News UCIPEM N. 944- 8 GENNAIO 2023

News UCIPEM n. 944 – 08 gennaio 2023

News UCIPEM n. 944 – 08 gennaio 2023

UNIONE CONSULTORI ITALIANI PREMATRIMONIALI E MATRIMONIALI

“Notiziario Ucipem” unica rivista – registrata Tribunale Milano n. 116 del 25.2.1984 Supplemento online.

Direttore responsabile Maria Chiara Duranti. Direttore editoriale Giancarlo Marcone

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Carta dell’U.C.I.P.E.M.

Approvata dall’Assemblea dei Soci il 20 ottobre 1979. Promulgata dal Consiglio direttivo il 14 dicembre 1979. Estratto

1. Fondamenti antropologici

1.1 L’UCIPEM assume come fondamento e fine del proprio servizio consultoriale la persona umana e la considera, in accordo con la visione evangelica, nella sua unità e nella dinamica delle sue relazioni sociali, familiari e di coppia

1.2 L’UCIPEM si riferisce alla persona nella sua capacità di amare, ne valorizza la sessualità come dimensione esistenziale di crescita individuale e relazionale, ne potenzia la socialità nelle sue diverse espressioni, ne rispetta le scelte, riconoscendo il primato della coscienza, e favorendone lo sviluppo nella libertà e nella responsabilità morale.

1.3 L’UCIPEM riconosce che la persona umana è tale fin dal concepimento.

CONTRIBUTI ANCHE  PER ESSERE IN SINTONIA CON LA VISIONE EVANGELICA

02 BENEDETTO XVI papa emerito  Biografia (p. Federico Lombardi)

02                                                          Quelle dimissioni cambiarono la chiesa

03                                                          Ratzinger, Papa della parola ( E. Bianchi)                                    

04                                                           La prefazione di Papa Francesco al libro di Benedetto XVI: “Dio è sempre nuovo”

06                                                          Benedetto XVI, il coraggio di un Papa conservatore

07                                                           Lla mite fermezza di un uomo di Dio che ha saputo anche criticare la chiesa

08                                                          Ratzinger, tra tradizione e modernità

09                                                          I tre papi Il profilo politico di Ratzinger, schiacciato da quelli di Wojtyla e Bergoglio

10                                                           Le dimissioni di Benedetto XVI, il gesto che ha portato la Chiesa nella modernità

12                                                          Quello che non avevamo capito di papa Ratzinger

14                                                          Mettendo al centro la dignità umana superò il divario tra principi e reg–ole

16                                                          Luci e ombre. Complesso pontificato di Papa Benedetto XVI e la sua eredità spirituale

20                                                          La ricerca scientifica è il vero nemico del cattolicesimo: il pensiero forte di Ratzinger

22                                                          Nel testamento di Benedetto quella paura cattiva consigliera

24                                                          Il pontificato “difficile” di Benedetto XVI

25                                                          Un gesto storico e moderno

26                                                          La sua rivoluzione silenziosa fu il primo a valorizzare le donne

27                                                           Con Benedetto XVI una svolta contro gli abusi nella Chiesa                                                 

28                                                           Ratzinger, la svolta mancata sulla questione degli abusi nella Chiesa

29                                                          Ratzinger lascia orfani coloro che si oppongono alle riforme di papa Francesco

30                                                          Storia e Chiesa da vivere ora Benedetto, Francesco e la via aperta

31                                                          Quella messa recitata in latino e il bivio dell’identità cristiana”

33                                                          Il sentito elogio del patriarca ecumenico di Costantinopoli a Benedetto XVI

33 CHIESA IN ITALIA                          A che punto è la secolarizzazione nel paese dei due papi

35 CITTÀ DEL VATICANO                  Il rebus di Francesco

37                                                          “Benedetto santo subito? In cielo non c’è l’alta velocità E Bergoglio non si dimette

38                                                          Chi c’è dietro Padre Georg

39                                                          Padre Georg, le rivelazioni: “Francesco non ascoltò Ratzinger sulla filosofia gender”

40                                                          Successore a Francesco, Il toto nomi: Bergoglio zoppica ma sta un fiore…

42DALLA NAVATA                              Battesimo del Signore – Anno A

42                                                           Il Battesimo, l’immergersi in un oceano d’amore

43 RIFLESSIONI                                   La difficoltà di restare credenti, oggi

BENEDETTO XVI PAPA EMERITO

Biografia

Benedetto XVI, «cooperator veritatis». Il «Papa emerito», Benedetto XVI, ha lasciato questa terra all’età di 95 anni. Una persona di qualità eminenti di intelligenza e di spirito, priva di qualsiasi ambizione di potere; un sacerdote e un teologo eccellente; un Pontefice, la cui priorità «che sta al di sopra di tutte» è stata quella «di rendere Dio presente in questo mondo e di aprire agli uomini l’accesso a Dio. Non a un qualsiasi dio, ma a quel Dio che ha parlato sul Sinai; a quel Dio il cui volto riconosciamo nell’amore spinto fino alla fine, in Gesù Cristo crocifisso e risorto»

p. Federico Lombardi, SI              La civiltà cattolica           7 gennaio 2023 – biografia e alcuni scritti

Quelle dimissioni cambiarono la chiesa

Se nel conclave che deve eleggere il nuovo Papa soffia sapiente lo Spirito Santo, nel giorno delle dimissioni di Benedetto XVI dal trono di Pietro spirava invece il vento impetuoso della modernità, spalancando i sacri palazzi nello stupore del contemporaneo che fa irruzione in un’istituzione vecchia di due millenni. È un lunedì di febbraio nel 2013, l’11 mattina: i cardinali presenti a Roma si riuniscono in un Concistoro ordinario, che deve procedere alla canonizzazione dei martiri di Otranto. Ma quando tutto sembra concluso, Joseph Ratzinger non si alza dalla poltrona, e con un cenno invita tutti a restare al loro posto: «Non vi ho convocati solo per le tre canonizzazioni, ma anche per comunicarvi una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa». Nelle sue mani compare un foglio, e il Papa comincia a leggere in latino. Solo tre persone in tutto il Vaticano sanno cosa Benedetto sta per annunciare. Ignari, i porporati ascoltano. Ma quando sentono il Papa pronunciare la formula «Ingravescente ætate…» si scuotono. L’età avanzata: sono le due parole che danno inizio al motu proprio con cui Paolo VI nel 1970 ha disposto che i cardinali devono dimettersi a 75 anni, e non possono più partecipare al conclave a 80. Ma adesso il Papa parla della sua età, delle energie che scemano di giorno in giorno: cosa sta succedendo? «Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio — rivela Ratzinger — sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino».

Video    https://media.gedidigital.it/repubblicatv/file/2013/02/11/120635/120635-video-rrtv-videopapa110213rc.mp4

 «Non sapevo nulla, sono rimasto attonito, stupefatto», racconterà il cardinal Camillo Ruini, che è stato Capo dei vescovi italiani. Dal Vaticano la sorpresa si allarga al mondo, davanti allo spettacolo inedito dell’umano che chiede al divino di fare i conti con la sua fragilità, negli anni della vecchiaia.

Erano 598 anni che un pontefice non si dimetteva, dalla rinuncia di Gregorio XII nel 1415. E addirittura 719 anni separano l’abbandono di Ratzinger da quello famoso nel dicembre 1294 di Celestino V, il Papa del “gran rifiuto”. A qualcuno viene in mente che visitando L’Aquila dopo il terremoto, nel 2009, Benedetto si tolse il sacro pallio simbolo dell’agnello portato in spalla dal Buon Pastore e lo depose sulla teca di Celestino, in segno di devozione e di comunione che adesso sembra più una profezia. Dunque Ratzinger ragionava da tempo sull’abdicazione? In realtà il Papa davanti ai cardinali introduce un elemento di novità nell’analisi della sua missione sacra che dev’essere compiuta con le parole e con le opere, «patiendo et orando», con la sofferenza e la preghiera. Tuttavia questo non basta più: «Nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di San Pietro e annunciare il Vangelo è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo». Questa forza — spiega Benedetto «negli ultimi mesi in me è diminuita in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato. Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà dichiaro di rinunciare al ministero di vescovo di Roma, successore di Pietro».

Nell’orizzonte spirituale perfetto del vicario di Cristo entra così l’elemento profano e corruttibile del corpo, e con la materialità del rapporto tra la forza e il dovere si affaccia la coscienza del limite. È l’assoluto che per la prima volta nella storia moderna della Chiesa si trova a dover fare i conti con il relativo. La debolezza dell’ ingravescente ætate obbliga la coscienza individuale del Papa a fare i conti dell’esercizio della sua missione universale. La fragilità della vecchiaia domina la scena e reclama considerazione, di fronte al peso della responsabilità che le forze declinanti non riescono più a reggere. E infine la razionalità a cui Ratzinger si è sempre richiamato, anche nella fede, prende atto di una debolezza divenuta soverchiante, la rende pubblica e la trasforma in un atto politico, da cui nasce il disegno dell’abbandono.

Sullo spirito esausto hanno certamente pesato gli scandali protagonisti del regno breve di Benedetto.

La vergogna della pedofilia e degli abusi sessuali, la lobby gay, il clamore di Vatlileaks col corvo che volava nelle sacre stanze dell’Appartamento per impadronirsi dei documenti più riservati e segreti, confermando il clima avvelenato del Vaticano, dove la Curia ha resistito a ogni tentativo di riforma. Si è parlato di carte trafugate e non rese pubbliche, di ricatto nei confronti del Papa, per spingerlo ad andarsene, anche se Paolo Gabriele, il maggiordomo del furto, ha detto che con le sue rivelazioni voleva in realtà aiutare Ratzinger nella sua azione di rinnovamento.

Più probabile che l’ondata di scandali e il livello delle resistenze abbiano trasmesso a Ratzinger una sensazione di perdita del controllo, di declino della potestà materiale sul Vaticano, di governo nel vuoto: un sentimento di fine regno. Non potendo governare questo dubbio supremo su se stesso, lo ha superato con l’accettazione della propria inadeguatezza, portandola a coincidere con la maestà sovrana del pontificato, fino a prevalere, rivelando a tutti che anche il custode delle chiavi di Pietro, con cui serra cielo e terra, può incontrare un limite. Per arrivare fin qui, alla denuncia della propria inermità, Benedetto ha dovuto confrontarsi con la scelta opposta di Giovanni Paolo II che ha accettato fino all’ultimo la sofferenza fisica come una testimonianza di affidamento alla volontà divina, fedele al motto che si era scelto, “Totus tuus”. Ma è molto probabile che il teologo Ratzinger abbia posto a se stesso un interrogativo in più, e cioè se l’uomo può autonomamente deviare il disegno divino che lo aveva prescelto per guidare la Chiesa. “Perinde ac cadaver”?

Non è scritto da nessuna parte che il Papa debba regnare fino alla morte portando la sua obbedienza all’estremo. La designazione al pontificato è collegiale, l’abbandono è individuale, deciso nella coscienza del singolo. Mentre si spogliava dei paramenti sacri, la tiara, l’anello piscatorio, come i Papi delle origini che dopo la morte venivano denudati sulla paglia, l’uomo Ratzinger è riemerso dall’affresco regale di Benedetto XVI: estenuato e consumato, però autonomo e umano nel condividere la “gravità” della sua decisione e il “peso” del ministero coi “fratelli cardinali” a cui ha chiesto infine «perdono per tutti i miei difetti». Su quel gesto si è chiuso un pontificato (il 265°) e si è aperta l’era moderna nella Chiesa, dove il Papa può anche essere a tempo, quindi scelto in base alle caratteristiche specifiche e particolari del momento più che dell’epoca. Per questo salto occorreva che il priore si facesse abate, che trovasse laicamente nella debolezza umana l’ultima riserva inattesa di forza, e che tutto avvenisse nel baleno di quel “fulmine a ciel sereno” denunciato dal cardinal Sodano, decano del Sacro Collegio, in risposta all’annuncio di Benedetto.

Con un’eco nel bagliore della realtà, quel pomeriggio, quando un vero lampo si è abbattuto sulla cupola di San Pietro, come se ci fosse ancora bisogno di un segno mentre Joseph Ratzinger, dopo l’abdicazione di Benedetto, ritornava a camminare nel secolo: fino a l’altro ieri.

Ezio Mauro         “la Repubblica”              2 gennaio 2023

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202301/230102mauro.pdf

Ratzinger, Papa della parola

Con la morte di papa Benedetto XVI usciamo da una situazione non facile vissuta purtroppo da molti cattolici che, nella debolezza della loro fede e nella scarsa assiduità con il Vangelo, non sono stati in grado di accettare che il papato è un servizio al quale il Signore chiama, nient’altro che un servizio, dunque temporaneo e soggetto alla fragilità e ai limiti di chi vi è stato chiamato. Joseph Ratzinger, quando ormai vecchio pensava nel suo ultimo tratto di vita di dedicarsi alla ricerca teologica, è stato eletto vescovo di Roma. Aveva raggiunto i settantotto anni, dunque non poteva immaginare un pontificato lungo, ma teneva davanti a sé più che mai l’esodo che avrebbe compiuto da questo mondo. Era un uomo che si è sempre sentito decentrato rispetto a Gesù Cristo, munito di una fede salda, che lo portava a guardare più alla chiesa che a se stesso. Non ha mai cercato l’applauso, anzi gli davano fastidio i battimani durante le liturgie in San Pietro, e certo non si concedeva facilmente ai media, quasi sempre critici e severi nei suoi confronti. Per questo, dopo aver considerato le sue forze fisiche e intellettuali, aver cercato di leggere il tempo che avanzava con le sue novità e i suoi drammi, e soprattutto esercitandosi all’ascolto della propria coscienza, ha deciso di rinunciare a svolgere il ministero della comunione, diventato anche più difficile in una chiesa che sta vivendo la trasformazione da un cattolicesimo monolitico a una cattolicità universale e plurale.

Benedetto XVI ha compiuto un atto con piena adesione alla realtà, cosciente dei propri limiti. Certo, faceva un gesto che non era avvenuto da secoli, un gesto che poteva sembrare, dopo Giovanni Paolo II, quello di un anti-eroe, di chi fuggiva dalla croce – si è detto −, ma in realtà faceva ciò che doveva fare, anche se molti cattolici malati di papolatria non riuscivano a capirlo. Ma era nella sua vocazione essere un papa poco compreso e anche molto contestato fino alla vigilia della morte, con accuse insensate. Così hanno fatto di lui ciò che hanno voluto: “un pastore tedesco”, un pontefice rigido e severo, un papa che “riportava indietro la chiesa”.

Ho conosciuto e incontrato più volte Ratzinger a partire dal 1976, quando era teologo e in seguito cardinale, ho discusso con lui del rapporto tra Bibbia, Parola e chiesa e lui mi ha chiamato come esperto a due sinodi. Sono anche andato a trovarlo come papa emerito e ho passeggiato con lui nei giardini vaticani conversando sui temi de lla fede che consideravamo più urgenti e ci stavano a cuore.

Non sono un adulatore di pontefici, sono anche stato apertamente critico nei suoi confronti per alcune decisioni prese, e lui ha sempre ascoltato le mie difficoltà mostrando umiltà, mitezza, capacità di ascolto verso chi manifestava con lealtà il suo disaccordo. I cattolici non dimenticheranno il capolavoro delle sue omelie, vera opera di padre della chiesa, e tutti dovranno ringraziarlo per le sue parole di papa quando affermava che “non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio”, e che “la religione ha sempre bisogno di venire purificata dalla ragione”, contro ogni tentazione di fondamentalismo, di intolleranza e di violenza da parte dei credenti.

                Consegnando il “premio Ratzinger” ad Arvo Pärt [compositore estone] disse queste parole: “Dio ha il volto di Gesù Cristo: questo è il credo cristiano di cattolici, protestanti e ortodossi. Egli ci ama sempre, ama il peccatore che afferra le sue braccia tese e ci amerà sempre fino ad abbracciarci nella morte”.

p. Enzo Bianchi                                La Repubblica – 02 gennaio 2023

www.repubblica.it/rubriche/2023/01/02/news/ratzinger_papa_enzo_bianchi-381655815

www.ilblogdienzobianchi.it/blog-detail/post/177719/ratzinger-papa-della-parola

La prefazione di Papa Francesco al libro di Benedetto XVI: “Dio è sempre nuovo”

La prefazione di Papa Francesco al libro di Benedetto XVI: “Dio è sempre nuovo”. Il testo del pontefice accompagna questa ampia antologia intorno ai principali temi della fede cristiana nelle parole di Ratzinger, deceduto il 31 dicembre 2022, disponibile dal 14 gennaio 2023.

Sono lieto che il lettore possa avere tra le mani questo testo di pensieri spirituali del compianto Papa Benedetto XVI. Il titolo già esprime uno degli aspetti più caratteristici del magistero e della stessa visione della fede del mio predecessore: sì, Dio è sempre nuovo perché Lui è fonte e ragione di bellezza, di grazia e di verità. Dio non è mai ripetitivo, Dio ci sorprende, Dio porta novità. La freschezza spirituale che traspare da queste pagine lo confermano con intensità.

Benedetto XVI faceva teologia in ginocchio. Il suo argomentare la fede era compiuto con la devozione dell’uomo che ha abbandonato tutto se stesso a Dio e che, sotto la guida dello Spirito Santo, cercava una sempre maggior compenetrazione del mistero di quel Gesù che lo aveva affascinato fin da giovane.

                La raccolta di pensieri spirituali che viene presentata in queste pagine mostra la capacità creativa di Benedetto XVI nel saper indagare i vari aspetti del cristianesimo con una fecondità di immagini, di linguaggio e di prospettiva che diventano uno stimolo continuo a coltivare il dono prezioso dell’accogliere Dio nella propria vita. Il modo nel quale Benedetto XVI ha saputo far interagire cuore e ragione, pensiero e affetti, razionalità ed emozione costituisce un modello fecondo su come poter raccontare a tutti la forza dirompente del Vangelo.

                Il lettore lo vedrà confermato in queste pagine, che rappresentano – anche grazie alla competenza del Curatore, cui va il nostro sentito ringraziamento – una sorta di “sintesi spirituale” degli scritti di Benedetto XVI: qui brilla la sua capacità di mostrare sempre nuova la profondità della fede cristiana. Ne basta un piccolo florilegio. “Dio è un evento di amore”, espressione che da sola rende giustizia con pienezza di una teologia sempre armoniosa tra ragione e affetto. “Che cosa mai potrebbe salvarci se non l’amore?” ha chiesto ai giovani nella veglia di preghiera a Colonia, nel“2006, meditazione qui opportunamente ricordata” ponendo una domanda che fa eco a Fëdor Dostoevskij. E quando parla della Chiesa, la passione ecclesiale gli fa pronunciare parole quanto mai innervate di appartenenza e affezione: “Non siamo un centro di produzione, non siamo un’impresa finalizzata al profitto, siamo Chiesa”.

La profondità del pensiero di Joseph, che si fondava sulla Sacra Scrittura e sui Padri della Chiesa ci è di aiuto ancor oggi. Queste pagine affrontano un ventaglio di tematiche spirituali e ci sono di stimolo nel rimanere aperti all’orizzonte dell’eternità che il cristianesimo ha nel proprio dna. Quello di Benedetto XVI è e rimarrà sempre un pensiero e un magistero fecondo nel tempo, perché ha saputo concentrarsi sui riferimenti fondamentali della nostra vita cristiana: anzitutto, la persona e la parola di Gesù Cristo, inoltre le virtù teologali, ovvero la carità, la speranza, la fede. E di questo tutta la Chiesa gliene sarà grata. Per sempre.

                In Benedetto XVI una devozione incessante e un magistero illuminato si sono saldati in un’alleanza armonica. Quante volte ha parlato della bellezza con parole toccanti! Benedetto ha sempre considerato la bellezza come una strada privilegiata per aprire gli uomini e le donne al trascendente e così poter incontrare Dio, che era per lui il compito più alto e la missione più urgente della Chiesa. In particolare, la musica è stata per lui un’arte vicina con cui elevare lo spirito e l’interiorità. Ma ciò non gli faceva distogliere l’attenzione, da vero uomo di fede, alle grandi e spinose questioni del nostro tempo, osservate e analizzate con consapevole giudizio e un coraggioso spirito critico. Dall’ascolto della Scrittura, letta nella tradizione sempre viva della Chiesa, ha saputo fin da giovane attingere quella sapienza utile e indispensabile per stabilire un confronto dialogante con la cultura del proprio tempo, come queste pagine confermano.

                Ringraziamo Dio per averci donato Papa Benedetto XVI: con la sua parola e la sua testimonianza ci ha insegnato che con la riflessione, con il pensiero, lo studio, l’ascolto, il dialogo e soprattutto la preghiera è possibile servire la Chiesa e fare del bene a tutta l’umanità; ci ha offerto strumenti intellettuali vivi per permettere ad ogni credente di rendere ragione della propria speranza ricorrendo ad un modo di pensare e di comunicare che potesse essere inteso dai propri contemporanei. Il suo intento era costante: entrare in dialogo con tutti per cercare insieme le vie tramite le quali incontrare Dio.

                Questa ricerca del dialogo con la cultura del proprio tempo è sempre stato un desiderio ardente di Joseph Ratzinger: lui, da teologo prima e da pastore dopo, non si è mai confinato in una cultura solo intellettualistica, disincarnata dalla storia degli uomini e del mondo. Con il suo esempio di intellettuale ricco di amore e di entusiasmo (che etimologicamente significa essere in Dio) ci ha mostrato la possibilità che ricercare la verità è possibile, e che lasciarsene possedere è quanto di più alto lo spirito umano possa raggiungere. In tale cammino tutte le dimensioni dell’essere umano, la ragione e la fede, l’intelligenza e la spiritualità, hanno un proprio ruolo e una propria specificità.

                La pienezza della nostra esistenza, ci ha ricordato con la parola e l’esempio Benedetto XVI, si trova solo nell’incontro personale con Gesù Cristo, il Vivente, il Logos incarnato, la rivelazione piena e definitiva di Dio, che in Lui si manifesta Amore fino alla fine. Questo è il mio augurio al lettore: che possa trovare in queste pagine attraversate dalla voce appassionata e mite di un maestro di fede e di speranza la grazia di un nuovo e vivificante incontro con Gesù.

www.repubblica.it/esteri/2023/01/04/news/papa_francesco_benedetto_xvi_libro-381928684/?ref=RHCV-BG-I381533488-P1-S1-T1

Benedetto XVI, il coraggio di un Papa conservatore

La lunga vecchiaia di Joseph Ratzinger ha dimostrato quanto sia stata coraggiosa e tempestiva la scelta di rinunciare al papato il 12 febbraio del 2013. Perché quel passo indietro, che richiedeva forza d’animo intatta e perfetta lucidità, non avrebbe potuto essere fatto quando la debolezza dell’uno o dell’altra lo avrebbe reso necessario. E gli anni che hanno separato quella rinuncia dalla scomparsa dell’ex papa ormai vegliardo, dicono che senza quelle dimissioni, la chiesa cattolico-romana avrebbe avuto al suo vertice un uomo riluttante al governo, trovatosi al centro di una fase di disordine sistemico nella chiesa cattolica che non aveva precedenti dall’inizio del Cinquecento e che nel 2013 aveva visto solo l’inizio della tempesta.

Benedetto XVI – prete immacolato, teologo timido e vendicativo – era salito al papato per un accordo di un blocco conservatore di cui s’era fatto garante lo stesso Giovanni Paolo II il 6 gennaio del 2005: aveva accettato di correre per vincere e aveva vinto (contro Bergoglio). Persuaso dal Sessantotto che i mali della chiesa e del mondo venissero da quell’anno-cerniera, papa Ratzinger aveva perfetta coscienza dei processi degenerativi cresciuti nella chiesa wojtyliana. Ma era convinto di poterli dominare con i propri strumenti intellettuali: e se necessario di intimidirli, ritraendosi con lo sdegno di uno uomo candido davanti alle turpitudini, al malaffare, alle miserie morali del clero, dell’episcopato, dei movimenti, della curia. Mali che anziché spaventarsi dall’arretrare del papa, invece tendevano ad allargarsi ovunque si lasciasse loro spazio – giungendo così fino all’appartamento pontificio, dove un cameriere rubava carte e le vendeva a ricettatori protetti dalla dicitura benevola di “giornalismo d’inchiesta” e parte di un indebolimento della voce internazionale della chiesa cattolica.

In più lo scandalo dei vescovi omertosi davanti a crimini pedofili commessi da chierici poneva un problema specifico a Ratzinger. Giacché nel 1996, quando era prefetto della congregazione per la dottrina della fede, era stato lui a bloccare il tentativo dei vescovi americani di fissare delle Guidelines comuni sugli abusi, per difendere il cardinale Law che, prima di Spotlight, [attenzione, ribalta mediatica] rivendicava il diritto del singolo vescovo di decidere il da farsi (sic!). Quel veto, motivato teologicamente da una tesi sulla antecedenza ontologica della chiesa universale sulla chiesa particolare, si era rivelato tragicamente sbagliato da tutti i punti di vista: e divenuto papa, Benedetto XVI si rendeva conto che l’omertà episcopale – durata pochi decenni in più rispetto a quella della cultura borghese e di molte legislazioni novecentesche – aveva distrutto la credibilità di intere diocesi e di intere chiese in un disastro di cui il pontefice assumeva pubblicamente una responsabilità che ricadeva sul papato ed esprimeva una “vergogna” tanto sincera, quanto antipodica (totalmente opposta) rispetto alla ricerca di cause che non potevano essere ritrovate, come invece credeva lui, nel Sessantotto.

