi”, come infermieri, ostetriche, pediatri, psicologi, assistenti sociali.

                  “La gravissima carenza di personale non consente di svolgere le funzioni fondamentali che la Legge 405, 29 luglio 1975 che li istituiva, affida ai consultori”. E questa situazione, “concorre a creare disuguaglianze, lasciando fuori dalla prevenzione e dagli screening una larga parte di popolazione”. A fronte di questo, conclude “la Cgil rilancia la necessità di investire in questi servizi, prima di tutto con adeguate assunzioni di personale”

Livia Parisi     Salute&Benessere      06 novembre 2019

www.ansa.it/canale_saluteebenessere/notizie/sanita/2019/11/06/dimezzata-lattivita-dei-consultori-244-chiusi-in-10-anni-_cbf293f9-2b0b-4c93-95ec-3d2c817c2189.html              

 

Vigevano. Affido familiare                 passim

L’ istituto dell’Affido Familiare viene giuridicamente introdotto in Italia con la Legge n. 184 del 4 maggio 1983, la quale ha regolamentato una prassi preesistente, rendendo possibile istituzionalmente una forma innovativa di servizio nel campo dell’assistenza ai Minori.

L’Affido Familiare affonda le sue origini nelle forme di solidarietà popolare che storicamente si sono verificate (come il baliatico) e che, negli anni ‘70 in particolare, hanno ispirato nelle prassi degli operatori sociali il ricorso ad uno strumento che facesse leva sulla solidarietà di nuclei familiari per risolvere situazioni di disagio dei minori. Questa nuova forma giuridica rappresenta un potenziale innovativo che investe le strutture istituzionali, i Servizi Sociali Territoriali (Consultori Familiari) e il Tribunale dei Minori, nel momento in cui entrano in dinamica con soggetti sociali attivi. Uno di questi soggetti è la famiglia, referente privilegiato nel caso dell’affido.  (…)

La Regione Lombardia con DGR n. IX/937 del 1 dicembre 2010 “Determinazione in ordine alla gestione del servizio sociosanitario regionale per l’esercizio 2011” definisce che, negli “interventi socio-sanitari a sostegno della famiglia”, i Consultori Familiari devono fornire: “valutazione, accompagnamento e preparazione delle famiglie all’affidamento e all’adozione”.

Nel 1986 viene steso il primo progetto finalizzato all’attuazione dell’intervento di Affidamento Familiare nel territorio della Lomellina; vengono quindi avviati i primi progetti di Affido eterofamiliare di Minori, presso il Consultorio Familiare di Vigevano e nel 1989, viene avviata l’attività di “Gruppo Famiglie Affidatarie”, quale privilegiata forma di sostegno alle Famiglie impegnate in progetti di affido eterofamiliare per le possibilità di scambio, condivisione e confronto offerte dall’attività.

Nell’allora Unità Socio Sanitaria Locale 78 di Vigevano e Lomellina (…) venne definita una Equipe composta da un Assistente Sociale e una Psicologa avente l’incarico di attuare gli interventi di promozione dell’Affidamento Familiare, conoscenza e preparazione delle Famiglie Affidatarie, di gestione della banca dati delle risorse, di progettazione in collaborazione con i Servizi Sociali di Tutela Minorile e sostegno alle Famiglie Affidatarie.

L’attività dell’Equipe per la promozione e progettazione dell’Affidamento Familiare fece, quindi, capo al Consultorio Familiare di Vigevano e fu confermata negli anni successivi fino ad oggi. Il Gruppo di Sostegno alle Famiglie Affidatarie non si caratterizza come gruppo di mutuo-aiuto non essendo finalizzato a risolvere problematiche che accomunano i partecipanti; è un gruppo aperto che vede la partecipazione di Famiglie impegnate in progetti di Affido eterofamiliare, Famiglie che si stanno proponendo per l’affido, famiglie che hanno concluso un percorso di accoglienza di un Minore.

Il gruppo è uno strumento di sostegno rispondente ai bisogni espressi dalle Famiglie Affidatarie, una realtà più rassicurante dove è possibile apprendere, dove al contempo si dà e si riceve, dove si costruisce l’esperienza di genitorialità sociale, dove non esistono risposte precostituite e certe, dove si chiede e al tempo stesso si può rispondere.

Il gruppo è un luogo dove può avvenire cambiamento e dove è possibile riscoprire e riutilizzare le risorse interne di cui ciascuno è portatore. La complessità dell’intervento di Affidamento Familiare si evidenzia da subito sia per il coinvolgimento di diversi soggetti istituzionali (Servizi Sociali di Tutela minorile, Giudice Tutelare, Tribunale per i Minorenni, Consultori familiari e altri Servizi Specialistici), sia per l’attività di promozione, ricerca e preparazione delle Famiglie Affidatarie nonché per l’attività di sostegno e “cura del collegamento tra famiglia d’origine e Famiglia Affidataria, avendo sempre come focus i bisogni evolutivi del Minore.

www.vigevano24.it/2019/11/08/leggi-notizia/argomenti/attualita-11/articolo/vigevano-si-celebrano-i-30-anni-di-attivita-effettuata-dai-consultori-familiari-1.html

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CONSULTORI CATTOLICI

Il consultorio familiare in cammino con la famiglia per il nuovo umanesimo

 Lo stretto e vivificante rapporto tra il consultorio familiare e la famiglia, in ordine al benessere delle dimensioni valoriali e psico-affettive delle persone e delle relazioni di coppia e generazionali, attraversa gli anni che corrono dal sorgere dei consultori fino ad oggi. Questi, infatti, sono un luogo privilegiato di attenzione alla famiglia, contemplata nella globalità delle sue relazioni feconde di vita e nell’interazione delle risorse proiettive, dense di novità personale e sociali, nonché delle difficoltà reali e delle possibili problematiche che le accompagnano.

            Le porte dei consultori si aprono ad ogni persona che si interroga sulla inalienabile dimensione familiare che ella sperimenta nel momento contingente e nella storia della propria vita e che ad essi si rivolge nella ricerca di aiuto nel portato del suo vissuto di attese, aspirazioni, incognite, sofferenze, prese in carico in un ambiente umano e professionale accogliente, collaborativo e stimolante.

Le problematiche riguardanti la famiglia che muovono la vita civile e sociale di questi nostri tempi mettono in evidenza l’importanza della famiglia con i suoi significati squisitamente umani, pur se talvolta appare messo in discussione il valore attribuito alle relazioni familiari sia sponsali che generative, delle quali spesso se ne riduce la portata in ordine alla costruzione del soggetto e della comunità sociale. La famiglia non è, infatti, un bene di rifugio, bensì il bene ideale di investimento e di promozione dell’umanità individuale e universale. In essa, il soggetto individuo, l’uomo e la donna, nasce, cresce e si forma e, con l’età, compie scelte di vita, si proietta al suo ruolo nel mondo e, soprattutto, introietta in modo diretto e immediato modelli e comportamenti che lo orientano riguardo alla nuzialità ed alla genitorialità, contribuendo a rinnovare e trasformare il mondo nell’intima ricerca del bene, nonostante il male che ci circonda, ci condiziona e, a volte, sembra sopraffarci.

            Il consultorio familiare si fa compagno di strada della famiglia verso il bene umano che motiva, supera e porta a compimento, nel loro insieme, sia la famiglia che lo stesso consultorio. È la comune ricerca del bene relazionale, sponsale e generativo autenticamente umano, condotta nella traduzione pratica dei valori e degli ideali, che mette in movimento sia la famiglia che il consultorio. Entrambi contribuiscono alla costruzione della storia dell’umanità personale, sovra personale e, di rimando, universale, nella preziosità del momento contingente, che comunque proietta ad un futuro. Queste storie personali e personalizzanti non sono soggette al fato, alla cieca casualità, al vuoto esistenziale disperante, ma esigono e sono orientate ad una ragione, ad un fine causale, alla pienezza dell’essere. La soddisfazione di questa esigenza e la richiesta di questo orientamento è affermato sia dall’agire interiore della persona, sia dalla proiezione della famiglia, sia dallo spirito dell’agire pratico del consultorio.

Sono in atto profonde trasformazioni culturali, scientifiche, tecniche e tecnologiche, i cui sviluppi applicativi sono solo in parte prevedibili, ma che pur tuttavia stanno già iniziando a modificare il nostro modo di vivere, di relazionarci, di intervenire sul mondo e di guardare la nostra stessa natura umana. La quantità e la densità di queste trasformazioni ci fanno pensare non soltanto a un’epoca di cambiamenti ma a un cambiamento d’epoca, come si esprime Papa Francesco. Basti pensare alle questioni etiche dell’inizio e del fine vita, alle piccole e grandi migrazioni, ai problemi del clima e dell’ambiente, alle guerre dilaganti con la loro ferocia contro le persone inermi, alle applicazioni delle intelligenze artificiali, ai robot umanoidi ideati per vari scopi e pensati anche al maschile ed al femminile. Senza parlare dell’ormai grande mondo di Internet che coinvolge individui, famiglie, gruppi, comunità, stati, con tutti i suoi pro ed i suoi contro e, come ogni mondo, richiede la presenza attiva, consapevole, e prospettica dell’uomo, perché non sia saccheggiato, inquinato, devastato e devastante, dominato dal potere di pochi sui molti marginalizzati.

In questo frangente si fa più pressante la presa in considerazione delle ricchezze che la famiglia contiene, difende e diffonde. Il che equivale al prendersi cura, al farsi carico dei luoghi, dei tempi e delle manifestazioni nelle quali prende forma fisica, morale, culturale e spirituale la nostra umanità. La famiglia, infatti, è al contempo protagonista delle radici e del futuro del genere umano. Non ci può essere nuovo umanesimo senza la famiglia. Questa affermazione non è una benevola e bonaria concessione fatta a priori alla famiglia, ma la constatazione storica del fatto che la famiglia si è costantemente conquistato e continua a conquistarsi il suo terreno, il suo ambiente ed il suo futuro, mentre il mondo intorno cercava e cerca spesso di negarla. Famiglia che significa, concretamente, il progetto di un uomo e di una donna di rigenerare l’umanità, dando significato, spazio e prospettiva alla profondità proiettiva del proprio essere uomo e donna e, al contempo, doloroso ed intimo soffrire, secondo le sue varie reazione emotive, quando tale progetto non si può realizzare o non si realizza come desiderato in se stessi e per se stessi, nell’altro e per l’altro, nei figli e per i figli.

È un bene che nella nostra società, attraversata da problematiche politiche, economiche e da nuove istanze umane e civili, ancora una volta torni ad emergere la questione famiglia. Questa questione riguarda sia l’ambito della cultura che del vivere nella pratica la scelta di fare famiglia, con la sua carica di risorse, di simbolismi, di proiezioni affettive, di sfide raccolte ed affrontate, oppure negate, ignorate, eluse.

La crescente denatalità da cui siamo afflitti da anni in Italia, e non solo, con la sua varia fattorialità, non riducibile a motivi puramente economici e con una consequenzialità diversificata, forse è l’aspetto sociale e il dato reale più eclatante dell’attuale questione famiglia. Questa serpeggiante denatalità si configura quasi come una palese denuncia, sebbene sommessa e silenziosa, di un modo diffuso di pensare la famiglia in negativo, forse indotto da falsi miti personali e sociali. Essa, mentre rileva una problematica che attraversa il sentire, il concepire e l’attuare la famiglia, appare pure come il segno del fatto che noi come società, nel suo complesso, non abbiamo saputo trovare gli strumenti giusti per salvaguardare il nostro stesso futuro, forse perché siamo stati invasi, o per lo meno disturbati, da sentimenti narcisistici o di comodo tornaconto a livello personale e sociale. Questo stallo generativo, che sa quasi di autosterilizzazione culturale, da non pochi dolorosamente subito anche se non causato, appare quasi come la punta dell’iceberg delle molte problematiche che ineriscono alla famiglia. Affrontare le problematiche familiari è prevedere, preparare e attuare soluzioni di futuro. Salvaguardare il futuro appartiene ad ogni generazione umana e la famiglia è l’agente principe, sotto l’aspetto biologico, affettivo e culturale di questa salvaguardia.

Ancora una volta si rinnova per noi l’esigenza di riscoprire il senso proprio della famiglia, nella sua valenza interna ed in quella comunitaria, sociale e politica. Riscoprire il senso proprio della famiglia, a partire dal senso delle persone nel suo seno, che porta a riscoprire il senso della persona, del suo primato, come soggetto inalienabile a se stesso; ma che, proprio perché cosciente e consapevole di questo, si pone in gioco con l’altro e per l’altro per la crescita umana comune, in un modo commisurato e adeguato alla persona, in un incrociarsi di rapporti, di relazioni, di scambi, di domande e di offerte di vita esuberanti, pur se non esenti da problematiche. Anzi, tutt’altro, come purtroppo ci è facile constatare.

            Nessun soggetto, però, può né deve alienare sé stesso al proprio sé. Ciò avviene quando si pone tra parentesi il proprio valore e quando si delega ad altri, siano essi uomini, cose, eventi, istinti, tendenze, ed altre forze negative, la propria dignità, la propria volontà, la propria ricerca di libertà e verità. Come pure, nessun altro soggetto può né deve alienare l’altrui essere soggetto, per disporne a piacimento, per sfruttarlo, per strumentalizzarlo al piacere ed al potere, per prostituirlo, per lasciarlo morire o farlo vivere per sé. L’Uomo combatte, si confronta e si conduce in questo dramma fin dall’origine del suo dolore e della ricerca della salvezza da esso, al fine di essere e sentirsi pienamente Uomo. Poiché esso non è un soggetto astratto, ma un soggetto vivo e concreto, fatto di mente, di cuore, di carne, di spirito, che comunica attraverso un volto ed un corpo, qui ed ora. Noi, infatti, conosciamo l’Uomo, mentre lo sperimentiamo e lo leggiamo in ciascun essere umano, nei suoi frattali esistenziali, nelle concrete realtà valoriali di cui è composto e nelle virtù che egli pone in campo per raggiungere la sua pienezza. Di più, esso è uomo e donna, con il proprio volto e il proprio corpo. Esso è alterità sessuale, distinta, valoriale di suo, in sé stessa e nel relazionarsi, nel porre il proprio sé nell’altro, nel camminare insieme e verso l’altro, nel comunicarsi all’altro, nel lasciar respirare e vivere tutte le potenzialità personali, donate ed accolte, nell’immergersi dell’io nell’altro per riemergere nuovo, o per lo meno diverso, che è pur sempre principio di novità. Questa intensa attività può risultare difficile da gestire personalmente e comunitariamente se non si ha la visione e la prospettiva della dignità dell’essere umano, dell’individuo, della persona, della donna, dell’uomo.

Riscoprire il senso della famiglia è riscoprire il senso dell’uomo e della donna che hanno, ciascuno, valore in se stessi in quanto maschio e in quanto femmina, ma hanno valore potenziato insieme, poiché contemporaneamente e contestualmente essi pongono la vita dell’uno nella vita dell’altro, nella mente, nel cuore, nella carne e nello spirito, con tutta la portata di queste dimensioni, secondo il vissuto di libertà e consapevolezza personale. E lo fanno per sé stessi, nella loro dualità convergente e per l’altro terzo, che è l’umanità, la società, i figli, simbolo questi ultimi dell’una sola carne in perenne formazione ed edificazione.

L’uomo e la donna, che indiscutibilmente hanno un senso, un valore ed una forza mentre sono sé stessi separatamente, acquistano di fatto un senso, un valore ed una forza diversa quando si appartengono e, per tale appartenenza, camminano insieme, verso, per. Immediatamente per realizzare l’uomo e la donna che essi stessi sono, in tutte le dimensioni di mente, di cuore, di carne, di spirito. Poi, mediante questo, tutto il resto che pensano, amano, sentono, anelano per sé stessi, per gli altri, per il mondo. Per questo si accolgono e si donano, si scambiano gli anelli, si danno la mano destra mentre si promettono la vita insieme, con le molte speranze variamente attese, con l’impegno di amarle insieme, fiduciosi l’una dell’altro, lanciando con il cuore, l’anima e il corpo il mistero umano dell’uno nel mistero umano dell’altra, cosa che sa già di metastoria e di trascendenza, nonostante i limiti del giorno dopo giorno, che ci fanno soffrire nel cuore, nell’anima e nel corpo. Limiti la cui consapevolezza, la cui considerazione e la cui presa in carico può essere la via e la scala per procedere oltre.

L’uomo e la donna che si tengono per mano manifestano unione, per andare senza prevaricare l’altro, allo stesso passo, per comunicare e scambiare energia, sensazioni, sentimenti, sicurezza. Dentro di sé e intorno. Questa non è soltanto un’immagine, è ormai una modalità abituale, quasi un costume sociale nei nostri giorni, nelle nostre strade, tra uomini e donne di qualsiasi età. Sappiamo quanto riserva la vita in quel tenersi per mano nelle sue alterne vicende che sanno di desideri e di accettazione del limite, di aspirazioni e di condizionamenti, di inadeguatezze, di ostacoli, di prove, di sfide, di dolcezze ed amarezze, di sentieri scoscesi, di risalite nella fatica, di soglie e di gradini al nuovo. Sappiamo pure le sofferenze, il dolore, i drammi quando quelle mani si lasciano e non si stringono più, o non riescono a stringersi più, con la mente, il cuore, la carne e lo spirito. Sappiamo il male che si vive dentro di sé e intorno per i tanti progetti mancati ed i sogni infranti, per gli aneliti di bene venuti meno e indotti a ricollocarsi. Ricollocamenti che richiedono reinvestimenti, riconversioni che non sempre hanno esiti positivi e di rinnovata fiducia nella vita.

Al netto del narcisismo e del titanismo di cui individualmente o collettivamente possiamo essere tentati, salvo fare i conti con le corrispettive conseguenze, la famiglia è chiamata ancora una volta, ancora oggi, a riprogettare e a ricostituire il tessuto umano originario. Ciò significa lavorare a ordire e ad imbastire, nell’agire spontaneo e nell’agire impegnato, le relazioni tra persona e persona che fondano la vita stessa dell’umanità, come pure quelle speciali che ciascun uomo e ciascuna donna cerca per la salvezza propria, che intuisce che non può che essere comune, partecipata con l’altro, pur se variamente e perfino falsamente percepita ed attesa. Salvezza che chiama in causa una profonda affettività e che richiede la consapevolezza della verità, della libertà, della bontà e della volontà. Richiede in fondo la partecipazione di tutto l’essere, nell’unitotalità del suo esistere, che tende con tutte le proprie forze possibili alla felicità della pienezza della vita, oggetto dei desideri semplici ed altissimi coltivati nel cuore e nella mente.

La storia quotidiana dell’umanità, sotto questo aspetto, in fondo, è contrassegnata da come ciascuno dei miliardi di donne e di uomini, fin qui vissuti e che vivranno, si è rapportato e si rapporterà in ordine al suo personale vivere la famiglia. Questa è la più alta traduzione sociale della profonda affettività originaria che cerca, attira ed unisce l’uomo e la donna ed è la realtà più coinvolgente per rispondere a quei desideri semplici ed altissimi che abitano l’anima ed è la realtà che dà loro sostanza, forza e speranza per camminare nel mondo. La tensione della reciproca e perenne convergenza dell’uomo e della donna è principio ugualitario di salvezza per entrambi. La dimensione familiare, costitutiva e costituente l’Umanità, non è indifferente all’uomo ed alla donna e non è aliena alla persona. La famiglia infatti, nella sua perennità costruttiva della storia, è il futuro della persona e dell’umanità. Chi mette su famiglia mette su futuro. È la cancellazione del futuro, carico di emozioni, passioni, progetti, impegni e doni mancati, che fa stringere il cuore davanti ai bambini variamente rifiutati, vessati, strumentalizzati, comperati, venduti, mortificati.

