NewsUCIPEM n. 741 – 17 febbraio 2019

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02 ABBANDONO DI MINORE                     In che modo il giudice di merito deve valutarne lo stato?

04 ABUSI                                                            Incontro in Vaticano.

05                                                                          Semeraro: pedofilia, serve un cambiamento di mentalità.

06 ACCORDI SEPARAZIONE                        Tribunale di Mantova Sezione Famiglia Decalogo.

07 ADOZIONE INTERNAZIONALE              I bambini possono aspettare.

09 ASSEGNO MANTENIMENTO FIGLI     Al figlio maggiorenne anche se non frequenta il padre.

09 MOVIMENTI                                                              AICCeF Giornata Studio: Le relazioni al tempo dei social.

10 CENTRO INTERN. STUDI FAMIGLIA   Newsletter CISF – n. 6, 13 febbraio 2019.

12 CENTRO ITALIANO SESSUOLOGIA     Corso Formazione per Insegnanti scuola primaria e secondaria.

12 CHIESA CATTOLICA                                  Ragioni storiche\canonistiche d’una Chiesa non ancora sinodale.

18                                                                          Chiesa e abusi: alla nostra fiducia tradita chi ci pensa?

19                                                                          Editoriale di Donne Chiesa Mondo – Osservatore romano.

19 CONFERENZA EPISCOPALE Italiana   Nominati i membri del Servizio tutela minori.

20 CONGEDO PADRI                                      INPS: Congedi papà – proroga e ampliamento per il 2019.

2O COPPIA E FAMIGLIA                                              Mediazione Familiare in carcere.

21                                                                          Legami interrotti: mediazione strumento per nuova comunicazione

27CONSULTORI FAMILIARI UCIPEM     Cremona. Un ciclo di incontri per neogenitori e progetti Scuole

27 DALLA NAVATA                                         6° Domenica del Tempo ordinario – Anno C – 17 febbraio 2019.

28                                                                         «Beati voi» Ma il nostro pensiero dubita.

28 DIVORZIO                                                    Quando la ex moglie può conservare il cognome del marito.

29 EDUCAZIONE ALLA SESSUALITÀ         San Valentino. Lezioni d’amore tra cuori e corpi. Educare si può.

30 FORUM ASSOCIAZIONI FAMILIARI    Cyberbullismo: dal fenomeno alle strategie di contrasto.

30                                                                          Riflessioni sul reddito di maternità.

30 LAUREA                                                        Ora le lauree vaticane sono valide anche in Italia.

31 MIGRANTI                                                   L’accoglienza (quella buona).

32                                                                          I Corridoi umanitari la risposta ma da soli non bastano.

33 MINORI                                                        La Cassazione si pronuncia sull’ascolto del minore.

33 MORALIA                                                     San Valentino e l’amore digitale.

34                                                                          Clero e abusi: colpe e rimedi della teologia morale.

36 OMOFILIA                                                    La sessualità e l’omosessualità nel racconto della Bibbia.

37 OMOFOBIA                                                 Leggi contro l’omofobia, la deriva delle Regioni.

38 PARLAMENTO                                            Senato – Commissione Giustizia–Affido dei minori.

38 PSICOLOGIA DI COPPIA                          7 italiani su 10 hanno paura di restare soli.

39 TRIBUNALI ECCLESIASTICI                     Relazione attività 2018.

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ABBANDONO DI MINORE

                    In che modo il giudice di merito deve valutare lo stato di abbandono del minore?

            In tema di adozione di minori d’età, sussiste la situazione d’abbandono, non solo nei casi di rifiuto intenzionale dell’adempimento dei doveri genitoriali, ma anche qualora la situazione familiare sia tale da compromettere in modo grave e irreversibile un armonico sviluppo psico-fisico del bambino, considerato in concreto, ossia in relazione al suo vissuto, alle sue caratteristiche fisiche e psicologiche, alla sua età, al suo grado di sviluppo e alle sue potenzialità; ne consegue l’irrilevanza della mera espressione di volontà dei genitori di accudire il minore in assenza di concreti riscontri.

Il giudice di merito deve prioritariamente verificare se possa essere utilmente fornito un intervento di sostegno diretto a rimuovere le rilevate situazioni di difficoltà o disagio familiare, e, solo ove risulti impossibile, quand’anche in base ad un criterio di grande probabilità, prevedere il recupero delle capacità genitoriali entro tempi compatibili con la necessità del minore, è legittimo e corretto l’accertamento dello stato di abbandono, quale premessa dell’adozione.

Inoltre, in tema di dichiarazione dello stato di adottabilità di un minore, ove i genitori siano considerati privi delle capacità genitoriali, un giudizio altrettanto negativo sugli stretti parenti, in rapporti significativi con il bambino, deve essere formulato attraverso la considerazione di dati oggettivi, osservazioni e disponibilità rilevate dai servizi sociali, che hanno avuto contatti con il bambino e monitorato anche il suo stretto ambito familiare, con una valutazione della personalità e della capacità educativa e direttiva del minore posseduta dai componenti di quello, se del caso anche per il tramite di un consulente tecnico esperto nella materia, in considerazione dei diritti personalissimi coinvolti dall’esito finale del giudizio e del principio secondo cui l’adozione ultra familiare deve considerarsi come approdo estremo.

Nozione di abbandono del minore. Presupposto fondamentale per l’adozione è che il minore sia stato dichiarato in stato di adottabilità ai sensi dell’art.7 della L. n. 184/ 4 maggio 1983. Sono dichiarati tali i minori di cui sia stata accertata la situazione di abbandono perché privi di assistenza morale e materiale da parte dei genitori o dei parenti tenuti a provvedervi, purché la mancata assistenza non sia dovuta a causa di forza maggiore di carattere temporaneo.

www.camera.it/_bicamerali/leg14/infanzia/leggi/legge184%20del%201983.htm

La nozione di abbandono costituisce una clausola generale che il giudice integra tenendo conto delle circostanze del caso concreto, in modo da realizzare in ciascuna fattispecie della vita il preminente interesse del minore (Cassazione 11 ottobre 2006, n. 21817). La dottrina sottolinea che l’adozione non ha intenti sanzionatori verso i genitori, le loro colpe sono del tutto irrilevanti, essa piuttosto si concentra sulla situazione oggettiva in cui il minore si trova, indipendentemente dalle cause che l’hanno provocata [Gilda. Ferrando, op. cit.]. Ciò che rileva è esclusivamente il pregiudizio che la situazione in cui si trova a vivere provoca al minore (Cassazione 18 febbraio 2005, n. 3389).

Va tuttavia osservato che il diritto del minore alla sua famiglia d’origine va sacrificato soltanto in presenza di una situazione che denota carenze significative e non semplicemente una semplice inadeguatezza dei genitori. A questo proposito, la dottrina osserva che l’adozione viene pronunciata solo in presenza di circostanze che denotino una situazione grave, non recuperabile, tale da pregiudicare in modo grave e non transeunte lo sviluppo psico-fisico del minore, tenuto conto dei tempi e dei meccanismi evolutivi della personalità minorile [G. Ferrando, op. cit.]. Negli altri casi è necessario optare per il ricorso a forme di sostegno della famiglia e dell’affidamento familiare.

Secondo la citata dottrina, il giudicante deve considerare l’interesse di ciascun minore in relazione al caso concreto che lo riguarda e non in base a meri principi astratti. Tra i casi più facili da risolvere si ritrovano quelli in cui il minore non è stato riconosciuto dai genitori o è stato completamente abbandonato, mentre più difficile è la soluzione di casi in cui tra minore e genitori biologici sussiste ancora una qualche forma di relazione: il giudice è chiamato a valutare che impatto abbia siffatta relazione sull’esperienza esistenziale del minore. Al fine di effettuare detta valutazione il giudicante può avvalersi di un consulente tecnico, del pari è preziosa la presenza nel Tribunale per i minorenni accanto ai giudici togati, di componenti laici esperti di discipline psicopedagogiche [G. Ferrando, op. cit.]. Tra le specifiche circostanze concrete che il collegio dovrà tener in conto si segnalano, l’appartenenza del minore e del suo nucleo familiare originario ad altre culture, considerato che la sempre maggiore multietnicità e differente provenienza culturale dei consociati nella società odierna, la tossicodipendenza, la situazione di disagio psichico dei genitori, l’induzione del minore al furto ovvero all’accattonaggio da parte dei genitori.

L’assistenza può essere prestata al figlio anche dai parenti “tenuti a provvedervi” ovvero quelli entro il quarto grado, i quali però devono aver stabilito un “rapporto significativo” con il minore.

L’abbandono può sussistere anche se il minore si trova in affidamento familiare o presso un istituto o quando i genitori l’hanno affidato a terzi, disinteressandosi successivamente di lui. L’abbandono può derivare tanto da una condotta omissiva, con il disinteresse, appunto, quanto da una condotta commissiva, come nel caso di maltrattamenti, percosse, ovvero induzione a comportamenti illeciti o immorali.

Si esclude l’abbandono del minore nei casi in cui siano presenti cause di forza maggiore di carattere temporaneo, come la mancanza di una abitazione o di un lavoro o una malattia curabile, e si può prevedere che il rapporto sia recuperabile, l’adozione non può essere pronunciata, mentre può essere disposto, quale misura di sostegno, l’affidamento familiare [G. Ferrando, op. cit.]. Qualora si trattasse di causa di forza maggiore di carattere definitivo, è possibile giustificare la condotta del genitore, che purtuttavia continua ad esercitare un danno irreparabile sul minore a causa della mancata assistenza. La citata dottrina porta quali esempi una malattia inguaribile, una condanna alla detenzione carceraria e così via. Siffatte circostanze non impediscono la dichiarazione dello stato di adottabilità.

Ai sensi dell’art. 7, comma 2, del D.Lgs. n. 184/1983 il minore il quale ha compiuto gli anni quattordici nel corso del procedimento, non può essere adottato se non presta personalmente il proprio consenso. Tale principio generale – ribadito dagli artt. 25 e 45 della stessa legge – imposto dalla Convenzione sui diritti del fanciullo di New York del 20 novembre 1989, ratificata in Italia con la L. n. 176/27 maggio 1991, è dettato dall’intento di attribuire rilievo alla personalità e volontà del minore in relazione a provvedimenti che, nel suo interesse, trovano la loro ragion d’essere così che, il minore che abbia compiuto gli anni quattordici, può legittimamente rifiutare, in modo vincolante, la dichiarazione di adozione e, tale rifiuto, proprio per la portata generale della norma in esame collocata all’interno del Capo I delle disposizioni generali sull’adozione, va tenuto in considerazione anche ai fini del procedimento per la dichiarazione dello stato di adottabilità (Trib. Palermo, sez. min., Sent. 28 maggio 2009).                www.camera.it/_bicamerali/infanzia/leggi/l176.htm

Ritenuto che, ai fini ed ai sensi della L. n. 184/1983, l’accertamento delle condizioni del minore va condotto non già con riferimento ad una figura astratta di minore, bensì con riguardo alle concrete, specifiche esigenze di un minore determinato, con la sua storia personale, il suo vissuto, i suoi ricordi, le sue caratteristiche psicofisiche, il suo stadio evolutivo ed i trattamenti terapeutici eventualmente occorrenti, è adottabile, perché in stato di abbandono, un minore in tenera età, gravato da notevolissimi handicap, tanto da essere dichiarato già invalido al 100%, nonché bisognevole di speciale cura e di costante, plurigiornaliera, assai impegnativa assistenza sanitaria e parasanitaria (anche specialistica) e negletto durante la ospedalizzazione nei primi periodi di sua vita, pur se i genitori, dopo avere smesso la consumazione di droga ed avere acquisito una apprezzabile, graduale (ma ancora non completa) autonomia lavorativa, economica ed alloggiativa, appaiono idonei all’allevamento, all’istruzione ed all’educazione degli altri tre figli, del tutto normali; essi non sono, però, idonei alla cura ed alla assistenza dovute al figlio gravissimamente handicappato, tanto che il giudice di primo grado, dopo avere revocato per tutti i germani la dichiarazione di adottabilità, ha, tuttavia, disposto la continuazione “sine die” del pregresso affido familiare per il minore handicappato, alla luce dei notevoli miglioramenti progressivi da lui conseguiti grazie alle cure ed all’assistenza (anche tecnica) amorevoli e costanti prodigategli dagli affidatari, cui il minore invalido è, peraltro, legatissimo, tanto da individuare in essi le vere figure genitoriali, pur essendo anche legato ai genitori di sangue ed ai fratelli. Stante la sussistenza di amichevoli e corretti rapporti tra la famiglia biologica e la famiglia affidataria, appare fin d’ora opportuno, salva in futuro la prova del contrario, disporre che il minore possa proseguire i contatti con i congiunti di sangue, che fanno ormai parte del suo incancellabile vissuto, nella presumibile, ragionevole certezza che tali contatti abbiano ad allargare la sfera affettiva del minore con benefiche refluenze anche sul piano terapeutico; è, infine, da auspicare che i rapporti con la famiglia di sangue abbiano a proseguire, per i motivi che precedono, anche nell’ipotesi che il minore venga ritualmente adottato (App. Roma, 28 maggio 1998).

La dichiarazione di adottabilità del minore, comportando il sacrificio della (del tutto primaria) esigenza di crescita in seno alla sua famiglia biologica, è consentita dalla legge non per il solo fatto che la vita in istituto o presso terzi possa presentarsi intrinsecamente più adatta al suo sviluppo fisico e psichico, ma perché (e solo quando) la vita offerta dai (o dal) genitore naturale sia talmente inadeguata da far considerare la rescissione del legame familiare come l’unico strumento adatto ad evitargli un più grave pregiudizio. (Nella specie, la madre di un minore, proposta opposizione avverso il decreto dichiarativo dello stato di adottabilità di quest’ultimo, aveva rappresentato al giudice di appello una “ritrovata e seria disponibilità a prendersi cura del figlio, frutto del mutamento della propria situazione psicologica che, al momento del primo giudizio, aveva indotto il Tribunale a sottrarglielo”, in ciò confortata dalla contestuale dichiarazione di disponibilità rilasciata dal suo attuale convivente. Il giudice di merito, con decisione confermata dalla S.C., rigettando l’opposizione, ebbe ad escludere la rilevanza di tali circostanze, che nulla avevano a che vedere con la condizione mentale e comportamentale della donna – definita, in sede di rigorosi accertamenti specialistici, “soggetto instabile, irresponsabile, dedito all’uso di sostanze alcoliche ed affetta da sindrome dissociativa” e con la sua condotta di iniziale abbandono nei confronti del minore, nonché di altre due figlie nei cui riguardi era stata già dichiarata decaduta dalla potestà genitoriale) (Cassazione, prima sezione, 29 aprile 1998, n. 4363).

Rassegna giurisprudenziale   Segue

Elena Falletti, In Pratica Famiglia, 11febbraio 2019

www.altalex.com/documents/news/2019/02/11/in-che-modo-il-giudice-di-merito-deve-valutare-lo-stato-di-abbandono-del-minore

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ABUSI

Incontro abusi in Vaticano

Padre Hans Zollner parla dell’Incontro sulla protezione dei minori nella Chiesa che si terrà in Vaticano dal 21 al 24 febbraio. Responsabilità dei vescovi, “accountability” [responsabilità incondizionata da verificare sul risultato] e trasparenza: questi i tre temi che verranno trattati dai presidenti delle Conferenze episcopali di tutto il mondo. Papa Francesco sarà presente, si interessa molto e segue da vicino tutta la preparazione. E riguardo all’ascolto delle vittime “ci tiene che questo avvenga a casa e non solo qui”

“Una tappa, seppure importante, che s’inserisce però in un lungo cammino”, che la Chiesa ha iniziato 35 anni fa in alcuni Paesi come Stati Uniti e Irlanda, è proseguita 9 anni fa in Germania e nell’Europa occidentale e continua oggi puntando a che “altri Paesi si aggiungano a questo percorso”. Padre Hans Zollner, guarda in prospettiva. È presidente del Centro per la protezione dei minori della Pontificia Università Gregoriana, membro della Pontificia Commissione per la tutela dei minori e del Comitato organizzativo dell’incontro “La protezione dei minori nella Chiesa”. L’incontro si terrà in Vaticano, dal 21 al 24 febbraio 2018, e il gesuita è stato invitato dalla Università Santa Croce di Roma per parlarne ai giornalisti. La partecipazione numerosa di testate e tv di tutto il mondo rende evidente che l’attesa è grande. D’altronde è la prima volta che si tiene un incontro a questo livello: nel 2012 per iniziativa di Benedetto XVI il Centro per la protezione dei minori della Gregoriana si fece promotore di un’iniziativa simile ma in quella occasione furono invitati i delegati delle Chiese locali e degli ordini religiosi per la protezione dei minori. Quello che invece si svolgerà in Vaticano sarà un incontro al quale parteciperanno tutti i vescovi presidenti delle Conferenze episcopali e i prefetti di tutte le Congregazioni della Santa Sede.

Il programma. Papa Francesco – ha assicurato padre Zollner – sarà presente a tutti i momenti dell’incontro. “Si interessa molto, è impegnato e segue da vicino tutta la preparazione”.

  1. Nella prima giornata si parlerà della responsabilità dei vescovi riguardo al loro ministero spirituale, giuridico e pastorale.
  2. Nella seconda giornata, si discuterà di “accountability”, cioè “a chi i vescovi e i superiori maggiori degli Ordini religiosi devono rendere conto”. “Attualmente – ha spiegato Zollner – un vescovo rende conto direttamente solo al Papa”. Si tratta, però, di un meccanismo che difficilmente può funzionare perché implica il fatto che il Papa dovrebbe visionare 5.100 vescovi e per farlo dovrebbe lavorare solo su questo. “Non è possibile”, taglia corto padre Zollner. “E quindi dobbiamo vedere quali strutture, quali procedure e quali metodi siano effettivi e siano applicabili all’interno della struttura della Chiesa cattolica e secondo gli attuali presupposti del diritto canonico”.
  3. Il terzo giorno si parlerà di “trasparenza” dentro la Chiesa, “rispetto alle procedure interne alla Chiesa; di fronte alle autorità civili e di fronte all’opinione pubblica e al popolo di Dio.

Insomma, per la prima volta si mette sul tavolo “la questione sistemica” e “tutto ciò che fa parte di un organismo così grande e variegato come è la Chiesa”.

Procedure e norme sono necessarie ma più difficile è cambiare la mentalità. “Dobbiamo essere chiari nelle procedure per quanto possibile ma questo non risolverà magicamente un problema che è radicato in una realtà molto più profondamente di quello che noi immaginiamo”. Padre Zollner è realista e punta sul nodo della questione che richiede soprattutto un cambio di mentalità. “Le riforme che Benedetto XVI ha introdotto nel 2001 e nel 2010 di per sé basterebbero per trattare tutti questi casi”. La questione – ha sottolineato il gesuita – è capire “come arrivare al cambiamento dell’atteggiamento e questo è molto più difficile che cambiare una legge”. Anche negli Stati Uniti si pensava che con l’introduzione di nuove norme “tutto fosse risolto e invece non è stato così”.

Mai dire, “da noi questo problema non esiste”. Un altro punto che sta molto a cuore a Papa Francesco è l’ascolto delle vittime da parte dei vescovi e “ci tiene che questo incontro avvenga a casa e non solo qui perché a volte sento dire ancora in alcune parti del mondo e lo sento dire non solo da gente della Chiesa: ‘Da noi questo problema non esiste’. Il che vuol dire che non se ne parla anche se in tutto il mondo questo fenomeno esiste e, purtroppo, continuerà ad esistere”.

“Non dobbiamo illuderci che questo male sparirà completamente”. “Sarebbe anche una illusione pericolosa”. “Quello che dobbiamo fare è impegnarci e fare in modo con tutte le nostre forze affinché non avvenga”.

Il dolore che lascia un abuso. Padre Zollner detta una condizione ed è sempre l’ascolto delle vittime. “Se si incontra veramente una vittima che sta seduta davanti a noi per un’ora o due o cinque e si ascolta il suo grido di aiuto, il pianto, le ferite che ha subito nella psiche, nel corpo, nel cuore e nella fede, non si può rimanere come prima. Se uno veramente ascolta, ne esce trasformato. Il punto è ascoltare veramente, aprire mente, orecchie e cuore”. “Questa era la condizione rivolta a tutti i partecipanti: incontrare le vittime affinché fossero ascoltate nelle loro lingue, nei loro contesti, capire fino in fondo cosa significa essere ferito profondamente”.

Rispondendo poi ad una domanda sulle ultime dichiarazioni di Papa Francesco relative agli abusi sulle donne e sulle consacrate e se anche questo tema figura nell’incontro in Vaticano, padre Zollner ha risposto che il focus dell’incontro è la protezione dei minori perché “i bambini sono i più indifesi, le vittime più vulnerabili che non hanno voce”. E “se a questo incontro – ha aggiunto – si arriverà ad una prospettiva sistemica e anche ad un cambiamento di atteggiamento, questo avrà ripercussioni certamente anche sulla violenza contro le donne e le donne consacrate”

M. Chiara Biagioni                 Agenzia SIR 12 febbraio 2019

https://agensir.it/chiesa/2019/02/12/incontro-abusi-in-vaticano-p-zollner-dobbiamo-essere-chiari-nelle-procedure-ma-questo-non-risolvera-magicamente-un-problema/

 

Semeraro: pedofilia, serve un cambiamento di mentalità

Serata movimentata ieri, 14 febbraio, al Tennis Club Parioli in occasione della presentazione dell’ultimo libro di Gianfranco Svidercoschi, scrittore, giornalista vaticanista ed ex vicedirettore dell’Osservatore Romano. “Chiesa, liberati dal male! Lo scandalo di un credente di fronte alla pedofilia” affronta un tema delicato e scabroso, alla vigilia dell’incontro convocato da Papa Francesco in Vaticano la prossima settimana con i rappresentanti delle Conferenze episcopali di tutto il mondo. E dunque c’era da attendersi una certa vivacità. Peccato che la platea si sia dimostrata ostile a prescindere, al punto che Angela Ambrogetti, direttrice editoriale di Aci Stampa, è stata più volte interrotta mentre tentava di esporre la sua posizione, tanto da sentirsi costretta ad abbandonare la sala. Atteggiamento che si è ripetuto al termine dell’incontro con una domanda, più accusatoria che provocatoria, alla quale il principale degli ospiti, il vescovo Marcello Semeraro, segretario del Consiglio dei cardinali, ha preferito non rispondere per non alimentare ulteriori polemiche.

Il vescovo di Albano nel suo intervento introduttivo aveva sottolineato che «lo scandalo della pedofilia nella Chiesa si inserisce in un fenomeno più grande che chiamerei abuso, ovvero un uso distorto della propria autorità». Secondo Semeraro, Svidercoschi individua due cause della pedofilia: il clericalismo e l’abuso di autorità. «In realtà sono la stessa cosa perché il primo non è altro che l’attuazione dell’abuso in un determinato contesto, indica uno “stile” in cui si fa leva sulla propria autorità». Concetti che tuttavia non riguardano solo la Chiesa ma si riscontrano «in altri ambiti della società, come la scuola o lo sport». Per questo occorre «un cambiamento di mentalità», come dimostra il ribaltamento della prospettiva dell’imminente vertice in Vaticano dove si parlerà di tutela: «La protezione dei minori – ha spiegato il vescovo citando un articolo di padre Federico Lombardi, moderatore del summit, che sarà pubblicato sul prossimo numero di Civiltà Cattolica – è una missione globale per una Chiesa in uscita».

Dal canto suo Angela Ambrogetti ha cercato di inquadrare un fenomeno che nella maggior parte dei casi risale a diversi decenni fa. «Questa non è una giustificazione, anche un solo episodio sarebbe troppo – ha sottolineato -, però oggi i casi sono infinitamente di meno e questo qualcosa vuol dire». Due gli aspetti messi in evidenza da Ambrogetti: da una parte la necessità di recuperare la spiritualità da parte dei sacerdoti – «Serve più Vangelo, bisogna riportare Cristo al centro della vita del prete» -; dall’altra il ruolo della famiglia. «Fa più notizia parlare degli abusi del clero piuttosto che di quelli di un patrigno o di un convivente – ha affermato la Ambrogetti – perché ormai l’idea di famiglia allargata è “normale”. Del resto, i sacerdoti non vengono da Marte ma dalle famiglie: bisogna smettere di pensare alla Chiesa come qualcosa di “altro”, di diverso da noi. La prima sfida è proprio quella educativa».