Stretto dalla morsa fra la sua riluttanza al governo e il disdoro di cui la sua cultura conservatrice non vedeva l’uscita, Benedetto XVI aveva così deciso di rinunciare al ministero petrino, coprendo con l’enormità della sua fine un papato nel quale aveva ripreso un dialogo con la chiesa in Cina e nutrito una cultura conservatrice a corto di idee proprie. E poi nei dieci anni del suo emeritato ha creato, senza bisogno di norme, una prassi perfetta per l’ex-papa: si è consegnato in una forma di arresto volontario nei domini temporali del successore, s’è imposto un silenzio a cui non era tenuto, non ha scritto se non cose brevissime e sostanzialmente ripetitive di quanto aveva già detto, ha respinto ogni tentativo di usarlo contro Francesco.

Tuttavia, tanto quanto il papato del successore è stato da subito un papato del “primo” – primo uomo dell’emisfero sud salito ad un posto di rango mondiale, primo papa gesuita, primo papa figlio di migranti, primo papa mai liberato dagli Alleati, primo ragazzo nato in una metropoli, primo papa diventato prete dopo il concilio, primo papa con una sorella divorziata, ecc. – quello di Ratzinger è stato un papato “ultimo”. Ultimo papa ad aver sognato una centralità intellettuale dell’Europa nel mondo; ultimo papa ad aver respirato da dentro l’aria del Vaticano II e cresciuto in un sistema teologico strutturato come quello tedesco; ultimo papa ad aver indossato una divisa della Seconda Guerra mondiale; ultimo papa con una relazione personale con un partito democratico-cristiano al potere. L’ultimo papa a non aver respinto l’idea di dimettersi…

Nel mondo post-bipolare l’utopia conservatrice ratzingeriana – un cattolicesimo di minoranza creativa che prepara una rinascita cristiana conservatrice per il momento in cui crollerà la dittatura del relativismo e la tirannia del desiderio – non ha trovato successo. Ma non perché un pensiero progressista lo abbia battuto in breccia, ma perché quella destra di cui sottovalutava i rancori animali, ha preso forza con i populismi e i nazional-populismi ben oltre i ricami del su moderatismo stile CSU.

Ratzinger vedeva nelle legislazioni sui diritti LGBT una cultura anti-cattolica e nelle mille teorie sul gender una ideologia unitaria: ma senza rendersi conto che la “culture war” che lui disegnava sulla carta, diventava un vero disegno di potere con varianti sostanziali nell’America di Trump, nella Germania dell’Afd, nella Francia di Le Pen, nella Russia di Putin: e il fondamentalismo familista che dopo l’elezione di Bergoglio assumerà toni sede-vacantisti (un leader politico italiano indossò la maglietta “il mio papa è Benedetto”) avrebbe usato quelle sue posizioni con un piglio che non avrebbe saputo governare.

Alberto Melloni               ispi online.it      31 dicembre 2023

www.ispionline.it/it/pubblicazione/benedetto-xvi-il-coraggio-di-un-papa-conservatore-37152

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202301/230102melloni.pdf

Benedetto XVI: la mite fermezza di un uomo di Dio che ha saputo anche criticare la chiesa

Joseph Ratzinger è stato un testimone originale della tradizione cristiana. Umanista e intellettuale, ne ha studiato i testi per metterli a confronto con la cultura contemporanea. Ma il tranquillo teologo bavarese rimane anche “uomo della chiesa”, vir ecclesiasticus come Origene, uno degli autori che ha assimilato con passione insieme all’amato Agostino. Ma un uomo della chiesa che con ferma pacatezza ha sempre saputo anche criticare un’istituzione che ha allontanato molti da Cristo. E proprio Gesù di Nazaret è al centro della sua opera ultima. Una trilogia coraggiosa che ha voluto firmare con doppio nome, il suo e quello papale, per esprimere il carattere personale e non ufficiale di questi tre libri, frutto di una lunghissima ricerca personale, non solo scientifica ma spirituale.

L’enfant prodige. Costretto ad arruolarsi diciassettenne nella Wehrmacht mentre la Germania sprofondava verso l’anno zero e catturato dagli statunitensi, reagì all’avvilimento della prigionia componendo versi in greco, con una matita su un quaderno che era riuscito a procurarsi. Come a matita per decenni ha continuato a scrivere tantissimi testi, che sono il suo lascito principale. Di livello alto ma contrassegnati come il suo parlare da limpida chiarezza, in contrasto con una grafia minuta e costellata di abbreviazioni che solo la sorella Maria prima e poi la fedelissima segretaria Birgit Wansing sapevano decifrare e trascrivere. Giovane prete, rischiò il dottorato in teologia per una tesi in odore di modernismo, ma si affermò presto come brillante enfant prodige e partecipò al concilio come consigliere dell’arcivescovo di Colonia, il cardinale Frings, un riformatore. Concilio che non ha mai rinnegato, pur preoccupato dalle fughe in avanti del dopo-concilio, contrapposto sui media al collega svizzero Hans Küng.

    Di origini modeste, è stato un aristocratico dello spirito, che dibatteva con intellettuali di prima grandezza e s’inteneriva incontrando bambini o anziani, capace di adattare a tutti il suo linguaggio e di sorprendere con ironie, a volte taglienti. La statura intellettuale e il coraggio di opporsi allo Zeitgeist, [spirito culturale dominante] postconciliare in senso deteriore, gli valsero da parte di Paolo VI la nomina ad arcivescovo di Monaco e Frisinga, con la porpora cardinalizia, a cinquant’anni, poi da parte di Giovanni Paolo II la chiamata a Roma come prefetto dell’antico Sant’Uffizio, e infine l’elezione in conclave.

La fede languente. Papa per otto anni, Benedetto XVI ha tentato di ravvivare la fede languente in molte regioni, indicandone la freschezza nei deserti di questo mondo. Di fronte a pregiudizi e caricature che lo hanno rappresentato come un freddo inquisitore, e poco sostenuto da collaboratori non all’altezza, si è caricato di colpe non sue, rivelando limiti di governo ma anche un’inflessibile determinazione di fronte al crimine degli abusi. E con il distacco dal potere, dimostrato dalla lucida rinuncia, ha confermato che lascia come eredità solo il bene seminato con mitezza nel corso di tutta la vita.

Giovanni Maria Vian, storico e giornalista, già direttore dell’Osservatore romano     “Domani” 2 gennaio 2023

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202301/230102vian.pdf

Ratzinger, tra tradizione e modernità

Professore, con la morte di Benedetto XVI scompare un protagonista assoluto della Chiesa cattolica. Teologo raffinato e uomo di grande spiritualità. Quasi tutti gli osservatori hanno scritto che era un conservatore che ha rivoluzionato la Chiesa. Condivide questo giudizio?

Le differenti valutazioni su Ratzinger dipendono non poco dal fatto che il suo pensiero ha conosciuto almeno tre fasi di sviluppo che non sono comprensibili come un processo lineare. Il giovane Ratzinger ha scritto cose effettivamente nuove o rivoluzionarie che il Ratzinger maturo e poi il Papa Benedetto ha voluto precisare e talora ritrattare. Fino al Concilio Vaticano II vi è stato un Ratzinger diverso, che proprio la esperienza postconciliare dal ’68 in poi ha profondamente cambiato.

Quali sono, secondo lei, le parole chiave che possono caratterizzare il suo pontificato?

Da pontefice Benedetto ha voluto tentare una rilettura della riforma conciliare del Vaticano II che evitasse tutte le rotture e ogni discontinuità. Questo progetto ha però indirettamente favorito le forze anticonciliari presenti nella chiesa. In un certo senso egli ha identificato il servizio alla verità come continuità della tradizione, in ogni campo. Questo ha prodotto un blocco della tradizione che si è imposto come un vero “dispositivo”.

Sappiamo che la sua teologia era una teologia della tradizione. Però la sua critica della modernità conteneva elementi di modernità o anche di postmodernità. Qualcuno ha scritto che era un “illuminista” cattolico (il richiamo nel suo testamento alla ragione e alla scienza). Condivide?

Solo parzialmente. Non vi è dubbio che il teologo Ratzinger abbia usato con finezza la ragione nel suo rapporto con la fede. Ma dopo gli inizi sorprendenti tra gli anni ‘50 e ’60, il suo ricorso alla ragione è stato piuttosto antilluministico e apologetico. Il suo argomentare approdava molto spesso a paradossi, di fronte ai quali la tradizione prevaleva per affetto, non secondo ragione.

Approfondiamo per un attimo la questione del relativismo etico-morale dell’Occidente. Un cavallo di battaglia di Ratzinger. Come va inteso questo punto?

In questo punto, che emerge bene anche dal suo testamento spirituale, Ratzinger ha messo in luce i limiti della comprensione moderna dell’uomo, del mondo e di Dio. Ma se all’inizio questa dialettica forte apriva spiragli di luce verso nuove visioni della tradizione, dopo il Concilio è diventata sempre più una forma di difesa della tradizione dal modernismo. Il moderno è diventato corruzione della tradizione, da cui difendersi.

Qual è stato il limite della sua azione pastorale?

Il limite maggiore è proprio la irrilevanza della “indole pastorale” nella teologia del Ratzinger maturo. Il che significa che la tradizione non può subire traduzioni. Qui sta il nucleo reattivo ad ogni vera riforma, che viene letta come perdita della verità, la cui sostanza non permette rivestimenti nuovi. La storia, nella teologia di Ratzinger, non ha alcuno spessore.

L’inedita coabitazione, forse il termine non è corretto, con Papa Francesco ha portato qualcuno ad immaginare conflitti tra le due personalità così diverse. Ve ne sono stati?

Non conflitti. Ma discontinuità. Anzitutto nel rapporto col Vaticano II, di cui Benedetto è padre, mentre Francesco è figlio. Questo cambia tutto, in primo luogo liberando Francesco da ogni senso di colpa.

Quanto c’è di Ratzinger in Francesco?

Dal punto di vista teologico poco. Forse la maggiore continuità sta nella concezione del ministero.

Qual è la sua eredità più grande?

La eredità maggiore sta nella lucida presa d’atto che un progetto di reazione al Concilio Vaticano II nei termini limitati di una apologetica antimodernista non poteva avere successo. Aver rinunciato all’esercizio del ministero petrino è stato il punto più alto di una nuova consapevolezza, maturata faticosamente e onestamente anche contro se stesso, come appare evidente dal tono assai diverso che emerge dal testamento spirituale.

Intervista ad Andrea Grillo Pierluigi Mele           “rainews.it”       2 gennaio 2023

www.rainews.it/articoli/2023/01/joseph-ratzinger-tra-tradizione-e-modernita–intervista-ad-andrea-grillo-0d69c8cf-959b-4eca-9747-d969928dd9e1.html

I tre papi Il profilo politico di Ratzinger, schiacciato da quelli di Wojtyla e Bergoglio

A differenza di Giovanni Paolo II e di Francesco, Benedetto XVI ha alienato la Chiesa dalla comprensione dei più foschi segni dei tempi (come dimostra il putinismo e il trumpismo dei politici ratzingeriani)

In queste ore, nella commozione per la sua morte, e nella devozione un po’ conformistica che la stampa è solita tributare a un grande che se ne va, il florilegio dei commiati al papa emerito Benedetto XVI converge su una serie di caratteristiche particolari e oggettivamente eminenti di Joseph Ratzinger, che portarono un teologo puro ad assurgere al soglio di Pietro e un intellettuale conciliare non pentito a diventare custode e difensore del tradizionalismo dottrinario e, nel contempo, a stupire il mondo con lo scandalo della grande rinuncia e con un atto definitivo di secolarizzazione dell’istituzione papale.

                Da questi ricordi, esce un profilo più complesso e sfaccettato di quello caro ai suoi più devoti sostenitori e più acerrimi nemici, in particolare sui temi dell’esperienza e dell’organizzazione ecclesiale e del rapporto tra verità dottrinarie e impegno pastorale. Alla Chiesa che ha governato per otto anni e a cui ha tentato inutilmente di dare la sua impronta, Benedetto evidentemente non pensava come a una caserma e a dimostrarlo basterebbe il rovescio dell’ideale della collegialità in quel correntismo clericale, che scatenò l’inferno di Vatileaks e che di fatto lo costrinse alle dimissioni.

                Molta meno attenzione nei ricordi di Benedetto XVI si è però riservata al suo profilo pubblico e politico e al segno – per dirla in modo molto semplicistico – che egli ha cercato di imporre ai rapporti tra la storia della Chiesa e quella del mondo. Su questo piano – anzi mi permetto di dire: essenzialmente su questo piano – la figura di Benedetto XVI risulta schiacciata e (sia detto con laico rispetto) perdente di fronte a quelle di Giovanni Paolo II e di Francesco, due papi non solo più carismatici e “barbarici” di lui, ma soprattutto due vescovi non italiani di passaporto e non romani di esperienza ecclesiale e quindi, anche per questo, più capaci di leggere i segni profetici dei tempi e di pensare e vivere la Chiesa fuori dalle colonne d’Ercole del potere vaticano.

                Quando nel 1978 diventa Papa, Karol Wojtyla non prosegue, ma sovverte il canone fondamentale della Ostpolitik della Santa Sede, fondato sulla dolorosa necessità di convivenza e di compromesso con le leadership comuniste del blocco sovietico e decide che il ruolo della Chiesa non poteva limitarsi alla denuncia degli orrori e degli errori del comunismo sul piano religioso, ma doveva cercare il ribaltamento del potere comunista nell’Europa prigioniera di Mosca. La riuscita di questo piano di certo non è solo legata al cambiamento di rotta dalla Chiesa, ma avviene sulla spinta di un pontificato che aveva subordinato la diplomazia vaticana alla politica ecclesiastica e alla politica cattolica tout court.

                Quando Ratzinger succede a Wojtyla, di cui non aveva condiviso gli esiti potenzialmente sincretistici del dialogo interreligioso, la sua Chiesa si impegna essenzialmente in una missione di denuncia dei pericoli del relativismo, sia per la salvezza della Chiesa che per quella del mondo. In questi termini e con questo programma di fatto annuncia la sua candidatura a succedere a Wojtyla nell’omelia che pronuncia da decano del collegio cardinalizio durante la Missa pro eligendo Romano Pontifice il 18 aprile 2005, il giorno prima di essere eletto Papa. In questa denuncia, il comunismo sta esattamente sullo stesso piano del liberalismo e l’ateismo politico su quello dell’agnosticismo filosofico. Volti diversi dello stesso male. Tutto questo non solo portò a identificare «valori politicamente non negoziabili» in larga misura coincidenti con quelli della morale sessuale e familiare della Chiesa e a far coincidere, nella pubblicistica più corriva, l’antropologia cristiana con la bioetica proibizionistica, ma soprattutto alienò anche la Chiesa dalla comprensione dei più foschi segni dei tempi, che già si addensavano nel cielo del mondo libero e che di lì a qualche anno avrebbero portato, giusto per fare un esempio concreto, auto-dichiarati politici ratzingeriani a identificare in Vladimir Putin e in Donald Trump, in Viktor Orban e in Jair Bolsonaro dei veri e propri defensores fidei.

                Non era ovviamente questo il proposito di Ratzinger, ma questo è stato il ratzingerismo reale, per cui ancora pochi anni fa il cardinale Camillo Ruini, flirtando con il sovranismo più volgare, invitò pubblicamente la Chiesa di Bergoglio a dialogare con Matteo Salvini e a interpretare il suo rosario talismano come una reazione contro il politicamente corretto.

                Sarebbe bello pensare che il passaggio di consegne tra Ratzinger e Bergoglio sia avvenuto come nel film d’invenzione “I due Papi” di Fernando Meirelles, che racconta del loro rapporto, del legame tra due personalità diverse e alternative e della decisione di Ratzinger di guidare nella sostanza l’auto-ribaltamento della Chiesa e la sua consegna a un pontefice che più lontano da lui non si sarebbe potuto pensare. In ogni caso, che ci sia o meno lo zampino di Benedetto XVI, quel che è vero è che Papa Francesco torna a fare della Chiesa, come fece Wojtyla, anche se con un programma del tutto diverso, un centro di ambizioni politicamente universali.

                La sua Chiesa “ospedale da campo dell’umanità”, con le sue istanze elementari di riconoscimento e rispetto della sofferenza umana, come segno di concreta partecipazione al mistero della Croce, non è dottrinariamente così lontana da quella di Ratzinger. Ad essere totalmente diversa è la sua proiezione e l’agenda delle priorità politiche. È abbastanza grottesco contrapporre un Ratzinger rigido e cattivo a un Bergoglio tenero e buono, quando tutto dimostra che è il secondo ad avere avuto più esperienza e mestiere con le durezze del potere vaticano e sempre il secondo ad essere inciampato in uscite di imbarazzante insensibilità (memorabile è il «se uno mi offende la madre gli do un pugno», all’indomani del massacro di Charlie Hebdo).

                È invece realistico contrapporre l’immagine di un Benedetto XVI perso nei labirinti della curia romana a battagliare contro i fantasmi del relativismo, e quella di un Francesco in presa diretta con le urgenze della sua Chiesa derelitta e terzomondiale e consapevole di dovere sfuggire l’abbraccio mortale del nazionalismo religioso di fronte agli sconvolgimenti demografici globali e alla oggettiva trasformazione dell’identità cattolica, da collante del potere del Nord del mondo, a interprete delle angosce e delle speranze di un Sud non più terra di missione, ma serbatoio di fedeli e vocazioni.

Carmelo Palma                                                “linkiesta”                         3 gennaio 2023

linkiesta.it/2023/01/papa-ratzinger-woytila-bergoglio

Le dimissioni di Benedetto XVI, il gesto che ha portato la Chiesa nella modernità

L’11 febbraio 2013 l’annuncio che cambiò la storia. È l’assoluto che per la prima volta nella storia moderna della Chiesa si trova a dover fare i conti con il relativo

                Se nel conclave che deve eleggere il nuovo Papa soffia sapiente lo Spirito Santo, nel giorno delle dimissioni di Benedetto XVI dal trono di Pietro spirava invece il vento impetuoso della modernità, spalancando i sacri palazzi nello stupore del contemporaneo che fa irruzione in un’istituzione vecchia di due millenni. È un lunedì di febbraio nel 2013, l’11 mattina: i cardinali presenti a Roma si riuniscono in un Concistoro ordinario, che deve procedere alla canonizzazione dei martiri di Otranto. Ma quando tutto sembra concluso, Joseph Ratzinger non si alza dalla poltrona, e con un cenno invita tutti a restare al loro posto: “Non vi ho convocati solo per le tre canonizzazioni, ma anche per comunicarvi una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa”.

Nelle sue mani compare un foglio, e il Papa comincia a leggere in latino. Solo tre persone in tutto il Vaticano sanno cosa Benedetto sta per annunciare. Ignari, i porporati ascoltano. Ma quando sentono il Papa pronunciare la formula “Ingravescente ætate…” si scuotono. L’età avanzata: sono le due parole che danno inizio al motu proprio con cui Paolo VI nel 1970 ha disposto che i cardinali devono dimettersi a 75 anni, e non possono più partecipare al conclave a 80.

Ma adesso il Papa parla della sua età, delle energie che scemano di giorno in giorno: cosa sta succedendo? “Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio – rivela Ratzingersono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino”.

Benedetto XVI, le reazioni alle dimissioni. “Non sapevo nulla, sono rimasto attonito, stupefatto”, racconterà il cardinal Camillo Ruini, che è stato Capo dei vescovi italiani. Dal Vaticano la sorpresa si allarga al mondo, davanti allo spettacolo inedito dell’umano che chiede al divino di fare i conti con la sua fragilità, negli anni della vecchiaia.

                Erano 598 anni che un pontefice non si dimetteva, dalla rinuncia di Gregorio XII nel 1415. E addirittura 719 anni separano l’abbandono di Ratzinger da quello famoso nel dicembre 1294 di Celestino V, il Papa del “gran rifiuto”. A qualcuno viene in mente che visitando L’Aquila dopo il terremoto, nel 2009, Benedetto si tolse il sacro pallio simbolo dell’agnello portato in spalla dal Buon Pastore e lo depose sulla teca di Celestino, in segno di devozione e di comunione che adesso sembra più una profezia.

                Dunque Ratzinger ragionava da tempo sull’abdicazione? In realtà il Papa davanti ai cardinali introduce un elemento di novità nell’analisi della sua missione sacra che dev’essere compiuta con le parole e con le opere, “patiendo et orando”, con la sofferenza e la preghiera. Tuttavia questo non basta più: “Nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di San Pietro e annunciare il Vangelo è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo”. Questa forza – spiega Benedetto – “negli ultimi mesi in me è diminuita in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato. Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà dichiaro di rinunciare al ministero di vescovo di Roma, successore di Pietro”.

Papa Benedetto XVI: l’assoluto e il relativo. Nell’orizzonte spirituale perfetto del vicario di Cristo entra così l’elemento profano e corruttibile del corpo, e con la materialità del rapporto tra la forza e il dovere si affaccia la coscienza del limite. È l’assoluto che per la prima volta nella storia moderna della Chiesa si trova a dover fare i conti con il relativo. La debolezza dell’”ingravescente ætate” obbliga la coscienza individuale del Papa a fare i conti dell’esercizio della sua missione universale. La fragilità della vecchiaia domina la scena e reclama considerazione, di fronte al peso della responsabilità che le forze declinanti non riescono più a reggere. E infine la razionalità a cui Ratzinger si è sempre richiamato, anche nella fede, prende atto di una debolezza divenuta soverchiante, la rende pubblica e la trasforma in un atto politico, da cui nasce il disegno dell’abbandono.

Gli scandali del regno breve di Benedetto XVI.

Sullo spirito esausto hanno certamente pesato gli scandali protagonisti del regno breve di Benedetto. La vergogna della pedofilia e degli abusi sessuali, la lobby gay, il clamore di Vatlileaks col corvo che volava nelle sacre stanze dell’Appartamento per impadronirsi dei documenti più riservati e segreti, confermando il clima avvelenato del Vaticano, dove la Curia ha resistito a ogni tentativo di riforma. Si è parlato di carte trafugate e non rese pubbliche, di ricatto nei confronti del Papa, per spingerlo ad andarsene, anche se Paolo Gabriele, il maggiordomo del furto, ha detto che con le sue rivelazioni voleva in realtà aiutare Ratzinger nella sua azione di rinnovamento. Più probabile che l’ondata di scandali e il livello delle resistenze abbiano trasmesso a Ratzinger una sensazione di perdita del controllo, di declino della potestà materiale sul Vaticano, di governo nel vuoto: un sentimento di fine regno.

Non potendo governare questo dubbio supremo su se stesso, lo ha superato con l’accettazione della propria inadeguatezza, portandola a coincidere con la maestà sovrana del pontificato, fino a prevalere, rivelando a tutti che anche il custode delle chiavi di Pietro, con cui serra cielo e terra, può incontrare un limite. Per arrivare fin qui, alla denuncia della propria inermità, Benedetto ha dovuto confrontarsi con la scelta opposta di Giovanni Paolo II che ha accettato fino all’ultimo la sofferenza fisica come una testimonianza di affidamento alla volontà divina, fedele al motto che si era scelto, “Totus tuus”. Ma è molto probabile che il teologo Ratzinger abbia posto a se stesso un interrogativo in più, e cioè se l’uomo può autonomamente deviare il disegno divino che lo aveva prescelto per guidare la Chiesa. “Perinde ac cadaver”? Non è scritto da nessuna parte che il Papa debba regnare fino alla morte portando la sua obbedienza all’estremo. La designazione al pontificato è collegiale, l’abbandono è individuale, deciso nella coscienza del singolo.

                Mentre si spogliava dei paramenti sacri, la tiara, l’anello piscatorio, come i Papi delle origini che dopo la morte venivano denudati sulla paglia, l’uomo Ratzinger è riemerso dall’ affresco regale di Benedetto XVI: estenuato e consumato, però autonomo e umano nel condividere la “gravità” della sua decisione e il “peso” del ministero coi “fratelli cardinali” a cui ha chiesto infine “perdono per tutti i miei difetti”.

Le dimissioni di Ratzinger, l’inizio dell’era moderna della Chiesa. Su quel gesto si è chiuso un pontificato (il 265°) e si è aperta l’era moderna nella Chiesa, dove il Papa può anche essere a tempo, quindi scelto in base alle caratteristiche specifiche e particolari del momento più che dell’epoca. Per questo salto occorreva che il priore si facesse abate, che trovasse laicamente nella debolezza umana l’ultima riserva inattesa di forza, e che tutto avvenisse nel baleno di quel “fulmine a ciel sereno” denunciato dal cardinal Sodano, decano del Sacro Collegio, in risposta all’annuncio di Benedetto. Con un’eco nel bagliore della realtà, quel pomeriggio, quando un vero lampo si è abbattuto sulla cupola di San Pietro, come se ci fosse ancora bisogno di un segno mentre Joseph Ratzinger, dopo l’abdicazione di Benedetto, ritornava a camminare nel secolo: fino a ieri.