La famiglia è il dato inoppugnabile dell’esistere umano. La inoppugnabilità viene dall’esperire la forza del suo dinamismo che sfida e stimola il sapere ed il potere, come li sfida e li stimola l’amore dell’uomo e della donna, che riempie le opere e i giorni ed i poemi piccoli e grandi, lieti e drammatici, le canzoni e l’arte e la religione. Amore che riempie e muove la Storia. Da quando i primi uomini e donne si misero in cammino per vivere il mondo nei modi a loro più consoni ed i suoi continenti fino ai luoghi più remoti, salvaguardando, custodendo, proteggendo come bene più prezioso i loro piccoli e le loro madri. La forza enigmatica di queste ha calamitato l’attenzione ed ha motivato l’applicazione delle tecniche degli artisti delle più antiche raffigurazioni umane. La sacralità del parto ha riservato attenzioni, luoghi e cure ad esso deputate nelle diverse culture primitive e non solo. Le nostre sale parto attuali non sono forse anche un luogo-tempo pervaso dall’incontro col mistero della vita e del suo passato-presente-futuro? Mentre la conoscenza dell’universo della maternità continua ad essere luogo di scoperte sorprendenti per le scienze moderne. Ci troviamo quasi davanti ad una sublimazione, attraverso il bello ed il buono, di un unicum continuativo che unisce insieme la ricerca degli utensili per la sopravvivenza dell’uomo primitivo e la più alta tecnologia dell’uomo di oggi.

L’immagine della famiglia in cammino ci appare come il volto reale e la parabola del suo dinamismo in questo nostro cambiamento d’epoca, non soltanto nella nostra società italiana ed europea, ma anche mondiale. Quell’immagine è la raffigurazione delle persone, delle famiglie e delle associazioni che raccolgono la sfida ed affrontano la questione famiglia con convinzione, fiducia e speranza, simile a lievito madre che fa fermentare la massa.

Il consultorio familiare, le cui origini, come sappiamo, si rintracciano a Milano nella sollecitudine di un prete e di alcuni laici per venire incontro alle famiglie necessitate in una Europa dilaniata dalla guerra, una volta che negli anni è stata riconosciuta la sua grande portata ed incisività sociale, è stato istituzionalizzato dalla società civile e da quella ecclesiale. Esso abita la mente, il cuore, la carne e lo spirito della coppia e della famiglia, immerse nella realtà multidimensionale del loro vivere. Il consultorio familiare si pone accanto alla famiglia in cammino verso sé stessa e verso gli altri per costruire sé stessa e la società, per rafforzare la famiglia e fortificarla. E con esso le associazioni dei consultori, luoghi in cui i consultori si riconoscono chiamati insieme alla missione famiglia. Missione tradotta da ciascun consultorio nello specifico del proprio territorio, e tradotta dalle loro associazioni nella sinergia sovra territoriale. Di tale sinergia ciascun consultorio fruisce i benefici e dovrà tenere conto se vuole potenziare la sua stessa opera e l’incisività per il bene delle famiglie, le quali oggi conoscono un estremo dinamismo che coinvolge la vita del singolo al suo interno, soprattutto nella delocalizzazione del rapporto casa-scuola-lavoro, non di rado estremizzata, con dispendio di energie, di tempi reali e mentali, che mettono alla prova le relazioni familiari, bisognose sempre più spesso di grande e motivata forza interiore perché permangano vive e vitali.

Simbolica sotto questo aspetto l’attuale copertina del libretto della Mappa della Confederazione dei consultori familiari d’ispirazione cristiana, che ospita al suo interno anche la mappa dei consultori Ucipem.

    Essa mostra una famiglia in cammino. Pur se questo soggetto è ripreso da altri contesti, qui suggerisce la famiglia in cammino verso l’Italia. Un’Italia multicolore, dove i territori si caratterizzano, si inoltrano e si agganciano tra loro, quasi a significare distinzione difficile da definire e unione difficile da separare. L’ideale tenersi per mano dell’uomo e della donna si trasmette nel tenersi per mano con i figli e tra i figli. Tenersi per mano in famiglia. Anche qui verso, per. In cammino verso l’Italia, per l’Italia. Territorio, comunità, civiltà, cultura, porzione di umanità nell’umanità universale, ponte verso nuovi luoghi aperti, anelito delle persone di buona volontà verso un mondo di pace. Famiglia in cammino anche per tenere uniti e ricucire costantemente i tessuti di ciascuna di queste realtà.

            Il consultorio familiare è di grande supporto nella ricostruzione dei tessuti sociali a partire dalla famiglia, riproponendo gli ideali di questa nella concretezza del vissuto delle persone e dotandola degli strumenti opportuni per mettersi o rimettersi in cammino. Il consultorio familiare, infatti, nel suo complesso, è il luogo e l’agente di uno sforzo e di un intento educativo di alto livello, poiché non si rivolge soltanto ai singoli, e neppure ad una comunità omogenea, bensì ad una comunità in perenne mutazione nella quale interagiscono sì i singoli, ma in quanto uomo, donna, sposo, sposa, marito, moglie, padre, madre, figlio, figlia, fratello, sorella, in una interazione variamente paritaria in dignità e portata affettiva, ma anche tipica tra sessi, ruoli e generazioni. Il consultorio familiare lavora per il nuovo umanesimo al centro del quale c’è la famiglia, come comunità ideale e reale di soggetti personali, l’edificazione dei quali è l’istanza ultima delle sinergie delle relazioni familiari, caratterizzate dagli affetti nel reciproco dono dei beni vitali esistenziali, pur se talvolta o spesso variamente problematizzati.

Il consultorio familiare d’ispirazione cristiana lavorando per la famiglia lavora per il bene dell’umanità, per il bene della società civile, per il bene dello Stato, e, seppure indirettamente, poiché cura aspetti e problematiche riconducibile alle scienze dei rapporti umani come tali ed alla promozione della qualità di essi, lavora anche per il bene della Chiesa e della sua attività evangelizzatrice, per il bene della comunità cristiana e dell’umanità redenta, come del resto avviene per le istituzioni che operano nel campo ospedaliero ed in quello scolastico. Se non altro per la testimonianza semplice di operosa adesione al Vangelo e di intraprendenza e sollecitudine per la famiglia presso gli utenti che bussano alla sua porta, di qualsiasi credo religioso, anche ateo. Esso lavorando per la famiglia, come lavora per il bene generale, universale e particolare, territoriale della comunità umana, così collabora al bene della comunità ecclesiale sia universale che locale, tanto di categorie, come sposi, fidanzati, giovani, studenti ecc, quanto delle singole persone, nell’immediatezza del loro vivere e delle loro relazioni. Non di rado esso è chiamato a collaborare, secondo il suo specifico, in particolari iniziative ecclesiali e pastorali, come è coinvolto per la qualità delle sue professionalità specialistiche a collaborare con enti pubblici in settori ed attività di particolare interesse sociale.

Nella persona che il consultorio accoglie, prende a cuore, promuove e ridona a se stessa ed alla sua comunità, la società civile e la società ecclesiale si incontrano, si danno reciprocamente senso e motivo d’azione, nella distinzione, nella sinergia e nella responsabilità di impegno e nobiltà che deriva dalla realtà, dai valori e dagli ideali, rispettivamente, della creazione e della redenzione. Da ciò ne scaturisce l’impegno per il consultorio familiare d’ispirazione cristiana e per le loro associazioni, attraverso la formazione costante degli specialisti che in esso operano, di approfondire i contenuti, le questioni e le problematiche riguardanti la sfera umana e quella religiosa nel rispetto di ogni credo e delle consuetudini ad esso legate e, per i contesti sociali e culturali in cui agiscono, quella cristiana in particolare.

La famiglia in cammino è il volto reale della famiglia, che nei suoi giorni e nel condursi verso il suo progetto attraversa momenti e circostanze liete e tristi, entusiasmanti e, come sappiamo, anche problematiche, per la rottura fisica, affettiva, spirituale delle relazioni e dei legami. Ma è pure metafora per la famiglia stessa che deve sapere o imparare a guardare avanti, verso orizzonti di fiducia e di speranza. È metafora per la società tutta, che non può e non deve ripiegarsi su sé stessa ma ha il compito di saper costruire un’umanità che rispetti, protegga e stimoli ogni uomo ed ogni donna e la loro proiezione a potenziare reciprocamente la personale appartenenza al proprio sesso e quella a generare nuova vita. E mentre per il consultorio familiare la famiglia in cammino è campo proprio di lavoro, per lo stesso è anche metafora, poiché si deve mettere sempre in gioco, traendo anticipazioni nella società dalla realtà che legge, cura e rilancia nella famiglia e per la famiglia.

La via della somma dignità, del senso e del primato dell’essere umano, in una con quelli della persona, del senso e della somma dignità dell’uomo e della donna, del senso del loro tenersi per mano, del senso dei figli, del senso del loro camminare insieme, è una strada che il consultorio familiare può percorrere per adeguare l’applicazione delle sue scienze, delle sue esperienze, delle sue metodiche, delle sue tecniche alle aspirazioni, alle esigenze, alle problematiche che le persone, le coppie e le famiglie vivono in questo cambiamento d’epoca. Cambiamento d’epoca in cui siamo immersi, nel quale la dimensione familiare di ciascuno di noi vissuta, desiderata e costruita, deve rimanere al centro degli interessi personali e sociali, dovutamente consapevoli anche di quante superficialità, drammi, soprusi, sperequazioni e ingiustizie possono manifestarsi in essi, come di fatto sono presenti.

Le storie personali e la storia dell’umanità esigono un orizzonte di benessere e di salvezza che vinca i mali che le affliggono. Ogni cuore di donna e di uomo infatti insegue la felicità, come esigenza suprema dell’esistenza e come stato di somma giustizia per l’essere. Felicità sottesa tra l’infinita nostalgia della bellezza e della purezza della cosa molto buona dell’Eden e dei suoi ideali equivalenti e la ricerca della salvezza dal male che fa della vita di coppia una cosa nuova costruita giorno per giorno che rallegra chi la vede.

            Il consultorio familiare è luogo di discernimento di ciò che è buono e giusto per il benessere dell’uomo e della donna e della loro vita insieme ed è luogo di accoglienza disinteressata che lenisce e cura ferite inferte dalla vita. Esso, nel suo piccolo e con il suo umile ma entusiasmante lavoro, può contribuire ad indicare quell’orizzonte di salvezza all’amorosa libertà dell’uomo e della donna che si affidano l’uno all’altra, nella promessa reciproca che proietta la vita in avanti, nella realtà che viene loro incontro, nell’attesa di compiere ogni desiderio coltivato insieme e nell’impegno e nello sforzo di cercare la bellezza e la verità della vita nella loro coesistenza feconda.

Pantaleo Nestola         Roma, 4 ottobre 2019 Festa di San Francesco, Patrono d’Italia

Confederazione dei consultori familiari d’ispirazione cristiana,

www.cfc-italia.it/cfc/index.php/2-non-categorizzato/449-dentro-i-fermenti-del-cambiamento-d-epoca

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CONSULTORI UCIPEM

Cremona. Iniziativa “Leggère Emozioni”

 

www.ucipemcremona.it/content/leggere-emozioni

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CORTE COSTITUZIONALE

Procreazione assistita: sentenza 221/2019 della Corte Costituzionale e un primo commento.

Corte Costituzionale, sentenza n. 221, 23 ottobre 2019

www.cortecostituzionale.it/actionSchedaPronuncia.do?anno=2019&numero=221

Per costante giurisprudenza di questa Corte, l’oggetto del giudizio di legittimità costituzionale in via incidentale è, infatti, limitato alle disposizioni e ai parametri indicati nelle ordinanze di rimessione: con la conseguenza che non possono essere presi in considerazione ulteriori questioni o profili di costituzionalità dedotti dalle parti, sia eccepiti, ma non fatti propri dal giudice a quo, sia volti ad ampliare o modificare successivamente il contenuto delle stesse ordinanze (ex plurimis, sentenze n. 141 del 2019, n. 194, n. 161, n. 12 e n. 4 del 2018).                                  Sentenza 221\23 ottobre 2019

Vedi inoltre newsUCIPEM n. 777, pagg. 18-20

  1. 1.       Il dubbio di costituzionalità della legge 40, 19 febbraio 2004 in merito al requisito soggettivo: la Procreazione Medicalmente Assistita solo per coppie di sesso diverso? in merito al giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 1, commi 1 e 2, e degli artt. 4, 5 e 12, commi 2, 9 e 10, della legge 40 del 2004, in materia di procreazione medicalmente assistita, sollevata nell’ambito di due differenti giudizi, uno dinanzi al Tribunale di Pordenone, l’altro  presso il Tribunale di Bolzano, riuniti e definiti con la medesima decisione.                                               www.parlamento.it/parlam/leggi/04040l.htm

I Giudici rimettenti sollevano il dubbio di legittimità in relazione al requisito soggettivo necessario per l’accesso alla procreazione medicalmente assistita (PMA), al fine di consentire la fruizione delle tecniche anche a coppie dello stesso sesso e indipendentemente dal fatto che i componenti risultino affetti da patologie di infertilità o di sterilità.

            Nello specifico per il giudice di Pordenone sarebbe incostituzionale l’art. 5 della legge 40, nella parte in cui limita l’accesso alla PMA alle “sole coppie di sesso diverso”, e l’art. 12, commi 2, 9 e 10, nella parte in cui sanziona l’applicazione di tali tecniche “a coppie … composte da soggetti dello stesso sesso”.  Il Tribunale di Bolzano dubita della legittimità costituzionale anche dell’art. 1, commi 1 e 2, e dell’art. 4 della stessa legge, “nella parte in cui non consentono il ricorso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita alle coppie formate da due persone di sesso femminile”.

            Le disposizioni censurate violerebbero l’art. 2 della Costituzione, non garantendo il “diritto alla genitorialità” dell’individuo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità – tenuto conto della natura di famiglia della formazione sociale fondata sull’unione civile; l’art. 3 della Costituzione in quanto vi sarebbe una disparità di trattamento in relazione all’orientamento sessuale e alle disponibilità economiche delle coppie; l’art. 31 della Costituzione che impone di proteggere la maternità, favorendo gli istituti necessari a tale scopo; l’art. 32 della Costituzione giacché il divieto di accesso alla PMA per le coppie omosessuali nuocerebbe alla salute psicofisica della coppia; gli artt. 11 e 117 della Costituzione, ponendosi in contrasto con gli artt. 8 e 14 della CEDU [sia Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali del 1950 sia la  Corte europea dei diritti dell’uomo], per l’interferenza nella vita privata e familiare della coppia basata sull’orientamento sessuale e per la discriminazione.

            In via preliminare la Corte costituzionale ricorda come, per costante giurisprudenza, il giudizio in via incidentale sia limitato alle disposizioni e ai parametri indicati nelle ordinanze di rimessione, escludendo in tal modo gli ulteriori profili di costituzionalità non fatti propri dal giudice a quo e dedotti dalle parti.

Viste le questioni analoghe, relative in parte alle medesime norme, i relativi giudizi sono stati riuniti e decisi con la stessa decisione.

Il divieto assoluto di maternità surrogata e la richiesta di eterologa per “l’infertilità sociale”. La Consulta, come anche il Tribunale di Bolzano, limita il petitum alle coppie omosessuali femminili, ricordando il divieto previsto dall’art. 12, comma 6, della legge 40 del 2004 che punisce “chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità”.

            Per le coppie maschili la “genitorialità artificiale” sarebbe, infatti, possibile solamente attraverso la maternità surrogata (o gestazione per altri) e cioè “l’accordo attraverso il quale una donna si impegna ad attuare e a portare a termine una gravidanza per conto di terzi, rinunciando preventivamente a “reclamare diritti” sul bambino che nascerà”. Il Giudice costituzionale ribadisce che “tale pratica è vietata in assoluto” e che il divieto, previsto dalla legge 40 del 2004, è considerato dalla giurisprudenza espressivo di un principio di ordine pubblico.

Per le coppie omosessuali femminili le riflessioni che fa la Corte sono diverse. La procreazione assistita in questo caso non si attuerebbe attraverso il ricorso alla maternità surrogata ma mediante le tecniche di fecondazione eterologa (in vivo o in vitro), con l’uso di gameti maschili da donatore: tale pratica, in origine vietata dall’art. 4 della legge 40 del 2004, è divenuta fruibile, come noto, con la sentenza n. 162 del 2014, che ha eliminato il divieto.     www.cortecostituzionale.it/actionSchedaPronuncia.do?anno=2014&numero=162

La Consulta ricorda come l’eterologa è oggi consentita per le coppie di sesso diverso in caso di sterilità o infertilità assoluta e irreversibile. Nel caso di accoglimento delle questioni oggetto del giudizio la fecondazione eterologa verrebbe estesa a quella che la Corte definisce una “infertilità sociale” o “relazionale“, “fisiologicamente propria della coppia omosessuale femminile, conseguente alla non complementarietà biologica” delle due donne componenti della coppia. Fisiologicamente, biologicamente per la procreazione attraverso le tecniche artificiali della coppia omosessuale femminile è necessario l’intervento del donatore esterno alla coppia del gamete: ecco la richiesta di “eterologa per infertilità sociale” (o, come chiarirà in prosieguo la Corte, per infertilità “fisiologica”).

Il progresso delle tecniche mediche e i “temi eticamente sensibili”: il primato del Parlamento. La Consulta prima di entrare nel merito della decisione ricorda che spetta al Parlamento, “”nei temi eticamente sensibili” (sentenza n. 162 del 2014)” il compito di effettuare il bilanciamento tra valori fondamentali – quali il progresso e la ricerca scientifica, la salute e la vita – che entrano in conflitto. A tal proposito la legge 40 del 2004 è stata “la prima legislazione organica relativa ad un delicato settore, che negli anni più recenti ha conosciuto uno sviluppo correlato a quello della ricerca e delle tecniche mediche” e coinvolge “una pluralità di rilevanti interessi costituzionali (sent. n. 45 del 2005)”.

                 La Corte menziona la sua giurisprudenza in materia, ed in particolare la sent. n. 162 del 2014 e la sent. n. 84 del 2016, riaffermando che, nelle tematiche sensibili, “la linea di composizione tra i diversi interessi in gioco si colloca, in specie, nell'”area degli interventi, con cui il legislatore, quale interprete della volontà della collettività, è chiamato a tradurre, sul piano normativo, il bilanciamento tra valori in conflitto…” ciò ferma restando la sindacabilità delle scelte operate” sotto il profilo della ragionevolezza. Pertanto, “l’individuazione di un ragionevole punto di equilibrio fra le contrapposte esigenze, nel rispetto della dignità della persona umana, appartiene “primariamente alla valutazione del legislatore””[5].

