NewsUCIPEM n. 718 – 9 settembre 2018

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02 ADOZIONE La rilevanza della disabilità nell’adozione.

04 ADOZIONI INTERNAZIONALI Se il motore della CAI non funziona, la macchina adozione si ferma.

05 AMORIS LÆTITIA Il papa offre consigli su come sostenere un buon matrimonio.

07 ASSEGNO DI MANTENIMENTO Moglie segue il marito nei trasferimenti: quanto di mantenimento?

08 CENTRO INTERN. STUDI FAMIGLIA Newsletter CISF – n. 27, 5 settembre 2018.

09 CHIESA CATTOLICA Preti: alla radice degli scandali.

11 Differenza sessuale e sacramenti: iniziazione, guarigione e servizio

14 CONTRACCEZIONE L’indagine sul web, italiani ‘promossi’ in contraccezione.

16 DALLA NAVATA 23° Domenica – Anno B – 9 settembre 2018.

16 “Effatà, apriti!” Commento di Enzo Bianchi.

17 DEMOGRAFIA Popolazione residente per stato civile (ISTAT).

18 DIRITTO DI FAMIGLIA Adulterio: conseguenze legali.

20 DISCERNIMENTO Discernimento spirituale.

20 Impariamo il “discernimento” l’arte di saper scegliere la vita.

22Senza non si ha altro punto di riferimento se non le proprie opinioni

22 Ogni uomo ha la sua età spirituale con le resistenze ad essa relative

23 Importante per comprendere il proprio stato interiore

24 La libertà è di somma importanza per il discernimento.

25 Se vita interiore è in disaccordo con comportamento le conseguenze…

25 FRANCESCO VESCOVO DI ROMA Grazie, papa Francesco.

25 GRAVIDANZA I diritti dei lavoratori dipendenti.

27 HUMANÆ VITÆ La “scandalosa” conferenza di Ratzinger sul matrimonio.

33 OMOFILIA Preti e omosessualità

34 PEDAGOGIA Master Università Cattolica. Pedagogia della famiglia

35 SINODO DEI GIOVANI Ritrovare il dialogo tra le generazioni

39 VIOLENZA Violenza sulle donne Ecco il vero significato

40 Violenza sulle donne: la responsabilità del giudice.

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ADOZIONE

La rilevanza della disabilità nell’adozione e l’incidenza nella dichiarazione dello stato di adottabilità

Corte di Cassazione, prima Sezione civile, sentenza n. 28230, 18 dicembre2013.

www.studiocataldi.it/allegati/news/allegato_14846_1.pdf

L’adozione costituisce un rapporto di filiazione giuridica che si instaura tra soggetti non legati da una relazione di discendenza diretta. Essa esprime il fondamentale diritto dell’adottando di ricevere un nuovo nucleo familiare, qualora quello di origine risulti irrimediabilmente inidoneo a prendersene cura, per supplire definitivamente alle sue carenze affettive, spirituali e materiali, avendo riguardo alle concrete necessità ed esigenze dell’adottando, con la sua particolare storia personale, le sue caratteristiche fisiche e psicologiche ed il suo grado di evoluzione

A tal fine, il Tribunale per i minorenni del distretto, in presenza di un’accertata situazione di abbandono dei minori privi di assistenza morale e materiale da parte dei genitori o dei parenti tenuti a provvedervi, dichiarerà lo stato di abbandono, che costituisce il presupposto per la pronunzia dello stato di adottabilità del minore. Lo stato di abbandono può determinarsi anche per gravi condizioni di salute, soprattutto psichiche, non reversibili dei genitori, tali da impedire di prestare la dovuta assistenza e cura del figlio permettendo di offrire una soglia di cure materiali, calore affettivo ed aiuto psicologico al di sotto di una soglia minima, tali da produrre danni irreversibili allo sviluppo fisico e psichico del figlio.

Tuttavia, a tal riguardo, la giurisprudenza di legittimità ha precisato che, ai fini della dichiarazione di adottabilità del minore, non è sufficiente la oggettiva sussistenza di carenze caratteriali o malattie mentali dei genitori, anche a carattere permanente, ma in virtù del primario interesse del minore a crescere nella sua famiglia di origine, sarà necessario accertare se, in ragione di tali patologie, il genitore sia effettivamente idoneo ad espletare i propri compiti genitoriali. Conseguentemente, la valutazione dello stato di adottabilità non può fondarsi sulla disabilità dei genitori biologici, nel rispetto della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità e del relativo Protocollo addizionale, salvo che tale condizione, nonostante gli adeguati e possibili supporti offerti dallo Stato, comprometta irreversibilmente la capacità di allevare ed educare i figli. In ogni caso, qualora la condizione di disabilità, soprattutto legata ad una stato di disagio psicologico, sia tale da determinare una situazione di carenza della funzione genitoriale compromettendo le capacità di cura ed educazione della prole, si considera lesiva la prosecuzione del rapporto di filiazione nei confronti dei genitori biologici. Infatti, in tal senso la Suprema Corte ha dichiarato che “il figlio minore del genitore disabile è adottabile quando il genitore può offrirgli solo una vita inadeguata”.

Dunque, ne consegue che lo stato di abbandono, ai fini della dichiarazione dello stato di adottabilità, deve essere valutato nella sua obbiettività, prescindendo da qualsiasi elemento di volontarietà o colpevolezza, sì che non è sufficiente ad escludere detta condizione la mera volontà di non abbandonare il figlio, ove nella realtà manchi la capacità di offrire quel minimo di assistenza morale o materiale che deve essere valutato tenendo conto delle specifiche condizioni di salute del bambino e delle sue necessità, oltre che di un continuo e stabile supporto affettivo e psicologico, per essere aiutato a convivere con le sue malformazioni, oltre che di cure specialistiche continue ai fini di garantirne la crescita e sopravvivenza . Ad ogni modo, ciò non comporta l’enunciazione di un principio generale circa lo stato di adottabilità dei figli minori di genitori disabili, ma ogni caso deve essere valutato in concreto, accertando le cure, l’assistenza e risorse morali e materiali che la compagine parentale, familiare e dei servizi offerti dallo Stato sono in grado di assicurare al minore. Per cui, ciò permette di desumere che possono essere dichiarati adottabili solo quei minori che, a causa della grave disabilità del genitore, possono subire gravi traumi emotivi e carenze nell’educazione, in quanto ciò che l’ordinamento persegue è la garanzia dell’interesse del minore a condurre una vita serena e ad un corretto sviluppo psico-fisico.

L’adozione del minore disabile. Il minore con disabilità, in seguito alla dichiarazione di stato di adottabilità, è adottabile, secondo quanto disposto dalla L. adoz. 4 maggio 1983 n. 184 e successive modifiche, attraverso:

www.commissioneadozioni.it/media/14058/revisione%20testo%20legge_184%20per%20sito%20web%20cai.pdf

  • L’adozione legittimante, nazionale ed internazionale ex artt. 22 e 29;

  • L’istituto dell’adozione in casi particolari, introdotta dalla legge 28 marzo 2001 n. 149, secondo quanto previsto dall’art. 44, co. 1 lett. c) e ss., che non ha efficacia legittimante.

www.camera.it/parlam/leggi/01149l.htm

L’adozione legittimante determina la cancellazione del legame del minore con la famiglia di origine, salvi i divieti matrimoniali ex art. 27 L. adozioni, e l’acquisizione dello status di figlio nato nel matrimonio degli adottanti, assumendone il cognome, i rapporti di parentela con i parenti degli adottanti e tutti i diritti e doveri che conseguono dal rapporto di filiazione.

L’adozione prevista in casi particolari risponde alle difficoltà di adozione dei c.d. “soggetti difficili”, tra i quali i minori con gravi disabilità che si trovino nelle condizioni indicate dall’art. 3, co. 1 della legge-quadro n. 104/1992, orfani di padre e madre. www.gazzettaufficiale.it/eli/id/1992/02/17/092G0108/sg

Essa viene disposta a prescindere dallo stato di abbandono del minore e qualora non sia possibile ricorrere all’adozione piena, legittimante. Tale tipologia di adozione è consentita, oltre che alle persone coniugate e non separate, rispetto a cui la richiesta di adozione deve essere proposta congiuntamente da entrambi i coniugi anche in presenza di figli, altresì alle persone singole o conviventi more uxorio.

L’adozione in casi particolari, al contrario di quella legittimante, costituisce un vincolo di filiazione che si sovrappone a quello della filiazione di sangue, ragion per cui la famiglia di origine non perde la relazione giuridica di filiazione e parentela (permanendo in capo ad essa legami ai fini successori ed alimentari con il minore), ma perde il diritto all’esercizio del ruolo genitoriale. Inoltre, si avrà la non instaurazione di rapporti di parentela tra l’adottato e la famiglia dell’adottante. Il legislatore prevede che il minore disabile che abbia compiuto i quattordici anni deve prestare il proprio consenso all’adozione. Tuttavia, qualora il minore non possa prestare personalmente il proprio consenso, tenuto conto delle sue condizioni di disabilità fisica o psichica, dovrà sentirsi il suo legale rappresentante. In tal caso, le indagini dovranno essere molto più approfondite per evitare forme di speculazione sulla persona del disabile. Mentre per l’adozione del minore degli anni quattordici dovrà essere sentito il suo legale rappresentante. Qualora il minore abbia compiuto il dodicesimo anno di età dovrà essere sentito personalmente, laddove abbia un’età inferiore potrà essere sentito in ragione della sua capacità di discernimento, ex art. 45, co. 2 L. adozioni. Tale tipologia di adozione rappresenta un’alternativa al ricovero del minore in un istituto. Inoltre, al fine di favorire l’adozione di minori con grave disabilità il legislatore predispone:

  1. all’art. 6, co. 8 della L. adozioni che lo Stato, le Regioni e gli enti locali possano intervenire con misure di carattere economico e di sostegno alla formazione e all’inserimento sociale fino al raggiungimento della maggiore età degli adottati, in quanto l’ostacolo maggiore è rappresentato dalla mancanza di un sostegno economico e di una rete di servizi post-adozione che aiuti in concreto le famiglie

  2. all’art. 40 della L. n. 149/2001 l’istituzione di una banca dati relativa ai minori dichiarati adottabili e agli aspiranti all’adozione, periodicamente aggiornata e resa fruibile a tutti i Tribunali per i minorenni attraverso una rete di collegamento.

In ogni caso, può osservarsi che tale incentivazione all’adozione in casi particolari ha comportato un aumento delle richieste di persone disposte a prendersi cura di minori disabili gravi, anche se non risultano ancora del tutto sufficienti a garantire una famiglia a ciascuno di essi, visto che una larga maggioranza di minori con gravi condizioni psicofisiche permane in strutture a valenza sanitaria da dove difficilmente escono per un collocamento eterofamiliare.

La disabilità dell’adottante. Il nostro ordinamento prescrive espressamente, all’art. 6, co. 2 L. adozioni, che gli adottanti devono essere effettivamente idonei e capaci di educare, istruire e mantenere l’adottando. Tale requisito richiede, oltre alla capacità materiale di assolvere ai compiti genitoriali, la loro idoneità fisica ad accudire la prole. Tuttavia, le disabilità degli adottanti non rappresentano un impedimento all’adozione nazionale o internazionale, in quanto non possono costituire ostacolo o motivo di discriminazione, salvo che colpiscano entrambi i coniugi comportando una materiale impossibilità a prendersi cura del figlio. Difatti, le disabilità che milioni di genitori hanno non sono di danno all’interesse del minore e non consentono di limitare o escludere la responsabilità genitoriale, per cui, di riflesso non possono costituire causa esclusiva di un giudizio di inidoneità ad adottare.

L’art. 22, co. 4 L. adozioni richiede che le indagini che devono essere espletate da parte del Tribunale per i Minorenni, ai fini dell’accertamento dei requisiti degli aspiranti adottanti, debbano concernere anche la salute di questi, in quanto si ritiene che il loro stato psico-fisico possa influire sull’equilibrio del minore. In ogni caso, alla luce di tali indagini, potranno essere ritenuti fisicamente inidonei all’adozione solo quei soggetti affetti da malattie che possano mettere in pericolo la loro vita o quella del minore. Tuttavia, un consolidato orientamento giurisprudenziale ritiene che qualora la disabilità, soprattutto di carattere fisico, degli adottanti non incida sull’ambiente familiare e sulla sfera affettiva, rende ammissibile l’adozione da parte di tali soggetti, in quanto non costituisce ostacolo al sereno sviluppo del minore e non determina una genitorialità insufficiente.

L’adeguatezza o meno degli adottanti deve essere valutata non solo in riferimento a criteri oggettivi, ma soprattutto in relazione alle vicende reali del minore, valutando caso per caso se tali disabilità si presentino in forme tali da impedire di espletare, in condizioni di sufficiente efficienza fisica e benessere psicologico, il compito educativo nei confronti dell’adottato , in modo da garantirgli la possibilità di sviluppare integralmente la propria personalità e raggiungere un soddisfacente grado di autonomia personale. Pertanto, il giudice non dovrà considerare il parametro dei “genitori tipo” o della “famiglia astratta” (perfetta sotto l’aspetto fisico, intellettuale, morale e socio-economico), in quanto se gli adottanti, sebbene portatori di handicap, non soffrano di menomazioni che possano mettere in pericolo la loro vita o quella del minore o influire negativamente sulla sua psiche, non sussiste alcun ostacolo alla dichiarazione di idoneità. In base a tali definizioni si desume chiaramente che gli aspiranti adottanti disabili possono adottare anche minori con gravi disabilità.

L’adozione costituisce un rapporto di filiazione giuridica che si instaura tra soggetti non legati da una relazione di discendenza diretta. Essa esprime il fondamentale diritto dell’adottando di ricevere un nuovo nucleo familiare, qualora quello di origine risulti irrimediabilmente inidoneo a prendersene cura, per supplire definitivamente alle sue carenze affettive, spirituali e materiali, avendo riguardo alle concrete necessità ed esigenze dell’adottando, con la sua particolare storia personale, le sue caratteristiche fisiche e psicologiche ed il suo grado di evoluzione

A tal fine, il Tribunale per i minorenni del distretto, in presenza di un’accertata situazione di abbandono dei minori privi di assistenza morale e materiale da parte dei genitori o dei parenti tenuti a provvedervi, dichiarerà lo stato di abbandono, che costituisce il presupposto per la pronunzia dello stato di adottabilità del minore. Lo stato di abbandono può determinarsi anche per gravi condizioni di salute, soprattutto psichiche, non reversibili dei genitori, tali da impedire di prestare la dovuta assistenza e cura del figlio permettendo di offrire una soglia di cure materiali, calore affettivo ed aiuto psicologico al di sotto di una soglia minima, tali da produrre danni irreversibili allo sviluppo fisico e psichico del figlio. Tuttavia, a tal riguardo, la giurisprudenza di legittimità ha precisato che, ai fini della dichiarazione di adottabilità del minore, non è sufficiente la oggettiva sussistenza di carenze caratteriali o malattie mentali dei genitori, anche a carattere permanente, ma in virtù del primario interesse del minore a crescere nella sua famiglia di origine, sarà necessario accertare se, in ragione di tali patologie, il genitore sia effettivamente idoneo ad espletare i propri compiti genitoriali.

Conseguentemente, la valutazione dello stato di adottabilità non può fondarsi sulla disabilità dei genitori biologici, nel rispetto della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità e del relativo Protocollo addizionale, salvo che tale condizione, nonostante gli adeguati e possibili supporti offerti dallo Stato, comprometta irreversibilmente la capacità di allevare ed educare i figli. In ogni caso, qualora la condizione di disabilità, soprattutto legata ad una stato di disagio psicologico, sia tale da determinare una situazione di carenza della funzione genitoriale compromettendo le capacità di cura ed educazione della prole, si considera lesiva la prosecuzione del rapporto di filiazione nei confronti dei genitori biologici.

Infatti, in tal senso la Suprema Corte ha dichiarato che «il figlio minore del genitore disabile è adottabile quando il genitore può offrirgli solo una vita inadeguata». Dunque, ne consegue che lo stato di abbandono, ai fini della dichiarazione dello stato di adottabilità, deve essere valutato nella sua obbiettività, prescindendo da qualsiasi elemento di volontarietà o colpevolezza, sì che non è sufficiente ad escludere detta condizione la mera volontà di non abbandonare il figlio, ove nella realtà manchi la capacità di offrire quel minimo di assistenza morale o materiale che deve essere valutato tenendo conto delle specifiche condizioni di salute del bambino e delle sue necessità, oltre che di un continuo e stabile supporto affettivo e psicologico, per essere aiutato a convivere con le sue malformazioni, oltre che di cure specialistiche continue ai fini di garantirne la crescita e sopravvivenza. Ad ogni modo, ciò non comporta l’enunciazione di un principio generale circa lo stato di adottabilità dei figli minori di genitori disabili, ma ogni caso deve essere valutato in concreto, accertando le cure, l’assistenza e risorse morali e materiali che la compagine parentale, familiare e dei servizi offerti dallo Stato sono in grado di assicurare al minore. Per cui, ciò permette di desumere che possono essere dichiarati adottabili solo quei minori che, a causa della grave disabilità del genitore, possono subire gravi traumi emotivi e carenze nell’educazione, in quanto ciò che l’ordinamento persegue è la garanzia dell’interesse del minore a condurre una vita serena e ad un corretto sviluppo psico-fisico.

Antonella Tamborrino Persona e danno 30 agosto 2018

www.personaedanno.it/articolo/la-rilevanza-della-disabilit-nell-adozione-e-l-incidenza-nella-dichiarazione-dello-stato-di-adottabilit-antonella-tamborrino

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ADOZIONI INTERNAZIONALI

Se il motore della CAI non funziona, la macchina dell’adozione si ferma

Crollano le adozioni internazionali. Colpa dei costi, della burocrazia e della fecondazione assistita. E anche di una certa politica. Ora si deve ripartire.

La coppia deve presentare al Tribunale per i minorenni la dichiarazione di disponibilità all’adozione. Il tribunale (in base anche alla relazione dei servizi sociali) deve valutare se rilasciare il decreto di idoneità. Se si decide per quella internazionale, la coppia deve indicare entro un anno l’Ente autorizzato a seguirla per il percorso di adozione internazionale. I costi variano in base all’ente e al Paese. I genitori adottivi possono dedurre dall’Irpef il 50% delle spese sostenute. Ci sono poi rimborsi spese finanziati di anno in anno in base alle risorse.

I tempi: dalla domanda all’ingresso del minore in Italia servono in media dai 3 ai 6 anni. Criticità e limiti, ma anche le potenzialità per ripartire Dalla Federazione russa ne sono arrivati 228; 154 dalla Colombia; 123 dall’India; 112 dall’Ungheria; 95 dalla Polonia; altri 727 da 37 paesi del globo, dal Vietnam all’Honduras. In totale i bambini adottati in Italia nel 2017 sono 1.439, anzi solo 1.439. Perché rispetto agli anni passati il numero è seriamente diminuito. Nel 2014 i bimbi arrivati in Italia erano 2.206; nel 2010 furono 4.130, decretando un anno d’oro per le adozioni internazionali. Oggi questi picchi sembrano lontanissimi, soprattutto se si pensa che, per la prima volta, nel 2018 le adozioni potrebbero scendere sotto quota mille. Tradotto: un vero e proprio crollo. Che cosa è cambiato? Che cosa ha prosciugato la tradizionale apertura degli italiani nei confronti di tutti i bambini, anche quelli con ‘special needs’, cioè bambini che hanno subìto traumi, con problemi di comportamento, con disabilità, grandicelli o con fratellini?

Crolla tutto, perché? Costi eccessivi, tempi imprevedibili, sfiducia generale nel sistema. Le ragioni alla base del crollo delle adozioni internazionali sono tante e s’intrecciano tutte. Una, non trascurabile, è l’avvento della fecondazione assistita. “Molti governi – ci spiega Marco Griffini, presidente di Ai.Bi, Amici dei Bambini, uno degli Enti autorizzati alle adozioni internazionali che nel 2017 ne ha concluse 87 – hanno puntato sulla fecondazione assistita: è stata promossa ed è diventata gratuita entrando nel sistema sanitario nazionale. Parlando con le coppie spesso mi raccontano che sono gli stessi servizi sociali che consigliano loro di intraprendere la strada della fecondazione prima di quella dell’adozione”.

A questi sacrosanti punti ne va aggiunto uno: l’interesse politico. Perché se manca un motore che spinge, la macchina non può camminare. Per anni però la Cai è stata in stallo: durante la gestione dell’ex presidente Silvia della Monica, terminata a giugno 2017, non sono stati avviati rapporti diplomatici con nuovi Paesi né rafforzati quelli esistenti. “Gli ultimi tre anni sono stati deleteri – ammette Griffini – ma in realtà anche nei due precedenti con i governi tecnici l’adozione internazionale non è mai stata in cima ai pensieri del governo”. Sotto della Monica, l’Italia ha interrotto ogni relazione con i Paesi di origine dei bambini.

Per sbloccare questa incertezza servirebbe un primo passo. “Oggi siamo ancora in attesa di sapere se il ministro della Famiglia, Lorenzo Fontana, che ha ricevuto la delega per la famiglia e le adozioni, assumerà anche la presidenza della Cai – ci spiega il presidente di Ai.Bi. – e si deve anche completarne l’organico: manca, per esempio, il direttore generale che ha il compito a livello amministrativo di far funzionare la baracca”. Senza un buon capitano, si sa, non si può navigare per mari in tempesta. Come si può ripartire?

La Cai ha grandi progetti. Sulla carta. Uno è il ‘fascicolo trasparente’ che servirà alle coppie per seguire online il percorso della loro domanda. Laura Laera sta poi lavorando a nuovi rapporti diplomatici e ricucendo quelli coni Paesi che hanno sbarrato le porte alle coppie straniere: situazioni che condannano gli aspiranti genitori a lunghe attese. “In Romania ci sono migliaia di bambini negli istituti che non possono essere adottati – ci racconta Griffini – dal 2005 le adozioni internazionali sono state bloccate e a partire dal 2013 sono state parzialmente riaperte, ma solo per le coppie rumene che vivono all’estero o per le famiglie ‘miste’ in cui almeno uno dei due coniugi sia rumeno. È in situazioni come questa che si deve sentire il forte impulso del Governo”. I nodi da sciogliere sono ancora tanti. “Abbiamo chiesto al legislatore che venga abolita la politica della selezione – conclude Griffini – a favore di un accompagnamento delle famiglie che si candidano: vanno prese per mano, non selezionate così duramente”.

News Ai. Bi. Fonte: Altroconsumo ‘In tasca’ (estratto) 4 settembre 2018

www.aibi.it/ita/adozione-internazionale-focus-altroconsumo-griffini

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AMORIS LÆTITIA

Nella Amoris Lætitia, il papa offre alcuni consigli su come sostenere un buon matrimonio negli anni.

Nella sua esortazione apostolica Amoris Lætitia,papa Francesco ha usato l’inno alla carità di San Paolo, tratto dalla sua prima Lettera ai Corinzi, per offrire alcuni consigli su come sostenere un buon matrimonio negli anni, basato sul vero amore.

È prezioso soffermarsi a precisare il senso delle espressioni di questo testo, per tentarne un’applicazione all’esistenza concreta di ogni famiglia”, ha spiegato.

  1. Pazienza. Per Francesco, “non significa lasciare che ci maltrattino continuamente, o tollerare aggressioni fisiche, o permettere che ci trattino come oggetti”. “L’amore comporta sempre un senso di profonda compassione, che porta ad accettare l’altro come parte di questo mondo, anche quando agisce in un modo diverso da quello che io avrei desiderato”. “Il problema si pone quando pretendiamo che le relazioni siano idilliache o che le persone siano perfette, o quando ci collochiamo al centro e aspettiamo unicamente che si faccia la nostra volontà. Allora tutto ci spazientisce, tutto ci porta a reagire con aggressività”, ha avvertito.

  2. Atteggiamento di benevolenza. Il papa ha sottolineato che nella sua lettera San Paolo “vuole insistere sul fatto che l’amore non è solo un sentimento, ma che si deve intendere nel senso che il verbo ‘amare’ ha in ebraico, vale a dire: ‘fare il bene’”. “Come diceva sant’Ignazio di Loyola, ‘l’amore si deve porre più nelle opere che nelle parole’. In questo modo può mostrare tutta la sua fecondità, e ci permette di sperimentare la felicità di dare, la nobiltà e la grandezza di donarsi in modo sovrabbondante, senza misurare, senza esigere ricompense, per il solo gusto di dare e di servire”.

  3. Guarendo l’invidia. “Nell’amore non c’è posto per il provare dispiacere a causa del bene dell’altro”, ha sottolineato il papa, aggiungendo che “l’invidia è una tristezza per il bene altrui che dimostra che Non ci interessa la felicità degli altri, poiché siamo esclusivamente concentrati sul nostro benessere”. “Il vero amore apprezza i successi degli altri, non li sente come una minaccia, e si libera del sapore amaro dell’invidia. Accetta il fatto che ognuno ha doni differenti e strade diverse nella vita”.

  4. Senza vantarsi o gonfiarsi. Francesco ha sottolineato che “chi ama, non solo evita di parlare troppo di sé stesso, ma inoltre, poiché è centrato negli altri, sa mettersi al suo posto, senza pretendere di stare al centro”. “Alcuni si credono grandi perché sanno più degli altri, e si dedicano a pretendere da loro e a controllarli, quando in realtà quello che ci rende grandi è l’amore che comprende, cura, sostiene il debole”.