Ezio Mauro        La Repubblica                   02 gennaio 2023

www.repubblica.it/cronaca/2022/12/31/news/dimissioni_papa_benedetto_xvi_ratzinger-381484012/?ref=drla-f-2

Quello che non avevamo capito di papa Ratzinger

«Ringrazio prima di ogni altro Dio stesso, il dispensatore di ogni buon dono, che mi ha donato la vita e mi ha guidato attraverso vari momenti di confusione; rialzandomi sempre ogni volta che incominciavo a scivolare e donandomi sempre di nuovo la luce del suo volto. Retrospettivamente vedo e capisco che anche i tratti bui e faticosi di questo cammino sono stati per la mia salvezza e che proprio in essi Egli mi ha guidato bene».

Sono le parole iniziali del testamento spirituale di Joseph Ratzinger, diffuse dal Vaticano la sera del 31 dicembre, poche ore dopo la sua morte, mentre Francesco, il suo successore come Vicario di Cristo in terra, si concedeva un bagno di folla nella piazza San Pietro piena di fedeli e soprattutto di turisti ignari, quasi a voler rassicurare che Roma non era rimasta senza papa. Confusione, scivoli, fatica, buio sono le parole che il papa emerito oggi scomparso consegna al momento del trapasso terreno, scritte il 29 agosto 2006, dopo sedici mesi di pontificato, quando una fine traumatica non era neppure immaginabile. Sono state il segno di un percorso umano e intellettuale e il tratto di un papa entrato nella storia per un gesto, il suo gesto. Di umiltà, di ammissione di inadeguatezza, di fragilità del potere, di ogni potere, compreso quello di origine divina.

Perché il papa, per il credente, è il successore di Pietro, il pescatore che alla domanda di Gesù: Volete andarvene anche voi?», risponde di impulso: «Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna». La roccia su cui è costruita la Chiesa fondata da Cristo, il garante che quando il Figlio dell’Uomo tornerà sulla terra troverà ancora la fede. Ma è anche l’uomo chiamato a reggere di fronte alla domanda terribile che Gesù consegna ai suoi discepoli, tramandata dal vangelo di Luca: «Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?». Una domanda che tormentava il papa che aveva nominato Ratzinger cardinale, Giovanni Battista

Montini, Paolo VI, aveva affidato la sua inquietudine all’amico filosofo Jean Guitton: «C’è un grande turbamento in questo momento nel mondo e nella Chiesa, e ciò che è in questione è la fede…Ciò che mi colpisce, quando considero il mondo cattolico, è che all’interno del cattolicesimo sembra talvolta predominare un pensiero di tipo non cattolico…».

                Le onde del relativismo. La roccia su cui è costruita la Chiesa fondata da Cristo, il garante che quando il Figlio dell’Uomo tornerà sulla terra troverà ancora la fede. Ma è anche l’uomo chiamato a reggere di fronte alla domanda terribile che Gesù consegna ai suoi discepoli, tramandata dal vangelo di Luca: «Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?». Una domanda che tormentava il papa che aveva nominato Ratzinger cardinale, Giovanni Battista Montini, Paolo VI, aveva affidato la sua inquietudine all’amico filosofo Jean Guitton: «C’è un grande turbamento in questo momento nel mondo e nella Chiesa, e ciò che è in questione è la fede… Ciò che mi colpisce, quando considero il mondo cattolico, è che all’interno del cattolicesimo sembra talvolta predominare un pensiero di tipo non cattolico...».

Il cardinale tedesco, in quel momento decano del Sacro collegio, aveva usato parole inaudite, ventiquattro ore prima di essere eletto papa: «   Quanti venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni, quante correnti ideologiche, quante mode del pensiero… La piccola barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata da queste onde – gettata da un estremo all’altro: dal marxismo al liberalismo, fino al libertinismo, dal collettivismo all’individualismo radicale, dall’ateismo ad un vago misticismo religioso, dall’agnosticismo al sincretismo e così via… Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene etichettato come fondamentalismo. Mentre il lasciarsi portare “qua e là da qualsiasi vento di dottrina”, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie».

Ventiquattro ore dopo si era affacciato dalla loggia della basilica di San Pietro con le maniche nere del prete di campagna sotto la veste bianca, il papa Benedetto XVI. Otto anni dopo, il 10 febbraio 2013, al momento di lasciare il papato, Ratzinger tornò sull’immagine della barca: «Nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato».

Quasi che, nel frattempo, avessero prevalso le onde. Di certo il progetto si era dolorosamente incagliato. E la barca rischiava di infrangersi sugli scogli. Nel conclave del 2005 la maggioranza dei cardinali aveva eletto papa il prefetto della congregazione per la Dottrina della fede, il severo custode dell’ortodossia. Un’elezione festeggiata dagli intellettuali teo-con di mezzo mondo, in Italia dal Foglio di Giuliano Ferrara e dal presidente del Senato Marcello Pera che ieri ha celebrato Ratzinger con una veste riduttiva, «l’ultimo difensore della civiltà occidentale». Immaginavano per la Chiesa un recupero di orgoglio, la rivendicazione del suo ruolo guida della cultura occidentale, perché era in Occidente, in Europa, in Italia che si dovevano combattere e sconfiggere i nemici vecchi e nuovi.

I lupi dentro la chiesa. Nel 1990 mi era capitato da studente, durante un dibattito alla cappella dell’università romana La Sapienza, di fare all’allora cardinale Ratzinger prefetto della congregazione per la Dottrina della fede, una domanda sul credo cristiano, per distinguere ciò che è essenziale e richiede unità da quello che invece è contingente e ammette divisioni: ad esempio in politica o nella morale. La risposta del cardinale Ratzinger, in sintesi, era stata che di essenziale nella fede c’era solo la persona di Cristo tramandata dai Vangeli, che in questi era prevista l’autorità della Chiesa, e che nell’autorità della Chiesa era compresa la sua funzione di guida in morale e politica. Una risposta in linea con il prefetto che correggeva e puniva i teologi della Liberazione. E che nel 2002 aveva firmato la nota «circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica», in cui si affermava: «Sarebbe un errore confondere la giusta autonomia che i cattolici in politica debbono assumere con la rivendicazione di un principio che prescinde dall’insegnamento morale e sociale della Chiesa». L’autonomia dei laici era limitata, dal magistero della Chiesa, fortificato dalla tradizione, che invece non ammetteva limiti di azione.

Ma oggi sappiamo, grazie alla pubblicazione del testamento di papa Benedetto XVI, che con lucidità cristiana il custode dell’ortodossia divenuto successore dell’apostolo Pietro aveva intuito che non bastava più l’acciaio della tradizione. «Ho vissuto le trasformazioni delle scienze naturali sin da tempi lontani e ho potuto constatare come, al contrario, siano svanite apparenti certezze contro la fede, dimostrandosi essere non scienza, ma interpretazioni filosofiche solo apparentemente spettanti alla scienza; così come, d’altronde, è nel dialogo con le scienze naturali che anche la fede ha imparato a comprendere meglio il limite della portata delle sue affermazioni, e dunque la sua specificità».

Il senso del limite, anche della fede. Il senso del relativo, dunque. Il passaggio più sorprendente che ha attraversato tutto il pontificato di Joseph Ratzinger. Fino all’estremo gesto di secolarizzazione del papato, di de-sacralizzazione del Vicario di Cristo, il riconoscimento di una inadeguatezza, rispetto alla barca in tempesta, agitata dall’esterno e ancor più dall’interno.  «Pregate per me, perché io non fugga, per paura, davanti ai lupi», disse già nella sua prima omelia papale, il 24 aprile 2005. Quasi l’opposto del grido di papa Wojtyla nella stessa piazza, 27 anni prima: il papa slavo, il papa polacco previsto un secolo e mezzo prima dal poeta Slowacky, «fratello del popolo, che non fuggirà davanti alle spade», che non aveva paura. Il 3 ottobre 2005, sei mesi dopo la sua elezione, il papa Ratzinger si era rivolto al Sinodo dei vescovi chiedendo aiuto: «Una delle funzioni della collegialità è aiutare a conoscere le lacune che noi stessi non vogliamo vedere. Quando uno è disperato, non vede come andare avanti, ha bisogno della consolazione, che qualcuno sia con lui, dia coraggio, faccia il ruolo dello Spirito Santo consolatore… Se non condividendo insieme la fede, come possiamo fare ciò?». Una richiesta di soccorso, non condivisa. Il «mite pastore che non indietreggia davanti ai lupi», lo aveva definito l’ “Osservatore Romano” nel febbraio 2012, un anno prima delle sue dimissioni.

I lupi più pericolosi, i più feroci, erano all’interno della Chiesa. Nel cuore dell’apparato ecclesiastico il relativismo, «il lasciare come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie», come aveva detto Ratzinger, aveva assunto il volto demoniaco della pedofilia, il culto di Mammona, il carrierismo clericale, un cumulo di meschinità, una bassa cucina politicante. E un messaggio cristiano sempre più lontano dalle persone comuni, uomini e donne alle prese con la loro sofferente quotidianità. Abbandonate alla confusione, agli scivoli, alla fatica, al buio, senza il barlume di una fede, o della fede, a illuminare il cammino. Le sue dimissioni sono sembrate arrivare alla fine di una dolorosa persecuzione, come immaginato in un suo racconto da Graham Greene: nel mondo era rimasto un solo cristiano, il papa. Un vecchio che non ricordava nulla del suo passato, trascinato davanti al plotone d’esecuzione. Ma mentre stava per essere fucilato aveva alzato un bicchiere di vino e salutato i suoi aguzzini in una lingua che ormai nessuno capiva più: «Corpus domini nostri…»

Lo scandalo del maledice Il gesto delle dimissioni di Joseph Ratzinger, papa Benedetto XVI, è stato scandaloso, non nel senso dei piccoli scandali di cronaca giornalistica, ma lo scandalo nel senso di cui parla Romano Guardini in L’essenza del cristianesimo : «Una determinata presa di posizione nei riguardi del valore salvifico che si presenta quando questo si fa innanzi non in astratto, ma in forma concreta». Lo scandalo della fragilità della guida, degli apparati, delle strutture, del potere dell’uomo, arrivato nel cuore della cristianità proprio dal vertice di quella istituzione bimillenaria che ha fondato l’Europa, l’Occidente (le radici) e che ha attraversato gli oceani, fino ai confini estremi, al punto di portare come successore un papa venuto quasi dalla fine del mondo. Un gesto scandaloso, il dimettersi, il lasciare il potere, un gesto apocalittico, tanto più perché avvenuto all’inizio del decennio delle leadership politiche che si auto-proclamavano forti e inflessibili, tanto più perché unte dal signore della sovranità popolare, mentre, invece, il balcone restava vuoto e si consumava la stagione dell’impotenza del potere. Leadership in rapporto problematico con la verità.

La verità che – ha insegnato il professor Ratzinger – non si possiede ma ti possiede, è ricerca, tensione, metodo critico. Ripetuto nel suo testamento: «Sono ormai sessant’anni che accompagno il cammino della Teologia, in particolare delle Scienze bibliche, e con il susseguirsi delle diverse generazioni ho visto crollare tesi che sembravano incrollabili, dimostrandosi essere semplici ipotesi: la generazione liberale (Harnack, Jülicher ecc.), la generazione esistenzialista (Bultmann ecc.), la generazione marxista. Ho visto e vedo come dal groviglio delle ipotesi sia emersa ed emerga nuovamente la ragionevolezza della fede. Gesù Cristo è veramente la via, la verità e la vita — e la Chiesa, con tutte le sue insufficienze, è veramente il Suo corpo». Solo una fede che è sottoposta a critica e dubbio può emergere dal groviglio.

Una lezione che oggi risalta di fronte al corpo spoglio del primo papa emerito della storia, il primo che avrà i funerali celebrati dal suo successore. I l corpo del papa che, lo ha insegnato Agostino Paravicini Bagliani, dopo la morte è per tradizione sottoposto a un percorso di umiliazione, simbolo di caducità, destinato a tornare polvere. Il mysterium iniquitatis, il mistero del male, è il vero scandalo del mondo, anche in questo inizio 2023: il mistero delle guerre, dell’uomo che uccide il fratello, non eliminato dalla faccia della terra da duemila anni di cristianesimo. «Il dogma del fallimento del cristianesimo nella storia del mondo», di cui scrisse Sergio Quinzio, è forse il segreto racchiuso nella parabola terrena di Joseph Ratzinger, perché solo nel fallimento per il cristiano c’è la soglia della rinascita, della resurrezione.

Vale anche per le nostre società laiche: un movimento di smarrimento e di svuotamento, l’opposto degli integralismi religiosi e politici. Solo nel ritrarsi, nel silenzio, può avanzare la storia di liberazione degli uomini e delle donne nel mondo, si può superare il vuoto soffocante del presente di cui sono ammalate le nostre società. Solo così ci sarà la possibilità di superare il buio, senza avere paura dei lupi.

 Marco Damilano                            “Domani”           2 gennaio 2023

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Mettendo al centro la dignità umana superò il divario tra principi e regole

Nell’enciclica “Caritas in veritate” suggerì come ripensare l’economia globale e i suoi fini la promozione dei diritti umani fu per lui la strategia più efficace contro le disuguaglianze.

www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/encyclicals/documents/hf_ben-xvi_enc_20090629_caritas-in-veritate.html

Benedetto XVI puntò sulla giustizia e il riconoscimento dei diritti della persona per consolidare la speranza di pace nel mondo. La centralità della dignità e della libertà della persona è la chiave di ogni approccio etico o giuridico al tema dei diritti fondamentali; neppure un pensiero di sponda laica può abbandonare un polo di riferimento unitario o alcuni essenziali precetti universali, per gestire e fronteggiare le emergenze. Il “paradosso” denunciato da Benedetto XVI, secondo cui in ambito internazionale esiste una subordinazione alle decisioni di pochi, è il nervo scoperto della comunità internazionale: la contraddizione di un mondo globalizzato con la democrazia sulle labbra e le oligarchie nel cuore. Il concetto di democrazia ha raggiunto la perfezione teorica; ma la pratica di una vera democrazia tra le nazioni resta una chimera.

Ricordo queste parole del Pontefice in occasione di una udienza che egli mi accordò, con carattere privato e familiare, il 9 gennaio 2009 in occasione del mio congedo dalla Corte costituzionale. Fu un’occasione irripetibile in cui ebbi il privilegio di dialogare con lui – come allievo con un maestro – sul tema del difficile rapporto fra principi e regole. La scelta del nome di Benedetto XVI – sulle orme di Benedetto XV che definì la prima guerra del secolo una «inutile strage» – era particolarmente significativa per un Pontefice tedesco che – come lui stesso ebbe a ricordare – succedeva a uno polacco, a sessant’anni dalla fine di una guerra la cui barbarie avevano conosciuto, entrambi giovani, su fronti avversi.

In una lectio tenuta al Senato della Repubblica italiana nel 2004 il futuro Papa Benedetto XVI aveva affermato come «mettere per iscritto» i valori di pari dignità delle persone, di libertà, eguaglianza e solidarietà accanto ai princìpi fondamentali della democrazia e dello stato di diritto, configurasse un’immagine, un’opzione morale e un’idea di diritto «non scontate, bensì qualificanti l’identità dell’Europa». Dunque, una pace costruita sulla centralità della dignità della persona, ma anche sull’architrave dello Stato democratico di diritto. Nel pensiero del Pontefice, la giustizia appare a sua volta inscindibile dal rispetto dei diritti fondamentali e delle garanzie della persona umana, intesi quali «misura del bene comune», come affermato da Benedetto XVI in un discorso alle Nazioni Unite del 2008. La promozione dei diritti umani resta la strategia più efficace per eliminare le disuguaglianze fra Paesi e gruppi sociali e quindi per garantire la pace. Non c’è pace senza eguale garanzia – interna e internazionale – dei diritti fondamentali: su questo punto, la coscienza morale espressa dalla Chiesa

nello scenario del mondo è di fondamentale importanza, anche per i laici.

La successiva enciclica Caritas in veritate suggerisce una risposta anche laica, di metodo, e supera la sterile alternativa tra l’eccesso di regole spesso sorde ai princìpi e la riaffermazione di princìpi, improduttivi in assenza di regole. La crisi di allora, ulteriormente degenerata in quella attuale e sfociata nella pandemia e nella guerra, è anche una crisi di regole: insufficienti, soprattutto a livello globale e sovranazionale; non applicate laddove esistono; delegittimate dal fallimento dei miti del mercato e della “deregulation”. Occorre il coraggio di passare dalla riflessione sulle regole a quella sui princìpi dai quali muovere e sui valori a cui tendere; la crisi rappresenta un’occasione preziosa per farlo. Tuttavia non basta elaborare e condividere princìpi per risolvere i problemi; occorre individuare chi – a livello globale – abbia il potere di fissare le regole che ne discendono e la forza per applicarle; e chi sia il giudice che possa farle rispettare ovvero sanzionarne le violazioni.

La Caritas in veritate, in questa prospettiva, ha offerto un contributo fondamentale per superare contraddizioni e lacune nel rapporto fra princìpi e regole. Un contributo anche “laico”, che concorre al principio di laicità così come viene formulato dalla Costituzione italiana e reso esplicito dalla Corte costituzionale nel 1989 dopo la modifica concordataria del 1984: la ricerca di elementi di condivisione, il rispetto reciproco, il dialogo, la consapevolezza laica del rilievo della dimensione religiosa nello sviluppo umano integrale. In sintesi quella enciclica suggerisce – e la crisi impone – sempre più un ripensamento globale dell’economia, dei suoi fini e delle sue regole, partendo dalla consapevolezza che i costi umani, prima o poi, diventano inevitabilmente economici, e viceversa. Inoltre l’enciclica propone un metodo fondamentale: il rifiuto della logica settoriale, della contrapposizione tra economia, politica e finanza; tra pubblico, privato e sociale. La parola-chiave del testo di Benedetto XVI appare la dignità umana, nel suo duplice e convergente significato universale e particolare. Un messaggio questo che è anticipato, benché non sempre compreso, dalla Costituzione italiana, ancora e sempre profondamente attuale.

Per questo, come persona formata al difficile rapporto fra principi e regole, sono profondamente grato alla testimonianza e all’insegnamento di Benedetto XVI. Non ho né la preparazione né la legittimazione per esprimere valutazioni da altri autorevolmente formulate sulla “paura” del confronto tra fede e alcune scienze; né per esprimere una valutazione sul modo con cui il cardinal Ratzinger esercitò il suo incarico di prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. Preferisco ricordare con gratitudine l’insegnamento di Benedetto XVI sulla pari dignità fra tutti, popoli e persone, ed il legame ideale che colgo fra esso ed alcuni “principi fondamentali” richiamati dal capo dello Stato con fermezza pari alla chiarezza, negli auguri per l’anno nuovo al popolo italiano.

Giovanni Maria Flick   “La Stampa” del 4 gennaio 2023

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Luci e ombre. Il complesso pontificato di Papa Benedetto XVI e la sua eredità spirituale

Secondo il vicario apostolico d’Istanbul Massimiliano Palinuro, Ratzinger «ha insegnato alla Chiesa che non si può inseguire la popolarità a tutti i costi, svendendo il tesoro della verità». Per Paolo Gamberini, «lo spirito innovativo dominato dall’enfant terrible della coscienza individuale, è coesistito con quello premoderno dell’autoritarismo». Mentre per Salvatore Maria Perrella, il suo più grande limite è di non aver mai cessato di essere un professore.

                La morte di Benedetto XVI, avvenuta sabato 31 dicembre ha riacceso i riflettori sulla figura del teologo Joseph Ratzinger che, da professore in diverse università tedesche e perito al Vaticano II, sarebbe successivamente divenuto cardinale arcivescovo di Monaco e Frisinga (1977-1981), prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede (1981-2005), 264° successore di Pietro (2005-2013) e, a seguito delle epocali dimissioni annunciate l’11 febbraio 2013, Papa emerito. E così, mentre dall’altrieri la sua salma è esposta in San Pietro all’omaggio di fedeli e visitatori, continua a fervere su di lui un dibattito dai toni estremizzati, in cui, come già accennato su Linkiesta, a incondizionati osanna si accompagnano spietati crucifige.

www.linkiesta.it/2022/12/benedetto-xvi-papa-teologo-chi-era

Nell’ottica di ulteriore approfondimento della complessa figura di Benedetto XVI presentiamo oggi i punti di vista differenziati di tre figure di rilievo, che hanno avuto modo di collaborare direttamente con Ratzinger o sono comunque profondi conoscitori del suo pensiero: Massimiliano Palinuro, Paolo Gamberini, Salvatore Maria Perrella.

                Già docente di Nuovo Testamento e professore incaricato di Filologia greca neotestamentaria a Napoli presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia meridionale, Massimiliano Palinuro è dal 14 settembre 2021 vicario apostolico di Istanbul e amministratore apostolico dell’esarcato di Costantinopoli. Il giovane e dotto  vescovo – compirà 49 anni in giugno –, che, prima di essere scelto da Papa Francesco per un incarico di particolare delicatezza e grande prestigio, è stato per dieci anni missionario fidei donum in Turchia, parte da una premessa di fondo nell’esprimere a Linkiesta la sua articolata riflessione

: «Quando si cerca d’ingabbiare una personalità del calibro di Benedetto XVI con etichette di tipo ideologico quale conservatore o tradizionalista, si commette una gravissima riduzione. Ma si dimentica soprattutto che la verità è carità ed espressione della misericordia, come ci ricorda il versetto del Salmo 80 (11): Misericordia e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno».

                Il presule è d’altra parte consapevole come «in certi ambienti della Chiesa la fedeltà alla verità, al dato rivelato, venga utilizzata spesso contro la persona e a prescindere dalla dignità della persona. Questo è alla base del fanatismo e del radicalismo, prodotti da ogni presunta possessione della verità. Ma esiste una proclamazione della verità nella carità, che è specifica della verità di Cristo stesso e di cui il grande Papa Benedetto XVI ha dato prova». A suo parere Joseph Ratzinger, «durante l’intero pontificato e prima ancora nel lungo periodo di servizio come cardinale prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha individuato con chiarezza nell’indifferentismo e nel soggettivismo morale il nemico principale della persona, perché l’uno e l’altro rischiano di distruggere ogni convivenza umana. Nell’assolutizzazione dell’io si sono consumati i più grandi drammi delle ideologie del XX secolo: indifferentismo e soggettivismo sono e rimangono un problema da risolvere non soltanto per il cristianesimo e per le altre espressioni religiose ma per la società umana. Benedetto XVI ha proclamato tutto questo in maniera coraggiosa, senza essere un conservatore ottuso. Ha semplicemente difeso con energia la dignità della persona umana, che rischia di essere vittima dell’io assoluto come unica e razionale verità».

                Da cosa s’evinca un tale coraggio il vicario apostolico d’Istanbul non ha dubbi: «Non ha piegato sé stesso né la Chiesa al consenso delle masse, al bisogno di fare audience. Ha insegnato alla Chiesa che non si può inseguire la popolarità a tutti i costi, svendendo il tesoro della verità. Ma l’essere impopolare e sgradito rischia di lasciarti solo anche nella Chiesa, eppure Papa Benedetto non ha avuto paura di rimanere solo, pur di proclamare una verità scomoda. Verrà un giorno in cui il suo coraggio sarà compreso, apprezzato, premiato. D’altra parte, più che conservatore arroccato sulla difesa di valori irrinunciabili, lo descriverei più generosamente e veritieramente come un nocchiero fedele al timone della Chiesa: il buon nocchiero nel momento della tempesta tiene diritta la barra e saldo il timone, per evitare che siano i marosi a determinare la rotta dell’imbarcazione».

                Ma non mancano ombre nel pontificato benedettino, di cui Palinuro preferisce pur sempre parlare nei termini di «limiti. Quello fondamentale, che io umilmente intravedo, è stato determinato dalla di lui bontà, che non gli ha permesso di riconoscere i nemici o gli intriganti o gli approfittatori, insinuatisi in qualche momento o in qualche luogo del suo governo: questi l’hanno portato a compiere alcune scelte, che sono state poi purtroppo giudicate negative e che sono di fatto negative». In ogni caso quello dei collaboratori è, come noto, un problema antico. Infatti, «accanto a ogni grande papa della storia si sono a volte installati alcuni personaggi loschi che, facendosi forti dell’autorità del pontefice, hanno portato avanti i propri interessi e ambizioni personali. Questo spiega come mai Papa Francesco tenga a bada i suoi collaboratori e favorisca un continuo ricambio: evitare che si ricreino sacche di potere attorno a sé. Purtroppo, Benedetto XVI, uomo di grande fede e bontà, non ha saputo riconoscere alcune persone, che recitavano una parte, mentre, fuori dal diretto controllo del Papa, svolgevano poi un ruolo diverso. Indubbiamente, non c’è colpa morale quando non ci sono volontà e responsabilità nel compiere male. Ma gli effetti di alcuni atti sono stati in alcuni casi devastanti. Papa Francesco ha raccolto pertanto un’eredità difficile: da qui la necessità di purificare la Curia e di continuare in un’opera così opportuna».