                Il punto problematico all’esame della Corte: il “desiderio di avere un figlio tramite l’uso delle tecnologie” è un diritto? Il progresso tecnologico ha consentito una scissione tra atto sessuale e procreazione: l’interrogativo di fondo, che si pone la Consulta per risolvere il dubbio di legittimità costituzionale, è allora “se sia configurabile – e in quali limiti – un “diritto a procreare” (o “alla genitorialità”) comprensivo non solo dell’an e del quando, ma anche del quomodo, e dunque declinabile anche come diritto a procreare con metodi diversi da quello naturale”. In altre parole esiste un diritto a veder soddisfatto il “desiderio di avere un figlio tramite l’uso delle tecnologie”?

            Per risolvere il quesito la Corte rintraccia “due idee di base” che si ricavano dalla legge 40 del 2004. La prima fa riferimento alla funzione delle tecniche di procreazione artificiale. Come si evince dall’art. 1 e confermato dall’art. 4, comma 1, della legge 40, tali tecniche costituiscono “un rimedio alla sterilità o infertilità umana avente una causa patologica e non altrimenti rimovibile”, accertata e certificata, tra l’altro, da atto medico. Tale funzione, come si legge nella motivazione della sentenza, porta ad escludere chiaramente che “la PMA possa rappresentare una modalità di realizzazione del “desiderio di genitorialità” alternativa ed equivalente al concepimento naturale, lasciata alla libera autodeterminazione degli interessati”.

            La seconda riflessione che fa la Corte è legata alla “struttura del nucleo familiare scaturente dalle tecniche in questione”. In particolare l’art. 5 della legge 40 – e sul versante sanzionatorio l’art. 12, commi 2 e 9 -, nell’individuare i requisiti soggettivi per l’accesso alla PMA – si deve trattare di “coppie di maggiorenni di sesso diverso, coniugate o conviventi, in età potenzialmente fertile, entrambi viventi” – riflette un preciso paradigma familiare, caratterizzato dalla presenza di una madre e di un padre. La scelta legislativa di fondo è, pertanto, quella di “riprodurre il modello della famiglia caratterizzata dalla presenza di una figura materna e di una figura paterna”.

            Tali considerazioni, per la Consulta, non sono messe in dubbio dalla sentenza n. 162 del 2014, che ha aperto l’ingresso nel nostro ordinamento alla fecondazione di tipo eterologo, dal momento che anche per essa rimangono imprescindibili i requisiti soggettivi indicati dall’art. 5 citato.

Le due “idee guida” delineate dal legislatore del 2004 – la funzione delle tecniche e la struttura familiare da esse delineata – sarebbero sconfessate con l’ammissione della PMA per le coppie omosessuali.

            Al contrario, “l’esclusione dalla PMA delle coppie formate da due donne non è …fonte di alcuna distonia e neppure di una discriminazione basata sull’orientamento sessuale”, così come non vi è “alcuna incongruenza interna alla disciplina legislativa della materia”.

            La ratio è la distinzione che la Corte fa tra i due casi “chiaramente e ontologicamente distinti”:

  1. Il caso dell’infertilità “fisiologica” (definita in precedenza “sociale” e “relazionale”), propria della coppia formata da due donne e conseguente, come già visto, alla “non complementarità biologica” dei componenti della coppia;
  2. E quello dell’infertilità “di tipo assoluto e irreversibile” della coppia, formata da un uomo e una donna, affetta da una patologia riproduttiva. L’infertilità fisiologica della coppia omosessuale femminile è simile per la Corte a quella fisiologica della donna sola. Da ciò l’infondatezza delle questioni in merito all’art. 3 e 117 Cost.

Tali conclusioni sono confermate più avanti nella motivazione, al par. 17 del Considerato in diritto, dove viene rilevato “il vizio di prospettiva”: la presenza di patologie riproduttive è infatti “un dato significativo nell’ambito della coppia eterosessuale, in quanto fa venir meno la normale fertilità di tale coppia. Rappresenta invece una variabile irrilevante…nell’ambito della coppia omosessuale, la quale sarebbe infertile in ogni caso”.

    La “famiglia ad instar naturæ” [a guisa della natura]: il luogo per accogliere e crescere il nuovo nato. La differenza essenziale tra adozione e PMA. Le cautele e la tutela degli interessi (e dei diritti) del bambino, nato attraverso le tecniche di PMA, non rivestono un ruolo secondario nella motivazione della Corte: “non può”, infatti, “considerarsi irrazionale e ingiustificata, in termini generali, la preoccupazione legislativa di garantire, a fronte delle nuove tecniche procreative, il rispetto delle condizioni ritenute migliori per lo sviluppo della personalità del nuovo nato”. L’idea di fondo sottesa alla disciplina è “che una famiglia ad instar naturæ” – con le caratteristiche già evidenziate e contenute nell’art. 5 della legge 40 ed, in particolare, formata da “due genitori, di sesso diverso, entrambi viventi e in età potenzialmente fertile – rappresenti, in linea di principio, il luogo più idoneo per accogliere e crescere” il bambino. Tale considerazione non è in sé irrazionale, ma anzi, fa propria la “condizione chiaramente presupposta dalla disciplina costituzionale della famiglia”. E ciò a prescindere dall’esistenza di situazioni differenti nelle quali oggi si esplica la funzione genitoriale (la Corte per esempio riporta il caso della donna sola che cresce il figlio).

            Tali conclusioni per la Corte restano valide nonostante la giurisprudenza comune in alcuni casi abbia riconosciuto l’adozione non legittimante in favore del partner dello stesso sesso del genitore biologico del minore ai sensi dell’art. 44, comma 1, lettera d), della legge n. 184 del 1983: vi è, infatti, per la Corte, “una differenza essenziale tra l’adozione e la PMA”. L’adozione “presuppone l’esistenza in vita dell’adottando: essa non serve per dare un figlio alla coppia, ma precipuamente per dare una famiglia al minore che ne è privo“; il minore è già nato e, anche nel caso previsto dall’art. 44, comma 1, lettera d), è l’interesse del minore stesso a mantenere relazioni affettive che viene tutelato (che va verificato comunque caso per caso). Nella procreazione artificiale, invece, il bambino deve ancora nascere: non è perciò irragionevole “che il legislatore si preoccupi di garantirgli quelle che …appaiono, in astratto, come le migliori “condizioni di partenza””.

La tutela costituzionale della “salute” non estendibile a qualsiasi desiderio. Per quanto riguarda la presunta violazione dell’art. 32 Cost. – nella considerazione che il divieto di accesso alla PMA per le coppie omosessuali nuocerebbe alla salute psicofisica della coppia – la Consulta ricorda come “la tutela costituzionale della “salute” non può essere estesa fino a imporre la soddisfazione di qualsiasi aspirazione soggettiva o bisogno che una coppia (o anche un individuo) reputi essenziale”. Dunque non ogni desiderio o ogni bisogno percepito dall’individuo come necessario rientra nella tutela offerta dal diritto alla salute: tale diritto non si fonda esclusivamente su percezioni soggettive, soprattutto in materia di procreazione artificiale.

            Ammettere un principio contrario vorrebbe dire dichiarare “incompatibile con l’evocato parametro ogni ostacolo normativo frapposto” alla realizzazione del desiderio: “sarebbero destinate a cadere automaticamente, in quanto frustanti il desiderio di genitorialità, non solo la limitazione oggi in esame, ma tutte le altre limitazioni all’accesso alla PMA.

    Prime riflessioni: desiderio o diritto alla genitorialità? Il riconoscimenti di limiti all’autodeterminazione in materia. La Corte ha, dunque, dichiarato non fondate le questioni di legittimità costituzionale in relazione ai requisiti soggettivi per l’accesso alle tecniche di procreazione artificiale contenuti nell’art. 5 della legge 40.

            All’interrogativo che si pone la Consulta nella sentenza, e cioè se esiste un  diritto a veder soddisfatto il “desiderio di avere un figlio tramite l’uso delle tecnologie”, viene data risposta negativa ricordando il ruolo primario del Parlamento in temi eticamente sensibili e rilevando la ragionevolezza della disciplina contenuta nell’art. 5 della legge 40, in relazione alla funzione della PMA e alla tutela delle condizioni, almeno in astratto, ritenute migliori per il nuovo nato, identificate nella “famiglia ad instar naturæ“.

            La Consulta ha escluso che la procreazione assistita “possa rappresentare una modalità di realizzazione del “desiderio di genitorialità” alternativa ed equivalente al concepimento naturale, lasciata alla libera autodeterminazione degli interessati”. Di fronte alle richieste del riconoscimento del diritto alla genitorialità la Corte ripone la questione in termine di desiderio: non ogni aspirazione soggettiva può essere costituzionalmente tutelata come diritto.

            Alcune considerazioni vengono offerte anche rispetto al tema dell’autodeterminazione individuale, il valore “tiranno”, sempre più in espansione, soprattutto nelle tematiche etiche, in grado di prevalere finanche sulla vita: esso trova nella decisione della Corte un punto d’arresto. In materia di procreazione artificiale, secondo il giudice delle leggi, “la libertà e la volontarietà dell’atto che consente di diventare genitori di sicuro non implica che la libertà in esame possa esplicarsi senza limiti…e ciò particolarmente quando si discuta della scelta di ricorrere a tecniche di PMA”, le quali, alterano “le dinamiche naturalistiche del processo di generazione degli individui, aprono scenari affatto innovativi rispetto ai paradigmi della genitorialità e della famiglia storicamente radicati nella cultura sociale, attorno ai quali è evidentemente costruita la disciplina degli artt. 29, 30 e 31 Cost., suscitando inevitabilmente, con ciò, delicati interrogativi di ordine etico”.

avv. Francesca Piergentili, dottore di ricerca in Categorie giuridiche e tecnologia, Università. Europea di Roma. Primo commento. Il testo apparirà, nella sua versione definitiva, nel n. 1 del 2020 della Rivista L-Jus.

Centro Studi Rosario Livatino           8 novembre 2019

www.centrostudilivatino.it/procreazione-assistita-il-testo-della-sentenza-221-2019-della-corte-costituzionale-e-un-primo-commento

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DALLA NAVATA

XXXII Domenica del Tempo ordinario- Anno C – 10 novembre 2019

2 Maccabèi         07, 09.[E il secondo,] giunto all’ultimo respiro, disse: «Tu, o scellerato, ci elimini dalla vita presente, ma il re dell’universo, dopo che saremo morti per le sue leggi, ci risusciterà a vita nuova ed eterna».

Salmo                16, 15. Io nella giustizia contemplerò il tuo volto, al risveglio mi sazierò della tua immagine.

2Tessalonicési   02, 02. La fede infatti non è di tutti. Ma il Signore è fedele: egli vi confermerà e vi      custodirà dal Maligno.

Luca                 20, 38. «Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui».

 

Vita eterna, non durata ma intensità senza fine

I sadducei si cimentano in un apologo paradossale, quello di una donna sette volte vedova e mai madre, per mettere alla berlina la fede nella risurrezione. Lo sappiamo, non è facile credere nella vita eterna. Forse perché la immaginiamo come durata anziché come intensità.

Tutti conosciamo la meraviglia della prima volta: la prima volta che abbiamo scoperto, gustato, visto, amato… poi ci si abitua. L’eternità è non abituarsi, è il miracolo della prima volta che si ripete sempre. La piccola eternità in cui i sadducei credono è la sopravvivenza del patrimonio genetico della famiglia, così importante da giustificare il passaggio di quella donna di mano in mano, come un oggetto: «si prenda la vedova… Allora la prese il secondo, e poi il terzo, e così tutti e sette».

In una ripetitività che ha qualcosa di macabro. Neppure sfiorati da un brivido di amore, riducono la carne dolorante e luminosa, che è icona di Dio, a una cosa da adoperare per i propri fini. «Gesù rivela che non una modesta eternità biologica è inscritta nell’uomo ma l’eternità stessa di Dio» (Marina Marcolini). Che cosa significa infatti la «vita eterna» se non la stessa «vita dell’Eterno»? Ed ecco: «poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio», vivono cioè la sua vita. Alla domanda banale dei sadducei (di quale dei sette fratelli sarà moglie quella donna?) Gesù contrappone un intero mondo nuovo: quelli che risorgono non prendono né moglie né marito. Gesù non dice che finiranno gli affetti e il lavoro gioioso del cuore.

Anzi, l’unica cosa che rimane per sempre, ciò che rimane quando non rimane più nulla, è l’amore (1 Cor 13,8). I risorti non prendono moglie o marito, e tuttavia vivono la gioia, umanissima e immortale, di dare e ricevere amore: su questo si fonda la felicità di questa e di ogni vita. Perché amare è la pienezza dell’uomo e di Dio. I risorti saranno come angeli. Come le creature evanescenti, incorporee e asessuate del nostro immaginario? O non piuttosto, biblicamente, annuncio di Dio (Gabriele), forza di Dio (Michele), medicina di Dio (Raffaele)? Occhi che vedono Dio faccia a faccia (Mt 18,10)?

Il Signore è Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe. Dio non è Dio di morti, ma di vivi. In questa preposizione «di», ripetuta cinque volte, in questa sillaba breve come un respiro, è inscritto il nodo indissolubile tra noi e Dio. Così totale è il legame reciproco che Gesù non può pronunciare il nome di Dio senza pronunciare anche quello di coloro che Egli ama. Il Dio che inonda di vita anche le vie della morte ha così bisogno dei suoi figli da ritenerli parte fondamentale del suo nome, di se stesso: «sei un Dio che vivi di noi» (David Maria Turoldo).

Padre Ermes Ronchi, OSM

www.cercoiltuovolto.it/vangelo-della-domenica/commento-al-vangelo-del-10-novembre-2019-p-ermes-ronchi

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FRANCESCO VESCOVO DI ROMA

Colui che, senza conoscerlo, voi adorate, io ve lo annuncio»

Udienza Generale, 06 novembre 2019

Nel discorso in lingua italiana il Papa, continuando il ciclo di catechesi sugli Atti degli Apostoli, ha incentrato la sua meditazione sul tema: «Colui che, senza conoscerlo, voi adorate, io ve lo annuncio» (At 17,23). Paolo all’Areopago: un esempio d’inculturazione della fede ad Atene (Brano biblico: dagli Atti degli Apostoli, 17, 22-23).

 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Proseguiamo il nostro “viaggio” con il libro degli Atti degli Apostoli. Dopo le prove vissute a Filippi, Tessalonica e Berea, Paolo approda ad Atene, proprio nel cuore della Grecia (cfr At 17,15). Questa città, che viveva all’ombra delle antiche glorie malgrado la decadenza politica, custodiva ancora il primato della cultura. Qui l’Apostolo «freme dentro di sé al vedere la città piena di idoli» (At 17,16). Questo “impatto” col paganesimo, però, invece di farlo fuggire, lo spinge a creare un ponte per dialogare con quella cultura.

Paolo sceglie di entrare in familiarità con la città e inizia così a frequentare i luoghi e le persone più significativi. Va alla sinagoga, simbolo della vita di fede; va nella piazza, simbolo della vita cittadina; e va all’Areopago, simbolo della vita politica e culturale. Incontra giudei, filosofi epicurei e stoici, e molti altri. Incontra tutta la gente, non si chiude, va a parlare con tutta la gente. In tal modo Paolo osserva la cultura, osserva l’ambiente di Atene «a partire da uno sguardo contemplativo» che scopre «quel Dio che abita nelle sue case, nelle sue strade e nelle sue piazze» (Evangelii gaudium, 71). Paolo non guarda la città di Atene e il mondo pagano con ostilità ma con gli occhi della fede. E questo ci fa interrogare sul nostro modo di guardare le nostre città: le osserviamo con indifferenza? Con disprezzo? Oppure con la fede che riconosce i figli di Dio in mezzo alle folle anonime?

            Paolo sceglie lo sguardo che lo spinge ad aprire un varco tra il Vangelo e il mondo pagano. Nel cuore di una delle istituzioni più celebri del mondo antico, l’Areopago, egli realizza uno straordinario esempio di inculturazione del messaggio della fede: annuncia Gesù Cristo agli adoratori di idoli, e non lo fa aggredendoli, ma facendosi «pontefice, costruttore di ponti» (Omelia a Santa Marta, 8 maggio 2013).

Paolo prende spunto dall’altare della città dedicato a «un dio ignoto» (At 17,23) – c’era un altare con scritto “al dio ignoto”; nessuna immagine, niente, soltanto quella iscrizione. Partendo da quella “devozione” al dio ignoto, per entrare in empatia con i suoi uditori proclama che Dio «vive tra i cittadini» (Evangelii gaudium, 71) e «non si nasconde a coloro che lo cercano con cuore sincero, sebbene lo facciano a tentoni» (ibid.). È proprio questa presenza che Paolo cerca di svelare: «Colui che, senza conoscerlo, voi adorate, io ve lo annuncio» (At 17,23).

Per rivelare l’identità del dio che gli Ateniesi adorano, l’Apostolo parte dalla creazione, cioè dalla fede biblica nel Dio della rivelazione, per giungere alla redenzione e al giudizio, cioè al messaggio propriamente cristiano. Egli mostra la sproporzione tra la grandezza del Creatore e i templi costruiti dall’uomo, e spiega che il Creatore si fa sempre cercare perché ognuno lo possa trovare. In tal modo Paolo, secondo una bella espressione di Papa Benedetto XVI, «annuncia Colui che gli uomini ignorano, eppure conoscono: l’Ignoto-Conosciuto» (Benedetto XVI, Incontro col mondo della cultura al Collège des Bernardins, 12 settembre 2008). Poi, invita tutti ad andare oltre «i tempi dell’ignoranza» e a decidersi per la conversione in vista del giudizio imminente. Paolo approda così al kerygma e allude a Cristo, senza citarlo, definendolo come l’«uomo che Dio ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti» (At 17,31).

E qui, c’è il problema. La parola di Paolo, che finora aveva tenuto gli interlocutori con il fiato sospeso – perché era una scoperta interessante -, trova uno scoglio: la morte e risurrezione di Cristo appare «stoltezza» (1Cor 1,23) e suscita scherno e derisione. Paolo allora si allontana: il suo tentativo sembra fallito, e invece alcuni aderiscono alla sua parola e si aprono alla fede. Tra questi un uomo, Dionigi, membro dell’Areopago, e una donna, Damaris. Anche ad Atene il Vangelo attecchisce e può correre a due voci: quella dell’uomo e quella della donna!

Chiediamo anche noi oggi allo Spirito Santo di insegnarci a costruire ponti con la cultura, con chi non crede o con chi ha un credo diverso dal nostro. Sempre costruire ponti, sempre la mano tesa, niente aggressione. Chiediamogli la capacità di inculturare con delicatezza il messaggio della fede, ponendo su quanti sono nell’ignoranza di Cristo uno sguardo contemplativo, mosso da un amore che scaldi anche i cuori più induriti.

http://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2019/11/06/0844/01754.html

 

Francesco: guardare alla città con gli occhi della fede

Paolo non guarda la città di Atene e il mondo pagano con ostilità ma con gli occhi della fede. E questo ci fa interrogare sul nostro modo di guardare le nostre città: le osserviamo con indifferenza? Con disprezzo? Oppure con la fede che riconosce i figli di Dio in mezzo alle folle anonime? – E’ un passaggio della catechesi tenuta stamane dal Papa in piazza San Pietro, a commento della predicazione di Paolo ad Atene, nel capitolo 17 degli “Atti degli Apostoli”. Una catechesi di straordinario interesse, che suggerisco a chi voglia intendere l’approccio di Francesco al mondo secolarizzato di oggi. Francesco parla all’umanità disincantata del terzo millennio come Paolo agli intellettuali di Atene. Con fiducia, con rispetto e con schiettezza. Nei commenti metto qualche altro passaggio della catechesi che meglio veicola l’atteggiamento dell’apostolo che mira a stabilire un ponte “per dialogare con quella cultura”.