  5. Amabilità. “Amare significa anche rendersi amabili”, ha indicato il papa, e questo significa che “l’amore non opera in maniera rude, non agisce in modo scortese, non è duro nel tratto”. “I suoi modi, le sue parole, i suoi gesti, sono gradevoli e non aspri o rigidi. Detesta far soffrire gli altri”.

  6. Distacco generoso. Contrariamente alla frase popolare per la quale “per amare gli altri bisogna prima amare se stessi”, il papa ha ricordato che nell’inno alla carità “San Paolo “afferma che l’amore ‘non cerca il proprio interesse’, o che ‘non cerca quello che è suo’”. Bisogna evitare di attribuire priorità all’amore per se stessi come se fosse più nobile del dono di se stessi agli altri”.

  7. Senza violenza interiore. Nella Amoris Lætitia, il papa ha esortato a evitare “una irritazione non manifesta che ci mette sulla difensiva davanti agli altri, come se fossero nemici fastidiosi che occorre evitare”. “Il Vangelo invita piuttosto a guardare la trave nel proprio occhio”, ha aggiunto. “Se dobbiamo lottare contro un male, facciamolo, ma diciamo sempre ‘no’ alla violenza interiore”.

  8. Perdono.Francesco ha raccomandato di non lasciare spazio “a quel rancore che si annida nel cuore”, ma di lavorare per “un perdono fondato su un atteggiamento positivo, che tenta di comprendere la debolezza altrui e prova a cercare delle scuse per l’altra persona”. La comunione familiare, ha affermato il papa, “può essere conservata e perfezionata solo con un grande spirito di sacrificio. Esige, infatti, una pronta e generosa disponibilità di tutti e di ciascuno alla comprensione, alla tolleranza, al perdono, alla riconciliazione”.

  9. Rallegrarsi con gli altri. “Quando una persona che ama può fare del bene a un altro, o quando vede che all’altro le cose vanno bene, lo vive con gioia e in quel modo dà gloria a Dio”, ha indicato il Santo Padre. “La famiglia dev’essere sempre il luogo in cui chiunque faccia qualcosa di buono nella vita, sa che lì lo festeggeranno insieme a lui”.

  10. Tutto scusa. Questo, ha spiegato il papa, “implica limitare il giudizio, contenere l’inclinazione a lanciare una condanna dura e implacabile. ‘Non condannate e non sarete condannati’ (Lc 6,37)”. “Gli sposi che si amano e si appartengono, parlano bene l’uno dell’altro, cercano di mostrare il lato buono del coniuge al di là delle sue debolezze e dei suoi errori. In ogni caso, mantengono il silenzio per non danneggiarne l’immagine. Però non è soltanto un gesto esterno, ma deriva da un atteggiamento interiore”.

  11. Ha fiducia. “Non si tratta soltanto di non sospettare che l’altro stia mentendo o ingannando”, ha spiegato il papa. “Non c’è bisogno di controllare l’altro, di seguire minuziosamente i suoi passi, per evitare che sfugga dalle nostre braccia. L’amore ha fiducia, lascia in libertà, rinuncia a controllare tutto, a possedere, a dominare”.

  12. Spera. Questa parola, ha indicato il papa, “indica la speranza di chi sa che l’altro può cambiare”. “Non vuol dire che tutto cambierà in questa vita. Implica accettare che certe cose non accadano come uno le desidera, ma che forse Dio scriva diritto sulle righe storte di quella persona e tragga qualche bene dai mali che essa non riesce a superare in questa terra”.

  13. Tutto sopporta. Il papa ha segnalato che questo “non consiste soltanto nel tollerare alcune cose moleste, ma in qualcosa di più ampio: una resistenza dinamica e costante, capace di superare qualsiasi sfida”. “L’amore non si lascia dominare dal rancore, dal disprezzo verso le persone, dal desiderio di ferire o di far pagare qualcosa. L’ideale cristiano, e in modo particolare nella famiglia, è amore malgrado tutto”.

https://it.aleteia.org/2016/09/20/13-consigli-papa-francesco-buon-matrimonio-amoris-laetitia

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ASSEGNO DI MANTENIMENTO

Moglie segue il marito nei trasferimenti: quanto di mantenimento?

Tribunale di Pescara, sentenza n. 1248, 29agosto 2018.

In caso di separazione e divorzio la moglie ha diritto a ottenere un assegno di mantenimento pari al contributo che ha fornito alla ricchezza della famiglia e dell’altro coniuge rinunciando alla propria carriera.

La moglie che accetta di trasferirsi per consentire al marito di fare carriera, così rinunciando a un proprio lavoro, ha diritto, in caso di separazione e di successivo divorzio, a un risarcimento. Risarcimento che le spetta da un lato per aver contribuito ad incrementare il patrimonio familiare e dell’uomo e, dall’altro lato, per aver perso opportunità di crescita professionale personale. In pratica l’assegno di mantenimento dovrà essere più alto. Ma a quanto ammonterà l’importo che il giudice sarà chiamato a liquidare? Di tale problema si è occupata una recente sentenza del Tribunale di Pescara, una delle prime che affronta il problema dell’assegno divorzile dopo che le Sezioni Unite della Cassazione [Cass. S.U. sent. n. 18287/2018 che ha corretto il tiro della sentenza n. 11504/2017] hanno riscritto le regole.

www.miolegale.it/sentenze/cassazione-civile-sez-unite-18287-2018

Come si determina l’assegno di mantenimento. La Cassazione ha detto che, per stabilire se e quanto spetta come assegno divorzile, bisogna prima verificare lo squilibrio economico determinato dal divorzio, facendo riferimento per esempio alle dichiarazioni dei redditi. Proprio queste ultime vanno subito prodotte per dare un quadro completo al tribunale. L’assegno di divorzio ha una funzione di riequilibrare le condizioni delle parti. Non serve a ricostituire lo stesso “tenore di vita” goduto in costanza di matrimonio, ma deve comunque riconoscere al coniuge con un reddito più basso il contributo da questi fornito alla famiglia nel momento in cui cessano gli effetti civili del matrimonio. In pratica, una volta accertati i rispettivi redditi, il giudice deve anche verificare se tale «eventuale rilevante disparità della situazione economico-patrimoniale degli ex coniugi all’atto dello scioglimento del vincolo sia dipendente dalle scelte di conduzione della vita familiare adottate e condivise in costanza di matrimonio, con il sacrificio delle aspettative professionali e reddituali di una delle parti in funzione dell’assunzione di un ruolo trainante endofamiliare, in relazione alla durata» del matrimonio.

Detto in due parole, il giudice verifica se uno dei due coniugi ha rinunciato al lavoro per badare alla casa e alla famiglia, consentendo nello stesso tempo all’altro di fare carriera e occuparsi di meno del ménage domestico. Se così stanno le cose, viene riconosciuto al soggetto più “povero” un assegno di mantenimento che tenga conto da un lato delle sue capacità economiche, dell’età e della durata del matrimonio e, dall’altro lato, dell’entità del contributo da questi fornito al patrimonio familiare e dell’ex.

Il diritto all’assegno divorzile debba essere escluso in tutti quei casi in cui, pur sussistendo astrattamente una (rilevante) sproporzione tra le posizioni economico-patrimoniali delle parti, l’ex coniuge richiedente abbia i mezzi per condurre una vita autonoma e non abbia contribuito in maniera significativa alla formazione del patrimonio familiare o dell’altro coniuge, poiché in tal caso la disparità non dipende dalle scelte di vita fatte dai coniugi durante il matrimonio.

Se la moglie accetta di trasferirsi con il marito. Non tutti hanno la fortuna di avere una sede di lavoro stabile in una città. Alcuni lavoratori sono soggetti a trasferimenti periodici. Succede spesso a chi lavora con le banche, in altri grande aziende private o in determinati settori della pubblica amministrazione (si pensi ai supplenti nelle scuole, ai funzionari del fisco o della direzione del lavoro).

La moglie – tanto per fare un esempio – è costretta a trasferirsi con il marito che riceve uno spostamento di sede in una città lontana? Il codice civile dice che i coniugi scelgono di comune accordo la residenza della famiglia. Di solito, per evitare al coniuge e ai figli di spostarsi, è chi lavora che accetta di fare il pendolare. Ma quando c’è il consenso dell’altro coniuge quest’ultimo può seguirlo nelle varie sedi; in questo caso si fanno le valigie e ci si sposta tutti di città in città. Una tale situazione non può che giovare alla carriera del marito, ma sicuramente la donna perde ogni chance lavorativa. Si sacrifica per il bene dell’unità familiare.

È questo proprio il caso analizzato dalla sentenza in commento: il sacrificio della moglie che rinuncia a lavorare per dedicarsi alla famiglia e aiutare il partner nella carriera ha diritto ad essere ricompensato. Spetta quindi l’assegno divorzile e pure nella misura massima di un terzo del reddito mensile nella disponibilità del marito.

Nel caso di specie, una signora, a sessant’anni, aveva un titolo di maestra d’asilo, che non aveva mai potuto utilizzare per aver seguito il marito nei vari trasferimenti; questi aveva cominciato la carriera nella Finanza come vice brigadiere ed era diventato colonnello. Proprio a causa di ciò, la moglie non poteva più trovare un’occupazione e dunque ha giustamente diritto ad essere mantenuta. Il giudice le ha riconosciuto un assegno di quasi 1.100 sui 3.250 euro di stipendio dell’ex marito.

La legge per tutti 4 settembre 2018

www.laleggepertutti.it/235597_moglie-segue-il-marito-nei-trasferimenti-quanto-di-mantenimento

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CENTRO INTERNAZIONALE STUDI FAMIGLIA

Newsletter CISF – n. 27, 5 settembre 2018

  • Nonni in primo piano. Un Natale senza figli e nipoti? questo nonno non si rassegna, e “inventa” il proprio funerale per poter riunire i propri parenti. Commovente, paradossale, ma anche “sfidante”

www.youtube.com/watch?v=4_B6wQMd2eI

  • Il valore dell’educazione tra fratelli in famiglia. Una ricerca del CISF per l’associazione famiglie numerose. Dal 7 al 9 settembre si tiene a Bellaria (Rimini) l’assemblea nazionale dell’Associazione Famiglie Numerose, al cui interno verranno presentati per la prima volta i risultati di una inedita ricerca empirica realizzata dal Cisf, attraverso interviste qualitative a giovani tra i venti e i trent’anni, gruppi di fratelli, e genitori di famiglie numerose. La ricerca verrà presentata sabato 8 settembre, in mattinata, all’interno del convegno “Il tesoro nascosto: educazione orizzontale nella famiglia numerosa” da Francesco Belletti (direttore Cisf) e Margherita Lanz (Università Cattolica, Dipartimento di Psicologia). I risultati dell’indagine verranno poi pubblicati in un volume, in uscita entro la fine del 2018. https://www.famiglienumerose.org

www.famiglienumerose.org/i-tre-giorni-delle-famiglie-numerose-alla-ricerca-del-tesoro-nascosto

  • Il 29-31 ottobre 2018 si terrà a Opatija-Abbazia (Croazia) la Conferenza Eurochild, organizzata in collaborazione con la locale Associazione “I nostri Bambini”.

Children’s participation in public decision-making. A review of practice in Europe. Background Paper. http://eurochild.eu/fileadmin/public/02_Events/2018/Eurochild_Conference_2018/2018_Conference-_Background_Paper.pdf

La Conferenza intende offrire esempi di buone pratiche sul modo in cui i decisori delle politiche pubbliche possono rispettare il diritto dei minori a partecipare alle decisioni che li riguardano, a livello locale, nazionale ed europeo. In questo documento preparatorio la descrizione di alcune buone pratiche.

www.eurochild.org/events/eurochild-conference-2018

  • Disturbi dell’alimentazione e della nutrizione: una guida in pronto soccorso e per le famiglie. Un percorso specifico, un vero e proprio “codice lilla”, per aiutare gli operatori sanitari ad accogliere i pazienti in pronto soccorso e avviarne da subito il giusto cammino terapeutico. Ma anche raccomandazioni specifiche ai familiari per renderli consapevoli delle forme di disagio, soprattutto iniziale e a volte nascosto, dei loro parenti, che può sfociare in gravi problemi sanitari. I disturbi della nutrizione e dell’alimentazione sono ormai uno dei più frequenti fenomeni sanitari, in particolare tra gli adolescenti e i giovani adulti. […] un Tavolo di lavoro specifico coordinato dal ministero della Salute ha elaborato leRaccomandazioni per interventi in Pronto Soccorso per un Codice lilla e le “Raccomandazioni per i familiari. La redazione dei documenti è stata fortemente sollecitata sia dalle associazioni dei familiari sia dagli operatori sanitari, che necessitano di strumenti pratici in una tematica in cui ancora oggi, purtroppo, esiste una estrema disomogeneità di cura e trattamento sull’intero territorio nazionale.

www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_2775_allegato.pdf

www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_2774_allegato.pdf

  • Inizia l’anno scolastico: un ricordo che parla di educazione e di maestri testimoni di vita. Ai bravi docenti eroi coraggiosi: grazie (di Suor Anna Monia Alfieri). Una testimonianza sul valore delle parole dette davanti ai bambini nella scuola e sull’esperienza di Renata Fonte, maestra ed educatrice, vittima di mafia. http://formiche.net/2018/09/ai-bravi-docenti-eroi-coraggiosi-grazie

  • Ultimi arrivi dalle case editrici

Diario semiserio di un lungo percorso di accompagnamento e di cura da parte di una figlia cinquantenne alla propria madre, novantenne, per lunghi anni in cui la testa dell’anziana vacilla e la figlia “fa i salti mortali” per sostenerla, consentendole di rimanere a casa propria. Lo stile ironico – e soprattutto autoironico – fa leggere questa storia tutta d’un fiato, e sono più i sorrisi che le malinconie, anche se molti degli episodi narrati corrispondono esattamente a quelle molteplici “emergenze”, spesso drammatiche, che si presentano nella vita quotidiana delle famiglie che sperimentano questa condizione. Un testo del genere è probabilmente molto più illuminante, per i lettori, di quanto non siano fiumi di dati, di ricerche sociologiche, di relazioni di accompagnamento ai dibattiti parlamentari. In questo libro la parola caregiver trova carne, sostanza, spessore esistenziale, e anche la figura della madre, nei suoi “squilibri”, ritrova una dignità che spesso nelle fatiche della cura quotidiana si dimentica, tra badanti e telefonate notturne, tra ossessioni personali e voglia di gettare la spugna. Ma forse l’indicazione più importante del volume sta proprio nel tono scelto per raccontare e raccontarsi: quel “senso dell’umorismo” che non è cinico distacco dalle persone e dalle situazioni, ma indispensabile distanziamento da un impegno oggettivamente faticoso, che appare a volte persino ingiusto. Un po’ di ironia, insomma, anche per custodire quel minimo di “cura di sé” che ogni caregiver deve ricordarsi di conservare (da solo, ma anche con l’aiuto dei propri cari), per non farsi schiacciare, anzi, per poter continuare ad offrire ai propri parenti anziani, sempre più fragili, quell’incredibile supporto che milioni di famiglie garantiscono, in una “eroica quotidianità” che costituisce una delle ricchezze più preziose del nostro Paese. Un capitale sociale di solidarietà difficilmente sostituibile, e troppo spesso abbandonato a se stesso.

http://newsletter.sanpaolodigital.it/cisf/attachments/newscisf2718_allegatolibri.pdf

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CHIESA CATTOLICA

Preti: alla radice degli scandali

Leggendo l’articolo del benedettino Ghislain Lafont, dal titolo Clericalismo?, pubblicato in Settimana News il 1° settembre, propongo una riflessione che tenta di affrontare, da un punto di vista teologico e giuridico, una delle radici profonde dei problemi di scandalo che affiggono il clero (sacerdoti, vescovi, cardinali). www.settimananews.it/chiesa/clericalismo

Sono oramai di pubblico dominio le incongruenze di vite di confratelli che coinvolgono non soltanto la materia sessuale, ma anche quella amministrativa, gestionale, economica, delle cose personali e di Chiesa.

Ciò che impressiona non sono le mancanze – di cui tutti dobbiamo chiedere perdono – ma la persistenza e il conseguente senso di impunibilità che accompagna condotte disonorevoli. Credo che anche la teologia e il diritto (male interpretati) facciano da sfondo a tali atteggiamenti.

Concezione sacrale esagerata. La prima radice dell’impunibilità è data dall’enfasi posta sulla funzione sacerdotale. I riti, la consacrazione, l’affidamento dei compiti sembrano elevare un semplice battezzato a grande sacerdote, pieno di sapienza e di moderazione. Cosa non vera.

Il battezzato, formato (adeguatamente?) è chiamato a svolgere la funzione sacerdotale. Già san Paolo, nelle lettere a Timoteo e a Tito, doveva dettare i comportamenti ai vescovi e ai presbiteri: «Il vescovo, come amministratore di Dio deve essere irreprensibile; non arrogante, non iracondo, non dedito al vino, non violento, non avido di guadagno disonesto, ma ospitale, amante del bene, assennato, giusto, pio, padrone di sé, attaccato alla parola sicura, secondo l’insegnamento, affinché sia capace di esortare con la sana dottrina e di confutare coloro che si oppongono» (Tt 1, 7-9).

La discussione teologica sul sacramento dell’ordine è lunga e complessa. A seguito delle posizioni dottrinali di Lutero, che sosteneva che ogni battezzato può essere annunciatore della parola, il Concilio di Trento ha insistito nel collocare il sacerdozio nella funzione di culto. Lo specifico è stato individuato nella celebrazione eucaristica e nell’assoluzione dei peccati.

Da qui una concezione sacrale esagerata per cui, ancora oggi, il sacerdote, si sente investito di una tale autorità da distaccare la propria vita da quella del popolo che gli è affidato. Le funzioni di insegnare, santificare e amministrare sono diventate “autonome”, così da ritenersi erroneamente libero dal rendere conto del suo operato.

Con un’espressione popolare, ma estremamente significativa, può essere riassunta in “faccio il prete, non sono prete”. Quasi – orrore! – a dire che il sacramento dell’ordine sia uno strumento necessario, ma indipendente dalla santità.

Il “carattere”. Tutto ciò è aggravato da due altre connotazioni che rafforzano questa convinzione. La prima dice che il sacramento dell’ordine conferisce il carattere, definito un segno spirituale che non si cancella mai. S. Tommaso nella Summa teologica (III, q. 63, art. 1), richiamandosi a san Giovanni Damasceno, sostiene che il carattere è un sigillo (marchio) spirituale che sostiene la vita spirituale del sacerdote, del battezzato, del cresimato; non si cancella mai e impedisce di ripetere il sacramento. Definizione ripresa dal Concilio di Trento e tuttora utilizzata in dottrina. Il sacerdote è tale per sempre: può chiedere la grazia di dispensa dagli oneri sacerdotali, ma rimane tale per tutta la vita. Il canone 1008 del Codice di diritto canonico dichiara: «Con il sacramento dell’ordine, per divina istituzione alcuni tra i fedeli, mediante il carattere indelebile con il quale vengono segnati, sono costituiti ministri sacri; coloro cioè che sono consacrati e destinati a servire, ciascuno nel suo grado, con nuovo e peculiare titolo, il popolo di Dio», a completamento del can. 207 che aveva ricordato: «Per istituzione divina vi sono nella Chiesa tra i fedeli i ministri sacri che, nel diritto, sono chiamati anche chierici; gli altri fedeli poi sono chiamati anche laici».

Senza voler stravolgere dottrina e canoni, è evidente che l’accentuazione del rapporto sacerdote-culto determina lo stato “altro” del presbitero rispetto al popolo di Dio. Il Concilio aveva tentato di colmare la distanza. Infatti il capitolo II della Lumen gentium ha affrontato prima il sacerdozio comune dei fedeli e poi quello gerarchico. Nel comune sentire invece, dopo l’ordinazione, il giovane si sente “immune” da ogni partecipazione di fedeli.

L’“ex opere operato”. Un secondo aspetto che rafforza questa visione è dato dal principio che riguarda il conferimento della grazia con i sacramenti. La dottrina afferma che la grazia è concessa “ex opere operato ”, a prescindere dalle disposizioni personali del ministro che amministra il sacramento.

In parole semplici, il sacramento offre la grazia, se è accettata, non tenendo conto dell’azione del ministro che deve rispettare solo l’intenzione di fare ciò che fa la Chiesa (Concilio di Trento,Decreto dei sacramenti, n. 8 – Denzinger 1608). Tale disposizione è spiegata per salvaguardare la misericordia di Dio che non lega il suo operare alla dignità-santità del Ministro.

I passaggi appena accennati non sono – come appaiono – solo “tecnici” e avulsi dalla realtà, ma fanno da sottofondo alla percezione che già da giovane il presbitero ha delle sue mansioni. Si sente aggregato a «Cristo, capo della Chiesa» e quindi separa le sue funzioni sacerdotali dalla vita che conduce.

Non si spiegherebbe altrimenti il perdurare di condotte gravemente peccaminose. È un problema serio che è stato affrontato con il cosiddetto “discernimento” in preparazione al sacerdozio: sono innumerevoli i documenti della Santa Sede e delle Conferenze episcopali sulla preparazione al sacerdozio, ma i risultati non sono consoni alle aspettative.

Nel dopo-Concilio sono stati molto numerosi gli studi sull’identità del presbitero. Lo sforzo da fare è teologico e giuridico: occorre ridisegnare la figura del presbitero. Opera che non è stata completata nemmeno dal Concilio che pure ha insistito sulla continuità tra il popolo dei fedeli e le proprie guide. Senza cadere nelle posizioni di Lutero, è opportuno accentuare le funzioni che il sacerdote è chiamato a svolgere, deteologizzando l’accentuazione dello status presbiterale o episcopale.

Tutti siamo chiamati alla santità, svolgendo ciascuno dei ruoli nella Chiesa. Occorre dunque, da una parte, elevare concretamente la dignità di tutti i battezzati, dall’altra, abbassare le funzioni proprie di chi è chiamato a guidare l’insegnamento, la santificazione, l’amministrazione della Chiesa.

Intanto si potrebbe liberare ogni presbitero/vescovo da funzioni amministrativo-civili: responsabile della raccolta di denaro, responsabile dell’amministrazione dei beni, responsabile di ciò di cui ogni parrocchia/diocesi ha bisogno materialmente.

A dir la verità, esiste già un canone che proibisce attività affaristica e commerciale: «È proibito ai chierici di esercitare, personalmente o tramite altri, l’attività affaristica e commerciale, sia per il proprio interesse, sia per quello degli altri, se non con la licenza della legittima autorità ecclesiastica» (can. 286). Di fatto una proibizione che non ha mai sortito effetto.

Da un punto di vista spirituale forse è utile richiedere a chi intende accedere al sacerdozio almeno una “promessa” di osservare i consigli evangelici di povertà, obbedienza, castità. Senza entrare nel mondo complesso dei voti religiosi, è possibile trovare una via intermedia che obblighi in maniera determinata ai consigli evangelici.

Le pie esortazioni sembra non abbiano ottenuto risultati. Probabilmente anche la paura di rimanere senza presbiteri ha indotto a selezioni troppo sommarie e indulgenti. La paura del giudizio di scandalo non si combatte silenziando gli errori, ma proponendo vie più impegnative.

Vinicio Albanesi Settimana News 4 settembre 2018

www.settimananews.it/sacramenti/preti-alla-radice-degli-scandali/

 

Differenza sessuale e sacramenti: iniziazione, guarigione e servizio

Nei giorni scorsi ho già pubblicato la presentazione di un testo appena uscito in libreria e che interviene nel dibattito sulla ministerialità maschile e femminile nella Chiesa cattolica: A. Grillo -E. Massimi, Donne e uomini: il servizio nella liturgia (Roma, CLV-Ed. Liturgiche, 2018) Aggiungo in questo post la parte iniziale del mio articolo (“I sacramenti come luogo di elaborazione di identità ecclesiale e di differenza sessuale. Lettura in prospettiva sistematica, con 10 tesi”, pp. 39-60) di cui avevo già pubblicato le tesi finali. Vedi newsUcipem n. 717, pag.8

In questo testo (pp. 39-45) affronto la questione della rilevanza della differenza sessuale nel settenario sacramentale.

Omnis utriusque sexus fidelis” (Concilium Lateranense IV)

Vorrei iniziare la mia riflessione da questo famosissimo incipit della Costituzione del Concilio Lateranense IV, ossia dal testo che ha inaugurato formalmente la tradizione del “precetto pasquale” (1215) nella tradizione occidentale: forse è stato poco notato il fatto che la inclusione di “entrambi i sessi” (utriusque sexus) costituisce un precedente fondamentale circa la “parità di doveri” nella esperienza ecclesiale cristiana. Troviamo qui, indirettamente, il segno di una “vocazione alla parità dei diritti e dei doveri” assunta al proprio centro dalla tradizione cristiana. Se già nella evoluzione nella prassi di iniziazione del cristiano, con il passaggio dalla circoncisione al battesimo, vi era stato un salto abissale – con tutte le inevitabili conseguenze sul piano della eguaglianza tra maschi e femmine, che il battesimo consente e che la circoncisione sembra ostacolare – ora anche sul piano penitenziale veniva stabilito un criterio paritetico al quale ormai ci siamo assuefatti, ma che allora non era affatto scontato.