Affermazioni in qualche modo in linea, pur con sfumature differenti, con quelle di monsignor Nicola Filippi, parroco di San Roberto Bellarmino ed ex segretario particolare prima del cardinale Ruini e poi del cardinale Vallini: «Occorre recuperare l’insieme della Chiesa come popolo di Dio, superare il dualismo laici-sacerdoti. Serve un cambio di mentalità e di prospettiva. È fondamentale far crescere la maturità umana dei sacerdoti, fatta anche di affetti, di interessi diversi che li aiutino a non chiudersi in sé. Un’umanità pienamente vissuta permette di avere relazioni sane». E sulla formazione è tornato anche monsignor Semeraro, sottolineando la necessità di passare da un semplice «insegnamento a un accompagnamento».

Dal canto suo, Svidercoschi ha sottolineato che la stragrande maggioranza dei casi di pedofilia riguarda ambienti diversi dalla Chiesa, che però «deve essere di esempio». E da credente, ha messo in risalto due aspetti: il primo è che «per il fatto che questo fenomeno dura da secoli non basta stilare protocolli ma bisogna tornare all’origine, abbandonare il clericalismo e cambiare la formazione, anche sulla sessualità». Il secondo è che «se Dio ha permesso una crisi così profonda, forse vuole uno scatto, che la Chiesa ritrovi il carisma della santità, che i sacerdoti sappiano parlare di Cristo: una Chiesa purificata e umile – ha concluso – può far cambiare la società».

Andrea Acali                           Romasette     15 febbraio 2019

www.romasette.it/semeraro-pedofilia-serve-un-cambiamento-di-mentalita/

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ACCORDI SEPARAZIONE

Tribunale di Mantova Sezione Famiglia Decalogo

I Magistrati della sezione famiglia del Tribunale di Mantova hanno comunicato agli avvocati del relativo Foro un fac simile che reca le conclusioni congiunte da redigersi negli affari di diritto di famiglia. Una sorta di decalogo (composto appunto da dieci punti) che orienterà le coppie nella delicatissima fase in cui si decidono le sorti dei minori a seguito della separazione personale.

Tra le clausole, vengono contemplate le spese (da compensare), il compito dei Servizi di Tutela Minori (teso a favorire la bigenitorialità), le modalità ed il calendario di collocamento del minore, come pure l’autorizzazione preventiva al rilascio dei documenti dei bambini. Si rileva, tuttavia, che il tema affrontato che risulta maggiormente d’interesse è quello numerato 4), dove si introduce il divieto, per entrambi i genitori, di pubblicare immagini dei figli minori sui social nonché di rimuovere immediatamente quelle in precedenza postate.

La clausola riveste un’importanza fondamentale nell’ambito della tutela della privacy dei più piccoli, così proteggendoli dalle insidie della rete internet.

Il provvedimento si pone in linea con numerosi precedenti giudiziari che hanno sentenziato l’inibitoria, per l’uno o l’altro genitore, di pubblicare sulle piattaforme sociali, foto e video di figli minori di età, così difendendo la riservatezza di coloro che non hanno ancora accesso alle reti virtuali.

Il fac simile predisposto e diffuso dai magistrati di Mantova rappresenta, indubbiamente, un esempio virtuoso di giustizia che si prende cura dei più deboli, e che sembra destinato a far da pilota in altre corti.

Il facsimile diffuso dal Tribunale di Mantova

1)      Affidarsi i figli minori in via congiunta ad entrambi i genitori con residenza di essi presso la madre/il padre, precisandosi che, limitatamente alle questioni di ordinaria amministrazione, ciascun genitore eserciterà la responsabilità separatamente; 

2)      Assegnarsi la casa già adibita a residenza familiare sita in … via…, con i mobili che la corredano, a …;

3)      Disporsi che il padre/la madre possa vedere e tenere con sé i figli secondo le seguenti modalità:

a) due pomeriggi alla settimana, da concordare con la madre/il padre, dall’uscita dalla scuola sino alle ore 20,00 e individuati, in caso di disaccordo nel martedì e nel giovedì;

b) un fine settimana ogni 15 giorni da venerdì, dall’uscita da scuola, sino alle ore 20,00 della domenica;

c) sette giorni durante le vacanze natalizie e tre giorni in quelle pasquali con alternanza annuale della permanenza presso ciascun genitore durante i giorni di Natale e Capodanno nonché di Pasqua e del Lunedì dell’Angelo;

d) 30 giorni (per periodi continuativi non superiori a 15 giorni), nel periodo delle vacanze estive, da concordarsi tra le parti di volta in volta entro il mese di maggio di ogni anno, con impegno reciproco di comunicare la località della vacanza ed il luogo del pernottamento;

e) fa obbligo al padre/alla madre di consentire che la madre/il padre possa comunicare con i figli a mezzo telefono o skype almeno una volta al giorno fra le ore 19,00 e le ore 21,00 assumendo ogni accorgimento utile affinchè ciò possa avvenire senza intralci;

f) ogni variazione delle modalità di visita e di intrattenimento con i figli minori da parte del padre/della madre, oltre che previamente concordato con la madre/il padre, dovrà necessariamente tenere conto degli impegni di essi in attività scolastiche ed extrascolastiche;

4)      Vietarsi a ciascun genitore di pubblicare le foto dei figli sul profilo facebook nonché su ogni altro social network, provvedendosi alla immediata rimozione di quelle esistenti;

5)      Porsi a carico di….un assegno di mantenimento in favore di … pari ad € … mensili, con decorrenza da…, rivalutabile annualmente secondo gli indici Istat;

6)      Porsi a carico di …  un assegno di mantenimento in favore dei figli … pari ad € … mensili, con decorrenza da…, rivalutabile annualmente secondo gli indici Istat;

7)      Porsi a carico di ciascun genitore le spese straordinarie secondo le modalità e il dettaglio di cui al foglio allegato;

8)      Autorizzarsi il rilascio/rinnovo del passaporto e/o di documento di identità valido per l’espatrio;

9)      Disporsi che il Servizio Tutela Minori competente prosegua nell’attività di monitoraggio del nucleo familiare finalizzata anche a sostenere la bigenitorialità;

10)  Compensarsi integralmente fra le parti le spese di lite.

Segnalazione dell’Avv. Camilla Signorini

Redazione Altalex, 12 febbraio 2019.

www.altalex.com/documents/news/2019/02/12/separazione-fra-i-coniugi

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ADOZIONE INTERNAZIONALE

I bambini possono aspettare

                E’ l’Italia delle luci e delle ombre sul sistema delle adozioni che a tratti appare scarsamente controllato a tratti eccessivamente burocratico e imprevedibile nell’esito. E che costa quasi tre volte tanto la fecondazione assistita, rimborsata dal SSN. La Garante dei Minori Filomena Albano “Il nostro paese è un modello. A prescindere dalle scelte politiche sui flussi migratori di questo momento, non disperdiamo questo patrimonio”.

                Le adozioni internazionali sono il nuovo buco nero di cui il nostro Paese sembra non si voglia occupare: sono oltre 3.000 le famiglie italiane in lista d’attesa per le adozioni internazionali secondo l’Aibi, 1.394 i minori stranieri entrati nel nostro Paese a scopo adottivo nel 2018, secondo l’Istituto degli Innocenti di Firenze. Erano oltre 4mila nel 2011. Calano le adozioni internazionali, come calano il numero degli aspiranti genitori di bambini stranieri, in una generale e drastica riduzione di decreti di idoneità all’adozione emessi dai tribunali dei Minori che – secondo la relazione presentata in Senato al 10 gennaio 2018 dall’allora Ministro della Giustizia Orlando e dal Ministro del lavoro e politiche sociali Poletti – dichiarano che in 11 casi su 20 sono costretti ad avviare una nuova procedura di adottabilità del bambino perché “restituito”.

È diminuito il numero di bambini da adottare? Certamente no, considerato anche che, per esempio, i dati di chi abbandona alla nascita sono ancora altissimi in Italia: 3mila neonati abbandonati, 400 salvati nelle culle per la vita; degli altri si perde traccia o si ritrovano troppo tardi, figli di madri italiane nel 37% dei casi. Sono diminuiti i potenziali genitori? Anche qui la risposta parrebbe essere negativa, visto che nel periodo 2012-2015 sono state 14.079 le domande di disponibilità e idoneità all’adozione internazionale e visto che i dati del Ministero della Salute dicono in Italia sono stati fatti oltre 97.656 i cicli di fecondazione assistita (al 2016) con un tasso di riuscita pari solo al 13%, quindi 13mila i nati vivi dopo una gestazione medicalmente assistita che dura dai 3 mesi ai 2 anni. Per un costo complessivo di circa 12mila euro. Che significa risparmiare qualcosa come 15mila euro rispetto ai costi di un’adozione internazionale (che varia dai 15 ai 45 mila euro non rimborsabili come, invece, nel caso della fecondazione attraverso il Sistema Sanitario Nazionale) che in media comporta un’attesa di 989 giorni: tre anni.

                “Non c’è solo l’aspetto economico che scoraggia – spiega ad EC Marco Griffini, presidente di Ai.Bi– le famiglie italiane si stanno allontanando dall’adozione perché c’è stato un progressivo disinteresse politico al progetto adottivo e non sono stati attuati tanti strumenti a sostegno di chi decide questo percorso. Il sistema si sta erodendo a poco a poco sotto il peso di una gestione lasciata unicamente ai volontari delle associazioni, l’adozione non è più nell’agenda di governo. Certo ci sono i fattori economici, le lungaggini burocratiche che fanno passare ai potenziali genitori le forche caudine prima di ottenere un’idoneità (che poi non è detto porti ad un esito positivo dell’adozione, per cui si spendono centinaia di migliaia di euro in incontri alla Asl, psicologi che hanno una media di 12 e 20 mesi con controlli che vanno dai tossicologici ai patrimoniali e che possono dare esito diverso rispetto al decreto del Tribunale: quindi prima sei idoneo, poi lo psicologo dice di no) fattori scientifici (procreazione assistita gratuita), ma la realtà è che il sistema si è inceppato perché c’è una paralisi della cultura dell’accoglienza, dell’accompagnamento all’adozione che in buona parte dipende dalla mancanza di volontà di nutrire e costruire buone relazioni e quindi buone prassi internazionali con i Paesi coinvolti nelle procedure. Ci sono tante nuove emergenze mondiali e l’Italia non sta lavorando a nuovi strumenti che rispondano alla necessità di protezione del minore e recuperino quel concetto per cui dare una famiglia a un bambino è un atto di giustizia, che è alla base dell’adozione stessa. Ci sono paesi che da tempo aspettano di aprire accordi bilaterali con noi, come Bolivia e Cambogia, Nepal e molti altri. Ma se manca un’autorità centrale che si metta al tavolo per stabilire le condizioni di apertura, non si può far nulla. Vanno riallacciati i rapporti con molti Paesi di origine e va dato seguito ad accordi bilaterali firmati e rimasti inattivi per inadempienza e disinteresse politico. Bisogna credere davvero nella bellezza possibile della scelta adottiva e per questo serve la politica in grado di fornire da subito una spinta propulsiva all’intero sistema, consentendone il pieno rilancio”.

                Per Griffini, oltre al bonus di 10mila euro per le coppie che accolgono minori stranieri con l’adozione internazionale, sono diverse le nuove frontiere dell’adozione: l’adozione aperta, l’adozione del concepito (ovvero l’adozione di un bambino già durante la gravidanza della madre), l’adozione europea, e le vacanze preadottive.

                In 17 anni, infatti, dal 2000 al 2017 queste hanno portato oltre 560 mila i minori a soggiornare nel nostro paese – da nord a sud, isole comprese – grazie all’impegno di famiglie volontarie italiane residenti nel 70% dei casi in piccoli comuni. Percorsi che hanno portato alla costruzione di progetti adottivi di successo. Sulla paralisi anche in termini di lavoro dei Tribunali dei Minori, cui deve passare necessariamente l’idoneità ad adottare, Griffini è chiaro “Solo in Italia – paese in teoria modello – persiste la prassi consolidata del Tribunale per i Minorenni (quello di Venezia in particolare), di prevedere dei decreti ‘vincolati’ per età e numero di minori adottabili rispetto alle richieste di adozione delle coppie. Cioè, è il Tribunale di Venezia che decide con quale età e quanti bambini possa adottare una coppia. Io la definisco cultura della selezione e l’effetto si spiega da sé: ci sono coppie che hanno magari anche 50 anni che hanno decreti vincolati per età, per cui possono adottare al di sotto dei 5 o dei 6 anni; coppie che non adotteranno mai, perché nessun Paese estero dà a una coppia di 50 anni un bambino così piccolo. Insomma il lavoro da fare per non perdere quello che cerchiamo di costruire ogni giorno con le famiglie che vogliono adottare è enorme”.

                Anni bui, quindi, e fermi, in cui la trasparenza di tutti gli enti coinvolti non viene garantita nemmeno nelle adozioni provenienti da Congo, Etiopia e Cambogia per cui parecchi genitori si trovano a sborsare cifre enormi e ad aspettare mesi e mesi senza mai concludere l’adozione. E quando si conclude o è in via di conclusione positiva altri sono i problemi: il post-adozione, la permanenza o meno nei Paesi “difficili” dove i bisogni dei minori sono più acuti, i viaggi dei figli adottati alla ricerca delle proprie origini, la gestione intra ed extra familiare di figli e fratelli con la pelle “colorata,  lo storytelling [racconto] ormai schiacciato su parole d’ordine (crisi, scandali, special needs, ovvero minori con traumi o con disabilità) che alludono quasi esclusivamente ad aspetti problematici: secondo la recente conferenza di EurAdopt 2018 Paesi come l’India e la Bulgaria hanno dichiarato che – rispettivamente – sono special needs il 60% e il 40% dei minori segnalati per l’adozione internazionale, mentre la Commissione Adozioni Internazionali ne ha contati il 66% fra gli ingressi del primo trimestre 2018. In particolare, si legge nella nota della Commissione, i minori provenienti dall’Europa sono stati 640, dall’Africa 121, dall’America centrale e meridionale 330 e dall’Asia 303.

“Siamo di fronte a un quadro internazionale in via di trasformazione – spiega Filomena Albano, Garante per l’infanzia e l’adolescenza–. Sulla diminuzione pesa l’aumento del tenore di vita negli stati di origine, con conseguente aumento delle adozioni nazionali. Cresce il numero dei Paesi che ‘fanno da sé’, che cercano cioè di risolvere il problema dei minori abbandonati con l’adozione nazionale e con l’affido, perché hanno firmato o stanno firmando la Convenzione dell’Aja del 1993, che comporta procedure rigorose e obbligatorie e che comporta che l’adozione possa avvenire solo se si dimostra che non ci siano adeguate alternative a livello nazionale. L’adozione è un patrimonio che non può essere disperso. È qualcosa che prescinde dalle scelte politiche sui flussi migratori del momento – si tratta di un fenomeno diverso – perché fa riferimento a principi culturali profondi, che abbiamo impressi anche nella Costituzione. L’adozione internazionale è amore e insieme funzione sociale. Per questo va sostenuta e valorizzata. Servono certamente più aiuti esterni, reti territoriali che aiutino le famiglie prima e dopo l’adozione. Perché l’affido e l’adozione devono essere percepite come “ordinarie” e non straordinarie”. Come si riparte?

                “Io credo occorra far emergere le “specificità” dei bambini adottati e affidati. In questa direzione l’Autorità garante ha fatto alcuni passi, nei limiti delle sue competenze. Ha sottoscritto un protocollo d’intesa con il Miur, per esempio. Grazie a esso è previsto il monitoraggio sulle “Linee di indirizzo per favorire il diritto allo studio dei ragazzi adottati” e sulle “Linee guida per il diritto allo studio delle alunne e degli alunni fuori della famiglia di origine”. Sono previste iniziative di formazione per insegnanti e operatori della scuola in modo da accogliere in classe nel modo migliore i bambini. L’Autorità garante ha promosso un’analisi e formulato delle raccomandazioni sull’applicazione della legge 173/2015 in materia di diritto alla continuità degli affetti”.  Su questo si è espresso proprio recentemente l’ENOC (la rete europea dei garanti dell’infanzia) i cui membri raccomandano alcune azioni per rafforzare il processo dell’adozione internazionale, tra le quali: il rafforzamento di data base sugli adottabili, fornire sostegno continuo post-adozione adattato alle necessità specifiche del minorenne, assicurare la partecipazione significativa di ogni minorenne in adozione internazionale, rispettare e soddisfare i diritti del minorenne di avere accesso ad informazioni di carattere biologico della famiglia di origine. Infine, evitare la separazione di fratelli/sorelle.

                La situazione delle adozioni nel mondo- I dati mondiali aggiornati al 2016, divulgati in anteprima durante la Conferenza dal Prof. Peter Selman (Docente alla Scuola di Geografia, Politica e Sociologia dell’Università di Newcastle, Regno Unito, e Direttore di Intercountry Adoption: Development, trends and perspective), attestano un progressivo e considerevole calo delle adozioni internazionali finalizzate in tutto il mondo.  Questi i dati 2016 relativi ai principali Paesi di accoglienza:

  • Negli USA sono stati adottati 5.372 bambini; in 12 anni il dato è calato di oltre il 76% (nel 2004, anno in cui negli USA si è realizzato il maggior numero di adozioni internazionali, erano 22.989).
  • Anche in Francia la percentuale negativa supera il 76%, tanto che dalle 4.079 adozioni del 2004 si è passati alle 956 del 2016.
  • In Spagna il calo è stato addirittura maggiore, quasi del 90%, se si considera il primato spagnolo del 2004 quando erano stati ben 5.541 i bambini oggetto di adozione internazionale in confronto ai 567 del 2016. Guardando ai dati relativi alle adozioni nel nostro Paese va segnalato che negli ultimi due anni (2016 e 2017) il maggior numero di famiglie adottive si trova in Lombardia, circa il 16% del totale italiano. Una delle ragioni può essere individuata nel fatto che proprio in questa Regione sono nati i primi enti autorizzati per l’adozione internazionale, ancora prima che la legge sancisse obbligatoriamente il loro ruolo con la ratifica della Convenzione de L’Aja del 1993. Attualmente la Lombardia con 29 sedi di enti che vi operano è seconda solo al Lazio, dove se ne contano 313.

Mattea Guantieri                              Estreme conseguenze       6 febbraio 2019

https://estremeconseguenze.it/2019/02/06/i-bambini-possono-aspettare

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ASSEGNO DI MANTENIMENTO AI FIGLI

Cassazione: mantenimento al figlio maggiorenne anche se non frequenta il padre

Corte di cassazione, sesta Sezione civile, ordinanza n. 2735, 30 gennaio 2019

www.studiocataldi.it/allegati/news/allegato_33586_1.pdf

Per la Corte la mancata frequentazione per scelta del figlio non implica, in termini economici, che il genitore non sia tenuto ad alcun esborso o ad alcuna cura verso la prole. Il genitore sarà comunque tenuto a versare l’assegno di mantenimento al figlio, anche se quest’ultimo abbia deciso di non frequentarlo.

            La mancata frequentazione per scelta del figlio non implica, in termini economici, che l’onerato non sia tenuto ad alcun diretto esborso o ad alcuna cura, parametri che saranno obiettivamente valutati in sede di determinazione del quantum dell’assegno in favore della prole.

Lo ha chiarito la Corte di Cassazione, respingendo il ricorso di un padre contro la sentenza che aveva quantificato in 1.200 euro l’assegno di mantenimento da lui dovuto nei confronti della figlia. In Cassazione, il genitore tenta di scardinare la decisione di porre a suo carico il mantenimento della ragazza, nel frattempo divenuta maggiorenne, evidenziando come la figlia avesse espressamente manifestato la volontà di non frequentarlo. Tuttavia, precisano gli Ermellini, si tratta di una circostanza che appare del tutto irrilevante. Il fatto che la ragazza avesse deciso di non frequentare il padre, è una decisione che non interferisce, in termini economici, non esonera di certo il ricorrente dall’incorrere nel mantenimento della prole.

            In sostanza, anche se la ragazza ha scelto di non frequentare il genitore, ciò non significa che quest’ultimo non vada incontro ad alcun diretto esborso o ad alcuna cura in favore della stessa: tali parametri, si legge nel provvedimento, verranno obiettivamente valutati in sede di determinazione del quantum dell’assegno di mantenimento (art. 337-ter, co. 4, c.c. e, in precedenza, art. 155, co. 4, c.c.).

            Ancora, è inutile per l’uomo lamentare la mancata considerazione della potenzialità redditività dei coniugi. La Corte territoriale, infatti, ha mostrato aver valutato adeguatamente ai dati acquisiti (competenza professionale, assenza di oneri abitativi della madre, fluttuazioni reddituali e oneri abitativi del padre) e di conseguenza ha provveduto a ridurre l’assegno mensile già determinato dal Tribunale. Il ricorso va pertanto dichiarato inammissibile.

www.studiocataldi.it/articoli/33586-cassazione-mantenimento-al-figlio-maggiorenne-anche-se-non-frequenta-il-padre.asp

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ASSOCIAZIONI MOVIMENTI

AICCeF. Giornata di Studio: Le relazioni al tempo dei social. Salerno, 5 maggio 2019

  • Ma cosa sono davvero e come funzionano le reti di relazioni su Internet?
  • Quali sono i rischi connessi ad un uso poco attento e consapevole?
  • Come cambiano le relazioni amicali, di coppia e familiari?
  • E quale può essere la strategia dei genitori?

Le relazioni al tempo dei social

L’effetto della socialità virtuale sulle relazioni

Salerno 5 maggio 2019 Grand Hotel Salerno, Lungomare Tafuri 1

Ore 9-17,30

v  Saluto della Presidente Stefania Sinigaglia

v  Relazione di Paolo Benanti, ingegnere e teologo, Terzo Ordine Francescano, studioso di bioetica ed etica delle tecnologie, docente presso l’Università Gregoriana di Roma

Laboratori (prima e dopo il pranzo) Effetto della socialità virtuale su:

1. Relazioni di coppia Sinigaglia e Siccardi: La coppia virtuale è reale? Come sboccia l’amore nel web?

2. Relazioni genitori-figli Margiotta e Rossi: I figli della rete. Con quali genitori: rivali, fruitori, educatori?

3. Relazioni famiglia-società Feretti e Roberto: Caduti nella rete: connessi, sconnessi e iperconnessi.

4. Consulenti e nell’equipe officina locale di consulenti della Campania: Connessi anche tra di noi, l’effetto della comunicazione virtuale tra consulenti e nell’equipe.