                Eppure, Bergoglio non hai mai mancato di indicare nel suo predecessore «un punto di riferimento imprescindibile e irrinunciabile. Quando si parla di discontinuità assoluta tra il pontificato di Francesco e di Benedetto, si commette lo stesso errore della discontinuità del prima e dopo Vaticano II: c’è una continuità e un progresso, com’è sempre avvenuto e sempre avverrà nella vita della Chiesa. Papa Francesco sta seguendo il coraggio di Benedetto, non temendo di restare solo. Il confronto massmediatico tra i due pontefici, favorente la vulgata di una loro contrapposizione, è solo uno strumento in più per chi vuole accrescere questa polarizzazione tra destra e sinistra, conservatori e progressisti». È indubbio, conclude il vescovo, che si tratta di «due personalità diverse dai carismi diversi: ma l’una e l’altra sono state rispettivamente strumentalizzate a proprio uso e consumo da conservatori e progressisti, che hanno in realtà contrapposto due figure tra loro complementari. Chi contrappone Papa Benedetto a Papa Francesco è come chi contrappone la verità alla misericordia. Ma la misericordia senza la verità diventa solo melensa sdolcinatura così come la verità senza misericordia diventa tortura e annientamento della persona: ogni verità, che diventa superiore alla persona umana, è puro fariseismo. Volendo parafrasare il detto di Gesù: Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato, si potrebbe dire che la verità è stata fatta per l’uomo e non l’uomo per la verità»

   Entrato nella Compagnia di Gesù nel 1983, il ravennate Paolo Gamberini è un teologo dal pensiero profondo e non convenzionale, che, già professore associato alla University of San Francisco in California, insegna alla Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale (Sezione San Luigi). Numerose le sue pubblicazioni, l’ultima delle quali intitolata Deus 2.0. Ripensare la fede nel post-teismo s’inserisce nel solco di un’originale ricerca, condotta negli ultimi anni e incentrata su una prospettiva teologica che lo stesso autore chiama “monismo relativo”.

                A suo giudizio di Benedetto XVI è soprattutto da apprezzare «la formazione teologica, specialmente quella in cui s’espresse nei primi anni ’60 con una concezione aperta del Concilio, un concilio inteso quale forza vitale». Ne è una riprova il Commento alla Gaudium et Spes, numero 16,

www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_const_19651207_gaudium-et-spes_it.html

che, apparso per la prima volta in tedesco nel 1968 quale voce del terzo supplemento al Lexikon für Theologie und Kirche (328-331), vede l’allora professore di Dogmatica affermare, sulla base del concetto newmaniano di coscienza, che «al di sopra del papa, come espressione della pretesa vincolante dell’autorità ecclesiastica, resta comunque la coscienza di ciascuno, che deve essere obbedita prima di ogni altra cosa, se necessario anche contro le richieste dell’autorità ecclesiastica. L’enfasi sull’individuo, a cui la coscienza si fa innanzi come supremo e ultimo tribunale, e che in ultima istanza è al di là di ogni pretesa da parte di gruppi sociali, compresa la Chiesa ufficiale, stabilisce inoltre un principio che si oppone al crescente totalitarismo e che distingue la vera obbedienza ecclesiale da una tale pretesa totalitaria». Con queste parole, osserva Gamberini, Joseph Ratzinger sottolineava dunque «la preminenza della coscienza» e a tale principio si sarebbe rifatto, quasi includendolo, nella famosa Dichiarazione dell’11 febbraio 2013. Facendo «un passo indietro e dimettendosi dal ministero petrino, Benedetto XVI disse infatti di farlo in obbedienza alla sua coscienza. Pur in continuità con la personale esperienza teologica, il suo è stato un gesto rivoluzionario, che ha costituito una grande svolta per la Chiesa: nelle dimissioni, infatti, Papa Benedetto ha fatto emergere, più che altrove, la sua grande fedeltà creatrice disposta a mettere in questione anche prassi sacrosante della Chiesa cattolica».

Ma per Gamberini il progressivo prevalere del principio dell’autorità ecclesiastica nella successiva esperienza teologica di Ratzinger si sarebbe lentamente imposto a scapito di quello della preminenza della coscienza, «presente, come accennato, nel suo pensiero e certamente espresso negli anni ’60 e ’70». In quest’assolutizzazione dell’autorità e del primato petrino risiede per il teologo gesuita «la dimensione negativa di Benedetto XVI». Una prima estrinsecazione nell’«affermazione della continuità tra Vaticano I e Vaticano II, dove di fatto quest’ultimo perde la caratteristica di fedeltà creativa e d’impulso al rinnovamento della Chiesa» e nel correlato discorso del 22 dicembre 2005, il primo da pontefice «alla Curia romana, dov’è evidente la volontà d’annacquare l’interpretazione rinnovatrice del Vaticano II.

www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/speeches/2005/december/documents/hf_ben_xvi_spe_20051222_roman-curia.html

Questa dimensione frenante si è maggiormente rivelata nel 2006 col celebre discorso di Ratisbona e poi successivamente rinnovata nel 2007 col motu proprio Summorum Pontificum con cui Papa Benedetto cercò di concedere qualcosa ai tradizionalisti permettendo l’uso del rito antico secondo il messale 1962 di Giovanni XXIII. www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/motu_proprio/documents/hf_ben-xvi_motu-proprio_20070707_summorum-pontificum.html

 E poi, ancora, nel 2009 con la costituzione apostolica Anglicanorum cœtibus, istituente ordinariati personali per gli anglicani desiderosi d’entrare nella piena comunione con la Chiesa cattolica.

www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/apost_constitutions/documents/hf_ben-xvi_apc_20091104_anglicanorum-coetibus.html

Insomma, una serie di tentativi di voler frenare o dare una svolta restauratrice preconciliare», che s’imperniano intorno al principio dell’autorità ecclesiastica.

È questo il motore di tutto, «soprattutto da un punto di vista liturgico», in cui però paradossalmente ritorna «l’enfant terrible della coscienza individuale di Ratzinger. Il motivo per cui si concede la celebrazione del rito antico è appunto la scelta individuale. Alcuni fedeli si riuniscono insieme in una parrocchia e, anche se il Summorum Pontificum precisa che deve trattarsi di “gruppo stabilmente esistente”, possono seguire il loro gusto personale: si perde così il criterio dell’ecclesialità diocesano-episcopale, ritornando a un principio individuale della coscienza che decide quale rito adottare».

www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/motu_proprio/documents/hf_ben-xvi_motu-proprio_20070707_summorum-pontificum.html

Insomma, in Benedetto XVI «lo spirito innovativo, creatore, postmoderno, dominato dall’enfant terrible della coscienza individuale, è coesistito con quello premoderno dell’autoritarismo, che ha cercato di dare al Vaticano II un’interpretazione restauratrice. Un’anima, la sua, che possiamo definire dialettica e in tensione tra due poli, l’uno e altro ripresentatisi anche durante gli anni di pontificato».

    Differente l’approccio a Benedetto XVI da parte del servita Salvatore Maria Perrella, preside dei mariologi italiani e anche lui autore di numerose importanti pubblicazioni. Già ordinario di Dogmatica e Mariologia presso la Pontificia Facoltà Teologica Marianum e preside per due mandati del medesimo ateneo romano, ha goduto dell’aperta stima di Joseph Ratzinger, che, come cardinale prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, lo volle nel 1996 tra i 12 esperti componenti la Commissione vaticana internazionale sulla Corredenzione mariana e, poi come pontefice, lo scelse nel 2010 quale perito teologo della Commissione vaticana Internazionale su Medjugorje. Anche per lui, in ogni caso, «la questione liturgica è il punto debole di Benedetto XVI con quel rispolvero d’insegne secondarie, esprimenti una sorpassata visione trionfalistica del vescovo di Roma. Nell’uso dei paramenti e, più in generale, nel modo di presentarsi il Ratzinger cardinale non è il Ratzinger papa: basti pensare alle tante foto di sue celebrazioni in casula o di lui che, da prefetto, cammina con basco sulla testa, una semplice croce pettorale e l’immancabile borsa da lavoro. Insomma, quello che lui ha manifestato, possiamo dire, di retrò nel suo pontificato, non c’era in precedenza. È chiaro che ha voluto assolutamente difendere la Tradizione, compresa quella liturgica, anche se superata».

                «Un altro dei «limiti di Benedetto XVI, tra i più evidenti, è stata la mancanza di fortuna coi collaboratori, dovuta, a mio parere, a deformazione professionale. Egli non ha mai cessato, infatti, d’essere il professor Ratzinger, vedendo sempre gli altri come discepoli e non sapendo – o forse non volendo, ma questo non lo so – discernere in merito, anche in ragione della sua grande timidezza e signorilità d’animo». Circa poi la visione di fatto impaurita della contemporaneità, la martellante condanna del relativismo quale origine di tutti i mali presenti, la valutazione dell’attuale collasso morale e del dilagare della pedofilia quale conseguenza del ’68 così come espressa negli “appunti” apparsi nel 2019 sul mensile bavarese Klerusblatt, Perrella ne ritrova i motivi essenziali «negli anni successivi al Vaticano II. Ratzinger ha certamente sofferto e non poco, aspettandosi, come tanti, una ripresa del cattolicesimo dopo un concilio, così faticoso, così oneroso, ma anche così coraggioso al limite dell’imprudenza teologica e prospettica: lui ne è rimasto molto deluso e impaurito. Nondimeno ha sofferto per una lettura politichese, mediatica, sociologica del Vaticano II, cui ha reagito affermando che non è il super concilio distruttore del passato ma in continuità con la dimensione dinamica e creativa della Tradizione». Certo, quel suo attardarsi sulla contrapposizione tra «ermeneutica della continuità ed ermeneutica della discontinuità, ritenendo unicamente lecita l’una e condannando l’altra, non è stato del tutto felice. D’altra parte, non sempre il teologo, anche grande, sa interpretare la storia e leggere i segni dei tempi. Ma è una colpa questa? Come ogni persona in generale e come ogni pontefice romano in particolare, Ratzinger ha avuto quindi i suoi comprensibili limiti e una sua specifica sensibilità. Una tale consapevolezza, in ogni caso, non mi hai portato a mettere in discussione la di lui sanità mentale, morale, magisteriale».

Una cosa, dunque, è la personale valutazione sulle cause di fenomeni passati o contemporanei, che può essere anche infondata o non del tutto pertinente, un’altra è l’azione concreta nell’eradicazione di quanto resta o è negativo. Il teologo servita sottolinea come, ad esempio, «per quanto riguarda il grande problema della pedofilia, che per molto tempo la Chiesa cattolica ha fatto finta di non vedere e che esiste da ben prima del Concilio», sia stato proprio Benedetto XVI «il primo a dare mazzate nel merito e a puntare il dito sul tipo di formazione alla vita religiosa e alla vita sacerdotale, impartita in conventi e seminari. Ma quello della formazione è un aspetto richiamante la questione dell’approccio alla corporeità, che è stato sempre, a partire dall’ellenismo, uno dei grandi problemi irrisolti e che s’è poi rafforzato quasi parossisticamente nel cristianesimo, per cui l’unico peccato da punire era considerato fin quasi ai nostri giorni il contra sextum». Nell’opera di contrasto agli abusi su minori e, più in generale, di pulizia nella Chiesa, a Benedetto XVI «è forse mancata alla fine la forza d’andare avanti. Dipinto in modo negativo dai media, che l’hanno raffigurato come il carabiniere, il prefetto della fede, l’avvocato d’ufficio della Tradizione, e non compreso pertanto da larga parte della pubblica opinione, si è forse dimesso perché ha visto che non ne poteva più. La sua grande sofferenza, in ultima analisi, è stata quella che già fu di Pio XII e Paolo VI: la solitudine».

                Eppure, secondo il teologo servita, «Benedetto XVI sarà ricordato in futuro come un grande, per aver saputo armonizzare Logos e Pathos nel suo pensiero e nella sua produzione, per aver insegnato, in ultima analisi, che la ragione non rifiuta mai l’amore: non a caso ragione e amore sono i due termini che più si trovano, in maniera quasi ossessiva, nei suoi documenti. Personalmente reputo Benedetto XVI un grande pontefice romano. E ci tengo a sottolineare con forza il carattere di romanità. La sua grandezza emerge anche paradossalmente dalla difficoltà, data l’empatia che c’era tra di lui e Giovanni Paolo II, di seguire come successore a un pontefice mediatico, politico, mistico. Ratzinger per l’enorme timidezza caratteriale non era e non fu mai una figura mediatica».

                Inoltre, continua Perrella, «era culturalmente un signor teologo. Lo si vede nel suo magistero di vescovo di Roma. Basti solo pensare ad alcuni testi, che ne dicono la grandezza, la profondità di pensiero, la fedeltà alla Traditio Ecclesiæ. Mi riferisco in particolare alle tre encicliche Deus caritas est, Spe salvi, Caritas in veritate, che sono commenti alle virtù teologali fatte da un uomo di fede, fatte da un grande teologo, fatte da un pontefice romano che sente tale responsabilità. Pur essendo  vissuto in un tempo di fragilità, liquidità, sconnessione, ateismo, Papa Benedetto non s’è mai importato dei conseguenti attacchi. L’ha potuto fare perché era un uomo libero, non appartenente né mentalmente né diplomaticamente al mondo della Curia vaticana: lui era un corpo estraneo al Vaticano. Questo l’ha portato a non avere mai paura di dire quel che pensava, pur facendolo – altro tratto caratteristico della sua personalità – con grande eleganza: sono lì a testimoniarlo gli scritti dalla grande pudicizia formale, teologica, pastorale. Ed è con senso di grata stima che voglio oggi ribadirlo quale fedele, sacerdote, teologo»

Francesco Lepore                           linkiesta                              4 gennaio 2023

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La ricerca scientifica è il vero nemico del cattolicesimo: eccolo il pensiero forte di Ratzinger

Ricordando Papa Benedetto XVI, il direttore Mattia Feltri gli riconosce un ruolo chiave nel restituire all’Europa un “pensiero forte”, fondato sull’incontro tra fede e ragione, a miglior protezione di regole e valori minacciati dai fondamentalismi islamico e relativista, o più recentemente dall’aggressione putiniana. Si tratta di una tesi che hanno ripreso diversi intellettuali del mondo laico. L’argomento funziona se si decide di ignorare la circolazione e il peso di valori non relativisti e non religiosi da ben prima dell’era Ratzinger. Infatti, la più parte di lavoro culturale, un lavoro che non avrà mai fine, contro il relativismo, i fondamentalismi e il populismo è stato fatto nelle società aperte attraverso l’insegnamento e la divulgazione delle scienze naturali, umanistiche e sociali, e delle relative epistemologie non metafisiche. Un lavoro che ha addomesticato, dall’Illuminismo in poi, anche la religione cristiana. In ogni caso, andrebbe ricordato che il pensiero forte di Ratzinger ha avuto conseguenze dolorose per una moltitudine di cittadini italiani.

Joseph Ratzinger ha condotto una battaglia nel nome di verità dogmatiche o sacre come qualcuno le chiama, attaccando sì il relativismo, ma con ben più decisione il pluralismo, dentro la Chiesa e nella società; dimostrando cioè “fastidio” per la diversità, come commentava un cardinale che come teologo forse era bravo almeno quanto lui, cioè Carlo Maria Martini. Quando il pensiero debole e i cultural studies [in un campo interdisciplinare che esamina le dinamiche politiche della cultura contemporanea (compresa la cultura popolare) e i suoi fondamenti storici. I ricercatori di studi culturali generalmente indagano su come le pratiche culturali si relazionano a sistemi più ampi di potere associati o che operano attraverso fenomeni sociali. Questi includono ideologia, strutture di classe, formazioni nazionali, etnia, orientamento sessuale, genere e generazione. Impiegando l’analisi culturale, gli studi culturali vedono le culture non come entità fisse, limitate, stabili e discrete, ma piuttosto come insiemi di pratiche e processi che interagiscono e cambiano costantemente] cominciavano a diffondere, in molti non dovettero aspettare Ratzinger per reagire. Da tempo si facevano esperimenti in laboratorio, si era scoperto Karl Popper o si studiava Darwin, per cui si era già vaccinati contro il relativismo. Ma anche contro il dogmatismo metafisico o l’integralismo moralista, avendo letto Spinoza, Hume, Smith o Mill, e imparato che il pluralismo è  il nutrimento della libertà dei moderni. I pensatori deboli insultavano o associavano a Ratzinger chiunque smascherasse con argomenti laici il relativismo e richiamasse le radici, oltre che cristiane, soprattutto scientifiche, educative ed economiche della razionalità europea liberale, come in Italia accadde a Giovanni Jervis quando nel 2005 pubblicò il pamphlet, Contro il relativismo. Ratzinger bastonava il relativismo, ma utilizzava il relativista Paul Feyerabend per sostenere, in una celebre conferenza in “Sapienza” (Università), che la Chiesa non sbagliò quando condannò Galileo.

Ben prima di diventare Benedetto XVI, egli sfruttava abilmente il vuoto filosofico nel pensiero laico italiano, dopo la fine del marxismo nelle sue diverse forme. Larga parte del mondo intellettuale laico, rimasta orfana di un “pensiero forte” in apparenza, invece di guardare alla tradizione liberale con le sue pratiche empiriche e/o sperimentali, la cultura dei fatti e delle prove e il rispetto per l’autodeterminazione, si appassionò alle discussioni… teologiche. O ad altre questioni pseudoscientifiche e apparentemente controverse. Come il ragno che tesse la tela conoscendo in modo innato i comportamenti delle sue prede, Ratzinger ha incentivato, partecipandovi attivamente su riviste laiche e con interlocutori quasi rigorosamente atei e sempre laici, discussioni filosofiche su Galileo Galilei e la Chiesa, la teoria dell’evoluzione darwiniana, lo statuto morale dell’embrione umano, i rapporti tra scienza e religione o tra cristianesimo e islam ma anche ebraismo, etc. Ovviamente anche su eutanasia, unioni civili, inutilità dei preservativi per proteggersi dall’Aids, la natura della coscienza umana, la teoria del genere, etc.

Su alcune questioni diceva cose che imbarazzavano i vescovi, ma il carisma intellettuale e l’emergenza politica gli facevano da scudo. Mentre infuocava nei salotti mediatici il confronto intellettuale in astratto sulle idee di cui faceva dono agli intellettuali, egli operativamente conduceva, insieme al cardinale Ruini che era il suo più capace condottiero e interprete, le proprie legioni politiche in Parlamento, a presidiare quelli che definì “principi non negoziabili” (prima di  tutto vita e famiglia) e impedire ogni tentativo di allargare la sfera dei diritti civili e personali. Ratzinger comprese lucidamente negli anni Settanta e mise in pratica dagli anni Ottanta che le questioni eticamente sensibili, in particolare quelle bioetiche, erano il bagnasciuga dove battersi per i principi e valori cattolici. Tra i suoi cavalli di battaglia: l’indisponibilità della vita dal concepimento alla morte naturale, la minaccia della “selezione genetica” o dell’”eutanasia eugenetica” e le nozze gay come “segno dell’Anticristo”. Che la religione del Papa abbia il diritto di difendere i principi e valori in cui si riconosce va da sé, ma in una società aperta e plurale non dovrebbe esigere e ottenere che siano costitutivi di un’etica di stato. Per almeno quindici anni, dal 2000 circa, la coppia Ratzinger/Ruini ha controllato l’unica vera maggioranza in Parlamento, e ha fatto vietare tutto quello che si poteva nell’accesso a trattamenti di fine e inizio vita, unioni civili, adozioni per coppie non etero, etc. Una condizione che continuerà almeno nei prossimi cinque anni, stando alla composizione del Comitato Nazionale di Bioetica.

Ratzinger era ossessionato dalla scienza. Quasi in ogni discorso, ma molto chiaramente in quello tenuto a Ratisbona e nel testamento spirituale, il suo messaggio era: guardate che io le scienze naturali le conosco e hanno spesso fallito, non vi fidate; le scienze umanistiche e sociali devono guardarsi dall’aspirare all’uso o ammirare il metodo scientifico perché la natura umana è irriducibile; l’uomo deve ricorrere alla ragione per capire che la Verità si conquista non credendo alla scienza ma attraverso la fede che porta a Dio. Una tesi rispettabile, ma di una ingenuità epistemologica disarmante. La forza epistemologica delle scienze naturali è proprio che possono essere confutate o fallire. Che mi risulti, nessuno ha mai notato che il riferimento, nel discorso di Ratisbona, al biologo molecolare e premio Nobel Jacques Monod, dove si dice che si considerasse platonico e così a indicare un difetto nel pensiero scientifico, è fuorviante. Ma Ratzinger era un maestro, come devono essere i teologi, a dire e non dire, soprattutto a far finta di dire senza dire alcunché: basti leggere le cose che scriveva sulla teoria dell’evoluzione. Ratzinger era erudito ma forse non originale. Non sono un professionista della filosofia e della teologia, però la sua intuizione sull’incontro tra fede e ragione non l’ho mai trovata più che una variante aggiornata degli argomenti kantiani sulla religione entro i limiti della sola ragione. Di tempo ne è passato. Ratzinger parlava sempre di “ragione” come facoltà mentale, per così dire. Ma per le neuroscienze e le scienze cognitive una cosa del genere non ha senso. Egli pensava, soprattutto, che la scienza moderna, cioè l’idea che di essa prevale nelle società umane, non contribuisse a migliorare l’etica, e che lo studio scientifico della natura, soprattutto attraverso la teoria evoluzionistica della vita, compromettesse l’intuizione morale che, per una via metafisica, farebbe discendere bene e giusto da un’idea di natura culturalmente di senso comune. È una tesi ampiamente confutata, basta uscire dal recinto della filosofia filosofica, dallo studio empirico della storia cognitiva e morale della nostra specie. Ma Ratzinger aveva capito che a minare l’influenza politica e culturale della chiesa cattolica e delle religioni non sono l’ateismo e gli atei (non devoti), ma il ruolo che la libera ricerca culturale e le sue ricadute sia applicative sia educative hanno nel migliorare la qualità della vita umana. Soprattutto la ricerca scientifica, visto che prima guidando dal 1981 al 2005 la Congregazione per Dottrina della fede e poi come pontefice, ha insistentemente indicato nella scienza (chiamata anche “tecnoscienza” con un termine tipico, peraltro, delle epistemologie metafisiche ma anche sociologico-relativiste) la principale minaccia per l’uomo e la sua dignità morale.

I documenti licenziati durante il periodo in cui fu alla guida della Congregazione per la Dottrina della Fede testimoniano del carattere autenticamente reazionario della sua dottrina sociale e morale. Era abile nel perseguire un obiettivo che non è una novità nella tradizione teologica cattolica (ma di qualsiasi religioni che abbia ambizioni politiche in ultima istanza), vale a dire ingegnarsi per abbattere le razionali palafitte su cui si eleva l’architettura della scienza. E sul fronte delle libertà civili ha concorso alla persistenza di un paternalismo che in Italia intercettava sia la psicologia cattolica sia quella social-comunista. Papa Benedetto XVI è stato una figura chiave in una fase di transizione della Chiesa Cattolica, ma è discutibile che le sue idee illiberali siano utili alle società aperte per arginare il relativismo o le verità alternative nell’era dei social media

Gilberto Corbellini, epistemologo, docente “Sapienza” Roma                   “Huffington Post” 2 gennaio 2023

https://www.huffingtonpost.it/cultura/2023/01/02/news/la_ricerca_scientifica_e_il_vero_nemico_del_cattolicesimo_eccolo_il_pensiero_forte_di_ratzinger-11004446/

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Nel testamento di Benedetto quella paura cattiva consigliera

Il testamento spirituale di Joseph Ratzinger diffuso dopo la sua morte, ma composto nel 2006, è molto istruttivo per comprenderne l’anima, direi più precisamente la psiche, cioè quella dimensione interiore in cui il pensiero di un essere umano si mescola alle emozioni e crea quel coacervo di razionalità e di irrazionalità in cui ognuno di noi propriamente consiste.

www.acistampa.com/story/il-testamento-spirituale-di-benedetto-xvi-testo-integrale-21480

Il breve testo si divide in quattro parti: ringraziamenti, richiesta di perdono, esortazioni, richiesta di preghiera. Senza sminuire i ringraziamenti e le richieste, belle dal punto di vista umano ma prevedibili quanto ai ringraziamenti e convenzionali quanto alle richieste, la parte decisamente più interessante è la terza delle esortazioni a tutti i cattolici. Scrivendo egli sapeva che questo testo sarebbe stato letto all’indomani della sua morte con la massima attenzione da parte di tutti, il che significa che, se aveva un asso da giocare, era proprio quello il luogo per farlo. E infatti Ratzinger lo giocò.