Detto altrimenti: la tradizione liturgico-sacramentale, fondata sulla iniziazione e guarigione del soggetto credente in Cristo, ha elaborato raffinati criteri di “parità tra i sessi”, che poi però è stato molto difficile poter estendere ai sacramenti del servizio1, dove la logica della differenza sessuale è stata tradotta largamente nelle categorie sociologiche e culturali della società tradizionale e chiusa. Potremmo dire che il principio di “radicale apertura alla eguaglianza”, incluso nel nucleo originario del Vangelo – che tende a superare in Cristo ogni discriminazione tra le polarità culturali e sociali tra giudeo e greco, libero e schiavo, maschio e femmina (cfr. Gal 3,28) – riesce in qualche modo ad affermarsi per le logiche di iniziazione/guarigione, mentre trova un ostacolo strutturale nei sacramenti del servizio, ossia nelle logiche mondane e secolari di esercizio della autorità per il bene comune e di organizzazione della vita sociale per la generazione.

Nelle categorie del Catechismo della Chiesa Cattolica gli ultimi due sacramenti – Ordine e Matrimonio – sono “ordinati alla salvezza altrui” (CCC 1534). Ossia, non hanno al centro la propria salvezza, ma quella dell’altro. Per questo sono segni di “servizio”, richiedono una “vocazione”, ma riguardano anche un particolare “esercizio della autorità”. Proprio su questo ultimo aspetto – di “appartenenza ad un ordo” e di “assunzione di diritti e doveri” – incontriamo anche il livello su cui i due sacramenti, pur nella loro diversità, hanno patito non solo una “contestazione da fuori”, ma una “rielaborazione dall’interno”, dovuta al mutare delle condizioni culturali e alle forme sociali con cui si può concepire la “societas”, che passa da “inaequalis” ad “aequalis.

In questi campi, diversamente da quanto accade per le logiche della iniziazione e della guarigione, la “differenza sessuale” viene trascritta storicamente in una forte differenziazione nella attribuzione ai soggetti di autorità/potere/servizio, spesso accompagnata da una ardita trasposizione di tale logica sociale e culturale sul piano di una argomentazione teologica ed ecclesiale in vista di una legittimazione naturale e/o divina dello status quo. In altri termini, molto spesso viene spostato a livello di un “piano naturale” o di un “disegno divino” l’assetto storico – lo status quo – di una cultura sociale, che ammette e spesso impone disuguaglianze, discriminazioni, sottomissioni e schiavitù. La storia è tale perché così voluta, ontologicamente, da Dio. Tutto è sempre esposto al grave rischio di essere giustificato mediante uno stretto – ma non stringente – rimando alla natura e alla creazione, che si vorrebbe capace di fornire un criterio di giustificazione e di imposizione verso ogni potenziale o reale discriminazione. Ciò altera, in radice, la possibilità che la differenza e la disuguaglianza venga riconosciuta come ingiustizia.

Qui vorrei essere molto chiaro: la riduzione sociologica e culturale della tradizione non è affatto l’effetto di una lettura tardo-moderna, ma appare piuttosto come il portato strutturale della tradizione, che si evidenzia in modo assai forte proprio per i due sacramenti del servizio (e a differenza degli altri cinque). In questi ultimi due sacramenti, infatti, essendo in gioco la salvezza “non propria, ma dell’altro”, accade strutturalmente una correlazione teorica e pratica con la sollecitudine per il “bene comune”, la quale rischia continuamente di confondere il “disegno di salvezza” con l’”ordine pubblico”.

Come è evidente, una diretta riconduzione della salvezza all’ordine pubblica crea, inevitabilmente, un corto circuito, che la tradizione ha gestito abbastanza agevolmente, ma che la tarda modernità, con la scoperta della “libertà” e della “uguaglianza” tra i soggetti, fatica a gestire. Il rischio è che il “bene comune” e l’”ordine pubblico” non riescano a cogliere la ingiustizia della differenze, ma tutto giustifichino in base ad una problematica identificazione tra “ordine pubblico” e “bene comune”.

Per lo sviluppo della mia relazione, è bene sostare inizialmente su questo assunto metodologicamente decisivo (§.1), per poi esaminare punto per punto alcune acquisizioni in campo iniziatico/terapeutico (§.2), soffermandoci quindi su alcune preziose annotazioni che ci vengono dal pensiero di S. Tommaso nella Summa Theologiae (§.3). Passerò quindi ad altri tre passi: dopo una breve rassegna di acquisizioni, per rilanciare il dibattito teologico ed ecclesiale sul tema (§. 4) ed un excursus intorno alle conseguenze della lettera di Giovanni Paolo IIOrdinatio sacerdotalis sul dibattito intorno al diaconato (§.5) trarremo qualche filo di sintesi sui due sacramenti del servizio, ordine e matrimonio, nella forma di 10 tesi conclusive (§.6).

  1. Alcune premesse di carattere metodologico. L’accenno metodologico fatto in sede iniziale merita una ripresa più accurata e distesa. Cerco di spiegarmi meglio e di chiarire la argomentazione sistematica e storica che intendo proporre. Ritengo, infatti, che si debba diffidare di tutti quegli approcci, che denunciano semplicemente una “riduzione sociologica e culturale” delle questioni intorno al ministero ecclesiale, come se la “domanda di autorità” che sorge dal popolo di Dio di sesso femminile scaturisse da una inedita riduzione del ministero al potere. Come se oggi andasse smarrito quel “disinteresse” tradizionale e la teologia fosse avvelenata da un approccio “interessato”. La argomentazione che resiste ad ogni riconsiderazione delle “differenze” rivolge alle nuove teorie sul ministero l’obiezione di essere “riduttive”. Una posizione simile si trova ripetuta in diversi ambiti della espressione ecclesiale del magistero.

Ricordo, ad esempio, la famosa conferenza dell’anno 2000, dell’allora Prefetto J. Ratzinger, a proposito del concetto di “communio” come criterio di interpretazione della Costituzione conciliare Lumen Gentium, (“Osservatore Romano” 4 marzo 2000) su cui si è soffermato con competenza R. Repole in un recente Convegno della nostra Associazione di Professori di Liturgia. Come è evidente, in questo testo possiamo rilevare, come in molti altri autori, un ragionamento che può essere tradotto per brevità in questo assunto: la pretesa di leggere il concetto di ‘communio’ come chiave ermeneutica di LG non sarebbe altro che una “richiesta di maggiore potere” da parte di un soggetto ecclesiale (laicale). La pretesa sarebbe da respingere perché indotta non dalla evidenza del Vangelo, ma dalla cultura individualistica e prassistica tardo-moderna.

Questo approccio può essere considerato tipico di un pensiero che appare lato sensu “antimodernistico”, il quale progressivamente accede ad un “immobilismo della tradizione”, poiché confonde ogni possibile dinamismo ecclesiale con un grave cedimento alla mentalità del mondo e un tradimento del Vangelo. La mancanza di comprensione del condizionamento sociologico-culturale della tradizione non permette più di distinguere tra “sostanza” e “rivestimento” del depositum fidei. Non fa più memoria delle parole profetiche con cui Giovanni XXIII aveva aperto il Concilio Vaticano II e così contraddice il criterio pastorale che quel Concilio aveva introdotto potentemente nella coscienza ecclesiale, fino ad approdare ad una – più o meno aperta – negazione della svolta conciliare.

Questo modo di pensare e di argomentare deve essere accuratamente segnalato come un “luogo comune” di consistenti porzioni del magistero postconciliare, che ha avuto un influsso generale sull’intero corpus magisteriale e teologico, ma che ha brillato con particolare evidenza proprio sul piano della riflessione sul ministero e sull’autorità. Tale modo di ragionare determina una serie di effetti incontrollati, che è bene enumerare con una certa analiticità, sebbene solo in via preliminare:

  1. Chiudendo la tradizione in una storia soltanto “passata”, di cui si trascurano i condizionamenti culturali e sociali, esso svuota il magistero di ogni potere, poiché lo riduce a “custodire un museo”, senza permettergli di “coltivare un giardino”, per usare una nota espressione di papa Giovanni XXIII.

  2. Riduce e inibisce la “esperienza dello Spirito”, che apre la Chiesa ad una fedeltà non soltanto al passato, ma anche al futuro, non riuscendo a comprendere che la fedeltà alla tradizione deve lasciarsi illuminare non solo dalla Parola di Dio, ma anche dalla esperienza degli uomini e delle donne (GS 46)

  3. Nel dichiarare di “non avere il potere” di modificare la disciplina tradizionale, conferma lo “status quo” come se fosse la pienezza della risposta ecclesiale al Vangelo, innalzando il passato a regola assoluta e perdendo il registro profetico: nega di avere il potere, ma lo esercita nelle forme autorizzate dal passato. Ottiene un rafforzamento del proprio potere mediante una retorica della negazione del potere.

Questa dinamica – che potremmo definire “autoreferenziale” – di fatto ottiene l’effetto rischioso di paralizzare la tradizione e di sospenderne la efficacia. Questo, come abbiamo detto sopra, vale in primo luogo per i sacramenti del servizio: sia sul piano del ministero ordinato, sia sul piano del matrimonio, tale irrigidimento ha provocato notevoli disagi negli ultimi decenni, causando un grave arresto tanto del dibattito teorico quando della esperienza pratica. In origine non era affatto così. Per questo ci dedichiamo ora ad una breve rassegna del modo di condurre la riflessione sulla “differenza” nell’ambito più ampio e generale del “sapere sacramentale”.

  1. Il quadro generale della problematica sacramentale su identità ecclesiale e differenza sessuale.

Non è difficile dimostrare che la tradizione di riflessione sacramentale sulla “differenza sessuale” ha profondamente superato l’opposizione maschio/femmina quando ha messo a tema il contesto della iniziazione o della guarigione cristiana. Tale tradizione infatti, pur risentendo pesantemente del carico pregiudiziale di una cultura tipica della “società chiusa” – ossia di una società che predetermina la identità sessuale, sociale e culturale dei soggetti – ha saputo elaborare sorprendenti forme di “inclusione”, per quanto esse appaiano oggi marginali, che illustrano bene la consapevolezza pre-moderna sui quei condizionamenti socio-culturali, che la tarda-modernità ha provato a negare. Per questo vorrei qui capovolgere il luogo comune della apologetica tardo-moderna. Il riduzionismo che essa denunciava come tipico della cultura moderna apparteneva strutturalmente anche alla propria tradizione. Occorreva allora – ed occorre anche oggi – un discernimento non apologetico della tradizione, che forse solo nel nostro tempo può esserci finalmente permesso, grazie non soltanto allo stile inaugurato dalla grande stagione conciliare, ma anche dalla potente ripresa di essa, due generazioni dopo, da parte del pontificato profetico di Francesco. Se infatti esaminiamo i sacramenti di iniziazione e di guarigione, osserviamo al loro interno lo sviluppo di una dinamica di profonda integrazione di “maschio e femmina”, con una evoluzione che ha origini assai risalenti e forme assai esplicite. Proviamo a fare una breve rassegna di questi “segni”, considerando prima il livello della sacramentaria generale, e poi quello della sacramentaria speciale.

2.1. De sacramentis in genere.

a) In generale appare molto opportuno, sulla scia di ciò che negli ultimi decenni hanno fatto J. Komonchak e P. Huenermann, passare in rassegna, ordinatamente, tutti gli “argomenti” che sono stati elaborati per escludere o per ammettere un “ministero ordinato femminile”;

b) Accanto a tale ordinato elenco, risulta assai opportuno indagare, sempre in generale, in che modo sia stata storicamente pensata la “mediazione di Cristo nella Chiesa” sul piano liturgico. Dovremmo chiederci in quale senso e da quali autori sia risultato rilevante, intorno alla persona di Cristo, il sesso maschile piuttosto che la identità ebraica, la natura di pellegrino piuttosto che quella di profeta. Il gioco tra questi elementi non è semplicemente un “dato” da assumere, ma un principio per una ermeneutica complessiva del discepolato nella Chiesa. Qui, come è evidente, non si dà mai una semplice “traduzione” che non sia anche una “interpretazione”. Come accade in ogni caso e come solo di recente abbiamo tentato vanamente di negare.

2.2.De sacramentis in specie

a) Un luogo comune classico è il configurarsi di una “ministerialità battesimale” (anche se soltanto necessitatis causa) da concedere anche alla donna: gli argomenti impiegati sul tema possono essere utili in generale per il dibattito e li considereremo nel prossimo paragrafo. La urgenza di assicurare un accesso alla esperienza ecclesiale ha permesso, persino all’interno di società chiuse, di elaborare criteri di ministerialità femminile dovuti a ragioni di forza maggiore – certo – ma per i quali si sono messe in campo, come vedremo, argomentazioni teologiche fini, di cui oggi faremmo bene a non dimenticarci. La logica “indifferenziata” di accesso al rapporto con Cristo non riguarda soltanto il soggetto, ma potremmo dire che contagia anche il ministro. La apertura “alle genti” della Parola di Dio trasforma non solo giudeo e greco, ma anche libero e schiavo e persino maschio e femmina. Il superamento delle differenze non riguarda soltanto il soggetto della salvezza, ma anche il mediatore della salvezza, colui/colei che agisce non per sé, ma per l’altro.

b) Una prospettiva inversa, invece, riguarda il sacramento della cresima e la sua estensione – aproblematica? – al cristiano di sesso femminile, cui si attribuisce la “piena maturità spirituale”. Questa convinta attribuzione al soggetto femminile della qualità di soggetto destinatario della cresima sembra confliggere con la logica ordinaria che nega alla donna ogni “eminenza di autorità”. Ciò che sul piano del sacramento dell’ordine sembra esplicitamente negato, sul piano del sacramento della confermazione viene invece affermato senza alcuna esitazione. Anche in questo caso è significativo che il ridimensionamento ministeriale – sulla base della coscienza culturale e sociale del tempo – non impedisca l’annuncio e la celebrazione della “piena maturità spirituale” di maschio e femmina, con la acquisizione della differenza all’interno di una profonda identità e parità.

c) Infinite ricadute si possono scorgere nella celebrazione eucaristica di questo approccio “non chiarito” della donna come ministro rimosso del battesimo e come destinatario scontato della cresima. I diversi ministeri eucaristici risentono a fondo di tale questione irrisolta. Se, da un lato, la eucaristia viene compresa come “compimento del battesimo e della cresima”, allora non si manifestano resistenze ad ammettere anche le fedeli di sesso femminile nella pienezza della dinamica eucaristica; se invece si legge la eucaristia come “esercizio di un ministero”, allora anche la semplice vicinanza all’altare, il servizio nella assemblea o la proclamazione della Parola possono essere colte come una grave infrazione della tradizione e come una minaccia per il futuro della credibilità ecclesiale. Nella eucaristia, che è al crocevia tra iniziazione e tutti gli altri sacramenti, le logiche del soggetto e quelle del ministero si intersecano e talora si annullano a vicenda.

d) Se la penitenza ha inserito nella sua storia il confessionale solo a partire dalla prima metà del XVI secolo, a Verona, con il Vescovo Giberti, come “strategia volta a conservare l’ ordine pubblico”, allo scopo di separare con una parete – che poi sarà forata dai buchi stretti di una “grata fissa” – il confessore maschio dalla penitente femmina, ciò significa che anche il IV sacramento deve dedicare una riflessione specifica al “femminile” nel campo degli atti del penitente, come anche nella prassi del confessore. E anche qui, mi pare, si potrebbe e si dovrebbe osservare una sorta di biforcazione interna a prassi e teorie: se da un lato e in continuità con i sacramenti della iniziazione la logica dell’omnis utriusque sexus ha largamente prevalso, nelle questioni in cui interferisce l’esercizio della autorità o le considerazioni dell’ordine pubblico, la separazione e la discriminazione hanno spesso preso la mano e differenziato – o discriminato – vissuti, processi e prospettive.

e) Con la “unzione degli infermi” la ingombrante rilevanza del “corpo del malato” – con le sue peculiarità maschili e femminili – ha richiesto una accurata disciplina dei gesti e dei sensi, nel necessario incontro tra ministro maschio e malata femmina: forse la storia potrebbe darci buone prove di “logiche di genere” confuse e nascoste sotto le “logiche generiche” o forse aggirate proprio con la genericità dei riferimenti. La vicinanza al malato/morente – maschio o femmina – veniva certamente composta con una diversa prassi verso uomini e verso donne, che corrispondeva al differenziarsi del battesimo della donna adulta rispetto a quello dell’uomo. Identità cristiana e differenza sessuata/sessuale. Così nella stessa malattia e nella medesima morte, maschi e femmine si differenziano.

Al termine di questa breve e sommaria rassegna vorrei annotare due elementi che la tradizione ha faticato ad integrare: da un lato una identità cristiana – iniziata alla comunione con Cristo e con la Chiesa o guarita dalla perdita peccaminosa o morbosa della comunione – che ha, come contenuto forte, una radicale esperienza di uguaglianza in Cristo; dall’altro una profonda assunzione dei “ruoli sessuali” da una cultura spesso identificata con la natura e con l’ordine divino. Come vedremo, proprio questa confusione tra “ordines” – in particolare tra ordine divino e ordine pubblico – è alla radice di uno scollamento della tradizione, di cui il mondo tardo-moderno, più che essere causa, ha subito gli effetti e ha fatto le spese. Ma anche nel pieno di questa tradizione, all’interno di una società chiusa come quella medievale, il pensiero teologico ha saputo elaborare strategie di emancipazione dal condizionamento culturale, di cui anche oggi potremmo far tesoro.

Tra questi due “ordines” – divino e pubblico – l’ordo liturgico è un “tertium genus” che merita attenzione, poiché non si lascia gestire “immediatamente” né come ordine divino né come ordine pubblico. Piuttosto non si identifica né con l’uno né con l’altro, pur essendo correlato all’uno come all’altro, ma in una forma “in divenire”. Sta al di là dell’ordine pubblico, ma al di qua dell’ordine divino. E relativizza il primo mentre dinamicizza il secondo.

Andrea Grillo blog Come se non 7 settembre 2018

www.cittadellaeditrice.com/munera/differenza-sessuale-e-sacramenti-iniziazione-guarigione-e-servizio

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CONTRACCEZIONE

L’indagine sul web, italiani ‘promossi’ in contraccezione

Così appaiono gli italiani che hanno partecipato all’indagine condotta dalla Federazione italiana di sessuologia scientifica in occasione della quinta edizione della Settimana del Benessere Sessuale, in programma in tutte le regioni italiane dal 1 al 6 ottobre 2018 (con il patrocinio del ministero della Salute e della Fnomceo, la Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri).

Tema scelto quest’anno per il questionario on line è stato l’uso e la conoscenza dei contraccettivi e delle infezioni sessualmente trasmissibili.

Chi ha partecipato all’indagine (oltre 500 sono state le risposte ad un questionario nel periodo da aprile a giugno 2018) si dice un habitué di tutti i metodi.

Il 56,61% dice di usarli ‘abitualmente’, al contrario di un 20% che risponde con un secco ‘mai’. Il resto ‘a volte sì, a volte no’, preferiscono tentare la sorte. Tra questi, il 9,29% se ne ricorda ‘talvolta, a seconda delle situazioni’.

Tra i dispositivi anticoncezionali preferiti si conferma il preservativo. È il più conosciuto, infatti, il 97,68% degli intervistati lo mette nell’elenco degli strumenti noti.

Seguito dalla pillola (96,61%) e dalla spirale (88,93%). Il meno affermato è il metodo Billings con solo il 26,96%. {Non si cita il metodo sintotermico di Rötzer, più affidabile. Ndr}

A sorpresa, il preservativo femminile è conosciuto dal 54,11% dei partecipanti all’indagine.

Anche se tecnicamente non è un metodo anticoncezionale, il coito interrotto ancora riceve consensi da chi afferma di farne uso qualche volta (29,29%), chi sempre (7,09%), chi spesso (11,90%) e chi almeno una volta (6,41%).

L’astinenza programmata e condivisa con il partner non fa parte dell’orizzonte sessuale degli intervistati. Chi non la usa mai è il 93,14%, contro una piccola percentuale – pari allo 0,69% – che invece la rispetta sempre. Il condom maschile vince anche sotto le lenzuola. C’è poco da stupirsi, il preservativo è usato dal 76,66% degli intervistati.

Solo l’1,14% preferisce quello femminile al pari della temperatura basale. Fanalino di coda è il diaframma con lo 0,46%.

I soddisfatti del metodo usato sono la maggioranza, a fronte del 2,12% dei delusi. La maggior parte non farebbe a meno del contraccettivo ma ci sono anche quelli che molto volentieri se ne libererebbero (circa il 9%). E chi lo usa anche se non ne è soddisfatto è una buona fetta (molto 11,08% e completamente 12,50%).

Si sente infastidito dal metodo o dispositivo solo l’1,18%. Secondo l’indagine, i contraccettivi non rappresentano una barriera fra partner: il 64,86% degli intervistati si dice per niente inibito e l’87,50% non si opporrebbe.

Pochissimi confessano un senso di mancata progettualità e solidità del rapporto per colpa dei vari metodi (2,59%). Per tanti non cambia nulla (45,28%), anzi, per il 30,27% i contraccettivi significano maggiore libertà sessuale. È proprio in minoranza (6,54%) chi pensa che invece ci sia meno spontaneità.

Sul piano della frequenza, l’uso dei dispositivi non cambia nulla per il 64,89% così come su quello del piacere. Addirittura, c’è chi dice di provarne di più se c’è la sicurezza di un condom o di una spirale (12,11%).

I contraccettivi sono soprattutto usati per il timore di andare incontro a una gravidanza indesiderata (56,25%), meno per quello di contrarre malattie (35,94%).

Dal report emerge che la protezione da malattie sessualmente trasmissibili è la prassi per il 51,01% che risponde positivamente alla domanda: ‘Si protegge dal contagio delle infezioni sessualmente trasmissibili?’. Ma non per il 18% che sbarra invece la casella “mai”.

Stupisce come la sifilide sia più nota (95%) del papilloma virus (91,33%) o dell’HIV (92,34%). Le percentuali si riducono poi quando si nomina la conoscenza del sarcoma di Kaposi (18,75%) o del granuloma inguinale (20,36%).

E solo di alcune malattie il 53,63% conosce le conseguenze. Per proteggersi dalle infezioni l’89,53% sceglie il profilattico, il resto preferisce avere rapporti con persone di cui si fida ciecamente (43,89%).

Non si protegge perché ritiene non ci siano rischi per la salute solo una minoranza (3,54%). Chi gioca con la fortuna perché non si protegge visto che in passato non gli è accaduto nulla è solo il 2,71%.

Anche la quota di chi dà retta completamente agli amici che gli dicono che è molto difficile un contagio senza protezione è sotto il 2%. In minoranza anche chi pensa di non proteggersi perché tanto esistono i farmaci giusti per guarire dalle infezioni.

Stessa cosa per coloro che non lo fanno perché amano sfidare il caso. Diversa è la situazione di chi non si protegge perché si fida del partner: la quota sale, distribuita fra chi si riconosce abbastanza in questa condizione (19,38%), molto (12,29%) e completamente (17,71%).

“Anche quest’anno – afferma Roberta Rossi, presidente Federazione italiana di sessuologia scientifica – l’indagine condotta sul web non vuole essere esaustiva della realtà italiana ma può indicare un trend: l’utilizzo del profilattico è abbastanza diffuso e sappiamo che ha la doppia funzione contraccettiva e di protezione dalle infezioni sessualmente trasmissibili (Ist), quindi ben venga.

Forse – aggiunge – vuole dire che le persone si stanno iniziando a muovere per un concetto di salute sessuale a 360 gradi.

Colpisce, inoltre, la quasi sovrapposizione percentuale dei metodi pillola e profilattico. E anche in questo senso verrebbe da pensare che la voglia di avere una sessualità libera da pensieri e preoccupazioni si stia diffondendo anche magari con il doppio utilizzo degli strumenti a disposizione: pillola per evitare la gravidanza indesiderata e profilattico per le infezioni sessualmente trasmissibili”.

“Rimane un 18% – precisa Rossi – che non si protegge mai nei rapporti, dato comunque inquietante se consideriamo che il gruppo che risponde è adulto e dovrebbe quindi essere quello maggiormente responsabile.

Continua ad essere importante una diffusione del concetto di salute sessuale della quale prendersi cura ancor prima di dover ricorre ai ripari”.

AdnKronos Salute 4 settembre 2018

www.lasaluteinpillole.it/salute.asp?id=46652

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DALLA NAVATA

XXIII Domenica del Tempo ordinario- Anno B – 9 settembre 2018

Isaia 35. 04 Dite agli smarriti di cuore «Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio, giunge la vendetta, la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi».

Salmo 145. 06 Il Signore rimane fedele per sempre.

Giacomo 02. 05 Ascoltate, fratelli miei carissimi: Dio non ha forse scelto i poveri agli occhi del mondo, che sono ricchi nella fede ed eredi del Regno, promesso a quelli che lo amano?

Marco 07. 34 guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!».

 

“Effatà, apriti!” Commento di Enzo Bianchi.

Gesù lascia la regione di Tiro e, passando attraverso il territorio di Sidone, va oltre il lago di Tiberiade, nel territorio della Decapoli. Il suo viaggiare fuori della Galilea, della terra santa, in regioni abitate da pagani, ha un preciso significato: Gesù non fa il missionario in mezzo ai pagani, perché secondo la volontà del Padre la sua missione è rivolta al popolo di Israele, il popolo delle alleanze e delle benedizioni (cf. Mt 10,5-6; 15,24); ma con questo lambire o attraversare velocemente terre impure, vuole quasi profetizzare ciò che avverrà dopo la sua morte, quando i suoi discepoli si rivolgeranno alle genti, portando loro la buona notizia del Vangelo.

