NewsUCIPEM n. 807 – 24 maggio 2020

NewsUCIPEM n. 807 – 24 maggio 2020

Unione Consultori Italiani Prematrimoniali E Matrimoniali

ucipemnazionale@gmail.com                                                           

 “Notiziario Ucipem” unica rivista ufficiale – registrata Tribunale Milano n. 116 del 25.2.1984

Supplemento online. Direttore responsabile Maria Chiara Duranti. Direttore editoriale Giancarlo Marcone

News gratuite si propongono di riprendere dai media e inviare informazioni, di recente acquisizione, che siano d’interesse, d’aggiornamento, di documentazione, di confronto e di stimolo per gli operatori dei consultori familiari e quanti seguono nella società civile e nelle comunità ecclesiali le problematiche familiari e consultoriali. Sono così strutturate:

  • Notizie in breve per consulenti familiari, assistenti sociali, medici, legali, consulenti etici ed altri operatori, responsabili dell’Associazione o dell’Ente gestore con note della redazione {…ndr}.
  • Link diretti e link per download a siti internet, per documentazione.

I testi, anche se il contenuto non è condiviso, vengono riprese nell’intento di offrire documenti ed opinioni di interesse consultoriale, che incidono sull’opinione pubblica. La responsabilità delle opinioni riportate è dei singoli autori, il cui nominativo è riportato in calce ad ogni testo.

Il contenuto delle news è liberamente riproducibile citando la fonte.        

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Chi desidera connettersi invii a newsucipem@gmail.com la richiesta indicando nominativo e-comune d’esercizio d’attività, e-mail, ed eventuale consultorio di appartenenza.               [Invio a 1.391 connessi]

 Carta dell’UCIPEM, Approvata dall’Assemblea dei Soci il 20 ottobre 1979. Promulgata dal Consiglio direttivo il 14 dicembre 1979.

1. Fondamenti antropologici

1.1 L’UCIPEM assume come fondamento e fine del proprio servizio consultoriale la persona umana e la considera, in accordo con la visione evangelica, nella sua unità e nella dinamica delle sue relazioni sociali, familiari e di coppia

1.2 L’UCIPEM si riferisce alla persona nella sua capacità di amare, ne valorizza la sessualità come dimensione esistenziale di crescita individuale e relazionale, ne potenzia la socialità nelle sue diverse espressioni, ne rispetta le scelte, riconoscendo il primato della coscienza, e favorendone lo sviluppo nella libertà e nella responsabilità morale.

1.3 L’UCIPEM riconosce che la persona umana è tale fin dal concepimento.

02 ABORTO VOLONTARIO                          42anni L.194 e la resistenza all’aborto. Più della L. può l’amore

03                                                                          Proposte operative per un ripensamento

04                                                                          Toscana: risoluzione per estendere l’aborto chimico.

05 ABUSI                                                            Violenza sessuale minorenni: ultime sentenze

07 ADOLESCENTI                                             La loro salute mentale

07 ADOZIONE                                                  Quanti sono i minori adottabili? Non c’è ancora una risposta

08 AFFIDO CONDIVISO                                 Collocazione figli presso padre                               

08 ASSEGNO MANTENIMENTO FIGLI     Mantenimento figli minorenni: ultime sentenze

10 CENTRO INTER.STUDI FAMIGLIA       Newsletter CISF – n. 20, 12 maggio 2020

13 CENTRO ITALIANO SESSUOLOGIA     La sessualità ai tempi del Covid-19: qual è il sesso sicuro?

14                                                                          La coppia distanziata nell’era Covid-19: #lontanimavicini

15                                                                          Social Sex Experience

16 CHIESA CATTOLICA                                  Sui limiti di papa Francesco

17                                                                          Una luce molti raggi

18                                                                          I vescovi indossino un abito che non attiri l’attenzione 1

18 CHIESE EVANGELICHE                             Verso l’ascensione del Signore

19                                                                          Donne e comunità: il peccato di genere

20 CINQUE PER MILLE                                  Adempimenti obbligatori per gli enti già iscritti

20 CITAZIONI                                                    Il consultorio familiare ovvero un ferito ai margini della strada

22 CONSULTORI FAMILIARI                        Prevenzione dell’infezione da sars-cov-2 nel consultorio

24 CONSULTORI FAMILIARI CATTOLICI  CFC.Lettera della Presidente.

24 CONSULTORI UCIPEM                            “Parlarne fa bene”, consulenze gratuite al Ccf di Viadana

25 CORONAVIRUS                                          Tre lezioni dall’emergenza Coronavirus

26 DALLA NAVATA                                        Ascensione del Signore –  anno A – 24 maggio 2020

26                                                        Ascensione, Dio con noi fino alla fine del mondo

26 DIRITTI                                                          Non c’è “rilancio” del Paese se i bambini restano invisibili

29 DIRITTO MATRIMONIALE                      Matrimonio religioso: ultime sentenze

31                                                                          Violazione obbligo di fedeltà coniugale: ultime sentenze

33                                                                          Dispetti nella separazione

35                                                                          Separazione dei beni gratis

36 DOCUMENTI                                               Noi siamo chiesa

37 DONNE NELLA (per la) CHIESA            La cura nell’ospedale da campo

38                                                                          Teologa a guida della diocesi di Lione per denunciare ….

39 FRANCESCO VESCOVO DI ROMA        Se il papa si ispira a Karl Rahner

40                                                                          Quale Rahner è caro a papa Francesco? Una piccola ermeneutica

41                                                                          Il Vangelo si muove con il popolo: Rahner e Francesco

43                                                                          Il Papa, il sentimento religioso e il richiamo agli «ultimi»

44                                                                          Non è Francesco

45 NONNI                                                          Nonni invadenti: la Cassazione riduce gli incontri coi nipoti

46 OMOFILIA                                                    Zuppi: gli omosessuali? La diversità è ricchezza

47                                                                          Giornata Internazionale contro l’omotransfobia

48                                                                          Omofobia: audizione in Commissione Giustizia della Camera

52 POLITICA                                                      Una bussola per la politica

53 POLITICHE FAMILIARI                             Veneto e Trentino scoprono che la famiglia è importante.

54                                                                          Il Veneto approva una nuova legge-quadro su natalità e famiglia

54                                                                          Non è un Paese per madri                                                                         

55 PSICOLOGIA                                                Io tu e il virus: Relazioni in quarantena

56 SINODI                                                          Querida Amazonia nuovo orizzonte per la Chiesa

584 UTERO IN AFFITTO                                Il Governo di Kiev “l’Ucraina è diventata un negozio online”

58                                                                          I bimbi bloccati all’hotel “Venezia”, circondato da filo spinato…

60                                                                          60 figli di surrogata 5a Kiev: l’Ucraina si sveglia. E l’Italia?

60                                                                          Utero in affitto ucraino e bando globale. Alt a mercato innocenti

615                                                                        Ai.Bi.appoggia appello de Associazione Comunità Papa Giovanni

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ABORTO VOLONTARIO

I 42 anni della 194 e la resistenza all’aborto. Più della legge può l’amore

Caro direttore,                                                era prevedibile che la legge 194 in vigore esattamente da 42 anni (22 maggio 1978) portasse ai risultati che sono oggi sotto gli occhi di tutti, almeno di coloro che non vogliono chiuderli. La spinta per la banalizzazione sociale e culturale dell’aborto, addirittura pretendendone la qualifica di “diritto umano fondamentale”, parte da lì. La pressione per rendere usufruibile e accettato senza limiti e problemi l’aborto farmacologico e chimico, attualmente sfruttando la disgrazia della pandemia, si annida già in quelle disposizioni, nonostante sia scritto che “l’aborto non deve essere utilizzato come mezzo di controllo delle nascite”. La legge, infatti, finge di attuare la decisione costituzionale n. 27 del 1975 che aprì la strada alla legalizzazione dell’aborto.      www.cortecostituzionale.it/actionSchedaPronuncia.do?anno=1975&numero=27

Questa sentenza, però, riconobbe il diritto alla vita del concepito facendolo rientrare tra i diritti dell’uomo e ammise l’aborto solo in caso di necessità, cioè a seguito di un accertamento medico sulla gravità di un pericolo per la salute della madre. [«La condizione della donna gestante è del tutto particolare e non trova adeguata tutela in una norma di carattere generale come l’art. 54 c. che esige non soltanto la gravità e l’assoluta inevitabilità del danno o del pericolo, ma anche la sua attualità, mentre il danno o pericolo conseguente al protrarsi di una gravidanza può essere previsto, ma non è sempre immediato. Di più. La scriminante dell’art. 54 c. p. si fonda sul presupposto d’una equivalenza del bene offeso dal fatto dell’autore rispetto all’altro bene che col fatto stesso si vuole salvare. Ora non esiste equivalenza fra il diritto non solo alla vita ma anche alla salute proprio di chi è già persona, come la madre, e la salvaguardia dell’embrione che persona deve ancora diventare».] Invece, la 194/1978 nei primi tre mesi di gravidanza non prevede nessun accertamento medico sulla salute della madre.

            Delle tre “anime” della legge – abortismo radicale, collettivizzante e umanitario – è la prima a prevalere nell’interpretazione e nell’applicazione (in ogni caso nessuna delle tre prende in considerazione il fatto che in gioco c’è una reale e concreta vita umana), perché le stesse parti della legge considerate da alcuni “buone” sono in realtà contaminate da un’ambiguità tale da non avere la forza di determinare una inversione di tendenza a favore della vita nascente e di una reale tutela sociale della maternità. Non rassicura la dichiarata tutela della vita sin dal suo inizio – collocata al terzo posto dopo il diritto alla procreazione cosciente e responsabile e dopo la tutela sociale della maternità – poiché non è data la ragione esplicativa della tutela (si tutelano anche le cose) e non si specifica qual è il momento dell’inizio. Ben altro sarebbe stato mettere al primo posto la tutela il diritto alla vita del concepito (la sua dignità, la sua natura di essere umano), ma è proprio questo ciò che non si voleva e non si vuole riconoscere. [art. . Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio.]

www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:1978-05-22;194

Equivoca è anche la disciplina dei consultori familiari, descritti come un’alternativa all’aborto, ma poi collegati con l’aborto nella fase preparatoria, tanto che si pretende di escludere dai consultori gli obiettori di coscienza e addirittura di trasformarne alcuni in ambulatori dove effettuare l’aborto chimico. In ogni caso il ricorso al consultorio può essere comunque evitato rivolgendosi al medico di fiducia. Inquietudine? Ipocrisia? È comunque quanto basta a giustificare la qualifica di “integralmente iniqua” che Giorgio La Pira rivolse alla 194.

{Sono esclusi all’art.4 i consultori familiari non pubblici-L.405, 29 luglio 1975, ignorando la loro capacità di prevenzione prevista dalla stessa legge    www.trovanorme.salute.gov.it/norme/dettaglioAtto?id=25554}

Già queste brevi considerazioni dovrebbero portare a un serio e profondo ripensamento della legge alla luce di una sempre maggiore consapevolezza scientifica e razionale circa la piena umanità di ogni figlio concepito, della collaudata esperienza dei Centri di aiuto alla vita che conoscono la gioia della libertà della donna sottratta ai condizionamenti che l’avrebbero portata all’aborto, di una riflessione attenta sul ruolo della donna nella difesa della vita nascente. L’attuale contesto politico sembra lontanissimo dal pensare a una cosa del genere.

            E allora? In attesa di tempi migliori {lo diceva frequentemente suo padre Carlo Casini. Ndr} – da costruire con la responsabilità di tutti – ricordiamoci che “più della legge, poté l’amore”. L’obiettivo è costruire la civiltà della verità e dell’amore e non dobbiamo arrenderci perché ci sono leggi inique che prima o poi crolleranno sotto il peso della loro iniquità. Il primo atto che è insieme di verità e amore è riconoscere il piccolissimo figlio dell’uomo e della donna come “uno di noi”. Esagerati? Integralisti? No, semplicemente umani.

 Marina Casini Bandini Presidente del Movimento per la vita 22 maggio 2020

www.avvenire.it/opinioni/pagine/pi-della-legge-pu-lamore

 

 Proposte operative per un ripensamento

{Occorre all’interno del Forum Associazioni Familiari concordare un testo che privilegi la prevenzionesecondaria (la primaria è quella indicata nell’ art. 2) prevista dagli art. 4 e 5 della L.194\1978   e portarlo al Ministero della salute e ai parlamentari pro-life}.

{Occorre richiedere alla Presidenza della Cei l’aggiornamento della: Notificazione della Presidenza 19 Luglio 1978 (senza aver consultato gli altri vescovi) La Presidenza della C. E. I., riunita a Roma il 26 e 27 giugno scorso, ha preso in esame la situazione creatasi nelle comunità ecclesiali con la legalizzazione dell’aborto e le questioni morali, giuridiche e pastorali che ne sono derivate. (…)1. – E’ da constatare, innanzitutto, il gran numero di persone particolarmente coinvolte nei problemi della legge abortista: dalle donne in difficoltà, maggiorenni o minori, sposate o nubili, sane o inferme, ai mariti, ai genitori, tutori e giudici tutelari; dai medici, specialisti o generici, ai paramedici e a tutto il personale esercente attività ausiliarie; dai direttori sanitari ai consigli d’amministrazione degli istituti di cura, ai componenti degli organi regionali, agli insegnanti e allievi dei corsi d’aggiornamento prescritti, ai consultori familiari istituiti per l’accoglienza e la difesa della vita. (…)

4. – Il diritto-dovere all’obiezione di coscienza non è la soluzione radicale e totale di ogni problema.

E’ sempre necessario, dal punto di vista morale, ricordare alcuni principi:

a) non è mai lecita l’azione abortiva diretta;

b) non è lecita la cooperazione prossima all’azione abortiva diretta “Non si può ammettere, per esempio, che medici e infermieri vengano obbligati a concorrere, in modo prossimo, ad un aborto … “, Dichiarazione della Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, 18 novembre 1974, n. 22). Tale collaborazione prossima si verifica, indubbiamente, tanto col rilascio degli attestati che siano – per il loro tenore o per il loro valore legale – titolo o autorizzazione all’interruzione della gravidanza, quanto con le prestazioni richieste all’équipe delle sale operatorie. Il pericolo di scandalo – anche per la posizione di alcune persone, si pensi ad esempio alle religiose ecc. – può rendere illecite pure altre forme di cooperazione non prossima;

c) è lecita l’assistenza antecedente, se specificamente e necessariamente non finalizzata a determinare l’interruzione della gravidanza;

d) è lecita e doverosa la somministrazione di tutte le cure che fossero richieste e si rendessero necessarie per la salvezza e la salute della donna, a seguito di complicazioni dovute all’intervento;

e) è lecita e doverosa l’assistenza conseguente all’intervento, anche come testimonianza di umana sollecitudine e attenzione, dato che “le difficoltà e le angustie di queste donne non sono soppresse dall’aborto, ma, salvo rarissimi casi, continuano a pesare su di loro” (Dichiarazione dei Vescovi della Germania Federale, settembre 1976).

La Comunità cristiana e l’accoglienza della vita umana nascente. Istruzione pastorale. La presente «Istruzione pastorale» fa seguito alle delibere della XV Assemblea Generale del 22-26 maggio 1978, alla dichiarazione «Dopo la legge sull’aborto» del 9 giugno 1978 e alla «Notificazione» della Presidenza del l° luglio 1978. Il Consiglio Permanente l’ha approvata nella sessione del 23-26 ottobre 1978, e ha dato mandato alla Presidenza di pubblicarla secondo le indicazioni emerse durante la medesima sessione.

(Omissis)

§44. – Soprattutto il medico obiettore di coscienza rimane impegnato a salvare e promuovere la vita, anche usufruendo delle possibilità offerte dalla stessa legge civile. Ogni medico di fiducia o esercente in ambulatori o consultori

– preavvertendo di essere obiettore di coscienza e di non poter rilasciare al termine la certificazione scritta – può e deve condurre il colloquio e fare le visite e gli accertamenti, anche nel caso in cui la donna formuli l’ipotesi di interrompere la gravidanza.

In questa prospettiva sono lecite e doverose:

– l’assistenza antecedente, se specificamente e necessariamente non finalizzata all’aborto;

– la somministrazione di tutte le cure richieste e necessarie per la salvezza e la salute della donna, a seguito di complicazioni sopravvenute;

– l’assistenza successiva all’intervento, come testimonianza di sollecitudine e di amore per le difficoltà che la stessa interruzione della gravidanza non elimina, quando non aggrava.

https://www.google.com/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=&ved=2ahUKEwjQsdr4o-DpAhVi2aYKHQN4DX04ChAWMAN6BAgEEAE&url=http%3A%2F%2Fwww.progettoculturale.it%2Fcci_new%2Fdocumenti_cei%elle%2F01-1047%2FIstruzione_pastorale_08.12.1978.pdf&usg=AOvVaw05EKl0gsCOLZpDl-pkUOuW

Il consiglio direttivo dell’Ucipem dopo la sua riunione a Bologna il 6 ottobre 1978 essendo presidente il prof. Sergio Cammelli con la presenza di Paolo Benciolini, Giorgio Bosco, Anna Giambruno, Giancarlo Marcone, Enzo Sigillò e dei membri cooptati Umberto Bigozzi e Giovanna Dardanello decise di inviare una delegazione ad incontrare il cardinale Poma, Presidente della Cei. Venne presentata la propria valutazione che il colloquio con la donna che prospetta di adire all’ivg e la relativa documentazione tramite “un documento, firmato anche dalla donna attestante lo stato di gravidanza e l’avvenuta richiesta, e invita a soprassedere per 7 giorni” non rientrasse nel comma 3, dell’art. 9 (obiezione di coscienza) “esonera dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza”. Questo comma specificava il comma 1 e non lo contraddiceva.

Il cardinale espresse che la Notificazione della Presidenza 19 Luglio 1978 era stata scritta in tali termini per la difficoltà di interpretazione dell’art. 9 concernente l’obiezione di coscienza e che si aspettava l’interpretazione dello Stato Italiano. Questa avvenne con le sentenze del TAR Puglia sentenza n. 3477, 14 settembre 2010 e del TAR Lazio n. 890, 5 luglio 2016 e della circolare della Regione Veneto n.54, 2 agosto 1978.                                             Redazione di News Ucipem (in attesa di contributi)

 

Ru46.Toscana: risoluzione per estendere l’aborto chimico. Mpv: si banalizza

Con i voti della maggioranza di centro-sinistra il Consiglio regionale toscano ha varato un documento che chiede alla giunta di allargare le maglie dell’aborto chimico approfittando dell’emergenza. Utilizzare l’emergenza sanitaria per il coronavirus come pretesto per chiedere l’introduzione di nuove norme in tema di aborto. L’operazione è avvenuta nel Consiglio regionale della Toscana dove una proposta di risoluzione (firmata da consiglieri della Sinistra e del Pd e approvata a maggioranza anche con i voti di M5s e Iv) chiede di “continuare a garantire il diritto all’interruzione volontaria della gravidanza, anche nella fase dell’emergenza e del post emergenza Covd-19”. Richieste simili erano già state sollevate da associazioni abortiste, poi smentite dal fatto che i servizi di interruzione volontaria della gravidanza negli ospedali italiani non hanno in realtà subito sospensioni in queste settimane. L’atto di indirizzo impegna la Giunta a realizzare la “riorganizzazione e riqualificazione della rete dei consultori e a implementare pratiche e modelli innovativi” garantendo l’aborto farmacologico nei poliambulatori e nei consultori. L’atto invita la Giunta anche ad assicurare, nei presidi ospedalieri, “almeno il 50% del personale medico e sanitario non obiettore”. I firmatari chiedono inoltre che si avvii una “fase di sperimentazione che preveda l’allungamento della tempistica limite” dell’interruzione volontaria della gravidanza farmacologica fino alle nove settimane.

Richieste pesanti, che se venissero accolte dalla Giunta regionale potrebbero introdurre novità sostanziali. Angelo Passaleva, figura storica del Movimento per la Vita fiorentino e presidente del Centro di aiuto alla vita di Firenze, non nasconde le sue preoccupazioni: “Un tentativo di far passare norme che potrebbero banalizzare l’aborto, proprio in un momento storico in cui abbiamo visto che bene prezioso è la vita”. “Con il rischio”, aggiunge Passaleva “che si metta a repentaglio anche la vita della donna con trattamenti farmacologici domiciliari addirittura oltre i limiti temporali previsti” A livello nazionale sono arrivate anche le reazioni del presidente del Family Day, Massimo Gandolfini: “una proposta che renderebbe sempre più sole le donne davanti a questa scelta dolorosa, in contrasto con la stessa legge 194\1978”. Duro anche il deputato di Fratelli d’Italia Giovanni Donzelli: “Con la scusa del coronavirus, la sinistra in Toscana vuole estendere ed agevolare la possibilità di abortire in modo farmacologico e chirurgico senza spendere una sola parola per offrire alle donne una alternativa. Ci impegneremo con tutte le nostre forze per contrastare questa risoluzione ideologica”.