       Paolo non si chiude. L’Apostolo «freme dentro di sé al vedere la città piena di idoli» (At 17,16). Questo “impatto” col paganesimo, però, invece di farlo fuggire, lo spinge a creare un ponte per dialogare con quella cultura. Paolo sceglie di entrare in familiarità con la città e inizia così a frequentare i luoghi e le persone più significativi. Va alla sinagoga, simbolo della vita di fede; va nella piazza, simbolo della vita cittadina; e va all’Areopago, simbolo della vita politica e culturale. Incontra giudei, filosofi epicurei e stoici, e molti altri. Incontra tutta la gente, non si chiude, va a parlare con tutta la gente. In tal modo Paolo osserva la cultura, osserva l’ambiente di Atene «a partire da uno sguardo contemplativo» che scopre «quel Dio che abita nelle sue case, nelle sue strade e nelle sue piazze» (Evangelii gaudium, 71).

       Aprire un varco. Paolo sceglie lo sguardo che lo spinge ad aprire un varco tra il Vangelo e il mondo pagano. Nel cuore di una delle istituzioni più celebri del mondo antico, l’Areopago, egli realizza uno straordinario esempio di inculturazione del messaggio della fede: annuncia Gesù Cristo agli adoratori di idoli, e non lo fa aggredendoli, ma facendosi pontefice, costruttore di ponti […].

    Niente aggressioni. E qui, c’è il problema. La parola di Paolo, che finora aveva tenuto gli interlocutori con il fiato sospeso – perché era una scoperta interessante -, trova uno scoglio: la morte e risurrezione di Cristo appare «stoltezza» (1Cor 1,23) e suscita scherno e derisione. Paolo allora si allontana: il suo tentativo sembra fallito, e invece alcuni aderiscono alla sua parola e si aprono alla fede. Tra questi un uomo, Dionigi, membro dell’Areopago, e una donna, Damaris. Anche ad Atene il Vangelo attecchisce e può correre a due voci: quella dell’uomo e quella della donna! Chiediamo anche noi oggi allo Spirito Santo di insegnarci a costruire ponti con la cultura, con chi non crede o con chi ha un credo diverso dal nostro. Sempre costruire ponti, sempre la mano tesa, niente aggressione. Chiediamogli la capacità di inculturare con delicatezza il messaggio della fede, ponendo su quanti sono nell’ignoranza di Cristo uno sguardo contemplativo, mosso da un amore che scaldi anche i cuori più induriti.

    Mia noticina. Le parole che amo di più, in questa catechesi, sono quelle con le quali Francesco ci invita a guardare le nostre città “con la fede che riconosce i figli di Dio in mezzo alle folle anonime”. Parole incoraggianti, fedeli a quanto il Signore dice a Paolo in un altro testo degli Atti, quando l’apostolo è tentato di abbandonare la ostile Corinto e una notte in visione il Signore gli dice: “Non avere paura, ma continua a parlare e non tacere, perché io sono con te e nessuno cercherà di farti del male, perché io ho un popolo numeroso in questa città” (Atti 18, 9 e 10). Quelle parole del Signore a Paolo e quelle simili del Francesco di stamane io le interpreto come rivolte a me con riferimento a Roma e immagino che ognuno dei visitatori le possa prendere per sé in riferimento alla propria città. Gli occhi della fede possono aiutarci a scorgere il popolo numeroso, a noi nascosto, che in ognuna ha il Signore.

    Carlo Maria Martini. In una lettera pastorale del Cardinale Martini,Tre racconti dello Spirito” (1997), c’è questo riferimento al “popolo numeroso” che il Signore assicurava di avere nella Corinto pagana, trafficante e dissoluta: Occorre insomma riconoscere lo Spirito, che soffia dove vuole, dovunque egli soffi, senza rigidezze e sclerotizzazioni, senza pregiudizi e forzature, senza chiusure ed indebite assolutizzazioni della propria appartenenza, anche dell’appartenenza al corpo visibile della Chiesa cattolica: “Dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà” (2Cor 3,17). Come affermavo all’inizio, lo Spirito c’è, opera dappertutto, c’è e opera prima di noi, meglio di noi, più di noi. Una delle tentazioni più sottili e perfide del Maligno è quella di farci dimenticare la presenza dello Spirito, di farci cadere nella tristezza come se Dio ci avesse abbandonato in un mondo cattivo, con il quale lottiamo ad armi impari, perché l’indifferenza, l’egoismo e la dimenticanza di Dio hanno a poco a poco il sopravvento. E’ questo un grave peccato “contro lo Spirito santo” (cf. Mt 12,31s), che nega in pratica la sua forza e la sua capacità pervasiva, la sua penetrazione come vento e come soffio in tutti i meandri della storia. Al contrario, la fiducia nel Signore che “ha un popolo numeroso in questa città” (At 18,10) promuove un discernimento realistico sulle condizioni positive e negative della fede nel nostro mondo, senza indulgere né a vuoti ottimismi né a sterili pessimismi. Lo Spirito Santo fa intravvedere quella rete di relazioni di amore che lui sta formando nel mondo e che è riflesso di quella rete di relazioni di amore che è la Trinità santa.                                              www.atma-o-jibon.org/italiano8/martini_letterepastorali14.htm

Blog Luigi Accattoli    6 novembre 2019

www.luigiaccattoli.it/blog/francesco-guardare-alla-citta-con-gli-occhi-della-fede/#comments

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                                                          MEDICINA PREVENTIVA             

Fertilità maschile: ecco come può migliorare

    Uno studio dimostra l’efficacia della dieta mediterranea nel migliorare la fertilità maschile. I prodotti bio combattono gli effetti dell’inquinamento. C’è una dieta in grado di migliorare significativamente la fertilità maschile: è la dieta mediterranea, in grado di migliorare la qualità del seme e di disintossicare dagli agenti inquinanti, come i metalli, che lo compromettono.

Lo dimostra una ricerca condotta da un team dell’Asl di Salerno, che ha effettuato lo studio Fast (Fertilità ambiente, stili di vita), un trial che fa parte del progetto multidisciplinare di biomonitoraggio umano, e nominato EcoFoodFertility, finanziato dal ministero della Salute e che vede tra i suoi partner l’Istituto superiore di sanità, l’Università di Brescia, il Cnr, l’Enea e le Università di Milano e di Napoli Federico II.

I risultati dello studio, durato oltre due anni, sono stati presentati oggi al 3° Congresso nazionale della Siru in corso a Milano e riportati dall’agenzia Adnkronos Salute. Lo studio ha esaminato circa 400 maschi sani adolescenti, non fumatori, omogenei per età (media 19 anni), massa corporea e stili di vita, residenti in tre aree d’Italia fortemente inquinate: Brescia – Caffaro, Valle del Sacco nel Frusinate, Terra dei Fuochi.

Sono state valutate, per ogni gruppo delle tre aree e confrontate fra loro la qualità del liquido seminale, parametri epigenetici, proteomici, stress ossidativo e alcuni tossici ambientali come i metalli pesanti, riscontrando diverse differenze statisticamente significative, in particolare per i tassi di contaminazione fra i soggetti nelle diverse aree con valori medi di concentrazione per area che differivano per alcuni metalli anche fino a 15 volte.

Lo studio sembra mettere un punto fermo sull’efficacia della dieta mediterranea per la fertilità e per disintossicarsi da un ambiente inquinato stando a tavola. I primi risultati hanno dimostrato come il gruppo che ha seguito per circa 4 mesi il modello della dieta mediterranea ricca di verdura, frutta, legumi e cereali provenienti in massima parte da coltivazione biologica, ha migliorato in maniera statisticamente significativa tutti i principali parametri del seme, come numero, motilità e morfologia rispetto al gruppo di controllo che, invece, non ha avuto questo beneficio. Anzi, il segno in questo caso era negativo, con modifiche anche della concentrazione dei metalli, per qualcuno fino al 70%.

«In sostanza – dichiara il capo team Luigi Montano, uroandrologo dell’Asl di Salerno, esperto in Patologia Ambientale e co-presidente della Società italiana riproduzione umana (Siru) – anche se questi sono i primi dati analizzati, sembrano abbastanza indicativi nel dimostrare non solo il ruolo protettivo della dieta mediterranea con prodotti bio sulla salute umana a partire dalla fertilità, ma anche come sia possibile, in attesa di azioni di risanamento ambientale, adottare misure di ‘resilienza’ individuali con stili di vita e alimentari corretti per controbilanciare gli effetti negativi dell’inquinamento».

Lo specialista aggiunge che «tali misure di prevenzione hanno tanto più efficacia se effettuate proprio nelle età di maggiore plasticità biologica e comportamentale come quella adolescenziale, età dove si acquisiscono più facilmente stili di vita errati che possono compromettere la salute riproduttiva e la salute complessiva, favorendo lo sviluppo di patologie cronico-degenerative in età adulta e, tramite i cambiamenti dell’epigenoma spermatico [l’insieme di tutte le modifiche chimiche che si trovano sul DNA di una cellula in uno specifico momento] , nella stessa progenie».

La legge per tutti        8 novembre 2019

www.laleggepertutti.it/335570_fertilita-maschile-ecco-come-puo-migliorare

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PROCREAZIONE MEDICALMENTE ASSISTITA

I nodi della procreazione artificiale

Ha un nome tanto giocoso per quanto è terribile la malattia che Giovannino ha ereditato, la ittiosi Arlecchino [cheratosi fetale diffusa]. Di solito vivono poco questi bambini con la pelle fragilissima, che si spacca al primo movimento, formando placche che ricordano il costume pezzato carnevalesco, e che espongono chi è malato a problemi respiratori e infezioni letali. Ma Giovannino è speciale: è sopravvissuto alle fasi critiche iniziali, adesso cresce e potrà uscire dall’ospedale quando si troverà una famiglia disposta ad accoglierlo e a prendersi cura di lui, dopo che i suoi genitori vi hanno rinunciato. Ed è commovente e scalda il cuore l’ondata di tenerezza che lo ha avvolto, una volta che la sua storia è stata raccontata.

            A parte poche tristi eccezioni, a parte le assurde dichiarazioni di un medico, niente tifoserie contrapposte a urlarsi addosso, ma tutti con Giovannino che per il semplice fatto di esserci, con la sua fragilità inerme e immensa, ha già fatto tantissimo per la nostra comunità, risvegliando un’umana solidarietà che a volte sembra smarrita. La sua storia ha acceso i riflettori anche sui cambiamenti che genitorialità e filiazione stanno attraversando: la stampa ha riferito che Giovannino è stato concepito con la fecondazione assistita, e in diversi hanno parlato di eterologa, cioè con gameti di un donatore o una donatrice, esterni alla coppia che cerca di avere un figlio. Non ci sono certezze.

            Ma comunque, a prescindere dal suo caso, torna il tema della ‘sicurezza’ della fecondazione assistita, e delle malattie rare ereditarie. La sua patologia è classificata come autosomica recessiva, cioè i suoi due genitori biologici ne sono entrambi portatori sani, e i due insieme avevano il 25% di probabilità di generare un bambino con la malattia espressa. In altre parole: ciascuno dei due genitori ha la probabilità del 50% di trasmettere la mutazione ai discendenti, che ne sono colpiti solo se la ereditano da padre e madre. La probabilità che ha un bambino di ereditarla dipende quindi dalla frequenza con cui questa mutazione è presente nella popolazione, e quella di Giovannino è ultrarara, cioè ha una frequenza inferiore a uno su un milione. Ovviamente non è mai possibile fare uno screening genetico completo di tutte le mutazioni rilevabili a carico dei genitori, a maggior ragione quando sono tanto rare.

            Ma è diversa la diffusione di eventuali patologie se si tratta di fecondazione assistita eterologa rispetto a una naturale o omologa: se nasce un figlio da un rapporto fisico, i due che lo hanno concepito si conoscono, sanno subito se ci sono problemi di salute del piccolo e si regolano di conseguenza. Se uno dei due è un donatore, invece, difficilmente avrà notizie dei nati, e se non funziona un sistema di monitoraggio da parte del Servizio Sanitario continuerà a cedere i propri gameti, facendo nascere altri bambini con la stessa mutazione, ed aumentando la probabilità di farne venire al mondo di malati. Il donatore deve quindi essere sempre rintracciabile, per motivi di salute pubblica: sarà il genetista, poi, a esaminarlo e valutarne la situazione, avvisarlo di essere portatore sano di una patologia ereditabile e eventualmente escluderlo dalle donazioni, fermo restando la necessità per i riceventi di essere messi a conoscenza delle condizioni di salute del donatore.

            Problemi di questo tipo sono sorti, in passato, come bene sanno i lettori di ‘Avvenire’, che hanno potuto leggere del donatore 7042 della danese Nordic Cryobank, portatore di neurofibromatosi, con 100 nati in tutto il mondo, e della dozzina di bambini con autismo, nati dallo stesso donatore, in Usa. Il punto è che la fecondazione eterologa non si può semplicemente considerare una variante tecnica di quella omologa, percentualmente meno praticata.

            Introduce invece una mutazione antropologica profonda, con dilemmi nuovi e non previsti dalle nostre prassi e normative, basate su un modello antropologico naturale di genitorialità e filiazione dove per esempio è scontato che i genitori biologici abbiano generato fisicamente un figlio e si siano quindi incontrati, mentre nella fecondazione assistita possono essere anche due perfetti sconosciuti l’uno all’altro: al momento del concepimento, paradossalmente, i due genitori sono assenti.

            Una separazione perfetta di sessualità e procreazione, dove il consenso informato travalica le informazioni mediche e diventa un vero e proprio contratto, nel quale si stabilisce chi diventa genitore legale e chi vi rinuncia, fra tutti coloro che contribuiscono biologicamente a un figlio che deve ancora essere concepito. La nostra legge 40 voleva mantenere una genitorialità naturale, e per questo consentiva solo la fecondazione omologa.

            Nonostante le sentenze che l’hanno modificata, l’articolo 9 ancora esclude la possibilità di rifiutare il figlio disconoscendolo, o partorendo in anonimato: lo scopo è quello di tutelare un bambino rispetto a chi si è impegnato a esserne genitore legale. Un articolo ancora valido ma, nei fatti, superabile e superato, e su cui abbiamo ancora tanto da riflettere.

Assuntina Morresi, associato di Chimica fisica Università di Perugia   Avvenire         9 novembre 2019

www.avvenire.it/opinioni/pagine/accanto-a-giovannino-e-nel-cuore-delle-domande

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SINODO PANAMAZZONICO

La Chiesa rinasce dall’Amazzonia

Ecclesiologia dalla Chiesa locale, forma sinodale, Chiesa tutta ministeriale, soggettualità delle donne: sono i quattro rilevanti temi che i lavori dell’Assemblea speciale del Sinodo dei vescovi sulla regione panamazzonica, a partire da una remota periferia e dopo una lunga navigazione, hanno riportato al centro della discussione ecclesiale. E hanno messo in luce la prospettiva di una Chiesa «mondiale autentica», come diceva Karl Rahner del Vaticano II, che a partire dalla Chiesa locale ripensa la Chiesa universale secondo un modello di unità nella pluralità (Serena Noceti). Ciò è evidente nel metodo assunto dal Sinodo di valorizzazione delle «legittime diversità» sia all’interno della liturgia sia del ministero (Andrea Grillo). Il processo è stato travagliato e il suo esito non è ancora del tutto definito (in attesa della post-sinodale): la cronologia dei principali avvenimenti legati all’assise e le interviste ad alcuni dei protagonisti dell’Assemblea lo hanno messo in evidenza. La riforma sinodale – che è una forma sempre ri-generativa – avviata da Francesco sta camminando tuttavia con decisione in questi binari.

Cristo «si è incarnato in una cultura, quella ebraica, e a partire da quella, si è donato a noi come novità per tutti i popoli in modo che ciascuno, a partire dalla propria identità, si senta autoaffermato in lui (…) Ogni cultura e ogni visione del cosmo che accoglie il Vangelo arricchisce la Chiesa con la visione di una nuova sfaccettatura del volto di Cristo (…) Abbiamo bisogno che i popoli originari plasmino culturalmente le Chiese locali amazzoniche (…) Aiutate i vostri vescovi, aiutate i vostri missionari e le vostre missionarie affinché si uniscano a voi, e in questo modo, dialogando con tutti, possano plasmare una Chiesa con un volto amazzonico e una Chiesa con un volto indigeno. Con questo spirito ho convocato un Sinodo per l’Amazzonia».

Le parole pronunciate da papa Francesco a Puerto Maldonado, il 19 gennaio 2018, consegnano la ragione ultima di convocazione di un Sinodo speciale per l’Amazzonia, mentre tratteggiano orizzonti ideali e stile di ricerca del lavoro sinodale. Un Sinodo, per plasmare un volto di Chiesa inculturato; un’esperienza di ascolto e ricerca di Chiese locali per comprendere in modo inedito la novità perenne del messaggio evangelico. Un Sinodo convocato sotto il segno della novità, come richiama il titolo stesso «Amazzonia: nuovi cammini per la Chiesa e un’ecologia integrale», per un cammino di conversione e rinnovamento, come ribadito nei titoli dei paragrafi del Documento finale (DF).

Il richiamo ad aprirsi con coraggio a nuove prospettive, a percorrere nuovi cammini, ad assumere nuovi paradigmi interpretativi, a oltrepassare le frontiere di quell’ovvio già dato che spesso ci imprigiona e ci impedisce di riconoscere la forza dello Spirito, appare spesso nel pensiero di papa Francesco, nel suo appello ad assumere la responsabilità di un’Ecclesia semper reformanda.

Il documento programmatico del pontificato Evangelii gaudium (EG – 24 novembre 2013) è dichiaratamente pensato per «mobilitare» il popolo di Dio per «una riforma missionaria» e ne vuole offrire gli elementi qualificanti e i criteri operativi. In questa istanza di riforma pastorale papa Francesco si colloca in ideale continuità con la volontà di «aggiornamento» di Giovanni XXIII e di renovatio Ecclesiæ espressa da Paolo VI, e con gli orientamenti di riforma ecclesiale ed ecclesiologica del concilio Vaticano II.

www.vatican.va/content/francesco/it/apost_exhortations/documents/papa-francesco_esortazione-ap_20131124_evangelii-gaudium.html

Il Sinodo per l’Amazzonia, sia per i contenuti affrontati sia per lo stile e la forma di Chiesa che esprime e che realizza, si colloca al cuore di questo processo aperto di recezione del Concilio e di riforma ecclesiale che il papa sollecita e anima. Può perciò essere adeguatamente avvicinato se non si isolano il momento dell’Assemblea sinodale, tenutasi a Roma tra il 6 e il 27 ottobre 2019, e il suo Documento finale, dall’insieme del pontificato: si può comprendere la natura peculiare e l’importanza per la vita della Chiesa intera del Sinodo se lo si colloca nel processo complessivo di riforma ecclesiale a cui Evangelii gaudium offre presupposti e orientamenti.