Attorniato da dodici uomini e da alcune donne, Gesù fa strada insegnando ai discepoli e vivendo una distanza dalle folle di ascoltatori della Galilea: questo permette a lui e al suo gruppo una certa vita raccolta, intima, più adatta alla formazione dei discepoli e a una più efficace trasmissione della parola viva ed eterna di Dio. In questa terra pagana Gesù aveva già guarito la figlia di una donna siro-fenicia, appartenente alle genti, dunque totalmente pagana. Aveva opposto un iniziale rifiuto alla supplica della donna, ma poi la sua insistenza e la sua intelligenza lo avevano spinto a compiere la guarigione e a salvare sua figlia dalla morte (cf. Mc 7,24-30).

Ora viene presentato a Gesù un sordo balbuziente, con la preghiera che egli compia il gesto che comunica la benedizione, le energie salutari di Dio: l’imposizione delle mani. Quest’uomo condotto a Gesù sperimenta una grave menomazione fisica che è anche simbolica, vera immagine della condizione dei pagani: è infatti impossibilitato ad ascoltare la parola di Dio e dunque a ripeterla ad altri. Egli cerca e tenta di lodare, di confessare Dio, ma non ci riesce pienamente, non avendo ricevuto la rivelazione. Ma è anche un uomo menomato nelle facoltà della comunicazione da un punto di vista umanissimo: non può parlare chiaramente ne può ascoltare, quindi è condannato a un doloroso isolamento.

Gesù incontra dunque anche quest’uomo: volendo liberarlo dal male, lo porta in disparte, lontano dalla folla, e con le sue mani agisce su quel corpo altro dal suo, il corpo di un uomo malato. Gli pone le dita negli orecchi, quasi per aprirli, per circonciderli e renderli capaci di ascolto, sicché quest’uomo è reso come il servo del Signore descritto da Isaia: un uomo al quale Dio apre gli orecchi ogni mattina, in modo che possa ascoltare senza ostacoli la sua parola (cf. Is 50,4-5). Poi Gesù prende con le dita un po’ della propria saliva e gli tocca la lingua: è un gesto audace, equivalente a un bacio, dove la saliva dell’uno si mescola con quella dell’altro. C’è qualcosa di straordinario in questo “fare di Gesù”: con le sue mani Gesù tocca gli orecchi, apre la bocca dell’altro per mettervi la sua saliva, compie gesti di grande confidenza, quasi per risvegliare i sensi corporali e così far ritornare in loro il senso della vita. Questa gestualità manuale di Gesù che crea un contatto con il malato, è di una penetrazione straordinaria, svela la sua compassione che si fa carezza, cura, confidenza, contatto con chi è nella sofferenza. Nessuna riserva di immunità da parte di Gesù ma comunità, comunione concretamente sperimentata e vissuta!

L’azione di Gesù è accompagnata da un’invocazione rivolta a Dio: egli guarda verso il cielo ed emette un gemito, che indica contemporaneamente la sua partecipazione alla sofferenza e l’invocazione della salvezza. Gesù geme a nome di tutta la creazione, di tutte le creature imbrigliate nella sofferenza, nella malattia, nella morte, e il suo gemito è quello dello Spirito che sale dalle creature come intercessione a Dio (cf. Rm 8,22-23). Qui viene mostrata la capacità di solidarietà di Gesù, che con-soffre con il sofferente, entra in empatia con chi è malato e si pone dalla sua parte per invocare la liberazione. Tutto ciò è accompagnato da una parola emessa da Gesù con forza: “Effatà, apriti!”, che è molto di più di un comando agli orecchi e alla lingua, ma è rivolto a tutta la persona. “Effatà, apriti!”: parole straordinarie ed efficaci sulla bocca di Gesù, parole che non a caso risuonavano nell’antico rito battesimale a Roma, quando, con un dito imbevuto di saliva, si toccavano gli orecchi, le narici e la bocca del neofita, abilitandolo alla vita nuova in Cristo e all’esercizio dei sensi spirituali.

Aprirsi all’altro, agli altri, a Dio, non è un’operazione che va da sé: occorre impararla, occorre esercitarsi in essa, e solo così si percorrono vie umane terapeutiche, che sono sempre anche vie di salvezza spirituale. Così Gesù ci insegna che tutta la nostra persona, il nostro stesso corpo deve essere impegnato nell’incontro e nella cura dell’altro: non bastano pensieri e sentimenti, non bastano parole, fossero pure le più adeguate e sante: occorre l’incontro delle carni, dei corpi, per poter intravedere una guarigione esistenziale che va sempre oltre quella meramente fisica, una guarigione che apre alla comunione.

Ed ecco che quel sordo balbuziente è guarito, ascolta correttamente e parla senza ostacoli! Gesù però lo rimanda a casa e gli chiede di tacere, così come comanda a quanti avevano visto di non divulgare l’accaduto. Tuttavia quei pagani, che non attendevano né il Messia né il Profeta escatologico, pur non potendo giungere a una confessione di fede, sono comunque costretti a proclamare, in base all’evidenza dei fatti: “Gesù ha fatto bene ogni azione: fa ascoltare i sordi e fa parlare i muti!”. Potremmo tradurre questa esclamazione di quella gente non ebrea in questo modo: “Gesù è veramente un uomo buono!”. Non è ancora fede ma è già un riconoscimento dell’amore, un credere all’amore di Gesù. Quanto ai credenti ebrei, questa azione di Gesù doveva essere da loro letta come il compimento della profezia escatologica di Isaia: “Allora la lingua dei balbuzienti (moghiláloi, lo stesso termine greco presente in Mc 7,32) griderà di gioia!” (Is 35,6 LXX).

Certamente questo racconto desta la nostra responsabilità di discepoli e discepoli di Gesù, chiamati a rinnovare e riattualizzare la sua azione liberatrice. Dovremmo infatti svolgere la diakonía del lógos, della parola, che non significa solo annunciarla, ma destarla, risvegliarla in quanti sono a essa impediti. Perché nelle nostre chiese non diamo la parola a quanti faticano a parlare? Perché non li autorizziamo a un’autentica presa della parola? Perché non abbiamo la pazienza di ascoltare chi parla con difficoltà? Perché le nostre chiese non sono luoghi di “logoterapia”, della quale vi sarebbe tanto bisogno nelle nostre assemblee così spesso mute? Perché non aiutiamo, fino a guarirli, quanti sono balbuzienti nella fede e nella vita cristiana?

Effatà, apriti!”, è un invito che dovremmo sentire come parola del Signore rivolta qui e ora a ciascuno di noi. Nello stesso tempo è un invito che noi stessi possiamo e dobbiamo indirizzare agli altri, in modo che fiorisca la comunicazione; dalla comunicazione la condivisione; dalla condivisione la comunità; dalla comunità la comunione. Questi sono itinerari ecclesiali quanto mai urgenti!

www.monasterodibose.it/preghiera/vangelo

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DEMOGRAFIA

Popolazione residente per stato civile

  • Al 1° gennaio 2018 la popolazione residente in Italia è pari a 60 milioni 484 mila unità. L’età media è di 45,2 anni, riflesso di una struttura per età in cui solo il 13,4% della popolazione ha meno di 15 anni, il 64,1% tra i 15 e i 64 anni e il 22,6% ha 65 anni e più.

  • La popolazione di 80 anni e più raggiunge il 7,0%, quella di 100 anni e più supera le 15 mila e 500 unità. Sono più di mille gli individui che hanno superato i 105 anni e 20 i supercentenari (110 anni e più).

  • Nella classe di età 15-64 anni, coniugati e celibi quasi si equivalgono (rispettivamente 49,0% e 47,7% della popolazione totale). Tra le donne invece continuano a prevalere le coniugate (55,0%) sulle nubili (quasi il 39%).

  • Il confronto tra i dati del Censimento della popolazione del 1991 e quelli riferiti al 2018 mostra i profondi cambiamenti avvenuti. Tra gli individui di 15-64 anni, a fronte di un lieve calo della popolazione (-309 mila), diminuiscono molto le persone coniugate (3 milioni e 843 mila in meno) a vantaggio soprattutto di celibi e nubili (+3 milioni e 90 mila) e, in misura molto più contenuta, dei divorziati (oltre 972 mila in più).

  • La diminuzione e la posticipazione della nuzialità, in atto da oltre quarant’anni, in parte compensate dalla crescita delle libere unioni, ha portato tra il 1991 e il 2018 a un forte calo dei coniugati, soprattutto nella classe di età 25-34 anni (da 51,5% a 19,1% gli uomini, da 69,5% a 34,3% le donne). I celibi passano da 48,1% a 80,6% e le nubili da 29,2% a 64,9%. Nella classe di età 45-54 anni quasi un uomo su quattro non si è mai sposato mentre è nubile quasi il 18% delle donne.

  • Aumentano in tutte le età divorziati e divorziate, più che quadruplicati dal 1991 (da circa 376 mila a oltre 1 milione e 672 mila), principalmente nella classe 55-64 anni (da 0,8% a 5,3% gli uomini, da 1,0% a 6,4% le donne).

  • Con riferimento alla popolazione da 65 anni in su si registrano gli effetti dell’aumento della sopravvivenza e il recupero dello svantaggio degli uomini. Se nel 1991 era prevalente la quota di donne vedove rispetto alle coniugate (50,5% contro 37,4%), al 1° gennaio 2018 le coniugate superano le vedove (47,7% contro 41,9%). Anche per le donne è ora più frequente affrontare la fase anziana della vita in coppia.

  • Considerando sia le unioni civili costituite in Italia sia le trascrizioni di unioni costituite all’estero, al 1° gennaio 2018 le persone residenti unite civilmente sono circa 13,3 mila (0,02% della popolazione), di sesso maschile nel 68,3% dei casi.

  • Gli uniti civilmente hanno un’età media di 49,5 anni se maschi e di 45,9 anni se femmine e risiedono prevalentemente nel Nord (56,8%) e al Centro (31,5%).

  • In Italia, a partire da luglio 2016 e fino al 31 dicembre 2017, sono state costituite nel complesso 6.712 unioni civili (2.336 nel 2° semestre 2016 e 4.376 nel corso del 2017) che hanno riguardato prevalentemente coppie di uomini (4.682 unioni, il 69,8% del totale).

  • Le unioni civili sono più frequenti nelle grandi città: il 35,4% è stato costituito nelle 14 città metropolitane, e quasi una su quattro a Milano, Roma o Torino.

Allegati Testo integrale e nota metodologica

www.istat.it/it/files//2018/09/Report-popolazione-residente-e-stato-civile.pdf

Tavole www.istat.it/it/archivio/220713

Comunicato stampa 6 settembre 2018

www.istat.it/it/archivio/220713

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DIRITTO DI FAMIGLIA

Adulterio: conseguenze legali

Corte di Cassazione, sesta Sezione civile, ordinanza 21576, 3 aprile 2018

www.avvocatoamilcaremancusi.com/separazione-coniugi-violazione-obbligo-fedelta-giustifica-addebito

Separazione: non basta il tradimento per l’addebito. La responsabilità per la crisi del matrimonio però si presume salvo prova contraria. Il marito o la moglie infedele deve cioè dimostrare che la crisi era già in atto.

Con una recente sentenza la Cassazione ha ribadito la gravità dell’adulterio nel matrimonio, tale da far scattare l’addebito, a meno che il marito che va via da casa per una relazione extraconiugale non dimostri che il rapporto era già in crisi. In tal caso, tradire non è illecito o meglio, viene perdonato e non scattano sanzioni.

Adulterio: è illegale? Partiamo da un dato certo e a tutti noto: l’adulterio è vietato solo per chi è sposato. Non vale quindi per i conviventi e per le unioni civili tra omosessuali che, pertanto, si possono reciprocamente tradire senza alcuna conseguenza legale.

Il dovere di fedeltà per coppie unite in matrimonio deriva dal codice civile [Art. 143 cod. civ.] il quale stabilisce, tra i doveri dei coniugi, il vincolo di fedeltà. Come vedremo a breve, però, si tratta di una norma che non pone sanzioni. Per cui, le conseguenze legali di un tradimento hanno una portata limitata solo al successivo (ed eventuale) giudizio di separazione e divorzio tra i coniugi. In pratica, le uniche ripercussioni dell’adulterio possono aversi solo nel caso in cui la coppia decida, proprio a causa della relazione extraconiugale, di dirsi addio. Intanto togliamo un dubbio che molti si pongono: tradire è reato? Assolutamente no: se, come abbiamo detto, l’infedeltà non ha conseguenze rilevanti sul piano civilistico, ancor meno ne ha su quello penale. Dunque l’adulterio non è reato e non risulta da nessun documento o certificato.

Se chiedi a un avvocato se tradire è legale ti dirà di no, proprio perché il codice vieta l’infedeltà. Ma cosa può fare il coniuge tradito contro il traditore? Ben poco: salvo rarissimi casi in cui può chiedere il risarcimento, può solo presentare una domanda di separazione con addebito.

Conseguenze legali dell’adulterio: la separazione con addebito. Se uno dei due coniugi scopre che l’altro ha una relazione extraconiugale può imporgli la separazione: può cioè andare in tribunale (con un avvocato) affinché il giudice sciolga il matrimonio. Non rileva che l’altro coniuge non sia d’accordo: il procedimento andrà avanti ugualmente su istanza del primo, anche senza la presenza del secondo. Il magistrato, accertato che la convivenza è divenuta impossibile proprio a causa del tradimento, dichiara la separazione con “addebito” a carico dell’infedele.

Cosa significa addebito? Qui sta il punto nevralgico di tutto. L’addebito non è una vera e propria sanzione e non comporta l’obbligo di risarcire l’ex. L’addebito – che significa sostanzialmente “imputazione di responsabilità” per la fine del matrimonio – implica solo che il coniuge colpevole non può:

  • Chiedere l’assegno di mantenimento anche se il suo reddito è più basso. Solo se le sue condizioni economiche sono talmente azzerate da non poter sopravvivere può chiedere gli alimenti (che è un importo molto più basso del mantenimento e che serve solo per il sostentamento);

  • Chiedere l’eredità del coniuge separato qualora questi muoia prima del divorzio (come noto, infatti, fin quando la coppia non divorzia, i due coniugi sono ancora l’uno erede dell’altro).

Ci sono quindi numerose ipotesi in cui l’adulterio non ha conseguenze legali. Facciamo alcuni esempi. Il marito, che guadagna duemila euro al mese, tradisce la moglie disoccupata. Il primo – con o senza addebito – dovrà sempre corrispondere alla seconda l’assegno di mantenimento. Pertanto il fatto che a questi venga imputata la colpa della separazione e, quindi, dichiarato l’addebito non ha alcuna influenza. L’addebito avrebbe infatti per lui comportato solo la perdita del mantenimento e dei diritti successori; ma, come abbiamo detto, almeno per quanto riguarda il mantenimento, egli non ne ha comunque diritto per via delle sue migliori condizioni economiche. Diverso sarebbe stato il discorso se colpevole di tradimento fosse risultata la moglie la quale, nonostante il reddito più basso, avrebbe perso il mantenimento.

Marito e moglie sono disoccupati o hanno lo stesso reddito. In questi casi il giudice non può assegnare il mantenimento a uno dei due proprio per la sostanziale identità delle condizioni reddituali. Con la conseguenza che l’adulterio non ha alcuna ripercussione sul giudizio di separazione.

Il marito e la moglie restano in vita ben oltre la data di divorzio. Il fatto che non vi sia una successione comporta che l’addebito sia del tutto ininfluente.

Vista così la situazione, si comprende che l’adulterio è spesso privo di conseguenze legali ed è sostanzialmente impunito. La fedeltà rappresenta quindi un vincolo più morale e sociale che non giuridico.

Quando l’adulterio è legale. Il tradimento si presume sempre motivo sufficiente per l’addebito perché rende intollerabile la convivenza; sicché, chi chiede al tribunale la separazione non deve dimostrare altro che l’infedeltà del coniuge. Tuttavia quest’ultimo può difendersi sostenendo che la “scappatella” è intervenuta quando ormai la coppia era già in crisi e il matrimonio compromesso. In tal caso infatti l’adulterio non è considerato causa di addebito. In buona sostanza, l’infedeltà comporta l’addebito solo quando è essa la ragione del litigio, ma se la coppia era già in rottura per altre ragioni, un tradimento non implica l’addebito. Ecco alcuni esempi.

Il marito e la moglie litigano spesso e dormono in letti separati. Lui spesso va via di casa per lunghi periodi. Le ragioni della rottura risiedono nel fatto che i due non vanno più d’accordo e non sono più innamorati. In questa situazione un eventuale tradimento non avrebbe più alcuna ripercussione e non implicherebbe l’addebito.

La moglie tradisce il marito perché ha colto quest’ultimo con l’amante: la sua è una reazione perché ormai non crede più nel matrimonio: anche qui non c’è addebito.

Il marito picchia la moglie e l’umilia; questa cerca conforto nelle braccia di un altro uomo. Tale situazione non può implicare addebito.

La moglie va via di casa per stare dalla madre; la sua intenzione è non tornare più finché il marito non avrà acconsentito a una serie di sue richieste. L’abbandono del tetto coniugale è causa di addebito che pertanto scatta a carico della moglie anche se il marito, nei giorni successivi, si porta l’amante a casa.

Adulterio: si può ottenere il risarcimento? Eccezionalmente la giurisprudenza ha riconosciuto la possibilità di chiedere un risarcimento per l’infedeltà quando questa ha leso la dignità e la reputazione del coniuge. Si pensi a un tradimento avvenuto alla luce del sole, noto alla collettività meno che all’interessato/a, con conseguente pregiudizio sul piano sociale per quest’ultimo.

Adulterio e assegno di mantenimento. Come abbiamo detto l’adulterio ha effetto sull’assegno di mantenimento solo nel caso in cui a tradire sia stato il coniuge che guadagna di meno: questi non avrà più diritto all’assegno mensile. Se però a tradire è il coniuge benestante, l’addebito non implica un aggravio del mantenimento che segue le regole generali. Il mantenimento non è infatti una misura sanzionatoria ma solo una misura assistenziale volta a tutelare il soggetto più debole economicamente, che scatta quindi a prescindere da eventuali colpe.

Adulterio: il coniuge perde i figli? Il coniuge che si macchia di adulterio non perde l’affidamento dei figli che quindi potrà vedere regolarmente e su cui continua ad esercitare la potestà genitoriale. Questo perché un infedele potrebbe comunque essere un ottimo padre o un’ottima madre. Nel rapporto con i minori non contano le colpe rispetto all’ex coniuge ma le capacità di influire in modo positivo sulla loro crescita. Se anche la moglie dovesse aver tradito il marito, quindi, verosimilmente otterrebbe i figli e andrebbe a vivere con loro. Così come il marito infedele ha diritto di visita secondo le regole generali.

Adulterio: si perde la casa?

La casa viene assegnata al coniuge con cui vanno a convivere i figli a prescindere da eventuali addebiti.

Adulterio: è anche una relazione platonica? Secondo la Cassazione, per integrare l’adulterio è sufficiente, anche in assenza di una prova specifica di relazione sessuale con terzi, l’esternazione di comportamenti tali da ledere il rapporto di dedizione fisica e spirituale tra i coniugi, ferendo la sensibilità e la dignità di colui o colei che subisce gli effetti di quei comportamenti. Rileva, sotto questo aspetto, anche il semplice tentativo e un rapporto platonico ove però si confessino i propri sentimenti affettivi [Cass. Sent. n. 9472/1999].

La Legge per tutti 4 settembre 2018

www.laleggepertutti.it/235476_adulterio-conseguenze-legali

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DISCERNIMENTO

Dopo i due Sinodi sulla famiglia, papa Francesco ne ripropone una rilettura nell’esortazione apostolica Amoris lætitia. La chiave di interpretazione offerta dal discernimento delle singole situazioni alla luce della gioia del Vangelo è essenziale per comprenderne il senso.

www.aggiornamentisociali.it/articoli/il-discernimento-cura-delle-famiglie-nella-amoris-laetitia

Discernimento spirituale.

Espressione ormai non più estranea al vocabolario quotidiano dei cristiani, ma il cui uso sovente rivela che come il reale significato resti sostanzialmente oscuro: si direbbe che se ne parla senza volerlo davvero conoscere…

Nel vocabolario paolino l’espressione «discernimento degli spiriti» (diákrisis pneumáton: 1Cor 12,10) indica la capacità, per dono di Dio, di distinguere ciò che lo Spirito santo suggerisce al cuore del cristiano. In altre parole, il discernimento è il senso interiore delle cose, la pronta e vigile capacità di capire e scegliere ciò che è bene in ogni situazione, di «valutare ciò che è meglio» (Fil 1,10): esso nasce dall’azione dello Spirito nel cuore dei cristiani (cf. 1Gv 2,20.27), Spirito che si unisce al nostro spirito. Il discernimento spirituale non può dunque essere considerato alla stregua di una tecnica o di una «ricetta» predefinita, ma è la grazia di una conoscenza affinata e critica, proveniente da una luce interiore, ispirata e sostenuta dalla Parola di Dio.

Essere intelligenti, esercitare un giudizio, mettere in atto tutte le proprie facoltà intellettuali è dono e responsabilità. Si tratta di un lavoro indispensabile nella vita spirituale, per «discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, gradito e maturo» (Rm 12,1), per «distinguere il bene dal male» (Eb 5,14); è quell’operazione preventiva di provare, esaminare se stessi e il proprio comportamento (cf. 2Cor 13,5; Gal 6,4) oppure «gli spiriti» (1Gv 4,1), per non consegnare la fede a qualsiasi pretesa ispirazione. La vita infatti è complessa, sempre esposta al male e al bene, tentata dal Divisore e nel contempo attirata dalle energie dello Spirito santo. Immerso in questo contesto, il cristiano è chiamato quotidianamente a scegliere un’azione piuttosto che un’altra, ad accogliere o rifiutare una chiamata. Proprio qui si situa la necessità del discernimento, carisma che va invocato, custodito e costantemente affinato; fino a possedere, se Dio lo concede, quella chiaroveggenza spirituale che è vera partecipazione allo sguardo di Dio sugli uomini, sulle cose e sugli eventi, attraverso un progressivo cedere alla sua grazia che ci attira.

Esaminando più da vicino l’operazione del discernimento spirituale, va ricordato che il cristiano, abitato dallo Spirito santo, deve imparare a riconoscerne la presenza. Occorre allora distinguere tra le pulsioni, le suggestioni – quelli che la tradizione cristiana ha definito loghismoí, «pensieri» – e la voce personalissima, discreta eppur sperimentabile, dello Spirito santo, amore di Dio in noi. In altri termini: credo o no che Gesù Cristo abita in me (cf. 2Cor 13,5)? Ho consapevolezza di essere tempio dello Spirito santo (cf. 1Cor 6,19)? E in questa adesione profonda, unita a una perseverante invocazione dello Spirito, so riconoscere che in me abita anche un’altra forza, quella del male, che mi spinge alla tentazione e vorrebbe indurmi ad acconsentirvi (cf. Rm 7,18-23)?

Questo discernimento di fondo diviene necessario di fronte alle singole decisioni, alle precise scelte da compiere, soprattutto quando impegnano la forma da dare alla nostra vita. I nostri desideri più profondi e persistenti, i nostri cammini di ricerca della felicità abbisognano più che mai di essere passati al vaglio. Anche in questo caso il discernimento è operazione delicata e difficile, che sempre andrebbe affrontata con l’aiuto di qualcuno che, da vero “spirituale”, sappia insinuarci «santi sospetti» o confermare i segni dello Spirito… E qui si comprende che il discernimento non è solo un’operazione individuale, ma può e deve diventare anche evento comunitario, ecclesiale, fino a saper discernere, tutti insieme, «i segni dei tempi» (Mt 16,3) e a saper distinguere i veri profeti dai falsi (cf. Mt 7,15).

Se ciascuno di noi e la chiesa nel suo insieme sapessimo esercitare meglio il grande dono di Dio del discernimento, forse molte vocazioni sarebbero più feconde, la vita ecclesiale sarebbe più ricca di doni e meno conflittuale, la carità risplenderebbe in tutto il corpo ecclesiale e nella compagnia degli uomini. Quando però nella chiesa non si esercita il discernimento, allora occorre denunciarlo con chiarezza: la Parola di Dio rimane distante e incapace di ispirare la vita dei cristiani, i quali non sono più sotto la guida dello Spirito, ma camminano come ciechi, senza sapere dove andare.

Enzo Bianchi Jesus ottobre 2016

www.monasterodibose.it/fondatore/articoli/articoli-su-riviste/10922-il-discernimento-spirituale

 

Impariamo il “discernimento” l’arte di saper scegliere la vita

XXVI Convegno ecumenico internazionale di spiritualità ortodossa “Discernimento e vita cristiana”,

Monastero di Bose, 5-8 settembre 2018

www.monasterodibose.it/ospitalita/convegni/convegni-spiritualita-ortodossa/2018-discernimento-e-vita-cristiana/12541-comunicato-stampa-del-31-agosto-2018

Termine ermetico per molti, il “discernimento” è parola che esce dall’oblio in cui era caduta, grazie anche all’alta frequenza con cui appare nell’insegnamento di papa Francesco. E proprio il discernimento Francesco ha voluto che fosse la chiave interpretativa per affrontare – nel sinodo dei vescovi che si terrà a Roma dal 3 al 28 ottobre 2018 – le problematiche legate al mondo dei giovani. Discernimento, quindi, come operazione urgente nella vita della chiesa intera, non più riservata alle riflessioni spirituali dei monaci e dei religiosi.