Riccardo Bigi Avvenire                    19 maggio 2020

www.avvenire.it/famiglia-e-vita/pagine/toscana-risoluzione-per-estendere-l-aborto-chimico-mpv-si-banalizza

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ABUSI

Violenza sessuale minorenni: ultime sentenze

  1. 1.       Reato di violenza sessuale. Atti sessuali con minore infra -quattordicenne, esclusa l’attenuante della minore gravità se si tratta di episodi reiterati o se commessi da un docente all’interno di un istituto scolastico. In tema di atti sessuali con minore infra-quattordicenne, l’attenuante speciale della minore gravità, di cui all’art. 609 -quater, comma 4, c.p., non può essere concessa quando gli abusi in danno della vittima sono stati reiterati nel tempo. Analogamente, non può essere riconosciuta la circostanza attenuante del fatto di minore gravità ove il reato di violenza sessuale sia commesso da un docente all’interno di un istituto scolastico, posto che questo è un luogo all’interno del quale l’alunno deve sentirsi protetto e che, però, rende particolarmente vulnerabile la vittima per il rischio di attenzioni sessuali illecite derivanti dall’approfittamento del rapporto fiduciario intercorrente con l’insegnante. Cassazione penale sez. III, 15/12/2017, n.38837.
  2. Tentativo di violenza sessuale. In tema di tentativo di violenza sessuale, in assenza del contatto fisico dell’imputato con la persona offesa, la prova della finalità di soddisfacimento dell’impulso sessuale può essere desunta da elementi esterni alla condotta tipica. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto esente da censure la sentenza di condanna che aveva attribuito rilievo al rinvenimento, nel “personal computer” dell’imputato, di alcuni video riproducenti pratiche sessuali compatibili con la scena che lo stesso aveva cominciato a ricreare con le vittime minorenni, prima dell’involontaria interruzione dell’” iter criminis”). Cassazione penale sez. V, 29/05/2019, n.39044.
  3. Attacchi alla libertà sessuale del minore. In tema di atti sessuali con minorenni, la natura reiterata ed incessante degli attacchi alla libertà sessuale del minore, sono di per sé ostative al riconoscimento della fattispecie attenuata del fatto di cui all’art. 609 bis c.p., ultimo comma. Corte appello Ancona, 13/02/2020, n.58.
  4. Rapporto di affidamento per ragioni educative. Il rapporto di affidamento per ragioni di educazione, di istruzione, di vigilanza o di custodia, che assume rilievo in tema di reati sessuali relativi a minorenni, attiene a qualunque rapporto fiduciario, anche temporaneo od occasionale, che si instaura tra affidante e affidatario mediante una relazione biunivoca e che comprende sia l’ipotesi in cui sia il minore a fidarsi dell’adulto, sia quella in cui il minore sia affidato all’adulto da un altro adulto per specifiche ragioni. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto immune da censure la sentenza che aveva ravvisato il suddetto rapporto in cui caso in cui la madre della minore aveva lasciato da sola in casa la figlia con l’imputato, incaricato di accompagnarla, la mattina successiva, in auto, ad un luogo di ritrovo). Cassazione penale sez. III, 24/09/2019, n.43705.
  5. Il delitto di violenza sessuale su infraquattordicenne. Il delitto di violenza sessuale commessa ai danni di persona infraquattordicenne di cui agli artt. 609-bis, comma secondo, n. 1 e 609-ter, comma primo, n. 1, cod. pen., si distingue dalla fattispecie a forma libera di atti sessuali con minorenne per la presenza di una condotta di induzione, ossia per l’attività di persuasione del minore succube e passivamente tollerante, che manca nel reato disciplinato dall’art. 609-quater cod. pen., nel quale il consenso del minore è viziato dalla condizione di inferiorità dovuta all’età. Cassazione penale sez. III, 17/05/2018, n.44530.
  6. Violenza sessuale: l’aggravante dell’uso di sostanze alcoliche, narcotiche o stupefacenti non è assorbita nella fattispecie base. L’induzione di un soggetto minorenne a subire un atto sessuale mediante l’abuso delle condizioni di inferiorità psichica o fisica a seguito di ingestione sostanze alcoliche integra la circostanza aggravante di cui all’art. 609 ter co. 1 n. 2 c.p. non essendo in alcun modo assorbita nella fattispecie base considerata la diversità strutturale delle due ipotesi. (Nel caso di specie, il cugino maggiorenne provocava mediante la somministrazione di vodka uno stato di inferiorità fisica nel minorenne che subiva un rapporto anale completo). Tribunale Milano sez. IX, 20/03/2018, n.634.
  7. La mancanza di congiunzione fisica con il minorenne. In tema di atti sessuali con minorenni, l’eventuale limitazione degli atti compiuti in danno del soggetto passivo del reato a pratiche erotiche non comportanti la congiunzione fisica non porta ad alcuna automatica qualificazione del fatto come minore gravità, dovendo compiersi, ai fini del riconoscimento dell’attenuante speciale prevista dall’art. 609-quater, comma quarto, cod. pen., una valutazione complessiva dell’episodio storico, dei suoi singoli elementi, della lesione inferta alla libertà sessuale del soggetto passivo del reato e dell’intensità del danno, anche psichico, da questa patito. Cassazione penale sez. III, 13/02/2018, n.29618.
  8. Violenza sessuale su minori: il riesame delle parti lese. In tema di violenza sessuale su minori, il riesame delle parti lese in sede dibattimentale va limitato solo a casi eccezionali, in conformità ai criteri della direttiva 2012/29/UE, recepita con il d.lgs. 15 dicembre 2015, n. 212, che intende evitare di esporre i minori a nuove sofferenze e far loro rivivere le esperienze traumatiche derivanti dal reato subito. Cassazione penale sez. III, 30/11/2017, n.7259.
  9. Violenza sessuale: la testimonianza della persona offesa. In tema di violenza sessuale nei confronti di minori, il mancato espletamento della perizia in ordine alla capacità a testimoniare non determina l’inattendibilità della testimonianza della persona offesa, non essendo tale accertamento indispensabile ove non emergano elementi patologici che possano far dubitare della predetta capacità. Cassazione penale sez. III, 18/10/2017, n.8541.
  10. Reati sessuali ai danni di minorenni: lo stato di soggezione della vittima. In tema di reati sessuali ai danni di minorenni, l’abuso di poteri connessi alla posizione del soggetto agente rispetto alla vittima, previsto dall’art. 609 quater, comma 1, n. 2, c.p., deve costituire il mezzo per compiere gli atti sessuali approfittando dello stato di soggezione che deriva dall’affidamento, e cioè il mezzo per costringere il minore al rapporto sessuale o, almeno, per influenzarne la volontà, in modo che il suo eventuale consenso risulti viziato. Cassazione penale sez. III, 12/09/2018, n.5933.
  11. Atti sessuali con minorenne e sussistenza di un rapporto autoritativo. Ai fini della configurabilità del rapporto autoritativo che configura l’ipotesi di atti sessuali con minorenni ex art. 609 quater, comma 1, n. 2, c.p., rileva la situazione di fatto venutasi a creare nel rapporto tra imputato e persona offesa, a prescindere dai connotati formali dello stesso (nella specie, l’imputato era accusato dir aver compiuto atti sessuali con una minore di 14 anni, sua collaboratrice nella gestione di una tabaccheria). Cassazione penale sez. III, 20/09/2017, n.1483.
  12. 12.   Reato di atti sessuali con minorenne: si applicano le aggravanti previste per la violenza sessuale? Non si applicano al delitto di atti sessuali con minorenne, di cui all’art. 609-quater c.p., le aggravanti previste dall’art. 609-ter c.p., diversamente determinandosi una violazione del principio di legalità, atteso che nessuna disposizione di legge estende l’applicabilità di tali aggravanti, specificamente riferite all’ipotesi di violenza sessuale, anche al predetto delitto e che l’art. 609-quater, comma 6, c.p., nell’autonomamente tipizzare, in relazione allo stesso, l’aggravante collegata all’età inferiore a dieci anni della persona offesa, espressamente richiama “quoad pɶnam” soltanto l’art. 609-ter, comma 2, c.p.. Cassazione penale sez. III, 15/07/2019, n.43244

La Legge per tutti                   19 maggio 2020

www.laleggepertutti.it/388200_violenza-sessuale-minorenni-ultime-sentenze

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ADOLESCENTI

La loro salute mentale

            L’ufficio regionale europeo dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) mette sotto la lente d’ingrandimento gli adolescenti europei e la loro salute mentale, che sta peggiorando. A dimostrarlo, i risultati di un’indagine condotta su oltre 220mila ragazzi e ragazze di età compresa tra gli 11 e i 15 anni, i cui risultati sono stati pubblicati oggi, 19 maggio.

            In circa un terzo dei Paesi, il rapporto ha rivelato un aumento di adolescenti in ansia per motivi legati alla scuola, mentre calano quelli che la amano. L’esperienza scolastica, insomma, «peggiora con l’età», si legge nel rapporto. Al centro dell’indagine, anche il legame tra uso della tecnologia digitale e benessere mentale: a fianco di elementi positivi si registra una «amplificazione delle vulnerabilità», unitamente a «nuove minacce, a partire dal cyberbullismo, che colpisce in modo sproporzionato le ragazze».

            Per Jo Inchley, coordinatore internazionale dello studio, «è preoccupante vedere che gli adolescenti ci stanno dicendo che non tutto va bene per il loro benessere mentale, dobbiamo prendere sul serio questo messaggio poiché una buona salute mentale è una parte essenziale dell’adolescenza sana».

Ancora, tra gli aspetti problematici ci sono i comportamenti sessuali a rischio (all’età di 15 anni, il 24% dei ragazzi e il 14% delle ragazze riferiscono di aver avuto rapporti sessuali), l’abuso di fumo e più spesso di alcol (il 20% dei 15enni si è già ubriacato almeno 2 volte). Non solo: stando ai dati dell’indagine – che fa riferimento alle esperienze dei ragazzi nel 2017-2018 – gli adolescenti europei fanno sempre meno sport e sono sempre più in sovrappeso: basti pensare che il fenomeno riguarda 1 ragazzo su 5.

            Il prossimo studio, che uscirà nel 2022, racconterà l’impatto della pandemia di coronavirus sulla vita dei giovani.

Redazione on-line       Roma sette19 maggio 2020

https://www.romasette.it/loms-fotografa-gli-adolescenti-cresce-lansia

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ADOZIONE

Quanti sono i minori adottabili in Italia? Nel 2020 non c’è ancora una risposta…

Ma quanti sono i minori adottabili in Italia? La domanda, ad oggi, è ancora priva di risposta. E ancora si attende, dopo due mesi, la risposta all’interrogazione parlamentare presentata alla fine del mese di febbraio 2020 dalla parlamentare del Movimento Cinque Stelle Stefania Ascari.

“Ad oggi – ha scritto nei giorni scorsi la Ascari in un lungo post su Facebook – non esiste una banca dati nazionale che contenga informazioni dettagliate sul numero di minori in affidamento e adottati. I dati più aggiornati e affidabili risalgono al 31 dicembre 2017 e indicano 32.185 minori in affido in Italia, un numero in aumento rispetto ai 29.692 dell’anno precedente. Tuttavia i dati forniti sono incompleti e non totalmente attendibili, questo in ragione dell’assenza di un sistema informativo unico e uniforme su tutto il territorio nazionale, un sistema di raccolta dati che sarebbe importante anche per comprendere bene il fenomeno, e che è stato raccomandato dall’Autorità Garante, al fine di organizzare i dati relativi ai minori privi di un ambiente familiare, il numero delle strutture di accoglienza e il numero dei soggetti affidatari”.

“Per questo – ha proseguito la Ascari – ho presentato un’interrogazione parlamentare al Ministro della Giustizia e alla Ministra del Lavoro, per sollecitare la creazione di un database unico e uniforme su tutto il territorio nazionale, che ci consenta di monitorare il numero e le caratteristiche dei minori fuori famiglia, le tipologie, i tempi e le modalità di uscita del percorso di accoglienza per renderlo sempre più umano e a misura di bambino”.

Quanti sono i minori adottabili in Italia? La questione della banca dati. Quella della banca dati, già prevista dall’articolo 40 della legge 28 marzo 2001, n. 149, è una battaglia storica di Ai.Bi. – Amici dei Bambini. Infatti solo nel febbraio 2013 è iniziata l’implementazione del sistema a seguito di una sentenza del Tar del Lazio emessa in seguito a un ricorso dell’organizzazione. Tuttavia, secondo quanto riportato dal gruppo CRC, “nel giugno 2019 il dipartimento per la giustizia minorile e di Comunità sembra avere sostanzialmente confermato, a distanza di oltre sei anni, che non esistono ancora criteri univoci circa i dati inseriti e consultabili e che l’intero sistema non è pienamente in funzione per il fine per cui era previsto”.

            “Alla luce dell’emergenza sociale che sta investendo il Paese come conseguenza dell’epidemia e del lockdown – ha commentato il presidente di Ai.Bi. – Amici dei Bambini, Marco Griffini – questa è una questione che assume ulteriore urgenza. Non è degno di una nazione civile che non si sappia, nel 2020, quanti siano i bambini bisognosi di una famiglia”

AIBInews  20 maggio 2020

www.aibi.it/ita/quanti-sono-i-minori-adottabili-in-italia-nel-2020-non-ce-ancora-una-risposta

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AFFIDO CONDIVISO

Collocazione figli presso padre

Corte di Cassazione, prima Sezione civile, ordinanza n. 9143, 19 maggio 2020

www.neldiritto.it/appgiurisprudenza.asp?id=18090&id=18090#.XtDVg8BS-hI

Quando la madre pregiudica un sano rapporto affettivo dei figli con il padre, quest’ultimo può divenire il genitore collocatario. È vero: anche se non apertamente, la giurisprudenza preferisce collocare i figli minori presso la madre, ritenuta più adatta a curare le esigenze dei più piccoli quando la coppia si separa. La Cassazione ha tenuto a rimarcare che non si tratta di alcuna “preferenza” per la donna, ma è anche vero che la prassi dei tribunali segna una netta inflazione in favore di quest’ultima. 

La collocazione dei figli presso il padre avviene in casi residuali, quando la madre viene ritenuta inidonea e di pregiudizio per la loro crescita sana. Il che conferma quanto appena detto: il giudice prima verifica l’attitudine della donna e, se non dovesse sussistere tale presupposto, accerta le capacità dell’uomo, con collocazione dei minori presso di lui. La recente ordinanza della Cassazione è l’ulteriore prova di quanto abbiamo appena detto. Secondo la Corte, infatti, il minore può essere collocato presso il padre quando la madre impedisce, facendo ostruzionismo, la costruzione di un solido legame affettivo fra i due.

In tema di provvedimenti riguardanti i figli, la scelta del genitore collocatario viene fatta tenendo solo conto dell’interesse del minore: è questo il criterio esclusivo di orientamento delle scelte affidate al giudice. Al riguardo, la Corte ha ripetutamente precisato che il giudizio da compiere in ordine alla capacità dei genitori di crescere ed educare il figlio nella nuova situazione determinata dalla disgregazione dell’unione non può in ogni caso prescindere dal rispetto del principio della bigenitorialità, nel senso che, pur dovendosi tener conto del modo in cui i genitori hanno precedentemente svolto i propri compiti, delle rispettive capacità di relazione affettiva, attenzione, comprensione, educazione e disponibilità ad un assiduo rapporto, nonché della loro personalità, delle consuetudini di vita e dell’ambiente sociale e familiare che ciascuno di essi è in grado di offrire al minore, non può trascurarsi l’esigenza di assicurare una comune presenza dei genitori nell’esistenza del figlio. Solo questa è idonea a garantire alla prole una stabile consuetudine di vita e salde relazioni affettive con entrambi, e a consentire agli stessi di adempiere il comune dovere di cooperare nell’assistenza, educazione ed istruzione del minore. 

Così il giudice può disporre la collocazione dei figli presso il padre al fine di assicurare il recupero del rapporto con quest’ultimo, pregiudicato da una lunga interruzione dovuta all’atteggiamento di rifiuto manifestato dalla madre nei confronti dell’ex. Non sono rari i precedenti in cui i giudici hanno ritenuto di dover assegnare i bambini al papà nel momento in cui la madre tenta di ostacolare il diritto di visita o prova a metterli contro la figura paterna. 

La cosiddetta sindrome dell’alienazione parentale, se anche non pacificamente riconosciuta dalla scienza medica come un’effettiva patologia psicologica, è comunque un dato di fatto che il giudice deve considerare e osservare sulla base dei comportamenti tenuti dai minori. E siccome ogni bambino ha diritto a crescere con entrambi i genitori e a mantenere solidi rapporti affettivi con essi, la collocazione può essere modificata laddove uno dei due non consenta il costituirsi di tali relazioni e anzi le ostacoli.

È anche vero che la modifica del provvedimento di collocazione dei figli non deve essere considerata come una punizione, una sanzione nei confronti del genitore “pericoloso”: lo scopo del tribunale deve infatti essere sempre quello di tutelare i minori. Ne consegue che se questi ultimi hanno ormai consolidato il rapporto con la madre, per quanto colpevole, il giudice non potrà revocarle l’affidamento ma potrà tutt’al più ordinare degli incontri con i servizi sociali in modo da recuperare il rapporto con il padre. 