Dapprima rivolto ai soli bavaresi: «Non lasciatevi distogliere dalla fede». Poi rivolto a tutti e rafforzando con due punti esclamativi l’invito: «Rimanete saldi nella fede! Non lasciatevi confondere!». Ecco la sua più grande esortazione, l’obiettivo per cui spese la vita, il suo asso: la conservazione la fede. Prova ne sia che nel 2016, quando già da tre anni aveva rinunciato al papato, conversando con il giornalista tedesco Peter Seewald per quella che è stata la sua ultima pubblicazione intitolata proprio “Ultime conversazioni“, affermerà: «Oggi l’importante è preservare la fede. Io considero questo il compito centrale». Ma ora si faccia attenzione ai verbi usati: non lasciarsi distogliere, rimanere, non lasciarsi confondere, preservare. Chi parla così? Chi sente di essere al cospetto di una grave minaccia e ne ha paura. Il messaggio conclusivo e sintetico di Joseph Ratzinger, quindi, è nella sua essenza profonda un grido d’allarme. La sua ragione era quella di un uomo sicuro, ma la sua psiche, al contrario, quella di un uomo impaurito.

Di cosa aveva paura? Lo si comprende dalle “Ultime conversazioni” quando afferma che oggi prevale «una cultura positivista e agnostica che si mostra sempre più intollerante verso il cristianesimo», con la conseguenza che «la società occidentale, in ogni caso in Europa, non sarà una società cristiana». Idea ribadita poco dopo: «La scristianizzazione dell’Europa progredisce, l’elemento cristiano scompare sempre più dal tessuto della società».

Ma occorre proseguire l’analisi del testamento spirituale perché in esso Ratzinger entra ancor più nello specifico e mette in guardia i cattolici dal pericolo a suo avviso più minaccioso: «Spesso sembra che la scienza – le scienze naturali da un lato e la ricerca storica (in particolare l’esegesi della Sacra Scrittura) dall’altro – siano in grado di offrire risultati inconfutabili in contrasto con la fede cattolica». Il pericolo quindi è la scienza? Il testo parla di due forme di scienza: le scienze naturali e le scienze storico-bibliche. Per le prime alla domanda sollevata occorre rispondere di no: la scienza per Ratzinger non è un pericolo, lo sono semmai alcune «interpretazione filosofiche solo apparentemente spettanti alla scienza». Anzi, la pura scienza può risultare persino utile alla fede, perché «nel dialogo con le scienze naturali la fede ha imparato a comprendere meglio il limite della portata delle sue affermazioni, e dunque la sua specificità». Immagino che qui Ratzinger pensasse al caso Galileo e al fatto che oggi un episodio del genere non è neppure lontanamente concepibile. Per la fede quindi le scienze naturali non sono un pericolo, anzi talora sono persino un aiuto.

Le cose stanno in modo diverso per le scienze bibliche, al cui riguardo ecco le precise parole di Ratzinger: «Sono ormai sessant’anni che accompagno il cammino della Teologia, in particolare delle Scienze bibliche, e con il susseguirsi delle diverse generazioni ho visto crollare tesi che sembravano incrollabili, dimostrandosi essere semplici ipotesi: la generazione liberale (Harnack, Jülicher ecc…), la generazione esistenzialista (Bultmann ecc…), la generazione marxista». Fa un certo effetto ritrovare in un testamento spirituale, accanto ai ringraziamenti più belli a Dio e ai familiari e alle richieste più intime di perdono e di preghiera, la menzione di scuole esegetiche con tanto di nomi. Ma fa ancora più effetto non ritrovare nessuna parola di apprezzamento per le scienze bibliche, contrariamente a quanto avvenuto per le scienze naturali. Di esse Ratzinger dice solo di aver visto crollare tesi, quasi che nulla sia rimasto in piedi del lavoro svolto, per cui non rimarrebbe altro che affidarsi alla lettura tradizionale della Bibbia promossa dalla Chiesa per riscoprire sempre «la ragionevolezza della fede» e che «Gesù Cristo è veramente la via, la verità e la vita». Le cose però non stanno per nulla così. Come le scienze naturali, anche le scienze bibliche hanno contribuito notevolmente ad approfondire e a purificare la fede mettendo in condizione di interpretare in modo adulto i testi biblici. Nel 2008, mentre papa Benedetto regnava, il cardinal Martini insigne studioso della Bibbia pubblicò un testo che fece scalpore, “Conversazioni notturne a Gerusalemme”, dove giunse a parlare di vere e proprie scuole bibliche per «rendere indipendenti i cristiani» perché, a suo avviso, «ogni cristiano che vive con la Bibbia dovrebbe trovare risposte personali alle domande fondamentali». Trovare risposte personali. Per Martini infatti la Chiesa deve essere più «un contesto che procura stimoli e supporto, che non un magistero da cui il cristiano dipende». La meta non è l’obbedienza alla Chiesa continuando a credere come si credeva nei secoli passati; è piuttosto la libertà della mente al fine di verificare in prima persona la «ragionevolezza della fede», nel caso purificarla, vivendo così la vita autentica di chi è se stesso e non un portavoce di pensieri altrui.

La sfiducia di Ratzinger nei confronti delle scienze bibliche emerge in modo clamoroso nella sua opera su Gesù in tre volumi, dove per centinaia di pagine egli prescinde quasi totalmente dai secoli di esegesi scientifica sul testo dei Vangeli, evita le domande scomode e finisce per presentare una figura di Gesù ai limiti del devozionismo. E se questo è un problema che riguarda solo lui e la statura scientifica di questo suo lavoro, quello che invece riguarda tutti è il modo con cui egli da Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede (carica mantenuta per 23 anni) esercitò il suo potere disciplinare contro quei biblisti e quei teologi che, come auspicava il cardinal Martini, pensavano in prima persona rielaborando la teologia. Mi riferisco alle decine e decine di teologi a cui venne tolta la cattedra, tra cui ricordo Leonardo Boff, José Maria Castillo, Charles Curran, Jacques Dupuis, Matthew Fox, Ion Sobrino e la condanna post mortem di Anthony De Mello. La teologia della liberazione venne perseguitata in tutte le sue forme e il vescovo martire Oscar Romero dovette attendere papa Francesco per essere elevato agli onori degli altari.

Come ho scritto all’inizio, il problema di Ratzinger è stato a mio avviso la paura. Lo si capisce dai verbi usati nel testamento spirituale tutti sulla difensiva. E dalla paura nasce l’aggressività. Egli è stato un uomo sinceramente devoto al suo Signore, il grande teologo francese Yves Congar nel suo diario del Concilio lo ricorda come «ragionevole, modesto, disinteressato, di buon animo», e io credo che egli sia stato proprio così. Ma la paura è sempre una cattiva consigliera.

Vito Mancuso   “La Stampa”      3 gennaio 2023

https://www.cinquantamila.it/storyTellerArticolo.php?storyId=63b44d41cb2f5

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Il pontificato “difficile” di Benedetto XVI

Quello di Benedetto XVI, salito al soglio di Pietro a 78 anni, non è stato un pontificato semplice. Nei 2.872 giorni di ministero ha dovuto affrontare gravi scandali, primo fra tutti quello degli abusi nella Chiesa, al quale ha risposto con pugno duro riducendo allo stato laicale oltre 400 preti. L’8 febbraio 2022 era tornato sulla questione attraverso una lettera scritta in risposta alle contestazioni a lui rivolte nel rapporto sugli abusi sui minori nell’arcidiocesi bavarese, da lui guidata dal 1977 al 1982. Il suo arrivo al soglio pontificio coincise con un momento di profonda crisi della Chiesa. Lui stesso aveva parlato con rammarico di «quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a Lui». Era il 25 marzo 2005, Venerdì Santo, e l’allora cardinale Ratzinger aveva preparato le meditazioni e le preghiere per la Via Crucis al Colosseo. Era l’ultima Via Crucis di Giovanni Paolo II – sarebbe morto otto giorni dopo – rimasta impressa ai fedeli per l’immagine del Papa polacco ripreso di spalle, aggrappato alla croce, mentre seguiva la celebrazione dalla cappella privata.

                Gli abusi sui minori da parte di sacerdoti avevano già investito il Vaticano con la forza di un tornado ancor prima dell’elezione di Benedetto XVI. Già in qualità di prefetto della Dottrina della fede, l’allora cardinale Ratzinger, in accordo con i vescovi americani, modificò il diritto canonico che prevedeva solo la sospensione del prete coinvolto, invece di ridurlo allo stato laicale. Una decisione estrema, per arginare il problema che si diffondeva dagli Stati Uniti all’America Latina fino, ad arrivare in Europa, soprattutto Irlanda, dove le dichiarazioni di molti ragazzi portarono allo scoperto i crimini commessi da alcuni prelati, in alcuni casi coperti dai superiori. Proprio in occasione dell’incontro con i vescovi della Conferenza episcopale irlandese, il 28 ottobre 2006, parlò di «crimini abnormi», raccomandò di «stabilire la verità di ciò che è accaduto in passato, prendere tutte le misure atte a evitare che si ripeta in futuro». Anche nel 2008 pronunciò dure parole in occasione del viaggio a Sydney per la Giornata mondiale della gioventù. Nella celebrazione con i vescovi e i seminaristi affermò che «questi misfatti, che costituiscono un così grave tradimento della fiducia, devono essere condannati in modo inequivocabile. Essi hanno causato grande dolore e hanno danneggiato la testimonianza della Chiesa». Prima di lasciare l’Australia incontrò una rappresentanza delle vittime dei preti pedofili, altre ne incontrò nel 2010 a Malta chiedendo scusa a nome della Chiesa.

                Nella lettera del febbraio 2022 ricordò che in tutti gli incontri con le vittime di abusi da parte di sacerdoti, specie quelli organizzati durante i viaggi apostolici, ha «guardato negli occhi le conseguenze di una grandissima colpa», imparando «a capire che noi stessi veniamo trascinati in questa grandissima colpa quando la trascuriamo o quando non l’affrontiamo con la necessaria decisione e responsabilità, come troppo spesso è accaduto e accade».

                Oltre alla pedofilia ha dovuto affrontare anche lo scandalo Vatileaks, inchiesta che vedeva il maggiordomo Paolo Gabriele accusato di aver rubato e divulgato documenti riservati. L’uomo fu arrestato il 24 maggio 2012 con l’accusa di furto aggravato e successivamente condannato a 18 mesi di carcere. Il 22 dicembre 2012 Papa Benedetto gli fece visita, lo perdonò e gli concesse la grazia. Ancora, nel 2010 esplose lo scandalo Ior, l’Istituto per le opere di religione, la banca vaticana al centro di una indagine della procura di Roma, successivamente archiviata, per supposta violazione delle norme antiriciclaggio.

                Motivo di dispiacere per Papa Benedetto fu anche la decisione, presa suo «malgrado», di rinunciare alla visita alla Sapienza di Roma, prevista per la mattina di giovedì 17 gennaio 2008, in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico. Al Papa tedesco fu preclusa la possibilità di tenere un saluto al termine della cerimonia (inviando comunque il testo preparato), in seguito alle proteste di un ristretto numero di docenti e studenti che chiedevano l’annullamento dell’evento «in nome della laicità della scienza». La diocesi di Roma espresse in quell’occasione «filiale vicinanza» al Papa al quale arrivò anche la solidarietà della politica e di migliaia di fedeli.

                               Roberta Pumpo                               Romasette         2 gennaio 2023

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Un gesto storico e moderno

Benedetto XVI non era più Papa da quasi dieci anni, non ha mai più preso la parola in pubblico, si è espresso solo per testi scritti. Era insomma quanto di più lontano dalla contemporaneità si potesse concepire. Perché allora la sua scomparsa, a un’età matura, ha destato tanta commozione nel mondo? Perché — per citare un dato prosaico ma oggettivo — tre milioni e mezzo di italiani hanno seguito su Rai Uno lo speciale a lui dedicato, il programma più visto nella fascia tra il discorso di Mattarella e gli spettacoli di Capodanno?

Joseph Aloisius Ratzinger è stato sino alla morte un punto di riferimento per i cattolici conservatori, che non si sono mai riconosciuti del tutto nel suo successore, pur rispettandolo. Se è vero che la Provvidenza dà a ogni tempo il Papa consono, allora è sbagliato contrapporre Francesco a Benedetto; ma neppure si può ridurre tutto a una differenza di linguaggio e di stile. Perché Ratzinger è stato il Papa dei valori non negoziabili, della condanna del relativismo; e non avrebbe mai detto, ad esempio, «chi sono io per giudicare una persona gay?».

Però l’affetto che ha circondato i suoi ultimi anni non si spiega solo con le categorie della politica, e neppure con quelle della tradizione. In Ratzinger milioni di cattolici hanno visto una dolcezza di tratto, una finezza d’intelletto, una purezza di spirito destinate a sopravvivere alla sua esistenza terrena.

Questo non significa che sia uscito di scena da vincitore. Nella messa «pro eligendo Romano Pontifice», celebrata prima di condurre i cardinali in conclave, l’allora decano del sacro collegio era stato netto, a tratti duro. Chi si aspettava un’omelia accattivante, pensata su misura dei suoi avversari, dedicata a temi su cui fosse difficile dissentire — la pace, i poveri —, rimase sorpreso: come se Ratzinger non volesse essere eletto. In realtà, il messaggio implicito era: io sono così; se mi volete, bene; altrimenti scegliete qualcun altro. Scelsero lui. Il pontificato trionfale di Giovanni Paolo II si era chiuso con tanta emozione che sarebbe stato molto difficile scegliere un successore non in linea; e la teologia di Ratzinger era stata il solido ancoraggio di un Papa imprevedibile, all’apparenza reazionario in realtà rivoluzionario, che dopo aver picconato il muro di Berlino aveva aperto il fronte occidentale contro il capitalismo selvaggio, il libertinismo intellettuale, il permissivismo dei costumi; ed era stato capace anche del mea culpa per i peccati della Chiesa, un’altra cosa che Ratzinger non avrebbe mai fatto.

Il decano aveva condotto i fratelli in conclave con tratto fermo; e un cardinale che aveva sbagliato strada fu ricondotto sulla retta via, «la Sistina è di qua». Qualcuno votò Martini, Martini indicò un altro gesuita, Bergoglio. Si disse allora che l’arcivescovo di Buenos Aires avesse avuto un cedimento emotivo davanti al Cristo michelangiolesco del Giudizio universale; in realtà, Bergoglio saggiamente rifiutò di essere la pietra d’inciampo di Ratzinger, mantenendo intatte le proprie chances per il conclave successivo. Benedetto XVI fu applaudito a lungo da una piazza commossa. «Il pastore tedesco» titolò Il Manifesto . «Wir sind Papst», siamo Papa, titolò la Bild . Fu nella sua Germania il primo viaggio all’estero, a Colonia, per la Giornata mondiale della Gioventù; e alla notte della veglia il nuovo Papa arrivò su una Mercedes scura, davvero come un capo di Stato, però con le scarpe rosse cui, si disse, teneva moltissimo. Sette anni dopo, dal suo volto ogni traccia di sicurezza era scomparsa. Era il 31 maggio 2012, si era nel pieno della bufera: corvi, fughe di notizie, furto di documenti, sino all’arresto del maggiordomo, Paolo Gabriele; e già infuriava la polemica sulla pedofilia, proprio durante il papato che sulla pedofilia aveva imposto la linea dura. Nei giardini vaticani, davanti alla ricostruzione della grotta di Lourdes, si diceva il rosario, a conclusione del mese mariano. Ratzinger arrivò, rivolse alla folla uno sguardo incerto, i suoi occhi palesemente stavano cercando qualcuno; poi incrociarono quelli del cardinale Tarcisio Bertone. Il Papa e il segretario di Stato si scambiarono un segno d’intesa, un breve cenno del capo (particolarmente breve quello di Ratzinger). Il rito poteva cominciare. Meno di nove mesi dopo, Benedetto si dimise, con un gesto storico mai visto in otto secoli, dal tempo di Celestino V. In realtà, non fu un gesto medievale, bensì modernissimo, frutto di una visione del pontificato diversa da quella di Wojtyla: una funzione, non solo una missione.

Ratzinger non aveva perso nulla della sua finezza, della sua dolcezza, della sua purezza. Anzi, proprio queste virtù gli facevano capire che, per governare ancora la Chiesa, avrebbe dovuto fare cose che non si sentiva di fare (compresa la scelta di un nuovo segretario di Stato). Era dunque il momento di lasciare. Poi certo il successore non fu quello cui Benedetto pensava, Angelo Scola. Ma quando un papato finisce in modo traumatico, le successioni non vanno mai come le si era pensate. Non c’era nessuna regola scritta per disciplinare la condizione di Papa emerito. Ratzinger rimase vestito di bianco, e restò in Vaticano, sia pure quasi in silenzio, conducendo una vita nello stesso tempo appartata e intellettualmente operosa (magistralmente descritta da Massimo Franco nel suo long-seller «Il monastero»). Difficilmente vedremo più due uomini vestiti di bianco dentro le mura leonine. La figura del Papa emerito dovrà sottostare a nuove norme, che probabilmente la porteranno lontano dalla Santa Sede; ma diventerà una figura abituale. E allora il Ratzinger in cui il mondo vide uno sconfitto si sarà forse rivelato un profeta.

Aldo Cazzullo                    “Corriere della Sera”                     2 gennaio 2023

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La sua rivoluzione silenziosa fu il primo a valorizzare le donne

Ho avuto la fortuna di incontrare Ratzinger, prima e dopo il suo pontificato. La prima volta fu nel 2000: dovevamo presentare insieme un libro sul Giubileo ed eravamo gli unici puntuali. Gli altri cominciarono ad arrivare alla spicciolata, con mezz’ora di ritardo. Ammirai la calma e l’umiltà con cui il cardinale, che era l’ospite più importante, restò in attesa e soprattutto il modo in cui mi trattò, mostrando sincera curiosità verso quello che facevo, senza alcuna traccia del paternalismo con cui di solito il clero – specie di alto livello – tratta pur tanto meno celebre di lui, un Romano destinata alle donne e scritta da donne. Egli accettò prontamente dicendosi curioso di vedere che cosa avremmo scritto. L’ultima volta che lo incontrai Ratzinger era ormai Papa emerito, già debole ma lucidissimo, come sempre intento a osservare l’interlocutore con il suo sguardo profondo e dolce. Mi chiese se il nostro mensile incontrasse difficoltà, se avesse nemici. Con un po’ di imbarazzo, gli risposi di sì: «Allora vuol dire che state facendo un buon lavoro», mi rispose.

Sì, il Papa considerato conservatore trattava le donne con rispetto e attenzione, quasi unico nella curia, rivelando con le sue scelte di essere capace di avviare trasformazioni rivoluzionarie. Certamente infatti è stato quello che ha combattuto con più coraggio e lealtà contro gli abusi: il suo primo intervento da Papa è stato togliere le protezioni omertose che nascondevano le colpe del fondatore dei Legionari di Cristo e costringerlo alle dimissioni. Le nuove regole che stabilì per punire gli abusi quando era prefetto del dicastero per la dottrina della fede, del resto, miravano a una giusta severità, capace di garantire un processo corretto anche per il colpevole, e soprattutto un trattamento uguale per tutti. Clausola purtroppo poco applicata, come dimostra il caso Rupnik.

Un particolare mi resta nella mente: nella severa lettera che ha scritto da Papa al clero irlandese, colpevole di abusi e omertà, ha definito – unico fra i vescovi cattolici – le loro colpe «abusi contro i minori», mentre la dizione utilizzata da tutti è sempre «abusi con i minori». Sapeva bene che anche quella piccola differenza lessicale era determinante. Un’ulteriore decisione, decisamente rivoluzionaria, è stata la proclamazione di Ildegarde di Bingen dottore della chiesa. Non solo Ildegarde non era neppure santa – è stata infatti canonizzata nel 2012, su sua richiesta proprio per dichiararla dottore della chiesa – ma era un personaggio inquietante, vissuta nel Medioevo, poco apprezzata nella tradizione cattolica, e tornata in auge solo grazie alle femministe e agli ambientalisti: le une, riprendendo le sue composizioni musicali, gli altri le sue ricette e medicine a base naturale. Quella del Papa fu una decisione anticonformista, che ha riportato alla ribalta una mistica e una intellettuale di valore, un medico, una compositrice, e soprattutto la prima donna a predicare nelle cattedrali della Germania. Una donna eccezionale ma scomoda, di cui egli non ha avuto paura.

Ma soprattutto coraggiosa e innovatrice è stata sicuramente la sua decisione di dimettersi: non sappiamo ancora bene perché l’abbia fatto: certo accanto alle condizioni di salute c’è stato anche lo sconforto di vedersi circondato da collaboratori poco degni. Ratzinger infatti è stato di certo più capace di giudicare pensieri e opere che non la natura umana di chi lo circondava. Forse la sua mente ha sempre volato troppo in alto, sapendo sempre leggere con acutezza il ruolo del cristianesimo nel mondo attuale e la difficile condizione della Chiesa.

Lucetta Scaraffia              “La Stampa” 2 gennaio 2023

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Con Benedetto XVI una svolta contro gli abusi nella Chiesa

Con Papa Benedetto XVI avviene una svolta decisa in tutta la Chiesa riguardo alla lotta contro gli abusi. Già all’inizio degli anni duemila, mentre la crisi dei preti abusatori si manifestava soprattutto nella chiesa nordamericana, egli iniziò ad affrontarla, in accordo con Giovanni Paolo II, per contrastare il discredito che si stava diffondendo su tutta la gerarchia cattolica. Il cardinale Joseph Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, superava i 75 anni, ma invece di ritirarsi si trovava di fronte ad un nuovo gravosissimo impegno. Così rilanciò l’attenzione sulle cause profonde degli abusi: la debolezza della spiritualità del clero e della custodia del celibato, un dono e un compito difficile da tenere vivo senza una vita spirituale stabile e una regola di vita osservata.

                I provvedimenti canonici, come il Motu Proprio “Sacramentorum Sanctitatis Tutela” (del 30 aprile 2001)

www.vatican.va/content/john-paul-ii/it/motu_proprio/documents/hf_jp-ii_motu-proprio_20020110_sacramentorum-sanctitatis-tutela.html

www.vatican.va/resources/resources_introd-storica_it.html

completati più tardi dalle Norme sostanziali “circa i delitti più gravi, riservati alla Congregazione per la dottrina della fede” (del 21 maggio 2010)nascono da una rinnovata sensibilità, sua e di Giovanni Paolo II, che si è tradotta in un capovolgimento della prassi fino ad allora seguita, per dare più spazio alla giustizia nelle comunità, superando le resistenze delle posizioni più “garantiste”.         www.vatican.va/resources/resources_norme_it.html

Il testo più completo, approfondito ed articolato però su questo tema resta la Lettera ai Cattolici d’Irlanda del 19 marzo 2010.                                                   

www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/letters/2010/documents/hf_ben-xvi_let_20100319_church-ireland.html

                La crisi che aveva colpito la Chiesa irlandese con vari casi emersi e la pubblicazione di due rapporti di commissioni nominate dalle autorità civili, aveva indotto Benedetto XVI a convocare a Roma tutti i vescovi del Paese; a rivolgersi all’intero popolo di Dio per richiamarlo ad un impegno di penitenza, rinnovamento e conversione; a dare orientamenti pastorali nei diversi campi della comunità cristiana per le diverse categorie di fedeli, per una lotta senza incertezze e compromessi per estirpare la piaga degli abusi; infine a decidere una visita apostolica delle diocesi e dei seminari del Paese.

                In questa Lettera il Papa sottolineava anche il contesto della crisi: la secolarizzazione della società e in parte dei membri della Chiesa, anche sacerdoti o religiosi; l’indebolimento della fede e del rispetto per gli insegnamenti dottrinali; tutto ciò unito ad una tendenza ad evitare approcci penali nei confronti di situazioni canoniche irregolari. Proponeva quindi rimedi indilazionabili per correggere «le procedure inadeguate per determinare l’idoneità dei candidati al sacerdozio e alla vita religiosa; l’insufficiente formazione umana, morale, intellettuale e spirituale nei seminari e noviziati; una tendenza nella società a favorire il clero e altre figure in autorità e una preoccupazione fuori luogo per il buon nome della Chiesa e per evitare gli scandali che hanno portato come risultato alla mancata applicazione delle norme canoniche in vigore e alla mancata tutela della dignità di ogni persona» (n. 4).Un testo ancora attualissimo anche per le altre Chiese.

                Su questa linea sono stati i suoi interventi nel corso del pontificato, nei discorsi, negli incontri numerosi con le vittime in varie parti del mondo, nelle risposte ai giornalisti nell’aereo. E oltre a richiamare sempre come primo passo, la penitenza e la conversione, per cancellare la “sporcizia” annidata nella Chiesa – come disse nel 2005 in una Via Crucis famosa – ha insistito sulla attenzione prioritaria alle vittime, al loro ascolto e cammino di guarigione, alla giustizia e alla rigorosa esclusione dal ministero sacerdotale dei pedofili. Ma è ritornato più volte anche sulle carenze nell’educazione cristiana dell’insegnamento morale della Chiesa, che non ha saputo affrontare la “rivoluzione sessuale” dei decenni del dopoguerra, la libertà messa a servizio della realizzazione egocentrica di sé, la enorme diffusione della pornografia… e proprio con lui sarà inserito tra i delitti canonici “più gravi” anche la pedopornografia.