Il percorso sinodale, nelle sue diverse fasi, e i documenti che sintetizzano i passaggi d’ascolto e di discernimento avvenuti, consegnano una visione ecclesiologica, sostanzialmente organica e sistematica intorno ad alcuni punti nodali. Intorno a questi snodi vorrei sviluppare la mia riflessione, mostrando come il Sinodo per l’Amazzonia costituisca un momento chiave per la attuale fase di recezione del Vaticano II. «Sinodo della Chiesa sulla Chiesa», come si affermava del Concilio, espressione di una Chiesa in riforma missionaria e sinodale (cf. DF 20s), figlia ed erede matura del Vaticano II.

Riaprire il cantiere della riforma ecclesiale. Il pensiero di papa Francesco sulla Chiesa si presenta come una ripresa della visione ecclesiologica del Vaticano II, una re/visione resa possibile grazie alla recezione vitale che si è data nelle Chiese, nelle teologie, nell’episcopato latinoamericani dopo Medellín. Papa Francesco non solo accoglie come suo orizzonte orientativo il quadro ecclesiologico complessivo presente in Lumen gentium (LG), Gaudium et spes (GS), Ad gentes (AG), ma riserva particolare attenzione ad alcune pagine aperte dei documenti, aperte perché non attuate o volutamente obliate nel postconcilio, oppure semplicemente espressione di una riflessione ancora acerba al tempo del Concilio.

Tra queste pagine aperte del Vaticano II papa Francesco, sin dall’inizio, ha accostato quattro questioni basilari per l’autocoscienza di Chiesa e per la possibile attuazione della visione conciliare:

  1. La Chiesa locale e l’inculturazione del Vangelo;
  2. b.       La soggettualità del popolo di Dio, a partire dal sensus fidei;
  3.  Il ripensamento del ministero ordinato nella più vasta ministerialità della Chiesa;
  4. La soggettualità delle donne.

L’intera stagione postconciliare può essere facilmente ripercorsa seguendo lo sviluppo di queste 4 direttrici. In esse si rende più chiaramente presente il rinnovamento dei paradigmi ecclesiologici del Vaticano II; sono, infatti, qualificanti per il superamento del modello gregoriano-tridentino di Chiesa. Ma negli anni Novanta del secolo scorso, intorno a queste direttrici, nell’ermeneutica magisteriale pontificia (e una parte della teologia) è emersa una sensibilità altra rispetto a quella maturata in Concilio, tanto che la stessa recezione conciliare da parte della Chiesa intera ha visto cambiamenti sostanziali o battute di arresto.

In particolare, alcuni documenti magisteriali, come Communionis notio, Pastores dabo vobis, Ordinatio sacerdotalis, hanno rimesso in primo piano un’ecclesiologia dalla Chiesa universale e una lettura cristologico-ontologica del ministero ordinato, di sapore tridentino; hanno ricondotto l’apporto dei laici nella linea della collaborazione con la gerarchia e dell’applicazione del dettato valoriale definito dai ministri ordinati; hanno contribuito a mantenere un’impostazione sostanzialmente unidirezionale delle dinamiche comunicative intraecclesiali.

Centralizzazione romana, debolezza degli episcopati locali, sovradeterminazione del potere della curia romana, sacralizzazione nel linguaggio e negli usi liturgici (a cui la stessa enfasi sul celibato ecclesiastico rispondeva), esaltazione dell’icona papale, sono altrettanti segnali di un magistero pontificio che rispetto alle rilevanti novità conciliari, che pur stavano mutando radicalmente il volto delle Chiese locali, optava per la via del consolidamento delle strutture centrali e di una riaffermazione di alcuni concetti e prospettive più tradizionali per pensare le relazioni tra i soggetti ecclesiali e le dinamiche di vita di Chiesa.

La prospettiva ecclesiologica di Francesco va a incidere profondamente su queste questioni dibattute. Il papa sollecita a ritornare a pensare il processo costitutivo della Chiesa popolo di Dio, raccolto e plasmato dall’annuncio del Vangelo (cf. Christus Dominus, n. 11), sempre inculturato e sempre più profondamente compreso grazie all’apporto di tutti i battezzati (cf. Lumen gentium, n. 17). L’opzione che papa Francesco pone è per un’ecclesiologia dalle Chiese locali. Il rapporto con la cultura e le culture è un rapporto vitale e imprescindibile per la Chiesa: l’evangelizzazione è sempre inculturata e ogni evangelizzazione è inculturazione della fede (cf. EG 118.122); non esiste Chiesa che non viva di dinamiche espressive, partecipative, celebrative segnate da una lingua e da una cultura particolari (cf. Documento preparatorio [DP], n. 12 che riprende EG 115; Documento Finale [DF] nn. 51-54; Instrumentum laboris [IL] n. 123ss).

Ecclesiologia dalla Chiesa locale. La cultura costituisce una causa formalmente costitutiva dell’esperienza di Chiesa e i fattori sociali, culturali e anche geografici, giocano un ruolo cruciale nel configurare l’originalità e singolarità delle soggettività ecclesiali locali. La Chiesa locale si sviluppa accogliendo «il Vangelo ascoltato nella propria lingua in un certo spazio umano», per cui nessuna Chiesa locale è riducibile a circoscrizione amministrativa o frazione della Chiesa universale, che a sua volta non può essere pensata come federazione o associazione di Chiesa particolari. L’universa Ecclesia è allora vista come corpus Ecclesiarum: come attesta Lumen gentium 23 con sintetica e magistrale espressione, «in quibus (le Chiese locali) et ex quibus una et unica Ecclesia catholica exsistit» (EV 1/338).

Nel caso del Sinodo speciale del 2019 ci troviamo davanti alle Chiese locali di una regione, accomunate dal condividere uno stesso bioma e da una storia comune di conquista, di sviluppo, d’evangelizzazione, e la finalità dichiarata è stata quella di ripensare la vita cristiana, le forme d’evangelizzazione, il volto e la presenza profetica della Chiesa nel territorio, nel contesto antropologico presente (cf. DF 15s).

Con una espressione sintetica il Documento preparatorio parlava di una «Chiesa dal volto amazzonico» (DP 2.4.12. 107-123) e del voluto superamento della forma ecclesiale europea-coloniale; più puntualmente il Documento finale ha aggiunto il riferimento alla complessa realtà multiculturale e multireligiosa della regione amazzonica, le diversità esistenti tra diocesi, prelazie [Diocesi missionarie in formazione], vicariati, presenti su un territorio così vasto, riferendosi ai «popoli amazzonici» (al plurale; DF 42s) e alla pluralità di differenti forme d’azione pastorale tra popoli originari, città e campagne, riberenhos [vive in prossimità dei fiumi, spesso su palafitte, con attività principale la pesca], quilombolas [comunità fondata da schiavi africani fuggiti dalle piantagioni], ecc. (cf. DF 8.42.23-25).

Il Sinodo speciale per l’Amazzonia è stato momento di vita e di riforma di Chiese locali, nell’ascolto del Vangelo, nella comprensione dei segni dei tempi in rapporto al contesto socioculturale, politico ed economico della regione pan-amazzonica, nel riconoscimento di sapienze tradizionali, di cosmovisioni, di forme organizzative dei popoli originari che chiedono e permettono di ripensare il volto delle Chiese locali (cf. DF 51.64). È stato ribadito più volte che le proposte formulate nel Sinodo e quelle presenti nel Documento finale sono direttamente pensate per uno specifico contesto ecclesiale.

Edificarsi come Chiesa sinodale. Infine, va messo in evidenza che hanno partecipato al Sinodo tutti i vescovi le cui circoscrizioni ecclesiastiche afferiscono alla regione, in un esercizio di collegialità effettiva unico per il postconcilio: i vescovi sono principio e fondamento dell’unità nelle loro Chiese locali, garanti e custodi dell’apostolicità e cattolicità della porzione del popolo di Dio loro affidata. La stessa proposta di un organismo che oltrepassi le appartenenze alle conferenze episcopali nazionali, che ricalcano la logica statuale e si definiscono in rapporto a confini determinatisi nella fase della conquista o delle guerre di liberazione nazionali, esprime la volontà di pensare Chiese in rapporto a criteri antropologico-culturali, in rapporto ai popoli, travalicando confini nazionali (cf. DF 112.113.115).

In secondo luogo, papa Francesco ha dato rilievo nel suo pontificato alle dinamiche comunicative partecipative che fanno Chiesa, con una decisa opzione per forme e strutture sinodali. Sinodalità è un leitmotiv del pensiero bergogliano. Papa Francesco accoglie la prospettiva di Lumen gentium, n. 12 e Dei Verbum, n. 8 e sollecita a sviluppare dinamiche comunicative pluridirezionali, in cui tutti e tutte sono partecipi, in cui la differenza di ministeri e carismi è valorizzata in ordine a una più compiuta comprensione del Vangelo nell’oggi della storia (cf. EG 119; DP 12). La Chiesa è per papa Francesco «comunità ermeneutica», una comunità che comprende insieme il Vangelo, che cammina insieme, che decide e attua insieme.

Il Sinodo per l’Amazzonia va perciò avvicinato nel suo complesso svolgimento: dalla fase di ascolto, con l’apporto di circa 87.000 persone, alla redazione dell’Instrumentum laboris, che ne ha raccolto i contributi; dai convegni, che hanno coinvolto scienziati e teologi, alla celebrazione del Sinodo dei vescovi con il suo Documento finale, alla fase di recezione che si aprirà dopo la pubblicazione dell’esortazione papale.

Diversi carismi e ministeri, diversi soggetti (laici, laiche, vescovi, lo stesso papa) hanno reso possibile il discernimento comunitario in una comprensione sapiente e coraggiosa dei problemi e delle sfide, nella rilevazione di risorse troppo spesso sottovalutate, nella deliberazione in ordine a una trasformazione dei cammini delle strutture ecclesiali (cf. DF 23.27-37.86-92).

La sinodalità della Chiesa comporta il riconoscimento dell’apporto di parola nella comprensione della fede e nel discernimento della vita ecclesiale di tutte le componenti del popolo di Dio. Chiede e permette di superare quel modello comunicativo unidirezionale (dal centro romano alla periferia, dall’alto della gerarchia che sa e può al basso «dei laici»), tipico del modello gregoriano-tridentino di Chiesa. Una Chiesa comunione secondo il Vaticano II deve svilupparsi secondo una forma e un modello sinodale, a partire da dinamiche comunicative e partecipative pluridirezionali. E questo è indubbiamente avvenuto nel Sinodo per l’Amazzonia, come mostra la ricchezza di temi affrontati, la lucidità nella rilevazione dei problemi, la chiarezza nelle proposte emerse durante la fase d’ascolto.

Così pure la libertà e il coraggio di proposte da parte dei vescovi e degli uditori e l’estrema attenzione di ascolto del papa durante l’assise sinodale sono stati menzionati da molti partecipanti e ricordate nel Documento finale (cf. 1.3s).

La costituzione apostolica Episcopalis communio (15 settembre 2018) colloca il Sinodo dei vescovi nel più vasto orizzonte di una Chiesa sinodale; pone i munera docendi e regendi ac pascendi dei vescovi e l’esercizio della collegialità episcopale in relazione vitale con lo sviluppo della Traditio Ecclesiae, grazie all’apporto di tutte le componenti del popolo di Dio.

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/apost_constitutions/documents/papa-francesco_costituzione-ap_20180915_episcopalis-communio.html

Questa è la lezione forse più significativa di questo Sinodo: mostrare che è possibile pensare la Chiesa insieme, per la parola di laici e laiche, custodi della lettura dei segni dei tempi e dei linguaggi del nostro tempo (cf. Gaudium et spes, n. 44), e per la parola dei ministri ordinati, in primis i vescovi, custodi della traditio apostolica nella quale si dà Chiesa (cf. Dei Verbum, n 8).

Il Sinodo panamazzonico nella sua realizzazione è cammino di riforma di una Chiesa regionale, che viene servito in autenticità da una dinamica sinodale (cf. DF 4). La riforma è già iniziata; perché si sperimenta e si attua un discernimento comunitario realizzandolo in quella forma sinodale che si vuole compiutamente vivere (cf. DF 38.90). «Solo una Chiesa missionaria inserita e inculturata porterà alla nascita di particolari Chiese autoctone, dal volto e dal cuore amazzonici, radicate nelle culture e tradizioni proprie dei popoli, unite nella stessa fede in Cristo e diverse nel loro modo di viverla, esprimerla e celebrarla» (DF 42).

Chiesa dal volto amazzonico. Il Sinodo per l’Amazzonia è quindi al cuore del progetto di riforma di papa Francesco, che si radica su un’ecclesiologia dalla Chiesa locale e si articola in un cambiamento di mentalità (conversione) e di struttura, nella modifica dei processi di edificazione ecclesiale proprio grazie a dinamiche sinodali. Il V capitolo del Documento finale insiste proprio su «nuovi cammini di conversione sinodale», riconoscendo nella sinodalità la forma specifica di vivere e agire della Chiesa «popolo di Dio», che manifesta e realizza in maniera concreta il suo essere comunione nel camminare insieme, nel riunirsi in assemblea, nella partecipazione attiva di tutti i suoi membri (cf. DF 87).

Nota 10.  Il Documento finale si sviluppa intorno all’idea di «conversione integrale» letta secondo 4 direttrici: «conversione pastorale, culturale, ecologica, sinodale». Il Documento preparatorio presentava la «conversione pastorale ed ecologica» secondo 5 dimensioni: biblico-teologica, sociale, ecologica, sacramentale, ecclesiale-missionaria. L’Instrumentum laboris richiama le tre conversioni al n. 4 affermando che il documento è così strutturato, ma di fatto tale riferimento non emerge nel testo. Cf. anche DF 17-19.26 sulla conversione personale e comunitaria.

Il testo dà ampio spazio al ripensamento dell’organizzazione delle Chiese locali, delle comunità in forma sinodale per garantire una partecipazione effettiva dei laici al discernimento e alle decisioni (cf. DF 91s); al valore delle comunità ecclesiali di base (CEB) di cui si sollecita la diffusione e lo sviluppo (cf. DF 36). Infine si dichiara necessario «ripensare le strutture di comunione a livello provinciale, regionale e nazionale, e anche dal punto di vista pan-amazzonico. Pertanto, è necessario articolare gli spazi sinodali e generare reti di sostegno solidale» (DF 112).

Una Chiesa così configurata può realizzare la sua missione di evangelizzazione, di presenza profetica nella società, di servizio ai poveri e agli esclusi. Una Chiesa samaritana e diaconale, una Chiesa «maddalena», cioè amata, perdonata, annunciatrice (DF 22), e «mariana», perché capace di generare ed educare figli (ivi). La prospettiva intuita ed espressa anche con un linguaggio originale della «Chiesa maddalena» è quella di un’ecclesiologia integrale, che correla evangelizzazione e azione sociale e politica, evangelizzazione e sacramenti, evangelizzazione e stile inclusivo di vita comunitaria.

Ministero e ministeri. La terza tematica qualificante il dibattito sinodale e la modalità propria di recezione conciliare è quella del ministero e dei ministeri. Fin dal Documento preparatorio le questioni ministeriali hanno trovato ampio spazio (cf. DP 14; IL 129; DF 93-111).

Il punto di partenza è stato la descrizione lucida della situazione ecclesiale, con le sue peculiari caratteristiche e bisogni. L’enorme estensione delle circoscrizioni ecclesiastiche, la varietà dei contesti pastorali (che spaziano dall’ambito rurale alle grandi città, dalle foreste alle isole e alle rive dei fiumi), il numero ridotto dei presbiteri e la lontananza geografica di molte comunità dal centro parrocchiale diocesano, rendono in molti casi impossibile una celebrazione regolare dei sacramenti; non sono rari i casi in cui si celebra l’eucaristia una volta all’anno o, addirittura, ogni 2 o 3 anni. Allo stesso tempo, le comunità cristiane sono segnate da una variegata e ricca presenza di ministeri laicali.

A partire da questa situazione di bisogno dichiarato e di risorse riconosciute, l’Instrumentum laboris sollecitava un rinnovamento radicale, sia aprendo una riflessione sui ministeri laicali, soprattutto delle donne, sia auspicando l’ordinazione di uomini di provata fede, già impegnati nella comunità cristiana, anche sposati.

I report della fase d’ascolto e l’Intrumentum laboris chiedevano di fatto di riarticolare il rapporto tra vita della comunità (con le sue dinamiche di evangelizzazione, partecipazione, vita liturgica) ed esercizio del ministero ordinato. Sollecitavano a ripensare i criteri di scelta e di formazione dei nuovi ministri perché fosse possibile esercitare il diritto di partecipare all’eucaristia e di ricevere i sacramenti dell’unzione degli infermi e della riconciliazione.

Non stupisce che il tema dei ministeri nella Chiesa sia stato uno dei più presenti negli interventi in aula o che, con sensibilità diverse, le sintesi dei circuli minores lo richiamino. Non si può pensare una nuova figura di Chiesa amazzonica se non si affronta la scandalosa impossibilità di celebrare l’eucaristia ogni domenica o se, insieme, non si riconosce l’apporto generoso di laici e laiche nell’evangelizzazione e nell’opera sociale o, ancora, se non ci si interroga sui bisogni di formazione – e di formazione inculturata – che solo parzialmente incontrano risposta.

Il Documento finale richiama prima di tutto a una «Chiesa tutta ministeriale» (DF 93) nella quale ripensare i ministeri laicali (anche con mandati specifici di coordinamento pastorale di comunità in assenza di presbiteri: cf. DF 96), l’apporto dei religiosi, il contributo delle donne. Viene poi sollecitata la creazione di nuove figure ministeriali (per la cura della casa comune e la formazione ecologica [DF 79.82], per l’accoglienza pastorale dei migranti, in particolare degli indigeni in città [DF 36.79]) e di «équipe missionarie itineranti» (DF 39).

Diacono, questo sconosciuto. Il testo prospetta 3 elementi di novità riguardo ai ministeri ordinati:

  1. La promozione del diaconato permanente (cf. DF 104-106),
  2. L’ordinazione presbiterale di uomini sposati (cf. DF 111),
  3. La formazione iniziale di futuri diaconi e presbiteri (cf. DF 105-108).

Il riferimento ai diaconi è emerso solo durante il Sinodo, senza che ci fossero menzioni particolari nella fase preparatoria: come è avvenuto nella maggior parte delle Chiese del mondo, il diacono rimane una figura sconosciuta ai più, spesso riportata a ruoli di supplenza pastorale o a funzioni esclusivamente liturgiche.

Il Documento finale al n. 104 offre una lettura teologica del diaconato, sulla scia del dettato conciliare: ministero specifico di servizio, allo sviluppo umano, all’ecologia integrale, all’attività pastorale sociale soprattutto nei confronti dei più fragili e poveri. Una tale prospettiva appare feconda per maturare un volto di Chiesa samaritana, diaconale, serva, su cui insiste il Sinodo (cf. DF 22.42.104).