                        La Legge per tutti       19 maggio 2020          

www.laleggepertutti.it/400853_collocazione-figli-presso-padre

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ASSEGNO MANTENIMENTO FIGLI

Mantenimento figli minorenni: ultime sentenze

  1. Lo stato di bisogno del figlio minorenne. Lo stato di bisogno di un figlio minorenne, presunto dalla legge, non è eliso dal fatto che alla erogazione dei mezzi di sussistenza provveda l’altro genitore, perché persiste comunque l’obbligo di entrambi i genitori di provvedere al mantenimento dei figli minorenni. Cassazione penale sez. VI, 24/01/2018, n.7179.
  2. Genitore irreperibile e mantenimento dei minori. La presentazione della querela per maltrattamenti in famiglia dinnanzi ai figli di minore età in fase di separazione tra coniugi per la pronuncia dell’addebito non è sufficiente atteso che la querela ha la semplice funzione di procedibilità dell’azione penale. (Nel caso di specie, il giudice comunque affidava esclusivamente i minori alla madre poiché il padre si era allontanato da tempo dalla casa coniugale e si era reso irreperibile non provvedendo al mantenimento dei minori). Tribunale Monza sez. IV, 22/01/2020, n.72.
  3. Violazione degli obblighi di assistenza familiare. Ai fini della configurabilità del delitto di cui all’articolo 570, comma 2, numero 2, del Cp, lo stato di bisogno di un figlio minorenne è presunto dalla legge e non è vanificato o eliso dal fatto che alla erogazione dei mezzi di sussistenza provveda comunque l’altro genitore, perché persiste l’obbligo del genitore di provvedere al mantenimento dei figli minorenni, pur laddove questi siano assistititi economicamente da terzi, anche con eventuali elargizioni della pubblica assistenza. Cassazione penale sez. VI, 15/03/2017, n.24532.
  4. Revisione dell’assegno di mantenimento per i figli. I provvedimenti in tema di mantenimento dei figli minori di genitori divorziati passano in giudicato, ma essendo sempre rivedibili, divengono definitivi solo “rebus sic stantibus”, sicché il giudice in sede di revisione non può procedere ad una diversa ponderazione delle pregresse condizioni economiche delle parti, né può prendere in esame fatti anteriori alla definitività del titolo stesso o che comunque avrebbero potuto essere fatti valere con gli strumenti concessi per impedirne la definitività. (Nella specie la S.C. ha confermato il rigetto della domanda proposta dal coniuge onerato del pagamento di un assegno di mantenimento per la prole, il quale aveva introdotto un nuovo procedimento di revisione dell’assegno, invocando fatti modificativi delle condizioni economiche delle parti, intervenuti prima della conclusione di altro procedimento di modifica nel quale essi avrebbero potuto essere fatti valere). Cassazione civile sez. I, 09/01/2020, n.283.
  5. Contributo di mantenimento dei figli minorenni. Se i coniugi disciplinassero i rapporti di scioglimento del vincolo con promessa unilaterale di pagamento quale contributo di mantenimento dei figli minorenni, al mancato adempimento degli obblighi la competenza giurisdizionale per la lite apparterrebbe al giudice dello Stato dove il coniuge affidatario ha la residenza con i figli. Corte appello Milano, 03/05/2010.
  6. Spese sostenute da un genitore per sé e per la prole. Spetta al Tribunale ordinario (e non al Tribunale per i minorenni) giudicare sulla domanda di regresso proposta da uno dei genitori, (nella specie a seguito della conclusione della convivenza tra genitori naturali) in nome proprio, nei confronti dell’altro, al fine di ottenere, ai sensi dell’art. 1299 c.c., il rimborso pro quota delle spese sostenute per sé, nel periodo anteriore alla nascita dei figli, e per la prole, trattandosi di lite tra due soggetti maggiorenni, che ha come causa petendi la comune qualità di genitori, e non essendo la domanda assimilabile a (né connessa con) quelle contemplate dall’art. 38 disp. att. c.c. riguardanti l’affidamento e il mantenimento dei figli minorenni. Cassazione civile sez. VI, 13/01/2011, n.674.
  7. Importo dell’assegno di mantenimento dei figli minorenni. Non è di competenza del Tribunale per i minorenni la revisione della clausola, contenuta nella sentenza di separazione giudiziale tra i coniugi, relativa all’importo dell’assegno di mantenimento dei figli minorenni, revisione richiesta, nella fattispecie, per il solo fatto della intervenuta svalutazione monetaria. Tribunale minorenni Torino, 16/06/1980.
  8. Omesso versamento dell’assegno periodico per il mantenimento. Non sono fondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 570-bis c.p., degli artt. 2, comma 1, lett. c), e 7, comma 1, lett. o), d.lgs. 1 marzo 2018, n. 21, censurati per violazione degli artt. 3,25, comma 2, 30 e 76 Cost., nella parte in cui determinerebbero la parziale abolitio criminis dell’omesso versamento dell’assegno periodico per il mantenimento, l’educazione e l’istruzione dei figli (minorenni, ovvero maggiorenni ma ancora non autosufficienti) nati fuori dal matrimonio. Il giudice rimettente muove dalla impossibilità di estendere l’incriminazione di cui al nuovo art. 570-bis c.p. all’ipotesi dell’inosservanza degli obblighi di natura economica nei confronti dei figli nati fuori dal matrimonio, in precedenza ricompresa — secondo il diritto vivente — nell’abrogata incriminazione di cui all’art. 3 l. 8 febbraio 2006, n. 54. Tuttavia la supposta abolitio criminis non si è verificata, stante la perdurante vigenza, anche dopo l’entrata in vigore del D.lgs. n. 21 del 2018, dell’art. 4, comma 2, l. n. 54 del 2006. Invero, il rinvio che quest’ultima disposizione opera deve oggi intendersi riferito al nuovo art. 570-bis c.p., nel quale è stato integralmente trasfuso il contenuto del previgente art. 3 l. n. 54 del 2006 e che abbraccia così, oltre al fatto compiuto dal coniuge, anche quello compiuto dal genitore nei confronti del figlio nato fuori dal matrimonio. Tale soluzione, che trova altresì conforto nell’art. 8 dello stesso d.lgs. n. 21 del 2018, si impone perché l’unica armonizzabile con il sistema normativo, univocamente orientato alla piena equiparazione tra la posizione dei figli legittimi e nati fuori dal matrimonio. Corte Costituzionale, 18/07/2019, n.189.
  9. Mantenimento minori e modifica delle condizioni patrimoniali. Nelle controversie relative alla modifica delle condizioni patrimoniali imposte con sentenza di divorzio, con riferimento al mantenimento dei figli minori, che rientrano tra quelle per le quali è previsto l’intervento obbligatorio del P.M., ai sensi dell’art. 9 della legge n. 898 del 1970,come modificato dall’art. 13 della legge n. 74 del 1987, è sufficiente, al fine di assicurare l’osservanza di detto precetto normativo, che l’ufficio del P.M. venga ufficialmente informato del procedimento, affinché il suo rappresentante sia posto in grado di intervenire e di esercitare i poteri attribuitigli dalla legge, restando irrilevante che in concreto egli non partecipi alle udienze e non formuli conclusioni. Tribunale Rimini, 21/01/2020, n.45.
  10. Assegno di mantenimento per il figlio minorenne a carico del coniuge. In tema di separazione, la statuizione relativa alla fissazione di un assegno mensile per il mantenimento dei figli minorenni, non è soggetta al principio della domanda. Cassazione civile sez. VI, 04/02/2019, n.3206.
  11. Patti relativi all’affidamento ed al mantenimento dei figli minorenni. Stante la natura negoziale dell’accordo che dà sostanza e fondamento alla separazione consensuale tra coniugi, e non essendo ravvisabile, nell’atto di omologazione, una funzione sostituiva o integrativa della volontà delle parti, ma rappresentando la procedura ed il decreto di omologazione condizioni di efficacia del sottostante accordo tra i coniugi (salvo che per quanto riguarda i patti relativi all’affidamento ed al mantenimento dei figli minorenni, sui quali il giudice è dotato di un potere d’intervento più penetrante), deve ritenersi ammissibile l’azione di annullamento della separazione consensuale omologata per vizi della volontà, la cui esperibilità – non limitata alla materia contrattuale, ma estensibile ai negozi relativi a rapporti giuridici non patrimoniali, genus cui appartengono quelli di diritto familiare – presidia la validità del consenso come effetto del libero incontro della volontà delle parti. Cassazione civile sez. I, 04/09/2004, n.17902.
  12. 12.   Versamento dell’assegno di mantenimento in favore del coniuge e dei figli minori. Il reddito di cittadinanza è pienamente pignorabile senza l’osservanza dei limiti di cui all’art. 545 c.p.c. non sussistendo alcuna ragione né logica né giuridica, per escludere l’ammissibilità dell’ordine di pagamento diretto al coniuge di una quota del reddito di cittadinanza erogato all’altro, inadempiente agli obblighi scaturenti dalla separazione, nel contempo è legittimo anche il sequestro della quota di un’immobile di proprietà del coniuge inadempiente (nella specie: un coniuge era inadempiente al versamento dell’assegno di mantenimento in favore del coniuge e dei figli minori, pertanto ed a fronte di un reddito di cittadinanza percepito di € 859,67 è stato autorizzato sia un pignoramento di € 360,00 mensili pari all’importo dell’assegno di mantenimento da versare mensilmente che il sequestro della quota di proprietà dell’immobile del coniuge inadempiente). Tribunale Trani, 30/01/2020

La legge per tutti        22 maggio 2020

www.laleggepertutti.it/388243_mantenimento-figli-minorenni-ultime-sentenze

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CENTRO INTERNAZIONALE STUDI FAMIGLIA

Newsletter CISF – n. 20, 20 maggio 2020

Un video per ricominciare. Un inno alla vita e alla gioia. La risata di un bambino illumina la giornata. Figuriamoci se i bambini sono tanti…. Un video da guardare senza impegno – ma vi assicura … tre minuti di risate                                                www.facebook.com/316046368883/videos/10200715298017386

 

La “soluzione finale” dell’Islanda: se hai la sindrome di Down non puoi nascere. Mancano le parole, nel commentare queste notizie dall’Islanda. Uno scenario purtroppo reale, e non così lontano. Un testo breve e prezioso (da aleteia.it), da leggere assolutamente “[…] Molti genitori si sono lamentati del fatto che i medici tendano a dipingere un quadro estremamente grave quando assistono mamme e papà che hanno scoperto di aspettare un figlio o una figlia con la sindrome di Down […] Martellarci sulle difficoltà trascendentali che ci aspettavano in quanto genitori è stata chiaramente una tattica del medico per spingerci a un aborto”.

 https://it.aleteia.org/2018/10/12/islanda-ha-eliminato-sindrome-di-down-con-laborto/?fbclid=IwAR2jGk0JXqe6VX0q-Kk-UTISR7d7nDZ0Hxfht-oujTsFfkXsZGPmMiDnITA

Pessimo decreto rilancio per la fase 2: soprattutto per le famiglie. Per l’ennesima volta, tra le priorità del Paese la famiglia non c’è. Non è infatti automatico che aiutare i lavoratori significhi sostenerla. E sono ormai intollerabili quei provvedimenti economici (i 600 Euro per i lavoratori autonomi) che non tengono conto dei carichi familiari [commento del direttore Cisf, F. Belletti].

www.famigliacristiana.it/articolo/per-le-famiglie-un-pessimo-decreto-rilancio-.aspx?utm_source=newsletter&utm_medium=newsletter_cisf&utm_campaign=newsletter_cisf_20_05_2020

Il family international monitor è un’indagine internazionale sulla famiglia, promossa (dal 2018) da Cisf, Università Cattolica San Antonio di Murcia e il Pontificio Istituto Teologico “Giovanni Paolo II” per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia. Per essere informato iscriversi alla Newsletter “Inside Families” [per il modulo di iscrizione www.familymonitor.net]. Presente anche su Twitter e Facebook. Testi di sito e Newsletter in tre lingue: inglese, spagnolo ed italiano.

ONU-IFFD. “La lezione del Covid? Investire sulla famiglia”. Flessibilità, responsabilità, cura e sostenibilità. Questi i quattro principi fondamentali che dovrebbero guidarci nella costruzione di una nuova società post-Covid 19. E per realizzarli l’unica possibilità che abbiamo è investire sulla famiglia. “I tempi strani e complicati che stiamo vivendo stanno mettendo in luce le crepe di una società che credevamo idilliaca e che invece ha mostrato tutta la sua vulnerabilità. Il futuro dipenderà da come useremo tutte queste lezioni per promuovere un nuovo congiunto di regole”, scrive Ignacio Socias, dell’IFFD (International Federation for Family Development), uno dei maggiori esperti internazionali di politiche familiari, in un intervento per il Family International Monitor, pubblicato giovedì 14 maggio, alla vigilia della XXV Giornata Internazionale delle Famiglie delle Nazioni Unite. “Anche il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile che tutti i governi si sono dati fino al 2030 per orientare il nostro futuro verso la direzione corretta – spiega – dipenderà dall’attuazione di politiche familiari all’interno delle singole politiche pubbliche nazionali, perché è il mezzo più significativo che i governi hanno per influenzare la vita delle generazioni future, raggiungendo tutti, senza lasciare indietro nessuno”

www.familymonitor.net/post/la-famiglia-%C3%A8-il-mezzo-per-uno-sviluppo-flessibile-responsabile-premuroso-e-sostenibile?utm_source=so&cid=1356a656-a2fb-4131-a1f4-ff63c8419ee5&utm_campaign=8625edae-bd69-4453-97fd-43e4fe8e007c&lang=es&utm_medium=mail

Giornata ONU della famiglia – 15 maggio 2020. ONU e famiglia: dall’Anno Internazionale della Famiglia (1994) alle 25 Giornate delle Famiglie (1996-2020) (international day of the families). Breve ricostruzione storica. (Intervento di Francesco Belletti, direttore Cisf e Responsabile Scientifico del Family International Monitor). Il 15 maggio è diventato anche nel nostro Paese un importante appuntamento per ricordare la centralità della famiglia nella società, e per chiedere a Governi e alle altre istituzioni di promuovere con decisione politiche familiari adeguate. In questo ampio intervento si ripercorre nel dettaglio la storia della Giornata, dagli anni Ottanta al 2020

www.familymonitor.net/post/la-giornata-internazionale-delle-famiglie-promossa-dalle-nazioni-unite?utm_source=so&cid=1356a656-a2fb-4131-a1f4-ff63c8419ee5&utm_campaign=8625edae-bd69-4453-97fd-43e4fe8e007c&lang=es&utm_medium=mail

Vedi anche gli interventi, più brevi, su Famiglia Cristiana on line [A) la storia – B) logo e contenuti]

www.famigliacristiana.it/articolo/un-iniziativa-che-la-chiesa-ha-sempre-sostenuto.aspx

www.famigliacristiana.it/articolo/come-e-nato-il-logo-per-la-famiglia.aspx   

Emergenza coronavirus

  • ·         La fase 2 per le persone con disabilità. Per non lasciare indietro nessuno! La FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap) ha sviluppato un corposo documento che raccoglie istanze, riflessioni, soluzioni e proposte per affrontare le diverse fasi dell’emergenza COVID-19 con particolare riferimento alle persone con disabilità e le loro famiglie.  Salute, diritto alla vita, riabilitazione e abilitazione; lavoro ed occupazione; politiche e servizi per la vita indipendente e l’inclusione nella società; Inclusione scolastica e processi formativi; attività di regioni e territori: sono queste le principali linee di azione proposte. “Un richiamo forte, chiaro e ineludibile all’eguaglianza e alle pari opportunità delle persone con disabilità con il resto della popolazione”.

www.fishonlus.it/files/2020/04/FISH_fase2_covid19.pdf

  • ·         Stress e coesione per le famiglie. Un’indagine su 3.000 casi. Un gruppo di ricercatori psico-sociali del Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia dell’Università Cattolica ha realizzato l’indagine La Famiglia al tempo del COVID19. https://centridiateneo.unicatt.it/centro_di_ateneo_studi_e_ricerche_sulla_famiglia

“La ricerca ha coinvolto 3.000 soggetti di età compresa tra i 18 e gli 85 anni, equidistribuiti per sesso e regione di residenza, e rappresentativi di quella fascia di popolazione che ha accesso a internet almeno una volta alla settimana (circa 40 milioni di persone). I livelli di stress più elevati riguardano le famiglie con figli piccoli o adolescenti in casa (61%), le famiglie monocomponenti (58%) e le coppie senza figli (51%).  Ma i dati ci dicono anche di una capacità rigenerativa e di una vitalità per certi versi inattesa. I membri della famiglia fanno squadra e riscoprono i valori dello stare insieme, in particolare la coesione, più accentuata proprio per le famiglie che hanno figli”         www.cattolicanews.it/stress-e-coesione-per-le-famiglie-al-tempo-del-covid

Ucraina-Europa. Bambini in Ucraina, bambini “in sospeso” e genitori surrogati. Dichiarazione della FAFCE (Federazione delle associazioni familiari cattoliche in Europa) a supporto dei Vescovi ucraini (FAFCE fully supports the appeal made by the Ukrainian Catholic Bishops to ban all forms of surrogacy). Davvero drammatica la notizia dei bambini “parcheggiati” a Kiev, nati a seguito di fecondazione assistita eterologa e non ancora “ritirati” dai genitori “committenti”. Vincenzo Bassi, Presidente FAFCE, sottolinea che “[…] non si può restare in silenzio, tanto più oggi (15 maggio), in occasione della Giornata internazionale delle Famiglie. Questi bambini hanno bisogno di una famiglia, e non possono essere trattati come merci. Facciamo un pressante appello alle autorità responsabili, perché adottino tutti i necessari provvedimenti per attivare tutte le procedure per l’adozione internazionale di questi bambini”

http://r.contact-fafce.com/mk/mr/bxxXtrF84RSXq9Y3SsG4oOcmYwrGVQd5Un3ZLBsVfd5qicTYhx9PpwcKTTLRDu0C1IxWI4nPkk5dDN-meaE6OH99iOkrIk-U_tQXvug

Smartworking, lavoro a domicilio, lavoro a casa, lavoro agile. Sfide, opportunità e criticità a livello internazionale. In questo interessante articolo vengono presentati dati comparativi a livello internazionale sul grado di penetrazione dello smartworking nei vari Paesi, fenomeno cresciuto in modo improvviso ed esponenziale in occasione della pandemia, evidenziando peraltro le criticità e le sfide, sia a livello organizzativo-aziendale, sia rispetto alla non automatica riorganizzazione dei tempi di vita e familiari

https://www.perimeter81.com/blog/news/remote-workers-rising-during-corona-scare/?utm_source=taboola&utm_medium=cpc&utm_campaign=4128400&utm_term=blog&utm_content=1&utm_source=taboola&utm_medium=referral&tblci=GiA88-GX5Vx_hakKvG2GBhnpHj0ngFJ5ghD5PM758InZ-iCKq04

BES. Rapporto sul Benessere Equo e Sostenibile. Settima edizione rapporto istat 2019.  Con il rapporto sul Benessere equo e sostenibile (Bes) si presentano ogni anno i risultati di un’iniziativa che pone l’Italia all’avanguardia nel panorama internazionale in tema di sviluppo di indicatori sullo stato di salute di un Paese che vadano oltre il Pil. Il rapporto non è solo un prodotto editoriale ma una linea di ricerca, un processo che assume come punto di partenza la multidimensionalità del benessere e, attraverso l’analisi di un ampio set di indicatori, descrive l’insieme degli aspetti che concorrono alla qualità della vita dei cittadini. Organizzata in 12 capitoli, corrispondenti alle dimensioni del benessere oggetto di osservazione, la pubblicazione propone anche una sintesi per dominio attraverso indicatori compositi.

www.istat.it/it/benessere-e-sostenibilit%C3%A0/la-misurazione-del-benessere-(bes)/il-rapporto-istat-sul-bes

Garante per l’infanzia. La tutela degli orfani per crimini domestici. Questo recente documento (aprile 2020) è stato realizzato da un gruppo di lavoro attivato nell’ambito della Consulta nazionale delle associazioni e delle organizzazioni – istituita e presieduta dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza – con il supporto tecnico scientifico dell’Istituto degli Innocenti. Contiene una approfondita ed articolata disamina qualitativa e quantitativa di un fenomeno solo recentemente finito sotto i riflettori, dando voce a tutti gli attori sociali e istituzionali coinvolti nella gestione del benessere dei minori (spesso bambini molto piccoli), in una situazione tragica, in cui diventano “orfani due volte” (perdono il genitore ucciso, e anche il genitore “uccisore”). Assolutamente da leggere, per uscire da una comunicazione stereotipata, emotiva e generica

www.garanteinfanzia.org/sites/default/files/tutela-orfani-crimini-domestici.pdf

Racconta la quarantena – concorso fotografico. Puglia. “da crisalide a farfalla”. Concorso fotografico per le scuole superiori. L’équipe LABottega, all’interno del progetto “Da crisalide a farfalla”, organizza il concorso “Liberi dalla quarantena? Scatta, riprendi, racconta, disegna”. LABottega invita i giovani a raccontare il proprio vissuto e le emozioni, durante le fasi della quarantena, attraverso immagini (foto, disegni), video, racconti brevi, poesie. Il concorso è rivolto a giovani italiani e stranieri: dai 14 ai 19 anni residenti a Conversano e frequentanti le scuole superiori di Conversano o di altri Comuni; dai 14 ai 19 anni non residenti a Conversano e frequentanti le scuole superiori di Conversano; di max 18 anni che abbiano abbandonato la scuola. Scadenza: 15 Giugno 2020. Per regolamento completo, modulo d’iscrizione e ulteriori informazioni scrivi al 377 52 56 331 o a info@labottega.info.                                          www.facebook.com/events/233081774629734

Webinar – formazione a distanza. Giovani, media digitali e sessualità. Il 27 maggio su zoom il webinar gratuito con Cosimo Marco Scarcelli dal titolo “Giovani, media digitali e sessualità. Sexting, pornografia e dintorni”. L’incontro è gratuito e aperto a tutte e tutti, fino a un massimo di 100 iscrizioni, ed è particolarmente utile a insegnanti, educatori ed educatrici, genitori o chiunque voglia capire meglio lo spazio virtuale in cui ragazzi e ragazze vivono e si scambiano interazioni. Partendo dal presupposto che lo spazio digitale e virtuale è anche uno spazio di relazioni intime, spesso anche sessuali, è indispensabile che gli adulti abbiano coscienza di cosa accade e di come aiutare i ragazzi e le ragazze educandoli/e ad un uso consapevole del mezzo”

www.facebook.com/events/967134070372111

Roma. Istituto Giovanni Paolo II. Offerta accademica 2020-2021. “Il nuovo Istituto Giovanni Paolo II si sta preparando all’organizzazione del prossimo anno accademico in un contesto che impone procedure non consuete per lo svolgimento della operatività accademica.

www.istitutogp2.it/wp/wp-content/uploads/Depliant-2021-2020.04.07.pdf

Difficile prevedere la durata e le modalità del processo di riavvicinamento alla normalità: sembra peraltro ragionevole prevedere un periodo non breve di ricorso a modalità alternative di lavoro […] L’organigramma generale dell’offerta formativa, di per sé stessa opportunamente rinnovata e ampliata secondo le esigenze attuali, sarà potenziato dall’allestimento di un vero e proprio “Campus virtuale”, in grado di sostenere e integrare la programmazione curricolare dell’Istituto”

www.istitutogp2.it/wp/2020/04/20/un-campus-virtuale-tra-le-novita-dellanno-2020-2021

Un volume per accompagnare i malati di Alzheimer. Presentazione del Quaderno Anchise n. 6 (maggio 2020).                                                                                  www.gruppoanchise.it

La competenza emotiva degli anziani smemorati e disorientati, a cura di Pietro Vigorelli.

www.youcanprint.it/psicologia-generale/la-competenza-emotiva-degli-anziani-smemorati-e-disorientati-9788831671057.html

Iscrizione               http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/newsletter-cisf.aspx

Archivio     http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/elenco-newsletter-cisf.aspx

http://newsletter.sanpaolodigital.it/cisf/maggio2020/5173/index.html

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CENTRO ITALIANO DI SESSUOLOGIA

La sessualità ai tempi del Covid-19: qual è il sesso sicuro?