                In sintesi, il suo impegno contro gli abusi non si è fermato solo alla repressione dei delitti con il rinnovamento del diritto canonico, ma ha voluto sempre che la teologia e il magistero in materia morale fossero fonte dei comportamenti dei credenti e che la formazione alla vita spirituale fosse alla base di ogni di ogni vocazione ecclesiale, quale miglior strategia preventiva contro il male e soprattutto contro quel male terribile che si scaglia sui piccoli e sui fragili.

Lorenzo Ghizzoni, arcivescovo di Ravenna-Cervia e Presidente del Servizio nazionale tutela minori Cei

Roma settembre                            3 gennaio 2023

www.agensir.it/chiesa/2023/01/03/benedetto-xvi-e-la-lotta-contro-gli-abusi-nella-chiesa

www.romasette.it/con-benedetto-xvi-una-svolta-contro-gli-abusi-nella-chiesa

Ratzinger, la svolta mancata sulla questione degli abusi nella Chiesa

Tra i meriti da molti attribuiti a Joseph Ratzinger c’è quello di aver cambiato l’atteggiamento della Chiesa circa il contrasto agli abusi clericali. Da prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, si dice, Ratzinger non avrebbe condiviso. L’atteggiamento accomodante di papa Wojtyla verso l’abusatore seriale Marcial Maciel Degollado né, più in generale, la posa difensiva fatta assumere all’istituzione dal pontefice polacco sulla questione degli abusi, sostanzialmente assimilati a pretesti per attaccare la reputazione e il ruolo sociale della Chiesa cattolica. Una volta divenuto pontefice, Benedetto XVI avrebbe iniziato a rendere più difficile la vita ai sacerdoti colpevoli di delitti sessuali, inaugurando quella strategia che poi avrebbe condotto alla “tolleranza zero” di papa Bergoglio. Cosa c’è di vero in questa ricostruzione e cosa di fantasioso?

La linea sugli abusi. Lasciando da parte le accuse rivolte allo stesso Ratzinger di aver coperto alcuni preti abusatori al tempo in cui era vescovo di Monaco, possiamo dire che non sapremo mai se davvero Ratzinger abbia dissentito dalle discutibilissime scelte di fondo di Wojtyla sugli abusi sessuali. Non lo sapremo perché l’ex papa appena scomparso non vi ha mai fatto cenno, né credo che ne troveremo traccia in qualche memoriale scovato in cantina. Quel che sappiamo per certo è che egli è stato per ventiquattro anni il braccio destro del papa polacco, il suo primo consigliere, il suo teologo di punta e l’esecutore fedelissimo di ogni sua direttiva, comprese quelle che hanno riguardato il contrasto agli abusi.

È vero invece che nel suo pontificato, anche e forse soprattutto per effetto della crescente indignazione dell’opinione pubblica mondiale, la strategia della minimizzazione ha lasciato il posto alle prime impacciate ammissioni di responsabilità per i crimini commessi e alla punizione severa di alcuni abusatori ridotti allo stato laicale. Il significato di queste novità può essere facilmente dedotto dalla lettura di un documento straordinario che Benedetto XVI ci ha consegnato: le sue note sugli scandali sessuali nella Chiesa Cattolica redatte nel 2019 a margine dell’assemblea ecclesiale indetta da papa Francesco per affrontare il tema degli abusi nel cattolicesimo. In quelle pagine Ratzinger identificava la genesi della pedofilia clericale negli sconvolgimenti sociali degli anni Sessanta, nell’ondata libertaria che ha investito il mondo occidentale e la stessa Chiesa cattolica in quel decennio.

Abusi di fede. Per il pontefice emerito quella emersa in quel periodo era stata una catena di disgrazie: si era iniziato da un programma di educazione sessuale varato da una ministra socialdemocratica tedesca e si era proseguito con il dilagare della pornografia, con le stravaganze nell’abbigliamento giovanile, con la libertà sessuale incondizionata che era sfociata nella violenza provocata dalla selvaggia eccitazione degli animi, dalla ferinità primordiale scatenata dall’abbattimento di ogni norma morale, comprese quelle che proibiscono di fare sesso con un minorenne. Benedetto scrive che nei seminari cattolici si sarebbero formati a quel tempo dei «club omosessuali» all’interno dei quali sarebbe venuta meno qualsivoglia continenza sessuale, ogni forma di castità. L’impunità degli eversori della tradizione e dell’ordine sociale sarebbe poi stata assicurata dal diffondersi anche dentro la Chiesa di una diabolica “cultura garantista”, che avrebbe reso impossibile all’istituzione l’emissione di quelle condanne severe che forse avrebbero potuto arrestare la diffusione del fenomeno. Nel caso del sesso dei preti con i minori, ad essere calpestati non sono stati, secondo il papa emerito, i diritti di questi ultimi, la loro integrità fisica e psichica, quanto piuttosto il «bene prezioso della fede».

Le sofferenze psichiche delle vittime non vengono nel documento nemmeno menzionate, non paiono avere avuto alcun rilievo. Riferendo un colloquio avuto con una giovane ex chierichetta abusata dal sacerdote che accompagnava all’altare, Benedetto si mostrava preoccupato del fatto che la ragazza non avrebbe più potuto udire le parole «Questo è il mio corpo che è dato per te» senza pensare al suo violentatore che le pronunciava nel momento dell’abuso. Era il rischio che quella ragazza perdesse la fede a preoccupare il papa scomparso non la ferita psichica conseguenza dell’abuso.

In definitiva, il male, e quindi anche la pedofilia, nascevano per Ratzinger dal rifiuto dell’amore di Dio, dalla secolarizzazione, dal rigetto della tradizione e dal dilagare del relativismo morale, che tutto giustifica e tutto assolve.

Senza riforme. L’ultima considerazione riguarda la Chiesa. C’è il rischio, scriveva Ratzinger, che qualcuno, nel desiderio di porre rimedio alla crisi degli abusi, si sia messo in testa di riformare la Chiesa, di abbandonare la tradizione, di introdurre delle novità strutturali nell’organizzazione del cattolicesimo. Per Ratzinger si tratta di una suggestione che viene dal demonio, di una tentazione da respingere con fermezza assoluta. La Chiesa così come si presenta oggi è santa e indistruttibile, è lo strumento con cui Dio ci salva. Per preservarla sarà sufficiente scacciare i traditori, mettere al bando i reprobi e sperare che la società torni quella di ieri, che sulla sessualità scenda il silenzio, che la sodomia venga condannata come merita e che vengano ripristinati il decoro e la smarrita decenza degli antichi costumi. L’analisi di Benedetto era dunque chiarissima: per arginare il fenomeno tutto contemporaneo degli abusi la Chiesa deve resistere a ogni ipotesi di cambiamento, chiudersi sempre più in sé stessa, difendere i suoi valori di sempre, tra i quali il celibato del clero e la condanna senza mezzi termini dell’omosessualità, dal mondo depravato che la circonda e la assedia. E punire con severità i preti pedofili, le mele marce, veri e propri infiltrati, agenti di una società permissiva e lassista che ha smarrito la bussola dei valori morali e che disconosce l’importanza dell’astinenza e della castità. Si tratta di una terapia che potremmo definire forcaiola o inquisitoriale che invoca il pugno duro verso i singoli che sbagliano ed esime la Chiesa, i suoi sistemi formativi, la sua concezione della sessualità e dell’amore tra le persone da ogni responsabilità nella generazione dei guai che la affliggono.

È l’esatto contrario della via indicata dalle tante commissioni di inchiesta sugli abusi clericali che, già a partire dagli anni del pontificato di Benedetto, hanno raccomandato alla Chiesa profondi interventi strutturali e una riflessione senza pregiudizi sulla sua costituzione e sui suoi assetti culturali e organizzativi. Agli occhi dei vertici romani dell’istituzione (e anche a quelli dell’italiana Cei) l’eredità di Ratzinger centrata sulla punizione dei singoli e l’intangibilità della Chiesa sembra oggi rappresentare la strategia più convincente. Ma il futuro è aperto e la crisi degli abusi è forse appena iniziata.

Prof. Marco Marzano, Università di Bergamo                    “Domani”           2 gennaio 2023

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Ratzinger lascia orfani coloro che si oppongono alle riforme di papa Francesco

Quando il 20 aprile 2005, il giorno dopo l’elezione a pontefice del cardinal Ratzinger, il manifesto pubblica una prima pagina che fa il giro del mondo («Il pastore tedesco»), molti gridano allo scandalo, senza comprendere il vero significato di quel titolo: colui che per 25 anni è stato il «guardiano della fede» alla guida della Congregazione per la dottrina della fede (Cdf) è diventato papa.

12 febbraio 2013, altra prima pagina, «Stasera esco»: Benedetto XVI si è dimesso (il giorno prima), realizzando nei fatti la più grande riforma del papato degli ultimi secoli, destinata, forse, a diventare prassi ricorrente, come ha già lasciato intendere Bergoglio.

Sono questi i due momenti centrali della vita e del ministero di Joseph Ratzinger. Ci sono però anche un prima, molto lungo, e un dopo, più breve ma non meno significativo. Nato il 16 aprile 1927 a Marktl, in Baviera, nel 1951 viene ordinato prete, inizia a insegnare teologia, prima a Frisinga, poi a Bonn, Münster, Tubinga (dove è collega del teologo “eretico” Hans Küng) e Ratisbona. Partecipa al Concilio Vaticano II come perito (esperto), collaborando con l’arcivescovo di Colonia Frings, esponente della corrente progressista, da cui Ratzinger si allontanerà presto. Nel 1977 Paolo VI lo nomina arcivescovo di Monaco e lo crea cardinale. Nel 1981 papa Wojtyła lo chiama a Roma alla guida della Cdf, l’ex sant’Uffizio. Ratzinger assolve l’incarico con rigore, difendendo la Chiesa romana da ogni spiffero di modernità e spazzando via la polvere progressista che era riuscita a penetrare all’interno negli anni agitati del post Concilio, con provvedimenti disciplinari che colpiscono prima i teologi della liberazione latinoamericani e poi tutti gli altri. Il centralismo romano viene rafforzato indebolendo l’autonomia delle conferenze episcopali. Il dialogo interreligioso e l’ecumenismo azzoppati, affermando che non ci sono vie di salvezza nelle altre religioni e nelle chiese cristiane diverse da quella cattolica romana (dichiarazione Dominus Iesus, anno 2000.)

www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_20000806_dominus-iesus_it.html

L’attività politica subordinata alle direttive ecclesiastiche, con la codificazione dei «principi non negoziabili». Nell’aprile 2005 Wojtyla muore dopo una lunga malattia, Ratzinger è il successore quasi naturale (superando agilmente Bergoglio, il secondo più votato). L’immagine che il nuovo papa Benedetto XVI ha della Chiesa è quella di «una barca che sta per affondare», travolta dalla tempesta del relativismo, figlio della modernità. Per salvarla bisogna tornare al passato, al pre-Concilio (e al pre-‘68), anzi al Concilio interpretato secondo «l’ermeneutica della continuità», incanalandolo sui sicuri binari della tradizione.

I primi passi del pontificato sono incerti. Prima le frizioni con il mondo ebraico: ad Auschwitz (2006) autoassolve il popolo tedesco e la Chiesa cattolica, ingannati dai «potentati del terzo Reich»; revoca la scomunica al vescovo lefebvriano Williamson, che nega la Shoah; ripropone l’antica preghiera del venerdì santo per la conversione degli ebrei. Poi la frattura con il mondo musulmano – precipitosamente ricomposta –, quando a Ratisbona (2006), citando l’imperatore bizantino Manuele II Paleologo, attribuisce all’islam malvagità e disumanità. Viene invece applicato con coerenza il recupero della tradizione preconciliare, dall’uso di abiti, paramenti liturgici e oggetti, al ripristino del rito tridentino (messa in latino, con il celebrante che rivolge le spalle al popolo), salutato con entusiasmo dai tradizionalisti.

Esplodono gli scandali: i “corvi” in Vaticano e i vatileaks rendono evidente la guerra tra bande che si combatte nella curia romana, le finanze, la pedofilia del clero, su cui Benedetto XVI inizia a intervenire con maggior fermezza rispetto al proprio predecessore Giovanni Paolo II ma anche rispetto a se stesso quando era arcivescovo di Monaco (avrebbe ignorato alcuni abusi commessi in diocesi, come emerso negli ultimi mesi) e quando guidava la Cdf (intransigente con i teologi progressisti, poco attento ai preti pedofili). Si rende conto di non riuscire a guidare la barca di Pietro secondo la propria linea di governo, e così nel febbraio 2013 si dimette e lascia il pontificato. Da papa emerito – un inedito nella storia della Chiesa –. E che ora sono rimasti orfani di un leader che ha avuto un ruolo nella Chiesa dell’ultimo quarantennio.

Luca Kocci          “il manifesto” 3 gennaio 2023

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Storia e Chiesa da vivere ora Benedetto, Francesco e la via aperta

                Si è chiusa con Benedetto XVI un’epoca della Chiesa. La partecipazione di molti alle celebrazioni in sua memoria (più nelle diocesi che nell’affluire a Roma) ha mostrato il cordoglio per la scomparsa del Papa, seppure ritiratosi da quasi dieci anni. Una memoria e un affetto che non sono apparsi limitati, come qualcuno vorrebbe, al mondo tradizionalista. Ricordare Benedetto non è stata una manifestazione “non simpatizzante” verso Francesco. Molta gente l’ha ricordato semplicemente come Papa. Don Mazzolari [α1890-ω1959], un prete che ha avuto difficoltà con Roma, intitolava un piccolo libro, pieno di affetto: “Anch’io voglio bene al Papa”. Aggiungeva però: «Per volergli bene ho bisogno di dare un volto al pastore, un cuore alla Pietra. Così per capirlo…».

In tempi lontani, il Papa era solo un nome, pronunciato in latino. Invece, fin dall’Ottocento e, poi, sempre più, è diventato un compagno per la Chiesa e le generazioni che si susseguono. I media lo hanno avvicinato alla gente. Ne hanno inquadrato il volto e talvolta il dolore. Il Papa è un uomo pubblico in modo differente dai politici. Gli si chiede pastoralità, paternità e vicinanza. Il senso dei fedeli spinge a cercare in lui il pastore e l’uomo. La sensibilità della gente (anche mutevole) incontra un uomo con la sua storia e il suo modo di essere. In vari Papi si è notato come cambino con l’elezione, ma evidentemente resta l’impronta di una vita.

Benedetto XVI si è mosso nella continuità con Giovanni Paolo II. Ricordiamo tutti gli applausi scroscianti ogni volta che citava «il mio amato predecessore». Lui stesso confessò: «Quanto ci siamo sentiti abbandonati dopo la dipartita di Giovanni Paolo II!». Era la sensazione di buona parte dei cardinali che l’avevano eletto, considerandolo il più vicino al Papa defunto. Ma quant’era diverso dal Papa messianico e carismatico! Nonostante la consuetudine di più di vent’anni e un sentire teologico prossimo. Joseph Ratzinger non avrebbe nemmeno sognato il cambiamento dell’Est. Si contentava di essere «umile lavoratore della vigna del Signore». Ha scritto nella Deus Caritas est: il cristiano «in umiltà farà quello che è possibile fare e in umiltà affiderà il resto al Signore. È Dio che governa il nostro mondo, non noi». Chi aveva vissuto drammaticamente e accanto alle vittime la Seconda guerra mondiale, come Karol Wojtyla, sapeva che, per affrontare il male nella storia e trovare le vie del bene, bisogna esagerare. Ratzinger è stato profondo, equilibrato, serio, onesto, non carismatico. Il suo contributo è stato soprattutto una “fede pensata” con ragionevolezza, passione intellettuale, finezza. Lo si è detto giustamente in questi giorni. Wojtyla volle incarnare l’estroversione della Chiesa oltre tutti i limiti (anche del suo corpo). Ratzinger aveva la misura e la solidità dell’europeo d’Occidente. C’è chi l’ha visto, o voluto, simbolo del tradizionalismo, del conservatorismo teologico, del rigore nel governo. Aspettative per lo più fallite. Ora, con la morte, lo si vuole – in qualche settore – come una bandiera tradizionale, capace di andare controcorrente rispetto allo spirito del mondo, ben distinta dalla Chiesa «in uscita» di Francesco. Benedetto XVI non l’avrebbe voluto. Ha amato il silenzio, che non sempre gli hanno concesso. Ora che è scomparso, non può essere un simbolo, se non costruito in maniera mitica. Non fosse che per il suo senso profondo della continuità del servizio petrino, nella diversità delle umanità e delle opzioni. Ma anche per la complessità del suo pensiero teologico.

Papa Bergoglio è stato una scelta diversa dei cardinali rispetto ai Papi europei. Ha alle spalle un vissuto ecclesiale e un pensiero legato alla Chiesa latinoamericana, pur nella continuità già espressa nella Lumen fidei, in cui Francesco scrive rispetto al predecessore: «assumo il suo prezioso lavoro, aggiungendo al testo alcuni ulteriori contributi». Oggi la continuità è resa più complessa anche dalla sfida del confronto con mondi nuovi fuori dall’Europa. Quella odierna è una Chiesa globale in tutti i sensi, sia per dimensioni culturali e geografiche, sia per spaesamento delle persone e delle comunità. Oggi la morte di papa Benedetto non apre nella Chiesa a chi sa quali scenari conflittuali, analizzati e forse auspicati da alcuni, ma rinvia il discorso al cattolicesimo europeo in affanno, di cui il defunto è stato l’ultimo grande esponente. Francesco ha parlato della (e alla) stanchezza europea in varie occasioni. La risposta non può essere solo la laboriosità degli episcopati e dei vari soggetti ecclesiali. Occorre una visione, senza cui ci si omologa lentamente al livello rassegnato di tanta coscienza europea. E la guerra in Ucraina è una grande sfida alla coscienza cristiana: un cristianesimo europeo, che non si consegni alla nostalgia del passato, ma che non accetti nemmeno l’irrilevanza. La via della rilevanza non è quella del potere, bensì dell’amore per un mondo che soffre, che appassisce o che è povero. E, nel 1967, il quarantenne Joseph Ratzinger scriveva: «Il concetto conciliare contrario a “conservatore” non è “progressista”, ma “missionario”».

Andrea Riccardi “Avvenire” 8 gennaio 2023

www.avvenire.it/chiesa/pagine/benedetto-francesco-storia-e-chiesa-da-vivere-ora-andrea-riccardi

“Quella messa recitata in latino e il bivio dell’identità cristiana”

                Visto che ieri il funerale di Joseph Ratzinger in piazza San Pietro è stato celebrato in latino, forse vale la pena partire da qui. I romani avevano tre termini per indicare l’ultima cerimonia riservata all’esistenza di un essere umano: “funus, exsequiæ, pompa. Funus, che al genitivo fa “funeris” e da cui deriva “funerale” (nonché gli aggettivi “funebre” e “funesto”), è propriamente la cerimonia della sepoltura. Invece “exsequiæ”, da cui “esequie”, e “pompa”, da cui “pompe funebri”, indicano il corteo, l’accompagnamento, la processione, insomma tutto l’accorrere degli umani per mostrare e dimostrare ai parenti e alla società la propria partecipazione al dolore per la scomparsa del defunto. Credo si possa senz’altro dire che il funerale di ieri a Roma sia stato celebrato in “pompa magna”, prova ne sia che la nostra lingua in casi come questo sente l’esigenza di parlarne al plurale: non più solo il funerale, ma “i funerali”, come ieri i siti dei maggiori giornali titolavano a sottolineare l’importanza dell’evento tramite la promozione grammaticale dal singolare al plurale.

                Io penso che la nostra umanizzazione sia avvenuta quando i nostri progenitori iniziarono a prendersi cura dei corpi senza vita dei loro cari. Penso che il passaggio dalla semplice vita animale a quella complicata dimensione del vivere che chiamiamo “umanità” sia avvenuta a partire dal culto dei morti. Non esiste civiltà che ne sia priva, per quanto le forme siano diverse. I monoteismi (ebraismo, cristianesimo, islam) praticano l’inumazione, mentre le religioni orientali preferiscono la cremazione, come avveniva per lo più anche nel mondo classico. La religione di Zarathustra conosce le cosiddette torri del silenzio, impalcature di una decina di metri alla cui sommità vengono esposti i cadaveri per far sì che se ne cibino gli avvoltoi e gli altri rapaci, come a voler restituire alla natura il cibo che da essa si è tratto cibandosi durante l’esistenza di carne animale. Oggi da noi è decisamente in aumento la pratica della cremazione, fino al Vaticano II (1962-1965) condannata dalla Chiesa cattolica e ancora oggi proibita dalle Chiese ortodosse e dai fondamentalisti protestanti, oltre che dall’ebraismo e dall’islam, ma che sembra stia superando la più tradizionale inumazione. A proposito di inumazione, vi sono anche coloro che desiderano prenderla più sul serio e per questo decidono di praticarla in senso letterale, cioè secondo l’etimologia del termine formato da “in” e da “humus” (terra), per cui danno disposizione di venire sepolti proprio nella nuda terra, senza nessuna bara, al massimo con un lenzuolo, per essere veramente uniti alla terra e alla fine tornare a essere solo terra. Forse lo sanno, forse no, ma così mettono veramente in pratica le antiche parole bibliche: «Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai».

Ieri invece Joseph Ratzinger è stato sepolto secondo tradizione con una bara di legno nelle grotte vaticane, e non poteva ovviamente che essere così. La sua sepoltura ha costituito un rito cui ha partecipato il mondo, in particolare quella parte di mondo che si chiama Occidente. Ogni rito ha una notevole funzione unificante, ma io penso che il funerale, e più in particolare “i funerali” di un Papa, ne abbiano a maggior ragione. Si tratta infatti di una cerimonia religiosa che riguarda un capo religioso, e la religione (come indica lo stesso termine il cui significato etimologico più profondo rimanda a “legame”) è una potentissima forza unificatrice. Da noi essa lo è stata per molti secoli, in altre parti del mondo lo è ancora, e il sogno di Joseph Ratzinger, e prima ancora di Karol Wojtyla, nonché di molti politici che ieri erano presenti in piazza San Pietro, è che torni a esserlo ancora. Che le radici cristiane dell’Europa tornino a essere coltivate così da ridare vigore all’albero un po’ appassito dell’Occidente: su questo Ratzinger continuava a insistere con quella sua gentilezza unita a caparbietà.

Quello che è sicuro, a mio avviso, è che noi abbiamo urgentemente bisogno di riti unificanti. Lo si percepisce dal senso di sfaldamento del tessuto sociale che pervade le nostre coscienze e che ci ha ridotti a essere quasi del tutto privi di riti comuni: e senza riti comuni, una società si ammala e poi muore, cessa di essere “societas” cioè insieme di soci e decade in un’amorfa massa di estranei, guardinghi gli uni verso gli altri, fino a precipitare nello stato di “guerra di tutti contro tutti” (“bellum omnium contra omnes”) che talora già si percepisce con un brivido in alcune zone delle nostre città.

                Dopo che Romolo ebbe fondato Roma, Numa Pompilio, secondo re della città, capì di doverle dare una religione e i suoi riti, avendo intuito che Roma sarebbe diventata grande solo se avesse avuto un credo e un rito comune. E Roma li ebbe e lo divenne. Dall’altra parte del mondo Confucio assegnava ai riti la medesima decisiva valenza sociopolitica e il Celeste Impero cinese appoggiandosi sulla sua filosofia durò per oltre due millenni. In particolare riguardo all’ultima cerimonia Confucio affermava: «Se i riti funebri sono celebrati con coscienziosità e gli antenati degnamente commemorati, la virtù del popolo tornerà genuina e profonda».

                Ma la questione è: potrà essere il cristianesimo a costituire la rinnovata sorgente di una identità e di una conseguente ritualità di cui abbiamo urgente bisogno? Joseph Ratzinger, Karol Wojtyla e tutti coloro che si riconoscono nel loro pensiero, a partire dai politici sovranisti e dai cosiddetti atei devoti, ritengono di sì e tendono per questo a guardare all’indietro. Hans Küng, Carlo Maria Martini, Raimon Panikkar e tutti coloro che si riconoscono nel loro pensiero ritengono di no e guardano in avanti, facendo del loro pensare e del loro operare non un baluardo difensivo ma un laboratorio di ricerca. Penso che parta da qui la differenza tra la politica che si definisce “conservatrice” e quella si definisce “progressista”.

                               Vito Mancuso                       La Stampa            6 gennaio 2023

Il sentito elogio del patriarca ecumenico di Costantinopoli a Benedetto XVI (e la condanna alla follia di Putin)

Bartolomeo I, la massima autorità ortodossa e primo oppositore di Kirill, a Istanbul ha reso omaggio a Papa Ratzinger per la sua promozione del dialogo con tutte le confessioni cristiane e, in particolare, con quella ortodossa.