5. Come fare perHawker e Qualiano: Come fare per essere liberi & professionisti. Esperienze per muoversi e promuoversi.

v  Feed-back dei gruppi in plenaria

v  Conclusioni e saluti

Le iscrizioni on line saranno aperte sino al 12 aprile 2019, salvo esaurimento dei posti

www.aiccef.it/pagina_form.php?id=90

              www.aiccef.it/it/news/giornata-di-studio-aiccef-le-relazioni-al-tempo-dei-social.html

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CENTRO INTERNAZIONALE STUDI FAMIGLIA

Newsletter CISF – N. 6, 13 febbraio 2019

Il dono, di generazione in generazione. Un filmato intenso, commovente, in cui si evidenzia che ogni singolo dono “genera un’onda senza fine”, innescando un circuito di solidarietà nel corso del tempo e delle generazioni. Colpisce nel video (ambientato in Estremo Oriente, dialoghi in inglese, con precisi e preziosi sottotitoli in italiano) il “piccolo grande gesto” di uno sguardo non indifferente ai bisogni dell’altro: quando un estraneo, in un negozio, vede la “piccola” ferita di un bambino, e non si gira dall’altra parte.                                                              www.youtube.com/watch?v=DflLmAnMwG8

Nemmeno per questo governo i figli sono una priorità. Il direttore del Cisf (F. Belletti) commenta i dati Istat sulla natalità. Anche quest’anno novemila nascite in meno. Pesano le scarse politiche familiari e un clima culturale che non aiuta i giovani a credere nel futuro

www.famigliacristiana.it/articolo/per-il-governo-i-figli-non-sono-una-priorita.aspx?utm_source=newsletter&utm_medium=newsletter_cisf&utm_campaign=newsletter_

Europa (dis)occupazione femminile e conciliazione lavoro-vita. Un documento dall’ETN (Female (Un)employment and Work-Life Balance-WLB. A discussion paper from the Employment Thematic Network). Il documento raccoglie e sintetizza i risultati di un incontro di lavoro della rete europea ETN, tenutosi a Trento nel marzo 2018, sulla relazione tra lavoro e vita familiare. Di notevole interesse le schede finali, che contengono alcune buone pratiche attuate in diverse nazioni europee

Unione Europea. Direttiva WLB. Connesso a questo tema, è stato recentemente approvato un “accordo preliminare” su una nuova Direttiva UE (da lungo tempo dibattuta) sulla conciliazione famiglia-lavoro (WLB) nei Paesi UE, con l’obiettivo di standardizzare/aumentare i livelli di tutela per le famiglie, i padri e le madri

http://europa.eu/rapid/press-release_STATEMENT-19-424_en.htm?locale=en

Su questo documento vedi anche il pronunciamento della COFACE (Federazione europea di associazioni familiari, riconosciuta dalla UE)

www.coface-eu.org/europe/breaking-news-provisional-agreement-reached-by-eu-co-legislators-on-work-life-balance-measures

Francia: “mio figlio e gli schermi in famiglia” Un sito per aiutare i genitori a gestire la presenza degli schermi digitali nella vita quotidiana dei loro figli, anche in tenera età. L’UNAF (Unione Nazionale delle Associazioni Familiari) www.unaf.fr       ha realizzato un sito, una pagina Facebook e un manuale per accompagnare i genitori, senza colpevolizzarli, ma piuttosto offrendo loro consigli, suggerimenti e strategie per poter trovare un equilibrio familiare nell’utilizzo dei vari device digitali da parte dei loro figli.

www.mon-enfant-et-les-ecrans.fr/home

Sicilia. Genitori fanno ricorso contro una “promozione agevolata” della propria figlia disabile. Un apparente paradosso, una grande testimonianza di responsabilità educativa

www.vita.it/it/article/2019/02/05/care-scuole-non-si-promuove-un-alunno-con-disabilita-se-non-e-stato-ra/150563

In Sicilia una ragazza con disabilità è stata ammessa agli esami di terza media, anche se in realtà gli obiettivi necessari per affrontare il passaggio non erano stati raggiunti. La famiglia ha fatto ricorso e il Consiglio di Giustizia Amministrativa ha riconosciuto l’interesse dell’alunna a ripetere l’anno. Sotto accusa in particolare la mancanza nel PEI degli indicatori di esito”. Una conferma che solo una vera “alleanza educativa” tra scuola e famiglia può sostenere i figli (e non solo disabili) nel percorso di crescita.

Torino. Progetto trapezio. Per prevenire e contrastare il rischio di impoverimento economico e di esclusione sociale di singoli e famiglie.  Il progetto Trapezio – promosso da Ufficio Pio Onlus, ente strumentale della Compagnia San Paolo nella linea di azione “prevenzione della povertà” – “[…] interviene sulla vulnerabilità sociale attraverso un servizio di prevenzione e contrasto del rischio di impoverimento economico e di esclusione sociale di singoli e famiglie.[…] Il progetto si propone di superare l’idea di lavoro sociale centrato sul bisogno, con l’assunzione di un modello in cui si agisce sul problema attraverso la capacitazione della persona, in un processo di attivazione progettuale e di assunzione di responsabilità condivisa con tutte le parti coinvolte”

            https://ufficiopio.it/lufficio-pio/prevenzione-della-poverta/trapezio

Dalle case editrici

                Regalia Camillo e Marta Elena (a cura di), Giovani in transizione e padri di famiglia, Vita e Pensiero, Milano, 2018, pp. 200, € 20,00. “[…] Tra gli obiettivi, vi è capire se vi siano stati reali cambiamenti nel modo di intendere e vivere la paternità in questi anni; che eredità i padri degli attuali giovani adulti abbiano ricevuto e cosa abbiano eventualmente modificato; se siano anche loro “pallidi” o se siano – come titola il contributo conclusivo, degli stessi curatori del volume – “spaesati”; quali effetti abbia l’assunzione del proprio ruolo paterno sulla costruzione dell’identità e sul benessere delle nuove generazioni che oggi stanno diventando adulte. Nuove generazioni che un contributo definisce, con immagine eloquente, “la prima generazione di figli senza le ginocchia sbucciate”

                http://newsletter.sanpaolodigital.it/cisf/attachments/newscisf0619_allegatolibri.pdf

Specializzarsi per la famiglia. Il lavoro psicoeducativo in comunità. Aspetti teorici, metodologici e applicativi, corso di formazione per operatori delle relazioni di aiuto organizzato da Centro di Terapia dell’Adolescenza e Libera compagnia di Arti e Mestieri Sociali. Il corso è rivolto a educatori, psicoterapeuti, psicologi, operatori psicosociali, mediatori familiari, counselor, studenti delle scuole di specializzazione in psicoterapia, e a tutti gli interessati alle tematiche. Sei incontri, dal 25 febbraio al 20 maggio 2019.    www.centrocta.it/il-lavoro-psicoeducativo-in-comunita-corso-di-formazione

 

Save the date

  • Nord: Nuovi strumenti per aiutare i bambini e gli adulti nella cura e nel cambiamento, convegno promosso dal Centro Studi Hansel e Gretel in occasione dei trent’anni di attività (accreditato presso l’ordine assistenti sociali), Torino, 14-16 febbraio 2019.

www.cshg.it/convegno-nuovi-strumenti-per-aiutare-i-bambini-e-gli-adulti-nella-cura-e-nel-cambiamento

  • Nord: Contributi per una Cittadinanza digitale, convegno nazionale promosso dall’Aiart (Associazione Cittadini Mediali), Milano, 15-16 febbraio 2019.

http://newsletter.sanpaolodigital.it/cisf/attachments/newscisf0619_allegato4.pdf

  • Centro: C’è ancora bisogno della scuola? seminario di studio promosso dal Centro Studi per la Scuola Cattolica e dall’Ufficio nazionale per l’Educazione, la Scuola e l’Università della Conferenza Episcopale Italiana, Roma, 23 febbraio 2019.

https://educazione.chiesacattolica.it/wp-content/uploads/sites/6/2019/01/15/depliant-seminario-23-febbraio-2019.pdf

  • Centro: L’aggressività nelle relazioni tra adolescenti (come individuare il confine tra scherzo e violenza, Strategie di prevenzione nei confronti dell’abuso), promosso da Pianeta Charlie e altri enti, Pontedera (PI), 28 febbraio 2019.                  http://cds.redattoresociale.it/File/Allegato/621170.jpg
  • Centro: Cyberbullismo: dal fenomeno alle strategie di contrasto, promosso da Unione Giuristi Cattolici Italiani – Unione Romana, LUMSA e Associazione “Tutela dei diritti”, con crediti formativi ordinari, Roma, 1 marzo 2019.                    www.ugci.org/images/locali/bullismo%2018.2%201.pdf
  • Sud: Dall’adolescenza all’età adulta: amicizia, affetti e sessualità nelle persone con un Disturbo dello Spettro dell’Autismo, giornate di formazione (con richiesta crediti ECM) promosse da Hogrefe Ed. e NeuroTeam srl, Palermo, 8-9 marzo 2019.

www.hogrefe.it/it/catalogo/formazione/8-e-9-marzo-2019-palermo-dalladolescenza-alleta-adulta-amicizia

  • Estero: Forum PandPAS. Primo Meeting del Forum Permanente delle comunità locali europee impegnate nell’accoglienza e nell’inclusione dei rifugiati, Lubiana, 14-15 febbraio 2019.

http://cds.redattoresociale.it/File/Allegato/619806.pdf

Iscrizione                     http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/newsletter-cisf.aspx

Archivio        http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/elenco-newsletter-cisf.aspx

newsletter.sanpaolodigital.it/cisf/febbraio2019/5110/index.html

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CENTRO ITALIANO SESSUOLOGIA

Corso di Formazione e Aggiornamento per Insegnanti di scuola primaria e secondaria

Aspetti pratici e teorici per affrontare l’educazione sessuale nel contesto scolastico

Educazione sessuale 3.0: partecipazione gratuita. Venerdì 12 e sabato 13 aprile 2019 – ore 8,30-19,30

Firenze, Residenza Il Bobolino Via Dante Da Castiglione, 13

  • Silenzio e violenza: oltre il bullismo, dentro il web 

dr Michele Frigieri, antropologo, sessuologo clinico

  • Educazione alla sessualità tra i banchi di scuola    

dr Alba Mirabile, psicologa, psicoterapeuta, sessuologa clinica

  • Violenza e abusi sessuali: vissuti e risvolti psicologici

dr Giada Montini, psicologa, psicoterapeuta, sessuologa clinica

https://cisonline.us18.list-manage.com/track/click?u=6b691d561b8ff277db4bdb0e2&id=d90b7a367d&e=757135fc65

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CHIESA CATTOLICA

Ragioni storiche e canonistiche di una Chiesa non ancora sinodale

            L’anno 2018 ha svelato, a cascata, l’insospettata ampiezza degli abusi e delle violenze sessuali commessi da membri del clero cattolico e soprattutto la loro sistematica copertura da parte della gerarchia. La Chiesa cattolica si è così trovata sotto la costante pressione dei suoi stessi fedeli e dell’opinione pubblica.

Dopo lo choc delle rivelazioni riguardanti l’Irlanda e gli Stati Uniti, si è appreso che quasi tutte le Chiese occidentali ne erano coinvolte a livello dei loro più alti responsabili: la Chiesa tedesca (1.670 sacerdoti chiamati in causa, 3.677 bambini vittime), quella australiana (7% dei sacerdoti cattolici coinvolti), quella cilena, il cui episcopato si è visto costretto a dimettersi in blocco.

            Due cardinali sono stati privati del loro titolo, altri tre costretti a dimettersi (di cui due membri del consiglio ristretto di papa Francesco). E il 23 novembre, proprio a Roma, nella sua Dichiarazione contro ogni tipo di abuso l’Unione internazionale delle superiore maggiori ha deciso di «sostenere denunce trasparenti, a livello civile e penale, delle violenze commesse all’interno delle congregazioni religiose».

            In questo contesto, un’ex suora ha rivelato che la Congregazione per la dottrina della fede aveva mantenuto nelle sue funzioni, dopo un semplice richiamo, uno dei suoi capi ufficio che aveva ammesso d’averla aggredita durante una confessione, sebbene questo dicastero abbia come compito di reprimere questo tipo di abusi in tutta la Chiesa cattolica e sia l’unica istanza autorizzata a farlo. È ormai impossibile negare che la crisi sia istituzionale e che si debba intervenire a questo livello.

            Data l’estrema gravità della situazione, papa Francesco ha preso due importanti decisioni: mettere fine alla «copertura degli abusi» e porre rimedio alle loro cause istituzionali, vale a dire al «clericalismo». Tuttavia, di fronte a questi passi, parte dell’opinione pubblica cattolica è a disagio, temendo che la trasparenza faccia il gioco di quei media che percepisce come ostili.

            Essa inoltre o non comprende o fatica a riconoscere la dimensione strutturale del problema: vorrebbe far ricadere tutta la responsabilità solo sugli individui – quel 3% di preti deviati, malati e peccatori – che gettano discredito sull’insieme del clero. E deplora l’atteggiamento dei media che attaccano la Chiesa identificata con il solo clero.

La paura dei media. Il rapporto tra Chiesa e media non è semplice. Alcune modalità della narrazione degli abusi e delle violenze esprimono talora ostilità. L’insistenza su questo tema può, tuttavia, anche riflettere un’aspettativa (delusa) verso la Chiesa, cosa che non è semplicemente negativa.

            I media possono anche essere strumentalizzati: l’ex nunzio mons. C.M. Viganò ne vede dei megafoni per la sua campagna volta a destituire il papa. Ancora, occorre dire che i giornalisti operano necessariamente dei tagli selettivi della realtà. Se sembrano prendere di mira prevalentemente i sacerdoti cattolici, è perché per loro è impossibile mettere a confronto il clero cattolico con quello delle altre Chiese. Solo la Chiesa cattolica possiede statistiche complete riguardanti oltre mezzo secolo. Tuttavia, nonostante le possibili distorsioni, i media hanno svolto un lavoro utile nel contesto attuale: senza di loro ciò che era stato accuratamente nascosto sarebbe rimasto tale. In questo senso, non sono forse alleati oggettivi di papa Francesco per sradicare un male intollerabile?

            Tuttavia, possono i media «fare piena luce» sugli abusi e sulle violenze sessuali, se la maggior parte delle vittime non vuole vedere la propria vita esposta in pubblico? E se il 5% delle denunce è diffamatorio? La confusione tra tempo dei media e tempo della giustizia può anche portare a gravi mancanze di rispetto comunque dovuto nei confronti delle persone. Queste difficoltà sono reali e giustificano il fatto che si faciliti il lavoro dei media: esservi presenti non è secondario, perché il Vangelo è per tutto il popolo.

            Mentre per mons. Viganò lo scandalo sembra riassumersi nella presenza di omosessuali nel clero, e per un certo cardinale di Curia «la pedofilia non riguarda la Chiesa come istituzione ma le persone che attraverso di essa hanno commesso questi atti», per papa Francesco il nucleo della questione non è sul piano della sessualità, ma risiede nel fatto che le autorità hanno fallito nel proteggere i minori e le persone vulnerabili.

            In alcuni ambienti è sotto accusa l’influenza della liberalizzazione dei costumi nata dal maggio Sessantotto, accusata di puntare a un piacere senza limiti. In ciò, si dimentica che da allora siamo diventati sempre più consapevoli del potenziale legame tra sessualità, potere e violenza, come il movimento Me-too ci ha ampiamente mostrato.

            La diagnosi di papa Francesco si basa su questa correlazione che porta, in tutti i luoghi di vita e di lavoro, la sessualità dei forti a volersi imporre sui deboli. Le violenze sessuali hanno sempre questa dimensione, come dimostrano le statistiche del Ministero della giustizia francese: 77.000 donne vengono violentate ogni anno, 215 al giorno, 1 ogni 6 minuti; 1/4 della popolazione carceraria è composta da delinquenti sessuali, il 90% maschi. Gli autori di violenze sessuali sui minori hanno tutti il medesimo profilo: padri incestuosi (nell’80% dei casi giudicati), insegnanti, allenatori sportivi, direttori di coro, capi scout. Ricoprono ruoli d’autorità, a contatto con persone vulnerabili, proprio come il clero. Tali violenze sono quindi, purtroppo, prevedibili e come tali sono avvenute anche nella Chiesa. (J.H. Newman: “Considerato che cosa è l’uomo, sarebbe un miracolo che tali scandali fossero assenti dalla Chiesa”, London 1874.)

Un’antica forma clericale. Papa Francesco ritiene quindi che lo scandalo più profondo non sia quello delle derive sessuali in sé stesse (sebbene abbiano esiti orribili per le vittime, come non manca di sottolineare), ma risieda negli atteggiamenti di quei superiori religiosi, vescovi e guide carismatiche che hanno sistematicamente occultato i crimini; in tal modo hanno protetto i predatori, ignorato le vittime e tradito la fiducia dei giovani e dei loro genitori. Questo senza chiaramente misurare l’estrema gravità della loro condotta.

            Responsabili della loro istituzione, la loro prima reazione è stata di salvaguardarne la reputazione. E la seconda di voler comprendere l’autore del reato in termini psicologici («è necessaria una psicoterapia»), o in termini teologici («un’altra parrocchia permetterà al peccatore pentito di rialzarsi»). Tuttavia, di fronte al male, non si tratta di trovare spiegazioni (che sfuggono peraltro allo stesso colpevole), ma bisogna combatterlo e bisogna impedire che prosperi. La misericordia arriva solo in un secondo momento. (Ciò non significa che non la si debba concedere ai colpevoli.)

Quando papa Francesco ripete «dire no agli abusi, è dire no, in modo categorico, a qualsiasi forma di clericalismo»,10 è chiaramente consapevole che il tipo di autorità e di potere riconosciuti al clero nella Chiesa cattolica deve essere riformato. Perché, nella fattispecie, ciò facilita il passaggio all’azione dei potenziali trasgressori, fornisce loro anche una copertura ed è ciò che ha portato alla gestione disastrosa di questi abusi e violenze. È quindi necessario analizzare rigorosamente il fenomeno del clericalismo.

            Per evitare di parlare di clericalismo in termini vaghi e mal definiti, è meglio fare riferimento al Codice di diritto canonico in vigore fino al 1983. In modo molto chiaro definisce la Chiesa come una Chiesa del clero, dedicando un unico canone, generale e positivo, ai laici: «È diritto dei laici ricevere dal clero i beni spirituali, gli aiuti necessari alla salvezza» (can. 682).

            Nella Chiesa, i laici sembrano godere solo dei diritti di cittadini stranieri, residenti e protetti; i chierici godono della piena cittadinanza. Questo Codice ignora il popolo di Dio nella sua unità e conosce solo laici subordinati in tutto ai sacerdoti, che sono loro superiori fino alla morte. (Il can.1209, § 2 prescrive di seppellirli “separatamente dai laici, in un luogo più onorevole”).

            Questo Codice è il fedele riflesso dell’ecclesiologia del tempo, come affermava san Pio X in un’enciclica rivolta alla Chiesa di Francia: «La Chiesa è per sua natura una società ineguale, cioè una società formata da due categorie di persone: i pastori e il gregge (…) Queste categorie sono così nettamente distinte fra loro, che solo nel corpo pastorale risiedono il diritto e l’autorità necessari per promuovere e indirizzare tutti i membri della società; quanto alla moltitudine non ha altro diritto che di lasciarsi guidare e seguire, come un docile gregge, i suoi pastori». (Enciclica Vehementer nos, de Ecclesiae in Gallia asperrima conditione).

            Questa distinzione tra governanti e governati si riscontra con altrettanta rigidità tra celebranti e assistenti, docenti e discenti. Era largamente accettata al momento della convocazione del concilio Vaticano II, come testimonia questo editoriale della rivista ufficiale dell’Azione cattolica operaia francese: «Sul piano della fede, il vescovo è dottore. Il dialogo tra il vescovo e i laici cristiani è certamente possibile, ma il laico non può che apprendere, ricevere. È preso in carico dalla gerarchia. È un segno di comportamento adulto accettare la propria condizione».

            In questo contesto, non è importante sapere come si sia arrivati a una concezione della Chiesa così lontana dal Nuovo Testamento, dal momento che il Vaticano II l’ha chiaramente delegittimata ricollegandosi alla teologia del popolo di Dio e all’affermazione della pari dignità di tutti i cristiani e della loro comune responsabilità in una Chiesa di comunione.

La riforma (incompiuta) del Vaticano II. Sul piano dottrinale, il Vaticano II ha ripudiato completamente un tale binomio, ad esempio in Lumen gentium 37: «I pastori, aiutati dall’esperienza dei laici, possono giudicare con più chiarezza e opportunità sia in cose spirituali che temporali; e così tutta la Chiesa, forte di tutti i suoi membri, compie con maggiore efficacia la sua missione per la vita del mondo» (EV 1/385).

Secondo questo testo, che molto raramente è commentato, il Concilio fa dipendere la correttezza del discernimento spirituale dei pastori dalla loro vicinanza ai laici; respinge allo stesso tempo la divisione tra clero e laici, ereditata dalla riforma gregoriana, che confinava i laici nel temporale e riservava lo spirituale ai chierici.

            Il Vaticano II ha accompagnato questa riforma dottrinale con la creazione di strutture istituzionali che permettessero ai battezzati di essere soggetti di diritti nella Chiesa, con i sinodi diocesani e i concili provinciali e una serie di consigli, pastorali, economici e dei laici.

            Il nuovo Codice, previsto da Giovanni XXIII, doveva redigere i decreti di applicazione ma, promulgato poi da Giovanni Paolo II nel 1983, ha ridotto al minimo questo diritto di comunione. Nessun sinodo o consiglio che prevede la presenza di laici è stato dichiarato obbligatorio, e in ogni caso gli è stato attribuito solo uno status consultivo.

            Per altro verso, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno fortemente incoraggiato il diritto d’associazione dei laici, previsto dal Codice stesso. Così si sono moltiplicati i nuovi movimenti, carismatici e non. Debitori della loro esistenza alla Santa Sede, ne sono il rimando, in una configurazione di «comunione gerarchica», dove l’aggettivo prevale sul sostantivo. Di conseguenza, il governo della Chiesa è rimasto strettamente nelle mani del clero. Così, il card. J.P. Schotte (1928-2005), segretario generale del Sinodo dei vescovi, esprime il diritto in vigore nel Codice riveduto, e non un’opinione personale, quando afferma: «Sia chiaro, nella Chiesa cattolica un parroco non deve rendere conto a nessuno tranne che al suo vescovo; un vescovo non deve render conto a nessuno tranne che al papa. E il papa non deve render conto a nessuno se non a Dio».

            Tutto ciò che precede illumina l’affermazione di papa Francesco secondo cui «il clericalismo genera una scissione nel corpo ecclesiale». Restano da esplorare le basi ideologiche. «Il clericalismo» – scrive papa Francesco – è «favorito sia dagli stessi sacerdoti sia dai laici». Questo «modo anomalo di intendere l’autorità nella Chiesa (…) tende anche a sminuire e a sottovalutare la grazia battesimale che lo Spirito Santo ha posto nel cuore della nostra gente».

            Nel notare l’avallo dei laici a questo regime di autorità, favorito dai sacerdoti, papa Francesco non dà la colpa ai sacerdoti né a tutti i laici né a tutti i sacerdoti, ma attira l’attenzione sul meccanismo delle loro relazioni. In termini sociali, questo meccanismo viene messo in atto quando i chierici inculcano ai laici la loro mancanza di potere e la loro ignoranza, mentre affermano la propria elezione e superiorità a motivo della grazia della loro ordinazione.

I laici come coloro che non hanno potere. È da secoli che i catechismi più autorevoli definiscono i sacerdoti in prima istanza sulla base dei loro poteri, in opposizione ai laici che ne sono privi. È il caso del Catechismo del concilio di Trento, del Catechismo cattolico del cardinale Gasparri, del Catechismo nazionale di Francia che definisce il sacerdote per «il potere di eseguire le funzioni sacre», quel potere di consacrare e assolvere, che i laici non hanno.

            Il Catechismo della Chiesa cattolica del 1992 ne conserva tracce: cita un’enciclica di Pio XII per la quale «in forza della consacrazione sacerdotale che ha ricevuto, è in verità assimilato al Sommo sacerdote, gode della potestà di agire con la potenza dello stesso Cristo che rappresenta». Tale insegnamento modella inevitabilmente la relazione dei laici con il clero.

e anche come coloro che non sanno. Fino al Vaticano II ogni liturgia e ogni sacramento viene celebrato in una lingua comprensibile solo ai chierici. Una pratica di una così grande portata simbolica pone i laici nel non sapere ciò che li caratterizza: come, ad esempio, secondo l’enciclica, già menzionata, di san Pio X, che ha molti paralleli, o come anche il più recente editoriale di Masses ouvrières.

            La preoccupazione di papa Francesco di prendere in considerazione il contributo positivo dei fedeli all’esercizio del magistero non è scontato, perché il ruolo attivo che Lumen gentium 37 assegna loro non si trova in Dei Verbum.

            L’analisi molto precisa, in termini sociali, del futuro arcivescovo Gérard Defois mette in luce che la parola del magistero è a senso unico; non riceve nulla dall’ambiente circostante, né dalla memoria del gruppo, né dall’esperienza che il gruppo fa di questa parola. «È un circuito senza feed-back, cioè è chiuso sul proprio funzionamento (…) senza alcuna possibile correzione, in corso d’esercizio, per migliorare la diffusione e trasformare il messaggio».

            I fedeli sono presentati come «figli della Chiesa, oggetti dell’azione della gerarchia o soggetti di doveri»; sono «nutriti, educati, informati, esortati; si tradurranno per loro le immense ricchezze della parola divina; sarà tradotto per loro il testo, si aprirà loro l’accesso» eccetera.

            Certamente, papa Francesco si è smarcato da una concezione esclusivamente autoreferenziale del magistero. In fedeltà a Lumen gentium, che comprende la Chiesa come popolo di Dio, corpo di Cristo e tempio dello Spirito Santo, egli concepisce l’accesso del popolo di Dio alla verità in modo molto più sinodale, nell’ascolto reciproco tra i tre poli della vita della Chiesa che sono la gerarchia, la teologia e i fedeli. Ognuno di questi poli deve tener conto degli altri due; altrimenti, a seconda dei casi, le persone rischiano di cadere nella superstizione, i teologi nel razionalismo e la gerarchia nell’arbitrio, come esprime bene la frase – ci auguriamo apocrifa – attribuita a Pio IX: «La tradizione sono io».