Iniziamo con lo sfatare un mito romantico ed edulcorato sintetizzabile nella frase che molti di noi hanno sentito pronunciare: “nasceranno molti bambini”. A dire che vi sarebbe stata un aumento dell’intimità sessuale. Questa situazione non è infatti una vacanza, ma uno stare a casa per proteggersi dalla pandemia. Contrarre il virus è infatti un potenziale rischio per tutti noi, una minaccia che può comportare un aumento dell’ansia rispetto alla propria salute e a quella dei propri cari. E sappiamo che l’ansia mal si concilia con una sessualità serena e soddisfacente. Questo un primo punto da tener presente, tanto più se uno dei partner vive situazione di rischio, ad esempio se ha continuato a uscire di casa per recarsi al lavoro, e magari svolge un lavoro sanitario.

Un altro aspetto che può incidere sulla sessualità è lo stato d’animo dovuto all’isolamento forzato che può comportare un incremento del malessere psicologico e quindi predisporre a sintomi depressivi con un conseguente calo del desiderio sessuale. La sessualità ai tempi del Covid-19 può risentire pertanto di molteplici fattori. Lo stare a casa può certamente favorire l’intimità se i partner convivono. L’intimità ha tuttavia bisogno di alcuni prerequisiti per realizzarsi. Un conto è stare in un appartamento che consente la privacy e l’alternanza di momenti da trascorrere insieme ed altri di solitudine, altra cosa condividere un monolocale, uno spazio ristretto insieme anche ad altre persone oltre al partner. Inoltre, occorre tener presente che vi sono anche coppie che non vivono insieme o che sono state separate proprio dall’emergenza sanitaria.

Altri fattori che possono interferire con la sessualità riguardano lo stress innescato ad esempio dalle condizioni di precarietà lavorativa, le preoccupazioni economiche, la conciliazione dello smart working con i lavori domestici, la cura dei figli o di persone non autosufficienti o con bisogni particolari. In sintesi, questa situazione di forzato isolamento può sia essere fonte di un rinnovato ritrovarsi per una coppia convivente, sia fonte di preoccupazioni personali e tensioni di coppia che possono ripercuotersi sulla sessualità.

            A fronte del forzato isolamento una risorsa è rappresentata dalla sessualità on line. La tecnologia digitale consente infatti di accedere alla sessualità anche non in presenza fisica, pensiamo al sesso telefonico, in chat, al sexting (scambio di testi e immagini erotiche). Rispetto a quest’ultima possibilità occorre però tener anche presente il potenziale rischio di revenge porn (invio a terzi di immagini erotiche senza il consenso della persona interessata) e il cyber bullismo che espone alle molestie sessuali.

            In questa emergenza sanitaria, di potenziale rischio di contagio, possono emergere preoccupazioni anche per quanto concerne la sicurezza durante i rapporti sessuali: qual è il sesso sicuro? Come evitare la trasmissione del Covid-19 durante i rapporti sessuali? Come sottolineato dalla guida pubblicata dal dipartimento per la salute di New York (covid-sex-guidance) è innanzitutto fondamentale essere a conoscenza della modalità di trasmissione del virus per prendere le giuste precauzioni. Il virus si trasmette da una persona infetta attraverso le goccioline emesse respirando, ad esempio quando si starnutisce o si tossisce, e attraverso il contatto diretto, ad esempio tramite le mani contaminate. Quello che allo stato attuale sappiamo è:

  • Non sono state ancora trovate tracce di Covid-19 nei liquidi seminali e vaginali;
  • Sono state trovate tracce di Covid-19 nelle feci delle persone infette. Ne deriva che la pratica del rimming o anilingus (sesso anale) sia controindicata nelle situazioni a rischio;
  • Sappiamo che altri tipi di Coronavirus non si trasmettono in modo efficace tramite i rapporti sessuali.

Come riportato nella guida sopracitata, per quanto concerne i comportamenti sessuali ritenuti più sicuri, l’autostimolazione non espone a rischi, avendo l’accortezza di lavarsi le mani per 20 secondi e lavando adeguatamente eventuali giocattoli sessuali. Rispetto al sesso on line occorre disinfettare la tastiera del computer o il touch screen anche se non vengono condivisi con altri.

Se uno dei due partner è positivo o è a rischio occorre rispettare la distanza di sicurezza e quindi, per eliminare la possibilità di infettarsi, è raccomandato non avere rapporti sessuali in quanto l’intimità sessuale prevede la prossimità fisica o attività come il baciarsi con conseguente scambio di saliva.

            Ma non è solo la sessualità a risentirne, anche la dimensione dell’affettività veicolata dal contatto fisico trova un limite nella sua espressione dalle regole del distanziamento sociale: partner, familiari e amici non conviventi non possono infatti in questo momento stringersi la mano, abbracciarsi. Un limite per tutti e in particolar modo per chi vive da solo, lontano dai propri “congiunti”, di qualsiasi “congiunzione”, consanguinea o affettiva, siano. Ecco che è importante individuare altre modalità per la vicinanza con gli altri, anche responsabilizzandosi sulla cura di sé e degli altri in questa situazione emergenziale.

Dr.ssa Margherita Graglia, psicologa-psicoterapeuta, sessuologa clinica e formatrice

https://www.cisonline.net/news/la-sessualita-ai-tempi-del-covid-19-qual-e-il-sesso-sicuro

 

La coppia distanziata nell’era Covid-19: #lontanimavicini

Una diade diventa coppia quando le due persone che la compongono condividono i sottosistemi sessuale, emotivo e sociale. Dal mese di marzo il modo di condividere questi 3 sottosistemi è cambiato e la diade ha dovuto riorganizzare il proprio modo di stare insieme. Le coppie che, per motivi diversi, come ad esempio il lavoro, si sono trovate ad essere in due luoghi fisici distanti, hanno dovuto improvvisamente rinunciare a qualsiasi tipo di contatto fisico e sessuale diretto per un tempo indefinito. La condivisione del contesto sociale della coppia permane a livello virtuale: le chat e le riunioni con gli amici sono possibili solo se condivise tramite i social.

Niente più abbracci, niente più baci. Le coppie si sono trovate così a ridefinire la loro quotidianità compromessa da un microorganismo insidioso quanto pericoloso, e a dover così ridefinire il loro modo di stare insieme. Il distanziamento sociale ha costretto ognuno di noi a rivedere il proprio modo di relazionarsi con gli altri. È stato modificato il canale interpretativo del non verbale che avevamo acquisito: oggi ci troviamo a codificare i tempi attesi per la risposta ad un messaggio in chat, la condivisione di emozioni per mezzo di emoticon stereotipate o altro. Mi viene in mente un laboratorio di supervisione condotto da Lorna Benjamin che sulla base di un colloquio registrato solo a livello vocale, riusciva a comprendere il modello intrapsichico ed interpersonale del paziente concentrandosi sulle sole informazioni sonore.

Facendo riferimento al principio darwiniano relativo al comportamento non verbale, secondo il quale l’espressività delle emozioni muta in funzione del codice sociale che regola l’espressività stessa, laddove non sia possibile avere accesso al canale comunicativo visivo del volto dell’interlocutore, non possiamo che decodificare le rappresentazioni che l’altro ci invia della propria espressione di emozionalità tramite le emoticon, o l’intonazione del messaggio vocale.

Ma torniamo alle nostre coppie forzosamente distanziate. Se prendiamo in considerazione le relazioni che erano sul nascere, quelle non ancora ben definite, in bilico tra l’amicizia stretta e il fidanzamento, esse hanno subito una sorta di congelamento parziale riferito alla sola parte del contatto fisico. Queste coppie, infatti, hanno potuto continuare a “frequentarsi” su un piano diverso, quello sentimentale. Si riscopre l’importanza del sentimento e dell’amore di tipo spirituale, la condivisione di speranze e progetti futuri, la possibilità di esprimere in differita ciò che si prova nei confronti dell’altro, come le lettere d’amore che si scrivevano i nostri bisnonni: quel bacio stampato su una cartolina che racchiudeva in sé mille speranze…

Mi chiedo come tutto questo influirà sulle relazioni di attaccamento di tipo sentimentale. Bowlby ipotizzava che le relazioni di attaccamento nell’infanzia fossero la matrice di quelle che poi si sarebbero rivelate nelle relazioni amorose adulte. Nelle relazioni di coppia, così come in quelle bambino-caregiver, le dimensioni che caratterizzano il legame di attaccamento sono: l’effetto mantenimento del contatto, l’effetto rifugio sicuro, l’effetto ansia da separazione, l’effetto base sicura.

Riguardo alla prima dimensione, così come rispetto all’ansia da separazione, ad esempio, a causa del distanziamento sociale obbligatorio, le coppie non conviventi hanno dovuto rivedere il concetto di “mantenimento del contatto” che non è stato possibile legare all’esperienza “touch” (contatto) ma tuttalpiù all’esperienza visiva. Rispetto all’ansia da separazione molti hanno dovuto fare i conti con il distanziamento forzoso quanto improvviso, al di là delle intenzioni e dei desideri del partner. I rapporti sessuali hanno dovuto subire una trasformazione, almeno in via temporanea. Lo sviluppo della tecnologia ha favorito lo scambio erotico permettendo ai partner di condividere l’autoerotismo, laddove gli individui non si siano sentiti intimoriti da questo tipo di esperienza sessuale a distanza. Una diminuzione delle esperienze sessuali può aver colpito anche le coppie conviventi per effetto del ruolo giocato dalla paura. Tale sentimento può essere riferito all’insicurezza sul futuro dettato dalla mancanza di riferimenti. Mi riferisco alla paura di essere contagiati quando si è all’esterno della propria abitazione, all’insicurezza economica di chi si è trovato bloccato da un punto di vista lavorativo e non sa quando e se potrà tornare a far parte della forza lavoro sociale o in che modo, la paura della perdita di persone care, l’incertezza di avere a disposizione le risorse che avevano rappresentato, fino ai primi di marzo, un pilastro su cui progettare il futuro. Tutto ciò impatta sul benessere della persona e della società. L’emozione della paura può provocare anche una diminuzione o addirittura il blocco dello scambio erotico e, in una situazione di stallo e di insicurezza, si verifica anche una diminuzione del desiderio sessuale. Tutto questo ha un impatto notevole sul benessere psicofisico della persona in quanto la sessualità ne è parte integrante.

Un’ultima riflessione sull’impatto dello sviluppo del mondo web: se riteniamo che sia di fondamentale importanza in una relazione mantenere la comunicazione, dobbiamo essere grati allo sviluppo e alla divulgazione della tecnologia. Infatti, se fino ieri essa poteva essere considerata un ostacolo alla relazione, in quanto si riteneva contribuisse a mantenere le distanze fisiche, oggi è proprio grazie alla tecnologia digitale che si può rimanere uniti. Il canale virtuale, in una situazione di distanziamento coatto, permette la comunicazione con il partner con il quale condividere non solo le emozioni ma anche i desideri. Tutto questo rende possibile portare avanti il discorso di una progettualità a due nell’era “#lontanimavicini”.

Dr.ssa Daniela Maramao, psicoterapeuta

www.cisonline.net/news/la-coppia-distanziata-nellera-covid-19-lontanimavicini    

 

Social Sex Experience

Molto spesso è stato argomentato in maniera negativa l’uso del sesso on line in quanto ostacolava l’instaurarsi di relazioni sentimentali a vantaggio del sesso agito in maniera meccanica soprattutto tra gli adolescenti. Tra questi ultimi il 4% dichiara di utilizzare l’invio di foto e video intimi su WhatsApp e sui Social Network, il 6,5% dichiara di fare sexting (L’invio di testi o immagini sessualmente esplicite) e il 2% di fare sesso davanti ad una webcam. Buona parte dei ragazzi pubblica foto intime sui social network per mettersi in mostra ed ottenere consensi, a scapito della protezione della propria persona. Le relazioni sono per lo più vissute on line e le pratiche erotiche sono condivise tramite la piattaforma internet, annullando così ogni concetto di intimità e l’interazione con il partner acquista tempi e modi diversi rispetto alle relazioni tradizionali. Senza contare poi l’esposizione al rischio di una diffusione incontrollata delle immagini erotiche in rete senza il consenso degli attori stessi, solo per vendetta agita da un partner rifiutato o per gelosia e invidia dei coetanei.

            Le immagini hot possono anche essere utilizzate e rivendute nell’ambito della pornografia on line. Ma non è la pornografia in sé che deve allarmarci quanto piuttosto l’uso che di essa viene fatto e il significato che assume per la persona che la utilizza. La pornografia valorizza il “saper fare”, la dimensione oggettiva del sesso, a discapito del “saper essere” che riguarda i pensieri e le emozioni che caratterizzano il particolare e unico modo di essere al mondo del singolo individuo. Tuttavia, ai tempi della paura del contagio fisico di un’influenza pandemica, esasperata dalla psicosi delle informazioni divulgate senza regola alcuna da ogni canale comunicativo, occorre rivalutare il ruolo educativo. A denunciarlo la regina del twerking (Un ballo), Elettra Lamborghini, che dall’alto delle sue curve ben pronunciate, tweetta schietta: “Vi scopate mezza discoteca senza preservativo e poi vi lamentate del coronavirus?”.

Emerge la necessità della divulgazione di informazioni corrette per agevolare soprattutto i più giovani ad “intrattenere relazioni sicure e gratificanti comportandosi responsabilmente rispetto a salute e benessere sessuale proprio e altrui” (WHO Regional Office for Europe & BZgA, 2010). Non va demonizzata a priori la modalità comunicativa via internet perché rappresenta la modalità più usuale dei tempi moderni, lo strumento va piuttosto controllato e consapevolmente utilizzato.

Un tempo si auspicava che le informazioni fossero di ausilio per formare il pensiero critico, che esse rappresentassero dei segnali stabili su cui fondare le proprie credenze. Oggi quei segnali sono sempre più mobili e facilmente possono essere direzionati con un semplice click, oppure rimossi spingendo il tasto “Canc” o trascinando con il dito nell’icona del cestino di uno schermo touch. Come scrive Zygmunt Bauman: “…viviamo in un mondo in cui l’instabilità è tanto esasperante quanto irrimediabile, e la cui confusione è universalmente riconosciuta”. Nel mondo “liquido” in cui abitiamo vige il dictat: “posso, dunque devo e voglio” … pertanto il “cogito ergo sum” di Cartesio è stato trasformato in “like, ergo sum”.

Dr.ssa Daniela Maramao   psicoterapeuta

www.cisonline.net/news/social-sex-experience
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CHIESA CATTOLICA

Sui limiti di papa Francesco

L’opposizione a papa Francesco è ormai di assoluta evidenza e anche i media hanno abbandonato il tradizionale riserbo sui fatti interni alla Curia romana e le preoccupazioni sanitarie non hanno messo in ombra il lavorio non più nemmeno sotterraneo di screditare papa Francesco. L’immagine della veste bianca nel deserto di piazza san Pietro in una sera scura e bagnata è rimasta impressa come simbolo impressionante della nostra infelice precarietà. Ma è leggibile anche come segnale della solitudine di un papa nella sua chiesa, bisognosa di unità, ma divisa secondo interpretazioni dell’appartenenza cristiana non più limitata alle scuole teologiche, ma affidata ai credenti nell’applicazione del mandato di un Concilio evidentemente ancora scomodo anche se garantito alla presenza dello Spirito. Il rovesciamento gerarchico dalla gerarchia al popolo di Dio, convalidata dall’autonomia riconosciuta al laicato ha investito e diviso una Gerarchia timorosa della perdita di valore sacrale del dogma e determinata a mantenere il potere e il controllo sulla cristianità. Appare ancora rivelatrice della sua capacità politica la decisione di Giovanni XXIII di dare l’annuncio del Vaticano II prima alla stampa che alla curia: Paolo VI lo guidò a definizione, ma gli oppositori ebbero poi partita vinta sulla libertà di imparare a leggere meglio il Vangelo alla luce della modernità. Infatti il popolo di Dio – come la società civile – cattolico, “naturalmente” plurale, rimasto ignorante nell’approfondimento dei valori, è stato consegnato acriticamente sia a Camillo Ruini sia a qualunque predicatore con il rosario in mano. Stando ai colpi di like [mi piace]sui social in un ipotetico referendum interno non si sa se ai cattolici “piacerebbe” più Woytjla o Bergoglio. A prescindere dal fatto che il papato ha bisogno di inverarsi nell’ elezione di una persona che non deve tanto “piacere”, ma essere seguita per la qualità del magistero, forse in Vaticano la sorpresa dell’omaggio reso da Francesco a Woytjla nella celebrazione per il centenario con l’invito ai poveri di Roma a sedere ai posti d’onore prima dei cardinali e dei diplomatici deve ancora una volta avere lasciato i curiali interdetti.

Anche Sergio Paronetto, presidente del Centro Studi di Pax Christi italiana, denuncia la sottovalutazione della “galassia molto varia contenente posizioni iniziali spesso opposte ma convergenti verso un solo obiettivo: bloccare il papa, sbarazzarsi di lui, screditarlo e, in prospettiva, operare perché non venga eletto un Francesco II”. Anche se la Storia insegna che i poteri forti (e reazionari), come nelle elezioni del 1948 inventarono l’anticomunismo europeo, poi ebbero paura del Concilio e oggi si oppongono a Francesco che chiede sviluppo sostenibile e giustizia sociale (dando) fastidio a chi è interessato solo ai soldi”, secondo le parole del card. Maradiaga (La Repubblica 22.10.2019).

Alcune personalità, pur favorevoli a Francesco, lo danno per sconfitto, spesso esprimendo la propria delusione per le riforme mancate. E’ certamente vero che non ha impugnato le forbici correttive sul “Nuovo” Catechismo di Giovanni Paolo II o sul codice di diritto canonico; né, come donna, posso certo rallegrarmi delle dissolvenze che fanno seguito a sue incoraggianti dichiarazioni e che nemmeno le superiore degli Ordini religiose riescono a bloccare. Tuttavia non credo che un’attenzione realistica alla politica della sempre potente curia romana trovi in Francesco un papa “incerto”: il “felicemente regnante” deve opporsi alle false certezze, anche dottrinali, che lo contestano fino ad accusarlo di eresia. Un domenicano che stimo, Timothy Radcliffe lo definisce “un pastore che cerca“. Se spinge la chiesa all’uscita e condanna a ogni piè sospinto il peccato ecclesiastico del clericalismo, nella metafora dell’estrema solitudine sulla piazza vuota non si vedevano le ombre sospette, ma era sospesa la minaccia di una sfida (che non va assolutamente raccolta) per dividere la chiesa.

E’ tempo, infatti, di pensare al futuro e salvare una chiesa destinata a confermarsi seriamente cristiana. Se invece la chiesa guardasse indietro senza rendere irreversibili i contenuti del Vaticano II – oggi pressoché sconosciuto se gli attuali sessantenni andavano alle elementari quando lo si celebrava – percezione dei segni dei tempi, sarebbe un fallimento, perché mentre la generazione dei cristiani critici era stata allieva dei profeti del Concilio – Chenu, Haering, Congar, Rahner, Schillebeeckx... – e aveva chiara coscienza dei segni dei tempi, un domani, anche in presenza di spiriti magni e coraggiosi, non ci sarebbero più cattolici impegnati: per i giovani (i nostri figli, i nipoti) la religione forse resta un problema, ma non suscita interesse e anche nella società civile percepiscono i valori democratici oscurati da nazionalismi e violenze. Per questo mi sembra che ci sia molto da fare per aiutare il papa da parte di un laicato che, pur reso adulto, è tornato a ricevere passivamente la particola come il bambino. La “chiesa in uscita” è minoritaria: per far uscire le parrocchie sarebbero necessari parrocchiani coraggiosi, a meno che non ci si aspetti che esca il parroco. Massimo Faggioli, con cui sono quasi sempre d’accordo (e che da anni insegna in una facoltà gesuitica americana), vorrebbe più forte e deciso il contributo di Francesco al rinnovamento: vorrei suggerirgli di rivolgere gli inviti ai rappresentanti della Conferenza episcopale americana, che fu potenza di fuoco contro il Concilio e oggi è posizionata contro Francesco.

Il 31 maggio torna la Pentecoste. La discesa dello Spirito Santo arrivò cinquanta giorni dopo la resurrezione, cosa che, detta così, non significa molto, se non si fa memoria dei seguaci di Gesù che se ne stavano chiusi in casa per paura di essere arrestati. L’evento suona la sveglia ai timorosi, che capiranno, affronteranno il martirio e solo così la chiesa avrà storia. I sacrifici odierni che ci riguardano sono di altro genere: non sappiamo quanti assisteranno alla condivisione distanziata di comunità in cui forse qualcuno è scomparso, anche se è sembrato giusto tornare a celebrare dopo il poco cordiale messaggio al governo italiano orientato a mantenere il divieto. Il sacrificio del digiuno eucaristico “per non contagiare il prossimo” non sarebbe stato diverso da quello imposto al nonno che non può abbracciare i nipotini. Comunque la Pentecoste, se ci interroghiamo sul suo senso, ci dice che l’intenzione innovativa proposta dal papa venuto dalla fine del mondo – necessaria, a mio avviso, dopo i 27 anni di pontificato wojtyliano e i 7 del papa Benedetto – aspetta forza dalle nostre mani.