A soli due giorni dalle sobrie esequie in piazza San Pietro, Benedetto XVI è stato ricordato con ben altra solennità, sia pur nella mestizia del rito, nella Seconda Roma. Sabato pomeriggio Istanbul, storico ponte tra Occidente e Oriente e crocevia di etnie, culture, religioni, ha visto infatti radunarsi autorità, tra cui il governatore Ali Yerlikaya, componenti del corpo diplomatico, fedeli di diverse confessioni cristiane presso la sede del Vicariato apostolico. Nell’ottocentesca cattedrale dello Spirito Santo, principale luogo di culto cattolico della città a mezza via tra piazza Taksim e Nişantaşı, l’arcivescovo Marek Solczyński, nunzio apostolico – per capirsi, l’ambasciatore vaticano – in Turchia, Azerbaigian e Turkmenistan, ha presieduto il pontificale in suffragio del Papa emerito. A concelebrare con lui gli arcivescovi Ramzi Garmou, arcieparca caldeo di Diyarbakır, e Boghos Lévon Zékiyan, arcieparca di Costantinopoli degli Armeni, nonché i tre presuli di rito latino Martin Kmetec (arcivescovo di Smirne), Paolo Bizzeti (vicario apostolico dell’Anatolia) e, ovviamente, Massimiliano Palinuro, che quale vicario apostolico d’Istanbul e, dunque, “padrone di casa” ha voluto e organizzato la cerimonia nei minimi particolari.

                Rispondendo così al suo invito, hanno inoltre partecipato, in compagnia delle rispettive delegazioni, anche il patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I, il patriarca armeno di Costantinopoli Sahak II Mashalian, il metropolita e vicario patriarcale siro-ortodosso a Istanbul e Ankara Yusuf Çetin. La messa di suffragio si è così configurata, commenta Palinuro a Linkiesta, quale «grande momento non solo ecclesiale ma anche ecumenico». Un’ulteriore riprova, dunque, della particolare sollecitudine di Joseph Ratzinger nel promuovere il dialogo con le altre confessioni cristiane e, in particolare, con quella ortodossa.

                L’ha rilevato nel suo splendido discorso Bartolomeo I, che, esattamente un mese fa, s’era fra l’altro nuovamente imposto alla generale attenzione nel condannare, ancora una volta con durezza, l’invasione dell’Ucraina, denunciare il panslavismo quale base ideologica dell’aggressivo espansionismo russo, puntare il dito contro il suo omologo moscovita Kirill, promotore della tesi della “Santa Russia” (Rousskii Mir) e artefice d’una fede ridotta a «colonna vertebrale dell’ideologia del regime» putiniano.

                Indiscussa l’importanza delle parole, con cui il patriarca di Costantinopoli, riconosciuto detentore d’un primato d’onore sulle altre Chiese ortodosse e per questo insignito del titolo d’ecumenico, ha tracciato il suo inedito ritratto di Benedetto XVI. Ha così ricordato la personale e consolidata conoscenza, risalente a ben prima dell’elezione di Ratzinger a vescovo di Roma, la reciproca e fruttuosa collaborazione nei quasi otto anni di pontificato, il fondamentale contributo di Benedetto XVI alla promozione del dialogo tra la Chiesa cattolica romana e quella ortodossa, il mantenimento di rispettosi e amicali rapporti anche dopo la di lui rinuncia al ministero petrino.

                Bartolomeo I ha soprattutto rilevato come Benedetto XVI, durante il suo viaggio apostolico in Turchia (28 novembre – 1° dicembre 2006) avesse visitato ufficialmente il Fanar, sede del Patriarcato ecumenico, e sottoscritto nella Sala del Trono, insieme con lui, una storica Dichiarazione comune. Particolare emozione, poi, nel rammentare l’invito dell’allora pontefice a tenere il 18 ottobre 2008, nella Cappella Sistina, un discorso ufficiale sulla Parola di Dio ai cardinali, presuli, sacerdoti, fedeli partecipanti alla XII Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi.

                Dopo aver raccontato d’aver sentito una volta Benedetto dire d’aver conosciuto meglio l’ortodossia proprio grazie ai suoi studenti ortodossi – tra essi si ricordano, ad esempio, nomi dal calibro di Stylianos Harkianakis e Damaskinos Papandreou –, Bartolomeo I ha particolarmente elogiato «la forza d’animo e il coraggio» di Ratzinger nel dimettersi da vescovo di Roma, compiendo così un gesto cui non si assisteva da oltre seicento anni, ossia dalla consimile rinuncia fatta da papa Gregorio XII il 4 luglio 1415.

Francesco Lepore            Linkiesta             9 gennaio 2023

www.linkiesta.it/2023/01/patriarca-costantinopoli-bartolomeo-papa-benedetto-xvi

CHIESA IN ITALIA

A che punto è la secolarizzazione nel paese dei due papi

La morte del Papa emerito Benedetto XVI ha dato il via, insieme alle celebrazioni della sua personalità, ad alcune riflessioni sulla fede oggi e sul suo ruolo nella società contemporanea. La figura del pontefice teologo conservatore, riapre il dibattito non tanto in confronto a papa Francesco, bensì al tema della relazione tra la società e la religione cattolica. In questa ottica non si tratta di analizzare quante persone affermano di recarsi alle funzioni religiose, ma provare ad analizzare quanto è profonda l’impronta cattolica nella nostra società e quale ruolo svolge nelle scelte e sull’agire delle persone.

Il ruolo della Chiesa. Solo il 30% degli italiani, nel 2022, sosteneva la necessità che le persone, nel loro operare, dovrebbero seguire ciò che dicono il Papa e la Chiesa. Il 70% del Paese, non era in linea con questo sentire. Maggiormente distanti dai precetti religiosi risultano i residenti a Nordovest (77%), nel Centro Italia (76%) e i baby boomer [α 1946-1964] (75%). Più inclini a seguire le indicazioni ecclesiastiche i residenti al Sud (40% e i ceti medio- bassi (36%).

Significativo, per cogliere Il peso dell’impronta cattolica nella società, è il tema dell’incoraggiare la preghiera nelle scuole pubbliche. Molto favorevoli solo il 12% degli italiani. Disponibili, ma senza particolare enfasi un altro 27%. Contrari il 61%. Le voci maggiormente avverse a questa ipotesi le ritroviamo tra i giovani della Generazione Z [α 1997-2012] con il 74% di contrari, il ceto medio (62%), i residenti a Nordovest (69%).

Bibbia e gerarchie L’opinione pubblica nazionale mostra tratti di scetticismo anche verso le sacre scritture. Il 59% non condivide che il mondo sia stato creato i sei giorni come affermato nella Bibbia. Lo scetticismo aleggia tra i giovani (66%), tra i residenti di Nordovest (62%), Nordest (63%), Centro Italia (61%) e nel ceto medio (61%) .

Il quadro non muta se osserviamo il voto che viene assegnato dagli italiani alla gerarchia ecclesiastica rispetto al modo in cui si stanno comportando per il futuro del nostro paese. I vescovi sono in fondo alla classifica con il 36,7% dei voti sufficienti (tra 6 e 10), insieme ai politici eletti nei comuni (36%), ai parlamentari (35,6) e ai vertici delle banche (35,1%).

Va un po’ meglio per i parroci che raccolgono il 50,8% dei voti sufficienti e si collocano a metà classifica, insieme ad avvocati (50,1%), magistrati (47,9%) e manager (52,8%).

Molto lontani comunque dai vertici della classifica in cui svettano i medici e gli scienziati (80,7% di voti sufficienti), i responsabili delle associazioni di volontariato (71,5%) e i professori universitari (66,6%).

I valori. Sul fronte valoriale, in particolare in relazione ai temi della vita e della famiglia, il processo di secolarizzazione è avanzato. La quota di italiani che giudica come una famiglia solo quella composta da un uomo e una donna legittimamente sposati si ferma al 35%.

La percentuale di persone che è favorevole a una limitazione delle possibilità offerte dalla legge sull’aborto è ferma al 15%. Infine, il numero di italiani che concorda con quanti affermano che “negli ultimi anni in Italia siano fatte troppe concessioni a omosessuali e lesbiche” è bloccato al 24%.

Ultimo dato è quello relativo all’intenzione di sposarsi in chiesa tra i giovani, che ruota intorno al 20%.

Il processo di secolarizzazione, ovvero la realizzazione di una società su fondamenta non religiose, il distacco del potere civile e della cultura dalle autorità e dalle referenze religiose, il superamento del bisogno religioso, la perdita di evidenze nella cultura sociale dell’esistenza di Dio, è il portato di una società modernizzata, in cui non mancano, tuttavia, ricerche e spinte spiritualiste. L’erosione progressiva della fede cristiana, la perdita di influenza della chiesa cattolica nell’orientare comportamenti privati e collettivi, non è solo il segno del cambiamento delle condizioni della sua funzione, del suo riconoscimento nella società e nella cultura, ma è anche il portato della difficoltà di dialogo e comprensione della contemporaneità.

Il pontificato di Bergoglio, in questi anni, ha avuto un effetto di rallentamento dei processi di distacco, i suoi richiami sono apparsi più vicini alla sensibilità contemporanea, alla dimensione di comunità accogliente. Le dinamiche conservatrici che qua e là si risvegliano rischiano, invece, di accentuare le fratture anziché frenarle, di mettere in primo piano una dimensione più arcigna, meno disposta al dialogo con le dinamiche sociali.

Enzo Risso          ”Domani”           7 gennaio 2023

www.editorialedomani.it/idee/commenti/a-che-punto-e-la-secolarizzazione-nel-paese-dei-due-papi-w1713yjc

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202301/230108risso.pdf

CITTÀ DEL VATICANO

Il rebus di Francesco

Il Monastero Mater Ecclesiæ, all’interno dei Giardini vaticani, non ospita più un Papa emerito. Così, a partire da giovedì 5 gennaio 2023, dopo i funerali di Benedetto XVI, gli occhi del mondo saranno costantemente puntati su Casa Santa Marta, con un interrogativo che aleggerà per tutto il resto del pontificato di Francesco, un tormentone alimentato dai suoi oppositori: le difficoltà a camminare, la sedia a rotelle, il bastone e l’età che avanza costringeranno anche lui alle dimissioni? prelato vaticano, «perché Jorge Mario Bergoglio adesso è più libero: ora infatti la rinuncia al pontificato non provocherebbe più alla Chiesa l’imbarazzo surreale di una coabitazione di tre papi, uno regnante e due emeriti». Ma in questo momento, sebbene Papa Francesco abbia comunicato (in un’intervista al quotidiano spagnolo

 «La morte di Joseph Ratzinger apre inevitabilmente questo scenario», riconosce un alto Abc) di avere già firmato e consegnato le «dimissioni» in bianco in caso di impedimenti gravi e permanenti legati alla sua salute, il sentore nei Sacri Palazzi è che «non abbia intenzione di lasciare il soglio di Pietro. Almeno non in tempi brevi».

Il Vescovo di Roma, 86 anni, risulta complessivamente in buona salute, a parte il noto problema di mobilità causato dal dolore al ginocchio (una gonartrosi). In questo periodo usa un bastone per le brevi passeggiate e una sedia a rotelle per le distanze più lunghe. E ha rivendicato la ragione di avere «detto no all’intervento chirurgico»: ora «sto già camminando, la decisione di non operarmi si è rivelata giusta».

Osserva un presule: «Il Pontefice ribadisce spesso una frase, “si governa con la testa, non con il ginocchio”. Quando il Papa tiene in modo particolare a un concetto, non si stanca di evidenziarlo. È un altro indizio che allontana la sua uscita di scena». Padre Antonio Spadaro, direttore della rivista dei Gesuiti La Civiltà Cattolica, considera slegate le eventuali dimissioni di Bergoglio e la fine dell’epoca dei “due papi”: «È un evento esteriore che a mio avviso non cambia nulla nella visione di Francesco. Il Papa ragiona per discernimento, non per decisioni a tavolino. Ha già detto che rifletterà sulla base di ciò che sente lui nella preghiera. Non sono avvenimenti esteriori che determinano le sue decisioni, quanto piuttosto la lettura che lui fa della storia e delle condizioni che vede, che sono complesse: non è certo un episodio che lo spinge a dimettersi o meno». Secondo Spadaro, «lui fa quello che sente di dover fare. Ma mi sembra che siamo fuori dall’orizzonte della rinuncia al papato, tenendo conto che sta lavorando ad appuntamenti futuri, come i viaggi». E il Sinodo sulla sinodalità in corso, prolungato fino al 2024. Sono tutti elementi «che non corrispondono a un programma di abbandono. Poi invece, se nella sua preghiera e nel suo discernimento dovesse percepire di dover lasciare, lo farebbe senza battere ciglio, come ha sempre affermato». Un cardinale scandisce senza esitazioni: «Se lui non si fosse ritenuto in grado di continuare a guidare la Chiesa, si sarebbe dimesso anche con Ratzinger in vita». A proposito di voli internazionali, Francesco visiterà la Repubblica Democratica del Congo e il Sud Sudan dal 31 gennaio al 5 febbraio, un impegno tutt’altro che agevole. È in agenda il Portogallo per la Giornata mondiale della Gioventù, ad agosto. In più, sono in ballo le ipotesi di «Marsiglia per l’Incontro del Mediterraneo», e «l’Ungheria». E poi la Mongolia, l’India e il Libano: altre mete non propriamente semplici da visitare in carrozzina; eppure, il Papa e il suo entourage le stanno valutando.

Nella recente intervista a “La Stampa”, alla domanda «è contento di essere e fare il Papa?», Francesco

ha risposto che, «grazie alla mia vocazione, sono sempre stato felice nei posti in cui il Signore mi ha messo e mandato. Ma non perché “ho vinto qualcosa”, non ho vinto niente… questo è un servizio, e la Chiesa me lo ha chiesto; io non pensavo di essere eletto, e invece il Signore lo ha voluto. Dunque avanti. E faccio quello che posso, ogni giorno, cercando di non fermarmi mai». In sostanza, quasi nessuno nelle Sacre Stanze pensa che il Papa possa emulare il suo predecessore nei prossimi mesi, ma nessuno può esserne certo. Neanche Bergoglio, che ha già addirittura comunicato cosa farebbe in caso di addio al papato (alla tv Televisa-Univision, nel luglio 2022): si farebbe chiamare «vescovo di Roma emerito» e non «papa emerito»; non indosserebbe la talare bianca; «sicuramente» non abiterebbe in Vaticano; né tornerebbe in Argentina: resterebbe a Roma, e cercherebbe una chiesa nella capitale dove confessare la gente e consolare i malati; «forse» in San Giovanni in Laterano.

Certamente, ora Bergoglio è più solo, senza il «nonno saggio», come lui stesso definiva Ratzinger, che spesso con il suo silenzio anti-strumentalizzazione ha protetto il Papa argentino dalle offensive degli avversari del pontificato, ascrivibili alla galassia tradizionalista e ultra-conservatrice. E non solo con il nascondimento: nel 2019, mentre Bergoglio era sotto attacco da alcuni fronti interni al recinto cattolico, Benedetto XVI ricordò ai nuovi cardinali «il valore della fedeltà al Pontefice». Negli ambienti più ostili a Francesco non si attende che il suo abbandono della cattedra papale. «Da lì partiranno e si intensificheranno le voci di una sua rinuncia» prevede un porporato, «consigli non richiesti di ritirarsi a vita privata. In alcuni circoli più conservatori si fa già il toto-nomi per il successore, e si sente sempre più spesso pronunciare la parola “conclave”, quasi a invocarla. Ma io credo che questa strategia subdola allungherà il pontificato, o almeno rinvierà la sua fine». Come dimenticare le parole di Bergoglio due mesi dopo l’operazione al colon, nella conversazione con i confratelli gesuiti, tenuta a porte chiuse il 12 settembre 2021 a Bratislava (pubblicata su La Civiltà Cattolica e anticipata da “La Stampa”): «Sono ancora vivo. Nonostante alcuni mi volessero morto. So che ci sono stati persino incontri tra prelati, i quali pensavano che il Papa fosse più grave di quel che veniva detto. Preparavano il conclave. Pazienza! Grazie a Dio, sto bene».

Domenico Agasso           “La Stampa”      3 gennaio 2023

www.lastampa.it/vatican-insider/it/2023/01/03/news/il_rebus_di_francesco-12445049/

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Il cardinale Kasper “Benedetto santo subito? In cielo non c’è l’alta velocità E Bergoglio non si dimette

intervista a Walter Kasper a cura di Iacopo Scaramuzzi

 [α1933] Contrapporre Benedetto XVI e Francesco non ha senso, perché dal punto di vista teologico erano «molto più vicini di quanto si creda», e il segretario particolare di Ratzinger, che in questi giorni sta esternando critiche disparate nei confronti di Bergoglio, farebbe meglio «a tacere». Francesco, da parte sua, non ha nessuna intenzione di rinunciare: lo farà senza problemi in caso di impedimento, medico grave, ma, come ha detto egli stesso, «non si governa con le gambe, ma con la testa», e già guarda al Giubileo del 2025. Il cardinale Walter Kasper è una figura di peso in Vaticano: collega di Ratzinger nelle università tedesche, poi vescovo di Stoccarda, è stato il “ministro” per l’ecumenismo prima di Giovanni Paolo II poi di Benedetto XVI, ed è un teologo più volte citato da Francesco come punto di riferimento. Oggi boccia l’idea che il Papa emerito sia dichiarato “santo subito” («Non si va in cielo con treno ad alta velocità»), esprime perplessità sulla scelta di adottare il titolo di “Papa emerito” (sarebbe più adatto «vescovo emerito di Roma»), e ritiene che lo scontro tra «cosiddetti progressisti e cosiddetti conservatori», nella Chiesa, possa trovare una sintesi nel sinodo globale indetto da Papa Francesco: «Ognuno ha la sua convinzione ma si deve anche rispettare l’altro, dialogare».

Si possono contrapporre Joseph Ratzinger a Jorge Mario Bergoglio?

«Sono personalità diverse, è ovvio, vengono da culture diverse, l’uno proveniva da una cultura europea l’altro da una cultura latino-americana, questo è chiaro, ma sotto l’aspetto teologico erano molto più vicini di quanto si creda. Papa Francesco ha spesso citato Benedetto, ha avuto con lui rapporti amichevoli. Non bisogna trovare altre differenze, e il fatto che tra i due ci fosse una differenza di accenti è assolutamente normale».

Durante i funerali di Benedetto qualche fedele ha chiesto, come avvenne con Giovanni Paolo II, che venga fatto “santo subito”: è plausibile?

«Io non sono d’accordo con questo: il diritto canonico dice che si devono aspettare almeno cinque anni dalla morte prima di aprire un tale processo e questo è una indicazione molto prudente e saggia. Non si va con treno ad alta velocità in cielo».

In questi giorni il segretario particolare del Papa emerito, monsignor Georg Gänswein, sta facendo dichiarazioni contro Papa Francesco: cosa ne pensa?

«Sarebbe stato meglio tacere. Adesso non è il momento per tali cose».

Il Pontificato di Francesco a suo avviso da adesso in poi cambia? La convince l’idea di chi sostiene che poiché non c’è più un Papa emerito è più probabile che il Papa rinunci?

«Non so se il suo pontificato ora cambi o no, bisogna aspettare e vedere, non posso anticipare il Papa. Ma no, non credo che rinuncerà. Lui stesso ha detto esplicitamente che al momento non ha questo intenzione.

Rinuncerà se non sarà più capace di affrontare le sfide del suo pontificato, sì, ma adesso va avanti. Vuole portare avanti il processo sinodale della Chiesa universale, fa già riflessioni sull’anno santo del 2025, giubileo del Concilio di Nicea. Al momento non è pronto a fare una rinuncia, se sarà necessario sì ma adesso no: come lui dice, non si governa con le gambe ma con la testa».

La convince l’idea di chiamare un Papa che rinuncia “Papa emerito”?

«Quella alla quale abbiamo assistito era una situazione unica, che sinora non si era mai presentata, con due uomini vestiti di bianco l’uno Papa e l’altro Papa emerito. Ma si tratta di una situazione non desiderabile. A mio avviso c’è un ampio consenso circa la necessità di non avere più il titolo Papa emerito, e optare per un’alternativa, magari vescovo emerito di Roma. Avrebbe senso, Papa emerito non era un titolo molto opportuno. Ma non so se Papa Francesco prenderà un’iniziativa in tal senso e cambierà qualcosa, non ne ho parlato con lui».

Nella Chiesa cattolica c’è uno scontro tra conservatori e progressisti?

«È ovvio che c’è uno scontro tra due sensibilità diverse, i cosiddetti progressisti e i cosiddetti conservatori, ma abbiamo bisogno di continuare il dialogo tra posizioni differenti, perché questi scontri non fanno bene alla Chiesa».

Il sinodo globale indetto da Francesco può essere il luogo adatto?

«Il sinodo è un modo per superare questi problemi: bisogna parlarsi, discutere dei problemi, e poi anche trovare dei compromessi. Ognuno ha la sua convinzione ma si deve anche rispettare l’altro, dialogare: questo è quello che vuole il Papa con questo processo sinodale».

Non c’è un rischio di scisma, ad esempio negli Stati Uniti?

«Io non parlo di scisma, forse ci possono essere degli scismi di fatto, ma non bisogna esagerare la situazione. Solo se la comunione eucaristica è interrotta si può parlare di scisma reale, ma questo non è il caso adesso: ancora parliamo e celebriamo insieme l’eucaristia. C’è una diversità di opinioni che non è certo una novità nella storia della Chiesa. In ogni Chiesa possono esserci preoccupazioni diverse: negli Stati Uniti, in Germania, ma anche in Africa, in Asia… il problema di oggi è che c’è una pluriculturalità della Chiesa e questo è molto difficile da coordinare e pacificare. Ma la pluralità non deve diventare uno scisma».

Iacopo Scaramuzzi. vaticanista                  La repubblica                    8 gennaio 2023

www.repubblica.it/cronaca/2023/01/08/news/papa_conservatori_riformisti-382497468

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202301/230108kasperscaramuzzi.pdf

Chi c’è dietro Padre Georg

«Il piano segreto dev’essere articolato su più assi e fasi, ma coltiva un unico obiettivo: stressare il pontificato per arrivare alla rinuncia di Francesco, contando su un progressivo indebolimento del santo padre e su scelte dottrinali che creano sacche di malcontento da enfatizzare e raccogliere». Chi parla è un navigato cardinale italiano, fine conoscitore della curia romana dai tempi di Wojtyla: «Gli oppositori di Francesco sono consapevoli che oggi rappresentano una minoranza, quantomeno ai posti di comando. Hanno bisogno di tempo sia per conquistare consensi sia per indebolire Bergoglio. Per questo si muovono su più livelli: chi nell’ombra trama per ostacolare le mosse del papa, incrinando ad esempio le potenziali candidature forti al vertice della Congregazione per la Dottrina della Fede o della Conferenza episcopale italiana, chi pubblicamente crea tensione e scompiglio sugli indirizzi teologici come monsignor Georg Ganswein, il segretario di Ratzinger che, consapevolmente o inconsapevolmente, in libri e interviste ha valorizzato distanze e fratture tra i due papi, andando frontalmente contro il gesuita argentino». Insomma, quelli de “l‘altra Chiesa“, come qualcuno sussurra nei sacri palazzi, sanno bene che siamo distanti anni luce dal 2011-2012 quando Benedetto XVI decise di rinunciare e che quella situazione, quell’humus non è replicabile. All’epoca la curia romana era italiano-centrica con una solida alleanza tra segreteria di Stato ed episcopato americano, alla guida le famose tre B (Bertone, Becciu e Balestrero (+ 1998)[?], in sostanziale equilibrio con la vecchia guardia di area diplomatica (Sodano) e astri nascenti (Piacenza). Benedetto XVI era consapevole che il Papa entrante avrebbe azzerato quel blocco di potere, coagulatosi fin dai tempi di Paolo VI, come poi avvenuto, in una lotta quotidiana finora poco raccontata. E, infatti, oggi troviamo uomini voluti da Bergoglio con una frammentazione del potere, a iniziare dal ruolo più contenuto affidato al cardinale Pietro Parolin, rispetto ai predecessori segretari di Stato. È innegabile che quest’ultimo abbia un ascendente più ridotto sul papa regnante, rispetto a quello esercitato da Bertone – almeno fino a metà 2012 – su Ratzinger.

Questa situazione rafforza Bergoglio che ha ormai quasi concluso i cambiamenti e impone cautela tra le file dei suoi critici. In questa direzione vanno interpretate le parole dell’arcivescovo Timothy Broglio, il conservatore presidente della Conferenza episcopale degli Stati Uniti e che sicuramente fa parte di chi è scettico nei confronti di questo pontificato. In una intervista a Repubblica, prima ha criticato le fuoriuscite di Ganswein («Se abbiamo critiche da fare al Santo Padre non bisogna farle tramite i mass media ma direttamente a lui personalmente. E considero monsignor Ganswein come un amico»), poi ha ripreso un altro obiettivo caro ai critici di Francesco, normalizzare la rinuncia in modo da renderla un passo quasi normale, soprattutto per questioni di salute: «Forse la possibilità di un ritiro di Francesco sarebbe più fattibile adesso che non c’è più il Papa emerito… Ho visto anche la difficoltà, il fatto che non celebra: sono tutti elementi di un lavoro pastorale normale che mancano». Del resto, Francesco lo scorso mese ha spento 86 candeline e in una intervista all’Abc ha ricordato di aver già firmato una rinuncia in caso di impedimento di salute forse ricordando come terminò il pontificato di Wojtyla.