            Si potrebbe giustamente notare che sono stati citati testi sulla mancanza di potere e sull’ignoranza dei laici senza collocarli nel loro contesto storico e che dopo il concilio Vaticano II non hanno altro che un interesse archeologico. Ma così facendo, ci si è adeguati alla pratica del magistero stesso che non storicizza i suoi documenti, tanto più che i laici continuano a essere associati alla mancanza di potere e all’ignoranza: il «potere sacro» resta una delle categorie fondamentali del Codice riveduto del 1983, con tutte le conseguenze che si possono immaginare.

Mentre la Santa Sede accetta lo studio storico-critico dei Vangeli, i suoi documenti si riferiscono a fonti che si dipanano su venti secoli, senza mai storicizzarle! Il Denzinger, raccolta ufficiosa di quei testi, si accontenta di catalogarli secondo la successione cronologica dei papi. [Heinrich Joseph Dominicus Denzinger (Liegi, 10 ottobre 1819Würzburg, 19 giugno 1883) è stato uno dei massimi teologi cattolici, fu l’autore dell”Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum (Manuale dei simboli, delle definizioni e delle dichiarazioni sulla fede ed i costumi) comunemente conosciuto come “Denzinger-Schönmetzer”. Riporta il Credo o Simbolo degli apostoli e i testi di tutti i concili, dal primo ecumenico di Nicea. Le ultime edizioni hanno aggiunto dichiarazioni dottrinali della seconda metà del ventesimo secolo, inclusi gli insegnamenti del Concilio Vaticano II e dei papi recenti].

I chierici «prescelti» da Dio? Secondo papa Francesco «il clericalismo nasce da una visione elitaria ed escludente della vocazione, che interpreta il ministero ricevuto come un potere da esercitare». Nei fatti la vocazione è comunemente intesa come una scelta di Dio, perché sarebbe una chiamata, interiore e misteriosa, proveniente direttamente da Gesù stesso. Essa muove al rispetto tanto più per il fatto che implica rinunce (a partire da quella alla vita familiare) e la promessa di una completa dedizione. Non è un caso che di una vita donata agli altri si dica che è un «vero sacerdozio!».

            Una tale concezione della vocazione inscritta nel linguaggio («farsi prete») è in contrasto con la tradizione richiamata da san Pio X ancora nel 1912: «La vocazione non consiste in un invito dello Spirito Santo ad abbracciare il sacerdozio», ma nel richiamo che la Chiesa fa a un cristiano di cui ha verificato le qualità.» [Il can. 377 § 3 del Codice del 1983 prescrive al nunzio che prepara una nomina episcopale: “Se lo riterrà opportuno, richieda anche singolarmente e in segreto il parere di altri, del clero diocesano e religioso, come pure di laici distinti per saggezza”, cosa che non è coerente con la prima parola pronunciata in ogni celebrazione di ordinazione che si rivolge al vescovo nel modo seguente: “Padre, la santa Chiesa chiede che questo nostro fratello sia ordinato (diacono), presbitero (o vescovo)”.]

            {Negli anni 1976\1978, essendo papa Paolo VI, segretario della CEI mons. Enrico Bartoletti, nunzio apostolico mons. Romolo Carboni, fui interpellato per la nomine a vescovo di tre sacerdoti diocesani. Ndr}

            Peraltro, vent’anni dopo, Pio XI, esigendo che gli ordinandi giurassero sui santi Vangeli «Sperimento e sento che Dio veramente mi chiama», consacrerà questo moderno soggettivismo rovinoso per l’equilibrio tra la scelta da parte della Chiesa e la scelta da parte di Dio, rendendo autonomo il clero rispetto ai fedeli. [Cosa che si verifica anche perché sono solo dei preti che decidono chi potrà essere ordinato]

            Riusciranno le conclusioni del Sinodo sui giovani ad aiutare una più giusta concezione della chiamata ai ministeri ordinati? È difficile negare che, nel corso della storia, gli effetti dell’ordinazione siano stati teologicamente sopravvalutati in Occidente ma non solo. In Occidente, il sacerdote è descritto come «l’altro Cristo», «mediatore tra Dio e gli uomini», «sacerdote per sempre», «mille volte superiore agli angeli».

            Jean Jacques Olier (1608-1657), il modellatore dei seminari della Congregazione di san Sulpizio, insegnava persino che i preti sono «le sorgenti feconde e inesauribili di tutte le grazie; tutto quello che si opera di santo, grande e divino nella Chiesa, emana da loro e si opera attraverso il loro santo ministero». Scriveva persino che «Il Padre eterno associa il prete al potere di generare il Verbo (…) e d’inviare lo Spirito Santo (…) in modo tale che Egli non si riserva nulla che non comunichi al prete».

            Il Vaticano II ha certamente riequilibrato questa «spiritualità sacerdotale» ma ha ripreso, senza sufficiente spiegazione, espressioni tecniche suscettibili d’ambiguità: i sacerdoti «agiscono in persona di Cristo», «nel nome di Cristo capo» (Lumen gentium, n. 28 e Presbyterorum ordinis, nn. 6. 12; EV 1/354; 1257. 1282); l’ordinazione li segna con un carattere indelebile, cosa che per alcuni genera una differenza ontologica tra sacerdoti e fedeli, fondata, a torto, nella differenza «essenziale e non solo di grado» tra il loro sacerdozio e quello dei laici (Lumen gentium, n. 10; EV 1/312). Di fatto la concezione cristiana della santità è stata assorbita, in questo caso preciso, dalla categoria del sacro.

            Questo breve rimando aiuta a chiarire perché papa Francesco sia preoccupato nel vedere «il clericalismo sottovalutare la grazia battesimale». Non è forse svilita quando si lascia intendere che tutta la vita cristiana dipende dai sacerdoti, come fa il Curato d’Ars quando dice: «Lasciate una parrocchia senza un prete per vent’anni e poi lì adoreranno gli animali»?

            La grazia del battesimo è anche sottovalutata tra i sacerdoti influenzati da questa pseudo-spiritualità sacerdotale, poiché è il battesimo l’unico fondamento della loro santità.

Clericalismo e cultura del silenzio. Come non vedere che il clericalismo, vale a dire la struttura binaria della Chiesa e la pseudo-spiritualità che la giustifica, porta direttamente al silenzio dei fedeli, persino al loro concorrere nel coprire gli abusi e le violenze sessuali? Rende impensabile la figura di un prete perverso. Porta inevitabilmente a pensare che le vittime minorenni lavorino di fantasia e, nel caso di fatti accertati, molti non vogliono danneggiare con un’eventuale denuncia la reputazione dell’insieme del clero.

            Queste rappresentazioni hanno anche acuito la vittimizzazione delle persone che hanno subito violenza: era stata loro inculcata la fiducia assoluta nei loro aggressori; vedersi traditi può solo distruggerle interiormente, aggravare i sensi di colpa e far sprofondare in quel silenzio che le vittime conservano per lunghissimi anni. È evidente che i vescovi e i loro collaboratori, i superiori religiosi o i responsabili di nuovi movimenti, o gli alti responsabili della Curia romana che hanno coperto i delinquenti non sono mostri che compiono deliberatamente il male. Non hanno niente a che vedere con Eichmann. Tuttavia, incontriamo qui quella banalità del male di cui parla Hannah Arendt (ebrea, filosofa, storica tedesca e poi in USA).

            Senza indossare la toga da procuratore, è necessario identificare alcuni fattori che hanno portato questi responsabili a ignorare le vittime e a non rompere un silenzio mantenuto così a lungo, se non sotto la pressione di autorità secolari. Questa analisi s’impone più della preghiera, della penitenza e della richiesta di scuse, perché se non indentifichiamo questi fattori, non c’è il rischio che le stesse cause producano gli stessi effetti?

            Quando papa Francesco vede nel clericalismo l’origine degli abusi sessuali e della loro copertura, sta quindi prendendo di mira comportamenti istituzionalizzati nel mondo clericale. Ce ne sono quattro che sembrano pesare in modo particolare; li analizzeremo qui, anche se ce ne sono sicuramente altri.

  1. Santità e segretezza della confessione. Oltre al concubinato del clero, il Codice del 1917 punisce solo le violenze sessuali commesse nel contesto della confessione (sollicitatio ad turpia). Questo peccato, che mina la santità della confessione, è così grave che l’assoluzione è riservata esclusivamente al papa attraverso la Congregazione per la dottrina della fede. Ogni altra assoluzione sarebbe invalida e punibile con la scomunica (can. 2.336). Per proteggere rigorosamente il segreto della confessione, la legge impone con giuramento la massima segretezza a tutti coloro, cancellieri, avvocati, semplici testimoni, che possono esserne venuti a conoscenza e innanzitutto allo stesso vescovo. Le vittime sono menzionate solo per dire che saranno scomunicate se non denunciano il loro aggressore al vescovo entro un mese (can. 2.368, § 2). Il Codice del 1986 continua a ignorarle. La tutela del segreto della confessione si traduce quindi nell’impossibilità di denunciare i colpevoli alle autorità giudiziarie. Così per cattiva abitudine e sicuramente anche per proteggere la reputazione del clero, altri reati sessuali commessi fuori dal confessionale sono stati di norma coperti da un segreto molto rigido, con gli effetti che attualmente stanno venendo alla luce.
  2. Il privilegio del foro ecclesiastico. È dovuto alla medesima mentalità abitudinaria l’attaccamento della gerarchia al privilegio del foro che, da Costantino in poi, le consente di giudicare i propri membri senza l’intervento dei tribunali civili. Rileviamo anche che il segretario di Stato di Giovanni Paolo II e il suo prefetto della Congregazione del clero erano intervenuti ufficialmente per sottrarre alla giustizia civile sacerdoti colpevoli. [Le direttive della Conferenza episcopale italiana del 2014 chiedono ai vescovi come mero dovere morale, ma non legale, il rendere noti i crimini commessi dai sacerdoti.]. Non ci si può quindi stupire del silenzio generale dei vescovi e dei superiori religiosi. Il privilegio del foro è stato anche rivendicato in alcuni concordati del XX secolo e, anche laddove non esiste alcun concordato, l’abitudine ha portato la polizia di alcuni paesi cattolici a fingere di non vedere. Ma sbagliano i media a ritenere che papa Francesco condivida la stessa mentalità quando invoca l’immunità diplomatica dello Stato vaticano per impedire che il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede compaia come testimone davanti a un tribunale francese. In realtà, il suo rifiuto è volto a salvaguardare il segreto della confessione perché la sua funzione comporta, com’è stato evidenziato, l’affrontare questioni direttamente legate a esso. Ci sono però diversi governi, come ad esempio quello dell’Australia, che ne vorrebbero la revoca, così come del segreto medico, per i casi di pedofilia. Ma questo segreto non è negoziabile.
  3. Un potere gerarchico monocratico. Nella Chiesa cattolica, il potere gerarchico è esercitato classicamente senza che chi lo detiene debba render conto a nessuno. La Riforma si è battuta contro questo tipo di governo che Melantone [collaboratore di Lutero] chiamava «un potere anypeuthynon, cioè che nessuno ha il diritto di discutere e giudicare», potere che le norme di legge in vigore hanno rinnovato dopo il Vaticano II, come ha osservato il card. Schotte, già citato. Una tale struttura è doppiamente favorevole all’abuso e alla violenza sessuale per il fatto che sono sempre perpetrati da persone in posizioni di potere, prestigio o carisma personale; e che, d’altra parte, è più facile la copertura dei colpevoli dal momento che i loro responsabili istituzionali non devono render conto a nessuno, nemmeno alla giustizia civile. Consapevole dei limiti di un magistero autoreferenziale, papa Francesco, appoggiandosi al concilio Vaticano II (cf. Lumen gentium, n. 12) ricorda di tanto in tanto l’infallibilità del popolo di Dio nella sua interezza. In particolare, ha voluto articolare con maggiore precisione i processi collegiali e sinodali nei due sinodi della famiglia, inviando questionari a tutti i vescovi perché fossero elaborati nelle diocesi. La loro ripresa doveva permettere ai 200 padri sinodali, tutti di sesso maschile e celibatari, d’affrontare in modo più appropriato le problematiche legate al corpo, alla sessualità, all’equilibrio affettivo in un contesto più ecclesiale rispetto alla promulgazione dell’Humanæ vitæ. [Considerare peccato un rapporto coniugale non aperto a una nuova nascita, restringe indebitamente la sessualità degli sposi cristiani alla mera funzione riproduttiva.] In questo ambito, è mancato il collegamento vitale, come già riteneva Newman, tra magistero, sensus fidei dei fedeli e lavoro teologico.
  4. Da parte dei teologi erano stati posti molti interrogativi sull’ambito della sessualità, ma invano, perché era stato loro imposto d’autorità il silenzio sul dibattito suscitato dall’Humanæ vitæ, un silenzio imposto nuovamente sul tema dell’ordinazione delle donne. Questo silenzio imposto alla riflessione non è forse parte di un altro silenzio, quello che i superiori religiosi, vescovi e persino cardinali stanno pagando a caro prezzo, e tutta la Chiesa con loro? C’è bisogno d’incoraggiare nella nostra Chiesa una riflessione permanente. Da parte loro, sembra che ai laici non rimanga che parlare o rifiutarsi di sostenere economicamente la propria Chiesa. Per contenere un male che nel lungo periodo riemergerà, solo la partecipazione di laici, padri e madri di famiglia, alle responsabilità in tutti gli ambiti della vita della Chiesa potrebbe cambiare la situazione. In breve, occorre una maggiore sinodalità.

Quali riforme attendere dall’incontro di febbraio? Papa Francesco ha legato la risposta alle violenze sessuali alla messa in atto, a tutti i livelli della vita della Chiesa, di una sinodalità fedele agli orientamenti del Vaticano II, sin qui lasciati in ombra. Questa sinodalità non dovrà evidentemente essere confusa con una sorta di democratizzazione della Chiesa.

Dato che il sinodo del prossimo febbraio sarà molto breve, potrà affrontare un’agenda così vasta? Con ogni probabilità, dopo aver espresso il proprio pentimento e la propria preoccupazione per le vittime, i padri sinodali non mancheranno di domandare la stesura di un codice di condotta per la protezione dei minori così come un aggiornamento del diritto penale della Chiesa, per quanto riguarda sacerdoti e vescovi. Auspicheranno inoltre delle direttive per la formazione, in particolar modo psicologica, dei futuri sacerdoti.

            Ma non sarebbe forse un peccato che a motivo del poco tempo a disposizione, questo sinodo non andasse oltre questo genere di misure e al di là degli appelli alla conversione personale?

            Infatti gli importanti problemi di fondo che questa crisi ha rivelato rischiano di rimanere senza riforme strutturali. Orientarsi verso una governance maggiormente sinodale porterebbe invece a delle felici ricadute pastorali senza contare che vi è una richiesta in tal senso anche da parte dell’ambito ecumenico.

            Infine, poiché la crisi attuale proviene anche da un male ordinario fatto da assopimento spirituale e intellettuale e da ignoranze più o meno colpevoli, questo sinodo potrebbe chiedere che venga stimolata nell’insieme della Chiesa una riflessione permanente.

            Di fronte all’ordinarietà di questo male, ci siamo addormentati, quando invece potevamo e dovevamo agire. Davanti al male radicale non abbiamo altra possibilità che rifugiarci in Dio, secondo le ultime parole della preghiera che il Signore ci ha lasciato: «Liberaci dal male». (46 note)

Hervé Legrand          Il Regno attualità n. 2           febbraio 2019

www.ilregno.it/attualita/2019/2/francesco-clericalismo-e-violenze-sessuali-perche-non-abbiamo-agito-herve-legrand

 

Chiesa e abusi: alla nostra fiducia tradita chi ci pensa?

Ora che anche il Papa ha parlato apertamente degli abusi sulle suore, dopo l’editoriale firmato da Lucetta Scaraffia nel numero di ottobre di Donne Chiesa Mondo dell’Osservatore romano, sembra finalmente che l’ultimo tabù sia saltato (ne avevo scritto qui) eppure la sensazione pressante, come donne e credenti, non è certo quella di un sollievo, bensì piuttosto di una ulteriore lacerazione in quel tessuto vitale e delicato che chiamiamo fiducia.

            Mentre l’elenco dei sacerdoti e religiosi accusati di abuso sui minori continua ad allungarsi, un nuovo -in parte sovrapponibile- elenco di predatori di donne ci viene messo davanti, con alcuni nomi eccellenti, tra i quali Padre Hermann Geissler, capo ufficio della Congregazione per la Dottrina della Fede. E noi che siamo donne e madri cattoliche ci troviamo a sbattere dolorosamente contro la consapevolezza che quella che abbiamo sempre considerato la nostra Chiesa non è un luogo sicuro: né per i nostri figli né per noi.

            Nessuno ovviamente intende ridurre la Chiesa agli abusi di alcuni suoi membri, nessuno ne mette in discussione la missione o il valore, ma sembra che in tutta l’azione messa in opera per arrivare – finalmente – a scoperchiare il verminaio che covava sotto il potere indisturbato di un sistema clericale ammalato di clericalismo (come l’ha definito Papa Francesco), non si prenda in considerazione un fatto: come potrà la Chiesa riacquistare la nostra fiducia tradita?

            In questo momento la gerarchia cattolica si sta impegnando – finalmente – nel far emergere la verità: nell’appuntamento che si aprirà il prossimo 21 febbraio 2019, e che vedrà il Papa insieme ai capi delle conferenze episcopali di tutto il mondo affrontare il tema degli abusi, c’è da sperare che si facciano passi in avanti nel creare una prassi che impedisca per il futuro insabbiamenti che in passato hanno sottratto i rei alle conseguenze penali che spettano loro. Ma i “protocolli chiari”, che il Papa auspica usciranno dall’incontro, sono sufficienti?

            Ancora una volta manca un vero ascolto delle vittime, come hanno rilevato in molti e ai quali sta facendo da portavoce autorevole il cardinal Schönborn arcivescovo di Vienna. Se non si darà voce alle vittime necessariamente al centro dell’attenzione resteranno i carnefici: quelli che per decenni sono stati coperti e tutelati e che ancora oggi la Chiesa considera i principali destinatari della propria cura. Non a caso si parla più della necessità di un sostegno psicologico all’immaturità affettiva dei preti, che della devastazione delle vittime: i protagonisti sono e restano loro.

            Oltre agli abusatori e agli abusati c’è però un terzo soggetto, totalmente dimenticato, e quel soggetto siamo noi, noi credenti impietriti di fronte alla realtà che andiamo scoprendo e disorientati. Come laici, laiche, come madri e padri che ogni settimana o ogni giorno affidano i propri figli alle parrocchie, alle scuole cattoliche, ai movimenti ecclesiali, come donne che si mettono a servizio delle comunità coadiuvando i sacerdoti, come religiose che del servizio a Cristo e alla Chiesa hanno fatto il centro della loro vita: abbiamo diritto ad essere presi in considerazione, abbiamo diritto a vedere che questa nostra Chiesa non ha a cuore la preservazione di se stessa, ma la nostra cura, che sia presenza viva del Buon Pastore in mezzo a noi.

            La Chiesa di Francesco saprà affrontare con coraggio questa prova? Saprà vedere nello sguardo delle vittime e nella fiducia lacerata di tanti semplici fedeli, la chiamata che il Signore le rivolge oggi? E ci coinvolgerà in questo cammino di purificazione?

            È un tempo critico, che non è giusto lasciare alla sola gerarchia affrontare, per questo nella Chiesa – e significativamente dalle donne – arrivano occasioni di riflessione e mobilitazione: tra queste la campagna promossa da Voices of Faith dal titolo #overcomingsilence e finalizzata a sensibilizzare i credenti di tutto il mondo all’urgenza di dare il diritto di voto delle donne nei sinodi e più in generale aprire alla leadership femminile nella Chiesa, della quale si sente profondamente la mancanza.

            Difficile dire se una presenza maggiore delle donne in ruoli di responsabilità nella Chiesa avrebbe evitato tutta questa sofferenza, ma è chiaro che da questa crisi non si uscirà senza il concorso di tutti e di tutte. Per questo il tempo è giunto perché le donne trovino posto nel cuore dei processi decisionali ecclesiali.

            A una diagnosi esatta del problema fatta da Papa Francesco, che identifica nel clericalismo la radice degli abusi, non si può rispondere solo con un’azione clericale, lasciando ai fedeli il compito di pregare e attendere… in silenzio. Da sola la gerarchia non può farcela, ha bisogno che il popolo di Dio, insieme, si coinvolga in questo sforzo di purificazione e rinnovamento. C’è troppo in gioco per restare a fare gli spettatori.

            C’è in gioco la nostra fiducia, che significa – se non si fosse capito – che è a rischio la trasmissione della fede da una generazione all’altra. Trasmissione che avviene in famiglia e – quasi sempre – attraverso le madri, attraverso le nonne… attraverso le donne.

Paola Lazzarini         Gli stati generali        12 febbraio 2019

www.glistatigenerali.com/questioni-di-genere_religione/chiesa-e-abusi-alla-nostra-fiducia-tradita-chi-ci-pensa

 

Editoriale di Donne Chiesa Mondo – Osservatore romano

Se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme» scrive papa Francesco nella sua Lettera al popolo di Dio, citando Paolo. Noi l’abbiamo interpretato come una richiesta rivolta anche alle donne di far sentire la loro voce, la loro riflessione, per farsi carico, insieme agli uomini e al clero, della crisi profonda che la Chiesa sta vivendo, per sentirsi finalmente parte attiva e propositiva del popolo di Dio. In questo numero quindi abbiamo voluto dare voce alla riflessione critica dal punto di vista femminile, sia ad opera di donne che di uomini impegnati nella vita ecclesiale. I problemi affrontati sono quelli attuali: il silenzio anche da parte delle donne davanti a situazioni di prevaricazione e di violenza, in nome di un ingiustificabile clericalismo (Marron), la critica a un femminismo cattolico che pensa di ottenere una partecipazione femminile attiva e riconosciuta nella  vita della Chiesa grazie a un riconoscimento dall’alto, come risultato di una cooptazione che rivela ancora dipendenza dal potere clericale, e quindi difficoltà ad assumersi una responsabilità diretta (Scaraffia). A questo si aggiunge una forte critica dell’inveterata abitudine del clero a non cercare interlocutori femminili, e a pensare che le donne non abbiano niente di interessante da dire (Malone). Viene poi un esame dei grandi temi da risolvere: da un lato, il celibato ecclesiastico, accusato di essere diventato solo una ipocrita condizione di potere, al quale occorre ridare valore spirituale (Vesco), dall’altro il lavoro intellettuale necessario a pensare una Chiesa a due voci, maschile e femminile insieme, con lo stesso diritto di pensiero e di parola (Pelletier). Una serie di testi ricchi di pensiero e di proposte, sui quali vorremmo avviare ulteriori riflessioni critiche, affinché questo sia solo un primo passo per un rinnovamento della vita ecclesiale, al quale finalmente le donne possano contribuire sul serio.               Lucetta Scaraffia       ottobre 2018

www.osservatoreromano.va/vaticanresources/pdf_supplement/Donne_ottobre_2018_1.pdf

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CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

Nominati i membri del Servizio tutela minori.

Nella riunione di venerdì 8 febbraio la Presidenza della Conferenza episcopale italiana ha nominato per un quinquennio i membri del Consiglio di Presidenza del Servizio Nazionale per la tutela dei minori: Dott.ssa Emanuela Vinai (coordinatrice), Avv. Carlo Acquaviva, Dott. p. Amedeo Cencini, Dott.ssa Anna Deodato, Dott. d. Gianluca Marchetti, Dott. p. Luigi Sabbarese, Dott. d. Gottfried Ugolini.

Presieduto da mons. Lorenzo Ghizzoni, arcivescovo di Ravenna-Cervia, il Consiglio sarà integrato con altri membri e affiancato da una Consulta. Istituito lo scorso novembre presso la Segreteria Generale della Cei e dotato di apposito Regolamento, il Servizio è chiamato a offrire alla Conferenza stessa, alle Chiese particolari, agli Istituti di Vita Consacrata e alle Società di Vita Apostolica, alle Associazioni e alle altre realtà ecclesiali un supporto per quanto attiene alla tutela dei minori e degli adulti vulnerabili.

Tra i primi compiti, al Servizio sono affidate la promozione e l’accompagnamento delle attività di prevenzione e formazione a livello territoriale. A tale scopo, è stato chiesto a ogni Conferenza episcopale regionale di incaricare un vescovo: a quest’ultimo spetta accompagnare la costituzione dei servizi regionali e interdiocesano, a partire dalla sollecitazione ai vescovi del territorio per l’individuazione di validi referenti diocesani. Nella loro scelta si è sensibilizzata soprattutto la rete dei Consultori familiari, al fine di valorizzare esperienze e competenze, che saranno ulteriormente approfondite con appositi corsi di formazione.