Giancarla Codrignani            “www.cercosolodicapire.it”   21 maggio 2020

 www.viandanti.org/website

Una luce molti raggi

Care amiche e amici,               sono uno che crede da tempo che il dialogo – ascoltare e parlare – tra le religioni, sia, come dice Ibrahim Gabriele, l’Arca che ci può salvare nel diluvio umano in corso. Ho cercato, finora, come ho potuto, di fare la mia piccola parte nelle occasioni incontrate. Dirò qui soltanto un pensiero, salutando in amicizia quanti contribuiscono alla costruzione di questo dialogo. Penso, col paradosso di Simone Weil, che “ogni religione è l’unica vera”. Non perché è vera la mia e le altre false! Questa sarebbe una dichiarazione di guerra (diceva Arturo Paoli, un prete mite e forte, esiliato dalla sua Chiesa, sempre a servizio dei poveri, morto a 103 anni).

 Pier Cesare Bori ha valorizzato e commentato la verità paradossale di Simone Weil: dove vedo bellezza, lì metto tutta l’attenzione, e lì incontro tutta la bellezza del mondo. Dove si dirige tutta l’attenzione dell’anima, attirata dalla luce, lì trovo la verità data a me. Mi sembra che ciò corrisponda al pensiero di Gandhi, un padre della necessaria pace, pura da violenza: diceva che ognuno ha diritto di cambiare religione, se lo sente giusto per la propria anima, ma se ognuno approfondisse la religione in cui si trova, quella in cui ha trovato luce, incontrerebbe tutte le altre nel profondo centro comune.

Ecco, nelle varie iniziative di dialogo che felicemente oggi viviamo tra le religioni, facciamo in modo che esse si aiutino l’una con l’altra a difendersi dai mali che le minacciano: dagli sfruttatori che si fanno padroni di questa o di quella religione, contro le altre, offendendo e violentando le coscienze, impedendo l’effusione spirituale propria di ogni cuore umano; si aiutino a difendersi dai fanatici che le deformano, o perché le usano come arma violenta, o perché disprezzano le altre, o perché lacerano dall’interno la propria religione con interpretazioni assolute, che oppongono una fissa immobile marmorea “tradizione” alle fedeli “traduzioni” di ogni parola spirituale lungo il cammino storico dell’umanità.

Quest’ultimo fenomeno fa soffrire i cristiani cattolici amici delle altre religioni: la guerra (non santa!) che certi settori cattolici appoggiati da potenze economico-politiche fanno a papa Francesco. Non mi dilungo: so che i cristiani che intendono vivere il vangelo di Gesù, e che riconoscono in lui la “luce che illumina ogni uomo” (vangelo di Giovanni 1,9), riconoscono pure che questa luce si manifesta in numerosi e diversi raggi sull’umanità, per cui la collaborazione delle religioni è la via per cui l’umanità può salvarsi e camminare nella giustizia e nella pace. Aiutiamoci gli uni gli altri.             Con i più cordiali saluti

Enrico Peyretti, chiesadituttichiesadeipoveri             newsletter 199, 22 maggio 2020

www.chiesadituttichiesadeipoveri.it/una-luce-molti-raggi

 

Chiedo ai vescovi che indossino almeno un abito che non attiri l’attenzione e non generi stupore

Come è noto, alcuni vescovi tedeschi hanno formalmente chiesto alle più alte autorità della Chiesa di abolire l’uso liturgico della “mitra”, che ricopre la testa di vescovi, cardinali, abati (mitrati) e non so se di altri alti dignitari ecclesiastici. Non ho letto il documento originale dei vescovi tedeschi. Qualunque sia la ragione per cui una parte dell’episcopato tedesco abbia chiesto la soppressione della mitra episcopale, quello che voglio dire – e esprimere il più chiaramente possibile – è che non solo sono completamente d’accordo con la richiesta dell’episcopato tedesco, ma penso anche che questa sia una questione importante di quanto possa sembrare a prima vista.

Perché quest’importanza? Questa questione può essere analizzata dal punto di vista puramente storico. E questo, da solo, fa luce sufficiente per giustificare la ragionevolezza della richiesta dell’episcopato tedesco. Ma la storia della mitra episcopale non è, secondo me, la cosa più importante in questa questione, anche se la storia di questo abbigliamento clericale sia già eloquente. Gli aspetti fondamentali di questa storia si possono trovare su Internet o nell’Enciclopedia Britannica.

Secondo me la cosa più eloquente in questa questione è il significato di tale abbigliamento liturgico. Perché? Molto semplice: perché, in fin dei conti, la mitra è un ornamento proprio dei signori, che i vescovi hanno iniziato a usare – in maniera più generalizzata (sembra) – a partire dall’anno 1048, all’inizio del pontificato di papa Leone IX, “fortemente condizionato dal cardinale Umberto di Silva Candida” (cf. W. Ullmann, “Card. Humbert and the Ecclesia Romana”, in Studi Gregoriani, vol. IV, pp. 111-127).

Certo, uno storico ben documentato fornirà a questo dato le precisazioni dovute, per comprendere meglio la sua origine e ciò che i vescovi cristiani hanno inteso fare quando hanno indossato quest’ornamento. Erano altri tempi e la cultura di quel tempo probabilmente lo richiedeva. In ogni caso e qualunque sia la questione, non vi è dubbio che i più alti dirigenti della Chiesa, quando si sono messi questo paramento, hanno fatto un ulteriore passo avanti nel loro crescente allontanamento dal comandamento imposto ai primi apostoli dal Signore Gesù, quando li ha inviati come poveri, senza soldi o abiti che li distinguessero dai poveri (Mt 10, 9-10 par). Così come sappiamo che Gesù ha duramente censurato coloro che imitavano gli scribi proprio a causa degli abiti che indossavano (Mc 12, 38-40 par). Per il resto, sappiamo che durante tutto il Medioevo i vescovi non hanno avuto scrupoli nell’assumere titoli, vestiti e privilegi che hanno portato la Chiesa ad assumere un “aspetto proprio dei signori” che in non pochi casi ha raggiunto manifestazioni inimmaginabili. In questa direzione raccomando la lettura di uno studio fondamentale e breve (ma molto eloquente) di Yvez Congar, Per una Chiesa serva e povera, (Edizioni Qiqaion, Magnago 2014).

La Chiesa è “apostolica” perché in lei è elemento costitutivo l’attuazione, attraverso l’episcopato, della successione apostolica. E sia chiaro che i vescovi succedono agli apostoli di Gesù non solo nella dottrina, ma anche nel modo di vivere. Ma si può concepire che uomini innalzati a tale livello, con i loro palazzi, i loro titoli, i loro vestiti, i loro numerosi privilegi … siano i successori di quei primi “seguaci” di Gesù, di cui ci parla il Vangelo? Non dimentichiamo mai che il “modo di vivere” è anche un “modo di insegnare”.

Amo la Chiesa e rispetto i vescovi. Ma proprio per questo motivo, perché è qualcosa che mi interessa molto e l’amo con tutta l’anima, dico e chiedo ai nostri vescovi di avere nella nostra società una presenza tale che proprio per questo non favorisca l’assenza di non pochi cittadini che lasciano la Chiesa.

Termino pensando a tanti vescovi santi, autentici santi e uomini esemplari fino alla morte, che hanno onorato la Chiesa e sono stati fedeli al Vangelo in maniera esemplare. Ma, proprio perché ricordo questi uomini, per questo chiedo agli attuali vescovi di indossare almeno un abito che non attiri l’attenzione e generi stupore per le persone che entrano nei nostri templi.

José Maria Castillo     “Religión Digital” (www.religiondigital.com) 23 maggio 2020

Traduzione di Lorenzo Tommaselli

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202005/200524castillo.pdf

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 CHIESE EVANGELICHE BATTISTE, METODISTE E VALDESI.

Verso l’ascensione del Signore

Il 21 maggio ci ricorderemo di quando Gesù è salito ai luoghi di Dio per esserci più vicino. Apocalisse 1,7-8 «Ecco, viene con le nuvole e ogni occhio lo vedrà; lo vedranno anche quelli che lo trafissero, e tutti i popoli della terra avvertiranno un profondo dolore per lui. Vi assicuro che sarà così. “Io sono l’alfa e l’omega”, dice il Signore Dio, “colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente”».

            Ecco l’Ascensione del Signore Gesù Cristo. Sale al cielo, non al cielo fisico ma al luogo irraggiungibile di Dio, non per abbandonare o per abbandonarci, ma per esserci e per venire. Italo Calvino scrive: «Ricevuto nel cielo, Cristo ci ha privati della sua presenza fisica (Atti 1, 9), ma non ha cessato dall’assistere i credenti che ancora camminano sulla terra ed anzi governa il mondo con una potenza ancora più diretta che nel passato. La sua promessa di essere con noi fino alla fine del mondo (Matteo 28,20) è stata dunque realizzata per mezzo della sua Ascensione: come il corpo è stato innalzato su tutti i cieli, così la sua forza effettiva si è estesa al di là di tutti i limiti del cielo e della terra». (Istituzione della religione cristiana II, 16, 14).

            La nostra teologia riformata ha preso sul serio l’Ascensione: il corpo di Gesù Cristo non è disponibile sulla terra, né nello Stato, né nella società, né nella chiesa, né nel sacramento. È in cielo proprio per essere più vicino a tutti noi, per essere e per venire più vicino a noi. Per essere invocato da tutti gli angoli della terra, in tutte le lingue della terra. Per essere ascoltato come presente e atteso come colui che viene. Così abbiamo tutto il Cristo, vicino, sempre vicino a noi, e per questo lo invochiamo: «Vieni, Signore Gesù!». La pienezza di Cristo non è scontato possesso ma è pienezza di invocazione, di desiderio, di attesa.

            Non ci abbandoni mai, Signore, eppure spesso ci manchi! Ci manchi, Signore Gesù! Vieni e rivelaci il tuo potere in cielo e in terra, così che saremo ripuliti dai nostri peccati di ignoranza, di titubanza, di scetticismo e vedremo con questi occhi la realtà che è e che viene, il regno di Dio e tuo governo su tutto. Questo è il Vangelo dell’Ascensione, paradossale ma vero. C’è già tutto, ma vediamo tutto su un lenzuolo bianco, vediamo le ombre cinesi proiettate sul lenzuolo. Vieni, Signor Gesù, e il lenzuolo si alzerà. Vedremo tutto come l’abbiamo ascoltato dalla sua parola, tutto come veramente è, tutto come il mondo sarà costretto a vedere. Viene il Cristo asceso ai cieli, per rendere evidente a tutti il regno di Dio e il suo governo, governo che non conosce e che non conoscerà mai la crisi.

Emanuele Fiume                     riforma.it        20 maggio 2020

https://riforma.it/it/articolo/2020/05/20/verso-lascensione-del-signore?utm_source=newsletter&utm_medium=email

 

Donne e comunità: il peccato di genere

«Il ruolo delle donne nella chiesa», incontro organizzato dal progetto Gionata con il Guado e la Rete evangelica fede e omosessualità (Refo), potrebbe sembrare un argomento trito e ritrito. Nelle mani della pastora Daniela di Carlo, però, è diventato un’analisi limpida e avvincente del “silenzio assordante” delle donne nelle chiese (tranne qualcuna), ma anche nelle sinagoghe e nelle moschee. Spaziando da Hannah Arendt a Donna Haraway, Di Carlo ha affermato che le chiese sono «malate della lacuna del presente». Ancorate a un passato patriarcale, semplicemente non registrano il presente. Presente caratterizzato dalle soggettività emergenti, le donne in primis ma anche tutti e tutte coloro che lungo la storia sono state assimilate alle donne, le persone lgbtq ovviamente, ma anche immigrati, disabili, disoccupati e tutti gli abietti.

In altre parole, le chiese, insieme alla società patriarcale, sono ree – nelle parole efficaci di Daniela Di Carlo – del “peccato di genere”. Sessanta anni dopo il saggio che diede l’avvio alla teologia femminista, si torna sulla questione del peccato. Il peccato commesso e trasmesso dal genere maschile consiste nel controllo delle donne (e di tutte le altre persone che per un motivo o un altro non si possono allineare al modello unico, maschio, bianco e eterosessuale). Il dominio maschile (per citare questa volta un sociologo francese), dunque, è il peccato di genere che trasforma le donne in preda per depredarci meglio.

Di Carlo ci ricorda che gli esseri viventi non assimilabili alla norma androcentrica includono anche le altre specie. Già negli anni Settanta la teologa Rosemary Ruether aveva messo la liberazione delle donne in relazione con la liberazione del corpo (oggi diremo dei corpi) e della natura. Infatti, all’epoca si era già suonato il primo allarme ecologico. La biologa Rachel Carson aveva accusato l’azione predatrice della scienza di aver avvelenato l’ambiente umano. D’altronde, qualche secolo prima uno dei fondatori della scienza moderna, Francis Bacon, riteneva che la natura femmina andava soggiogata per farle rivelare i suoi segreti.

Tirando le somme, mi viene da pensare che responsabile della crisi del pianeta che mette a rischio la sopravvivenza umana e genera pandemie, ghiacciai che si sciolgono e specie che si estinguono, sia proprio il peccato di genere individuato dalla pastora Di Carlo. Commentando la pandemia dalle pagine di questo giornale, mi sono soffermata su ciò che mi è sembrata la reazione principale al virus, ovvero il tentativo di controllarlo e di dominarlo. In altre parole, per debellare (anzi distruggere) la malattia adoperiamo la stessa forma predatrice di pensare e di agire, che potrebbe essere tra le cause iniziali della pandemia. Lo si chiama il technological fix, il tentativo di aggiustare mediante la tecnologia ciò che la tecnologia ha contribuito a creare, senza andare a fondo per mettere in questione una certa mentalità.

Detto altrimenti, continuare nel peccato di genere. Sembra, però, che la mentalità del dominio sia dura a morire. L’ultimo (e controverso) documentario prodotto da Michael Moore, Il pianeta umano, denuncia la distruzione sistematica dell’ambiente anche da progetti cosiddetti green. Il mondo, ritiene il film, semplicemente non può sostenere l’attuale sviluppo umano (quando scrivo “umano” è ovvio che mi riferisco ad alcuni umani più di altri). Siamo semplicemente “troppi”, vogliamo “troppo”, “troppo veloce”. Che cosa bisogna fare? La risposta che a un certo punto il film ci offre è la seguente: “dominare”, “controllare” la nostra spinta predatrice. “Dominare” direbbe la Genesi, il peccato che ci spia dalla porta.

Dominare il peccato di genere. È possibile – mi sono chiesta – che non si riesca ad allontanarsi dall’idea del dominio per convertirci dal dominio ovvero dal peccato di genere? Forse varrebbe la pena di ascoltare ciò che le teologhe hanno pensato a proposito in questi ultimi sessanta anni. La lezione di Daniela Di Carlo ne costituisce un inizio.

Elizabeth Green “Riforma” settimanale chiese evangeliche battiste metodiste e valdesi 22 maggio 2020

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202005/200520green.pdf

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CINQUE PER MILLE

Adempimenti obbligatori per gli enti già iscritti                    estratti

Rappresentante legale delle associazioni: l’elemento della personalità come fondamento essenziale per la vita delle associazioni è anche il fulcro interpretativo del concetto di responsabilità per le azioni intraprese dai soci e da coloro ai quali viene affidata la gestione dell’ente.

(…)

L’iscrizione a tale lista, come abbiamo già sottolineato, deve essere effettuata una tantum, ma questo non significa che l’ente che ha ottenuto tale possibilità sia poi dispensato sine fine da qualsiasi altro adempimento.

            Ogni esercizio successivo alla sua iscrizione, fino ad una sua eventuale decisione di non aderirvi più, l’ente deve infatti presentare entro il 30 giugno 2020 la comunicazione di conferma dei requisiti necessari per poter partecipare a tale beneficio. L’attestazione resa ai sensi dell’articolo 47 del decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445, potrà essere inviata direttamente dal legale rappresentante degli enti di volontariato a mezzo Raccomandata A/R indirizzandola agli uffici della Direzione Regionale dell’Agenzia delle Entrate competente cioè ove ha domicilio l’associazione per la quale la pratica viene presentata o in alternativa può servirsi della posta elettronica certificata eligendo come destinatario la PEC dell’ufficio sopra specificato.                               

Cristina Cherubini      Informazione fiscale   2 maggio 2020

www.informazionefiscale.it/5-per-mille-regime-transitorio-adesione-requisiti

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CITAZIONI

Il consultorio familiare ovvero un ferito ai margini della strada

In Italia, fin dagli anni settanta, si è sempre parlato tanto di aborto, dividendo semplicisticamente la cittadinanza in favorevoli e contrari, ma non si è mai riflettuto abbastanza su quello che è il problema dei tanti bambini e ragazzi destinati a non diventare del tutto uomini o donne, cioè dei tanti bambini nati malformati, sordomuti, ciechi, per colpa di una mancata assistenza pre e post natale alla madre, o dei bambini cosiddetti “istituzionalizzati”, cioè privati di quell’affetto necessario alla loro crescita, o ancora dei bambini violentati, non scolarizzati o avviati alla delinquenza e preda delle mafie. Si tratta, con tutta evidenza, di bambini e ragazzi, di fatto, “abortiti” per colpa della società e dello stato. A questo proposito, dopo la recente pubblicazione del primo rapporto ufficiale sul consultorio familiare, a 35 anni dalla sua istituzione, è il caso di ripercorrerne la storia. Una storia che ci permette di capire come il consultorio familiare sia sempre stato, e sia, ancora oggi, in Italia, una sorta di ferito ai margini della strada.

www.google.com/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=&ved=2ahUKEwis64DsjebpAhUQzKQKHb8-BfUQFjAAegQIBRAB&url=http%3A%2F%2Fwww.salute.gov.it%2Fimgs%2FC_17_pubblicazioni_1406_allegato.pdf&usg=AOvVaw2EZwiUVdsUvWsgJCjiwxto

            Il consultorio familiare venne istituito nel 1975 (anche se le prime proposte risalivano al lontano 1949), con la legge 405, grazie al movimento delle donne che lo aveva fortemente voluto, e alla convergenza dei partiti di allora, cattolico, socialista e comunista. Si trattava di un presidio pubblico con la finalità di assicurare informazione, consulenza e assistenza psicologica, sanitaria e sociale su argomenti fondamentali per le coppie e per le famiglie, cioè maternità, paternità, procreazione responsabile e salute sessuale. Con la legge 194 del 1978, poi, le competenze del consultorio inclusero anche l’assistenza all’aborto.

            Fino a quel momento, gli unici centri di sostegno per queste problematiche regolarmente funzionanti erano stati solo quelli privati, con forti connotazioni religiose. I primi consultori prematrimoniali esistenti in Italia, infatti, erano sorti per iniziativa di alcuni sacerdoti o laici d’ispirazione cattolica, riuniti nell’Ucipem (Unione Consultori Italiani Matrimoniali e Prematrimoniali), a cui erano poi seguiti consultori di gruppi volontari, di indirizzo politico diverso, come quelli dell’Aied (Associazione internazionale Educazione Demografica), del Cemp (Centro per l’Educazione Matrimoniale e Prematrimoniale), e del Ced (Centro Educazione Demografica), che tendevano, per lo più, a favorire la conoscenza dei mezzi anticoncezionali. Fino a quel momento, le funzioni dei nascenti consultori, soprattutto dopo la soppressione dell’Onmi (Opera Nazionale per protezione Maternità e Infanzia) e dei servizi gestiti dal ministero della Giustizia, erano state delegate alle Regioni, anch’esse peraltro di recente nascita. La difficoltà organizzativa dei consultori si affiancava all’insufficienza delle istituzioni sanitarie del paese e spesso anche alla mancanza di un’adeguata specializzazione dei medici preposti. Sia l’assistenza alla coppia e alla famiglia, quanto le tecniche psicologiche e mediche finalizzate al controllo delle nascite, non potevano essere svolte con coerenza perché demandate a norme legislative regionali diverse.

La legge che faceva nascere il consultorio familiare pubblico metteva di fronte la capacità dello stato di gestire un problema di tale portata e l’attaccamento della Chiesa alla gestione delle problematiche relative alla famiglia, secondo la propria reiterata tradizione secolare. Si trattava, dunque, di un primo importante banco di prova e di un’occasione preziosa per cominciare un discorso di crescita, non solo a livello di organizzazione sociale, ma anche a livello dei rapporti tra società religiosa e società civile.

Quando nacque, il consultorio scontava subito tutta l’inadeguatezza della legge e delle strutture organizzative italiane: finì per essere gestito dai rappresentanti dei partiti, dei sindacati, delle parrocchie, figure, con tutta evidenza, troppo burocratizzate per poter assolvere alla loro funzione specifica, a scapito dunque del diretto coinvolgimento della società, cioè a dire delle famiglie, delle coppie e in particolare della donna. A questi meccanismi si provò ad affiancare, inizialmente, il volontariato, con la presenza, nel consultorio di donne che informavano e discutevano le varie problematiche relative alla vita sessuale della coppia. Ma una soluzione di questo tipo, se pure utile, non poteva che ritenersi provvisoria e monca. Permanevano, inoltre, enormi differenze tra le diverse regioni. In sostanza, si disse molto all’italiana, i consultori sarebbero diventati ciò che la politica e la società li avrebbero fatti diventare.