Il riflettore è quindi acceso sulla potente comunità degli Stati Uniti e le parole scelte da Broglio tranquillizzano, ma solo fino a un certo punto. La visione di Bergoglio di una Chiesa universale che torna alle origini con un Vaticano ridotto nelle marce di potere e un’interpretazione minimalista, pauperista, ed ecologista delle scritture agita quella comunità e anima le discordanze. Rimbalzano le preoccupazioni su questioni profonde come l’abolizione del celibato obbligatorio per i sacerdoti, i diritti delle coppie gay, la comunione per i divorziati, che vanno riammessi, e ancora e ancora. I critici conservatori aumentano e fanno rete. Certo, è da qualche mese che non tuona come suo solito monsignor Carlo Maria Viganò contro la fede globalizzata e un papa eretico, nemico della Chiesa, ma è più chi trama dietro le quinte per arrivare poi a porporati di rango come i tedeschi Walter Brandmüller e Gerhard Ludwig Muller, che firmarono i “dubia” su Amoris Lætitia con i cardinali Raymond Burke e Carlo Caffarra fino al guineano Robert Sarah e al novantenne Zen Ze-kiun, che ha appena incontrato Bergoglio ma che da una vita coltiva posizioni distanti dalla linea di dialogo con le autorità di Pechino per la chiesa clandestina e ufficiale in Cina. Immigrazione, Islam e sessualità sono altri temi che dividono e creano frontiere tanto che in questo scacchiere organizzazioni come Opus Dei, Cavalieri di Colombo e cavalieri di Malta, seppur per motivi assai diversi tra loro, patiscono un raffreddamento nei rapporti, rispetto ai predecessori.

E così nei sacri palazzi l’attenzione ora è massima, anche la recente firma del Papa sulla riforma del vicariato di Roma, segnata a San Giovanni in Laterano e non in Vaticano ha suscitato congetture. C’è anche chi ha letto la scelta come un segnale chiaro di valorizzazione della sua figura di vescovo della capitale rispetto a quella di monarca assoluto del piccolo stato e pontefice. Del resto, la fatidica data del prossimo 11 febbraio, giornata della prima apparizione della madonna di Lourdes e della firma dei Patti Lateranensi, si avvicina. Verrà ricordata soprattutto per il primo decennale dell’annuncio di Ratzinger che sconvolse il mondo: «Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino». Parole che in diversi, in penombra e a mezza voce, sognano di riascoltare con quell’inconfondibile accento spagnolo. Il cardinale Kasper: “Benedetto santo subito? In cielo non c’è l’alta velocità. Bergoglio non si dimette“.

Gianluigi Nuzzi                 La stampa                           8 gennaio 2023

www.lastampa.it/vatican-insider/2023/01/08/news/chi_ce_dietro_padre_georg_il_piano_segreto_per_spingere_alle_dimissioni_papa_francesco-12452775

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202301/230108nuzzi.pdf

Padre Georg, continuano le rivelazioni: “Francesco non ascoltò Ratzinger sulla filosofia gender

                Dopo la morte del papa Emerito Benedetto XVI, il suo segretario Georg Gänswein ha scatenato clamore con le sue rivelazioni su incomprensioni tra i due pontefici. Nel libro in uscita ‘Nient’altro che la Verità lamenta di essere rimasto “scioccato” alla decisione di Papa Francesco di renderlo un “prefetto dimezzato” e ha ricostruito alcune frizioni tra i due papi arrivando ad accusare Francesco di essersi mosso in modo scomposto nei confronti del suo predecessore fino a causargli dolore. E rivela le diverse visioni di Francesco e Benedetto. Tra queste anche quella su come affrontare la “propaganda sulla filosofia gender”.

                Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, lo scrisse Ratzinger a Bergoglio. D’accordo con il papa che bisognasse “trovare un equilibrio tra rispetto della persona e amore pastorale e dottrina della fede” ammonì che “la filosofia gender insegna che è la singola persona che si fa uomo o donna. Non interessa il bene della persona omosessuale ma di una voluta manipolazione dell’essere”. “So che molti omosessuali sentono di essere pretesto per una guerra ideologica. Perciò una resistenza forte e pubblica è necessaria”, scrisse Benedetto. E Gänswein annota: “Richieste specifiche di osservazioni non sono più arrivate”.

                Nelle tensioni tra progressisti e conservatori si alzano i toni. Papa Francesco ha lanciato un monito a “Non dare scandalo”. “Dio si incontra nell’umiltà e nel silenzio”, ha detto ai fedeli all’Epifania. E le sue parole sono sembrate una risposta alle dure critiche ricevute da padre Georg.Adoriamo Dio e non il nostro io; adoriamo Dio e non i falsi idoli che ci seducono col fascino del prestigio e del potere, con il fascino delle false notizie; adoriamo Dio per non inchinarci davanti alle cose che passano e alle logiche seducenti ma vuote del male”.

Sulle critiche manifestate da Georg Gänswein, si è espresso in un’intervista a Repubblica anche l’arcivescovo Timothy Broglio, presidente della conferenza episcopale degli Stati Uniti. Ex ordinario militare, in passato segretario del cardinale Angelo Sodano, da novembre monsignor Broglio, annoverabile tra i conservatori, è a capo dell’episcopato Usa. “Confesso che non ho letto quello che ha detto – ha spiegato – ma penso che se abbiamo critiche da fare al Santo Padre non bisogna farle tramite i mass media ma direttamente a lui personalmente. E considero monsignor Gänswein come un amico”. Per Broglioci sono tensioni tra, diciamo, progressisti e conservatori. Forse ci sono sempre state ma mi sembrano molto più evidenti adesso. Vediamo alcuni vescovi tedeschi che vanno avanti con il percorso sinodale, e con questo certamente io non posso essere d’accordo, sarebbe una fonte di tensione. Ma ci sono critiche anche dall’altra parte, che possono essere anche esagerate. Sì, bisogna riconoscere che ci sono tensioni”. “Credo che papa Francesco ci abbia insegnato molto. Bisogna dare la possibilità a tutti di esprimere i propri pensieri, e allo stesso tempo bisogna cercare anche di ridurre l’amarezza che sentiamo a volte: difficile immaginare che queste siano persone della Chiesa, che prima di tutto è una comunione di amore. Possiamo non essere d’accordo – continua Broglioperò bisogna cercare la maniera di esprimere le critiche in una maniera fraterna, caritatevole ed evitare questa asprezza che spaventa“.

Ratzinger ‘Santo subito’?. “Credo che in futuro certamente il processo inizierà. Ma penso anche e, se posso osare, credo che Papa Benedetto sarebbe d’accordo con me, che queste cose maturano con il tempo. Non ho dubbi che Joseph Ratzinger sia in cielo ma mi sembra che la Chiesa ha i suoi tempi, i suoi metodi per fare un processo normale, dare tempo di studiare il caso, e anche vedere se ci siano miracoli da attribuire alla sua intercessione. Mi sembra un po’ presto per tutto questo“. Quanto a Papa Francesco,forse la possibilità di un ritiro sarebbe più fattibile adesso che non c’è più il Papa emerito, ma questo ovviamente è pura speculazione perché non ho idea cosa ne pensi papa Francesco. Anzi ho visto che ha appena fatto una riorganizzazione del vicariato di Roma: mi sembra uno che va avanti. Però ho visto anche la difficoltà, il fatto che non celebra: sono tutti elementi di un lavoro pastorale normale che mancano. Ma ovviamente è sempre lui che decide se ha le forze di continuare o no” prosegue Broglio.

Elena Del Mastro            Il riformista                       7 gennaio 2023

337667www.ilriformista.it/padre-georg-e-le-rivelazioni-nella-sua-biografia-francesco-non-ascolto-ratzinger-sulla-propaganda-gender-

Successore Papa Francesco, il toto nomi dopo morte Ratzinger: Bergoglio zoppica ma sta un fiore…

Fedeli in coda da ieri mattina, per rendere l’ultimo saluto al papa emerito Benedetto XVI, la cui salma resta esposta fino a domani sera nella Basilica vaticana. Intanto le cronache e le pagine (dei giornali e web) si riempiono di commenti, valutazioni, indiscrezioni, annunci. Ora sappiamo quali sono state le ultime parole: “Gesù ti amo”, in italiano, raccolte da un infermiere nelle prime ore del mattino del 31, poco prima dell’annuncio ufficiale del decesso alle 9.34. La salma indossa un anello con l’effigie di San Benedetto che gli era stato donato da mons. Gino Reali, vescovo emerito della diocesi di Porto-Santa Rufina, nel Lazio, ma di origine umbra, proprio per ricordare l’importanza della figura del santo di cui il Papa prese il nome.

                Mentre i fedeli sfilano – previsto un afflusso di 30-35 mila persone al giorno durante l’esposizione, il doppio – si calcola – per i funerali di giovedì mattina, cresce l’attesa per l’omelia che terrà Papa Francesco. Da notare anche qui un inedito assoluto: avremo un papa regnante a presiedere la cerimonia funebre del suo predecessore. In ogni caso, almeno a leggere i giornali italiani, si operano ora dei collegamenti sul futuro del pontificato, sulla base dell’ultima intervista di Papa Francesco. A metà dicembre al quotidiano spagnolo Abc aveva rivelato di avere firmato le dimissioni già nel 2013, dopo l’elezione, consegnandole all’allora Segretario di stato cardinale Tarcisio Bertone. Ecco le parole esatte: “Le firmai e gli dissi (a Bertone, ndr): ‘in caso di impedimento per motivi medici o che so, ecco le mie dimissioni. Ce le avete già. Non so a chi le abbia date il cardinal Bertone, ma gliele ho date io quando era segretario di Stato”. Peccato che nell’intervista in cui Bertone stesso ricorda Ratzinger, pubblicata dal quotidiano torinese, non gli sia stata rivolta una domanda in proposito.

                Difficile capire se sia un’ipotesi percorribile o soltanto il pio desiderio di riempire pagine e pagine di speculazioni poco fondate. Come anche poco fondate sembrano le voci che parlano di resa dei conti tra i sostenitori di Ratzinger, decisi a venire allo scoperto, e i sostenitori dell’attuale papa. Le ricostruzioni delle lotte di potere all’ombra dei palazzi vaticani hanno diverse caratteristiche consuete: l’assoluto anonimato e la profusione dei ‘si dice’ e delle fonti più disparate. Ma siccome sono tutte rigorosamente anonime, praticamente non si esce da un pantano di voci fuori controllo.

Un secondo aspetto riguarda la dialettica che viene messa in atto tra un papa, il suo predecessore e quindi il successore. E quindi il dibattito investe i cardinali destinati a sedere in Conclave: chi sarà il successore del pontefice? Dimenticando, nel gioco del tirare a indovinare, che intanto c’è un papa regnante, in ottima salute (ginocchio a parte, ma – come ha detto ironicamente – non si governa con le ginocchia ma con la testa!). che Bergoglio sia progressista nel senso deleterio che viene attribuito al termine, è una favola che non regge affatto. Papa Francesco, semmai, ha messo al centro del suo governo uno stile pastorale e spinge la Chiesa ad uscire dalle mura per andare ad evangelizzare, secondo lo stile della misericordia del Samaritano. Forse a molti non piace ma sarebbe lo stile del Vangelo.

Papa Benedetto XVI era diverso? Certamente lo era, per la formazione teologica, la sensibilità personale, la provenienza geografica e la storia personale. Aveva vissuto il Concilio in prima persona. Bergoglio è il primo papa davvero post-Conciliare ma la solidità della formazione teologica dell’uno e dell’altro non è in discussione.

                Se poi piace ai media nostrani l’idea che ci debbano essere sempre due papi alla volta, uno in carica, l’altro in pensione o emerito, non è detto che il desiderio debba diventare realtà. A ben guardare invece esiste una continuità, una gradualità nelle impostazioni e nelle accentuazioni delle tematiche, che corrisponde ai tempi diversi in cui i papi vivono. Un esempio in tal senso viene proprio dal cardinale Ratzinger. Ieri è stata distribuita l’anticipazione di un’ampia intervista del 1988, inedita in italiano, che sarà pubblicata nel prossimo volume dell’opera Omnia di Joseph Ratzinger/Benedetto XVI (Libreria Editrice Vaticana). Il tema era ed è oggi più che mai bollente: l’interpretazione della “Humanæ Vitæ” di Paolo VI con il no senza appello per la pillola.

Diceva Ratzinger: “il passo sulla contraccezione rappresenta circa mezza pagina dell’intera enciclica. Nel complesso si intendeva dare un’immagine positiva del matrimonio come spazio in cui la sessualità acquisisce una dignità umana; e mostrare che, nell’uomo, corpo e spirito sono inseparabili. Significa che la sessualità non deve essere accantonata nell’ambito della pura materialità. Si trattava dunque della filosofia della sessualità nell’unità della persona. Penso che questa visione di fondo sia preziosa, ma che su di essa non si sia ancora riflettuto abbastanza. Gli sforzi per una comprensione più profonda e per motivazioni più accessibili continuano, su questo non si discute. Direi che quello che l’enciclica si proponeva, ha consistenza, rimane valido. Mentre la motivazione di essa, l’immagine antropologica complessiva deve essere ulteriormente approfondita”.

                Frasi che rappresentano un esempio di equilibrio e rispetto delle diverse sensibilità e posizioni e indicano l’idea di una Chiesa che si fa strada con gradualità. Nella ricerca del dialogo è stato un papa moderno, autenticamente postconciliare e Papa Francesco ne prosegue la linea, sebbene troppo spesso i detrattori di quest’ultimo non rintracciano la linea di continuità tra i pontefici, appunto perdendosi dietro la ricerca di un regime di cristianità che non esiste più da secoli, mentre abbiamo più bisogno di una razionalità capace di coniugare teologia, filosofia e scienza, come terreno di incontro tra credenti e non credenti, per superare ogni steccato ideologico.

Fabrizio Mastrofini         il riformista                       3 gennaio 2023

www.ilriformista.it/successore-papa-francesco-il-totonomi-dopo-morte-ratzinger-bergoglio-zoppica-ma-sta-un-fiore-337254

DALLA NAVATA

Isaia                                      42,01. Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui; egli porterà il diritto alle nazioni.

Salmo                                    28, 04. Tuona il Dio della gloria, nel suo tempio tutti dicono: «Gloria!». Il Signore è seduto sull’oceano del cielo, il Signore siede re per sempre.

Atti Apostoli                        30, 37. (Pietro) Voi sapete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, cominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni; cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nàzaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui».

Matteo                                  03, 14. Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare.

Giotto (1303-5 – Cappella degli Scrovegni Padova)

Il Battesimo, l’immergersi in un oceano d’amore

Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui. Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare. Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. E una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».

Tramonto a Patmos, l’isola dell’Apocalisse. Stavamo seduti davanti al fondale magico delle isole dell’Egeo, in contemplazione silenziosa del sole che calava nel mare, un monaco sapiente e io. Il monaco ruppe il silenzio e mi disse: lo sai che i padri antichi chiamavano questo mare «il battistero del sole?» Ogni sera il sole scende, si immerge nel grande bacile del mare come in un rito battesimale; poi il mattino riemerge dalle stesse acque, come un bambino che nasce, come un battezzato che esce. Indimenticabile per me quella parabola che dipingeva il significato del verbo battezzare: immergere, sommergere. Io sommerso in Dio e Dio immerso in me; io nella sua vita, Lui nella mia vita. Siamo intrisi di Dio, dentro Dio come dentro l’aria che respiriamo, dentro la luce che bacia gli occhi; immersi in una sorgente che non verrà mai meno, avvolti da una forza di genesi che è Dio. E questo è accaduto non solo nel rito di quel giorno lontano, con le poche gocce d’acqua, ma accade ogni giorno nel nostro battesimo esistenziale, perenne, in-finito: «siamo immersi in un oceano d’amore e non ce ne rendiamo conto» (G. Vannucci). La scena del battesimo di Gesù al Giordano ha come centro ciò che accade subito dopo: il cielo si apre, si fessura, si strappa sotto l’urgenza di Dio e l’impazienza di Adamo. Quel cielo che non è vuoto né muto. Ne escono parole supreme, tra le più alte che potrai mai ascoltare su di te: tu sei mio figlio, l’amato, in te ho posto il mio compiacimento. Parole che ardono e bruciano: figlio, amore, gioia. Che spiegano tutto il vangelo. Figlio, forse la parola più potente del vocabolario umano, che fa compiere miracoli al cuore. Amato, senza merito, senza se e senza ma. E leggermi nella tenerezza dei suoi occhi, nella eccedenza delle sue parole. Gioia, e puoi intuire l’esultanza dei cieli, un Dio esperto in feste per ogni figlio che vive, che cerca, che parte, che torna. Nella prima lettura Isaia offre una delle pagine più consolanti di tutta la Bibbia: non griderà, non spezzerà il bastone incrinato, non spegnerà lo stoppino dalla fiamma smorta. Non griderà, perché se la voce di Dio suona aspra o impositiva o stridula, non è la sua voce. Alla verità basta un sussurro. Non spezzerà: non finirà di rompere ciò che è sul punto di spezzarsi; la sua mania è prendersi cura, fasciando ogni ferita con bende di luce. Non spegnerà lo stoppino fumigante, a lui basta un po’ di fumo, lo circonda di attenzioni, lo lavora, fino a che ne fa sgorgare di nuovo la fiamma. “La vita xe fiama” (B. Marin) e Dio non la castiga quando è smorta, ma la custodisce e la protegge fra le sue mani di artista della luce e del fuoco.

p. Ermes Ronchi, OSM                                  Avvenire

www.avvenire.it/rubriche/pagine/il-battesimo-l-immergersi-in-un-oceano-d-amore

RIFLESSIONI
La difficoltà di restare credenti, oggi

Restare credenti è sempre stata una abilità non da poco, esposta a mille pericoli e difficoltà. Nel contesto odierno, però, potrebbe sembrare ancora più difficile, e questo per una serie di fattori che incidono sul vissuto sociale ed ecclesiale, anche se poi – in ultima istanza – tutti questi fattori potrebbero rivelarsi la nostra migliore risorsa.

  1. Ragioni che hanno perso ragione. Il primo elemento da considerare è il venir meno della pressione sociale che portava ad uniformarsi a stili di vita e a convinzioni che si potevano ricondurre alla fede cristiana. Andare a messa la domenica, sposarsi in chiesa, assumere certe abitudini (dal mangiare di magro di venerdì al mandare i figli al catechismo) era assolutamente naturale, come oggi comperare uno smartphone. Ai nostri giorni non è più così, anzi la situazione è rovesciata. Il contesto sociale spinge verso la non credenza e la non appartenenza ecclesiale: per credere e per decidere di appartenere alla chiesa occorre una presa di posizione personale, forte e motivata, capace di rendere ragione della propria fede in contesti in cui essa appare perlopiù come una stranezza. Certamente credere in questo modo è più impegnativo, ma forse nell’altro modo la fede era così subordinata ad altri elementi (tradizione, reputazione, vantaggi sociali) da diventare secondaria e quindi molto spesso per nulla incisiva nel vissuto interiore e pratico, che al di là delle forme proseguiva per proprio conto.

A questo cambiamento mi sembra doveroso aggiungere che oggi non è più una buona motivazione per essere credenti neppure il bisogno di sentirsi amati e lenire le proprie ferite emotive. Molte volte la predicazione che insiste su questi temi – pure sensati, per carità – non coglie nel segno, perché per curare le ferite psichiche è necessario un cammino psicologico, e scoprirsi amati da Dio, per quanto fondamentale e liberante, non può essere considerato una specie di surrogato dell’amore non ricevuto da bambini o durante la crescita: l’amore di Dio ci incontra adulti e ci vuole adulti, per cui cercare Dio per ricevere il calore che ci è mancato rischia di rendere la nostra fede vacillante e non autentica.

Altra cosa è scoprire in lui un amore che può farci rinascere al di là delle ferite e degli errori, ma questo chiede – di nuovo – un cammino e una consapevolezza personale ben al di là della consolatoria idea che Dio ci voglia bene e ci protegga (idea fra l’altro molte volte mandata in crisi dalle vicissitudini avverse della vita).

Inoltre, se nei secoli passati (ma possiamo dire fino a qualche decina di anni fa) la fede era offerta come consolazione per le vite più sofferte, per i sacrifici e le ingiustizie che sembravano ineluttabili (fino a diventare persino una componente dell’ideologia che manteneva le strutture radicalmente ingiuste delle società), oggi non è più così. Per le ingiustizie si cerca un rimedio culturale, politico e sociale, mentre richiedere un sacrificio ad alcuni (più frequentemente ad alcune) non è più accettabile in vista di una consolazione spostata in un tempo altro. Se si rimane su questi registri si rischia di non combattere adeguatamente le iniquità del mondo, mentre se si abbandonano la fede rischia di vacillare. Moltissime persone non credenti (insieme ovviamente a molti credenti) lottano per un mondo più giusto, per la salvaguardia del creato, per la liberazione di coloro che sono oppressi, e non poche volte si scandalizzano di credenti che minimizzano le ingiustizie mondiali e la violenza sul creato. Può resistere la fede nel Dio di Gesù, però, senza che la fame e la sete della giustizia impediscano di accontentarsi di spostare a chissà quando la consolazione per chi soffre?

Aggiungerei a questo quadro che neanche la paura della morte è capace di stringerci alla fede: la morte è un dato di realtà e moltissimi trovano senso alla propria vita tenendo presente anche la morte. Il senso dell’esistenza infatti non è più ad esclusivo appannaggio della fede; molte sono le narrazioni che producono senso nella nostra epoca e ciascuna sa – anche quella che sorge dalla fede cristiana – che non può spiegare tutto o collocare ordinatamente ogni elemento in una sola teoria, perché la realtà si è rivelata complessa e sfugge drammaticamente a ogni riduzione. Nessuno può spiegare tutto, credenti compresi, per cui se si cerca in Dio un punto di appoggio a partire dal quale elaborare una spiegazione del tutto, si rimarrà inevitabilmente delusi. C’è da chiedersi d’altra parte se Dio possa essere questo e se questo ruolo di ordinatore del mondo si addica al Dio vivo di cui le Scritture ci raccontano, o sia solo la fuga razionale della paura umana, come molti filosofi hanno avuto il coraggio di denunciare.

  • Rimane solo il Vangelo. In sintesi sarà difficile restare credenti se questo dipende dalle tradizioni ricevute o dalle pratiche diffuse nel contesto sociale, ma sarà difficile restare credenti anche se si cerca in Dio chi curi le nostre ferite emotive o chi ci prometta una compensazione per le sofferenze, o se si cerca in lui la base per una spiegazione ordinata e omnicomprensiva di una realtà così pesantemente contraddittoria. Tutte queste, che pure in passato potevano essere vie per arrivare a incontrare il Dio vivente, oggi sono tentazioni da cui guardarsi se si vuole entrare e rimanere fermi nella fede cristiana. Come è bene stare in guardia dalla tentazione di vedere nella fede la garanzia di un ordine sociale e morale ricevuto dal passato e acriticamente eletto a immutabile: di fronte all’incedere ineluttabile della storia e della comprensione umana dei significati e dei valori (basti pensare l’evoluzione nella comprensione della sessualità, della condizione femminile, dell’ordine sociale, della libertà di coscienza ecc.), una fede di questo tipo diverrà prima conflittuale e poi del tutto estranea alla realtà in cui le persone si trovano a vivere. 

Se però si tolgono tutte queste dimensioni che abbiamo definito “tentazioni”, che cosa resta? Resta il Vangelo. Solo la fede che si fonda sulla bellezza del Vangelo, sull’impossibilità di resistere al suo fascino, può resistere alle tentazioni dette e alle molte altre che continuamente sorgono.

Forse cinquant’anni fa si poteva restare sposati senza amore, senza intesa, senza una relazione vivificante onorando un sistema di valori, sotto precise pressioni sociali, dentro un orizzonte di significati ben diverso da quello odierno. Oggi si può rimanere sposati solo se la relazione che si vive è sperimentata come buona e vivificante, almeno un po’. Similmente, d’altra parte, la fede è questione di attrazione per una bellezza e di amore, non si può essere credenti per abitudine, per tradizione sociale, per interesse, per vantaggi psichici, materiali o culturali. Si può mantenere la fede, anzi la si accresce continuamente, solo lasciandosi affascinare sempre più dallo stile, dalle parole, dall’agire di Gesù, lasciando che tutto questo prenda carne nei nostri gesti, nel nostro impegno quotidiano, nei nostri sentimenti. Ma forse questa è stata l’unica strategia da sempre: si può restare solo perché ciò che si è gustato non ha paragoni, proprio come di fronte alla persona che si ama o al figlio che abbiamo appena partorito. E questo è l’unico motivo buono per cui anche il Signore vuole che restiamo, per questo non esita a domandare: «Volete andarvene anche voi?». La risposta di oggi è quella di allora: «Signore da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna».

Segoloni Ruta*         “Servizio della parola” n° 544/2023 gennaio – febbraio 2023

*laica della diocesi di Perugia-Città della Pieve è sposata e ha quattro figli. Docente di teologia sistematica all’Istituto teologico di Assisi, insegna Ecclesiologia, mariologia e trinitaria.

www.ilblogdienzobianchi.it/blog-detail/post/176945/la-difficolt%C3%A0-di-restare-credenti-oggi  segoloni

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