            Nell’ambito della riunione della Presidenza della Cei, il card. Gualtiero Bassetti ha incontrato due vittime – di cui una minorenne – di abusi compiuti da sacerdoti: “Nell’ascoltare il dolore di queste persone – confida Bassetti – mi sono confermato sul percorso di plagio e, quindi, di abuso di potere che soggiace e prepara quello a carattere sessuale. Una volta di più siamo chiamati a essere rigorosi nella selezione dei candidati al ministero, avvalendoci dell’apporto delle scienze umane: meglio avere meno preti e religiosi, che rischiare la vita di un minore”.

Agenzia SIR   14 febbraio 2019

https://agensir.it/quotidiano/2019/2/14/abusi-cei-nominati-i-membri-del-servizio-tutela-minori-il-card-bassetti-ha-incontrato-due-vittime

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CONGEDO PADRI

INPS: Congedi papà – proroga e ampliamento per il 2019

Messaggio n. 591, 13 febbraio 2019

www.inps.it/bussola/VisualizzaDoc.aspx?sVirtualURL=%2fMessaggi%2fMessaggio%20numero%20591%20del%2013-02-2019.htm

L’INPS ha emanato il messaggio n. 5911\13 febbraio 2019, con il quale informa che la durata del congedo obbligatorio è aumentata, per l’anno 2019, a 5 giorni da fruire, anche in via non continuativa, entro i 5 mesi di vita o dall’ingresso in famiglia o in Italia (in caso di adozione/affidamento nazionale o internazionale) del minore.

            Sono, pertanto, tenuti a presentare domanda all’Istituto solamente i lavoratori per i quali il pagamento delle indennità è erogato direttamente dall’INPS, mentre, nel caso in cui le indennità siano anticipate dal datore di lavoro, i lavoratori devono comunicare in forma scritta al proprio datore di lavoro la fruizione del congedo di cui trattasi, senza necessità di presentare domanda all’Istituto.

INPS: Congedi papà – proroga e ampliamento per il 2019

L’articolo 1, comma 278, lett. c), della legge n. 145/2018 ha, infine, prorogato, per l’anno 2019, la possibilità per il padre lavoratore dipendente di fruire di un ulteriore giorno di congedo facoltativo, previo accordo con la madre e in sua sostituzione, in relazione al periodo di astensione obbligatoria spettante a quest’ultima.

            Rimane fermo che per le nascite e le adozioni/affidamenti avvenute nell’anno solare 2018, i padri lavoratori dipendenti hanno diritto, a 4 soli giorni di congedo obbligatorio, anche se ricadenti nei primi mesi dell’anno 2019 (cfr. il messaggio n. 894/2018).

Dottrina per il lavoro            14 febbraio 2019

www.dottrinalavoro.it/notizie-c/inps-proroga-congedo-per-i-padri-lavoratori-dipendenti-anno-2019-2

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CONSULENZA COPPIA E FAMIGLIA

Mediazione Familiare in carcere

I legami interrotti: la mediazione familiare strumento per una nuova comunicazione

Sebbene, in astratto, l’importanza della tutela dei legami familiari dei detenuti sia ampiamente condivisa, anche alla luce delle progressive evoluzioni della legislazione in materia, nella realtà dell’esecuzione della pena, risulta complesso garantire il mantenimento di stabili rapporti affettivi per i soggetti coinvolti nella vicenda detentiva: alla sofferenza per la separazione e per le limitazioni dello “spazio” di incontro, si unisce spesso il rischio di fratture insanabili causate anche dall’artificialità del contesto e delle regole proprie del sistema penitenziario, che non agevolano il tentativo di mantenere i legami ed elaborare i conflitti.

            La normativa di settore ha negli anni subito una profonda trasformazione, alla luce di un complesso dibattito che, muovendo i passi dai dettami Costituzionali, ha attribuito alla pena una vera valenza rieducativa, attenuandone invece la caratterizzazione repressiva e social-preventiva, tipica dei sistemi penali incentrati sulla “neutralizzazione” e sull’annullamento” del soggetto recluso, come risultava nel Regolamento per gli istituti di prevenzione e pena del 1931.

            Tale percorso era culminato con l’adozione della legge n. 354/26 luglio 1975 (“Norme sull’Ordinamento penitenziario e sull’esecuzione delle misure privative e limitative della libertà”) nella quale si affermava il principio che il regime di soggezione speciale del detenuto dovesse avere un intento rieducativo, nella considerazione, sconosciuta alla precedente tradizione giuridica del paese, che il detenuto sia in primis una “persona”, dotata di bisogni ed esigenze specifiche.

www.gazzettaufficiale.it/eli/id/1975/08/09/075U0354/sg

Veniva così inaugurata una nuova fase in materia di trattamento penitenziario, nella quale si abbandonava l’antica logica della depersonalizzazione, per attribuire invece rilievo alla valorizzazione della personalità del detenuto, ai fini del suo riadattamento sociale.

            Per la prima volta, si riconosceva inoltre che i contatti del detenuto con il mondo esterno potessero contribuire alla sua rieducazione, alla stregua di vere e proprie modalità di trattamento, necessitando il percorso di recupero della partecipazione attiva delle famiglie, facilitata e promossa attraverso l’utilizzo di una serie di stimoli culturali, affettivi e umani.

Elena Cullati il 13 febbraio 2019    Giurisprudenza Penale Web, 2019, 2-bis – ISSN 2499-846X

www.giurisprudenzapenale.com/2019/02/13/legami-interrotti-la-mediazione-familiare-strumento-nuova-comunicazione

 

I legami interrotti: la mediazione familiare strumento per una nuova comunicazione

Estratto                                          Giurisprudenza Penale Web, 2019, 2-bis

Elena Cullati, mediatrice familiare e Enrico Frola, medico, psicologo, psicoterapeuta

  1. 1.      La tutela delle relazioni familiari nella disciplina normativa.
  2. 2.      La mediazione familiare come possibile strumento.
  3. 3.      Vari modelli di mediazione familiare: la mediazione trasformativa.
  4. 4.      Obiettivi del percorso di mediazione familiare in carcere.
  5. 5.      La mediazione come modo d’essere della psiche.

1. La tutela delle relazioni familiari nella disciplina normativa.

Sebbene, in astratto, l’importanza della tutela dei legami familiari dei detenuti sia ampiamente condivisa, anche alla luce delle progressive evoluzioni della legislazione in materia, nella realtà dell’esecuzione della pena, risulta complesso garantire il mantenimento di stabili rapporti affettivi per i soggetti coinvolti nella vicenda detentiva: alla sofferenza per la separazione e per le limitazioni dello “spazio” di incontro, si unisce spesso il rischio di fratture insanabili causate anche dall’artificialità del contesto e delle regole proprie del sistema penitenziario, che non agevolano il tentativo di mantenere i legami ed elaborare i conflitti.   (…)

L’unica occasione d’incontro con i propri familiari è infatti quella della visita-colloquio che viene tuttavia filtrato, limitato, spesso vissuto in spazi inadeguati, cosi da generare un incontro non autentico, incapace di ricreare il clima di intimità che l’importanza dei legami richiederebbe e che si gioverebbe invece di luoghi e tempi dedicati ed esclusivi.

2. La mediazione familiare come possibile strumento.

Nel complesso quadro sopra delineato, s’indaga in questa sede la possibilità di ricorrere, anche in ambito penitenziario e al fine di contribuire a rendere più concreta la tutela dei legami familiari, allo strumento della mediazione familiare. Con tale termine s’intende un processo collaborativo di risoluzione del conflitto, in cui le famiglie sono sostenute da un terzo imparziale (il mediatore) nel processo di ripresa della comunicazione e dell’elaborazione di nuovi assetti di vita. Tale pratica, affacciatasi al panorama italiano dagli anni Ottanta e già conosciuta nel mondo anglosassone, muove dal convincimento che il conflitto è parte naturale della vita e che un’esistenza senza conflitto risulterebbe innaturalmente statica.

Il conflitto in sé, dunque, non è positivo, ma neanche negativo; è una forza naturale, necessaria per la crescita e il cambiamento, ma è fondamentale il modo in cui lo stesso viene vissuto dai confliggenti: “Risolvere un conflitto raramente ha a che fare con chi ha ragione. Dipende semmai dal riconoscere e dall’apprezzare le differenze”.

Se viene gestito in modo attento dalle parti, contiene in sé le potenzialità per una trasformazione positiva, attraverso la capacità di cambiare percezione dell’altro e atteggiamenti. Maturando la capacità di vivere la situazione conflittuale in modo cooperativo, dopo aver superato i naturali sentimenti di rabbia verso l’a1tro, è possibile che si sperimentino un rafforzamento e un miglioramento delle relazioni: tale catarsi positiva, soprattutto nel caso di conflitto tra coniugi con figli, determina un effetto benefico anche verso gli altri componenti della famiglia.

Nella pratica della mediazione, che offre dunque un’occasione di comporre in modo positivo una controversia e una situazione conflittuale, il mediatore, specificamente formato al suo ruolo, mantiene una posizione bilanciata e neutrale trai due partecipanti: solo da tale posizione “equi-prossima” alle parti, può aiutarli ad incanalare e investire energie al fine di elaborare soluzioni valide per entrambi, anziché prolungare la lite, rinunciando alle proprie istanze o accettando un compromesso non soddisfacente.

In Europa, la pratica della mediazione familiare, soprattutto nell’ambito dei procedimenti per separazione e divorzio ma anche nell’ambito di altre situazioni familiari, sta progressivamente vedendo riconosciuto il proprio valore, attraverso un lento, ma incisivo, lavorio culturale: già nel 1998, il Consiglio d’Europa, con la Raccomandazione n. (98) 1 (21 gennaio 1998), in considerazione del fatto che molti Stati membri valutavano l’introduzione della mediazione familiare nella considerazione che fosse necessario incrementarne il ricorso, raccomandava ai governi di “1. Introdurre o promuovere la mediazione familiare o, dove necessario, rafforzare la mediazione familiare esistente; 2. Prendere o rinforzare le misure considerate necessarie in vista dell’attuazione dei seguenti principi per la promozione e l’utilizzo della mediazione familiare come mezzo appropriato per risolvere liti familiari”

/www.google.com/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=1&ved=2ahUKEwiYh6bg6MrgAhWPyKQKHdj_DOUQFjAAegQIABAC&url=http%3A%2F%2Fwww.conciliaconsumatoripesaro.com%2Fwp-content%2Fuploads%2F2013%2F09%2FRaccomandazione-Consiglio-dEuropa-n.-R981-del-21gennaio-1998.pdf&usg=AOvVaw0sMzXgVNTPZcUUsgEkATFY

Gli obiettivi della mediazione venivano identificati dal Consiglio nella:

  1. Promozione di un approccio consensuale, nell’interesse di tutti i membri della famiglia;
  2. Protezione degli interessi e del benessere dei gli in particolare, attraverso accordi appropriati per quanto riguarda il loro affidamento e il tempo da trascorrere con ogni genitore;
  3. Sostenimento della continuità delle relazioni tra i membri della famiglia, soprattutto tra genitori e gli;
  4. Riduzione dei costi economici e sociali della separazione e del divorzio, sia per le famiglie che per lo

Stato.

Da tale significativa premessa è scaturito, a livello nazionale per ciascuno Stato membro, un percorso che ha rafforzato il ruolo della mediazione familiare nel procedimento per separazione e divorzio.

Con riguardo all’esperienza italiana, la grande innovazione è stata apportata dall’adozione della Legge n. 54/8 febbraio 2006 (“Disposizioni in materia di separazione dei genitori e affidamento condiviso”)

http://www.camera.it/parlam/leggi/06054l.htm

che, introducendo l’affidamento “condiviso”, ovvero il diritto del minore a poter vivere la relazione con la madre e il padre in modo paritario, nomina esplicitamente la mediazione familiare, offrendo alle coppie, su invito del Giudice qualora ne ravvisi la necessità, la possibilità di definire insieme un accordo di separazione che tenga conto delle necessità di entrambi e dei figli in particolare.

(Codice civile Art. 155-sexies. Qualora ne ravvisi l’opportunità, il giudice, sentite le parti e ottenuto il loro consenso, può rinviare l’adozione dei provvedimenti di cui all’articolo 155 per consentire che i coniugi, avvalendosi di esperti, tentino una mediazione per raggiungere un accordo, con particolare riferimento alla tutela dell’interesse morale e materiale dei figli». [Art. 155-sexies.abrogato dal D.lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, art. 5]                                                                        www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2014/01/08/14G00001/sg

      Il testo è ripreso modificato nel Codice civile Capo II, titolo IX, art. 337 octies “Qualora ne ravvisi l’opportunità, il giudice, sentite le parti e ottenuto il loro consenso, può rinviare l’adozione dei provvedimenti di cui all’articolo 337 ter per consentire che i coniugi, avvalendosi di esperti, tentino una mediazione per raggiungere un accordo, con particolare riferimento alla tutela dell’interesse morale e materiale dei figli.”

(Articolo aggiunto dall’art. 55 del D. lgs. 28/12/2013 n. 154 il quale riporta, con modificazioni, il contenuto dell’art. 155 sexies abrogato.)

Il percorso della mediazione familiare consente di procedere al di là della frattura, contenendone la portata distruttiva, canalizzando le risorse a vantaggio delle generazioni più giovani e contribuendo a salvaguardare il “codice simbolico del legame” (Eugenia Scabini – Vittorio Cigoli Alla ricerca del famigliare: il modello relazionale-simbolico), di cui si giova non solo la famiglia coinvolta ma anche il corpo sociale stesso, in quanto proteggendo il legame intergenerazionale genitori-figli, la società protegge il suo futuro.

Tutto ciò premesso riguardo lo status attuale dello strumento mediazione familiare in Italia, occorre dare rilievo ad una caratteristica insita di tale percorso, che ne rappresenta anche uno dei maggiori punti di forza: si tratta, infatti, di uno strumento necessariamente flessibile, “su misura” di ciascuna coppia o di ciascun nucleo familiare che vi fa ricorso.

Poiché, infatti, ha come obiettivo il mantenimento dei legami familiari positivi e l’esercizio responsabile del ruolo genitoriale, il percorso di mediazione offre una risposta mirata e autodeterminata ai bisogni evolutivi della specifica famiglia o coppia, determinati anche in ragione dei propri modelli familiari e delle consuetudini di ciascuno.

Per raggiungere questo risultato la mediazione opera su più piani:

  • Favorisce la riassunzione della responsabilità genitoriale nella fase della separazione (sia essa scelta dai coniugi o ‘conseguente ad un evento di rottura – ad esempio la carcerazione);
  • Promuove la continuità dei legami affettivi dei figli con entrambi i genitori;
  • Promuove il mantenimento di relazioni affettive significative con altre figure familiari quali nonni, zii, etc.,
  • Favorisce il raggiungimento di accordi e decisioni soddisfacenti per genitori e figli.

Come ben riconosciuto dagli operatori del settore, negli anni la conflittualità familiare ha raggiunto intensità talora particolarmente elevata: prevalgono infatti, negli adulti, motivazioni tese al soddisfacimento soggettivo (motivazioni pro-self) a discapito di quelle relazionali (motivazioni pro-relationship).

L’essere umano è per sua natura relazionale e necessita, per il suo benessere, di coltivare relazioni soddisfacenti: ciò è particolarmente importante per i figli, data l’importanza dei legami affettivi della famiglia d’origine per la struttura della vita psichica e relazionale presente e futura.

La mediazione familiare si pone come obiettivo quello di poter rendere le motivazioni pro-self in motivazioni pro-relationship [se si richiede e si ottiene un aiuto qualificato], di armonizzare le diverse istanze avanzate dai confliggenti affinché possano raggiungere accordi soddisfacenti per loro stessi e per i loro figli.

Se ciò è tanto vero nelle coppie o nei nuclei che vivono una condizione di libertà, tanto più tali dinamiche relazionali trovano il proprio detonatore quando si verifica l’evento traumatico della carcerazione, che impone una separazione forzata e riversa i suoi effetti, come sopra accennato, all’intero nucleo familiare della persona detenuta, in completa assenza di strumenti di supporto.

Con la detenzione, infatti, alla conflittualità già insita nel legame familiare, si aggiunge la perdita dell’esercizio degli abituali ruoli, dell’intimità e della quotidianità delle relazioni, con ricaduta particolarmente negativa nel rapporto tra genitori e figli.

In tale particolare contesto, il percorso di mediazione familiare, soprattutto per la sua caratteristica di flessibilità e adattamento al singolo caso concreto, potrebbe trovare un proficuo impiego, proponendosi come uno degli strumenti per rendere più concreta la tutela dei legami familiari in carcere che, come sopra è stato illustrato, è spesso purtroppo più invocata nelle norme che sperimentata nella realtà.

3. Vari modelli di mediazione familiare: la mediazione trasformativa.

Occupandosi dei vari processi mediativi, gli studiosi della materia hanno potuto riscontrarne diverse modalità di approccio che, a seconda dell’impostazione teorica sottesa, determinano significative differenze nel metodo di lavoro.

Anche alla luce del particolare contesto a cui la nostra analisi si rivolge, ovvero quello della detenzione come possibile luogo nel quale far approdare il percorso di mediazione familiare, l’approccio per chi scrive più favorevole sembra essere quello umanistico – trasformativo che, rinvenutone il fondamento teorico nell’opera di Bush e Folgerm, attribuisce un valore particolare alla componente emotiva del coinvolgimento nel conflitto. In particolare, si propone un paradigma di mediazione che, muovendo dall’impostazione di Bush e Folgerm, si arricchisce del contributo di altri teorici della mediazione, quali Brian Muldoonls, Jaqueline Morineauló e Carl Rogers (un modo di essere 2012)”, definendosi innanzitutto come approccio caratterizzato dall’Ascolto delle parti e, solo successivamente, di mediazione tra le stesse.

L’ascolto costituisce allo stesso tempo uno strumento e un fine, non si dà come obiettivo quello dell’accordo e non vuole portare le parti a un cambiamento comportamentale, cognitivo o affettivo-emotivo, bensì farle sentire accolte e comprese dai mediatori. Si punta dunque al vissuto emotivo delle persone, nel convincimento che solo riconoscendo e valorizzando gli elementi cognitivi ed emotivi si possa ripristinare la comunicazione interrotta e possa verificarsi il riconoscimento reciproco tra gli attori del conflitto, pur se in presenza di sentimenti particolarmente dolorosi e difficili.

Il riconoscimento di sé e dell’altro (ovvero delle proprie emozioni e, successivamente, di quelle dell’altro) si caratterizza dunque come il primo elemento fondamentale di tale approccio, poiché solo attraverso tale fondamentale passaggio si può sperimentare un modo diverso di vivere il conflitto, trasformandone la percezione da parte dei confliggenti.

«Lo strumento che il mediatore utilizza… è quello del cd. “specchio”. Attraverso tale tecnica il mediatore avvia un lavoro che si basa sui sentimenti e che si fonda sull’empatia’ egli in primo luogo ascolta il soggetto e successivamente si rivolge a lui cercando di rinviare ciò che, a livello di sentito, cioè di sentimenti, ha percepito» (F. Brunelli); in seguito, il mediatore, traendo le mosse da quanto ha percepito dall’altro, rinvia all‘interlocutore l’emozione espressa, dandole un nome e, così, una forma, in un meccanismo di restituzione continua che consente al soggetto di individuare il centro della sua sofferenza, a partire dalla sua narrazione dei fatti.

In questo modo, con un percorso lento e paziente, entrambe le parti si trovano a dar voce ai sentimenti vissuti, per poterli esprimere all’altra parte ma anche a loro stesse, consentendo così di lasciar andare i ruoli dei quali si erano rivestiti e intorno ai quali il conflitto si era costruito: “Di fronte al mediatore, ma soprattutto al cospetto l’uno dell’altro, non ci sono più soltanto due coniugi in lite e prossimi alla separazione, un padre e una figlia costretti nei rispettivi abiti….ma due esseri umani. Due individui che si raccontano e che; attraverso il racconto di sé, offrono all ‘altro la possibilità di una conoscenza più ricca e complessa, che può condurre alla comprensione e al reciproco riconoscimento” (A. Quattrocolo).

Proprio questo caratterizzante aspetto dell’ascolto, preliminare alla fase di mediazione vera e propria, pare possa rivestire un ruolo rilevante nelle relazioni vissute da detenuti e familiari degli stessi: poiché- la detenzione porta con sé una profonda solitudine, che amplifica quella in cui di per sé il conflitto relega, dove le emozioni non possano trovare voce ma solo intime casse di risonanza, uno spazio dedicato esclusivamente ad essere ascoltati e, in questo modo, rivalutati come persona intanto, e poi come coniuge o padre .o fratello, può assumere una significativa importanza per la persona coinvolta.

Il secondo elemento caratterizzante la mediazione trasformativa è l’empowerment, ovvero l’aumento della percezione del proprio valore interpersonale, che consegue alla prima fase di riconoscimento emotivo.

Si lavora, dunque, per rafforzare l’autonomia e la capacità di autodeterminazione delle parti in conflitto che, riscoprendo il valore del proprio ruolo, aumentano la consapevolezza delle proprie reali esigenze e si scoprono rafforzati nel farne istanza all’altro, al fine di raggiungere una soluzione soddisfacente per entrambi.

Il modello umanistico-trasformativo, nel promuovere il percorso di mediazione a partire dall’essere ascoltati e dall’ascoltare, rivela la propria specifica prospettiva esperienziale capace di legare nuovamente il Soggetto al Mondo (proprio ed altrui), permettendo in qualche misura il passaggio dalla posizione di re-legato a quella di legante, cioè di soggetto che si riconnette all’esperienza di sé e dell’altro.

Riprenderemo questo concetto nel paragrafo relativo alla mediazione come modo d’essere della psiche.

La mediazione, in conclusione, ha le potenzialità per generare effetti trasformativi altamente benefici per le parti: tale potenzialità si attua quando il mediatore ha una disposizione d’animo e metodi di intervento che contribuiscano alla realizzazione dei due obiettivi chiave sopraesposti, empowerment e riconoscimento.

Il mediatore, pertanto, non indica una direzione alle parti, ma le incoraggia a condurre il percorso: “Il cuore dell’approccio trasformativo alla mediazione è la crescita morale dell’uomo in due specifiche dimensioni: la forza del singolo e la relazione con l’altro”. (B. Busch-J Folger).

Compito del mediatore è dunque restituire ai confliggenti la libertà, che il conflitto aveva relegato nell’ambito dell’incomunicabilità: ed è proprio la mancata espressione, la mancata comunicazione che rimarrebbe come elemento di sofferenza, qualora la mediazione fosse interpretata come un fine e non come un processo.

La dialettica della mediazione presuppone allora, tenuto fermo il fondamento della libertà, che il fine di tale azione non sia prestabilito; lo scopo non è più quello della risoluzione del contenzioso ma quello del ristabilimento di una comunicazione non distorta, la-quale è ili presupposto affinché le persone protagoniste del conflitto possano, se lo vogliono, restituire «umanità» all’altro.

Se il dialogo viene ripristinato, i due confliggenti sono uniti in una nuova comunanza: comprendere l’altro nel dialogo non serve più ad affermare il proprio punto di vita ma a “trasformarsi” verso ciò che si ha in comune con l’altro, in una rinnovata scoperta.

Da qui il significato profondo dell’aggettivo “trasformativa” che definisce tale modello di mediazione: al termine di un simile percorso, infatti, piccole e grandi trasformazioni’ si sono compiute: ad esempio, a livello della rappresentazione che si ha dell’altro e di se stessi in rapporto a lui”.

  1. 5.      Obiettivi del percorso di mediazione familiare in carcere.

A parere di chi scrive, la mediazione familiare va, considerata un elemento importante per la promozione di processi virtuosi in ambito penitenziario: un servizio strutturato di ascolto e mediazione familiare di approccio trasformativo, sia nella forma di gruppi di parola, sia nella forma di vero e proprio sportello, risponde- all’esigenza, ad oggi non colmata, di trovare spazio privilegiato di espressione del sé e di incontro con l’altro, in una dimensione protetta e guidata dalla professionalità dell’operatore.

Gli obiettivi di un percorso di tale natura sono molteplici: creare uno spazio di ascolto per i detenuti e le loro famiglie.