            Vediamo allora, dopo 35 anni, cosa sono diventati. Dalla metà degli anni ottanta, il numero dei consultori familiari pubblici era continuato a crescere, nonostante la mancanza di un miglioramento della funzionalità e del livello del servizio offerto. Nel 1979, cioè un anno dopo l’approvazione della legge sull’aborto, erano circa 600 quelli pubblici e poco più di 200 quelli privati; nel 1981 si era passati ad un rapporto di 1456 contro 167. Nel 2006 il numero dei consultori notificato era pari a 2188 per quelli pubblici, mentre si erano ancora ridotti, a 103, quelli privati. Ma veniamo all’oggi.

            Di recente il ministero della Salute ha pubblicato il primo rapporto nazionale sui consultori familiari pubblici presenti in Italia. La situazione è a dir poco preoccupante. Solo in poche regioni le Asl prevedono un capitolo di bilancio ad essi adibiti, ma più in generale, non hanno alcun interesse a valorizzare i consultori, come dimostra il mancato adeguamento delle risorse e degli organici. Il numero dei consultori è passato dai 2097 del 2007 ai 1911 del 2009, con un consultorio ogni 31 mila abitanti circa, contro un valore legale stabilito per legge di 1 ogni 20 mila in area urbana e 1 ogni 10 mila in area rurale. Mancherebbero all’appello, dunque, almeno 1000 consultori. Inoltre, la legge prevede un organico multidisciplinare, con figure professionali come ginecologo, pediatra, psicologo, ostetrica, assistente sociale, sanitario, consulente legale, infermieri. Nel rapporto si legge invece che solo nel 4% dei casi è coperto l’organico, in particolare l’andrologo è assente in tutti in consultori pubblici nazionali (ad eccezione che in Valle d’Aosta). La legge prevede che il consultorio disponga di locali per l’accoglienza utenti, la segreteria, la consulenza psicologica e terapeutica, le visite ginecologiche e pediatriche, le riunioni, l’archivio, mentre la realtà dice che il 15% dei consultori ha solo 1-2 stanze, ben 440 consultori non hanno una stanza per gli incontri di gruppo, ed addirittura 634 non possono inviare e ricevere mail. Inoltre il 9% dei consultori è aperto la mattina solo uno o due giorni a settimana e il 7% non risulta mai aperto la mattina, mentre il 14% non è mai aperto neppure il pomeriggio, mentre il sabato mattina è chiuso l’86% dei consultori italiani. Quanto ai contenuti, l’assistenza alla gravidanza è praticamente inesistente mentre il percorso prematrimoniale è fornito solo in tre regioni.

            Per completare il quadro è bene ricordare che i consultori matrimoniali familiari fondati sul cosiddetto sul “counselling” (cioè sulla consulenza come relazione di aiuto tra consulente e coppia) risalgono alla fine degli anni Venti negli Stati Uniti, ed hanno avuto, da allora, un considerevole sviluppo in numerosi stati europei, in particolare in Inghilterra (1946), nei paesi scandinavi (1952), poi in altre nazione come Austria, Irlanda, Malta, Francia, Svizzera, Germania etc. Nel corso degli anni sessanta e dei primi anni settanta i consultori hanno poi avuto ampia diffusione e riconoscimento in quasi tutti gli stati dell’Europa occidentale e infine, anche da noi.

            E’ evidente che, oltre ad essere arrivati ancora una volta per ultimi a questo servizio di base per la cultura della famiglia e delle coppie, ci troviamo ancora oggi ad un livello di funzionalità e di fruibilità del servizio assolutamente inadeguato, se paragonato a quelli degli altri paesi. Non ci stancheremo mai di ricordare e di ripetere, dunque, che è su questi argomenti che si misura il grado di civiltà di uno stato. Forse, al di là delle fumose affermazioni di principio, è il caso che il governo tecnico di recente formazione inizi proprio col mettere mano a inadempienze e inadeguatezze come questa per meritarsi la nostra stima e la nostra simpatia.

Giambattista Scirè, storico, Università di Catania        Linkiesta 17 novembre 2011

www.linkiesta.it/blog/2011/11/il-consultorio-familiare-ovvero-un-ferito-ai-margini-della-strada

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CONSULTORI FAMILIARI

Prevenzione dell’infezione da sars-cov-2

Suggerimenti procedurali in ambito consultoriale      estratti

            Il DPCM 33 del 16 maggio 2020. consente la ripresa di numerose attività lavorative in sede, prima concesse solo a distanza. Con l’emanazione di questo decreto si sancisce il passaggio alla fase due della pandemia da COVID-19. Passaggio alla fase due non significa tuttavia che le cose vadano meglio e tutto sta per essere risolto. Si tratta anzi di un momento molto delicato in cui un abbassamento della guardia può provocare danni ben superiori a quelli fino ad ora subiti.

Fino a oggi molti consultori, sfruttando i progressi informatici, avevano mantenuto fede alla loro mission svolgendo la loro attività a distanza. Da oggi è possibile ripartire anche con le attività in sede; ma per mantenere l’incolumità degli operatori del consultorio e degli stessi utenti, è necessario rispettare misure di sicurezza specifiche.

Il Consiglio Direttivo dell’UCIPEM, forte dell’esperienza maturata, vuole fornire ai consultori che vogliano ricominciare con l’attività in sede una serie di suggerimenti ritenuti necessari per mantenere il più elevato grado di sicurezza possibile sia per gli operatori del consultorio che per gli utenti.

Accesso al consultorio: Bonificare spesso le maniglie del portoncino, della porta d’ingresso e dell’ascensore e dei pulsanti.

Gli sportelli al pubblico devono essere dotati di barriere in vetro, policarbonato o plexiglass idonee a impedire la trasmissione del virus da utenti a operatori e viceversa.  In caso di impossibilità di applicare le barriere il personale della segreteria deve dotarsi di visiere protettive trasparenti da sanificare frequentemente. L’accesso dell’utenza deve avvenire in maniera scaglionata in maniera da evitare il benché minimo l’affollamento nelle sale di attesa dove le poltroncine devono essere messe a distanza minima di cm 180 da lato interno a lato interno. Tuttavia anche se la sala di attesa fosse sufficientemente ampia da consentire lo stazionamento di più persone, è consigliabile che in essa non stazioni più di un solo utente; si potrà così evitare anche l’incrocio di percorso tra due utenti. L’utente che accede al consultorio deve già avere indossato una mascherina facciale. Qualora per qualche motivo non ne fosse provvisto sarà l’operatore del check point a fornirgliene una.

All’ingresso deve essere istituito un servizio di check point. A tale scopo è necessario il posizionamento di un tavolo su cui porre un termometro no tuch, un flacone di disinfettante per le mani e un raccoglitore per i moduli di autocertificazione (allegato 1). Al momento dell’ingresso di qualsiasi persona, un operatore adeguatamente preparato e ufficialmente  incaricato, deve essere la prima persona che accede al consultorio durante la giornata e deve essere la prima ad autosottoporsi alla seguente procedura: disinfezione delle mani, misurazione della temperatura corporea, compilazione del modulo in cui si dichiara che non si è stato a contatto con persone affette da Covid o sospette, che non avverte sintomi da patologie respiratorie sospette e che non ha avuto rialzi febbrili. Sullo stesso modulo va annotata la temperatura corporea. Il modulo va infine firmato e insieme agli altri funge da registro per tracciabilità. L’operatore addetto effettuerà quindi la stessa procedura su tutte le persone che accederanno al consultorio nel corso della giornata: operatori e utenti. Tutti i moduli vanno quindi raccolti e conservati nel rispetto della legge sulla privacy per un periodo non inferiore a 5 anni.

Corridoi, ingressi e sale d’spetto devono essere liberi da suppellettili che possano ridurre l’efficacia delle procedure di sanificazione. All’ingresso delle porte di ogni stanza devono essere applicati dispensatori di soluzione idroalcolica per l’igiene delle mani. È vietato sostarvi o farvi assembramenti.

Le stanze per la consulenza devono essere sgombre da suppellettili che possano ridurre l’efficacia delle procedure di sanificazione: (più l’ambiente o l’oggetto da sanificare è semplice, meglio è sanificabile). Le sedie o le poltrone devono essere poste in maniera tale che tra il consulente e l’utente vi sia una distanza non inferiore a due metri. Nel caso in cui la stanza sia dotata di un tavolo frapposto tra le due poltrone, su questo è consigliabile applicare una barriera in vetro, policarbonato o plexiglas, da montare con apposito telaio. In tal caso la distanza tra le due poltrone potrà essere anche inferiore ai due metri.

Non è consentito salutare l’utente col gesto del dare la mano. Durante tutta la consulenza è necessario utilizzare la mascherina facciale. Alla fine di ogni consulenza deve essere effettuata la sanificazione di tutto ciò che potrebbe essere stato contaminato nel corso della consulenza: pavimento, maniglie, ecc. E’ inoltre necessario aerare il locale aprendo la finestra per almeno 15 minuti.

Ambulatori: non è necessaria alcuna barriera sulla scrivania in quanto nel momento in cui viene effettuata la visita, l’atto sanitario costringe comunque ad un avvicinamento tra il medico o l’ostetrica e il paziente. A tale carenza si supplisce con i DPI (Dispositivi di Protezione Individuale) (guanti, mascherine facciali e camici) che devono essere sempre indossati e devono essere a norma. (DPI non idonei e spacciati per tali o male utilizzati espongono chi li indossa a rischi maggiori rispetto a coloro che pur non usandoli fanno attenzione stando a debita distanza di sicurezza) (A tal proposito, ritengo più corretto sia dal punto di vista tecnico che etico, parlare di distanziamento interpersonale di sicurezza invece che di distanziamento sociale).

Eliminare tutto ciò che non è strettamente necessario alla esecuzione della visita o dell’esame diagnostico allo scopo di agevolare le procedure di sanificazione su tutto il resto dell’ambiente. Le grosse apparecchiature devono essere provviste di cover da rimuovere al bisogno. Le sonde ecografiche, anche quelle addominali, durante l’esame devono essere dotate di cuffia di protezione che, al termine dell’esame, deve essere smaltita con i rifiuti speciali ospedalieri. Gli strumenti piccoli devono essere alloggiati in appositi cestelli inox sterilizzabili. Alla fine di ogni consulenza deve essere effettuata la sanificazione di tutto ciò che potrebbe essere stato contaminato nel corso della consulenza: pavimento, maniglie, ecc. Tutto ciò che è monouso deve essere smaltito adagiandolo nei contenitori per i rifiuti speciali.

Sala riunioni di équipe deve essere sufficientemente ampia da consentire una distanza minima tra le poltrone o le sedie di almeno due metri. Qualora la stanza non avesse una capienza sufficiente per contenere tutti i membri dell’équipe, una parte di essi potrà partecipare alle riunioni con i mezzi informatici. Nelle riunioni di équipe va indossata la mascherina facciale.

Impianto di condizionamento dell’aria: se il consultorio non è provvisto di impianto di condizionamento dell’aria diventa essenziale mantenere una adeguata ventilazione dei locali tenendo aperte le finestre anche durante le singole consulenze o comunque alla fine di ognuna. Negli edifici dotati di specifici impianti di ventilazione (Ventilazione Meccanica Controllata, VMC) che movimentano aria attraverso un motore/ventilatore e consentono il ricambio dell’aria di un edificio con l’esterno. Questi impianti devono mantenere attivi l’ingresso e l’estrazione dell’aria 24 ore su 24, 7 giorni su 7 (possibilmente con un decremento dei tassi di ventilazione nelle ore notturne di non utilizzo dell’edifico). Proseguire in questa fase mantenendo lo stesso livello di protezione, eliminando totalmente la funzione di ricircolo dell’aria per evitare l’eventuale trasporto di agenti patogeni. (…)

Igiene ambientale: Nella attuazione della fase 2 vanno attentamente implementate e messe in atto e riorganizzate nuove azioni per rispondere alle esigenze di salvaguardia della salute del personale e della collettività.     Gli addetti/operatori professionali che svolgono le attività di pulizia quotidiana degli ambienti e/o luoghi (spolveratura e spazzamento ad umido o con panni cattura-polvere, lavaggio, disinfezione, ecc.) devono correttamente seguire le procedure, i protocolli, le modalità iniziando la pulizia dalle aree più pulite verso le aree più sporche, e adottare correttamente l’uso di Dispositivi di Protezione Individuale (DPI).     Evitare di eseguire queste operazioni di pulizia/disinfezione in presenza di dipendenti o altre persone. Le pulizie quotidiane degli ambienti/aree, devono riguardare le superfici toccate più di frequente (ad es. porte, maniglie, finestre, vetri, tavoli, interruttori della luce, servizi igienici, rubinetti, lavandini, scrivanie, sedie, tasti e pulsanti apriporta, tastiere, telecomandi, stampanti).Utilizzare panni, diversi per ciascun tipo di oggetto/superficie, in microfibra inumiditi con acqua e sapone oppure con una soluzione di alcool etilico con una percentuale minima del 70% v/v e successivamente con una soluzione di ipoclorito di sodio diluita allo 0,5% di cloro attivo per i servizi igienici (es. come la candeggina che in commercio si trova al 5% o al 10% di contenuto di cloro), e allo 0,1% di cloro attivo per tutti le altre superfici. Possono essere presi in considerazione anche altri prodotti professionali ad azione detergente e disinfettante facendo attenzione al corretto utilizzo per ogni superficie da pulire. A tal proposito si ricorda che è essenziale seguire le indicazioni delle schede tecniche e di sicurezza e che è vietato effettuare miscele non indicate da queste.

Note conclusive. È necessario che ogni consultorio si doti di una adeguata riserva di dispositivi di protezione individuale DPI.     L’uso di guanti è necessario solo nel corso delle visite mediche e nei processi di sanificazione. In tutti gli altri momenti è sufficiente igienizzare le mani con soluzione idroalcolica. (…)

Questionario cheek point:                  Si                     No

    Nelle ultime settimane ha avuto contatti con persone covid positive o sospette?   

    Ha manifestato in questi ultimi giorni raffreddore, tosse, febbre o altri sintomi influenzali?                        

                                              Firma del fruitore

Valutazione. Sono presenti sintomi influenzali:            Si                  No

                                             Temperatura corporea:

Data                                                    Firma operatore

                                                Dr Francesco Lanatà, presidente UCIPEM     24 maggio 2020

 www.ucipem.com/it/index.php?option=com_content&view=article&id=876:suggerimenti-procedurali-per-la-prevenzione-dell-infezione-da-sars-cov-2-in-ambito-consultoriale&catid=9&Itemid=136

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CONSULTORI FAMILIARI CATTOLICI

Confederazione Italiana dei Consultori Familiari di Ispirazione cristiana. Lettera della Presidente.

            Carissimi,                                abbiamo attraversato un periodo difficile e complesso ed ora si apre uno scenario che sembra offrire spiragli di normalità. Non possiamo prevedere quali saranno le sfide che dovremo affrontare nei prossimi tempi, ma ciò che è certo è che per il futuro, forza ed impegno saranno necessari per tutelare le relazioni e per custodire la fiducia.

            Questo tempo dell’isolamento forzato, trascorso in sospensione, ci ha esposti a due rischi: l’implosione, con il pericolo di cedere sotto la pressione interna, l’accartocciarsi su fatiche e sofferenze, la rarefazione dei rapporti; l’esplosione, con la scomposizione della coesione, la frammentazione delle relazioni.

            Insomma, per le legittime preoccupazioni, che sia la paura ad inchiodare e schiacciare sul presente, oppure la logica reattiva a stordire ed inibire le capacità progettuali, occorre sbloccare le persone, rilanciarne le energie, rimotivarle valorizzandone le risorse.

            I consultori, in modo significativo per la specifica attenzione rivolta a famiglie, coppie, relazioni familiari, educative e affettive, sono presidi di sostegno e di accompagnamento, di aiuto nella gestione delle conflittualità, degli stress emotivi, dei dolorosi lutti, delle fatiche nelle relazioni educative e condivisione dei tempi e degli spazi di vita; inoltre i consultori sono una risorsa anche per il sistema dei servizi, nella consapevolezza che vi è una stretta connessione tra benessere della famiglia e benessere della società. In questo momento, c’è bisogno proprio e ancora di questo ruolo e di questo compito.

            Auguro, allora, di riprendere le vostre attività con le famiglie perché esse possano trovare un rilancio ed un sostegno, e vi ringrazio per la cura che a loro dedicate come soggetti capaci di “generare mondi”.

            Prof.ssa Livia Cadei, presidente          18 maggio 2020

www.cfc-italia.it/cfc20/index.php/news-nazionali/62-carissimi-abbiamo-attraversato-un-periodo-difficile-e-complesso

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CONSULTORI FAMILIARI UCIPEM

“Parlarne fa bene”, consulenze gratuite al Ccf di Viadana

Viadana. Il Centro di consulenza familiare Ucipem lancia l’iniziativa “Parlarne fa bene”: un sostegno psicologico gratuito offerto alle persone e alle famiglie colpite da Covid-19.

            Gli operatori, in queste settimane, hanno già avuto modo di raccogliere sentimenti, pensieri e preoccupazioni dei cittadini contagiati dal coronavirus: la paura di morire e di non rivedere più i propri cari, il pensiero fisso della famiglia distante, la solitudine imposta dal ricovero ospedaliero o dall’isolamento domiciliare, i postumi della malattia con la necessità di reimparare a respirare, a parlare, a camminare. «Questa esperienza – nota il Centro di consulenza – ha lasciato in molti tracce di dolore e ansia, e creato una frattura con la vita precedente». Se ne può uscire; ma l’aiuto di un esperto, in grado di leggere le dinamiche interiori, indirizzare gli sforzi e suggerire metodi di auto-aiuto, può risultare quanto mai prezioso.

Le consulenze offerte dal centro Ucipem sono gratuite: gli incontri si svolgeranno su appuntamento nella sede a Viadana, ma sono possibili anche colloqui telefonici.

Nel pieno dello tsunami che aveva investito gli ospedali, nelle settimane scorse il centro Ucipem si era già messo a disposizione della comunità per fornire sostegno psicologico a distanza agli operatori sanitari. Sono stati attivati inoltre gruppi di sostegno psicologico per chi ha perso un proprio caro a causa del Covid-19, e momenti di confronto per aiutare le persone ad affrontare il confinamento domestico.

Il Centro di consulenza familiare è una onlus fondata anni fa su impulso delle parrocchie del territorio viadanese, con l’obiettivo di sostenere i singoli e le famiglie che stanno attraversando un momento di difficoltà. Lo staff si compone di volontari che dispongono di competenze professionali negli ambiti di riferimento: consulente famigliare, psicologi, psichiatra, assistente sociale, pedagogista, legale, educatrice, ostetrica, assistente spirituale.

            Riccardo Negri           TeleRadio Cremona Cittanova                      19 maggio 2020

www.diocesidicremona.it/blog/parlarne-fa-bene-consulenze-gratuite-al-ccf-di-viadana-19-05-2020.html

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CORONAVIRUS

Tre lezioni dall’emergenza Coronavirus

Abbiamo compreso che il Sistema Sanitario Nazionale, la ricerca e istruzione e il digitale sono la nostra sicurezza. E che i progetti, le competenze, gli interventi e l’attività delle organizzazioni non profit sono l’ancora di salvataggio a cui fare immediatamente ricorso nei momenti di crisi e di emergenza dei mercati e della società

            In una relazione matematica la costante è il numero che rimane fisso e non è modificabile mentre la variabile può assumere valori diversi, cambiando il risultato dell’equazione. Ai nostri giorni la variabile, tra l’altro inattesa e sconosciuta, è Covid-19 che sta provocando un impatto sulla nostra vita, sui mercati e la relativa sovrastruttura economico-finanziaria, impedendo di costruire scenari di previsione a breve, medio e lungo termine non solo alla società ma anche a politici e leader aziendali per gli effetti e le conseguenze imprevedibili che sta causando. Covid-19 ha, infatti, distorto la probabilità del verificarsi degli eventi ed, a livello umano e planetario, ci ha anche strappato la capacità di programmare ed anticipare il nostro percorso di crescita, sconvolgendo le aspettative sulla nostra vita. È la variabile che ha stravolto attese e previsioni spazzando via come un uragano tutti i processi ed i progetti sul nostro futuro.