Nella spiritualità cristiana, a partire da Origene (prima metà del III secolo), il tema del discernimento è sempre stato scavato, meditato, soprattutto esperito dai padri del deserto e dalla tradizione monastica, fino a Giovanni di Damasco. Più tardi in occidente ha conosciuto una particolare interpretazione in Ignazio di Loyola e nella spiritualità dei gesuiti, alla quale appartiene anche il papa. Nel solco di questa tradizione, su questo tema dell’arte della scelta si confronteranno a Bose, dal 5 all’8 settembre 2018, le chiese ortodosse, tutte presenti, e la tradizione cattolica e riformata: metropoliti, vescovi, monaci e monache, teologi e teologhe approfondiranno questo tema, anche nell’intento di fornire un contributo in vista del sinodo dei vescovi.

In verità il discernimento, questo processo che potremmo definire l’arte della scelta, spetta a ogni persona, credente o agnostica. È la vita umana, infatti, che impone la scelta tra diverse possibilità di atteggiamenti, comportamenti e azioni, per non restare spettatori dell’esistenza e saper vivere con consapevolezza e responsabilità. Discernere – dal latino dis (tra) e cernere (vedere chiaro, distinguere) – è dunque un’operazione che mette in movimento la coscienza di ogni essere umano. Questa arte della scelta si fa urgente oggi per la società intera, in un’epoca di grandi mutamenti non solo per la fede, ma anche per l’etica, la cultura e la vita della polis; un’epoca di grandi incertezze che spesso paralizzano le scelte umane, rendendo gli uomini e le donne spettatori di un vivere che non appartiene loro e di una complessità che non sanno padroneggiare. L’arte della scelta deve dunque essere riscoperta, praticata e confrontata tra mondi culturali differenti, in vista di un’umanizzazione che contrasti ogni superficialità e disimpegno, sempre preludio della barbarie.

Ognuno di noi è chiamato a discernere, vagliare, provare, interrogare, confrontare e poi a scegliere e imboccare una strada, anche a costo di sbagliare: la coscienza etica è un’istanza essenziale dell’agire quotidiano e quando non viene esercitata, è l’humanitas a essere minacciata. Certo, esistono criteri per il discernimento: occorre da un lato edificare la propria interiorità, così che la vita non sia esposta ai soli istinti, ma aperta a un’autentica libertà, sempre condizionata eppure reale; d’altro lato, occorre mettersi in cerca del bene comune, il bene dell’altro, leggendo e interpretando la storia e i suoi segni. Per il cristiano, tra i vari criteri il primato spetta alla parola di Dio contenuta nelle sante Scritture. Ma non si dimentichi che la Parola e lo Spirito santo che l’accompagna, secondo la tradizione cattolica non sono mai assenti nel cuore, nella coscienza di ogni essere umano, cristiano o no, religioso o non religioso. È l’interrogativo che accompagna ciascuno di noi: “Che ne hai fatto della tua libertà?”.

Enzo Bianchi La Repubblica 5 settembre 2018

http://ricerca.repubblica.it/ricerca/repubblica?query=Enzo+Bianchi&view=repubblica&ref=HRHS

 

 

Senza non si ha altro punto di riferimento se non le proprie opinioni

L’obiettivo essenziale del discernimento è l’individuazione di ciò che è di Dio e di ciò che non è di Dio in ogni particolare situazione e contesto. Perché il discernimento è importante? Senza discernimento non si ha altro punto di riferimento se non le proprie opinioni”.

Lo ha affermato oggi pomeriggio Kyriaki Fitzgerald, docente presso la Scuola teologica Greco-ortodossa “Holy Cross” di Brookline (Massachusetts), intervenendo al Convegno ecumenico internazionale di spiritualità ortodossa dal titolo “Discernimento e vita cristiana” in corso al monastero di Bose. Per parlare di “Discernimento e una sana formazione della persona”, Fitzgerald ha fatto ricorso alla sua esperienza professionale parlando dei “pazienti” che per la psicoterapia si presentano da lei – tutti condividendo il “bisogno di discernimento” – presentando preoccupazioni che vanno dalla “perdita di senso nella vita” al “ristabilimento dopo una perdita improvvisa e/o grave”, dai “pensieri invadenti e molesti” (in greco “logismoi”) alla “disperazione”. Se “la società secolare troppo spesso tende a presentare il sollievo dai sintomi fastidiosi come l’obiettivo della terapia”, ha osservato, “la spiritualità ortodossa cristiana ci incita a usare la sfida pressante come una sorgente per un nuovo, più autentico modo di vivere”. Rilevando che “il discernimento non è un compito facile, né per noi stessi né nell’assistere altri! Ma non siamo soli”, Fitzgerald ha condiviso cinque principi generali validi per chi (un terapista) accompagna pazienti nel discernimento:

  1. Ricordare che Cristo è nella stanza”,

  2. Il costante bisogno di edificare una relazione di fiducia”,

  3. Rimettere in discussione le false certezze personali”, “

  4. Rimanere presenti alla presenza di Dio nella stanza”,

  5. Coltivare un atteggiamento di lode e ringraziamento”. “Tutto questo – ha concluso – dev’essere fatto nell’umiltà” che “dà vita”, da non confondere con l’umiliazione che “cerca l’annientamento di una persona” e “cancella la vita”.

Agenzia SIR 7 settembre 2018

https://agensir.it/quotidiano/2018/9/7/discernimento-fitzgerald-holy-cross-senza-non-si-ha-altro-punto-di-riferimento-se-non-le-proprie-opinioni

 

Ogni uomo ha la sua età spirituale con le resistenze ad essa relative”.

Lo ha ricordato oggi pomeriggio fr. Theodosios Martzouchos, parroco della chiesa ortodossa di San Giovanni Crisostomo a Preveza (Grecia), intervenendo al Convegno ecumenico internazionale di spiritualità ortodossa “Discernimento e vita cristiana” in corso al monastero di Bose. Per introdurre la sua relazione su “Il padre spirituale oggi: forza e limiti del discernimento”, fr. Martzouchos ha osservato che “la Chiesa oggi non riesce a mostrarsi al mondo come corpo vivo di Cristo. Di conseguenza anche il padre spirituale si trova in imbarazzo perché sa che deve dare qualcosa che non gli è stato chiesto”. “Quando si trova di fronte un uomo o una donna – ha spiegato –, non è chiaramente evidente che questa persona sia venuta per prendere coscienza di tornare alla Casa del Padre”. “Noi, cristiani di oggi, abbiamo tutte le apparenze esteriori della fede in Cristo, però – ha rilevato – interiormente siamo estranei a Cristo perché non gli abbiamo dedicato il nostro cuore. Questa è una caratteristica purtroppo diventata comune anche tra i battezzati”.

Secondo fr. Martzouchos, “le Chiese pagano l’irresponsabilità di lasciare ai genitori la crescita della fede dei figli, ma non esiste più un ambiente cristiano in cui allevarli”. Il parroco ortodosso ha poi sottolineato come “il discernimento è luce nell’oscurità, è aiutare gli smarriti a riprendere la strada persa” ma “ogni padre spirituale deve sapersi regolare a seconda delle capacità di colui che ha di fronte”. E se “il peccato è una malattia” allora “il padre spirituale, il confessore deve valutare se il penitente reagisce male alla medicina spirituale” ed eventualmente “cambiare cura”. Fr. Martzouchos ha puntato poi il dito contro “capi spirituali, ‘guru’ che tengono i fedeli in un rapporto di dipendenza continua, lasciandoli in un sonno perenne senza il dinamismo del dubbio e della contraddizione”.

Delle alterazioni del discernimento spirituale, delle illusioni e degli inganni ha parlato Irina Paert, ricercatrice all’Università di Tartu (Estonia) approfondendo il tema “Lo starčestvo è il fenomeno dei ‘giovani starcy’ nella Chiesa ortodossa russa”. “L’autorità di un confessore o di un padre spirituale – ha detto – non dipende dall’infallibilità o incorruttibilità del suo giudizio ma dall’amore che ha per coloro che cercano la sua direzione. Un amore mosso dal desiderio di dare, a coloro che la cercano, la maturità spirituale per diventare veramente discepoli di Cristo”. “Quindi – ha concluso – delusioni ed errori non devono oscurare quelle testimonianze che ci indicano che oggi è possibile avere una cura spirituale saggia, non basata sull’inganno

Ma è necessario dare attenzione ad altre fonti di discernimento spirituale nelle comunità, ascoltando i giovani, le donne, gli esterni, cercando un cammino di apertura con la preghiera, nell’umiltà e nel pentimento”.

In apertura di pomeriggio è stato letto parte dell’intervento su “paternità spirituale e discernimento” preparato da Anba Epiphanius, vescovo copto ortodosso e abate del monastero di San Macario (Egitto), ucciso a fine luglio. A leggere il testo, l’ultimo scritto da Epiphanius prima di essere assassinato, è stato padre Marcos, anch’egli del monastero di San Macario

Agenzia SIR 7 settembre 2018

https://agensir.it/quotidiano/2018/9/7/discernimento-fr-martzouchos-parroco-ortodosso-ogni-uomo-ha-la-sua-eta-spirituale

 

Tanto importante per comprendere il proprio stato interiore quanto nell’elezione di politici

“Il discernimento è tanto importante per comprendere il proprio stato interiore e il proprio carattere e giudicarlo quanto lo è nel selezionare i futuri colleghi dell’università, così come è di vitale importanza nell’elezione dei politici o nella scelta di una politica economica o sociale”. Lo ha affermato questa mattina Paul Gavrilyuk, docente alla University of St. Thomas in Minnesota, intervenendo al Convegno ecumenico internazionale di spiritualità ortodossa dal titolo “Discernimento e vita cristiana” in corso al monastero di Bose. Parlando di “San Giovanni Climaco sul discernimento e la percezione spirituale”. Gavrilyuk ha ricordato che “la comprensione della volontà di Dio è la funzione primaria del discernimento. Tutto il resto è secondario”.

Su “I sensi spirituali nella tradizione siriaca” si è invece soffermato Sebastian Brock, dell’Università di Oxford, confrontando “sensi interiori” e “sensi esteriori”, “discernimento naturale” (conoscenza innata di distinguere tra il bene e il male) e “discernimento spirituale” (conoscenza generata dalla fede). “Così come la ‘conoscenza naturale’ si sviluppa grazie ai sensi, la conoscenza spirituale – ha commentato – si sviluppa grazie ai sensi interiori, spirituali, alle potenze dell’intelletto”. Secondo i padri siriaci, “il discernimento è come la ‘madre’ che fa nascere i sensi interiori, spirituali”.

Brock ha concluso notando che “essenziale per l’intero cammino spirituale è avere il giusto obiettivo cui aspirare. Per sant’Efrem e sant’Isacco, così come per altri padri siriaci, quest’obiettivo è l’amore di Dio, che non consiste in nient’altro se non in una reciproca risposta all’amore di Dio per l’umanità”.

L’ultimo intervento della mattinata, su “Il discernimento in san Giovanni Cassiano e la tradizione ascetica occidentale nel V e VI secolo”, è stato proposto da Alexej Fokin, ricercatore presso l’Istituto di filosofia dell’Accademia delle scienze russa. “Il discernimento spirituale per san Cassiano – ha spiegato – è da un lato una capacità umana che si acquisisce o un’abilità che si può ottenere attraverso un ragionamento sano; d’altro canto è un dono divino che Dio concede all’uomo man mano che progredisce spiritualmente nella perfezione”. Si tratta dunque anche di “un dono della grazia divina, a cui bisogna sempre aspirare”. Rispetto ai “criteri di valutazione”, questi per un verso “sono contenuti nella stessa anima umana” con la “sua capacità di base di distinguere tra bene e male”. “Questo – ha notato – è vicino al concetto di coscienza”. Inoltre “tutti i nostri pensieri dobbiamo confrontarli con la vita e gli insegnamenti di profeti e apostoli, come nelle Sacre Scritture. Solo dopo possiamo accogliere questi pensieri come utili e pertinenti o respingerli come nocivi”.

Agenzia SIR 7 settembre 2018

https://agensir.it/quotidiano/2018/9/7/discernimento-gavrilyuk-univ-st-thomas-tanto-importante-per-comprendere-il-proprio-stato-interiore-quanto-nellelezione-di-politici

 

Di somma importanza è la libertà, ma non quella di fare quello che si vuole

La libertà è di somma importanza per il discernimento. Non la libertà di fare quello che si vuole, ma la libertà nell’amore che ci libera. E la libertà si trova sempre nell’equilibrio tra la via stretta che porta a Dio e la flessibilità che permette a tutti di trovare la propria strada su questo cammino. Una libertà che si contrappone all’applicazione rigida della norma ma che sa anche che esiste la norma”. Lo ha ricordato questa mattina padre John Behr, direttore del master in teologia del Seminario ortodosso St. Vladimir di New York, intervenendo alla giornata conclusiva del Convegno ecumenico internazionale di spiritualità ortodossa dal titolo “Discernimento e vita cristiana” svoltosi al monastero di Bose.

Riflettendo su come “Imparare a discernere”, padre Behr ha sottolineato che “la direzione spirituale non puoi mai essere generalizzata” ma dev’essere “sempre specifica”. “Nelle varie situazioni politiche, canoniche, ecclesiastiche, storiche” l’“applicare la norma giusta, nel modo e nel tempo appropriato per avere la giusta conclusione, richiede sempre discernimento”. Per il relatore, “la disciplina del silenzio è essenziale. Soltanto chi conosce il silenzio sa come parlare al momento appropriato, in un modo che sia benefico”. “Il discernimento – ha proseguito – è strettamente necessario in ogni aspetto della vita cristiana e umana”. Si tratta di comprendere “come definiamo noi stessi, come comprendiamo la nostra situazione a livello individuale e comunitario”. E “trovare i criteri giusti per comprendere noi stessi”.

Per padre Behr, “il discernimento viene appreso in un contesto particolare, quello della Chiesa. Con un fine particolare in vista, quello di condividere la passione di Cristo”. Inoltre, “il discernimento richiede una vita di crescita” per ottenere “un cuore di carne” ed “essere in grado di distinguere nella libertà quale sia l’azione giusta in ogni particolare situazione”.

Agenzia SIR 8 settembre 2018

https://agensir.it/quotidiano/2018/9/8/discernimento-p-behr-seminario-st-vladimir-di-somma-importanza-e-la-liberta-ma-non-quella-di-fare-quello-che-si-vuole

 

Se vita interiore è in disaccordo con comportamento esteriore le conseguenze sono devastanti

La verità è che abbiamo bisogno sempre più e disperatamente del dono del discernimento, in un mondo che diviene progressivamente più nero. Dopo tutto, il discernimento spirituale può offrire protezione e direzione in un tempo in cui tutti apparentemente hanno un’opinione virale su tutto – spesso con poca discrezione, considerazione o verifica”. Lo ha affermato questa mattina padre John Chryssavgis, arcidiacono del Patriarcato Ecumenico e consultore teologico del patriarca Bartolomeo, intervenendo alla giornata conclusiva del Convegno ecumenico internazionale di spiritualità ortodossa dal titolo “Discernimento e vita cristiana” svoltosi al monastero di Bose. Parlando de “La via della consapevolezza e dell’autenticità nella Chiesa oggi”, padre Chryssavgis ha osservato che “quel che manca sovente nelle nostre Chiese e nei nostri confessionali è un genuino senso di discernimento, inteso non tanto come strumento moralistico” ma come “un mezzo spirituale o un metodo di penetrazione e interpretazione, come un modo per guidare le persone fuori da un blocco e da uno stato di insensibilità spirituale, rendendole capaci di percepire il mondo con delle lenti differenti, con gli occhi di Dio in definitiva”.

L’arcidiacono si è soffermato poi sull’ “utilizzo errato” e sull’ “abuso di autorità nei circoli contemporanei della gerarchia ecclesiastica e dei monasteri, in cui la linea di demarcazione tra discernimento e trasparenza o responsabilità è sfumata e persino infranta”. E se “il discernimento è sempre positivo e costruttivo”, funge da “balsamo per l’anima”, padre Chryssavgis ha ammonito che “il discernimento è insufficiente, persino inopportuno, quando giunge a scapito dell’amore”. E se bisogna imparare “a distinguere tra quel che è bene e quel che è male per me” questo “non può essere valutato senza tenere conto delle sue conseguenze sugli altri”. Inoltre, ha proseguito, “il discernimento smaschera l’adesione falsa e meccanica alle regole religiose e alle rigide regolamentazioni” così come “cancella le chiacchiere e le sciocchezze politiche, specie nei circoli ecclesiastici e religiosi”.

L’arcidiacono ha anche rilevato come “la disciplina del silenzio è parte vitale del discernimento”. “La tragica verità – ha rilevato – è che i direttori spirituali sono impazienti di parlare, bramosi di insegnare”. Inoltre, “il discernimento autentico riconosce la causa dell’errore e la fonte dello sbaglio in se stesso, non altrove”. “Altrimenti – ha spiegato – come potremmo spiegare le disposizioni di alcuni gerarchi ortodossi che rintracciano nel sionismo l’origine del male globale, nell’ateismo la ragione del disastro naturale, nell’ecumenismo l’abbandono dell’ortodossia?”. Padre Chryssavgis ha anche posto l’accento sul fatto che “quando la nostra vita interiore è in disaccordo con il nostro comportamento esteriore le conseguenze spirituali ed emotive sono devastanti sia per noi che per gli altri, così come per l’ambiente sociale e naturale che ci circonda”.

Agenzia SIR 8 settembre 2018

https://agensir.it/quotidiano/2018/9/8/discernimento-p-chryssavgis-patriarcato-ecumenico-se-vita-interiore-e-in-disaccordo-con-comportamento-esteriore-le-conseguenze-sono-devastanti-anche-per-ambiente-sociale-e-naturale

 

Esigenza sempre più urgente. È venuto il tempo del discernimento comunitario, ecclesiale, sinodale

L’esigenza del discernimento si fa sempre più urgente. E se la Chiesa nel suo passato ha soprattutto meditato ed esperito il discernimento personale oggi è venuto il tempo soprattutto di ricercare ed esperire il discernimento comunitario, ecclesiale e, di conseguenza, sinodale”. Lo ha affermato questa mattina Enzo Bianchi, fondatore della Comunità monastica di Bose, chiedendo il XXVI Convegno ecumenico internazionale di spiritualità ortodossa ospitato in questi giorni al monastero. Secondo Bianchi, quella vissuto è stata “una vera esperienza di lavoro sinodale, di strada fatta insieme ascoltando ciascuno le ragioni e le preoccupazioni dell’altro, per discernere insieme la volontà del Signore”.

E “se l’esercizio del discernimento tocca innanzitutto la vita personale del cristiano”, per il fondatore di Bose, “quest’operazione difficile e faticosa deve oggi soprattutto estendersi anche alla vita ecclesiale, alle relazioni tra le Chiese e al tempo in cui viviamo”. “Occorre – ha spiegato – cercare insieme quei criteri di discernimento personali e comunitari necessari per raggiungere la conoscenza e la volontà di Dio, nella quale risiede ogni pienezza di vita e di salvezza”.

Bianchi ha poi rilevato che “la condizione umana essenziale è quella di scegliere”. “Il discernimento – ha proseguito – è precisamente l’arte della scelta, per discernere il tempo del presente, il ‘kayros’ in cui Dio opera e parla, per discernere i segni dei tempi ma anche i segni dei luoghi e giungere al tempo della decisione”. “Discernere il tempo – ha evidenziato – è soprattutto scommettere sulla vita e non sulla morte; significa aprire futuro, non condannarsi al passato. Apprendere l’arte del discernimento è imparare a sperare e aver fiducia in Dio e nell’uomo”.

Agenzia SIR 8 settembre 2018

https://agensir.it/quotidiano/2018/9/8/discernimento-enzo-bianchi-esigenza-sempre-piu-urgente-e-venuto-il-tempo-del-discernimento-comunitario-ecclesiale-sinodale

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FRANCESCO VESCOVO DI ROMA

Grazie, papa Francesco

«Grazie, papa Francesco» scrive il card. di Vienna, Christoph Schönborn, nella rubrica “Antworten” (Risposte) nel giornale “Heute”, del 7 settembre 2018.

«Papa Francesco sta attualmente attraversando giorni difficili. Il suo modo aperto di chiamare le cose per nome, non incontra dappertutto simpatia. Nemmeno in Vaticano. Il toccante film di Wim Wenders lo mostra come un uomo che realmente pensa tutto ciò che dice e che anche vive quello che dice. Quando, cinque anni fa, il card. Jorge Bergoglio fu eletto papa, portò un vento fresco nella Chiesa. Niente più pompa, niente più abiti sontuosi. Desidera “una chiesa povera con i poveri”.

Si presenta come uno che combatte contro l’ingiustizia, lo sfruttamento e per la difesa dell’ambiente. Il suo cuore appartiene ai poveri e a coloro che vivono ai margini della società, ai profughi e migranti. E con grande decisione procede contro gli abusi sessuali nella Chiesa.

Proprio su questo punto lo attaccano ora i suoi avversari. Ha chiarito troppo poco? Ha persino coperto molte cose? Le critiche vengono dai circoli della Chiesa che vogliono sbarazzarsi al più presto di lui. Papa Francesco ha ammesso i suoi errori. Decisivo è imparare da essi. È quanto papa Francesco ha mostrato di fare. Io ringrazio Dio per questo pastore così convincente. Grazie, papa Francesco».

Christoph Schönborn 7 settembre2018

www.settimananews.it/news/grazie-papa-francesco/?print=pdf

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GRAVIDANZA

I diritti dei lavoratori dipendenti

Legge 194, 22 maggio 1978. art. 5. Il consultorio e la struttura socio-sanitaria, (…) hanno il compito in ogni caso, e specialmente quando la richiesta di interruzione della gravidanza sia motivata dall’incidenza delle condizioni economiche, o sociali, o familiari sulla salute della gestante, di esaminare con la donna e con il padre del concepito, ove la donna lo consenta, nel rispetto della dignità e della riservatezza della donna e della persona indicata come padre del concepito, le possibili soluzioni dei problemi proposti, di aiutarla a rimuovere le cause che la porterebbero alla interruzione della gravidanza, di metterla in grado di far valere i suoi diritti di lavoratrice e di madre, di promuovere ogni opportuno intervento atto a sostenere la donna, offrendole tutti gli aiuti necessari sia durante la gravidanza sia dopo il parto.

www.salute.gov.it/imgs/C_17_normativa_845_allegato.pdf

La gravidanza, lungi dall’essere una condizione patologica, è una fase che richiede particolari attenzioni, soprattutto nei confronti delle lavoratrici. La gravidanza è un periodo delicato nella vita della donna che soprattutto negli ultimi mesi può mettere a dura prova anche il corpo. Proprio per questo la normativa tutela in modo dettagliato tutto il periodo della gestazione e i primi mesi successivi all’entrata del bambino in famiglia. In gravidanza i diritti dei lavoratori dipendenti trovano fondamento in diverse fonti. In primo luogo vi è la Costituzione [Art. 37 “Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione”], seguono diversi testi normativi come il Decreto Legislativo 151 del 2001.

www.camera.it/parlam/leggi/deleghe/01151dl.htm

Deve essere fin da ora sottolineato che questi diritti si applicano anche nel caso di figli adottivi o in affidamento.

La donna in gravidanza può assentarsi dal lavoro per esami medici? Nel periodo della gravidanza è del tutto normale che siano calendarizzati esami per monitorare la salute del bambino e della donna. Gli stessi non sempre sono conciliabili con gli orari di lavoro, ecco perché il legislatore riconosce alla donna il diritto ad avere permessi retribuiti per sottoporsi ad esami pre-natali o visite specialistiche che debbano essere eseguiti nell’orario di lavoro [Art. 7, D.Lgs. 151/2001]. Ad esempio vi sono esami che devono essere eseguiti per forza nelle prime ore del mattino e di conseguenza chi ha il turno di lavoro al mattino ha diritto ad avere il permesso. Ciò che rende questi permessi particolarmente tutelati è la previsione da parte del legislatore del diritto alla retribuzione, inoltre non sono considerati permessi per malattia e sono ulteriori rispetto ai permessi normalmente riconosciuti ai lavoratori.

Se la mansione mette a rischio la salute è necessario licenziarsi? Per la tutela della salute della donna e del nascituro il legislatore ha anche previsto il divieto di adibire la donna a mansioni che potrebbero mettere a rischio la salute della gestante e del nascituro. Di conseguenza non può essere esposta a mansioni che prevedono il sollevamento di pesi, trasporto, mansioni insalubri o in condizioni che comunque possano mettere a repentaglio la sua salute. Spetta al datore di lavoro valutare le condizioni di lavoro e l’esposizione a rischi al fine di adibire la lavoratrice a mansioni che siano consone alla sua situazione. Il legislatore prevede però anche che la lavoratrice mantenga qualifica e retribuzione. Nel caso in cui non vi siano postazioni di lavoro che possano avere lo stesso inquadramento contrattuale e trattamento economico, il datore di lavoro potrà adibire la lavoratrice a mansioni che abbiano anche un inquadramento inferiore, ma il trattamento economico non può subire modifiche. L’affidamento a tali mansioni deve essere comunicato all’Ispettorato Territoriale del Lavoro competente [Art. 7, D.Lgs. 151/2001].