In secondo luogo, è stato più volte ribadito nei lavori sinodali e nel documento finale, il valore del celibato ecclesiastico; allo stesso tempo, nel riconoscimento che tale disciplina non è richiesta dalla natura stessa del sacerdozio e che permane nei secoli il clero uxorato in molte Chiese cattoliche di rito orientale, il documento propone di «ordinare sacerdoti uomini idonei e riconosciuti dalla comunità, che abbiano un diaconato permanente e fecondo e ricevano una formazione adeguata al presbiterato, potendo essi avere una famiglia legittimamente costituita e stabile, per sostenere la vita della comunità cristiana mediante la predicazione della Parola e la celebrazione dei sacramenti nelle zone più remote della regione amazzonica» (DF 111).

La richiesta di ordinare presbiteri uomini sposati era stata espressamente formulata fin dall’Instrumentum laboris e analizzata in un seminario preparatorio, tenutosi a Roma nel mese di giugno 2019, con la presenza di storici, canonisti, ecclesiologi, il cui frutto è sintetizzato nel documento ¡Coraje! Soy yo ¡No tengas miedo!

[Coraggio! Sono io Non aver paura!].

Il diritto delle comunità alla celebrazione dell’eucaristia (cf. DF 110) e dei fedeli a ricevere altri sacramenti ha motivato la richiesta di modificare la prassi di scelta e di formazione dei ministri ordinati per la regione amazzonica (cf. DF 111; IL 126c): anche se dibattuta la forma in cui affrontare la questione nel rispetto della Tradizione e della attuale legislazione canonica, la proposta era attesa da molti.

La formula adottata, che richiama il passaggio (per certi aspetti implicito) dal diaconato permanente, rischia di misconoscere lo specifico di questo ministero, riprospettandone una lettura prevalentemente liturgica. Più felice forse l’iter suggerito da alcuni canonisti e teologi che la Santa Sede conceda ai vescovi la facultas di dispensare dall’obbligo del celibato per i candidati che il vescovo ritenga da ordinare.

Se è la comunità a essere ministeriale. Per quanto riguarda la formazione iniziale al ministero ordinato, alcuni interventi in Sinodo chiedevano espressamente di superare la classica struttura del seminario tridentino per delineare percorsi formativi nuovi. In una forma più generale, i nn. 107 e 108 del Documento finale sottolineano un impianto e uno stile formativo inculturato, un tratto pastorale, percorsi interdisciplinari, uno stretto inserimento nella realtà amazzonica. Si parla più in generale di centri di formazione alla vita presbiterale e alla vita consacrata e di piani di formazione (cf. IL 98).

La duplice questione del ministero ordinato e della ministerialità della comunità è indubbiamente centrale per un processo di riforma ecclesiale: non ci possono essere significativi cambiamenti nella forma delle relazioni ecclesiali e delle strutture se non si definiscono le funzioni e l’identità dei soggetti ecclesiali, la relazione tra carismi e ministeri, l’esercizio dell’autorità e dei poteri nella comunità.

Durante il Sinodo, come mostrano le conferenze stampa e i circuli minores, si sono confrontate due diverse letture del ministero ordinato: la più tradizionale lettura cristologica e ontologica del ministero, ereditata dal Tridentino (ministero è sacerdozio, prima di tutto), e una visione a fondamento ecclesiale-pneumatologico, radicata nei documenti del Vaticano II.

La lettura privilegiata dal Documento finale si sviluppa in ottica pastorale, con una collocazione del ministero nell’orizzonte della più vasta ministerialità ecclesiale e insieme con il riferimento al Cristo pastore. Stupisce nel testo l’assenza di una riflessione sul vescovo, la cui forma di vita ed esercizio del ministero acquisiscono tratti particolari per il contesto amazzonico, come anche colpisce che i richiami ai presbiteri siano di natura operativa nella pratica pastorale.

La lettura delle relazioni redatte nella fase preparatoria porta in primo piano alcune sfide.

  1. In primo luogo, tenendo presente la ricchezza di figure ministeriali che operano nella comunità e il fatto che in molte delle culture originarie dell’Amazzonia le decisioni vengono prese insieme e l’autorità esercitata da gruppi di responsabili, sarebbe possibile e opportuno pensare le figure ministeriali non in forma isolata o individuale, ma nell’orizzonte di «équipe ministeriali», composte da ministri ordinati e laici, uomini e donne (cf. DF 21).
  2. In secondo luogo, la prassi pastorale e l’organizzazione complessiva comporta di definire con maggior precisione l’esercizio di una potestas iurisdictionis fondata sul battesimo. Il Sinodo per l’Amazzonia testimonia alla Chiesa intera la possibilità e l’urgenza di ripensare un cambiamento nelle figure ministeriali, in stretto rapporto con le forme di esercizio di autorità nelle diverse culture locali e in rapporto con specifici bisogni pastorali. Nella storia questo è già avvenuto molte volte: sempre si è mantenuta la ragione teologica di esistenza del ministero (custodire l’apostolicità della fede e servire l’unità della Chiesa), ma sono mutate le figure ministeriali e l’interpretazione teologica. La Chiesa postconciliare trova nel Vaticano II principi e presupposti per una riconfigurazione ministeriale.

Le donne che sono e fanno la Chiesa. Fin dall’inizio del pontificato, papa Francesco ha posto particolare attenzione alla questione femminile riconoscendovi un delicato snodo di vita e riforma ecclesiale.11 Tanto in Evangelii gaudium (nn. 103s) quanto in Amoris lætitia (nn. 9-12.54.56.154-156. 286), papa Francesco ha ribadito il necessario riconoscimento dei diritti delle donne e la valorizzazione del loro apporto per la vita della Chiesa e della società. Denunciando la presenza di una cultura patriarcale e di forme di maschilismo anche nella Chiesa, il papa ha sollecitato un effettivo riconoscimento del contributo delle donne.

Se il Concilio non aveva sviluppato che in pochi passaggi la tematica femminile, la Chiesa postsinodale costituisce lo spazio in cui si è affermata un’inedita soggettualità delle donne, contrassegnata da una coscienza chiara della propria identità ed espressa in una ministerialità diffusa, che ha mutato il volto delle comunità cristiane in tutto il mondo. Allo stesso tempo la lunga stagione postconciliare non ha visto un adeguato coinvolgimento delle donne a livello decisionale e di esercizio di autorità nella Chiesa: permangono fattori di esclusione, glass ceiling, i cosiddetti soffitti di cristallo [ostacoli per discriminazioni].

Una lettura stereotipata che riduce il femminile al materno e allo sponsale, presente in Mulieris dignitatem di Giovanni Paolo II, abita ancora la coscienza di molti e molte cristiane e orienta le aspettative di genere. Indubbiamente, però, l’apporto delle donne appare oggi imprescindibile per un annuncio adeguato della fede e per la comprensione del mistero di Dio e della salvezza.

Le voci e le idee delle donne sono state fondamentali per tutto il cammino sinodale, dalla fase di ascolto all’assemblea, che ha visto la presenza di 38 donne, religiose e laiche, competenti e appassionate. L’Instrumentum laboris, gli interventi in Sinodo, i circuli minores hanno registrato un continuo ritorno del tema «donne» sia nella valorizzazione della sapienza femminile nelle culture tradizionale, sia per una chiara denuncia delle violenze sulle donne, sia per il deciso riconoscimento del ruolo e della leadership delle donne nella Chiesa (cf. IL 79.88.129; DF 100).

Il Documento preparatorio (DP 14) e l’Instrumentum laboris chiedevano d’indicare forme di ministero «ufficiale» (IL 129) per le donne, è risuonata più volte la richiesta esplicita di un’ordinazione ministeriale di donne diacono. 6 circuli minores su 12 hanno indicato questa specifica figura, collocando tale proposta nell’orizzonte della teologia del diaconato del Vaticano II (cf. LG 29 e AG 16).

Nel contesto della regione amazzonica le donne già rivestono ruoli di conduzione delle comunità cristiane, di coordinamento pastorale per intere regioni con decine di comunità, annunciano il Vangelo, formano gli operatori, battezzano bambini data la lontananza di diaconi e presbiteri, sono vicini nel momento della morte ai fedeli.12 L’appello ribadito a passare da una «pastorale della visita» a una «pastorale della presenza» (IL 128c.129 § 1) non può non confrontarsi con la realtà di una «presenza stabile» di donne, religiose e laiche che già garantiscono il servizio pastorale.

Ritorno sul diaconato femminile. Il Documento finale (cf. 99-103) per quanto riguarda la presenza delle donne appare posto sotto il segno di un iniziale riconoscimento e allo stesso tempo dell’incompiuto. Troviamo prima di tutto la richiesta di modificare il motu proprio di Paolo VI Ministeria quædam [15 agosto 1972], a quasi 50 anni dalla sua pubblicazione: si chiede che le donne possano ricevere i ministeri istituiti del lettorato e all’accolitato e che venga creato un ministero istituito di «dirigente di comunità» (DF 102).

Sono ministeri laicali, fondati sulla soggettualità battesimale, dai quali le donne erano stare escluse per motivi di tradizione e di opportunità pastorale, ma che oggi appaiono possibili, per l’uguale dignità di tutti i battezzati uomini e donne, e necessari, date le responsabilità pastorali già assunte e riconosciute alle donne e la necessità che i ruoli di coordinamento pastorale di donne non dipendano dalla volontà o dalla sensibilità di singoli vescovi. Sono ministeri laicali permanenti, conferiti a soggetti di cui la Chiesa riconosce carismi, formazione, sensibilità pastorale.

Rimane la domanda sul perché il ministero istituito di «dirigente di comunità» debba essere limitato alle sole donne. Va inoltre rilevata la mancata condanna del maschilismo e delle logiche patriarcali anche nella Chiesa, che era invece presente nell’Instrumentum laboris ed era espressamente richiamata in alcuni gruppi di lavoro (cf. IL 126).

Per quanto riguarda il diaconato, nonostante le richieste fatte, riproposte anche fuori dall’aula sinodale in interviste e conferenze stampa, il Documento finale, dopo aver attestato che in molte consultazioni presinodali «è stato sollecitato il diaconato permanente per le donne» e che «per questo motivo il tema è stato anche molto presente durante il Sinodo», rimanda a un più generico desiderio di confronto con la Commissione costituita da papa Francesco nel 2016 sulle esperienze e riflessioni della Chiesa amazzonica (DF 103). È stato il papa però, nell’ultima congregazione pubblica del Sinodo, ad «ascoltare le donne», ad accogliere la sfida da loro lanciata e a decidere di riaprire i lavori della commissione sul diaconato femminile con l’inserimento di nuovi membri.

La ricerca sulle donne diacono ha prodotto nel postconcilio centinaia di saggi, di taglio storico, liturgico, teologico-sistematico; il Sinodo per l’Amazzonia apporta al dibattito la forza di esperienze di responsabilità pastorale e di funzioni esercitate nelle comunità cristiane da centinaia di donne, religiose e laiche, la cui leadership è già riconosciuta dalle comunità stesse.

Queste donne compiono quelle azioni «veramente diaconali», di cui parla Ad gentes 16, che hanno sostenuto la reistituzione del diaconato maschile. In una Chiesa spesso segnata dal clericalismo l’ordinazione di donne diacono non sarebbe, come temuto da molte teologhe, un cedimento a logiche di potere sacrale, ma porterebbe – per la natura del diaconato e per le modalità già presenti di esercizio di autorità di queste donne – una forma altra di esercizio del ministero. La riflessione sul diaconato femminile non può essere isolata da una più ampi a riflessione sul ministero ordinato nella Chiesa.

Un’altra questione ribadita da alcuni gruppi di donne in occasione del Sinodo (ad esempio da Voices of faithful [l’opinione dei fedeli] è stata quella di riconoscere il diritto di voto alle uditrici presenti, con una richiesta di far valere per le superiore di istituti religiosi quanto stabilito per i superiori di istituti maschili. La domanda deve essere posta nel più ampio orizzonte di un voto deliberativo dei laici/laiche nei processi decisionali della Chiesa, articolando in modo nuovo le fasi di lettura della realtà, discernimento, decisione che fanno Chiesa.

In ogni caso, nonostante la fragilità di alcune affermazioni presenti nel Documento finale (ad esempio i riferimenti biblici limitati), non si può non concordare con quanto affermato, riprendendo alcune espressioni del Messaggio del Concilio alle donne: è giunta l’ora di un riconoscimento reale della soggettualità delle donne, che sono Chiesa e fanno Chiesa (cf. DF 100).

Verso una Chiesa mondiale. Ecclesiologia dalla Chiesa locale, forma sinodale, Chiesa tutta ministerialità, soggettualità delle donne: 4 direttrici fondamentali per pensare la riforma della Chiesa: autentiche novità che il concilio Vaticano II ha dischiuso, su cui molto ha faticato la recezione postconciliare, che papa Francesco ha rilanciato e che il Sinodo per l’Amazzonia ha affrontato con maturità e coraggio. Ma se esaminiamo quanto avvenuto con questo Sinodo speciale in rapporto alla visione nuova di Chiesa maturata in Concilio, balza agli occhi un ulteriore elemento che permette di comprendere la rilevanza del Sinodo sull’Amazzonia per l’attuale fase di recezione conciliare.

«Il concilio Vaticano II è stato germinalmente, in un modo che cerca ancora a tentoni se stesso, la prima autoattestazione ufficiale della Chiesa in quanto Chiesa mondiale […] sotto il fenotipo di una Chiesa in larga misura europea e nordamericana comincia a farsi notare il genotipo di una Chiesa mondiale autentica». Le parole di Karl Rahner segnalavano un passaggio fondamentale sul piano dell’autocoscienza e della prassi ecclesiale avvenuto con il Vaticano II: dopo la breve fase del giudeo-cristianesimo, nella quale la fede cristiana mosse i primi passi e le prime comunità iniziarono a delineare i tratti portanti – dottrinali, liturgici, ministeriali – d’identità, il cristianesimo è vissuto per questi due millenni nella forma inculturata del logos ellenistico e della mens latino-germanica determinata dalle forme di pensiero e di organizzazione sociale propria della civiltà europea.

Il Sinodo per l’Amazzonia rappresenta un passaggio chiave che rivela e realizza questa «Chiesa divenuta mondiale», non perché Chiesa diffusa su tutta la terra ma in quanto Chiesa capace di decostruire la sua forma coloniale e di riformarsi in cultura altra. «Una Chiesa dal volto amazzonico nelle sue molteplici sfumature cerca di essere una Chiesa “in uscita” (cf. EG 20-23), che si lascia alle spalle una tradizione coloniale monoculturale, clericale e impositiva e sa discernere e assumere senza timori le diverse espressioni culturali dei popoli» (IL 110; cf. anche IL 117).

Una Chiesa segnata da esperienze secolari di discriminazione, sfruttamento, denigrazione (DP 3s.10: «bellezza ferita e deformata, un luogo di dolori e di violenze») affronta con coraggio la sfida di ripensare la sua figura anche istituzionale, proprio a partire da ciò che è stato escluso perché non conforme alla visione occidentale del mondo. Una Chiesa locale che legge criticamente la sua storia e insieme recupera la sua identità nella memoria collettiva e può annunciare le derive del neocolonialismo economico, di un antropocentrismo narcisista e consumistico (cf. DF 15s; IL 47-49).

La Chiesa intera è invitata dal papa e dal Sinodo ad accogliere la lezione del «buen vivir» [concetto indigeno con una vocazione universalista usato in particolare in Ecuador ], di una vita in pienezza, capace di relazioni armoniose con Dio, con il creato, con le persone, nella consapevolezza dell’interconessione e dell’interdipendenza di tutto e tutti (cf. IL 11-13.24-27; DF 9.44).

Assistiamo a un’effettiva interruzione di quella unità per uniformità che dalla riforma carolingia si è diffusa e che lo schema ecclesiologico gregoriano-tridentino ha consolidato e sviluppato al massimo grado. Con il Sinodo speciale per l’Amazzonia la cattolicità (come prospettata da LG 13) viene a essere vissuta in modo nuovo (cf. IL 110). Non è tanto la periferia che viene posta al centro, come taluni hanno detto, ma è un ripensamento ecclesiologico ed ecclesiale che parte dalla Chiesa locale e ripensa la Chiesa secondo un modello di unità nella pluralità.

Come avveniva nei primi secoli quando le Chiese di una regione avevano liturgie, formule di professione di fede, organizzazione peculiare, connessa al contesto sociale, culturale, linguistico in cui vivevano, così oggi le Chiese locali –a partire dall’esempio dato dall’Amazzonia – sono poste davanti alla possibilità e alla necessità di plasmare il proprio volto, la propria prassi, le forme di esercizio del ministero in consonanza con le culture di appartenenza, fermi restando gli elementi costitutivi che ci fanno Chiesa di Gesù.

L’appello di AG 22 affinché «le giovani Chiese traggano dalle consuetudini e dalle tradizioni, dal sapere e dalla cultura, dalle arti e dalle scienze dei loro popolo, tutti gli elementi che valgono a rendere gloria al Creatore, a mettere in luce la grazia del Salvatore e a ben organizzare la vita cristiana», diventa orientamento alla riforma anche per le Chiese di antica tradizione cattolica.

Come un parto. Il Sinodo sancisce il superamento di un’ecclesiologia universalistica, in cui gli orientamenti e le scelte di riforma vengano decise dal centro per essere applicate nella periferia. Sono possibili e talora opportune riforme che riguardino una Chiesa locale o una Chiesa di una regione in quegli aspetti o dinamiche che non afferiscono alla natura sostanziale degli elementi costitutivi di Chiesa. Anzi, in una Chiesa divenuta mondiale i processi di riforma non possono più essere pensati in una prospettiva genericamente universalistica, ma maturano come realizzazioni di una Chiesa communio Ecclesiarum e comportano quindi anche riflessioni specifiche delle Chiese locali, correlando dimensioni universali del pensiero e orientamenti contestuali.

La coscienza di appartenere alla Chiesa cattolica non si oppone ma riposa sulla ricchezza plurale e variegata delle determinazioni locali, culturalmente definita («“Essere Chiesa è essere popolo di Dio», incarnato «nei popoli della terra» e nelle loro culture [EG 115]”»: DP 12). La riforma della Chiesa oggi comporta il confronto tra Vangelo di Gesù e cultura; riforme specifiche possono essere «doni apportati alle altre parti e a tutta la Chiesa in modo che il tutto e le singole parti si accrescano per uno scambio mutuo e universale per uno sforzo comune e universale» (LG 13; EV 1/320).

Il Sinodo per l’Amazzonia, durante il quale ci si è interrogati profondamente e coraggiosamente sulla forma Ecclesiae, in una stretta correlazione tra bisogni pastorali, esperienze ecclesiali e riflessione teologica, può offrire alla Chiesa intera indicazioni preziose (sul piano del metodo sinodale e dei contenuti) per un cammino di riforma di Chiesa. Sarà compito del vescovo di Roma e del collegio episcopale garantire e promuovere l’unità della catholica sul fondamento della fede apostolica.

Il Sinodo per l’Amazzonia è iniziato domenica 6 ottobre 2019 con una celebrazione eucaristica in San Pietro, con un’eucologia [testi delle orazioni] in larga parte in latino, pregando il canone romano. I partecipanti al Sinodo, in particolare gli appartenenti ai popoli originari, erano dispersi nella moltitudine dei fedeli presenti. La mattina successiva, in quello stesso spazio liturgico, una breve preghiera in stile amazzonico, con canti e danze, ha segnato la consegna di quanto emerso nella fase presinodale, in terra amazzonica, ai partecipanti al Sinodo dei vescovi (cf. DF 1).