Con la messa a disposizione di uno spazio ed un tempo dedicati, si favorisce la possibilità di sciogliere alcuni nodi complessi nelle relazioni vissute dai detenuti conti propri compagni e figli: attraverso l’espressione e la verbalizzazione dei vissuti di ciascuna delle parti coinvolte, si lavora per limitare il logoramento della relazione e della comunicazione, muovendo invece passi nella direzione del racconto veritiero di sé. Inoltre, possono essere intrapresi specifici percorsi che favoriscano il sostegno alla genitorialità, acquisendo competenze per un adeguato dialogo emotivo, realizzando momenti positivi e sereni, in cui le coppie di genitori e figli possono sentirsi soddisfatti del loro ruolo;

  1. Supportare nel reinserimento i detenuti in fine pena o con possibilità accedere ai benefici del permesso premio, con particolare attenzione al ruolo genitoriale.All‘uscita dal carcere, per fine pena o in misura alternativa, riprende il legame con i propri cari e la quotidianità insieme non e mai facile. Va favorita un’ottica di intervento sinergico e di accompagnamento della persona interessata, in un percorso di autonomia di reinserimento sociale che passi anche attraverso un impegno nei confronti degli affetti e del proprio ambiente familiare. In particolare con riguardo al ruolo genitoriale. In particolare con riguardo al ruolo genitoriale, è necessario effettuare un lavoro con il detenuto e con i figli, attraverso strumenti narrativi che consentano di elaborare la separazione che forzatamente si è subita, dando voce ai sentimenti conflittuali più o meno espressi che ne fanno da cornice;
  2. Favorire la relazione con gli affetti e sostenere il detenuto nel ristabilire il proprio ruolo. Si crea occasione per il soggetto detenuto di riflettere sulla sua esperienza di essere “genitore a distanza” per affrontare e sviscerare i problemi legati a questa condizione. La mediazione può avvalersi anche dello strumento del gruppo di parola, momento di confronto di gruppo nel quale si possono scambiare, opinioni, emozioni e apprendere tecniche educative specifiche. Il confronto nel gruppo e con il mediatore verte su tematiche-educative riguardanti sia la relazione genitori-figli (come spiegare ai figli la propria situazione? Cosa rispondere alla domanda: quando torni a casa papà (o mamma)? Come crescere un figlio a distanza?), sia la relazione di coppia. La promozione e sostegno delle capacità individuali dei soggetti coinvolti consente di assumere un ruolo attivo e responsabile nei processi decisionali della propria famiglia e nel percorso di crescita dei propri figli. Aumentare la consapevolezza del proprio ruolo di padre e dei bisogni dei propri figli durante la detenzione aiuta ad affrontare la separazione, a gestire emozioni e preoccupazioni, ma soprattutto a tornare ad essere un riferimento significativo per i figli, anche in carcere, per ridurre il più possibile l’effetto dell’assenza paterna sulla loro crescita.

c) Sostenere il detenuto nella fase di rientro in famiglia dal punto di vista affettivo e relazionale. L’approccio proposto procura nei fatti le condizioni di fondo per poter assicurare il riconoscimento effettivo e il rispetto dei diritti dei soggetti coinvolti, rispettando la dignità, la vita privata e familiare e l’accoglienza come persone e non come parti che devono attenersi a dei “ruoli”. Essa accompagna la persona ad un rientro nel contesto familiare di appartenenza ponderato e realizzato tenendo conto delle reali esigenze, delle giustificabili preoccupazioni espresse dal detenuto e dai familiari, tentando di attenuare le potenziali conflittualità del modificato assetto relazionale, affettivo, economico ed abitativo, con particolare attenzione ai contesti familiari multiproblematici. Inoltre accompagna chi vuole separarsi e regolarizzare un nuovo equilibrio familiare. Indagate le potenzialità dello strumento, si propone un ulteriore passaggio concettuale, ovvero ci si interroga su quali percorsi psichici possano essere sottesi all’intreccio tra il processo mediativo e l’esperienza detentiva: quale cambiamento psichico si possa ipotizzare nel soggetto che sperimenta la mediazione, rielaborandone’ poi l’esperienza nella solitudine forzata della carcerazione, è oggetto della nostra analisi conclusiva.

5. La mediazione come modo d’essere della psiche.

Come sopra accennato, all’interno del percorso concettuale che si sta delineando, vorremmo aprire una breve riflessione sulla possibilità di pensare la mediazione non solo come insieme di procedure e tecniche volte al miglioramento delle relazioni, ma come modo di funzionamento del mentale, come possibile “atteggiamento fondamentale”, capace di evocare un modo di porsi e di progettarsi nel mondo dotato di una propria specificità. Questa trascende il “semplice”, per così dire, miglioramento degli assetti relazionali di cui si è, o si diventa (anche grazie alla stessa mediazione), protagonisti ed all’interno dei quali si è, o si diventa, “soggetti” a pieno titolo.

Nello specifico, desideriamo considerare alcune ipotesi circa gli effetti che l’esperienza di mediazione favorirebbe nel soggetto recluso non solo nella sede e nel momento del colloquio ma, più in generale, nella propria condizione esistenziale. Si vuol pensare, cioè, a quali processi psicologici siano innescati e potenzialmente operino nella persona anche una volta “ritornata nella sua cella”. È, quindi, la mediazione esperita dall’essere umano nella sua condizione di reclusione ad essere al centro di questi pensieri finali.

Evocare, si è detto poc’anzi, un modo di porsi e di progettarsi: la mediazione non è qui vista tanto come occasione di apprendimento di un insieme di regole normative interne cui attenersi per far andare meglio le cose o per riparare, almeno parzialmente, il danno ma più come esperienza capace di suggerire un atteggiamento, quasi un “modo d’essere” dello psichismo.

Un atteggiamento che può divenire fondamentale, nel senso letterale dello stare a fondamento e a sostegno del progettarsi e del proiettarsi nel mondo, verso l’altro, gli altri ed anche, forse prima di tutto, verso se stessi.

Sì, perché mediazione, cioè l’azione che accade in medio (ma anche, potremmo dire, attraverso tutto ciò che sta tra i soggetti) può significare l’incipit di un modo di vivere il conflitto diverso dal “solito”, normale o deviato che sia; ed il conflitto, sappiamo bene, non è solo ciò che è percepibile dall’esterno a riguardo di parti che litigano, contendono, creano asperità ma è categoria che appartiene di certo anche all” “intrapsichico”, cioè al soggetto in quanto tale, nel vissuto della sua relazione con il mondo e con le varie “parti” di cui la sua personalità è costituita”.

Non si tratta, ovviamene, di proporre la mediazione come pratica psicoterapeutica, pensandola come applicazione volta alla soluzione di conflitti intrapsichici a promozione e tutela della salute mentale del detenuto: tuttavia, crediamo sia fruttuoso coglierne massimamente la portata pedagogica nel senso, innanzitutto, di essere una proposta di pratica maieutica. Grazie ad essa, infatti, a poco a poco, il soggetto può riconoscere quello spazio intersoggettivo, quell’ “esserci” tra i soggetti, dove si può sperimentare la “verità” da punti di vista e prospettive differenti, a cominciare dalla verità riguardo se stessi ed ai valori che si è in grado di incarnare e di portare nella relazione.

Quindi, se lo sguardo clinico deve essere a servizio della salute psicofisica del detenuto con tutti i mezzi diagnostici e terapeutici idonei, lo sguardo dell’esperienza di mediazione deve poter suggerire, evocare un modo dello stare tra soggetti, tra esperienze, tra mondi.

Lo stare nel mondo, il progettarsi in esso, implica, in questa prospettiva, una capacità di mettere in relazione mondi diversi, quelli, cioè, esperiti dal soggettivo vissuto di ognuno: è certo consapevolezza antica quanto lo sguardo che ogni soggetto volge alle cose ne dischiuda significati e prospettive potenzialmente anche molto differenti tra loro.

Quindi la mediazione può essere pensata come un produttivo atteggiamento che rimanda, da un lato, alla saggezza e al “saper vivere”, dall’altro al sapersi riconoscere come mondo tra i mondi, come soggetto tra soggetti. È, dunque, un modo d’essere dello psichismo, elicitato e promosso dalle tecniche specifiche che il mediatore è in grado di mettere in atto, ma che, dicevamo, va ben oltre la tecnica stessa in quanto tale.

Ma lo psichismo che sappia vedere i mondi di ognuno come parti dell’unico mondo dato, che possa arrivare a pensare di rapportarsi con un attributo (ad esempio, la qualità di uno stato d’animo o di un comportamento) e con il suo opposto, che sappia riconoscere ed esprimere emozioni e affetti ma anche lasciare che l’altro riconosca ed esprima i propri in un circolo ermeneutico virtuoso ma potenzialmente lungi dal poter essere definito una volta per tutte, potrà ancora distinguere nettamente tra un “questo sì” ed un “questo no”, tra ciò che è negoziabile e ciò che non lo è, in breve tra il bene e il male?

Ci sembra una domanda importante, considerando che la condizione detentiva consegue evidentemente a uno strappo avvenuto tra il soggetto e la regola condivisa (il “bene” ed il “male” in questo contesto vanno quindi riferiti ad una dimensione intersoggettiva).

Di fronte ad un simile quesito occorre chiarire che ogni prospettiva sul mondo, ogni atteggiamento fondamentale occorre che non si faccia “fondamentalismo”, se vuole avere a che fare con la realtà: vale a dire che non si pensa alla mediazione come modo d’essere dello psichismo che pervada in modo univoco il soggetto, ma come possibilità.

Una possibilità tra altre, compresa quella della gestione di una relazione senza ricorso alla mediazione! Sappiamo, infatti, che non sempre si può mediare e se essere disposti alla fatica della mediazione apre spesso inaspettate possibilità vitali e di relazione (sia con gli altri, sia coni diversi aspetti della propria personalità) la realtà talvolta ci richiama a una necessaria radicalità nella relazione con essa: “Sia il vostro parlare sì, sì, no, no”.

Peraltro, asserire che ogni contesto e situazione devono essere valutati dal soggetto, in ordine alla possibilità, o meno, della mediazione come modo d’essere e come modo di gestire, implica il riferimento ad un certo grado di attività di riflessione, cioè a quell’area del riconoscimento degli elementi in gioco in una vicenda relazionale e dell’emotività ad essi connessa che proprio le tecniche di mediazione permettono di acquisire, quasi come conditio sine qua non della mediazione stessa. Da questa prospettiva, l’esperienza di mediazione diventa occasione non solo di ripensamento rispetto alle proprie relazioni affettive, storicamente incarnate negli specifici e insostituibili volti di partner, figlie, figli, amici e neppure si limita ad essere, come già abbiamo detto, un procedimento da cui apprendere tecnicamente nuovi espedienti relazionali.

Pur essendo anche tutto questo, si fa occasione di più autentica “soggettivizzazione” della persona, di invito alla riflessione ed alla scelta, di stile cognitivo ed affettivo (atteggiamento fondamentale) di rapporto col mondo ed i mondi, proprio ed altrui.

Un’ultima considerazione. La condizione detentiva separa il soggetto dal mondo, a seguito di una qualche forma di danno che il soggetto stesso ha arrecato. Il mondo non esiste più nella sua “in-mediatezza”: la porta non rappresenta più un “al di qua” rispetto a un insieme di presenze, relazioni, fatti, atti che, in altra condizione, sarebbero esperiti immediatamente, ma rappresenta il simbolo di una chiusura al mondo che, nelle intenzioni, deve diventare occasione di riflessione, acquisizione di comportamenti costruttivi, recupero.

Potremmo definire, in un certo senso, la condizione detentiva come “iper-mediata”, caratterizzata cioè dalla presenza di un mezzo molto denso (il muro ne è emblematico simbolo) separante il soggetto dal mondo. Tuttavia il soggetto umano non può essere “senza mondo”23 pena il suo stesso cessare d’esistere come essere umano: il soggetto umano è un dialogo nel mondo”.

Se accettiamo queste premesse, dunque, laddove la condizione detentiva voglia essere non solo punitiva ma anche, nell’interesse della comunità tutta, riparativa, l’esercizio della tecnica di mediazione può considerarsi espediente di ri-proposta del soggetto ad un mondo non già, come nella condizione comune, in-mediato e totalmente “disponibile” a divenire vissuto ma, neppure, totalmente incapsulato in un mezzo separante che, nello scongiurabile peggiore scenario, rischierebbe di farsi istituzione totalizzante, senza più spazio per un mondo e, quindi, senza umanità”.

Elena Cullati e Enrico Frola

Estratto           www.giurisprudenzapenale.com/wp-content/uploads/2019/02/6-cullati_gp_2019_2bis.pdf

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CONSULTORI FAMILIARI UCIPEM

Cremona. Un ciclo di incontri per neogenitori e progetti Scuole

Tra febbraio e marzo quattro incontri gratuiti di incontri gratuiti per neomamme e neopapà su svezzamento, rientro al lavoro dopo il parto, giochi e ripresa della sessualità dopo la nascita del figlio

            A partire dal 27 febbraio 2019 il Consultorio organizza, presso la propria sede di via Milano 5 C, un ciclo di incontri gratuiti per neomamme e neopapà. Si parlerà di svezzamento, rientro al lavoro dopo il parto, giochi, ripresa della sessualità dopo la nascita del figlio.

  • Tema dell’allattamento e delle pappe con l’ostetrica Marina Valenti.
  • Con la pedagogista Mara Calonghi si rifletterà sul rapporto genitori e bambini, analizzando nello specifico il rientro al lavoro.
  • “Giochi di voci e di sguardi” sarà, invece, il tema dell’incontro quando la psicologa Paola Pighi offrirà alcuni spunti pratici per aiutare a vivere al meglio il tempo con il bambino.
  • La dott.ssa Maria Grazia Antonioli insieme all’ostetrica Marina Valenti aiuteranno i neogenitori a confrontarsi sulla ripresa della sessualità dopo il parto.

www.diocesidicremona.it/blog/al-consultorio-ucipem-di-cremona-un-ciclo-di-incontri-per-neogenitori-14-02-2019.html

  • Progetti Scuole Primaria 2018-2019.

www.ucipemcremona.it/sites/default/files/files/Progetti%20Scuole%20Primaria%202018-2019.pdf

  • Progetti Scuole Secondarie di I grado 2018-2019.

www.ucipemcremona.it/sites/default/files/files/Progetti%20Scuole%20Secondarie%20di%20I%20grado%202018-2019.pdf

  • Spazio Ascolto Scolastico.

www.ucipemcremona.it/sites/default/files/files/Spazio%20Ascolto%20Scolastico.pdf

www.ucipemcremona.it.

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DALLA NAVATA

6° Domenica del Tempo ordinario – Anno C – 17 febbraio 2019

Geremia         17, 07. Benedetto l’uomo che confida nel Signore e il Signore è la sua fiducia.

Salmo              01, 01. Beato l’uomo che non entra nel consiglio dei malvagi, non resta nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli arroganti, ma nella legge del Signore trova la sua gioia, la sua legge medita giorno e notte.

1Corinzi         15, 17. Ma se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati.

Luca               06, 22. Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo.

 

«Beati voi» Ma il nostro pensiero dubita

L’essere umano è un mendicante di felicità, ad essa soltanto vorrebbe obbedire. Gesù lo sa, incontra il nostro desiderio più profondo e risponde.

            Per quattro volte annuncia: beati voi, e significa: in piedi voi che piangete, avanti, in cammino, non lasciatevi cadere le braccia, siete la carovana di Dio. Nella Bibbia Dio conosce solo uomini in cammino: verso terra nuova e cieli nuovi, verso un altro modo di essere liberi, cittadini di un regno che viene. Gli uomini e le donne delle beatitudini sono le feritoie per cui passa il mondo nuovo.

            Beati voi, poveri! Certo, il pensiero dubita. Beati voi che avete fame, ma nessuna garanzia ci è data. Beati voi che ora piangete, e non sono lacrime di gioia, ma gocce di dolore. Beati quelli che sentono come ferita il disamore del mondo. Beati, perché? Perché povero è bello, perché è buona cosa soffrire? No, ma per un altro motivo, per la risposta di Dio.

            La bella notizia è che Dio ha un debole per i deboli, li raccoglie dal fossato della vita, si prende cura di loro, fa avanzare la storia non con la forza, la ricchezza, la sazietà, ma per seminagioni di giustizia e condivisione, per raccolti di pace e lacrime asciugate. E ci saremmo aspettati: beati perché ci sarà un capovolgimento, una alternanza, perché i poveri diventeranno ricchi. No. Il progetto di Dio è più profondo e più delicato.

Beati voi, poveri, perché vostro è il Regno, qui e adesso, perché avete più spazio per Dio, perché avete il cuore libero, al di là delle cose, affamato di un oltre, perché c’è più futuro in voi. I poveri sono il grembo dove è in gestazione il Regno di Dio, non una categoria assistenziale, ma il laboratorio dove si plasma una nuova architettura del mondo e dei rapporti umani, una categoria generativa e rivelativa.

Beati i poveri, che di nulla sono proprietari se non del cuore, che non avendo cose da donare hanno se stessi da dare, che sono al tempo stesso mano protesa che chiede, e mano tesa che dona, che tutto ricevono e tutto donano.

Ci sorprende forse il guai. Ma Dio non maledice, Dio è incapace di augurare il male o di desiderarlo. Si tratta non di una minaccia, ma di un avvertimento: se ti riempi di cose, se sazi tutti gli appetiti, se cerchi applausi e il consenso, non sarai mai felice. I guai sono un lamento, anzi il compianto di Gesù su quelli che confondono superfluo ed essenziale, che sono pieni di sé, che si aggrappano alle cose, e non c’è spazio per l’eterno e per l’infinito, non hanno strade nel cuore, come fossero già morti.

Le beatitudini sono la bella notizia che Dio regala vita a chi produce amore, che se uno si fa carico della felicità di qualcuno il Padre si fa carico della sua felicità.

Padre Ermes Ronchi, OSM

www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=45136

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DIVORZIO

Quando la ex moglie può conservare il cognome del marito

Corte di cassazione, prima Sezione civile, sentenza n. 3869, 8 febbraio 2019

https://news.avvocatoandreani.it/doc/cassazione-civile-sez-sentenza-3869-del-2019-105004.html

            La ex moglie può conservare il cognome del marito aggiunto al proprio solo in via eccezionale e se sussiste un interesse meritevole di tutela suo o dei figli. L’art. 5 co. 3 della legge sul divorzio (L. n. 898/1979), stabilisce che “il Tribunale, con la sentenza con cui pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, può autorizzare la donna che ne faccia richiesta a conservare il cognome del marito aggiunto al proprio quando sussista un interesse suo o dei figli meritevole di tutela”.

Di regola quindi non è ammessa la conservazione del cognome del marito dopo la sentenza di divorzio, salvo casi eccezionali.

La Cassazione riconferma detto principio, affermando che “la valutazione della ricorrenza delle circostanze eccezionali che consentono l’autorizzazione all’utilizzo del cognome del marito è rimessa al giudice del merito giacché, di regola, non è ammissibile conservare il cognome del marito dopo la pronuncia di divorzio, salvo che il giudice di merito, con provvedimento motivato e nell’esercizio di poteri discrezionali, non disponga diversamente”.

Il libero apprezzamento delle circostanze eccezionali da parte del giudice di prime cure, è dunque dirimente. Di certo non potrà ritenersi “meritevole di tutela”, la volontà di mantenere il cognome solo per godere di specifici benefici e privilegi sociali legati all’estrazione sociale dell’ex coniuge, mercificando così il contenuto esistenziale di tale interesse.

Il criterio di valutazione deve attenersi ad interessi privati e preminenti della persona, che possono assumere rilievo in tal senso, come quelli che riguardano la salute, la vita professionale e gli affari (sul tema, cfr. Cass. n. 21706 del 26.10.2015), scongiurando così un pregiudizio per il coniuge che non acconsenta al mantenimento del proprio cognome dopo il divorzio e che intenda ricreare una propria vita privata e familiare, anche a norma dell’art. 8 C

Dr Maria D’Angelo               Mio legale       15 febbraio 2019

www.miolegale.it/giurisprudenza/quando-ex-moglie-puo-conservare-cognome-marito

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EDUCAZIONE ALLA SESSUALITÀ

San Valentino. Lezioni d’amore tra cuori e corpi. Educare si può

Così CEI, diocesi e associazioni rispondono alle sollecitazioni di papa Francesco ad avviare percorsi alla scoperta di affettività e sessualità. Quante parole d’amore a san Valentino. Ma di che amore si tratta? Difficile distinguere quelle che esprimono bellezza e verità nello tsunami del tenerume commerciale che oggi finirà per ricoprire gli aspetti più fondativi del rapporto di coppia.

È questo l’amore a cui vogliamo educare i nostri ragazzi? La Chiesa non si stanca di indicare l’obiettivo di un’antropologia fondata sul valore della differenza, del rispetto, della reciprocità, sul dono, sull’armonia tra corpo e spirito. «Ma – si chiede il Papa in Amoris lætitia (n.284) – chi parla oggi di queste cose? Chi è capace di prendere sul serio i giovani? Chi li aiuta a prepararsi seriamente per un amore grande e generoso? Si prende troppo alla leggera l’educazione sessuale».

Poi, il mese scorso, di ritorno dalla Gmg di Panama, è tornato a spiegare l’urgenza di un approccio sano e non ideologico all’educazione sessuale. Di educazione sessuale aveva parlato ampiamente il Documento finale del Sinodo sui giovani, auspicando «una parola chiara, libera, autentica» perché nell’attuale contesto culturale, avevano ammesso i vescovi, «la Chiesa fatica a trasmettere la bellezza della corporeità e della sessualità». E avevano sollecitato una più approfondita «elaborazione antropologica, teologica e pastorale» su alcune questioni relative al corpo, all’affettività e alla sessualità. Una complessa riflessione da avviare in modo coraggioso quindi, approfondendo nella logica della conversione pastorale chiesta da Francesco il senso dell’impegno oggi già profuso su questo aspetto in tante comunità.

Va in questa logica per esempio il corso di Alta formazione organizzato dall’Ufficio famiglia della Cei. «Dopo l’esperienza positiva della prima edizione che abbiamo tenuto nel 2018 – spiega il direttore dell’Ufficio nazionale, don Paolo Gentili – il nuovo anno del corso di alta formazione nel luglio di quest’anno affronterà anche i temi della sessualità di coppia, in particolare la dimensione erotica dell’amore di cui si parla in Amoris lætitia (n.150-151-152)». Si tratta di un corso pensato per i formatori che, per questo particolare aspetto, «punta a fare chiarezza – prosegue don Gentili – sul rapporto tra amore e corpo, depurandolo da tutte le fobie del passato».

            Non si tratta naturalmente di un’esperienza isolata per quanto riguarda l’educazione all’affettività e alla sessualità. A livello locale esiste una miriade di proposte legate a diocesi, associazioni, consultori.

            L’Ufficio per la pastorale della famiglia di Torino, in collaborazione con pastorale giovanile e vocazionale, ha varato “Amori in corso”, pensato per i ragazzi tra i 18 e i 25 anni che vogliono mettersi in gioco per affrontare alcune tematiche importanti e per regalarsi un po’ di tempo per confrontarsi, scoprirsi, “allenarsi ad amare”. «In un contesto in cui di sessualità di parla troppo e quasi sempre in modo banale, come occasione di divertimento, di svago, la proposta – spiega Ileana Carando, psicologa, psicoterapeuta, consulente sessuologa che con il marito Luca è responsabile dell’Ufficio famiglia – punta a non lasciare i giovani da soli, in balia della rete o del sentito dire. Se non diciamo niente ai nostri figli, arriva solo il messaggio che imbruttisce la sessualità». Si intitola invece “Educare alla sessualità, gustare l’amore”, un altro progetto diocesano per formatori di secondo livello che sarà sperimentato la parrocchia Gesù Redentore (zona Mirafiori Nord).

            Altra iniziativa interessante quella avviata nell’arcidiocesi di Milano da Rosangela Carù, Luisa Santoro, Luisa Neri, tre professioniste dell’educazione. Dopo vent’anni di impegno su vari fronti nel 2017 hanno deciso di mettere insieme le forze per creare un’associazione, “Educamando”, dedicata all’ambito vasto e complesso dell’educazione all’amore. «Il nostro punto di partenza – racconta Luisa Santoro – è il valore del personalismo, unità di corpo, sentimenti, relazione». I corsi di “Educamando” si rivolgono sia alla scuola primaria con uno spaccato sulla prevenzione alla pedofilia, ma anche ai ragazzi della scuola secondaria. «Qui l’educazione all’affettività si sposa con l’educazione al digitale, che comprende sia l’educazione al rispetto per se stessi e per l’altra persona, sia informazioni sul sexting» [fusione delle parole inglesi sex (sesso) e texting (inviare messaggi elettronici]. Le esperte di “Educamando” hanno anche elaborato proposte per le giovani coppie che non si sposano. «A questi ragazzi non pensa nessuno. Quando riusciamo ad avviare questi corsi, i giovani ci credono, si lasciano coinvolgere, riflettono sul significato del loro amore. Purtroppo le opportunità formative sono poche. Eppure crediamo che, a parte parrocchie e oratori, anche i Comuni dovrebbero essere interessati a formare persone esperte nel far famiglia, che vuol dire buone relazioni e convivenza civile».