Cosa succede al rientro al lavoro dopo la gravidanza? Terminato il periodo di astensione obbligatoria dal lavoro, la lavoratrice dipendente ha diritto a rientrare nel suo posto di lavoro. Deve essere precisato che deve essere collocata alle stesse mansioni, non è ammesso il demansionamento anche nel caso in cui nel frattempo la sua posizione sia stata occupata da un’altra persona. Inoltre al rientro al lavoro ha diritto alla stessa retribuzione precedente e attinente alla qualifica.

Fino a quando la lavoratrice deve lavorare? Il primo diritto riconosciuto alle donne in gravidanza è redatto in forma di obbligo: il legislatore infatti stabilisce che la lavoratrice ha l’obbligo di astensione dal lavoro nei due mesi antecedenti la data prevista per il parto e nei tre mesi successivi al parto. La lavoratrice ha il diritto anche di posticipare l’uscita dal lavoro, in particolare può optare per il godimento dell’astensione nel mese antecedente la data presunta del parto e nei 4 mesi successivi [Art.14 decreto legislativo 151 del 2001]. In questo caso è però necessario che la donna presenti un certificato del medico competente che attesti l’assenza di rischi per la salute della donna e del nascituro dovuti alle mansioni di lavoro svolte. Il legislatore ha pensato alla soluzione dell’obbligatorietà dell’astensione per evitare che la donna potesse rinunciare a tale diritto, magari sotto pressione, mettendo a repentaglio la salute sua e del nascituro. In casi particolari, ovvero quando la donna o il nascituro abbiano dei problemi di salute, è possibile avere il diritto all’astensione dal lavoro in data antecedente rispetto a quella prevista per il congedo obbligatorio. In questo caso è però necessario produrre al datore di lavoro un certificato medico dell’ASL competente per territorio che attesti tale condizione di pericolo. Deve essere sottolineato che nel caso in cui la lavoratrice abbia contemporaneamente due rapporti di lavoro part-time deve chiedere il diritto di astenersi dal lavoro ad entrambi. Per potersi astenere dal lavoro è necessario presentare entro l’inizio del periodo di astensione obbligatoria una domanda. La stessa deve essere presentata telematicamente attraverso il sito INPS, oppure attraverso patronati.

Quali sono i diritti dei lavoratori successivi al rientro al lavoro? I diritti dei lavoratori dipendenti in gravidanza non finiscono qui perché in seguito al periodo di astensione obbligatoria è possibile usufruire per un anno del permesso di allattamento. In particolare la lavoratrice dipendente ha diritto a due pause giornaliere di un’ora ciascuna anche cumulabili. Nel caso di lavoro part-time tale tempo viene dimezzato. Ad esempio la donna può scegliere di entrare un’ora dopo e uscire un’ora prima, oppure un’uscita anticipata dal lavoro di due ore. In questo caso c’è anche una particolarità, infatti, può usufruire di questo permesso anche il padre lavoratore, ma ciò solo nel caso in cui:

  • Il padre sia l’unico genitore affidatario, ad esempio se la madre non lo riconosce;

  • Se la madre non usufruisce di tale diritto (perché decide di rinunciarci o perché non lavoratrice);

  • Nel caso in cui la madre sia impossibilitata a godere del periodo di allattamento, ad esempio per grave infermità o decesso [Art 39 D.Lgs 151 del 2001].

Il permesso di allattamento spetta anche ai genitori affidatari o adottivi entro il primo anno di ingresso del bambino nel nucleo familiare. Per ottenere il riconoscimento di tale diritto il genitore che intende avvalersene non deve presentare domanda all’INPS, basta invece una richiesta scritta al datore di lavoro, mentre quest’ultimo non può rifiutare di concedere tale diritto. Se in azienda sono presenti nidi aziendali il genitore può usufruire solo di mezz’ora di stacco. Infine, se il parto è gemellare il periodo riconosciuto per l’allattamento viene raddoppiato. Nel caso in cui si intenda usufruire del permesso di allattamento non si perde la retribuzione, ma la parte corrispondente deve essere versata dall’INPS e non dal datore di lavoro.

Diritti dei lavoratori dipendenti in gravidanza: il congedo parentale. Diverso dal permesso di allattamento è il congedo parentale, anche conosciuto come astensione facoltativa dal lavoro [D.Lgs 151 del 2001]. Anche in questo caso è bene parlare di diritti dei lavoratori dipendenti perché ad usufruirne possono essere anche i padri, il tutto nei primi 12 anni di vita del bambino. Anzi il legislatore nel tentativo di sollecitare una maggiore responsabilità dei padri, favorire la bigenitorialità e raggiungere la parità tra i sessi, ha stabilito norme di particolare favore. Il congedo parentale è un periodo di astensione facoltativa dal lavoro concesso a lavoratrici e lavoratori dipendenti. Lo stesso può essere usufruito nei primi anni di vita del bambino. Sono concessi ai due genitori 10 mesi di astensione facoltativa, questi salgono a 11 se il padre ne usufruisce per almeno 3 mesi. Si tratta di un incentivo volto a favorire la parità di genere nella cura dei figli. Ciascun genitore può usufruire di un periodo massimo di congedo continuato o frazionato di 6 mesi nell’arco del primo anno di vita del bambino. Ciascun genitore può usufruire del congedo parentale anche se l’altro genitore non lavora, inoltre i due possono usufruirne anche contemporaneamente. In caso di genitore solo, ad esempio se solo uno dei due ha effettuato il riconoscimento, il congedo parentale ha la durata massima di 10 mesi.
Deve essere sottolineato che attualmente è possibile usufruire del congedo parentale anche per poche ore, in questo caso però il genitore non può assentarsi per un numero di ore superiore alla metà dell’orario di lavoro giornaliero [
D.Lgs 80 del 2015]. Nel caso di genitori affidatari o adottivi, indipendentemente dall’età di ingresso del bambino, viene riconosciuto il diritto al congedo parentale di cui si può usufruire dall’ingresso nel nucleo familiare.

www.jobsact.lavoro.gov.it/documentazione/Documents/Decreto_Legislativo_15_giugno_2015_n.80.pdf

C’è diritto alla retribuzione durante il congedo parentale? Deve essere sottolineato che, a differenza dell’astensione obbligatoria in cui vi è piena retribuzione, nel caso in cui si usufruisca del congedo parentale vi è una decurtazione della stessa. Infatti si ha diritto al 30% della media giornaliera da calcolare tenendo in considerazione l’ultima busta paga ricevuta. La retribuzione è a carico dell’INPS e non del datore di lavoro. Nel caso in cui il bambino abbia già compiuto il sesto anno di età, viene mantenuto il diritto al 30% della retribuzione solo nel caso in cui il reddito del genitore non superi di 2,5 volte il trattamento pensionistico minimo. Dall’ottavo anno del bambino si ha diritto al congedo ma non alla retribuzione. Durante il periodo in cui si beneficia del congedo parentale la contribuzione sarà figurativa.

La Legge per tutti 26 agosto 2018

www.laleggepertutti.it/233263_gravidanza-i-diritti-dei-lavoratori-dipendenti▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬

HUMANÆ VITÆ

Marzo 1968: la “scandalosa” conferenza di Ratzinger sul matrimonio

Per la prima volta ha visto la luce in italiano (per i tipi di Marcianum Press) una traduzione di “Zur Theologie der Ehe”, conferenza tenuta dal giovane Ratzinger in Germania pochi mesi prima della pubblicazione di Humanæ vitæ: ne risulta una temperie culturale effervescente, un acume teologico fatto per lasciare il segno, una prospettiva profetica che cala facilmente quel testo nei nostri giorni.

La possibilità di scelte irrevocabili, che la fede dischiude, appartiene ai tratti fondamentali dell’immagine dell’uomo che la fede stessa implica.

Allo stesso tempo si deve però ricordare senza esitazioni che dal puro diritto naturale non si può dedurre l’unità e l’indissolubilità del matrimonio. La “natura” del matrimonio è il suo essere nella storia e la sua naturalità si compie solo negli ordinamenti storici. Anche l’ordine della fede è un ordine storico, sebbene esso veda in Cristo la forma definitiva della storia e debba quindi attribuire alla pretesa della fede un carattere incondizionato. Inoltre, bisogna qui di nuovo ricordare che il richiamo di Gesù all’originario in contrapposizione all’antico trasgredisce la legge e non è esso stesso legge.

L’unità e l’indissolubilità del matrimonio non si possono dedurre dalla sua natura”, anzi “la natura del matrimonio esiste solo nel darsi storico”, “anche la fede è condizionata dalla storia”, “quando Gesù oppone il progetto di Dio a Mosè trasgredisce la Legge e non ne fonda un’altra” e chi sarà mai questo audace teologo, dalle tesi in odore di modernismo? È il giovane Joseph Ratzinger, che il 27 marzo 1968 tenne ad Heilsbronn una conferenza dal titolo Zur Theologie der Ehe: l’enciclica Humanæ vitæ – che come facilmente s’intuisce intercetta alcuni dei temi della conferenza – sarebbe stata pubblicata solo alcuni mesi dopo (25 luglio 1968), e dunque vanamente si cercherebbe nel testo ratzingeriano una conferma o una sconfessione del magistero montiniano.

Ovviamente Ratzinger aveva presente il discorso di Paolo VI ai partecipanti al 52o Congresso nazionale della società italiana di ostetricia e ginecologia, del 29 ottobre 1966, nel quale il pontefice dichiarava di aver ricevuto i lavori della commissione preparatoria e di non essere tuttavia persuaso dalle loro conclusioni:

Con ciò la nuova parola, che si attende dalla Chiesa, sul problema della regolazione delle nascite, non è ancora pronunciata, per il fatto che Noi stessi, avendola promessa e a Noi riservata, abbiamo voluto prendere in attento esame le istanze dottrinali e pastorali, che su tale problema sono sorte in questi ultimi anni, studiandole al confronto dei dati della scienza e dell’esperienza, che da ogni campo Ci sono presentati, dal vostro campo medico specialmente e da quello demografico, per dare al problema la sua vera e buona soluzione, che non può non essere quella integralmente umana, quella cioè morale e cristiana. Abbiamo creduto assumere obbiettivamente lo studio di tali istanze e di elementi di giudizio. Ciò è parso essere Nostro dovere; e abbiamo cercato di compierlo nel modo migliore, incaricando una ampia, varia, versatissima Commissione internazionale; la quale, nelle sue diverse sezioni e con lunghe discussioni, ha compiuto un grande lavoro, ed ha a Noi rimesso le sue conclusioni. Le quali, tuttavia, a Noi sembra, non possono essere considerate definitive, per il fatto ch’esse presentano gravi implicazioni con altre non poche e non lievi questioni, sia d’ordine dottrinale, che pastorale e sociale, le quali non possono essere isolate e accantonate, ma esigono una logica considerazione nel contesto di quella posta allo studio. Questo fatto indica, ancora una volta, la enorme complessità e la tremenda gravità del tema relativo alla regolazione delle nascite, e impone alla Nostra responsabilità un supplemento di studio, al quale con grande riverenza per chi vi ha già dato tanta attenzione e fatica, ma con altrettanto senso degli obblighi del Nostro apostolico ufficio, stiamo risolutamente attendendo. È questo il motivo che ha ritardato il Nostro responso, e che lo dovrà differire ancora per qualche tempo.

A tal proposito Ratzinger premise alla pubblicazione del testo, che invece avvenne dopo quella dell’enciclica, queste righe: Il presente manoscritto fu letto il 27 marzo 1968 a Heilsbronn durante il convegno del gruppo ecumenico di lavoro presieduto dal cardinale Jaeger e dal vescovo Stählin. Esso viene subito pubblicato in una miscellanea insieme alle altre relazioni tenute nella medesima occasione dai professori Greeven, Schnackenburg e Wendland. In tale pubblicazione come nella presente il testo viene riprodotto senza modifiche, così come è stato presentato a suo tempo. Ciò mi è sembrato l’unico modo per rispettare il suo carattere di introduzione alla discussione. Una rielaborazione che avesse considerato i problemi nel frattempo sollevati dall’enciclica Humanæ vitæ avrebbe completamente cambiato il carattere del testo. Il fatto che le questioni poste in quella circostanza continuino a sussistere legittima a mio avviso la scelta di sottoporre di nuovo, al di fuori del contesto di allora, all’attenzione di un pubblico più vasto.

Si tratta di una nota che Ratzinger appose all’edizione del 1972. Ora al nostro lettore, italiano, interesserà sapere altre due cose, prima di immergersi in questo poderoso documento (che a me fu segnalato a fine luglio dal professor Francesco D’Agostino): quella edita ora da Marcianum è in assoluto la prima edizione italiana; il testo non è stato incluso da Benedetto XVI nel suo Gesamtwerk (opera omnia), che LEV sta pubblicando in 15+1 volumi.

La seconda informazione potrà stupire e allarmare i lettori, per questo mi permetto di osservare: devono ancora uscire diversi volumi, anche in tedesco, e fra questi diversi potrebbero accogliere Zur Theologie der Ehe; se invece Benedetto XVI scegliesse di non includere quel testo nel Gesamtwerk ciò non significherebbe tout court una sconfessione dello stesso, ma una riserva dell’autore sull’opportunità di consegnarlo ai posteri; e di certo questo non solleva i contemporanei che si interessano di teologia (cioè noi) dalla responsabilità di conoscere quel testo.

La conferenza. Se la si legge tutta d’un fiato si termina l’ultima pagina col capogiro: l’uomo che scrisse queste parole sembrava aver visto già tutto, nella società e nella Chiesa. Pareva aver visto la dissoluzione sociale e morale che nei decenni a venire sarebbe deflagrata, con i gravi ed endemici fenomeni di isolamento e disintegrazione dell’individuo; aveva visto le tensioni fra le correnti teologiche e sembrava aver già letto sia Familiaris consortio sia Amoris lætitia (o davvero questi documenti sono frutti autentici del Concilio o il giovane Ratzinger era profeta o entrambe le cose). I lunghi paragrafi di Deus caritas est su eros e agape mostrano qui che già cinquant’anni fa Ratzinger aveva le idee molto chiare:

L’artificiale contrapposizione fra eros e agape, come l’ha costruita Nygren [massimo teologo luterano svedese del XX secolo], deve essere completamente liquidata e superata perché errata. Sul piano puramente religioso De Lubac l’ha chiarito in modo grandioso nel suo libro sul significato spirituale della Scrittura.

J. Ratzinger, Per una teologia del matrimonio. Un paragrafo che da solo basta a indicare il metodo di lavoro di Ratzinger: studio della Scrittura, a scuola dai Padri della Chiesa, ricostruzione della storia del dogma e quindi momento sistematico. Il tutto in colloquio costante all’interno della Chiesa, anche con le comunità ecclesiali separate, e in franco confronto con la società e col mondo. Così si sviluppa anche il saggio recentemente donato da Marcianum al pubblico italofono, articolandosi in quattro questioni: Per ciascuna delle quattro questioni presentate formulerò una tesi, che verrà poi sviluppata in una breve analisi.

Le quattro tesi, dunque, sono:

  1. La “sacramentalità” del matrimonio

  2. Il punto di partenza dell’etica matrimoniale cristiana

  3. I diversi piani della realtà del matrimonio

  4. Le norme per l’ethos del matrimonio

Cui si aggiungono alcune osservazioni conclusive su matrimonio e verginità.

  1. La “sacramentalità” del matrimonio: La prima cosa che Ratzinger fa, dopo un rapido richiamo al senso più comune in cui i cristiani intendono oggi il “sacramento”, è andare a interrogare il dato neotestamentario per individuare la posizione di Gesù sul matrimonio. E Gesù, nel ben noto dialogo riportato (fra gli altri) in Mt 19, risulta «contrapporre l’originario all’antico»: Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così. Perciò io vi dico…Mt 19, 8-9. Commenta Ratzinger: Alla volontà di Dio incanalata nelle forme storiche, annacquata, ma anche concretizzata, Gesù contrappone l’incondizionato appello di Dio nella sua interezza; egli libera l’uomo dall’ambiguità della casuistica, ma rende manifesto anche il suo peccato, perché la legge storica e, insieme, la sua interpretazione sono smascherate come fuga dalla totalità della volontà di Dio […].

Teologia e cristologia del matrimonio. Ratzinger non biasima la legge: riconosce anzi che per suo mezzo la Rivelazione ha cominciato a farsi strada nel mondo, ha preparato l’incarnazione. Afferma però che l’ordine posto da Gesù implica una trasgressione e un superamento della legge… tale da non costituire a sua volta una nuova legge, ossia qualcosa che si possa vivere “normativamente”, adempiendo esteriormente a dei qualsivoglia principî ma senza aderire con cuore profetico a un Evangelo. E questo è che gli esseri umani nel matrimonio sono congiunti da Dio; in tal senso il matrimonio non è nell’annuncio di Gesù un ordinamento cristologico bensì teologico.

Poi Ratzinger passa alla prima ermeneutica di questo annuncio, che si trova nelle epistole deuteropaoline a Efesini e Colossesi. È lo strato successivo dell’evoluzione, cioè [la] reinterpretazione del pensiero paolino in Ef 5, 21-33, dunque […] quel passo decisivo che, a motivo dell’utilizzo della parola μυστήριον-sacramentum, ha assunto un significato particolare per gli sviluppi posteriori.

Insomma, Ratzinger nota come già a partire da questo stadio il matrimonio sia diventato un istituto prettamente cristologico, poiché se Cristo è «primogenito di ogni creatura» (Col 1, 15), e se già si formavano gli embrioni di quella che sarebbe presto diventata la Logostheologie, Gesù stesso è non solo il profeta di quel Dio che “da principio” aveva destinato all’unione l’uomo e la donna, ma è quello stesso Dio, quel principio… e quell’Adamo a immagine del quale Adamo ed Eva furono fatti. Si può quasi dire che, così come il primo racconto della creazione culmina nel giorno di sabato, e quindi nell’idea di Alleanza, il secondo racconto culmina nel mistero dell’“uomo e donna in una sola carne”, e dunque […] nell’auto-superamento della creazione nell’Alleanza.

L’effetto storico-sociale di questo kérygma teologico è deflagrante (e già ai tempi di Ignazio di Antiochia avrebbe portato i vescovi a presiedere ai matrimoni): A cominciare da qui sono da comprendere il controllo dell’eros e la sua relativa desacralizzazione in Israele e nella Chiesa. Così come la de-divinizzazione del mondo non equivale alla sua demonizzazione, ma significa piuttosto la sua liberazione dal demonio, allo stesso modo alla de-divinizzazione dell’eros non corrisponde la sua demonizzazione, bensì la sua liberazione dalla componente demoniaca.

Proprio in quell’anno in Germania Johann Baptist Metz pubblicava il suo storico Zur Theologie der Welt (Sulla teologia del mondo), e in questo passaggio Ratzinger appare segnato dal dibattito accademico del momento. Tornano ancora alla mente pagine e pagine di Deus caritas est, mentre il giovane Ratzinger già mette in guardia i decenni di là da venire (cioè i nostri) su certi entusiasmi superficiali per la “teologia del corpo” (che ancora non esisteva): l’esperienza teo-cristo-logica nella vita coniugale avrebbe richiesto un’ascesi – che la santità esige mentre la sola sacralità (demoniaca) no. Vertigini profetiche…

Secondo il Vescovo di IpponaAgostino (De bono coniugali 17, 19-19 22) fra l’Antico e il Nuovo testamento esistono due forme del sacramento matrimoniale (ossia quella poligamica e quella monogamica, con le rispettive allegorie): Il matrimonio dei patriarchi che simbolizza la Chiesa futura costituita da molti popoli […]. La Poligamia costituisce dunque il “sacramentum” proprio di quel matrimonio, si tratta di un sacramento pluralium nuptiarum: reale rappresentazione simbolica dell’unità nella molteplicità verso cui tende la storia. L’unica Chiesa formata dai molti popoli è già realtà e ora non è più essa ad essere raffigurata simbolicamente, ma è l’escatologica «unica città dei molti, che ora [hanno] un’anima sola e un cuore solo rivolti a Dio». Al posto del sacramentum pluralium nuptiarum compare il sacramentum nuptiarum singularum, che rappresenta la radicale unità della polis escatologica.

Pur operando una distinzione qualitativa tra poligamia e poliandria – Agostino accetta la prima come “fase storica del sacramentum” ma respinge la seconda come “contro natura” (e Ratzinger non sottoscrive questa distinzione) – il giovane teologo tedesco è colpito da come […] Agostino, in base al suo concetto di sacramento, consideri il matrimonio in larga misura ancora dal punto di vista storico e adoperi l’idea di diritto naturale in modo molto più flessibile rispetto ai successivi tentativi di sistematizzazione teorica. […] Da ultimo, è importante rilevare come per il vescovo di Ippona l’unità e l’indissolubilità del matrimonio siano chiaramente funzioni della compiuta fede in Cristo: realizzazioni nella carne dell’uomo della fedeltà di Dio all’Alleanza divenuta carne in Cristo.

Bonaventura invece distingue (Commentaria in quattro libros Sententiarum IV, 23, a. 1, q. 2 c.) tra i sacramenti comuni all’Antico e al Nuovo Testamento (matrimonio e penitenza); quelli intermedi, già esistiti in abbozzo nell’Antico Testamento ma che appaiono nella loro forma piena nel Nuovo (battesimo, eucaristia e ordine sacro); quelli del tutto tipici del Nuovo Testamento (cresima e unzione degli infermi), perché Cristo li ha suggeriti ma solo lo Spirito li ha sviluppati.

Forte dell’appoggio dei due fidati compagni di viaggio, Ratzinger conclude rinforzando l’osservazione iniziale sulla mutua implicazione dell’ordine creaturale e di quello charitologico (della Grazia), e al contempo riaffermando la storicità del concetto di sacramento e – a maggior ragione – di quello di natura: Più correttamente dovremmo precisare: solo la realtà dell’Alleanza rende possibile l’autentico ordine del “fenomeno di natura” secondo il piano della creazione, fenomeno di natura che come tale – come puro fenomeno di natura – non può sussistere affatto, ma unicamente ordinato storicamente e, perciò, anche storicamente alienato. […] Ciò significa […] che il sacramento non sta sopra, vicino o accanto al matrimonio, bensì che il matrimonio stesso in quanto tale è, per chi lo vive nella fede, sacramento. Quanto più si riesce a vivere il matrimonio sulla base della fede, tanto più esso è “sacramento”.

Affermazioni che faranno venire la tachicardia a molti canonisti, che del giusnaturalismo canonico hanno fatto una struttura portante della loro forma mentis. E più oltre nella conferenza Ratzinger avrebbe rincarato la dose.

  1. Il punto di partenza dell’etica matrimoniale cristiana. Per la seconda questione il giovane teologo sarebbe ripartito dal riferimento ad Agostino e (non a Bonaventura) alla scolastica in generale. Del primo affermò l’impostazione etica di stampo stoico-neoplatonica, dunque improntata a un forte dualismo: […] la concupiscenza come sopravvento delle forze animali su intelletto e volontà è la forma in cui si mostra come il peccato sia la condizione fondamentale di Adamo. Da qui per Agostino la soddisfazione delle pulsioni sessuali in sé non può che essere in ogni caso [corsivo dell’autore, N.d.R.] un “malum”, di cui però si può fare un uso buono, cioè conforme alla ragione. “Bene utitur malo” è una formula con cui Agostino descrive il rapporto sessuale legittimo all’interno del matrimonio.

Naturalmente Agostino non è solo questo, ma innegabilmente l’etica stoico-neoplatonica adottata da alcuni Padri della Chiesa avrebbe sostanziato l’adagio moderno “non lo fo per piacer mio / ma per dare figli a Dio”. Il dato invece teologico, che tante volte s’è perso nella striminzita formula “remedium concupiscentiæ” è un altro: come matrimonio cristiano è piuttosto rappresentazione della salvezza, comunicata come guarigione dell’uomo. Il peccato agisce ancora in esso solo nella condizione della guarigione, del progressivo risanamento.

Sembra Amoris lætitia. Alla fase successiva dell’elaborazione dogmatica Ratzinger fa derivare una sterilità di pensiero i cui esiti drammatici si possono scorgere nella moderna disputa sul problema del controllo delle nascite: la teoria sul matrimonio procede sempre meno dall’idea agostiniana fondata sulla storia della Salvezza e sempre più dai concetti filosofici di natura e genus (o generatio). In tal modo una concezione teologica pur sempre ancorata alla storia viene sostituita da una concezione la cui razionalità astorica è caratterizzata da una singolare mescolanza di astrazione e naturalismo. Il punto di vista dominante afferma ora che la sessualità è una questione di “natura”; ma naturale viene definito con Ulpiano come ciò che la natura detta a tutti gli esseri viventi (animalia). Tale natura – si dice – appartiene all’uomo non come individuo ma come esemplare di una specie; il matrimonio risulta conseguentemente una funzione della specie e trova nella conservazione della stessa il suo significato essenziale.

Sembra che nel 1968 Ratzinger avesse ascoltato The Bad Touch (2009) dei Bloodhoud Gang: se «non siamo altro che mammiferi» tanto vale «farlo come sul Discovery Channel». Donde la crisi del matrimonio, cui la Chiesa fatica a opporre una parola realmente convincente sul piano della ragione… perché è quello il piano su cui secoli fa essa stessa ha imboccato una strada infeconda. E tuttavia ci teniamo stretto quel modello, perché – si dice – almeno tutela il matrimonio. Ratzinger storce il naso: Ora, non si capisce più per quale motivo sia necessario il matrimonio per dare forma morale alla sessualità; il matrimonio viene presentato come la miglior tutela per la crescita dei figli, ma in verità non può essere giustificato sulla base del criterio naturalistico cui ci si è affidati.