Una piroga, una rete, immagini di martiri, una pagaia: i segni della navigazione compiuta e della disponibilità alla ricerca, che sono stati portati dall’Amazzonia a San Pietro e da lì all’aula sinodale. San Pietro è luogo centrale per l’autocoscienza della Chiesa universale e intensa è stata l’esperienza di celebrare con gesti, segni, linguaggi dei popoli della Amazzonia, inusuali per il luogo, l’inizio della riflessione su una Chiesa locale, cosciente della complessità della sfida dell’inculturazione.

Una Chiesa in Sinodo è una Chiesa in ri/generazione. E nella basilica di San Pietro, in cui siamo richiamati alla tradizione apostolica, sorgente del nostro vivere ecclesiale, veniamo però simbolicamente riportati alla logica della vita nuova che viene donata, ai travagli di un parto sempre faticoso.

Le colonne del baldacchino del Bernini poggiano su solidi plinti, con lo stemma delle tre api di Urbano VIII e sormontato dalla rappresentazione di 8 volti. 7 mostrano il volto di una donna segnato dai dolori del parto, l’ottavo raffigura la testa di un bambino appena nato. Un parto è in fondo avvenuto con il Sinodo panamazzonico: quella Chiesa mondiale, la cui gestazione è avvenuta durante il Vaticano II, viene oggi finalmente alla luce.

            Serena Noceti [*1966 Firenze, baccalaureato in teologia,licenza in teologia dogmatica con specializzazione in antropologia teologica, dottorato in teologia dogmatica (tutti summa cum laude),docente di teologia sistematica presso la Facoltà teologica dell’Italia centrale, componente dal 2003 del Consiglio di Presidenza dell’Associazione Teologica Italiana].

 

Amazzonia e il progresso della tradizione

Il Sinodo speciale per l’Amazzonia, nel suo Documento finale (=DF), ha assunto con determinazione la via della valorizzazione delle «legittime diversità» all’interno della tradizione liturgica cattolica, con lo scopo di rispondere efficacemente alle sfide che la regione panamazzonica lancia alla struttura ecclesiale e al linguaggio della pastorale. Come aveva detto il testo preparatorio dell’Instrumentum laboris (=IL) «Il processo di conversione a cui è chiamata la Chiesa implica disimparare, imparare e rimparare» (IL 102, ora ripreso in DF 81).

La Chiesa deve saper disimparare, per poter imparare qualcosa di diverso e reimparare l’unica tradizione comune, ma da esperimentare e da esprimere con altre parole, con altri gesti, con altri canti, con altre autorità, in altre forme. Possiamo reperire il fondamento magisteriale di questa strategia in Sacrosantum concilium, n. 23, che mette in relazione «sana tradizione» e «legittimo progresso». Poiché non tutta la tradizione è sana, alla tradizione malata si reagisce con la riforma. Questo non vale solo per la liturgia. In molti modi il cammino sinodale dell’Amazzonia ha voluto e ha dovuto «disimparare» la tradizione malata.

Questo intento del Sinodo ha preso forma nel DF in due modi:

  1. In rapporto alla relazione sostanziale con l’eucaristia, come fonte e culmine di crescita comunitaria e in vista della quale occorre inculturare il ministero ecclesiale (cf. DF 95; 99; 102s; 109-111);
  2.  In rapporto alla relazione formale con tutte le celebrazioni liturgiche, al fine di valorizzare la «cosmovisione» dei popoli e delle culture della Amazzonia, mediante una opportuna inculturazione del rito liturgico (DF 116-119).

A ciò deve essere aggiunta anche la configurazione di un «organismo episcopale» (DF 115) preposto specificamente allo sviluppo di questi due aspetti, come effetto di una nuova sinodalità ecclesiale da istituirsi stabilmente nella regione amazzonica. Proviamo a considerare più nel dettaglio ognuno di questi due punti.

  1. Le «varietates legitimæ» della tradizione cattolica riguardano innanzitutto la storia e la geografia dell’Amazzonia. A causa dell’intreccio di questi due fattori, che non possono mai essere del tutto normalizzati a misura europea, occorre affrontare le condizioni di possibilità ministeriali della celebrazione eucaristica. Già il testo dell’Instrumentum laboris aveva indicato, con molta lucidità, la strada da percorrere: «Le comunità hanno difficoltà a celebrare frequentemente l’eucaristia per la mancanza di sacerdoti. “La Chiesa vive dell’eucaristia” e l’eucaristia edifica la Chiesa. Per questo, invece di lasciare le comunità senza l’eucaristia, si cambino i criteri di selezione e preparazione dei ministri autorizzati a celebrarla» (IL 126c).

Inculturazione del ministero. Il DF assume con decisione questa prospettiva, parlando di «diritto della comunità alla celebrazione eucaristica» (DF 109) come punto di pienezza dell’esperienza di comunione, ma anche come punto di partenza dell’incontro, della riconciliazione, di catechesi e di crescita comunitaria.

Dato che numerose comunità non possono ricevere la visita del presbitero se non dopo mesi, o addirittura anni – e così restano per lungo tempo prive di eucaristia, di riconciliazione dei peccati e di unzione dei malati – dopo aver ribadito la via privilegiata del «celibato» come condizione di vita del presbitero nell’esercizio del suo ministero, si suggerisce di «ordinare sacerdoti uomini idonei e riconosciuti dalla comunità, che vivano un fecondo diaconato permanente e che ricevano una formazione adeguata al presbiterato, potendo avere una famiglia legittimamente costituita e stabile, per sostenere la vita della comunità mediante la predicazione della Parola e la celebrazione dei sacramenti nelle zone più remote della regione amazzonica» (DF 111).

D’altra parte, accanto a questa apertura agli «uomini sposati» come ministri, si deve ricordare che «per la Chiesa amazzonica è urgente che si promuovano e si conferiscano ministeri per uomini e donne in forma equitativa» (DF 95). In questa direzione, e sul fondamento di Ministeria quædam di Paolo VI, si muovono le due principali richieste: «Nei nuovi contesti di evangelizzazione e pastorale della Amazzonia, dove la maggioranza delle comunità cattoliche sono guidate da donne, chiediamo sia creato il ministero istituito della “donna dirigente di comunità” e che venga riconosciuto all’interno del servizio alle mutate esigenze della evangelizzazione e della attenzione verso le comunità» (DF 102).

  1. La seconda richiesta (DF 103) assume la prospettiva del «diaconato permanente per le donne», su cui si chiede un confronto con la Commissione di studio istituita nel 2016 da papa Francesco, il quale ha già dichiarato che tale Commissione sarà rimessa in azione, con un significativo ampliamento dei suoi membri.

È evidente che la «storia», di cui la Commissione si occupa, comprende anche l’Amazzonia. Ovvero, per comprendere la storia dell’ «autorità femminile nella Chiesa» il confronto con il «rostro amazonico» non può essere semplicemente un accidente.

Per questo il riconoscimento dell’autorità della donna, oltre che sul piano ufficiale e ministeriale, esige forme culturali e istituzionali d’integrazione ecclesiale. La partecipazione ai processi decisionali costituisce un’esigenza che non deve essere pensata a partire dal nostro concetto europeo di «parità di diritti», ma a partire da tradizioni di cultura «matrilineare», in cui di fatto è la donna a gestire l’autorità familiare e del gruppo. La provocazione antropologica e culturale esige una valorizzazione di queste «varietates», la cui piena legittimità chiede un aperto e chiaro riconoscimento.

Inculturazione del rito. La seconda dimensione delle «varietates» significative per l’inculturazione della liturgia investe il rito stesso, nella sua dimensione verbale e non verbale. Le parole e le cose della vita della Amazzonia non debbono restare ai margini della celebrazione cristiana, ma devono diventare «mediazioni efficaci» dell’identità cristiana e cattolica dei popoli indigeni, delle loro gioie e dei loro affanni. Nello spazio di «pluralismo liturgico» inaugurato dal concilio Vaticano II (cf. Sacrosantum concilium, n. 38), il DF ritiene urgente «dare una risposta autenticamente cattolica alla domanda delle comunità amazzoniche di adattare la liturgia valorizzando la cosmovisione, le tradizioni, i simboli e i riti originari che includono dimensioni trascendenti, comunitarie ed ecologiche» (DF 116).

D’altra parte questa non sarebbe una novità: 23 sono i riti diversi che convivono nella comunità cattolica, che può essere detta «comunione di diversi riti», come frutti del cammino storico e geografico della Chiesa (cf. DF 117). Perciò i linguaggi propri dei popoli amazzonici devono poter esprimere il mistero di Cristo e della Chiesa: a questo devono lavorare comitati di esperti, sul piano biblico e liturgico, in rapporto alle parole, ai gesti, alla musica e al canto, per dare ai diversi luoghi e ai diversi linguaggi le forme più adeguate di mediazione della forma rituale, salva restando la sostanza dei sacramenti (cf. DF 118).

In vista di questo obiettivo, e grazie alle nuove competenze dell’organismo istituzionale previsto dal DF 115, si configura la esigenza di costruire «un rito amazzonico, che esprima il patrimonio liturgico, teologico, disciplinare e spirituale amazzonico, con speciale riferimento a ciò che Lumen gentium, n. 23 afferma per le Chiese orientali» (DF 119).

È utile chiedersi che cosa s’intenda qui per «rito amazzonico». Sicuramente si vuole indicare una «forma comune» alle diverse tradizioni amazzoniche, che possa fornire nei diversi ambiti della celebrazione liturgica (eucaristia e sacramenti, liturgia delle ore, anno liturgico, musica, arte sacra) una serie di criteri comuni e anche alcune celebrazioni esemplari, in vista della realizzazione, nelle singole diverse realtà, di riti specifici, da inculturare in forma differenziata, a causa delle diverse lingue e culture di cui è ricca la regione.

A imitazione di quanto è avvenuto 30 anni fa per la Repubblica del Congo, con il cosiddetto rito congolese, dovrà essere tenuta presente con maggior forza di allora la differenza tra la logica della regione amazzonica e quella delle singole diocesi/Chiese/stati/popolazioni. Un ordo comune alla regione amazzonica dovrà prevedere, al suo interno e preventivamente, i diversi adattamenti necessari alle realtà differenti. Forse proprio l’organo collegiale episcopale, previsto da DF 115, potrà essere incaricato di gestire la difficile mediazione necessaria per la strutturazione di un «ordo amazonico», che sia realmente capace di tradurre il rito romano nella espressione e nella esperienza dei popoli della Amazzonia.

Evidentemente, questo nuovo ordo, con le sue conseguenze a livello particolare, «si sommerebbe ai riti già presenti nella Chiesa, arricchendo l’opera di evangelizzazione, la capacità di esprimere la fede in una cultura particolare e il senso della decentralizzazione e della collegialità che può esprimere la cattolicità della Chiesa» (DF 119).

In conclusione, appare cosa ovvia che per imparare la tradizione occorra, nello stesso tempo, disimparare e lasciar cadere cose vecchie insieme a reimparare e integrare cose nuove. Per svolgere appieno il compito di onorare il «volto amazzonico» della Chiesa cattolica, occorrerà sopportare queste due diverse fatiche: la fatica della resa e quella della resistenza.

Il lavoro di umile spogliazione e quello di promettente riedificazione, esigono insieme pazienza e audacia, tra loro in dialogo rispettoso e fecondo. Non vi è dubbio che dalla piena assunzione di questa «meravigliosa complicatezza amazzonica», senza semplificazioni idealizzate e senza astrazioni burocratizzanti, l’intera Chiesa universale potrà trarre motivi di gioie grandi e di speranze rinnovate: così il tutto godrà del rinnovarsi della parte.

Andrea Grillo             Il Regno Attualità, n. 20/2019, pag. 619

www.ilregno.it/attualita/2019/20/sinodo-dei-vescovi-la-chiesa-rinasce-dallamazzonia-serena-noceti-andrea-grillo

 

Sinodo per l’Amazzonia: ben più di un documento

Dal documento finale, votato dall’Assemblea dei vescovi, emerge una Chiesa che assume con forza il grido dei poveri e della terra, ma è molto meno coraggiosa nell’affrontare il tema dei ministeri. Se leggiamo il testo nel quadro delle dinamiche vitali che lo hanno preceduto e accompagnato, emergono chiaramente resistenze e non-detti, ma anche la forza di una conversione sinodale già in atto e che non può essere arrestata.

            Il Sinodo dei vescovi sulla regione panamazzonica è giunto a una tappa importante: la “conclusione” con un documento finale approvato con larga anche se diversificata maggioranza (qui una sintesi in italiano).

www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2019-10/sintesi-documento-sinodo-chiesa-alleata-amazzonia.html

Vi risuona la forza di una Chiesa che prende parola per la terra e per i poveri, contro ogni ingiustizia, “con” le popolazioni indie e afrodiscendenti non “per” loro. Molto più moderato l’aspetto ecclesiale e ministeriale, sulla ordinazione di uomini sposati al presbiterato e sui diversi ruoli di leadership delle donne, ordinate o meno. Per questo è importante tenere presente l’intero percorso, prima e durante l’assemblea sinodale. E sapere che è solo una tappa, verso altro.

Il rischio dell’estrattivismo ecclesiale. Aver pensato di usare il Sinodo dell’Amazzonia – come spesso si è chiamato in termini abbreviati –per risolvere problemi ministeriali e alleggerire zavorre della Chiesa cattolica tutta è stato un atteggiamento in primo luogo ingenuo e – mi rendo conto meglio adesso, a percorso parzialmente concluso – ingiusto. In fondo, una sorta di estrattivismo ecclesiale e teologico, uno sfruttamento cioè del coraggio e delle difficoltà di quelle chiese per poter discutere quello che la vecchia Europa sembra voler lasciare al disagio comune ma inespresso o a piccoli gruppi che possono essere considerati velleitari (come noi teologhe o varie associazioni di donne cattoliche).

            Intanto sarebbe un porre le questioni tipicamente legate alla gestione delle comunità al primo posto, ignorando che specie in Amazzonia donne e uomini delle Chiese vivono nella carne nel cuore nella mente l’urgenza posta dal grido della terra, dallo sfruttamento delle foreste, dal disastro dell’ecosistema, che in Europa è ancora istanza prevalentemente intellettuale ed elitaria, anche se in progressivo miglioramento (si vedano ad esempio le comunità e l’associazione Laudato si’).

Sinodalità, leadership e ministeri. Non si può dunque tralasciare tutto questo e leggere il Sinodo solo a partire dagli ultimi numeri, legati alla conversione ecclesiale (Capitolo V: Conversione sinodale). È comprensibile tuttavia che sia alto l’interesse per i paragrafi dedicati alla conduzione delle comunità, alla leadership e in generale alla teologia e alla disciplina dei ministeri ordinati, per gli uomini e le donne.

            È precisamente a questo punto tuttavia che si impongono alcune precisazioni, già anticipate all’inizio: il cammino sinodale in generale e questo in specie è molto, ma molto, di più della assemblea dei vescovi in senso stretto e del documento finale che ne è uscito. C’è stato un lavoro di scambi e consultazioni capillari e attente, confluito anche, non solo, nella Rete ecclesiale panamazzonica (REPAM) e poi nei dibattiti dei nei circoli minori. C’è stata cioè una sinodalità in atto, di uomini e donne, teologhe e teologi oltre i vescovi, che già è quel liderazgo, quella leadership a disposizione di tutti che già esiste e che il documento finale chiede venga riconosciuta.

            Per questo giustamente la stampa diffonde anche tanti interventi di donne, laiche e religiose, ma non è proprio il momento di dividersi su questi aspetti, che sono parte importante di questo Sinodo, di ciò che è stato e di ciò che ancora sarà. Per ciò che riguarda le donne, ad esempio, l’affermazione netta che esse rappresentano l’80% di chi opera la pastorale non può essere disattesa, semplicemente: ne risponderemo alla storia.

Certo questo aspetto coinvolge la struttura stessa del Sinodo, che è formalmente dei vescovi e che non c’è dubbio chieda una riflessione, spesso presentata nella forma civile della richiesta di voto per le superiore generali. La questione può essere affrontata da punti di vista diversificati, ovviamente, ma l’anomalia che segnala non deve essere semplicemente archiviata.

Non fermiamoci alla lettera del documento finale.

http://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2019/10/26/0820/01706.html

http://ilsismografo.blogspot.com/2019/10/vaticano-sinodo-amazonico-documento.html

Per tutti questi motivi ritengo che non si debba individuare la conversione sinodale solo nella lettera del documento, in ciò che c’è scritto, ma occorra leggerla attraverso di esso. Leggere solo nel documento infatti lascerebbe l’impressione di una cosa limitata: tante giustificazioni e lodi al celibato ecclesiastico del (solo, mi permetto di sottolineare) clero cattolico latino, da dove nascono? Perché ordinare uomini sposati – secondo l’antica e veneranda tradizione della Chiesa indivisa e secondo la prassi delle altre Chiese – dovrebbe chiedere tante precauzioni? Non è un matrimonio obbligatorio: perché dovrebbe porre in discussione il libero carisma del celibato?! O abbiamo paura di eliminare le gerarchie spirituali, una sorta di concorso a punti tra stati di vita?

            Nello stesso modo, la richiesta di forme non ordinate di leadership delle donne, letta in Europa può sembrare riduttiva, analogamente alla richiesta di “ammettere” le donne ai ministeri istituiti di lettorato e accolitato, che di fatto svolgono ovunque, e che sembra un “minimo sindacale”. Evidentemente tuttavia (visti anche i voti ricevuti dai singoli passaggi) le resistenze sono alte e di altro tipo, come si è più volte detto: è riduttivo pensarle unicamente sul piano del diritto canonico.

            In questo quadro si colloca anche la sensatissima richiesta di avere accesso ai documenti della Commissione che ha già lavorato sull’ordinazione diaconale delle donne (n. 103). Prima di farne un’altra, discutiamo pubblicamente di quella, magari. In tutti questi casi e per tutti questi aspetti, appunto, l’importante documento che è stato approvato, è un’area di sosta, una transizione importante, che ha alle spalle molto cammino e al suo interno molte voci plurali, che non finiscono certo adesso.

            Con gratitudine per chi ha percorso intanto questa via, proseguiamola con dedizione e speranza, per la Chiesa e la terra.

Cristina Simonelli, Cristina Simonelli.

[•1956 Firenze. Laica, dal 2013 la Presidente del Coordinamento delle Teologhe Italiane].

                        Il Regno          4 novembre 2019

www.ilregno.it/blog/sinodo-per-lamazzonia-ben-piu-di-un-documento-cristina-simonelli

 

Il Sinodo per l’Amazzonia, alcune cose da chiarire.

Ci vorrebbe lo stesso Spirito del “Sinodo” di Gerusalemme (At 15), per essere davvero una Chiesa che “cammina insieme” alle donne e agli uomini del nostro tempo. Portare il Cristo a tutti, nel rispetto del vecchio e del nuovo, nel rispetto di culture molto diverse tra loro, nella coscienza però che in Cristo non ci sono più “circoncisioni” da imporre a nessuno.