Luciano Moia             Avvenire         14 febbraio 2019

www.avvenire.it/chiesa/pagine/lezioni-damore-tra-cuori-e-corpi-educare-si-pu

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FORUM DELLE ASSOCIAZIONI FAMILIARI

                                   Cyberbullismo: dal fenomeno alle strategie di contrasto

                È questo il titolo del panel che si terrà giorno 1 marzo 2019 presso l’Università LUMSA di Roma. Il Ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti, ne parlerà con autorevoli intervenuti, tra cui la Vice presidente nazionale del Forum, Emma Ciccarelli

www.forumfamiglie.org/wp-content/uploads/2019/02/bullismo-17.02.19.pdf

 

Riflessioni sul reddito di maternità

            Leggendo il Ddl di iniziativa popolare sul “Reddito di maternità”, dopo la prima sensazione positiva – riconosce alle madri un reddito esentasse di mille euro al mese per i primi 8 anni di vita di ogni figlio e, alla nascita del quarto, il reddito diventa vitalizio – emergono alcune criticità. Il reddito di maternità è riconosciuto solo alle mamme italiane e, se s’inizia a lavorare, cessa automaticamente. Il lavoro diventa colpa: non ti consente di accedere al reddito. Il fatto di lavorare doppio (lavoro + lavoro di mamma) non è riconosciuto, ma scoraggiato. L’aspirazione di una donna a essere mamma e lavoratrice viene disincentivata.

Se una mamma lascia l’attività lavorativa per fare la “mamma in casa”, dopo 8 anni cosa succederà? Chi l’assumerà, con tutti i cambiamenti nel mercato del lavoro? Si creerebbe una nuova categoria di mamme disoccupate che, terminato il periodo del reddito, non avrà più neppure copertura previdenziale. Inoltre, in quelle famiglie in cui, magari a seguito del licenziamento del padre, lavora solo la madre (non sono casi limitati), perché il marito non può usufruire di un analogo ‘reddito di paternità’?

Ai dubbi su queste discriminazioni, peraltro di dubbia costituzionalità, si aggiunge quello sull’utilità nelle politiche per la natalità. Le mamme lavoratrici, specie quelle che hanno un figlio e ne vorrebbero un secondo, non verrebbero incentivate. E sono loro il “nocciolo duro” su cui investire.

Il reddito di maternità, infine, resta politica “una tantum”, perché copre solo i primi 8 anni di vita di un figlio. Per gli altri dieci (18 se fa l’università)? E per chi i figli li ha già messi al mondo? Non ci pare questa la soluzione adeguata al problema.

Ecco perché, nei prossimi mesi, il Forum delle Associazioni Familiari presenterà la sua nuova proposta fiscale, evoluzione del Fattore Famiglia che avrà l’obiettivo di avvicinare concretamente le politiche familiari in Italia a quelle dei Paesi europei più avanzati in questo settore, tra cui Francia e Germania. Garantendo piena libertà di scelta alle mamme e incoraggiando le coppie ad avere il numero di figli che realmente desiderano.

La vera, grande, sfida dei nostri tempi.

Alfredo Caltabiano, Presidente del Forum Romagna, Membro del Consiglio direttivo Nazionale (Associazione Nazionale Famiglie Numerose).          18 febbraio 2019

www.forumfamiglie.org/2019/02/18/riflessioni-sul-reddito-di-maternita

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LAUREA

Ora le lauree vaticane sono valide anche in Italia

Adesso chi si laurea in «territorio vaticano» è considerato un «dottore» anche in Italia. Fino a ieri non era così. E Roma diventa un «polo universitario unico nel mondo», assicurano Oltretevere. È stato firmato infatti un accordo tra governo italiano e Santa Sede che prevede il «completo riconoscimento da parte dell’Italia di tutti i titoli» da «Università, Facoltà ed altre Istituzioni Pontificie Romane».

Se prima solo chi studiava Teologia o Sacra Scrittura vedeva il proprio titolo «vaticano» riconosciuto come laurea o laurea magistrale, ora, in forza della convenzione di Lisbona (1997), è possibile ottenere l’equiparazione in «una vasta gamma di altri studi superiori ecclesiastici», spiega su L’Osservatore Romano il cardinale Giuseppe Versaldi, prefetto della Congregazione per l’Educazione cattolica. 

L’accordo, costituito da un preambolo e 11 articoli, è stato firmato al ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, da Versaldi e dal ministro Marco Bussetti.

Questo passo è «un importante successo perché va a favore degli studenti e del diritto allo studio in entrambi i nostri sistemi formativi», assicura il ministro. Soprattutto perché garantisce «la riconoscibilità e la spendibilità reciproca dei titoli della formazione superiore, anche per coloro che hanno scelto di svolgere il proprio percorso di studi all’interno di Istituzioni accademiche della Santa Sede che si trovano sul territorio nazionale italiano». Per Bussetti si stanno dando «risposte attese da decenni», si risolve «una questione annosa» e si attua una «stretta» cooperazione «tra Italia e Santa Sede a livello internazionale nel settore educativo».

«Polo universitario unico al mondo». Versaldi sottolinea anche i benefici che ricadranno sulla Capitale: innanzitutto si rafforzerà e «valorizzerà in modo particolare la collaborazione tra le Università, Facoltà ed altre Istituzioni Pontificie con le loro sorelle Italiane». Creando così a Roma «un polo universitario unico nel mondo: da ora in poi infatti nella «città eterna, oltre alle varie discipline delle Università comprensive e specializzate dell’Italia si possono studiare in 62 Facoltà o istituti specializzati sotto l’autorità della Santa Sede». Versaldi fa l’elenco: oltre alle Scienze sacre si va dall’Archeologia cristiana alla «Licenza interdisciplinare sulla protezione dei minori», dalla Musica sacra agli studi arabi «e di Islamistica», dalla Psicologia alla Comunicazione sociale, oppure dalle Lingue classiche e cristiane fino «agli studi sulla Famiglia e il Church management». 

Domenico Agasso jr Vatican insider                      17 febbraio 2019

Questo articolo è stato pubblicato nell’edizione del 16 febbraio 2019 del quotidiano La Stampa

www.lastampa.it/2019/02/17/vaticaninsider/ora-le-lauree-vaticane-sono-valide-anche-in-italia-5ZdTNCnm8G2bFB45djtejL/pagina.html

Vedi anche  www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2019-02/santa-sede-italia-accordo-titoli-studio.html

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MIGRANTI

L’accoglienza (quella buona)

Viva i corridoi umanitari, l’esempio perfetto di come dovrebbe funzionare l’immigrazione dall’Africa. Consentendo l’ingresso di rifugiati umanitari in Italia, contribuiscono all’integrazione e a togliere persone vulnerabili dai viaggi sui barconi. Ma i numeri contenuti non consentono di implementare il modello su larga scala. Ecco perché servono soluzioni alternative.

Si è detto, a sinistra come a destra, che siano i canali migliori per consentire l’immigrazione regolare. Lo stesso Matteo Salvini ha dichiarato di approvarli e di ritenerli la strada da percorrere per accogliere rifugiati in maniera sicura e legale nel nostro paese, contrariamente ai barconi in partenza dalla Libia.

        Sono i corridoi umanitari, quei protocolli che consentono ai rifugiati di entrare in Italia in maniera protetta, a bordo di regolari voli di linea, evitando di mettersi nelle mani dei trafficanti di esseri umani. Rivolti specificatamente a persone che soffrono di particolari vulnerabilità politiche, fisiche o sociali (a differenza dei programmi Onu, che prevedono un ricollocamento di gruppi consistenti di rifugiati in un paese terzo – di solito confinante – senza particolare selezione), costituiscono un canale sicuro di accesso in Italia e di integrazione controllata e assistita sul territorio.

            Il sistema, com’è noto, è gestito da diverse congregazioni religiose, in partnership con il governo italiano e l’Unhcr, l’agenzia Onu per i rifugiati. Il primo corridoio è stato avviato nel 2016, anche se la possibilità di fare accoglienza ai rifugiati in maniera alternativa (e legale) rispetto ai canali tradizionali è prevista già da tempo. «Si tratta di una misura prevista dal parlamento europeo, che l’ha votata nel 2001 dopo la guerra del Kosovo», spiega a Linkiesta Stefano Pasta della comunità di Sant’Egidio. «Dopo le stragi del 2014 e 2015, non volendoci rassegnare alle morti in mare, abbiamo iniziato a studiare delle alternative per tutelare queste persone, abbiamo trovato questo “escamotage” e oggi facilitiamo il processo».

            Ad oggi, circa 2000 persone sono state accolte attraverso i corridoi umanitari. I canali attualmente attivi sono quello tra Italia e Libano gestito dalla comunità di Sant’Egidio in collaborazione della Federazione delle Chiese evangeliche e la Tavola valdese, che ha già portato in Italia 1000 profughi siriani, e che di recente è stato rinnovato per accogliere altre mille persone. A novembre 2018, invece, ne è stato aperto un altro in Etiopia tramite Sant’Egidio, Caritas Ambrosiana, Fondazione Migrantes e Cei per accogliere altri 500 richiedenti asilo provenienti dal Sudan, Somalia ed Eritrea.

            Come funzionano i corridoi? Nella pratica, le organizzazioni hanno dei partner o dei gruppi interni nel paese, con cui cooperano per selezionare da liste già elaborate dall’Unhcr le persone che hanno i requisiti per godere della protezione umanitaria. «Parliamo di persone affette da patologie più o meno gravi, donne sole e donne sole con bambini, persone che hanno subito violenze e torture, secondo la definizione stabilita dall’Onu, e quindi meritevoli di particolare tutela», spiega a Linkiesta Oliviero Forti, responsabile immigrazione di Caritas. Per queste persone sono dunque previsti dei canali “preferenziali” di trasferimento e accesso in Italia: «Vengono fatti numerosi colloqui e, per quelli per cui va a buon fine, viene avviato il percorso: si contatta l’ambasciata, vengono verificate le impronte digitali per accertarsi che non ci siano trascorsi giudiziari problematici, vengono fatte visite mediche. Tutto questo poi porta al rilascio del visto umanitario e, all’arrivo in Italia, all’inserimento nel sistema di accoglienza delle diocesi». Un inserimento fatto di accoglienza diffusa piuttosto che di CAS [Centri di Accoglienza Straordinaria], di inserimenti nelle diocesi con famiglie tutor, di percorsi di accompagnamento con psicologi, mediatori culturali e un’altra serie di figure specializzate piuttosto che di assistenza di massa. L’obiettivo è di creare attorno a loro una rete sociale, di amici e famiglia. «Non sono le strutture di accoglienza che fanno integrazione, ma le relazioni di amicizia e vicinato», puntualizza Pasta.

            Ad oggi, circa 2000 persone sono state accolte attraverso i corridoi umanitari. I canali attualmente attivi sono quello tra Italia e Libano gestito dalla comunità di Sant’Egidio in collaborazione della Federazione delle Chiese evangeliche e la Tavola valdese, che ha già portato in Italia 1000 profughi siriani, e che di recente è stato rinnovato per accogliere altre mille persone. A novembre 2018, invece, ne è stato aperto un altro in Etiopia tramite Sant’Egidio, Caritas Ambrosiana, Fondazione Migrantes e Cei per accogliere altri 500 richiedenti asilo provenienti dal Sudan, Somalia ed Eritrea

            Molte sono le differenze in termini sia quantitativi che qualitativi rispetto ai programmi di accoglienza governativi. A partire dal fatto che per i corridoi umanitari non sono previsti finanziamenti pubblici, ma la presa in carico è tutta sulle spalle delle chiese. I corridoi umanitari si contraddistinguono poi per un alto tasso di successo: «questo si misura in base ai movimenti secondari, cioè le fughe – chi si allontana è perché non ha trovato un’opportunità. A noi questo succede per il 5%. Ciò dimostra che, se c’è un processo ragionato e organizzato in un certo modo, il risultato è positivo», spiega Forti.

            Problematica in questo senso è però la “scelta”: per forza di cose si deve selezionare un numero ristretto di persone attingendo a bacini enormi di potenziali candidati. «In campi che arrivano a contare anche 30mila persone, noi ne selezioniamo 50-100», puntualizza Forti.

            Una media di 500 persone all’anno arrivate negli ultimi tre anni, infatti, non è propriamente una cifra da capogiro. «Si tratta di numeri piccoli perché non c’è una volontà politica ad avere numeri più consistenti e a finanziare l’accoglienza di rifugiati. Noi potremmo fare numeri molto più alti, e anche sul territorio c’è una buona risposta», dichiara Pasta.

            Il tema politico, infatti, è preponderante in questo senso. Sant’Egidio è tra le associazioni che avevano firmato l’appello per Sea Watch nei giorni scorsi, e alcuni di loro erano anche a Catania in occasione dello sbarco. Ma c’è da fare molto di più: «I trafficanti non si contrastano con assurde chiusure dei porti», dice Pasta. «Noi creiamo delle alternative legali alle morti in mare e i corridoi umanitari sono una di queste. Per coloro che non hanno diritto alla protezione umanitaria noi chiediamo riaprire ingressi legali per lavoro. Poi chiunque può fare i proclami che ritiene».

            Checché ne dica il ministro dell’Interno, i corridoi umanitari costituiscono un buon esempio di accoglienza, ma non potrebbero mai costituire la soluzione ultima al tema dell’immigrazione clandestina. «I corridoi umanitari sono una goccia nel mare magnum dell’immigrazione. La gestione delle migrazioni deve essere una questione pubblica. Ideale sarebbe un mix tra pubblico e privato», conclude Forti. «Noi l’abbiamo fatto perché abbiamo un obbligo nel nostro statuto di accoglienza. Occorre accompagnare un paese come il nostro sui temi dell’accoglienza e della vicinanza. Noi stiamo usando molto lo strumento dei corridoi umanitari per sensibilizzare sul tema, ma sull’immigrazione serve uno sforzo globale».

Irene Dominioni         Linkiesta         4 febbraio 2019

www.linkiesta.it/it/article/2019/02/04/corridoi-umanitari-non-sono-soluzione-per-immigrazione-clandestina-ma-/40963

 

I Corridoi umanitari la risposta alle tragedie del Mediterraneo ma da soli non bastano

Un canale sicuro di accesso in Italia e di integrazione controllata e assistita sul territorio ma, tuttavia, un modello non replicabile su larga scala. Servono soluzioni alternative come “l’accoglienza del cuore” della campagna #AfricainFamiglia: sostenere una famiglia, un bambino perché possa vivere dignitosamente nel proprio paese.

                 Definiti la migliore risposta alle tragedie del Mediterraneo e al traffico di esseri umani, i corridoi umanitari consentono ai rifugiati di entrare nel nostro Paese in maniera protetta, a bordo di regolari voli di linea, e ne garantiscono l’integrazione grazie ad un sistema di accoglienza diffusa: famiglie tutor e affidatarie, percorsi di accompagnamento con psicologi, mediatori culturali e figure specializzate di supporto.

            Dal 2016, anno in cui è stato attivato il primo corridoio umanitario tra Italia e Libia, ad oggi sono circa 2.000 i rifugiati, provenienti da Etiopia, Sudan, Somalia, Eritrea e Siria, accolti in Italia attraverso i corridoi gestiti da diverse congregazioni religiose, in partnership con il governo italiano e l’UNHCR, l’agenzia Onu per i rifugiati.

            Numeri importanti ma tuttavia contenuti che fanno dei corridoi umanitari un canale sicuro di accesso in Italia e di integrazione controllata e assistita sul territorio ma, tuttavia, un modello non replicabile su larga scala.

            Sebbene i corridoi umanitari costituiscano un’alternativa legale alle morti in mare, un buon esempio di accoglienza e integrazione diffusa e, non da ultimo, la strada per superare l’emergenza dei minori stranieri non accompagnati e far decollare finalmente l’affido in famiglia, questi da soli non potranno mai costituire la soluzione ultima che richiede uno sforzo più ampio. “Il potenziamento dei corridoi umanitari” – ribadisce Griffini, presidente di Ai.Bi.  – “e vie sicure e legali d’ingresso in Europa, soprattutto per i minori stranieri non accompagnati, deve andare di pari passo con un piano Marshall di cooperazione allo sviluppo volto a creare condizioni di vita migliori in loco perché aiutare a casa propria questi bambini, le loro famiglie e le loro comunità è un imperativo categorico che non può essere derubricato come slogan in quanto porta in sé il dovere di ogni cittadino di attivarsi per questa popolazione.”

            Pertanto, se occorre, da un lato, attivare ogni forma di pressione possibile per far sì che gli Stati europei promuovano quanto prima un apposito piano Marshall, dall’altro, ciascuno di noi, fin da ora, può ‘accogliere’ nel proprio cuore una famiglia o un bambino africano affinché possano vivere dignitosamente nel proprio paese.

            A tal fine, ricorda Griffini, “alcune importanti realtà dell’associazionismo cattolico familiare, esperte di cooperazione internazionale, stanno mettendo a punto una campagna per la creazione di sviluppo sui territori di origine, attraverso il sostegno a distanza: Africa in Famiglia”. E’ già possibile aderire alla campagna #AfricainFamiglia visitando la pagina dedicata e attivando un’Adozione a Distanza

            News Ai. Bi.    12 febbraio 2019

www.aibi.it/ita/i-corridoi-umanitari-la-risposta-alle-tragedie-del-mediterraneo-ma-da-soli-non-bastano

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MINORI

La Cassazione si pronuncia sull’ascolto del minore

Corte di cassazione, prima Sezione civile, ordinanza n. 4248, 13 febbraio 2019

www.cameraminorilepalermo.it/wp-content/uploads/2019/02/Ordinanza-Cassazione-4249-2019.pdf

E’ conforme alla Convenzione di New York sui diritti del fanciullo la decisione del giudice nazionale di non sentire il minore se ritiene che proprio l’età gli impedisce di avere piena consapevolezza della materia trattata. Lo ha stabilito la Corte di cassazione. A rivolgersi alla Suprema Corte era stato il padre di una minore, il quale contestava l’attribuzione del proprio cognome alla figlia. La madre della bambina aveva presentato al Tribunale dell’Aquila la richiesta di attribuzione del cognome paterno alla figlia. L’istanza, accertata la paternità con sentenza passata in giudicato, era stata accolta, ma il padre aveva impugnato il provvedimento contestando, altresì, il mancato ascolto della minore in contrasto, a suo dire, con la Convenzione di New York del 20 novembre 1989 sui diritti del fanciullo, ratificata con legge 27 maggio 1991 n. 176 e con la Convenzione di Strasburgo sull’esercizio dei diritti del fanciullo del 25 gennaio 1996, ratificata dall’Italia con legge n. 77 del 20 marzo 2003.

            Di diverso avviso la Cassazione, che ha respinto il ricorso. Per la Suprema Corte, infatti, è vero che l’audizione dei minori è un adempimento necessario nelle procedure giudiziarie e che è centrale per il riconoscimento del diritto fondamentale del minore ad essere informato e ad esprimere le proprie opinioni nei procedimenti che lo riguardano, ma nel caso di minore di età inferiore a sei anni l’omissione dell’ascolto, decisa dai giudici di merito, è compatibile con la Convenzione. Questo perché, nell’effettuare l’indicata scelta, il tribunale ha fornito una motivazione adeguata chiarendo che, proprio in ragione dell’età, “la minore non potesse discernere in ordine alla materia trattata quale fosse il proprio intendimento”.

Marina Castellaneta  13 febbraio 2019

www.marinacastellaneta.it/blog/la-cassazione-si-pronuncia-sullascolto-del-minore-the-italian-court-of-cassation-on-the-childrens-right-to-be-heard.html

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MORALIA

San Valentino e l’amore digitale

Ci perdoneranno i santi Cirillo e Metodio, patroni d’Europa, se preferiamo dare più spazio in questo mese di febbraio a san Valentino, che veneriamo insieme a loro proprio oggi.

            La festa del santo ci fornisce il pretesto per cominciare ad affrontare la spinosa questione dell’amore nell’era digitale. Dobbiamo innanzitutto spezzare una lancia rispetto al mondo dei social media, per altri versi stigmatizzabili per diverse questioni. Il progetto Why We Post, coordinato dallo University College London (Ucl), ha dimostrato errate alcune precomprensioni nei loro confronti.

Quando i social aiutano l’affettività: 15 scoperte che lo confermano. Il progetto, che ha visto sul campo un team di antropologi in diversi contesti sociali e in diverse aree del mondo, ci consegna un’immagine positiva dei social, racchiusa in 15 scoperte. Tra esse alcune appartengono alla sfera affettiva: i social ci rendono meno individualisti, non stanno rendendo il mondo più omogeneo e hanno – questo lo immaginavamo – un impatto profondo sulle relazioni affettive, in particolare nelle società altamente conservatrici.

            Di studi di questo tipo ne esistono molti. Alcuni ci hanno fatto scoprire che oggi essere adolescenti implica l’essere connessi. È lì che si trovano i primi amori, e non è un mistero che il ruolo che un tempo avevano le liturgie per far incontrare uomini e donne, oggi è svolto on-line dalle diverse app di dating – strumenti digitali per il corteggiamento – che decretano il successo o meno della vostra capacità di raccontarvi on-line; sino a Evolve, l’app che utilizza l’intelligenza artificiale per trovare l’anima gemella tra conoscenti e amici digitali.

            Questi strumenti, oltre ad allargare la cerchia delle persone con cui entrare in relazione, permettono di dilatare i tempi di risposta – uno studio ha indicato in quattro ore la soglia migliore – e danno la possibilità a chi è più timido di avere le energie e il coraggio per farsi avanti, procedendo per gradi.

            Potremmo continuare a lungo, ma ci affacciamo solamente per esprimere un doveroso giudizio iniziale: continuano a non poter essere delle strategie comunicative a garantirci felicità.

E fuori dai social? L’autenticità di amore e amicizia. Amore e amicizia sono degni di tale nome, specchio dell’amore di Dio che si è proclamato amico dell’uomo, solo a condizione che siano improntati alla durevolezza: l’amore non si può disconnettere, né riconnettere a piacimento.

            Se le storie sui social durano 24 ore, le storie nella vita vanno cercate e custodite per durare tutta una vita. Il paradosso della rivoluzione digitale è che mentre i social network permettono di apparire un po’ diversi da quello che si è realmente, un algoritmo invece può scovarci e metterci più a nudo di quanto davvero non si voglia o non si possa.

            L’amore e l’amicizia, in sintesi, non sono beni computazionali, né merce, né prodotto: dunque è illusorio pensare che un algoritmo possa davvero scegliere per noi esimendoci dall’esercizio della libertà, con i rischi, responsabilità e fascino annessi.

            Amore e amicizia sono fatti di vedo e non vedo, di rischio e di oblatività: ogni volta che tentiamo di incasellarli e di prevedere quello che potrà accadere non facciamo altro che avverare la profezia che vogliamo scongiurare.

            Essi si nutrono di libertà, cercare di farli recitare – anche se a soggetto – finisce sempre per ucciderli.

Luca Peyron, prete dell’arcidiocesi di Torino           14 febbraio 2019
www.ilregno.it/moralia/blog/san-valentino-e-lamore-digitale-luca-peyron?utm_source=newsletter-mensile&utm_medium=email&utm_campaign=201901

 

                                        Clero e abusi: colpe e rimedi della teologia morale

            Non poche settimane fa, mentre, durante una lezione del corso di morale sessuale, affrontavo le problematiche relative all’educazione sessuale nei percorsi prematrimoniali, ravvisandone non poche lacune, un alunno è intervenuto dicendomi: «Prof! Noi in questi anni di seminario abbiamo affrontato solo il tema del celibato, ma mai un percorso serio sui temi sessuali».

            Una simile affermazione, sicuramente frutto anche della smemoratezza dell’alunno, stride fortemente con l’appello alla responsabilità formativa derivante dal dilagare dei casi di abusi sessuali perpetrati da uomini di Chiesa (una recente ricerca condotta in Australia riporta che il 7% dei preti australiani è stato accusato di pedofilia).