Difatti nel video di The Bad Touch che sopra ricordavamo gli scenografi hanno scelto di giustapporre la pulsione sessuale a quella erotica omofila… ed entrambe a quella dell’appetito da cibo. Insomma, tutto ridotto semplicemente a pulsione: da una parte ci si chiede “perché il matrimonio?” e dall’altra si domanda “perché no (per esempio) al [c.d.] matrimonio gay?”.

Da dove partire per il rinnovamento? Ratzinger non è un profeta di sventure: vede arrivare il male e la sua recta ratio fide inlustrata gli suggerisce anche delle vie di sviluppo.

  1. Mettere in chiaro che «la castità non è una virtù fisiologica, ma sociale» («la moralizzazione della sfera sessuale risiede nella sua umanizzazione, non nella sua naturalizzazione»);

  2. «L’intreccio tra creazione e alleanza […] mostra la caratteristica autentica del matrimonio cristiano» («l’eros appartiene all’integrità del matrimonio cristiano, il quale non può esser fatto solo di agape» e «può anche realizzarsi come eros mistico nella verginità»);

  3. «Nella costituzione effettiva dell’uomo il sesso e l’eros hanno […] bisogno di essere inseriti nel mistero della croce e della risurrezione» («l’amore coniugale è possibile solo come amore che perdona, che sopporta e si lascia mettere in croce. Questo amore […] può venire solo dalla fede mediante la “grazia”»).

  1. I diversi piani della realtà del matrimonio. Ratzinger osserva quindi che nel XX secolo il pensiero sul matrimonio è stato marcato da una filosofia marcatamente personalistica, la quale però ha – insieme con il merito di aver accentuato la dimensione della relazione interpersonale – anche il demerito di aver offerto una sponda pericolosa alla deriva individualistica (e nichilistica). Insomma prima il matrimonio si fondava sul comando “siate fecondi e moltiplicatevi”, poi s’è retto tutto (o quasi) sulla creazione di Eva e sull’adiuturium simile sibi che Dio in lei ha dato all’uomo. Se precedentemente l’eros, come aspetto che va al di là del compito della maternità e della paternità, era stato quasi del tutto dimenticato (in Tommaso entra in scena solo come amicizia che cresce fra i due successivamente al compito procreativo), diviene ora il punto di vista preponderante.

Così Ratzinger trova «senza dubbio ambiguo» che da un lato si condanni come immorale «qualunque intervento meccanico [che] comprometterebbe la totalità dell’incontro amoroso» e che dall’altro si ammetta «la regolazione dei rapporti in base ai periodi di fertilità della donna». Ma attenzione: Ratzinger non contesta la dottrina morale della Chiesa (anzi afferma che «il passo in avanti è innegabile»); si limita a rilevare la fragilità del suo sostegno. Esso mostra con evidenza che l’idea dell’amore reciproco come norma in sé da sola non bassa. […] oggi bisogna dire che anche l’interpretazione del matrimonio a partire dall’amore di coppia non sfugge a una certa unilateralità.

Dopo il naturalismo dell’epoca moderna Ratzinger attacca l’individualismo dell’evo contemporaneo, il cui seme sta spesso – denuncia il teologo – anche in certe teologie sentimentali. A ben leggerle, le due critiche sono sovrapponibili (e in effetti una ingenuità, quella dell’amore fra due cuori, ricalca l’altra, quella della natura pura): […] Io e tu ci sono sulla base del presupposto del Noi, [e] quindi la persona nel puri significato di incontro Io-Tu non esiste affatto. Tale concezione è un’astrazione favorita dalla temperie culturale dell’individualismo, che ha trascurato l’intreccio profondo di ciascuno nel tutto avvolgente della società, che rende possibile e dà forma all’essere persona.

Ed ecco il grande affondo teoretico che ogni giusnaturalista “puro” risentirà da Ratzinger come una pugnalata alle spalle: Qui si dimostra come l’esistenza umana abbia necessariamente un carattere pubblico e porti in sé, per così dire, un collegamento con il diritto e l’ordine giuridico: la natura dell’uomo è tale da non essere pura natura, ma di avere storia e diritto – e li deve appunto avere per poter essere “naturale”.

Dunque «il matrimonio non è costituito esclusivamente dall’amore personale, e ogni tentativo di spiegare solo a partire da esso il matrimonio o magari le sue fondamentali caratteristiche cristiane – l’unità e l’indissolubilità – è condannato al fallimento».

Quanti hanno una qualche confidenza con la letteratura personalista del XX secolo ricorderanno il ben noto “tripode etico” di Ricœur: l’azione dell’uomo è rivolta a «una vita buona con e per gli altri all’interno di istituzioni giuste». Qualcosa del genere osserva Ratzinger, colmando il vuoto erosivo che l’impostazione individualistica lascia attorno al matrimonio: Ciò che costituisce il matrimonio è […] il “sì” dei coniugi (quanto più personale, tanto meglio) come realtà ricevuta e ordinata dalla comunità. Il diritto matrimoniale non è un’aggiunta esterna rispetto ad un amore in sé autosufficiente: esso appartiene all’essenza del matrimonio umano, perché l’essere umano per sua natura è legato al diritto.

  1. Le norme per l’ethos del matrimonio. Ormai volando alto sulla dissoluzione che il mondo avrebbe vissuto nei decenni che sarebbero seguiti a quella conferenza, Ratzinger profetizzava nitidamente lo scricchiolio della crisi demografica continentale: Dove allora i partner volessero vedere solo de stessi, significherebbe che essi elevano arbitrariamente il proprio tempo a tempo ultimo: cercano di rendere eterno il presente e, volendo eludere così il mistero della morte, in realtà abbandonano il futuro alla morte.

Erano gli anni in cui si invocava “al potere la fantasia”, certo non quelli in cui osserviamo preoccupati da un lato i nostri borghi disabitati e dall’altro la pressione ingestibile dei migranti dal Sud (e se c’è chi ritiene a cuor leggero che un problema possa risolvere l’altro non manca chi non vuole illudersi che una leggerezza possa colmare gli effetti di altre leggerezze). Ratzinger vedeva.

Riguardo al controllo delle nascite, però, il giovane teologo non si pronunciava né sul sì né sul no, e non per disobbedire al comando evangelico, né per non precorrere in alcun senso l’ormai imminente pronunciamento papale: era una rinnovata scuola del discernimento quella di cui il mondo aveva bisogno, non di un’altra ricettina da applicare (male, come tutte le altre).

Sì, le responsabilità connesse alla vita e alla morte, alla comunità e alla storia, possono anche esigere una limitazione della prole, tanto che questa diventa una scelta etica e il suo contrario una scelta immorale. Ciò significa d’altra parte che in futuro, qui come in tutti gli altri ambiti dell’etica, l’individuazione della cosa giusta sarà questione di sensibilità morale, la quale peraltro non è mai completamente certa della sua giustizia e che riceve la sua giustizia proprio dal fatto che essa rimanda al perdono.

Altezze vertiginose: capisco a stento di cosa Ratzinger parlasse. Mi pare che stesse rileggendo Humanæ vitæ con Amoris lætitia e confermando Amoris lætitia con Humanæ vitæ. Forse se questo scritto non comparirà negli Opera omnia passaggi come questi ne saranno la causa? Chissà. Eppure qui non si parla di mezzi, ma solo di paternità responsabile. Ciò che anche Paolo VI avrebbe indicato, assieme coi mezzi…

In ultimo Ratzinger provava a rispondere alla questione dell’indissolubilità del matrimonio, che a quanto aveva detto (e cose analoghe le avrebbe dette ancora nei secoli a venire) non sarebbe connaturale al “matrimonio”, ma proporzionale alla personalità dei “sì” dei coniugi accolti dalla comunità, che precede, sostiene e accompagna la nuova famiglia.

Negli ultimi anni qualche opinionista ha indebitamente schiacciato le posizioni del Cardinal Müller su quelle del Cardinal Ratzinger, affermando che alla guida della Congregazione per la Dottrina della Fede i due sarebbero stati in perfetta continuità. Non è affatto vero. Ricordo nitidamente una pagina dell’Osservatore Romano in cui il prefetto Ratzinger affermava che «forse non abbiamo ancora considerato a fondo la pratica del matrimonio di economia degli Orientali»: anni dopo, nella medesima pagina del medesimo quotidiano leggevo un testo del prefetto Müller nel quale si leggeva che «il matrimonio di economia non è un’opzione, anzi costituisce una difficoltà ecumenica». E neanche nel 1968, del resto, Ratzinger concludeva «che anche la Chiesa di occidente dovrebbe rendere il divorzio una possibilità del proprio diritto canonico», ma produceva invece un passaggio di altezza mirabile che a posteriori mi pare di poter leggere come un commento ai punti più dibattuti di Amoris lætitia: Ma allora la pastorale deve lasciarsi determinare più fortemente dai limiti di ogni giustizia e dalla realtà del perdono; essa non può considerare in modo unilaterale l’uomo macchiatosi di questa colpa [il divorzio, N.d.R.] peggiore rispetto a chi è caduto nelle altre forme di peccato. Essa deve diventare consapevole con maggiore chiarezza delle peculiarità proprie del diritto della fede e della giustificazione per fede e trovare nuove strade, per lasciare aperta la comunità dei fedeli anche a coloro che non sono stati in grado di mantenere il segno dell’Alleanza nella pienezza della sua pretesa.

Un Ratzinger lassista”, diranno alcuni… “un Ratzinger modernista”, tuoneranno altri. Tutt’altro, poiché il giovane teologo scelse di chiudere quella conferenza sul matrimonio parlando della verginità: l’annuncio del Regno ha elevato il matrimonio a sacramento della salvezza, sì, ma l’ha pure “declassato” da comandamento a possibilità. Parimenti ha creato ex nihilo la possibilità di consacrare escatologicamente la propria verginità – anzi questo stato è, secondo la paradossale espressione del Concilio di Trento,beatius – “più felice” – vivendo un’oblazione “irragionevole e meravigliosa” come è quella del martire.

Neppure della verginità, in fondo, l’uomo può innamorarsi come se potesse essere un fine e non piuttosto un mezzo: Né la verginità né il matrimonio producono per l’uomo la sua giustizia: entrambe lo obbligano, ciascuna a suo modo, ad abbandonarsi completamente alla giustizia di Colui che per noi si è fatto peccato e attraverso il quale noi siamo diventati giustizia davanti a Dio per la vita eterna.

Non so ancora se certi teologi mi diano i brividi più quando li capisco o quando non li capisco…

Giovanni Marcotullio, specializzato in patristica Aleteia 4 settembre 2018

https://it.aleteia.org/2018/09/04/marzo-1968-zur-theologie-der-ehe/?utm_campaign=NL_it&utm_source=daily_newsletter&utm_medium=mail&utm_content=NL_it

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OMOFILIA

Preti e omosessualità

Ha creato non poco sconcerto nell’opinione pubblica l’inchiesta divulgata da qualche testata giornalistica sulle vicende di alcuni presbiteri e seminaristi dalla “doppia morale”. Quotidianamente dediti al servizio pastorale e alla predicazione e, nel contempo, immersi in una serie di relazioni omoerotiche spesso avviate attraverso l’uso di social network o app di incontri gay.

Il tutto è nato dalla denuncia di un escort napoletano, Francesco Mangiacapra che, nei mesi scorsi, ha consegnato un dossier di 1.200 pagine alla curia di Napoli con numerosi screenshot di chat per un numero complessivo di 50 preti implicati e che recentemente ha coinvolto un presbitero della Capitanata. Adescamenti online, scambi di foto di parti intime, ménage à trois e così via per un quadro non certo moralmente ineccepibile.

Probabilmente gli effetti dell’inchiesta non lederanno l’immagine della Chiesa e di tanti suoi ministri che, con impegno e zelo, sono fedeli al loro servizio pastorale e agli obblighi che ne derivano. Altrettanto probabilmente, però, queste notizie si potrebbero trasformare in sfiducia o in sospetti e, da parte delle autorità ecclesiastiche, in una acritica repressione.

Quali piste di riflessione può offrire l’etica teologica a partire da questo vissuto? Ripensare la formazione al presbiterato e le caratteristiche richieste per l’accesso al ministero è un’esigenza che si fa sempre più urgente! Sembrano ancora presenti, infatti, stili che tendono a ricoprire di sacralità il ministero presbiterale, lo presentano come potere sui fedeli e non come servizio, mostrano il celibato come soppressione della sessualità e cercano di sublimarlo mediante un rapporto scorretto con il denaro o con la carriera. Chi lavora nell’ambito formativo (ministero sempre più arduo al giorno d’oggi) dovrebbe vigilare con molta attenzione su queste possibili derive.

Occorre educare all’autentica umanità: e questo significa accogliersi come uomini sessuati, affrontando con sincerità le proprie fragilità e chiamando per nome i propri desideri; significa, altresì, accogliere l’altro come persona fragile e vulnerabile della quale il presbitero non è padrone, ma fratello nel comune cammino verso la piena fioritura di sé.

L’orientamento sessuale è necessariamente discriminante per l’accesso al ministero ordinato? Oppure potrebbe essere possibile e auspicabile favorirne l’integrazione in processi di maturazione umana integrale?

Può succedere che i nostri seminari non sempre riescano a fornire tutti questi strumenti in anni densi di studio e di attività pastorali: si potrebbe favorire nelle diocesi, per chi ha completato l’iter in seminario, un sostegno e un accompagnamento nell’accoglienza di sé, a contatto con la vita reale dell’uomo e della donna di oggi.

Riflettere in modo più accurato sull’accoglienza e l’accompagnamento delle persone omosessuali si impone come una necessità che lo stesso sensus fidelium chiede alla riflessione teologica e magisteriale. Le parole di papa Francesco: «Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla?», pronunciate dal pontefice di ritorno dalla GMG di Rio del 2013, non rappresentano – come taluni delatori del papa hanno affermato – una semplice trovata mediatica, ma sollecitano un approccio diverso alle persone omosessuali da parte delle comunità cristiane.

Alcuni autorevoli studi, infatti, affermano che l’omosessualità non è una perversione né una nevrosi né un disturbo della personalità. Essa non ha nulla a che fare con la pedofilia (ancora oggi classificata come disturbo parafilico nel DSM V). È una condizione esistenziale che nessuno sceglie di vivere – siano cause biologiche, siano cause psicologiche, esse affondano le radici nei primi anni di vita – e che coinvolge la persona non solo nella pratica sessuale, ma anche in tutti gli ambiti quotidiani dell’esistenza.

Accogliere, non giudicare, operare un attento discernimento, creare spazi per una più attiva partecipazione degli omosessuali alla vita ecclesiale rientra a pieno titolo in quella pastorale della misericordia tanto auspicata dal papa per una Chiesa che non alzi steccati, ma costruisca ponti.

È possibile che questo scandalo affondi le sue radici non tanto nella caduta degli ecclesiastici coinvolti, quanto nella distonia che a volte si avverte tra la dottrina morale cattolica sull’omosessualità (spesso annunciata con intransigenza) e la condotta contraria di chi l’annuncia. Inoltre, ripensare le strutture di governo all’interno della Chiesa, favorendo dinamiche di sinodalità e collegialità, aiuterebbe i preti a non sentirsi sovraccarichi di lavoro e di incombenze, a non vivere quotidianamente l’ansia di prestazione, a non lottare per assumere posti di governo. Tutto questo, infatti, può indurre, in caso di fallimenti e insoddisfazioni, a ricadere in un esercizio disordinato della sessualità.

Un’ultima parola sembra necessaria per valutare anche la qualità dell’informazione. Nessuno nega l’importanza di un giornalismo che sia espressione autentica di verità; nessuno più può e deve spingere verso l’insabbiamento degli scandali che avvengono all’interno della Chiesa, ma la violazione della privacy per ciò che non costituisce reato è essa stessa reato.

Il credente che legge, dal canto suo, non deve poi dimenticare che la cura per la persona che sbaglia, la possibilità di conversione e di redenzione dev’essere il primo annuncio che si è chiamati a offrire a ogni uomo, prete o laico che sia e che l’operato dei vescovi, nella maggior parte dei casi, non tende a insabbiare, ma a cercare le strade possibili per accompagnare e reintegrare i loro preti, offrendo loro un’altra possibilità.

Don Roberto Massaro, teologo morale dal 2015 rettore del seminario di Conversano-Monopoli.

Settimananews – 5 settembre 2018www.settimananews.it/chiesa/preti-e-omosessualita

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PEDAGOGIA

Master Università Cattolica Pedagogia della famiglia

Facoltà di scienze della formazione. A.a. 2018/2019 – 1° edizione Brescia, gennaio 2019 – aprile 2020

Master universitario di primo livello.Pedagogia della famiglia

In un contesto sociale sempre più articolato e complesso, la famiglia è chiamata ad affrontare nuove sfide educative. È una famiglia sollecitata come mai in altre epoche storiche a misurarsi in modo permanente con l’imprevisto, l’indefinibile, l’inedito. La riflessione pedagogica ha il compito di aiutare la famiglia a qualificarsi come luogo di educazione e di cura, che interagisce con le altre istituzioni educative del territorio in cui è situata.

Il Master in Pedagogia della Famiglia intende offrire agli operatori e ai ricercatori, che a diverso titolo lavorano, o intendano lavorare con la famiglia e per la famiglia, le conoscenze e le competenze specialistiche per promuovere, progettare, realizzare interventi formativi a sostegno delle funzioni educative della famiglia al fine di favorirne l’empowement. In questa luce il Master privilegerà gli aspetti pedagogici, educativi e metodologici nel lavoro con le famiglie, con particolare attenzione alla comunicazione interpersonale (coniugale, parentale, filiale, intergenerazionale). Il Master intende: offrire sollecitazioni per l’approfondimento dei nodi concettuali della Pedagogia della famiglia e delle altre scienze impegnate nello studio delle relazioni familiari; favorire l’acquisizione di metodologie educative riguardanti l’intervento educativo con le famiglie (osservazione, consulenza, progettazione), nelle strutture (lavoro di gruppo, analisi di servizi educativi) e sul territorio (lavoro di rete, percorsi formativi); stimolare il confronto con progetti realizzati da diverse unità di offerta volti a sostenere la famiglia.

Prof. Luigi Pati Direttore del Master

Destinatari e profilo professionale. Il Master universitario in Pedagogia della famiglia mira alla formazione di esperti negli aspetti pedagogici, educativi e metodologici della relazione di aiuto a favore della coppia e della famiglia, con peculiare attenzione alla comunicazione educativa (coniugale, parentale, filiale, intergenerazionale). Si propone, pertanto, di favorire l’acquisizione di competenze in ordine all’analisi della richiesta, all’osservazione delle problematiche, alla definizione dei bisogni. Inoltre, il Master si prefigge lo scopo di formare al lavoro di progettazione-gestione-valutazione di interventi educativi sul territorio.

Il Master è rivolto a coloro che siano in possesso di un titolo di laurea triennale, magistrale o equivalente. (…)

www.cfc-italia.it/cfc/materiale/Master_PEDAGOGIA_DELLA_FAMIGLIA.pdf

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SINODO DEI GIOVANI

Sinodo dei Vescovi: ritrovare il dialogo tra le generazioni

A un mese esatto dall’apertura dell’Assemblea dei vescovi di tutto il mondo, il direttore di Aggiornamenti Sociali, che è anche Segretario speciale del Sinodo, ne analizza obiettivi e questioni aperte. “Da evento – scrive Giacomo CostaSJ – il Sinodo si sta trasformando in processo, raccogliendo gli stimoli di papa Francesco che desidera che lo stile della Chiesa sia ispirato alla cultura del “camminare insieme””

 

Come può la Chiesa mettersi in ascolto dei giovani, in un momento in cui fra le generazioni regna una grande incomunicabilità? Il Sinodo dei Vescovi su “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”, al via esattamente tra un mese (3-28 ottobre 2018), è chiamato a offrire stimoli di riflessione e possibili piste di lavoro per le comunità locali. Al tema è dedicato l’editoriale del nuovo numero di Aggiornamenti Sociali, firmato dal direttore, il gesuita Giacomo Costa, che è stato nominato da papa Francesco Segretario speciale dello stesso Sinodo, insieme al salesiano don Rossano Sala.

Da evento a processo- Dopo avere evidenziato che “la preparazione del Sinodo, ispirata a criteri di inclusione e partecipazione senza precedenti”, lo ha reso “un processo di reale incontro e ascolto tra generazioni” in cui “sono state sperimentate nuove modalità perché i giovani potessero far sentire la propria voce “senza filtri” ed essere presi sul serio”, padre Costa sottolinea che “da evento, il Sinodo si sta trasformando in processo, lungo e articolato, raccogliendo gli stimoli di papa Francesco che desidera che lo stile della Chiesa sia ispirato alla cultura del “camminare insieme”. Se il Sinodo rimane ufficialmente “dei Vescovi”, proprio per il loro ruolo di pastori, non può non diventare un evento che coinvolge tutta la Chiesa”. Peraltro, “resta comunque molto da imparare su come far partecipare i fedeli, come coinvolgere gli esperti, come valorizzare adeguatamente le diverse prospettive sociali e culturali in tutte le fasi del cammino”.

Questioni aperte- Quanto alle questione aperte che il Sinodo si troverà ad affrontare, queste sono diffusamente analizzate nell’Instrumentum Laboris diffuso a giugno. Provando a sintetizzare, padre Costa sottolinea anzitutto un nodo legato alla comunicazione e alla credibilità, temi quanto mai attuali: “I giovani segnalano la difficoltà a sentirsi davvero accolti e ascoltati all’interno della Chiesa, a ricevere fiducia e a trovare spazi di protagonismo. Li tengono lontani non solo un generale disinteresse, ma anche la “scarsa preparazione” dei sacerdoti, oltre agli scandali economici e sessuali. Diverse Conferenze episcopali, dal canto loro, dichiarano di non conoscere o non comprendere alcuni tratti caratteristici del mondo giovanile e spesso di esserne spaventate”. Il risultato di questa fatica comunicativa, prosegue il gesuita, è “l’allontanamento dalla Chiesa da parte di molti giovani, pur portatori di domande e di sensibilità autenticamente spirituali”.

Come sottolinea padre Costa, “alcune istanze tipiche della loro cultura diventano una cartina di tornasole con cui i giovani misurano la credibilità dei propri interlocutori. La prima si radica nell’attenzione all’inclusione delle differenze e riguarda soprattutto le tematiche del genere, della sessualità e dell’affettività: posizioni percepite come astratte, slegate dell’esperienza concreta, aprioristiche o autoritarie, e non sufficientemente attente alla tutela delle differenze, rendono poco credibile agli occhi dei giovani chi se ne fa portatore. Con una intensità ben maggiore, lo stesso discorso vale per le questioni legate alla disuguaglianza e all’ingiustizia sociale, a partire dal ruolo della donna nella società e nella Chiesa, e per quelle ambientali”.

Una chiesa che accompagna. Un secondo nodo che emerge con forza è quello della cultura dell’accompagnamento: “Spesso – dice il gesuita – i giovani si trovano di fronte adulti che hanno smarrito il senso della paternità, spirituale e non solo, e quindi la capacità di esercitarla, e che appaiono focalizzati unicamente sulla propria autorealizzazione: non sono quindi in grado di prestare adeguata attenzione alle peculiarità di cui i giovani sono portatori. Parlare di cultura dell’accompagnamento significa mettere a tema il rapporto tra generazioni, chiedendo a ciascuno di assumere il proprio ruolo e anche il proprio limite”.

Quale esito dunque aspettarsi dal Sinodo, sapendo quanto sia radicato oggi il sentimento di sfiducia dei giovani nei confronti di qualunque istituzione? Occorre avere la consapevolezza che “il senso, anche quello di una appartenenza istituzionale, oggi non può essere dato per scontato, definito a priori o ricevuto dall’alto, ma deve essere costruito e scoperto da ciascuno attraverso un percorso di apprendimento dall’esperienza”. Questa mentalità inevitabilmente “spiazza il modello di Chiesa che si è andato costruendo nel corso dei lunghi secoli della cristianità, al cui interno molti adulti sono comunque cresciuti e a cui continuano a fare riferimento in modo più o meno irriflesso”. La sfida del Sinodo è allora quella di “scoprire all’interno della tradizione spirituale e teologica della Chiesa quelle ricchezze che possano consentirle di sintonizzarsi anche con la mentalità di questa epoca”.

Redazione di Aggiornamenti Sociali

 

Ritrovare il dialogo tra le generazioni. La Chiesa si prepara a vivere un nuovo appuntamento sinodale: dal 3 al 28 ottobre prossimi si svolgerà in Vaticano la XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, sul tema «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale».

Le risonanze nell’opinione pubblica, sia all’interno sia all’esterno della Chiesa, e l’attenzione dei media sembrano inferiori a quelle suscitate dai due precedenti appuntamenti sinodali (2014 e 2015) sul tema della famiglia. Il titolo del Sinodo inoltre si è rivelato piuttosto ermetico, poiché presenta termini di difficile comprensione, come “discernimento”, o interpretati in maniere molto diverse, come “vocazione”; inoltre sono parole specificatamente ecclesiali, sebbene l’intento dichiarato del Sinodo sia quello di volersi prendere cura di tutti i giovani, «nessuno escluso», e quindi non solo di quanti frequentano più o meno abitualmente le comunità cristiane.