            Di contro, ci ha fornito la consapevolezza che il Sistema Sanitario Nazionale, la ricerca e l’istruzione e il digitale sono la nostra sicurezza e che i progetti, le competenze, gli interventi e l’attività delle Organizzazioni No profit l’ancora di salvataggio a cui fare immediatamente ricorso nei momenti di crisi e di emergenza dei mercati e della società. Il Terzo settore, infatti, nelle sue molteplici articolazioni si sta rivelando nella sua completezza, dimostrando all’economia nazionale ed all’Europa, alla politica e ai mercati il suo ruolo imprescindibile per sostenere l’esercito delle nuove e crescenti povertà, la precarietà delle condizioni di libertà, di lavoro e di vita che stanno colpendo strati sociali sempre più estesi della popolazione, alimentando un diffuso sentimento di insicurezza e di sfiducia per il futuro. L’immediata reazione di queste organizzazioni sta intervenendo sia sui mercati che sulla società tentando di ricostruire un rinnovato equilibrio fra la dimensione individuale e quella collettiva, dimostrando concretamente al mercato ed alla politica la stretta interdipendenza ed il nesso di casualità fra la libertà individuale e la sicurezza reciproca e fra i diritti dei singoli e la responsabilità sociale delle imprese.

            Da questa crisi, più che da ogni altra, quindi possiamo trarre alcune lezioni:

1. Per Covid-19 siamo tutti uguali (come proclama l’Art. 3 della Costituzione italiana1), quindi in una situazione di parità, in termini di rischio e di dignità sociale, e, più che mai, abbiamo bisogno gli uni degli altri, rafforzando il principio della solidarietà, valore innato e connaturato al No profit. Si tratta di una solidarietà che implica uguaglianza, non nel senso di uniformità, bensì di integrazione2, ossia nel senso di un principio democratico che regola la società, come risultante di azioni collettive imperniate sul mutuo aiuto, l’auto-organizzazione e l’azione collettiva.

2. Ne consegue che il No profit sta dimostrando di essere non il terzo pilastro dell’ economia ma il vettore delle conoscenze specifiche sul territorio, sulle comunità e sui bisogni locali, per cui, assieme al potere pubblico (Stato, comuni, province, regioni ed enti parastatali) ed alle imprese profit, rispondendo efficacemente e velocemente ai bisogni ed alle necessità dell’odierno stato di crisi, sta operando in un contesto di sussidiarietà circolare, sia per progettare gli interventi necessari sia per assicurarne la gestione ed i risultati. D’altra parte è un discorso teoricamente noto, dato che ci stiamo collegando al principio di sussidiarietà della Carta Costituzionale (Art. 118). Quando tutto gradualmente ripartirà, la politica, l’economia e la finanza riusciranno a validare questa nuova interpretazione del funzionamento dei mercati?

            3. Il Covid-19 ha dimostrato alla politica l’efficienza e l’efficacia del mercato pluralistico, con il contributo delle organizzazioni della società; quindi non dovrebbe continuare a procedere solo per decisione statale, ma con un dialogo continuo e costruttivo con le associazioni della società civile (finora purtroppo non sempre realizzato). L’autonomia5 e l’unità6 del TS sono, infatti, una risorsa sempre più irrinunciabile per ritrovare l’umanità nel necessario ripristino dei rapporti industriali, finanziari e del lavoro (nel senso di inclusione e di valorizzazione delle professionalità). L’azione pubblica dovrebbe perciò assumersi la responsabilità di accompagnare questi percorsi (di democrazia plurale, di economia plurale, di redistribuzione, di crescita e reciprocità), abbandonando i precedenti sistemi di governo e di management burocratici, verticali e rigidi per ri-pensare e ri-progettare il futuro nella sua totalità, instaurando una dinamica diversa, che metta al centro l’uomo e la sua capacità di fare sintesi dei bisogni emergenti, delle possibili soluzioni e delle risorse così come sempre fatto dalle ONP.

            Ai tempi del Covid-19 speriamo, più che mai, che questo non sia solamente un miraggio.

Maria Vella, docente in Economia e gestione del Terzo settore all’Università di Siena 18 maggio 2020

www.vita.it/it/article/2020/05/18/tre-lezioni-dallemergenza-coronavirus/155536

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DALLA NAVATA

Ascensione del Signore –  anno A – 24 maggio 2020

Atti Apostoli   01, 01. Nel primo racconto, o Teòfilo, ho trattato di tutto quello che Gesù fece e insegnò dagli inizi fino al giorno in cui fu assunto in cielo, dopo aver dato disposizioni agli apostoli che si era scelti per mezzo dello Spirito Santo.

Salmo              46, 07. Cantate inni a Dio, cantate inni, cantate inni al nostro re, cantate inni

Efesini             01, 17. Fratelli, il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui; illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi e qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi, che crediamo, secondo l’efficacia della sua forza e del suo vigore.

Matteo            28, 19 Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

 

Ascensione, Dio con noi fino alla fine del mondo

I discepoli sono tornati in Galilea, su quel monte che conoscevano bene. Quando lo videro, si prostrarono. Gesù lascia la terra con un bilancio deficitario: gli sono rimasti soltanto undici uomini impauriti e confusi, e un piccolo nucleo di donne coraggiose e fedeli. Lo hanno seguito per tre anni sulle strade di Palestina, non hanno capito molto ma lo hanno amato molto.

E ci sono tutti all’appuntamento sull’ultima montagna. Questa è la sola garanzia di cui Gesù ha bisogno. Ora può tornare al Padre, rassicurato di essere amato, anche se non del tutto capito. Adesso sa che nessuno di quegli uomini e di quelle donne lo dimenticherà. Essi però dubitarono… Gesù compie un atto di enorme, illogica fiducia in persone che dubitano ancora. Non rimane ancora un po’, per spiegare meglio, per chiarire i punti oscuri. Ma affida il suo messaggio a gente che dubita ancora. Non esiste fede vera senza dubbi.

I dubbi sono come i poveri, li avremo sempre con noi. Ma se li interroghi con coraggio, da apparenti nemici diverranno dei difensori della fede, la proteggeranno dall’assalto delle risposte superficiali e delle frasi fatte. Gesù affida il mondo sognato alla fragilità degli Undici, e non all’intelligenza di primi della classe; affida la verità ai dubitanti, chiama i claudicanti ad andare fino agli estremi della terra, ha fede in noi che non abbiamo fede salda in lui. […]

P. Ermes Ronchi OSM

www.cercoiltuovolto.it/vangelo-della-domenica/commento-al-vangelo-del-24-maggio-2020-p-ermes-ronchi/

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DIRITTI

Non c’è “rilancio” del Paese se i bambini restano invisibili

Entra in vigore il Decreto Rilancio, con le prime misure per affrontare l’emergenza sociale conseguente all’emergenza sanitaria. Bambini e adolescenti continuano a rimanere invisibili, fatto salvo per i 150 milioni stanziati per i centri estivi. Il rilancio del Paese intero invece dovrebbe mettere al centro loro. Qui l’editoriale delle 100 organizzazioni riunite nel Gruppo CRC (Convention on the Rights of the Child) per il monitoraggio dell’attuazione della Convenzione Onu sui diritti dei bambini. Il tanto atteso “Decreto Rilancio” è stato pubblicato ieri in Gazzetta Ufficiale ed è in vigore da oggi. Il decreto include anche misure per rispondere all’emergenza sociale generata dall’emergenza sanitaria causata dal COVID-19. Il Gruppo CRC, il Network che da ormai vent’anni monitora lo stato di attuazione dei diritti dell’infanzia in Italia, ha già avuto modo di sottolineare l’urgenza e la necessità di prestare particolare attenzione ai quasi 10 milioni di minorenni che vivono nel nostro Paese, che rischiano di restare “invisibili”. Se questo è il rischio che tutti i bambini corrono, i minori che vivono in situazioni di particolare fragilità ne hanno ancora di più: come i ragazzi e le ragazze che vivono fuori dalla famiglia di origine, i minori stranieri non accompagnati, quelli che vivono in situazione di forte disagio abitativo, quelli a rischio di vivere situazioni di violenza diretta e indiretta, i ragazzi e le ragazze in povertà materiale ed educativa, quelli con genitori che hanno perso il lavoro o che rischiano di chiudere le propria attività, quelli maltrattati e abusati che in questo periodo di emergenza non hanno avuto la certezza delle cure, i minorenni con disabilità che – in molti casi – si sono visti privati del sostegno del proprio educatore/operatore di riferimento. Tutti i bambini e i ragazzi hanno dovuto rinunciare alla socialità, allo sport, al gioco all’aria aperta, sono stati costretti a rimodulare il modo di relazionarsi con i propri pari e con la scuola e hanno dovuto affrontare situazioni famigliari complesse, si sono adattati alla didattica on line, come del resto i loro insegnanti, ma non tutti con le stesse opportunità. Tutti hanno visto compressi i loro diritti.

            Preoccupa molto le 100 associazioni del Gruppo CRC anche il rischio di un forte arretramento culturale, perché delle persone di minore età si è parlato solo in relazione alla chiusura della scuola e successivamente alla necessità di conciliare l’attività lavorativa dei genitori con la sospensione delle lezioni, (tenendo peraltro in poco conto la fascia di età 0-6 anni) e non invece come titolari di diritti. I bambini/e e i ragazzi/e non sono stati considerati come persone, ma via via come “figli”, “alunni” o come possibili fonti di contagio, senza una visione d’insieme e quindi senza pianificare un’azione strategica per l’infanzia e l’adolescenza.

            Le misure di sostegno alle famiglie messe in atto durante l’emergenza (dal “voucher babysitter” al congedo parentale straordinario) sono state quindi di tipo individuale e non sono da sole sufficienti, oltre al fatto che possono contribuire al perpetuarsi e/o al peggiorare delle condizioni di povertà educativa di molti minorenni con forte rischio soprattutto per coloro che vivono in contesti di fragilità.

            Occorre anche dare risposte universali e di sistema come solo possono essere quelle attinenti ai diritti, e prevedere interventi diretti al potenziamento del sistema educativo e sociale. La crisi non ha fatto altro che portare alla luce, aggravandole e dilatandole, le criticità che gli operatori che si occupano di infanzia e adolescenza avevano già rilevato da anni: l’assenza dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza nella cultura politico-amministrativa e nell’agenda politica e la mancanza di un coordinamento efficace in tale ambito.

            Molteplici sono state le iniziative di soggetti del Terzo Settore, insegnanti, reti anche informali di accademici e di comuni cittadini che hanno promosso petizioni, fatto indagini su famiglie e ragazzi/e, elaborato proposte, senza trovare un interlocutore di riferimento in grado di inserirle in una cornice organica di interventi. In queste settimane abbiamo assistito al moltiplicarsi dei luoghi di confronto e delle Task Force ministeriali, ma la voce dei ragazzi e delle ragazze non ha avuto uno spazio di ascolto e la richiesta dell’Autorità Garante nazionale per l’Infanzia e l’Adolescenza di inserire un esperto di infanzia e adolescenza nella Task Force per la fase 2 è rimasta disattesa, nonostante il bilanciamento di genere cui quest’ultima è stata sottoposta di recente.

La quotidianità in questi due mesi è stata vissuta in maniera molto diversa da territorio a territorio, da famiglia a famiglia, ma quello che dovrebbe essere chiaro a tutti è che non sarà possibile superare questa crisi con risposte a valenza individuale, che di fatto aumentano le disuguaglianze. È necessario ri-costruire “patti territoriali” coordinati tra Servizi Sociali dell’Ente Pubblico, Istituzioni educative, operatori scolastici, operatori sanitari, cooperazione sociale, Associazionismo, società civile, affinché si individuino e si “mettano insieme” tutte le risorse umane, professionali, economiche, di opportunità anche logistiche di spazi per dare risposte collettive ai bambini, ai ragazzi e alle famiglie per ritrovare socialità, prossimità, condivisione, risposte puntuali e sostenibili. Il territorio, mai come ora, deve essere investito di responsabilità e di protagonismo per gestire l’inedito di questa situazione e ritrovare forme nuove di vita sociale.

            Alla luce di tali premesse e dei contenuti del “Decreto Rilancio” riteniamo utile offrire al dibattito pubblico alcune riflessioni e considerazioni, con l’auspicio che l’emergenza in corso possa essere colta come occasione per sanare e ricostruire un welfare inclusivo, partendo da alcune direttrici generali. Non sappiamo ancora quanto durerà la cosiddetta “Fase 2”, ma molto probabilmente per molti mesi dovremo imparare a convivere con le restrizioni imposte dall’emergenza sanitaria, e in questo tempo occorre trovare un equilibrio tra le esigenze di contenimento di contagio ed i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, e adottare misure efficaci per evitare che questa situazione danneggi irrimediabilmente la fascia della popolazione più vulnerabile.

            Le indicazioni del Gruppo CRC.     Includere l’infanzia e l’adolescenza nell’agenda politica e tra le priorità politiche per la ripresa del Paese, con una chiara indicazione e responsabilizzazione delle competenze nazionali, regionali e locali, introducendo un approccio e una valutazione di impatto sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in tutte le sedi, che comporti il rispetto dei principi di partecipazione, protezione, superiore interesse e non discriminazione sanciti dalla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Nello specifico raccomandiamo di:

  • Includere un esperto di diritti dell’infanzia/adolescenza nella Task Force fase 2 e nelle Task Force e Comitati che dovessero essere creati a livello regionale.
  • Prevedere luoghi e modalità di ascolto e partecipazione dei ragazzi e delle ragazze relativamente a tutte le questioni che li riguardano.
  • Ridare valore ai luoghi pensati per il coordinamento nazionale delle politiche per l’infanzia e l’adolescenza, e prevedere idonee modalità di coordinamento anche a livello regionale.
  • Accelerare l’adozione del prossimo Piano Nazionale Infanzia da parte dell’Osservatorio nazionale Infanzia e Adolescenza, che è stato riconvocato e si è riunito proprio in queste settimane. Auspichiamo la predisposizione di un Piano organico e condiviso tra le varie Amministrazioni competenti, che possa costituire anche una road map da implementare a livello regionale.
  • Ripensare le competenze della Commissione Parlamentare Infanzia e Adolescenza, alla luce delle nuove sfide affinché possa effettivamente favorire le opportune sinergie con gli organismi e gli istituti per la promozione e la tutela dell’infanzia e dell’adolescenza operanti in Italia.

 Finanziamento dei centri estivi e contrasto alla povertà educativa: la Fase 2 include anche l’estate e nel “Decreto Rilancio” viene introdotto un fondo di 150 milioni di euro per i centri estivi. Ma nelle more, le Regioni e i Comuni più virtuosi hanno già iniziato a lavorare per finalizzare le proprie linee guida, e il rischio è che ci siano diverse opportunità a seconda del luogo di residenza.

I Centri estivi dovranno rappresentare un’opportunità di sperimentare nuove modalità di socialità, educare i bambini alle regole sanitarie, e prepararli al rientro in una scuola diversa.

  • È urgente l’emanazione da parte del Comitato Scientifico di Linee Guida Nazionali per l’estate (giunte nella sera del 16 maggio, ndr) che possano essere adottate in tutto il territorio nazionale, tenendo conto delle esperienze già avviate in alcuni territori, anche rispetto ai servizi per la prima infanzia, in modo da garantire che la riapertura dei servizi educativi per l’infanzia e dei servizi socio-educativi avvenga, in quanto corrisponde ad un diritto ineludibile, e avvenga in condizioni di sicurezza sanitaria.
  • È importante che i fondi consentano l’attivazione dei servizi anche e soprattutto nei territori più deprivati, prevedendo l’accompagnamento ed il supporto per quei Comuni che lo necessitano.
  • È necessaria l’attivazione delle reti territoriali per la realizzazione di tali interventi, compresi gli Enti del Terzo settore che nel Mezzogiorno potranno usufruire anche dei contributi previsti dal “Decreto Rilancio” con la finalità di rafforzare l’azione a tutela delle fasce più deboli della popolazione a seguito dell’emergenza epidemiologica da COVID-19.

    Il nuovo anno scolastico: a settembre quasi 8 milioni e mezzo di studenti torneranno a scuola, una scuola diversa che includerà con molta probabilità almeno in parte la didattica a distanza. La previsione nel “Decreto Rilancio” di misure di sostegno economico al sistema integrato da 0 a 6 anni, per il sistema informativo di supporto all’istruzione scolastica, di misure per sicurezza e protezione nelle istituzioni scolastiche statali e per lo svolgimento in condizioni di sicurezza dell’anno scolastico 2020/2021, così come l’istituzione di un Fondo per l’emergenza epidemiologica da COVID-19 presso il Ministero dell’Istruzione, rappresentano un riscontro concreto alle necessità emerse in questi mesi. Sarà importante quindi utilizzare al meglio il periodo estivo e predisporre le adeguate misure di potenziamento e qualificazione delle risorse umane e di adeguamento delle risorse logistiche, esperienziali, didattiche, tecnico-scientifiche della scuola, sia per sperimentare alleanze locali sia per attivare e fare sistema con l’intera comunità educante.

ü  Il digital divide è emerso palesemente quale elemento di disuguaglianza sociale, fattore di esclusione. Per garantire che tutti gli alunni e alunne siano messi nelle condizioni di godere a pieno titolo del diritto all’istruzione, non basta porsi la questione del divario digitale solo dal punto di vista economico, ma è necessario supportare gli studenti rimasi esclusi dalla DAD istituendo delle Task Force territoriali per intercettare e risolvere le loro difficoltà.

ü  È importante cogliere l’occasione per ripensare la scuola, dandosi se necessario un tempo apposito, durante il prossimo anno scolastico, ascoltando la voce di ragazzi e ragazze, intraprendendo e rafforzando percorsi di alleanza scuola-territorio, anche in un’ottica multiculturale in modo che sia davvero possibile superare quelle disuguaglianze che la crisi ha fatto emergere in modo ancor più palese.

ü  Approfittando della chiusura delle scuole, occorre investire sulle strutture scolastiche, realizzando gli interventi per messa in sicurezza delle scuole già previsti dal Piano scuole del MI (510 mln+320 mln) e prevedendo un fondo specifico per gli enti proprietari per la cosiddetta “edilizia leggera” per la piccola manutenzione, il recupero degli spazi abbandonati o inutilizzati sia all’interno sia all’esterno delle scuole, per potenziare le attività all’aperto.

ü  Predisporre specifici interventi formativi per tutto il personale educativo, docente, amministrativo e ausiliario sulle tematiche relative ai protocolli sanitari, all’eventuale contingentamento degli accessi e alle nuove modalità di accoglienza e intervento educativo per bambini e ragazzi e di partenariato con i loro genitori.

ü  Programmare con una visione strategica le politiche per l’infanzia e l’adolescenza, e conseguentemente prevedere la rimodulazione dei Fondi anche quelli Europei (quali il PON Scuola, il Fondo per lo sviluppo e la coesione, il FEAD) e delle risorse non spese in modo che risponda alla priorità e agli obiettivi a medio termine da raggiungere a favore delle persone di minore età.

ü   Promuovere un forte investimento sull’istruzione con l’obiettivo di lungo termine di passare dal 3,8% attuale del PIL al 5%, raggiungendo così la media europea.

ü  Utilizzare anche le risorse del PON Istruzione per mettere a disposizioni già durante l’estate gli spazi scolastici per l’attivazione di iniziative educative, motorie e culturali, e per finanziare per l’anno scolastico 2020/2021, interventi educativi extracurricolari pomeridiani, garantendo agli studenti in maggior difficoltà la fornitura di beni essenziali, tra cui l’accesso gratuito alla mensa scolastica.

ü  Garantire un coordinamento degli interventi di welfare a favore dei minorenni in condizione di maggior svantaggio socio-economico, integrando le misure predisposte a livello territoriale e nazionale, e i vari interventi di sostegno al reddito, le politiche abitative, i servizi socioeducativi e sanitari.