            Spesso l’opinione pubblica extra- o intra-ecclesiale ha puntato il dito sul celibato o sulla formazione del clero. Ci chiediamo se anche l’insegnamento della teologia, nella fattispecie della teologia morale, possa essere «colpevole» e quali strade possa indicare per un rinnovamento globale.

La teologia morale ha ricevuto dal Concilio un compito arduo: «Si ponga speciale cura nel perfezionare la teologia morale, in modo che la sua esposizione scientifica, più nutrita della dottrina della sacra Scrittura, illustri la grandezza della vocazione dei fedeli in Cristo e il loro obbligo di apportare frutto nella carità per la vita del mondo» (Optatam totius, n. 16).

            Essa pertanto non è chiamata soltanto alla trasmissione di contenuti, né tantomeno alla formulazione di teorie asettiche, ma a contribuire perché l’umano possa giungere a piena fioritura e sia in grado di produrre e diffondere amore. Se questa è la missione della teologia morale, allora il suo insegnamento (spesso rivolto a giovani che si preparano a vivere il ministero presbiterale) non può tralasciare di indicare percorsi di crescita che conducano i futuri ministri a una relazione armonica con la propria sessualità.

            Ne discende che anche l’impostazione didattica dei corsi di teologia morale dovrebbe essere più attenta a suscitare domande, che portino ad assumere uno stile rinnovato alla luce di quanto il mistero di Cristo suggerisce all’uomo che desidera rispondere alla sua chiamata.

            Potrebbe essere d’aiuto una triplice conversione.

1)      Conversione erotica. Una certa forma di ascetismo disincarnato conduce spesso all’idea che la scelta celibataria debba eliminare ogni forma di erotismo, per accogliere e vivere un amore agapico, totalmente gratuito, a immagine dell’amore totalmente oblativo di Cristo per l’umanità. Questo ha insegnato una teologia morale elaborata spesso da uomini celibi, col rischio di formare «guardoni disincarnati, occhi senza faccia, preti che giudicano il comportamento sessuale di altre persone senza conoscere cosa sia la sessualità o come essa potenzi positivamente le relazioni umane e le esperienze di vita». [P.J. Gorrel].

  • Una teologia morale che si converte all’eros è in grado di mostrare la sessualità come cosa bella e buona e, così, può insegnare ad accogliersi come persone sessuate, portatrici di un’energia positiva, che sanno orientarsi all’altro con la capacità di interpretare il proprio corpo senza essere terrorizzate dal suo particolare e difficile linguaggio.
  • Può ancora aiutare ad affrontare e dare un nome al proprio orientamento sessuale, in un clima ecclesiale sereno e accogliente che non demonizza l’omosessualità e non la ritiene un disturbo alla pari della pedofilia.
  • Può riconoscere e valorizzare il ruolo della donna, ascoltando anche il novum che la sua «voce diversa» può portare in teologia, favorendo le condizioni perché donne e laici sposati approfondiscano e insegnino l’etica teologica.
  • Infine può sostenere nel riconoscere le difficoltà che l’impegno del celibato comporta, senza avere il timore di definirlo come una mancanza, un «lutto» nella vita del presbitero, indicando nella fraternità presbiterale, nelle amicizie paritarie, nell’impegno pastorale o in altre strade quelle sane sublimazioni che consentano di elaborare un vuoto così grande.

2)      Conversione al prendersi cura. Una domanda che affligge molti credenti e tutti coloro che sono impegnati nel debellare il fenomeno degli abusi è: com’è stato possibile che il fenomeno della pedofilia si sia insediato anche nel clero cattolico? Probabilmente una delle possibili ragioni sarebbe da ricercare oltre che – come abbiamo già accennato – in una visione distorta della scelta celibataria, anche nell’impostazione astorica del potere clericale (Hervé Legrand).

Il pedofilo infatti – secondo autorevoli studi – sarebbe una persona incapace d’instaurare relazioni affettivo-sessuali con un pari, e troverebbe nel bambino un partner sessuale remissivo e passivo da dominare. Non è difficile comprendere, a nostro parere, come una Chiesa eccessivamente clericale possa essere un rifugio eccellente per persone affette da un simile disordine.

In questo forse la teologia morale ha anche le sue colpe. L’antico e pur saggio adagio alfonsiano, secondo cui il confessore è padre, medico, giudice e dottore, avrebbe creato l’immagine di un prete-padrone della coscienza dei fedeli.

Una rivalutazione del ruolo della coscienza morale, già mirabilmente aperta dal Concilio, aiuterebbe a ridimensionare questo ruolo onnipotente, a favore di un ministero diakonico, che si prende cura, «perdendo tempo» ad ascoltare la voce dei fedeli per trovare insieme possibili percorsi di redenzione.

3)      Conversione sociale. Infine la teologia morale – almeno fino alla svolta impressa dal magistero di papa Francesco – si è troppo a lungo incentrata sulle problematiche sessuali, facendole diventare l’unico vero problema della riflessione etica. Davvero, per riprendere la dura espressione di Gorrel, a volte anche i teologi morali sono parsi dei «guardoni disincarnati». Troppa attenzione alle questioni sessuali può generare quasi un’ossessione che non può non avere ripercussioni sul singolo individuo, soprattutto se già segnato da fragilità e inconsistenze personali.

Si pensi che – come ricorda Marciano Vidal in un suo recente libro-intervista – «sant’Alfonso dedica solo 40 pagine alla morale sessuale e 240 alla morale sociale».

            In effetti sembra che la teologia morale tratti in modo differente le questioni sociali e quelle sessuali. Le prime vengono trattate in modo soft, le seconde in modo rigido. Per le prime si tende a offrire giudizi morali articolati e improntati al discernimento dei casi particolari, per le seconde vige ancora il mantra della non parvitas materiae in rebus venereis (espressione che indica che nell’ambito del sesto comandamento non vi è materia lieve ma solo materia grave) e un linguaggio normativo rigidamente collocato nello schema binario del lecito e dell’illecito.

            Una teologia morale che guardi alle questioni sessuali sotto il paradigma della complessità e dia la medesima importanza alle questioni sociali sarebbe in grado di far cogliere la globalità dell’umano in tutte le sue sfaccettature, sanando il morboso e malsano rapporto con l’eros.

            Non lo dobbiamo dimenticare! La teologia morale dev’essere una disciplina liberante! Ce lo ricorda uno dei grandi colossi della materia, Bernhard Häring, che in un opuscolo dedicato proprio al ministero presbiterale scriveva: «La teologia morale deve rendere liberi e capaci di gioire di Dio, di gioire al servizio di Dio e del prossimo. Deve indicare e aprire le vie che portano a relazioni personali e a strutture sane e sananti».

            Roberto Massaro, docente di Teologia morale Facoltà teologica di Molfetta. 08 febbraio 2019

www.ilregno.it/moralia/blog/clero-e-abusi-colpe-e-rimedi-della-teologia-morale-roberto-massaro?utm_source=newsletter-mensile&utm_medium=email&utm_campaign=201901

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OMOFILIA

La sessualità e l’omosessualità nel racconto della Bibbia: la creazione

Scrivo alcune riflessioni personali, che ho già ampliamente divulgato essendomi confrontato con biblisti molto più illustri di me, perché periodicamente si riaccende un dibattito stanco e superficiale che ha bisogno di elementi di chiarezza.

            Tradizionalmente, quando si parla del rapporto fede/omosessualità, si comincia ad evocare una serie di passi della Sacra Scrittura che, esplicitamente o meno, la condannerebbero. Coloro che ricorrono a questi passi commettono però due errori imperdonabili non solo sul piano teologico ma su quello logico. Intanto citano frammentariamente, estrapolando solo le parole utili a confermare la loro tesi, senza curarsi che una semplice citazione più ampia rischierebbe di capovolgere il loro ragionamento.      Inoltre non hanno mai sottoposto i testi a loro cari, a un’analisi esegetica storico-critica. Si limitano a ripetere in modo letterale, mai attualizzato, e spesso portandosi dietro molti pregiudizi ideologici o addirittura numerosi errori di traduzione (commessi senz’altro in buonafede a suo tempo, ma oggi non più tollerabili). Siccome lo studio continuo delle Scritture è dovere dei cristiani, anche a costo di scoprirne aspetti inediti, mi pare giusto offrire alcune meditazioni più moderne, ormai nemmeno troppo minoritarie.

            Esamineremo questi passi, uno per uno, a cominciare da quelli della Genesi: la sessualità nel racconto della creazione

  • “Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra”. (Gn 1,26-28)
  • “Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. Allora l’uomo disse: “Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa. La si chiamerà donna perché dall’uomo è stata tolta”. Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne”. (Gn 2, 22-24)

Il fatto che Dio crei l’uomo “maschio e femmina” non significa affatto che abbia dato contemporaneamente vita a due esseri distinti. Anzi: nel primo capitolo, quello in cui si descrive la creazione di tutto l’universo, si dice solo che l’uomo è l’ultima e la più alta delle creature; quella realizzata a immagine di Dio, che gli permette di considerare compiuto il suo ruolo nella creazione e di riposarsi.

            Nel secondo racconto, dedicato alla creazione dell’uomo, sembra di capire che abbia creato prima un solo individuo, che riassume in sé il maschile e il femminile, e poi lo abbia “gemmato” dandogli il dono della sessualità. Dal momento che la Sacra Scrittura va presa tutta insieme, nessuno è autorizzato a spingere troppo l’acceleratore sul primo racconto dimenticando il secondo. Chi lo fa, è evidentemente sorretto da motivazioni fortemente ideologiche. Io, che ho motivazioni opposte, potrei affermare che l’uomo esiste prima della sua appartenenza a un genere sessuale; che la sessualità è una caratteristica, per così dire, secondaria; che una sessualità “non conforme” non toglie umanità alla creatura umana.

            Se non lo faccio è perché so che la preoccupazione dei due diversi autori del Genesi non era di parlare di omosessualità (argomento di cui non conoscevano assolutamente nulla) ma di rispondere a tre domande fondamentali: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo. Punto.

Facciamo un passo avanti. Le due creature primigenie, nella loro mascolinità e femminilità, si uniscono sessualmente. Questo è spesso stato un argomento abbastanza decisivo per condannare qualunque altra forma di unione. A me pare un po’ poco per condannare centinaia di milioni di persone. Mi sembra semplicemente che il poeta del secondo capitolo del Genesi voglia fare un bellissimo e raffinatissimo elogio della sessualità: “carne della mia carne, osso delle mie ossa” parole commosse che indicano l’unione sessuale come momento di godimento che deriva dal sentirsi in armonia con se stessi, così come si gode quando si è in armonica unione con Dio.

            E ora un passo indietro. Si parla di fecondità e moltiplicazione della specie ma non si fa esplicitamente riferimento al sesso. Si menzionano invece le attività tipiche dell’agricoltura e dell’allevamento: “siate fecondi; soggiogate la terra”. Appena qualche versetto prima, si dice: “Quando il Signore Dio fece la terra e il cielo, nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba campestre era spuntata – perché […] nessuno lavorava il suolo. […] Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato […], prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse” (Gn 2, 4-5 / 8-15).

            La questione della procreazione arriva invece solo al termine del terzo capitolo (cioè quando Adamo ed Eva hanno già fatto le loro cose da un bel po’). La domanda che sorge è: che cosa vuol dire quindi “essere fecondi”? Forse, uno dei significati del brano è che il progetto di Dio, che consiste anche nel dare all’uomo il compito di completare la creazione, prevede molti modi per farlo: dare alla luce nuovi uomini ma anche coltivare la terra e custodirla (il termine ebraico tradotto con “dominare” è “radàh”, che significa “governare”, cioè custodire e sviluppare.  La traduzione latina è molto bella perché deriva da domus, cioè casa).

            Lo scopo dell’uomo è quindi duplice: da una parte egli ha un fine procreativo; dall’altra un fine creativo. La sessualità risponde a entrambi gli aspetti ma, nella cronologia degli eventi, il secondo viene prima.

            Molti esegeti ravvisano nell’omosessualità un’inclinazione che dà origine a una forma di rapporto monco perché in grado di affermare solo il secondo fine del rapporto sessuale. Altri però sostengono che l’esistenza dell’amore omosessuale è in realtà utile all’uomo, proprio perché permette di tenere viva l’attenzione sul fine non procreativo, altrettanto nobile ma meno scontato.

Massimo Battaglio                            17 febbraio 2019

www.gionata.org/la-sessualita-e-lomosessualita-nel-racconto-nella-bibbia-la-creazione

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OMOFOBIA

Leggi contro l’omofobia, la deriva delle Regioni

Ora spunta l’omotransnegatività, proposta choc in Emilia-Romagna. Ma Forum e associazioni insorgono. Del tutto condiviso l’obiettivo di lottare contro le discriminazioni di genere, ma il testo stabilisce una corsia preferenziale per quelle in ambito sessuale, ignorando ingiustizie a sfondo razziale e religioso Una scritta contro l’omofobia in una città italiana.

Omotransnegatività. Con questo fluido neologismo, il Consiglio regionale dell’Emilia Romagna vorrebbe approvare una legge «contro le violenze determinate dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere». L’obiettivo è in parte condivisibile e in parte no. Sulle discriminazioni sessuali, diciamolo subito, il magistero della Chiesa ha da tempo una posizione limpidissima. «Ogni persona, indipendentemente dal proprio orientamento sessuale, va rispettata nella sua dignità e accolta con rispetto, con la cura di evitare ogni marchio di ingiusta discriminazione», scrive papa Francesco nel citatissimo n. 250 di Amoris lætitia.

Ma il progetto di legge dell’Emilia Romagna – come altri due proposte regionali di cui si dibatte da mesi in Puglia e in Calabria – va oltre. Il concetto di omotransnegatività allarga infatti l’obiettivo da una condivisibile lotta contro le discriminazioni a un rischioso proclama che investe libertà di opinioni e di espressione.Condannare la ‘negatività’ di valutazioni che non si allineano alle posizioni del più oltranzista pensiero in materia, potrebbe aprire la strada a derive inaccettabili, tra cui l’accettazione o almeno la ‘promozione culturale’ di pratiche come l’utero in affitto che offendono gravemente la dignità della donna e del bambino. Nulla di tutto ciò in altre leggi regionali – Toscana, Umbria e Piemonte – che si occupano, pur con non poche problematicità, di discriminazioni a sfondo sessuale. Il progetto di legge regionale di cui è prima firmataria la consigliera Roberta Mori e che arriva forte di un voto dei consigli comunali di Bologna, Parma e Reggio Emilia, è stato al centro, un paio di giorni fa, di un’udienza conoscitiva pubblica in cui le associazioni cattoliche hanno presentato un documento incisivo.

Conciliante sui principi di fondo ma irremovibile nel rifiutare il pericoloso dettato estensivo del termine omotrasnegatività. Acli, Famiglie numerose, Azione cattolica, Agesc, Giovanni XXIII, Cif, Mcl, Mlac, Movimento per la vita e San Vincenzo, sostengono ‘fortemente’ la lotta contro ‘le discriminazioni’, ma contro ‘tutte le discriminazioni’, perché si fa presente che quelle a sfondo razziale o religioso, ma anche quelle che per esempio sostengono le famiglie ‘childfree’ [liberi da bambini], non sono meno odiose di quelle sessuali. Ma, a preoccupare davvero, è la volontà del progetto di legge di nascondere dietro l’ambigua vaghezza del neologismo-trappola, obiettivi non espliciti ma tutt’altro che rassicuranti. Il punto decisivo è il tentativo di affermare l’autodeterminazione dell’identità di genere. Che vuole dire? Nel documento delle associazioni si invita a considerare non l’autodeterminazione bensì «la coscienza dell’identità di genere, che è una componente fondante dell’identità personale», in cui rientrano componenti biologiche, psicologiche, culturali e sociali.

Da qui la domanda? L’identità – concetto diverso dall’orientamento – può essere autodeterminata con una scelta personale perché mutevole e arbitraria, oppure è il risultato di una complessa interazione di geni, ormoni, processi di sviluppo a livello cerebrale e somatico? La scienza ne dibatte da decenni, senza arrivare ad una conclusione condivisa. Appare quindi azzardato inserire il concetto in un articolato di legge, come fosse conclusione ormai assodata. In ogni caso, si legge ancora nel testo diffuso dalle associazioni, la ‘riassegnazione del genere’ può avvenire solo al termine di un iter legislativo secondo le leggi vigenti.

Nel progetto dell’Emilia-Romagna c’è poi la pretesa, tutt’altro che irrilevante, di stabilire una gerarchia all’interno delle discriminazioni. Quelle a sfondo omo e transessuale arriverebbero a godere di una corsia preferenziale nell’ambito del lavoro, della sanità, della scuola, con tutti gli interrogativi legati alle possibili divagazioni applicative che la proposta si guarda bene dallo sciogliere. Manca invece, e qui il documento presentato l’altra sera in consiglio regionale dalla cordata di associazioni non fa sconti, «una esplicita condanna della pratica della maternità surrogata».

Da parte sua, il presidente del Forum delle associazioni familiari dell’Emilia Romagna, Alfredo Caltabiano, sottolinea l’inutilità della norma, visto che già oggi esistono leggi e iniziative per la prevenzione della discriminazione di genere e del bullismo a livello regionale e nazionale, e invita a «rispettare il ruolo e il compito che la famiglia ha nell’educazione dei figli e non va disatteso come invece si evince dalla proposta di legge». Ora la parola passa alla politica. Il Pd, da cui come detto è partita la proposta, appare tutt’altro che compatto. L’invenzione della ‘omotransnegatività’ suona come una forzatura anche a una fetta non trascurabile dei democratici. Da qui l’invito a riflettere ancora.

Abbiamo davvero bisogno di questi diritti impregnati di ideologia in un quadro organico di politiche familiari? È quanto si chiede da tempo anche il Forum delle associazioni familiari della Puglia a proposito della proposta di legge contro l’omofobia sostenuta dalla giunta Emiliano: «L’approccio del Ddl è profondamente sbagliato, perché discrimina fra discriminati – osserva la presidente del Forum pugliese, Ludovica Carli – e prescinde da un fondamentale lavoro educativo che dovrebbe avere come protagoniste la famiglia e la scuola». Iter molto avanzato anche per il progetto di legge della Calabria, già approvato in commissione, in cui si introduce un altro concetto che disorienta, quello della discriminazione in base alle «caratteristiche sessuali». Anche in questo caso una divagazione sul tema che non aiuta la reale comprensione del problema. Per il resto il resto il disegno di legge ricalca in buona parte quello pugliese. Se non si tratta di ‘regia dei diritti trappola’, poco ci manca.

Luciano Moia             Avvenire 16 febbraio 2019

www.avvenire.it/attualita/pagine/leggi-contro-lomofobia-la-deriva-delle-regioni

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PARLAMENTO

Senato della Repubblica – Commissione Giustizia – Affido dei minori

14 febbraio 2019. L’Ufficio di Presidenza, integrato dai rappresentanti dei Gruppi, ha svolto alcune audizioni informali di Associazioni nell’ambito dell’esame dei Disegni di legge nn. 45, 118, 735, 768 e 837, in materia di affido di minori.

www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?          

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                                                          PSICOLOGIA DI COPPIA

                         San Valentino: l’indagine, 7 italiani su 10 hanno paura di restare soli

La solitudine sgomenta, e la sua ombra si fa sentire ancor di più quando si avvicina la festa degli innamorati. Sette italiani su dieci, infatti, hanno paura di rimanere soli. Per oltre la metà è importante avere una relazione, però che non sia a distanza “perché è troppo difficile gestirla”.

E la festa di San Valentino, che ha riempito le vetrine di cuori e fiori, “è un disagio per i single”.

E’ quanto emerge da un sondaggio realizzato per AdnKronos Salute da Eurodap (Associazione europea disturbi da attacchi di panico), che ha voluto indagare su alcuni aspetti delle relazioni d’amore tra gli italiani, coinvolgendo circa 700 persone tra 18 e 60 anni, uomini e donne. “Negli ultimi tempi si sta assistendo ad un’evidente modificazione della società – afferma Paola Vinciguerra, psicoterapeuta presidente Eurodap e direttore scientifico di Bioequilibrium – Alcune relazioni sono attualmente dominate da consumismo, conformismo, individualismo e un certo grado di esasperazione per l’apparenza e l’esteriorità.

Le relazioni, anche quelle che dovrebbero essere profonde e radicate, stanno subendo dei cambiamenti e stanno diventando sempre più superficiali. Questo scenario spesso terrorizza le coppie, sempre più distanti e schiacciate da ritmi e pressioni insostenibili, con l’eventualità di una rottura. Il troppo lavoro, i rapporti a distanza, la cura dei figli, sono solo alcuni dei possibili pesi che possono mettere alla prova una relazione. Un rapporto che ha sempre meno tempo per sé.

In più oggi lo stare soli spaventa più di ieri poiché, dominati dall’incertezza, avere qualcuno accanto assume un significato di maggiore stabilità”. I risultati del sondaggio parlano chiaro: il 76% sostiene di avere paura di restare solo; il 68% dichiara di avere molta difficoltà a vivere un rapporto a distanza; il 74% sostiene come sia molto importante avere una relazione; il 64% pensa che San Valentino non sia altro che un giorno in cui si alimenta il disagio dei single.

Ecco alcuni suggerimenti per vivere la festa di San Valentino in modo positivo: “Miglioriamo la comunicazione, sentiamoci liberi di esprimere i nostri bisogni e desideri al partner, cercando di trovare un equilibrio per le esigenze di entrambi ed il bene della coppia – consiglia Eleonora Iacobelli, psicologa, vice presidente Eurodap e responsabile trainer Bioequilibrium – Cerchiamo modi alternativi per stimolare il coinvolgimento sessuale e intimo della coppia”. Non solo: “Usiamo la ricorrenza per stupire, sedurre, per guardarci reciprocamente festeggiando l’amore lontano dalla quotidianità, concedendoci un momento di coppia”, suggerisce Iacobelli.

“Bisogna inoltre tener presente sempre che, per rendere durevole un rapporto – conclude Vincinguerra – è necessario mantenere un equilibrio personale prendendosi cura di sé, delle proprie esigenze, delle proprie emozioni, per non riversare nella coppia i propri disagi.

AdnKronos Salute     13 febbraio 2019

www.lasaluteinpillole.it/salute.asp?id=50788

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TRIBUNALI ECCLESIASTICI

Relazione attività 2018

Tribunale ecclesiastico regionale Flaminio

Tempi più brevi nelle cause di nullità matrimoniale e meno giudizi negativi. Sono questi due dei dati che saltano subito all’occhio nella relazione sull’attività del Tribunale ecclesiastico regionale Flaminio presentata questa mattina a Bologna dal vicario giudiziale mons. Massimo Mingardi. Se nel 2017 per giungere ad una sentenza nelle cause di primo grado era necessario attendere circa 19,2 mesi, nel 2018 si è passati a 18 mesi. “Si risente ancora del lavoro molto positivo dell’anno precedente, in termini di velocizzazione dei tempi, e di questo hanno beneficiato un buon numero di cause decise nel 2018 – ha spiegato –. Da un altro punto di vista, si rileva che anche in questo primo mese e mezzo del 2019 la tempistica di espletamento rimane quella del 2018, anzi c’è addirittura una ulteriore leggera riduzione”.

Facendo un rapporto tra i cattolici della Regione, pari a 2.421.878 nel 2017 e il numero delle cause si ottiene che nell’anno c’è stata una causa ogni 25.493 cattolici (26.324 nel 2017). Ad essere esaminati sono stati in tutto 149 capi. Ad essi il tribunale ecclesiastico ha risposto in maniera affermativa in 101 casi (122 nel 2017), negativo in 48 (64). “Esaminando le cause decise, si nota una decisa contrazione delle cause decise negativamente rispetto al numero totale – ha aggiunto mons. Mingardi –. In diversi casi si è deciso per un rinvio al fine di un approfondimento della situazione. Un’altra possibile spiegazione potrebbe essere una maggiore accuratezza da parte degli avvocati e in genere dei consulenti nell’esame preliminare delle possibili cause, scoraggiandone l’introduzione lì dove non si vedono adeguate prospettive di buon esito”.

Agenzia SIR   14 febbraio 2019

https://agensir.it/quotidiano/2019/2/14/tribunale-ecclesiastico-regionale-flaminio-mons-mingardi-vicario-giudiziale-tempi-piu-brevi-nelle-cause-di-nullita-matrimoniale-e-meno-giudizi-negativi

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