Tuttavia la posta in gioco del prossimo Sinodo è tutt’altro che secondaria, soprattutto in un’ottica di lungo periodo, in quanto richiede di affrontare nei contesti attuali la questione dei rapporti tra le generazioni, ripensando il presente in modo che lasci spazio al futuro. Qualsiasi organizzazione che non riesca a farlo è condannata a perdere progressivamente di significato, riducendo via via la propria capacità, di incidere sulla realtà. Questo la Chiesa non può permetterselo, non solo e non tanto per garantirsi un futuro come istituzione, ma perché ne va della trasmissione del messaggio evangelico che rappresenta la sua ragion d’essere, o, in altri termini, la sua vocazione profonda.

La questione mi coinvolge personalmente, visto che insieme a don Rossano Sala, salesiano, docente di Pastorale presso l’Università Pontificia Salesiana di Roma e direttore della rivista Note di Pastorale Giovanile, sono stato nominato Segretario speciale del prossimo Sinodo. Nelle pagine che seguono cercherò dunque di evidenziare i principali nuclei che fanno del prossimo Sinodo un appuntamento tutt’altro che di routine, privilegiando la specifica prospettiva di Aggiornamenti Sociali: non una rivista di teologia o di pastorale, ma uno strumento di formazione per coloro che desiderano impegnarsi nella realtà sociale da una prospettiva di fede, valorizzando gli apporti di diverse discipline, con linguaggio accessibile. In questa ottica, il rapporto tra le generazioni e la cura perché i giovani possano trovare i loro modi di partecipare e contribuire non interpellano solo la Chiesa, ma ogni istituzione e ogni società, come il nostro Paese sa bene.

Il Segretario speciale del Sinodo. Nominato dal Papa, il Segretario speciale del Sinodo dei Vescovi – in collaborazione con la Segreteria generale del Sinodo e con il Relatore generale, il cardinale Sérgio da Rocha, arcivescovo di Brasilia – coordina gli esperti di diverse discipline coinvolti nel processo sinodale, per offrire ai Padri sinodali gli strumenti per svolgere il proprio ruolo, in particolare riguardo l’inquadramento del tema, e per raccogliere i loro contributi e il frutto del loro confronto. Tra i materiali preparatori scaturiti da questo lavoro vi è l’Instrumentum laboris, presentato lo scorso 19 giugno, che servirà da base per la discussione dei partecipanti al Sinodo. Per una presentazione più ampia e ufficiale del Sinodo si può consultare il sito che la Santa Sede dedica all’evento: ………….www.synod2018.va

Metodo e obiettivi. Un primo elemento che merita di essere sottolineato è l’articolazione del percorso di preparazione del Sinodo, ispirata a criteri di inclusione e partecipazione senza precedenti. Il consueto Documento preparatorio, pubblicato a gennaio 2017, era infatti accompagnato da un questionario a cui tutte le Conferenze episcopali del mondo erano invitate a rispondere. Un Seminario internazionale a settembre 2017 ha permesso di raccogliere l’opinione di esperti di varie discipline teologiche e sociologiche. Intanto una consultazione on line offriva ai giovani di tutto il mondo la possibilità di prendere la parola in prima persona: sono oltre 100mila quelli che l’hanno completato. Infine – e questa è una novità assoluta – dal 19 al 24 marzo scorso 300 giovani di tutto il mondo (non tutti cattolici e non tutti credenti) sono stati invitati a Roma per prendere parte alla Riunione pre-sinodale. Il Documento finale da loro prodotto, integrando anche gli interventi degli oltre 15mila giovani che hanno partecipato ai lavori attraverso i social network, è stato consegnato al Papa e rappresenta una delle fonti principali dell’Instrumentum laboris (IL).

Questa dinamica ha reso la preparazione al Sinodo un processo di reale incontro e ascolto tra generazioni. Come aveva espressamente chiesto papa Francesco, sono state sperimentate nuove modalità perché i giovani potessero far sentire la propria voce “senza filtri” ed essere presi sul serio. Lo hanno fatto, infondendo grande entusiasmo e portando un contributo assai stimolante, proprio perché proveniente da un diverso punto di vista. Il loro coinvolgimento sarà altrettanto importante quando le indicazioni del Sinodo dovranno essere recepite e attuate dalle Chiese locali, adattandole ai diversi contesti.

Da evento, il Sinodo si sta trasformando in processo, lungo e articolato, raccogliendo gli stimoli di papa Francesco che desidera che lo stile della Chiesa sia ispirato alla cultura del “camminare insieme”. Se il Sinodo rimane ufficialmente “dei Vescovi”, proprio per il loro ruolo di pastori, non può non diventare un evento che coinvolge tutta la Chiesa. L’evoluzione non è ancora terminata, il format dell’Assemblea di ottobre resta in larga parte quello tradizionale, ma la direzione imboccata è molto chiara, ed è riassumibile con l’espressione, sempre più conosciuta, dell’esortazione apostolica Evangelii gaudium di papa Francesco: «avviare processi possibili» più che «occupare spazi» e cercare di «ottenere risultati immediati» (EG, nn. 224-225). Resta comunque molto da imparare su come far partecipare i fedeli, come coinvolgere gli esperti, come valorizzare adeguatamente le diverse prospettive sociali e culturali in tutte le fasi del cammino. Si tratta per la Chiesa di imparare ad ascoltare: soprattutto quando ci si muove a livello globale, trovare modalità concrete, adeguate, sostenibili è tutt’altro che scontato e c’è ancora molta strada da fare, ma essere già riusciti a fare qualche passo è stato ed è comunque appassionante!

In ogni caso, tra i primi frutti del cammino di preparazione di questo Sinodo possiamo annoverare una migliore messa a fuoco dei suoi obiettivi. Provo qui a formularne tre, che evidentemente si articolano tra di loro.

  1. Il primo assume il bisogno dei giovani, da loro espresso con grande forza, di trovare figure capaci di accompagnarli nell’identificazione della strada originale di ciascuno verso la pienezza della vita: sarà compito del Sinodo capire in che modo e con quali mezzi la Chiesa può attivarsi per darvi una risposta. Questo richiederà inevitabilmente alle comunità ecclesiali di mettersi in discussione, di intraprendere un “cammino di conversione” (cfr IL, Terza parte): così come sono, in molti casi faticano ad essere riconosciute dai giovani come portatrici di un messaggio di gioia e di speranza. Ovviamente non si può generalizzare, ma lo si legge con chiarezza nel Documento finale della Riunione pre-sinodale: «È possibile partecipare ad una messa e andar via senza aver sperimentato alcun senso di comunità o di famiglia in quanto Corpo di Cristo. I cristiani professano un Dio vivente, ma nonostante questo, troviamo celebrazioni e comunità che appaiono morte. I giovani sono attirati dalla gioia, che dovrebbe essere un segno distintivo della nostra fede».

  2. Il secondo obiettivo del Sinodo riguarda dunque il rinnovamento della Chiesa perché la sua identità profonda risulti decodificabile anche dal mondo giovanile, con linguaggi che essi comprendano.

Raggiungere questi due obiettivi richiederà alla Chiesa universale e poi a quelle locali di prendere decisioni, di individuare mezzi e strumenti e una direzione di marcia:

  1. Per questo il terzo obiettivo del Sinodo e del processo che l’Assemblea di ottobre metterà in moto non può che essere una crescita nella capacità di “discernimento” da parte delle comunità ecclesiali. Il discernimento, che già Amoris lætitia aveva indicato alla Chiesa come modo di procedere adeguato di fronte a situazioni complesse e di cui è indispensabile cogliere la singolarità, resta al centro dell’attenzione anche del prossimo Sinodo: ne è infatti al tempo stesso tema, metodo e obiettivo.

Comunicazione e credibilità. Il percorso di preparazione al Sinodo ha certificato l’esistenza di un problema di comunicazione tra la Chiesa, in particolare le sue istituzioni ufficiali, e il mondo giovanile nel suo complesso, in particolare quella parte, maggioritaria in molti Paesi anche di tradizione cattolica, che non ha un riferimento ecclesiale preciso e non si riconosce in strutture e organizzazioni di ispirazione cattolica. Con accenti e prospettive diverse lo affermano tanto i giovani quanto le Conferenze episcopali. I giovani in particolare segnalano la difficoltà a sentirsi davvero accolti e ascoltati all’interno della Chiesa, a ricevere fiducia e a trovare spazi di protagonismo. Li tengono lontani non solo un generale disinteresse, ma anche la «scarsa preparazione» dei sacerdoti, oltre agli scandali economici e sessuali. Diverse Conferenze episcopali, dal canto loro, dichiarano di non conoscere o non comprendere alcuni tratti caratteristici del mondo giovanile e spesso di esserne spaventate, in particolare riguardo alla pervasività dei media digitali, alla cultura globale di cui sono portatori, alle sue conseguenze sulla comprensione della realtà, le dinamiche di apprendimento e la strutturazione delle relazioni interpersonali. Il risultato di questa fatica comunicativa è l’allontanamento dalla Chiesa da parte di molti giovani, pur portatori di domande e di sensibilità autenticamente spirituali. In un mondo dove le alternative non mancano, è più facile cercare altrove che continuare a insistere, specie quando l’interlocutore – la Chiesa e i suoi rappresentanti – non riesce a farsi percepire come stimolante e vitale. Ma la Chiesa non può lasciare che il tesoro della fede risulti irrilevante per una intera generazione.

La questione investe soprattutto la capacità della Chiesa di presentarsi come interlocutore credibile dei giovani, molto attenti ai temi della trasparenza e della coerenza e abituati a vivere in contesti di pluralismo, in cui diverse visioni del mondo sono immediatamente a contatto e a confronto, se non in lotta. Il peso di scandali e abusi di ogni genere non può essere sottostimato, ma ancora più cruciale è la gratuità dell’annuncio: i giovani sono particolarmente sensibili ai tentativi di strumentalizzazione da parte degli adulti e tendono ad allontanarsi quando percepiscono che l’interesse nei loro confronti non è genuino, ma motivato da una logica di autoconservazione istituzionale. Anche nei confronti della Chiesa i giovani desiderano giocare da protagonisti, a partire dalla propria originalità e dalle peculiarità della cultura di cui sono portatori, ricevendo appoggio e fiducia sincera, senza sentirsi ingranaggi di un meccanismo che li supera.

Alcune istanze tipiche della loro cultura diventano una cartina di tornasole con cui i giovani misurano la credibilità dei propri interlocutori. La prima si radica nell’attenzione all’inclusione delle differenze e riguarda soprattutto le tematiche del genere, della sessualità e dell’affettività: posizioni percepite come astratte, slegate dell’esperienza concreta, aprioristiche o autoritarie, e non sufficientemente attente alla tutela delle differenze, rendono poco credibile agli occhi dei giovani chi se ne fa portatore. Con una intensità ben maggiore, lo stesso discorso vale per le questioni legate alla disuguaglianza e all’ingiustizia sociale, a partire dal ruolo della donna nella società e nella Chiesa, e per quelle ambientali (che includono il tema della giustizia tra le generazioni): i giovani hanno il loro modo di affrontarle, il loro lessico e le loro categorie per riflettere e le loro modalità per impegnarsi, spesso assai lontani da quelli delle generazioni precedenti. Ma si allontaneranno da chi non sembra capace di prestarvi adeguata attenzione.

Una Chiesa che accompagna? Un secondo nodo che emerge con forza è quello della cultura dell’accompagnamento. La Chiesa tradizionalmente aggiunge qui l’aggettivo “vocazionale”, ma questo risulta oggi ambiguo e talvolta fuorviante, specie quando una interpretazione che circoscrive il termine vocazione al ministero sacerdotale o alla vita religiosa legittima il sospetto che il vero obiettivo non sia riconoscere il senso della propria vita e identificare i passi concreti (in termini di famiglia, relazioni, impegno lavorativo, organizzazione del tempo libero) che portano alla pienezza di vita personale (alla “gioia dell’amore”, in termini ecclesiali), ma l’aumento degli ingressi in seminario.

Questa diffidenza priva i giovani del lessico per esprimere un bisogno che pure manifestano con forza: quello di sostegno e vicinanza da parte di figure di riferimento lungo il processo di crescita verso la maturità in un mondo che si fa sempre più complesso e segnato da incertezza e precarietà, rendendo ogni scelta estremamente faticosa. Per portare a termine questo compito i giovani cercano aiuto, ma a condizione che non sia venato da paternalismo o da tentativi di manipolazione e controllo.

Assai spesso i giovani si trovano di fronte adulti che hanno smarrito il senso della paternità, spirituale e non solo, e quindi la capacità di esercitarla, e che appaiono focalizzati unicamente sulla propria autorealizzazione: non sono quindi in grado di prestare adeguata attenzione alle peculiarità di cui i giovani sono portatori. Parlare di cultura dell’accompagnamento significa mettere a tema il rapporto tra generazioni, chiedendo a ciascuno di assumere il proprio ruolo e anche il proprio limite, evitando ambiguità e confusioni. In un mondo sempre più variegato, rinnovare la cultura dell’accompagnamento richiede anche di valorizzare il potenziale di tutte le figure che, a vario titolo e per diverse ragioni, assumono un ruolo di riferimento nella vita dei giovani. La classica figura dell’accompagnatore spirituale (che può essere non solo un sacerdote, ma anche una religiosa, un laico o una laica) non perde di importanza, ma non può godere di una sorta di monopolio. Esercitano un ruolo di accompagnamento certamente i genitori, ma anche molte altre figure: insegnanti, educatori, allenatori, psicologi, medici, colleghi anziani, amici coetanei e, infine, la comunità cristiana nel suo insieme. Tutti hanno ovviamente bisogno di aiuto e formazione per assumere ed esercitare al meglio questo ruolo.

Infine, un’ultima questione importante è quella della vicinanza e del sostegno di tutti quei giovani che vivono situazioni di marginalità socio-economica o culturale (a partire dalla mancanza di lavoro, drammatica in alcuni Paesi), o che fanno esperienze estreme di dolore (il caso della malattia), di violenza (vittime di tratta e di abuso, bambini-soldato, ecc.) o di alienazione (dipendenze, disturbi alimentari, forme di distacco dal mondo reale e di rifugio in quello virtuale): anche a loro è necessario offrire delle opportunità di accedere alla gioia e alla pienezza della vita, anzi più che in altri casi è indispensabile scoprire le forme migliori per rendere un servizio di accompagnamento. Come sottolinea l’IL, «questo richiede anche alla Chiesa e alle sue istituzioni di assumere la prospettiva della sostenibilità e di promuovere stili di vita conseguenti, oltre che combattere i riduzionismi oggi dominanti (paradigma tecnocratico, idolatria del profitto, ecc.)» (n. 152).

Una Chiesa relazionale? La sfiducia nelle istituzioni è senza dubbio uno dei tratti caratteristici della cultura contemporanea, in particolare giovanile. Incoerenze e fallimenti minano alla base la loro pretesa di rappresentare un punto di riferimento, ma non è solo questione di scandali. Questa situazione non può non interrogare la Chiesa, che proprio della sua struttura istituzionale fa uno degli elementi portanti della propria azione e che rischia di diventare un boomerang, se non è accompagnata dalla capacità di costruire relazioni interpersonali autentiche.

È una dimensione di concretezza che per la mentalità dei giovani risulta più credibile di qualsiasi argomentazione teorica. Vale anche in questo caso la constatazione che il senso, anche quello di una appartenenza istituzionale, oggi non può essere dato per scontato, definito a priori o ricevuto dall’alto, ma deve essere costruito e scoperto da ciascuno attraverso un percorso di apprendimento dall’esperienza. L’orizzonte istituzionale non è escluso per principio, ma rappresenta un punto di arrivo e non di partenza, che si tratti dell’appartenenza a una associazione (ecclesiale o meno), così come della stabilizzazione di un legame affettivo in una configurazione istituzionale come il matrimonio. Incontriamo anche qui elementi di continuità con il lavoro dei due Sinodi sulla famiglia. In questa prospettiva il procedere per tentativi, per prove ed errori anche nella costruzione del proprio itinerario esistenziale non può essere ridotto a espressione di superficialità e incostanza, ma rappresenta una strategia in un’epoca in cui ci si deve muovere senza una mappa del territorio definita in ogni dettaglio (cioè senza le grandi narrazioni ideali ed ideologiche in cui si iscrive la totalità della realtà e della vita).

Una mentalità di questo genere spiazza il modello di Chiesa che si è andato costruendo nel corso dei lunghi secoli della cristianità, al cui interno molti adulti sono comunque cresciuti e a cui continuano a fare riferimento in modo più o meno irriflesso, senza riuscire a comprendere o magari persino scandalizzandosi quando si azzera la presa di questo modello sulle generazioni più giovani. La sfida del Sinodo è proprio quella di scoprire all’interno della tradizione spirituale e teologica della Chiesa quelle ricchezze che possano consentirle di sintonizzarsi anche con la mentalità di questa epoca, così da poter continuare a mostrare la rilevanza e la vitalità del messaggio evangelico per ogni generazione. Scorrendo l’IL, la tradizione del discernimento e quella dell’accompagnamento spirituale appaiono piste estremamente promettenti in questo senso.

Impegno e speranza. Se e quanto questa sfida sarà vinta lo diranno i risultati del Sinodo, non tanto in termini di documenti, che pure sono importanti, ma di processi di rinnovamento e sperimentazione che si metteranno in moto nelle singole Chiese locali e in ultima analisi di effettiva conversione delle comunità ecclesiali, che va considerata uno degli obiettivi del processo sinodale.

Prendere sul serio i giovani, la loro cultura, le loro esigenze, le loro risorse e le loro fragilità mette di fronte alla necessità del cambiamento, così da aprirsi alla novità di cui queste generazioni sono portatrici, al cui interno – la Chiesa ne è consapevole per fede – è all’opera lo Spirito che fa in questo modo sentire il proprio appello.

Il processo sinodale in corso ci dice che la Chiesa ha quanto meno la consapevolezza del problema e il desiderio di trattarlo seriamente. L’affermazione che leggiamo al n. 14 dell’IL, «oggi tra giovani e adulti non vi è un vero e proprio conflitto generazionale, ma una “reciproca estraneità”: gli adulti non sono interessati a trasmettere i valori fondanti dell’esistenza alle giovani generazioni, che li sentono più come competitori che come potenziali alleati», interpella l’intera società. Non è infatti solo la Chiesa a doversi misurare con le difficoltà della comunicazione tra generazioni che la rapidità dei processi di cambiamento socioculturale rende estranee nel giro di pochi anni. Il divario tra nativi digitali e analfabeti digitali ne è l’immagine più eloquente, con tutto quello che la fruizione dei nuovi media comporta in termini di accesso all’informazione, di comprensione della realtà e di immagine del mondo. Questa divisione percorre non solo le famiglie, ma anche il mondo della scuola, quello del lavoro e le realtà ecclesiali, a partire dalle parrocchie. Provare ad affrontare la questione non solo in chiave diagnostica, ma lasciando emergere, attraverso un serio lavoro di ascolto e di interpretazione condiviso, concreti itinerari di cambiamento per costruire una rinnovata solidarietà tra le generazioni è la posta in gioco del prossimo Sinodo, attraverso cui la Chiesa svolge nei confronti dell’insieme della società il servizio di indicare una priorità che non può essere disattesa.

Giacomo Costa SJ Aggiornamenti sociali agosto-settembre 2018

www.aggiornamentisociali.it/articoli/sinodo-dei-giovani-ritrovare-il-dialogo-tra-le-gen

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VIOLENZA

Violenza sulle donne Ecco il vero significato

Una donna tenuta chiusa in una cassetta di mele per mesi e poi abbandonata in strada, una ragazzina drogata e seviziata da due energumeni. La cronaca ci carica ogni giorno di notizie terribili. Molti si chiedono il perché di tanta violenza contro le donne e la risposta è: viviamo il degrado di una cultura che ha perso il senso della responsabilità, una cultura in cui ciascuno fa quello che crede senza mai riflettere sulle conseguenze. Certamente è vero che stiamo scivolando in una crisi etica che, se non stiamo attenti, finirà in qualche guerra atroce. Così succede nella storia quando gli esseri umani perdono il senso della convivenza, che si chiama civiltà. Al degrado culturale ed etico che sta sommergendo come uno tsunami il mondo intero, però aggiungerei una reazione tutta maschile alle nuove conquiste delle donne.

Chi stupra non se ne rende conto, ma si sta vendicando contro qualcosa che trova intollerabile: l’offesa a una idea arcaica di virilità. Purtroppo si tratta di un sentimento diffuso che ha radici nel razzismo, se per razzismo intendiamo la paura e l’insofferenza nei riguardi del diverso. Il sentimento è naturale, animalesco, ma noi ci pretendiamo differenti, superiori e migliori rispetto agli animali, noi ci diciamo figli di Dio, fratelli di un Cristo che ha detto «Ama il prossimo come te stesso». Come tutti i razzismi, anche quello contro le donne nasce da una idea costruita di identità, dal bisogno di mostrare la propria forza proprio quando ci si sente deboli e sopraffatti. Per molti uomini l’autonomia sessuale delle donne risulta intollerabile: la sentono come un attentato alla loro identità. La cultura, anche quella religiosa, ha inventato la colpevolezza delle donne e l’ha spesso teorizzata.

Da qui il sentimento di liceità di certi comportamenti che alla coscienza obnubilata appare lecita: «Io colpevole? ma neanche per sogno, l’ha voluto lei!». Troppo spesso le violenze suonano come punizioni per le nuove libertà femminili: anche quelle semplici di uscire la notte, di bere, di ballare, di decidere con chi amoreggiare. Per gli uomini saggi (ce ne sono ancora molti per fortuna) i cambiamenti sociali possono essere dolorosi, ma vanno accettati. Per i più deboli e spaventati, i cambiamenti sono visti solo come minacce e cercano rivalsa. Ma la cosa più grave è che fra chi dovrebbe dare il buon esempio c’è qualcuno che soffia sul fuoco delle paure e crea una atmosfera di scontro grave e pericolosa.

Dacia Maraini Corriere della Sera 4 settembre 2018

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt201809/180904maraini.pdf

 

Violenza donne: la responsabilità del giudice

Corte di Cassazione – Sezioni unite civili, sentenza n. 20335, 31 luglio 2018

www.studiocataldi.it/allegati/news/allegato_31672_1.pdf

Nei casi di violenza sulle donne il giudice non deve osservare burocraticamente le regole, ma attivarsi per tutelare la vittima dall’aggressore. Con la sentenza n. 20335/2018 la Cassazione, condividendo le conclusioni della Commissione disciplinare del CSM, respinge il ricorso di un sostituto procuratore, sanzionato con la perdita di due mesi di anzianità, per non essersi attivato adeguatamente in relazione a un caso di violenza su una donna, conclusasi in un femminicidio. Il procuratore non avrebbe sollecitato, dopo diversi episodi di aggressione, l’adozione della misura cautelare del carcere in sostituzione degli arresti domiciliari a cui era stato sottoposto l’aggressore. Quando sono in gioco interessi rilevanti, come la vita di una donna, il giudice non può comportarsi da mero burocrate, applicando formalmente la legge, ma deve attivarsi in difesa della vittima a tutela della sua incolumità.

La vicenda processuale. Un sostituto procuratore viene sanzionato dalla commissione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura con la perdita di due mesi di anzianità, per violazione degli artt. 1 e 2, D Lgs n. 109/2006. Il sostituto procuratore non avrebbe impedito l’omicidio di una donna, lasciando che il suo carnefice, dopo tre aggressioni in quattro mesi, restasse agli arresti domiciliari, anziché essere spedito in carcere. La vittima, malgrado le denunce, non era stata ascoltata. Il magistrato si era infatti limitato ad avvisare l’indagato della chiusura delle indagini preliminari nei suoi confronti “non curandosi affatto (rispetto al secondo episodio) dell’esigenza cautelare espressa dalla Procura Generale persistendo nel descritto atteggiamento trascurato e rinunciatario, omettendo anche in questo caso di adottare qualunque iniziativa.” Il sostituto procuratore avrebbe quindi recato alla donna un danno ingiusto perché “lasciata alla mercé del convivente e del suo pervicace comportamento lesivo.” Il procuratore ha violato un rilevante dovere di diligenza tenuto conto della rilevanza degli interessi coinvolti e del pericolo concreto a cui sono stati esposti. Al magistrato non spetta “una burocratica osservanza di regole formali” ma è tenuto ad attivarsi al fine di tutelare, al di là di queste, i valori tutelati dall’ordinamento.

La Cassazione, con la sentenza respinge il ricorso del procuratore sanzionato condividendo l’opinione dell’organo disciplinare, secondo cui il magistrato avrebbe dovuto informare il procuratore aggiunto e il collega a cui era stato assegnato il fascicolo al fine di sollecitare l’applicazione di una misura cautelare più grave, visto che in quella procura era presente un pool creato per contrastare le violenze in famiglia. Ammesso che non spettava al procuratore sanzionato dover disporre misure cautelari, sicuramente avrebbe potuto sollecitarne l’adozione tenuto conto della gravità del caso, caratterizzato da un pericolo crescente per l’incolumità della vittima. Annamaria Villafrate News Studio Cataldi 4 settembre 2018

www.studiocataldi.it/articoli/31672-violenza-donne-la-responsabilita-del-giudice.asp

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