Quante donne e uomini di grande fede, quanti missionari laici e suore, quante coppie cristiane, quanti giovani si dedicano a una vera evangelizzazione, curano malattie del corpo e dello spirito, lottano contro la povertà e i diritti dei poveri vivendo da poveri. Quanti seri professionisti, medici, operatori sanitari vari, ingegneri, professori e maestri, operai, giovani, cristiani veri, adulti, testimoni di un cristianesimo incarnato nella storia. Ma non possono celebrare l’eucaristia, non possono amministrare sacramenti, non possono essere gli “episcopi” o i “presbiteri” di una comunità, come era Timòteo.

Per la “Chiesa latina” mancano di un “dono” fondamentale, non sono maschi celibi, e non importa se lo Spirito Santo li ha forniti di mille altri doni. Essere “eunuchi per il Regno dei cieli” è sicuramente un dono, e così io continuo a viverlo, non è però un “idolo” da adorare, ed è per me una sofferenza vedere una Chiesa tutta ripiegata su un “servizio”, un “ordine” che purtroppo inevitabilmente crea una casta, un clericalismo inguaribile, una Chiesa di eletti nella Chiesa di tutti.

Per Gesù gli “eunuchi per il Regno dei cieli” escono dallo schema della natura e dagli schemi degli uomini. Quindi non sono propriamente i celibi creati dalla Chiesa, eletti e legittimati da uomini ecclesiastici, spesso purtroppo in seminari di soli maschi, maschilisti, sessuofobici, demonizzatori delle donne. “Eunuchi per il Regno dei cieli” vale a dire uomini e donne di Dio liberi della libertà del Cristo, amanti delle vette alte e pericolose, amanti di “sport estremi”, necessariamente pochissimi e pericolosi “da non imitare”, e tanto meno da “idolatrare”.

Questo è un vero dono di Dio, irrinunciabile, da accogliere con gioia. Pertanto una Chiesa che sceglie e privilegia solo i celibi, creati da lei, come amministratori dei sacramenti è una Chiesa piccola, limitata, dall’orizzonte ristretto. Una Chiesa, invece, che riconosce anche la ricchezza dei doni degli sposati, degli uomini e delle donne, capaci di amministrare sacramenti ed evangelizzare, è una Chiesa in pienezza, una Chiesa vera.

E’ pura stoltezza pensare una contrapposizione tra celibi e “viri probati” o “mulieres probatæ”. Sono doni diversi, a tutti i livelli dei ministeri, per il bene dell’unica Chiesa. Se oggi diminuiscono i preti celibi ciò non significa nulla per il carisma degli “eunuchi per il Regno dei cieli”, resta un dono di Dio e non tutti possono comprenderlo. E’ un dono di Dio che non si lascia però imprigionare nelle nostre leggi.

E se oggi siamo umiliati da scandali atroci soprattutto per i crimini contro i minori e contro le donne, da parte di celibi “doc”, senza dimenticare quanto sia grave mettere al mondo figli illegittimi di cui non ci si prende cura, convivere o nascondere nell’armadio l’amante gay, sperperare ingenti capitali con escort o in altre depravazioni, certamente tutto questo comporta un ripensamento radicale del dono del celibato.

Però sia chiaro che i depravati restano depravati e sono la negazione del dono del celibato. Ma la questione dei “viri probati” è altra cosa, è una realtà ecclesiale che sempre più si impone come urgenza per il servizio alle comunità cristiane, e ha una sua dignità e identità ecclesiologica precisa. E’ valore in sé, non è in alternativa o contro nessuno. Vivere nel dono del sacramento del matrimonio con gioia ed autenticità, condividendo nella realtà sacra della famiglia gioie e dolori quotidiani, essere testimoni dei valori cristiani dell’amore e della solidarietà nella società, nel lavoro, nelle relazioni umane, nell’impegno educativo in diverse realtà ecclesiali, rende questi uomini e queste donne idonei ad assumere nella Chiesa del Cristo Risorto incarichi di grande responsabilità, compresi l’evangelizzazione e l’amministrazione dei sacramenti, vista anche e soprattutto la formazione teologica di molti uomini e donne, superiore a quella di tanti preti italiani e stranieri, che oggi girano a vuoto nelle nostre parrocchie.

E se poi in molte realtà ecclesiali in Sudamerica o in Africa, l’assenza di preti celibi è ormai un dato di realtà da molti anni, è ottusità pastorale non valorizzare uomini e donne che testimoniano una fede autentica sino al martirio. Questi uomini e queste donne evangelizzano già, con la vita e la carità prima ancora che con le parole. Questi uomini e queste donne hanno letto e assimilato il Vangelo meglio di tanti biblisti e teologi, e sicuramente meglio di quei preti che partiti missionari celibi sono ritornati sposati. Questi uomini e queste donne stanno chiedendo da anni di riconoscere la loro testimonianza cristiana coraggiosa e autentica, e quindi di concedere loro non solo il permesso di fare catechesi, direzione spirituale, amministrare il battesimo, ma pure la possibilità di celebrare l’eucaristia e ricevere la pienezza dell’ordine sacro.

In passato la Chiesa latina per esigenze più socio-politiche {e di lasciti ereditari} che religiose ha privilegiato la scelta dei celibi per l’ordine sacro, oggi ben altre esigenze pastorali e teologiche obbligano anche la Chiesa latina a rivolgere la sua attenzione a uomini sposati di grande spessore umano e cristiano, uomini di fede solida e autentica. Uomini che arrivano dalle periferie del mondo, dalla povertà di milioni di esseri umani sfruttati, sottomessi da regimi disumani nel silenzio e nella complicità dei potenti del mondo, i signori della guerra e soprattutto i devastatori del pianeta intero. E grazie al cielo oggi anche il papa stesso non appartiene alle grandi casate nobiliari, né spagnole, né fiorentine, né savonesi.

Francesco sa benissimo che questi uomini e queste donne che vivono nella precarietà della loro vita non hanno intenzione di cedere, di arrendersi o di accasarsi nelle nostre diocesi e parrocchie borghesi e benestanti, come purtroppo fanno tanti preti celibi provenienti da paesi poveri che s’incardinano nelle ricche Chiese europee e non fanno più ritorno a casa, rinunciando a lottare contro miseria e povertà.

Così soprattutto in Italia pensiamo di resistere ancora parecchi anni ben forniti di preti celibi, e nei paesi poveri, in territori sterminati, imponiamo che si accontentino di eroiche suore, mamme e papà catechisti, di profeti come Amos che gridano inascoltati contro i rapaci e insaziabili sfruttatori di uomini e natura. C’è un dato di una chiarezza eclatante: negli anni Novanta i sacerdoti “fidei donum” inviati in missione erano 1.300, oggi sono 400. In compenso i preti provenienti dai paesi poveri sono oggi in Italia più di 1.500, dati del 2018 (p. Giulio Albanese su Avvenire).

Crescono i laici ed è un segno di grande interesse teologico e pastorale, poiché sono persone di grandi motivazioni ideali e di valide professionalità utili a coloro che vivono testimoniando la propria fede in paesi sfruttati ed emarginati dove proseguono le stragi contro gli indigeni anche a opera delle stesse forze di polizia, come vediamo in questi giorni nell’Amazzonia brasiliana. Francesco conosce molto bene queste realtà e sa benissimo che qui si gioca il destino del cristianesimo, e non teme di sicuro l’ottusità di vescovi e teologi ben radicati nel loro clericalismo e nelle loro sicurezze “occidentali”.

Francesco ha capito da molto tempo che lo Spirito del Cristo “soffia” oggi nelle periferie del mondo in mezzo ai poveri e chiede alla sua Chiesa il coraggio di grandi scelte a favore degli ultimi, dei perseguitati, degli umiliati della terra. Vuole una Chiesa “ospedale da campo”. E’ questo il contesto dove si impone la scelta di uomini e donne di grande fede, per dare forza e identità alle comunità cristiane, riunite intorno al Corpo e Sangue del Cristo, fonte e culmine della vita cristiana. E questa centralità eucaristica non può essere negata a causa dei disturbi gastrici di “colonizzatori” europei, o di dementi che gettano nel Tevere le statue provenienti da un “altro mondo” amato da Dio tanto quanto il nostro.

Don Giovanni Lupino             Savona, 30 ottobre 2019

www.ilregno.it/blog/sinodo-per-lamazzonia-ben-piu-di-un-documento-cristina-simonelli

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UNIONE CONSULTORI ITALIANI PREMATRIMONIALE E MATRIMONIALI

Report Congresso “Child Abuse, prevenzione e cura delle relazioni familiari”

L’UCIPEM (Unione Consultori Italiani Prematrimoniali e Matrimoniali), una delle due aggregazioni dei consultori familiari di ispirazione cattolica, ha tenuto a Termoli dall’1 al 3 novembre 2019 il proprio XXVI Congresso nazionale, celebrativo dei 40 anni di attività, dal titolo “Child Abuse, prevenzione e cura delle relazioni familiari”.

L’UCIPEM comprende sia consultori che operano interamente su base volontaria sia altri che hanno in essere convenzioni con gli enti pubblici: impegnati ambedue a mantenere un alto livello di professionalità, arrivando anche in alcune regioni a coprire il fabbisogno di servizi consultoriali fino a un terzo. Punto qualificante, oltre all’alta motivazione anche ideale degli operatori, è la multidisciplinarietà dell’equipe che mira a coordinare in modo paritetico e integrato gli interventi necessari, quasi sempre molteplici, necessari alla persona e alla famiglia.

            Le tre giornate di lavoro hanno avuto momenti di notevole interesse per gli argomenti trattati. Il Cismai è stato presente  ai lavori, attraverso una relazione del dr Luigi Raciti  (psicologo e psicoterapeuta), consigliere nazionale, cui è stato chiesto di illustrare in generale in che modo il nostro Coordinamento lavora al contrasto del maltrattamento, e attraverso una relazione della dottoressa Marinella Malacrea dal titolo “Curare i bambini abusati” che ha ripercorso sinteticamente i punti chiave sul tema, dalla definizione, ai numeri, ai contributi delle neuroscienze, al funzionamento psicologico, agli interventi di diagnosi e di cura.

Forte è stato il messaggio di interesse alla comprensione psicologica e alla cura delle vittime di abuso sessuale e anche dei loro aggressori: varie relazioni hanno affrontato il tema a partire da diverse ‘teorie della mente’ e da diversi aspetti della cura, dando la chiara impressione di una consistente esperienza clinica e della consapevolezza della grande complessità di questi soggetti. Oltre ai vari relatori italiani, nell’ultima giornata ha relazionato anche una nota ricercatrice inglese, Christiane Sanderson.

Specificamente interessante è stata la presentazione delle Linee guida della Conferenza Episcopale Italiana sulla tutela dei minori e delle persone vulnerabili vittime di abusi sessuali in ambito ecclesiastico, documento pubblicato il 27 giugno 2019.

www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2019-06/abusi-tutela-minori-linee-guida-cei-vescovi-italia.html.

Questa iniziativa pare segnare una rivoluzione nel modo in cui la Chiesa risponde alla questione dei preti pedofili.  Molto sottolineato è stato il cambiamento di prospettiva, da comportamenti adultocentrici, e mirati alla salvaguardia della istituzione, a comportamenti che mettano al centro il bambino vittima, secondo gli insegnamenti evangelici. La gamma di interventi da inventare e mettere in atto abbraccia tutto l’arco che va dalla sensibilizzazione e formazione, alla prevenzione, al favorire l’emergere delle situazioni critiche, alla riparazione, alla cura: non dimenticando gli abusanti. Un compito certamente gravoso, attualmente in fase iniziale, per cui la Chiesa si attende il contributo attento dei consultori familiari di ispirazione cattolica.

A tratti emozionante l’intervento di monsignor Lorenzo Ghizzoni, nominato Presidente del servizio nazionale per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili nella chiesa, della CEI. Si sente anche forte la volontà di papa Francesco di chiudere per sempre con la posizione omertosa con cui in passato venivano affrontati questi casi. I vescovi italiani sono tenuti moralmente a sostenere e incoraggiare le vittime e i familiari nella denuncia anche alle autorità civili di questi reati, e a mettere a disposizione testimonianze e atti del parallelo processo canonico; il termine di prescrizione del reato passa a 30 anni, che si prolunga in caso di vittime minorenni, aggiungendo ai 30 gli anni che mancano al compimento della maggiore età.

            Durante questo Congresso si percepiva una grande attenzione verso i nostri temi e le posizioni scientifiche rispetto al maltrattamento, specialmente focalizzato sull’abuso sessuale: ciò non solo negli interventi dei partecipanti operatori dei servizi e delle altre articolazioni associative di base, ma soprattutto nelle autorità religiose, apparse molto ben sintonizzate con le posizioni in questo momento espresse dal Papa.

            Sono stati preannunciati gli Atti del Congresso, in cui verranno raccolte le varie presentazioni: sarà interessante acquisirli e diffonderli

Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento e l’Abuso all’Infanzia

CISMAI                      8 novembre 2019

https://cismai.it/report-congresso-child-abuse-prevenzione-e-cura-delle-relazioni-familiari

 

Abusi sessuali. Quanti falsi miti rallentano la lotta anche nella Chiesa.

Anche se molto è stato fatto per favorire una più diffusa consapevolezza riguardo al tema degli abusi sessuali sui minori e gli adulti fragili, la conoscenza e le opinioni relative al fenomeno sono molto variegate e spesso non sono che il riflesso di specifici atteggiamenti culturali. Ciò comporta la possibile creazione di miti su questo tema, i quali possono essere pericolosi per la protezione dei minori. Individuarli e sostituire le false credenze con i dati di fatto è, perciò, un lavoro utile e non conosce soste. Ad esso si dedica con grande impegno Christiane Sanderson, terapeuta che con la sua azione cerca di ridurre la replicazione delle dinamiche di potere, controllo e vergogna che risultano spesso assiomatiche nei casi di abusi e trauma complesso. E che ha portato la sua esperienza al XXVI Congresso Nazionale dell’Ucipem, Unione Consultori Italiani Prematrimoniali e Matrimoniali, che si è tenuto a Termoli in collaborazione con il consultorio familiareAnatolè” di Frosinone e il Centro di aiuto alla famiglia “Amoris Lætitia” di Termoli, sul tema Child Abuse: prevenzione e cura delle relazioni familiari – ruolo e potenzialità del Consultorio familiare”.

All’incontro, che ha avuto il patrocinio del Servizio Nazionale per la Tutela dei Minori della Conferenza Episcopale Italiana, della Diocesi di Termoli-Larino, della Diocesi di Frosinone-Veroli-Ferentino, il Centre for Child Protection della Pontificia Università Gregoriana, il Cismai (Coordinamento Italiano dei Servizi contro il maltrattamento e l’abuso all’infanzia), il Forum delle Associazioni Familiari e l’A.I.C.C.E.F (Associazione Italiana Consulenti coniugali e familiari), hanno portato la loro esperienza tre vescovi: monsignor Lorenzo Ghizzoni, referente nazionale su questo tema, monsignor Emidio Cipollone, vescovo di Lanciano, che ha raccontato “L’attenzione di Papa Francesco e della Chiesa alla tematica dell’abuso: linee guida e Motu ProprioVos estis Lux Mundi, e monsignor Gianfranco De Luca, vescovo di Termoli-Larino, che ha ospitato l’importante appuntamento promosso nella sua città molisana. Tra i relatori anche il professore dell’Università di Cassino, don Ermanno D’Onofrio, presidente del consultorio familiare “Anatolè” di Frosinone.

            Proprio quest’ultimo ha dialogato con la professoressa Sanderson elencando molti di questi miti e false credenze che rendono più ardua la lotta agli abusi. Per migliorare la protezione dei minori è infatti necessario modificare queste opinioni, al fine di rendere la società più sana e, quindi, serena.

  1. Un primo mito da sfatare riguarda il fatto che l’abuso sessuale dei minori non è così comune come pensa la gente. In realtà questo fenomeno è più diffuso di quanto non si pensi. Una ragazza su quattro e un ragazzo su sei subisce la violenza sessuale. Molti studiosi ritengono che queste cifre siano solo la cima dell’iceberg e che molti casi rimangano non svelati.
  2. Secondo mito: le ragazze sono più a rischio di abuso dei ragazzi. Questo dato in realtà potrebbe non essere che la cima di un iceberg, poiché per i ragazzi è più doloroso e difficile svelare di aver subito un abuso a causa di una maggiore stigmatizzazione del fenomeno.
  3. Ancora, non è vero che l’abuso sessuale dei minori si verifica solo in alcune culture/classe/comunità. L’abuso sessuale dei minori si verifica in ogni cultura, classe e comunità. Purtroppo in alcune culture questo fenomeno viene ignorato o negato e purtroppo nei fatti non si presta abbastanza attenzione alla protezione dei bambini.
  4. Si pensa anche, ma è un alibi, che per un abusatore è più facile trovare vittime all’interno di famiglie disfunzionali. L’abuso sessuale invece può colpire bambini cresciuti in ogni famiglia, perché ad abusare non è la famiglia ma l’individuo. Le ricerche mostrano che l’abuso sessuale può aver luogo in ogni tipo di famiglia. Gli abusatori sono abili manipolatori e sono capaci di tradire la fiducia di ogni tipo di famiglia.
  5. Tutti i bambini in effetti sono a rischio di abuso sessuale. Il bersaglio degli abusatori sono tutti i tipi di bambini, senza distinzione di classe, razza, età e colore. Non esiste una sicurezza al 100%.
  6. Mentre la maggioranza degli abusatori si presenta gentile e affidabile. Con tale maschera è più facile ottenere, infatti, la fiducia di genitori e bambini.
  7. E non è vero che tutti gli abusatori sono stati abusati durante la loro infanzia. Le ricerche attuali (Cathy Spatz Widom, Cristina Massey 2014) concludono che i bambini esposti ad abuso fisico e negligenza sono più predisposti, da adulti, a commettere crimini sessuali. Su otto bambini che hanno subito un abuso sessuale, solo uno, in futuro, diventa abusatore durante la sua adolescenza. (Walter et altri, 2003).
  8. I pedofili adulti possono dichiarare di aver subito abusi durante l’infanzia per giustificare o razionalizzare le loro simpatie illecite. La maggioranza degli uomini e delle donne che hanno subito violenza sessuale non diventa abusatore.

Ai lavori di Termoli sono intervenuti anche altri relatori illustri e di fama internazionale. Il Congresso si è aperto con la relazione di don Ermanno sulla presa in carico degli adulti sopravvissuti ad abusi sessuali infantili nel corso della quale il terapeuta ha anche presentato i dati di una ricerca da lui condotta sul delicato tema mentre la storia testimonianza di un caso ha commosso tutta la platea ed ha rappresentato una esperienza formativa unica aiutando i convegnisti a comprendere il dramma di una simile esperienza ma anche a conoscere le opportunità di superamento del problema che, ad esempio, un Consultorio Familiare può offrire a colui che è sopravvissuto ad un abuso sessuale subito quando era un bambino.

www.farodiroma.it/abusi-sessuali-quanti-falsi-miti-rallentano-la-lotta-anche-nella-chiesa-tre-vescovi-hanno-raccontato-la-loro-esperienza-al-congresso-dellucipem-a-confronto-con-i-terapisti-sanderson-e-do

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