Il Gruppo di lavoro per la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, 15 maggio 2020

Redazione Vita.it        20 maggio 2020

www.vita.it/it/article/2020/05/20/non-ce-rilancio-del-paese-se-i-bambini-restano-invisibili/155552

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DIRITTO MATRIMONIALE

Matrimonio religioso: ultime sentenze

  1. Matrimonio religioso. La decisione della giurisdizione italiana non ha alcuna incidenza sul matrimonio religioso, né può attribuirsi alcuna rilevanza al credo cattolico della parte al fine di fondare la richiesta di pregiudizialità della giurisdizione ecclesiastica senza che ciò leda alcun precetto costituzionale: il giudizio ecclesiastico non è, invero, pregiudiziale rispetto al processo di divorzio. Cassazione civile sez. VI, 14/12/2016, n.25766.
  2. Nullità del matrimonio religioso. La sentenza ecclesiastica dichiarativa della nullità del matrimonio religioso per esclusione da parte di un coniuge di uno dei “bona” matrimoniali, quale quello relativo alla prole, e cioè per una ragione diversa da quelle di nullità previste per il matrimonio civile dal nostro ordinamento, non impedisce il riconoscimento dell’esecutività della sentenza ecclesiastica, quando quella esclusione, ancorché unilaterale, sia stata portata a conoscenza dell’altro coniuge prima della celebrazione del matrimonio, o, comunque, questi ne abbia preso atto, ovvero quando vi siano stati concreti elementi rivelatori di tale atteggiamento psichico non percepiti dall’altro coniuge solo per sua colpa grave. Cassazione civile sez. I, 09/12/2019, n.32027.
  3. Matrimonio religioso: gli effetti civili. Ritenuto che il matrimonio religioso ha effetti civili dal momento della sua celebrazione anche quando sia stato tardivamente trascritto nei registri anagrafici civili, l’eventuale, precedente stato vedovile di uno dei nubendi cessa dalla data della celebrazione delle seconde nozze: il nubende che godesse di pensione di reversibilità del coniuge defunto perde tale diritto a far data dalla celebrazione delle sue nozze, quali che possano essere stati i motivi della tardiva loro trascrizione, con la conseguenza di dovere restituire le rate di pensione indebitamente percepite. Cassazione civile sez. lav., 21/04/2010, n.9464.
  4. Trascrizione del matrimonio religioso. L’art 2, L. 1 dicembre 1970 n. 898, il quale disciplina la cessazione degli effetti civili conseguenti alla trascrizione del matrimonio religioso, manifestamente non si pone in contrasto con gli art. 2, 3, 7, 10, 29, 31 cost. Cassazione civile sez. I, 17/11/2006, n.24494.
  5. Mutamento della fede religiosa di uno dei coniugi. In tema di separazione personale tra coniugi, il mutamento di fede religiosa, e la conseguente partecipazione alle pratiche collettive del nuovo culto, configurandosi come esercizio dei diritti garantiti dall’art. 19 Cost., non può di per sé considerarsi come ragione di addebito della separazione, a meno che l’adesione al nuovo credo religioso non si traduca in comportamenti incompatibili con i concorrenti doveri di coniuge e di genitore previsti dagli artt. 143 e 147 c.c., in tal modo determinando una situazione di improseguibilità della convivenza o di grave pregiudizio per l’interesse della prole. (Nella specie, la S.C. ha escluso l’addebitabilità della separazione al marito in ragione della adesione di quest’ultimo alla confessione religiosa dei Testimoni di Geova, non potendo attribuirsi rilievo all’impegno assunto in sede di celebrazione del matrimonio religioso di conformare l’indirizzo della vita familiare ed educare i figli secondo i dettami della religione cattolica, estraneo alla disciplina civilistica del vincolo). Cassazione civile sez. VI, 19/07/2016, n.14728.
  6. Cessazione degli effetti civili del matrimonio religioso. La pronuncia sulla cessazione degli effetti civili del matrimonio religioso integra un capo autonomo della sentenza che, in difetto d’impugnazione, passa in giudicato anche in pendenza di gravame contro le statuizioni sull’attribuzione e sulla quantificazione dell’assegno; il procedimento per la definizione delle questioni di rilevanza patrimoniale, pertanto, non si estingue per cessazione della materia del contendere, ma prosegue, nonostante il decesso di uno dei coniugi, avendo riflessi sulla sfera giuridica delle parti e dei loro eredi. Cassazione civile sez. VI, 11/04/2013, n.8874.
  7. Scioglimento degli effetti civili del matrimonio religioso. La dichiarazione di scioglimento – cessazione degli effetti civili del matrimonio religioso trascritto, non consegue automaticamente alla constatazione della presenza di una delle cause previste dal cit. art. 3 (cause che costituiscono solo un requisito dell’azione). Lo pronunzia di scioglimento – cessazione presuppone infatti, in ogni caso, considerati i riflessi pubblicistici riconosciuti dall’ordinamento all’istituto familiare, l’accertamento, da parte del giudice, della concreta impossibilità di ricostituire il consorzio familiare a causa della definitività della rottura dell’unione spirituale e materiale tra i coniugi. L’asserito venir meno dello stato di separazione, opposto da un coniuge a fronte della domanda di divorzio dell’altro, ha pertanto come suo indefettibile presupposto l’avvenuta riconciliazione, ossia la ricostruzione del nucleo familiare nell’insieme dei suoi rapporti materiali e spirituali. Detta riconciliazione va accertata attribuendo rilievo preminente alla concretezza degli atti, dei gesti e dei comportamenti posti in essere dai coniugi, valutati nella loro effettiva capacità dimostrativa della disponibilità alla ricostruzione del rapporto matrimoniale, piuttosto che con riferimento al mero elemento psicologico, tanto più difficile da provare in quanto appartenente alla sfera intima dei sentimenti e della spiritualità soggettiva. Tribunale Trento, 19/05/2018, n.489.
  8. Riconoscimento di un matrimonio contratto da un minore. L’art. 8 Cedu non deve essere interpretato nel senso di imporre agli Stati contraenti il riconoscimento di un matrimonio, religioso o meno, contratto da un minore. L’art. 12 Cedu dispone, infatti, che il matrimonio sia regolato dalle leggi nazionali. Corte europea diritti dell’uomo sez. III, 08/12/2015, n.60119.
  9. Infedeltà prematrimoniale e nullità del matrimonio religioso. Non può essere dichiarata efficace in Italia la sentenza ecclesiastica di nullità del matrimonio pronunziata per dolo della moglie che abbia indotto in errore l’altro coniuge tacendo una propria relazione con altro uomo prima del matrimonio. La rilevanza della ignoranza di uno dei nubendi sulla infedeltà dell’altro prima del matrimonio, infatti, è certo in attuazione delle istanze etiche che sottostanno al matrimonio religioso e alla specificità del diritto canonico, ma non è assolutamente compatibile con l’ordine pubblico italiano.

Nella specie, infatti, la menzogna ha dato luogo a un errore riguardante una condotta temporanea di infedeltà prematrimoniale dell’altro nubendo, nel rapporto di fatto precedente l’atto di matrimonio, nel quale la regola è quella della libertà e non è previsto un obbligo di fedeltà, che sorge dal matrimonio e rileva in sede di separazione per un eventuale addebito. L’errore sulla fedeltà della fidanzata, quindi, non può avere rilevanza oggettiva che lo rende essenziale ai sensi dell’ordine pubblico interno e anche se avesse determinato il matrimonio non costituisce vizio del consenso rilevante nel nostro ordinamento. Cassazione civile sez. un., 18/07/2008, n.19809.

10. Sentenza ecclesiastica dichiarativa della nullità di un matrimonio religioso. A seguito di una sentenza ecclesiastica dichiarativa della nullità di un matrimonio religioso, la richiesta di misure economiche provvisorie a favore del coniuge ai sensi dell’art. 8, comma 2, dell’Accordo di revisione del Concordato tra la Repubblica Italiana e la Santa Sede del 18 febbraio 1984 non consente di provvedere ai sensi dell’art. 129 c.c..Cassazione civile sez. I, 31/03/2014, n.7481.

11. Separazione coniugale: accertamento e prova dell’avvenuta riconciliazione. La dichiarazione di scioglimento-cessazione degli effetti civili del matrimonio religioso trascritto, non consegue automaticamente alla constatazione della presenza di una delle cause previste dal cit. art. 3 (cause che costituiscono solo un requisito dell’azione). Lo pronunzia di scioglimento-cessazione presuppone infatti, in ogni caso, considerati i riflessi pubblicistici riconosciuti dall’ordinamento all’istituto familiare, l’accertamento, da parte del giudice, della concreta impossibilità di ricostituire il consorzio familiare a causa della definitività della rottura dell’unione spirituale e materiale tra i coniugi. L’asserito venir meno dello stato di separazione, opposto da un coniuge a fronte della domanda di divorzio dell’altro, ha pertanto come suo indefettibile presupposto l’avvenuta riconciliazione, ossia la ricostruzione del nucleo familiare nell’insieme dei suoi rapporti materiali e spirituali. Detta riconciliazione va accertata attribuendo rilievo preminente alla concretezza degli atti, dei gesti e dei comportamenti posti in essere dai coniugi, valutati nella loro effettiva capacità dimostrativa della disponibilità alla ricostruzione del rapporto matrimoniale, piuttosto che con riferimento al mero elemento psicologico, tanto più difficile da provare in quanto appartenente alla sfera intima dei sentimenti e della spiritualità soggettiva. Tribunale Vicenza sez. II, 04/10/2018, n.1832

La Legge per tutti                              24 maggio 2020

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Violazione obbligo di fedeltà coniugale: ultime sentenze

  1. La crisi coniugale. La violazione dell’obbligo di fedeltà coniugale, particolarmente grave in quanto di regola rende intollerabile la prosecuzione della convivenza, giustifica “ex se” l’addebito della separazione al coniuge responsabile, a meno che non risulti che comunque non abbia avuto incidenza causale nel determinare la crisi coniugale, siccome già preesisteva un menage solo formale. Cassazione civile sez. I, 14/10/2010, n.21245.
  2. L’addebito della separazione. In tema di separazione tra coniugi, l’inosservanza dell’obbligo di fedeltà coniugale rappresenta una violazione particolarmente grave, la quale, determinando normalmente l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, costituisce, di regola, circostanza sufficiente a giustificare l’addebito della separazione al coniuge responsabile, sempreché non si constati, attraverso un accertamento rigoroso ed una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, la mancanza di nesso causale tra infedeltà e crisi coniugale, tale che ne risulti la preesistenza di una crisi già irrimediabilmente in atto, in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale. Corte appello Perugia, 20/01/2020, n.33.
  3. La stabile relazione extraconiugale. La violazione dell’obbligo di fedeltà coniugale, particolarmente se attuata attraverso una stabile relazione extraconiugale, rappresenta una violazione particolarmente grave di tale obbligo, che, determinando normalmente l’intollerabilità della convivenza, deve ritenersi, di regola, causa della separazione personale dei coniugi, e, quindi, circostanza sufficiente a giustificare l’addebito della separazione al coniuge che ne è responsabile, sempre che non si constati la mancanza del nesso causale tra infedeltà e crisi coniugale mediante un accertamento rigoroso e una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, da cui risulti la preesistenza di una crisi già irrimediabilmente in atto in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale. Tribunale Ravenna, 09/03/2020, n.229.
  4. Pronuncia di separazione con addebito. La violazione dell’obbligo di fedeltà coniugale non costituisce, di per sé una condotta illecita fonte di danno risarcibile, neppure nel caso in cui abbia condotto ad una pronuncia di separazione con addebito; tale condotta può ritenersi illecita soltanto ove sia stata attuata con modalità obiettivamente gravi. Tribunale Milano, 22/11/2002.
  5. Il risarcimento del danno non patrimoniale. La violazione dell’obbligo di fedeltà coniugale comporta il risarcimento del danno non patrimoniale solo ove la condizione di afflizione indotta nell’altro coniuge superi la soglia della normale tollerabilità e si traduca, per le modalità con le quali è realizzata, nella violazione di un diritto costituzionalmente protetto, come quello alla salute o all’onore o alla dignità personale. Cassazione civile sez. III, 07/03/2019, n.6598.
  6. L’intollerabilità della prosecuzione della convivenza. In materia di separazione e divorzio, l’esistenza di una stabile relazione extraconiugale rappresenta una violazione particolarmente grave dell’obbligo della fedeltà coniugale, che, determinando normalmente l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, deve ritenersi, di regola, causa della separazione personale dei coniugi e, dunque, circostanza sufficiente a giustificare l’addebito della separazione al coniuge che ne è responsabile. A ogni modo, l’addebito è escluso se si accerti la mancanza di nesso causale tra infedeltà e crisi coniugale, mediante un accertamento rigoroso e una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, da cui risulti la preesistenza di una crisi già irrimediabilmente in atto in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale. Nel caso di specie, a fronte della accertata stabile relazione extraconiugale del marito, il Tribunale ne ha addebitato la responsabilità, in quanto quest’ultimo si era limitato solo a sottolineare una presunta insormontabile incompatibilità di carattere tra i coniugi, di per sé sola non sufficiente a fondare l’intollerabilità della convivenza. Tribunale Caltagirone, 24/02/2018, n.140.
  7. Separazione coniugale: la violazione dell’obbligo di fedeltà. In tema di separazione personale tra coniugi, la violazione dell’obbligo di fedeltà coniugale, determinando normalmente l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, costituisce, di regola, una circostanza sufficiente a giustificare l’addebito della separazione al coniuge responsabile di tale violazione, salvo le ipotesi in cui si accerti, attraverso una valutazione rigorosa e complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, la preesistenza di una crisi già in atto, in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale, con la conseguente insussistenza del nesso causale tra infedeltà e crisi coniugale. In definitiva, la violazione dell’obbligo di fedeltà non giustifica di per sé la pronunzia di addebito, ma soltanto quando è causa del disgregarsi dell’unione familiare. Nel caso di specie, i giudici hanno respinto la richiesta di addebito in quanto il marito non era riuscito a dimostrare che la crisi del rapporto fosse addebitabile a presunti e ripetuti tradimenti da parte della moglie. Corte appello Palermo sez. I, 17/10/2017, n.1866.
  8. Causa presuntiva della separazione coniugale. In riferimento all’obbligo di fedeltà coniugale, che costituisce oggetto di una norma di condotta imperativa, la sua violazione, specie se attuata attraverso una stabile relazione extraconiugale, determina normalmente l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza e costituisce, di regola, causa della separazione personale, addebitabile al coniuge che ne è responsabile, sempre che non si constati la mancanza di un nesso di causalità tra l’infedeltà e la crisi coniugale, mediante un accertamento rigoroso e una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, da cui risulti la preesistenza di una rottura già irrimediabilmente in atto, in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale. Cassazione civile sez. I, 12/06/2006, n.13592.
  9. Comportamento contrario ai doveri nascenti dal matrimonio. La violazione dell’obbligo di fedeltà coniugale, che costituisce una regola di condotta imperativa, deve ritenersi comportamento contrario ai doveri nascenti dal matrimonio e solo eccezionalmente, qualora risulti da un’indagine rigorosa e penetrante ed una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, l’irrilevanza di una tale violazione per mancanza di un nesso di causalità con la crisi coniugale, può escludersi l’addebitabilità. Una volta accertata l’esistenza di detto nesso, nessuna giustificazione può assumere il fatto che la violazione in esame possa considerarsi alla stregua di una mera reazione al comportamento dell’altro coniuge, non essendo invocabile in tema di rapporti familiari il concetto di compensazione, funzionale per i rapporti obbligatori, ma non già per quelli coniugali. Cassazione civile sez. I, 09/06/2000, n.7859.
  10. Situazione di definitiva intollerabilità della prosecuzione della convivenza. La violazione dell’obbligo di fedeltà coniugale, compiuta prima dell’instaurarsi del procedimento di separazione personale, in base all’id quod plerumque accidit [ciò che accade di solito] deve presumersi causa efficiente del formarsi o del consolidarsi di una situazione di definitiva intollerabilità della prosecuzione della convivenza, sempreché non si constati la mancanza di nesso causale tra infedeltà e crisi coniugale. Una volta accertata l’esistenza di detto nesso, nessuna giustificazione può assumere il fatto che la violazione in esame possa considerarsi alla stregua di una mera reazione al comportamento dell’altro coniuge, non essendo invocabile, in tema di rapporti familiari, il concetto di compensazione.

Corte appello L’Aquila, 23/04/2002.

  1. k.       Violazione dell’obbligo di fedeltà coniugale: quando non è causa di addebito? La violazione dell’obbligo di fedeltà coniugale non è causa d’addebito se risulta provato che comunque non ha avuto incidenza causale nel determinare la crisi coniugale, siccome essa già preesisteva. Cassazione civile sez. I, 28/01/2011, n.2093

La legge per tutti        24 maggio 2020

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Dispetti nella separazione

La fine di un’unione è sempre un evento difficile da gestire, soprattutto se la coppia che decide di lasciarsi aveva contratto matrimonio. In casi del genere, non è sufficiente dirsi addio per telefono: occorre portare a termine una procedura legale che, quando coinvolge il patrimonio e l’eventuale prole, può divenire lunga, complessa e faticosa. Grazie ai nuovi strumenti messi a disposizione dalla legge, non occorre per forza rivolgersi agli avvocati per separarsi: è sufficiente recarsi presso l’ufficiale dello stato civile del proprio comune. Il punto è che, nelle more della separazione, oppure anche dopo, i coniugi spesso si lasciano andare a ripicche dettate dalla frustrazione del periodo oppure dall’astio che provano nei confronti dell’ex partner. Con questo articolo ci soffermeremo sull’analisi dei principali dispetti che i coniugi si scambiano durante la separazione. (…)

 

1)      Impedire al coniuge di vedere i propri figli. È cosa oltremodo nota che i provvedimenti del giudice in sede di separazione devono essere adottati avendo innanzitutto cura di tutelare gli interessi superiori della prole. Ciò significa che decisioni come l’assegnazione della casa familiare e l’onere di versare il mantenimento dovranno essere assunte tenendo conto delle esigenze concrete dei figli minori. Uno dei principali dispetti durante la separazione è quello di impedire od ostacolare la visita ai figli al coniuge non affidatario. Tizia ha ricevuto l’affidamento esclusivo dei due figli minori; secondo il provvedimento del giudice, il padre Caio potrà trascorrere con loro solo il fine settimana. Puntualmente, ogni week end, Tizia inventa qualche pretesto per non far vedere i figli al padre.     Mevia e Sempronio hanno ottenuto l’affido condiviso, con collocazione prevalente presso la madre. Nei giorni stabiliti dal giudice, Sempronio si reca presso l’abitazione di Mevia per prelevare i figli: tuttavia, ogni volta la madre si oppone, non aprendo la porta al marito. Ebbene, devi sapere che la madre che non fa vedere il figlio al padre rischia di commettere un vero e proprio reato (lo stesso dicasi se il medesimo comportamento è assunto dal padre): secondo la Corte di Cassazione, il genitore che ostacola il diritto dell’ex coniuge a veder il proprio figlio come stabilito in sentenza si macchia del reato di mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice, crimine punito con la reclusione fino a tre anni o con la multa da 103 a 1032 euro.( Art. 388 cod. pen.). Il reato ovviamente si integra solo se il coniuge separato impedisce volontariamente all’altro coniuge di vedere i propri figli: se l’impedimento dovesse essere reale, allora non si potrebbe assolutamente parlare di delitto. Peraltro, è appena il caso di ricordare che, secondo i giudici, il coniuge che non fa vedere il figlio commette reato non soltanto quando impedisce all’altro genitore qualsiasi tipo di contatto con la prole, ma anche quando ne ostacola il legittimo diritto di visita. Questo significa che integra reato tanto la condotta volta ad escludere del tutto il genitore dalla vita della prole, tanto quella volta solamente a limitarne la presenza. Il reato prescinde dalla tipologia di affidamento prescelto dal giudice: sia esso condiviso oppure esclusivo, il coniuge che si oppone all’altro nel suo diritto di stare con il figlio commetterà sempre reato, perché verrà meno alla statuizione del giudice; né potrà giustificare la sua scelta sulla base delle (presunte) esigenze del figlio: l’unico modo per rivedere modalità e tempi dell’affidamento è quello di fare ricorso al giudice, domandando la revisione del provvedimento. Cass., sent. n. 38608/2018.

2)      Mancata restituzione dei beni dell’altro coniuge. Un altro dispetto molto frequente tra coniugi in via di separazione consiste nell’impedire all’ex di recuperare i propri beni. Quando marito e moglie si separano è inevitabile che la casa in cui hanno abitato debba essere assegnata solamente a uno di loro (salvo diversi accordi che prevedano, ad esempio, la vendita della stessa). Nel momento in cui il giudice assegna il diritto di abitazione a uno dei coniugi, l’altro ha diritto a recuperare i propri beni per trasferirsi. Quando ciò sia impedito può integrarsi il reato di appropriazione indebita, punito con la reclusione da due a cinque anni e con la multa da mille a tremila euro. (Art. 646 cod. pen.) Secondo la Suprema Corte il coniuge che, a seguito della separazione, non restituisce i beni del partner, ovvero gli impedisce di riprenderseli (magari non facendolo entrare in casa oppure nascondendogli le sue cose) commette il reato di appropriazione indebita. Se, invece, la separazione è ancora in corso, allora non potrà integrarsi il reato di cui sopra: secondo il codice penale, infatti, l’appropriazione indebita (così come la gran parte dei reati contro il patrimonio, come il furto, ad esempio) non è punibile se commessa contro il coniuge non ancora formalmente separato. (Art. 649 cod. pen.). Cass., sent. n. 37498/2009.

3)      Danneggiamento dei beni dell’altro coniuge. Fino a qualche anno fa (per la precisione, fino al 2016), colui che danneggiava i beni di un’altra persona incorreva in reato. Oggi non è più così: chi danneggia o distrugge le cose altrui non commette più reato, ma incorre in una semplice responsabilità civile. Dunque, se, durante o dopo la separazione, per dispetto, un coniuge distrugge, danneggia o deteriora le cose del partner, dovrà risarcirgli il danno, ma non potrà essere denunciato, a meno che la propria condotta distruttiva non si accompagni a violenze o minacce: in tal caso, si integra il reato di danneggiamento, punito con la reclusione sino a tre anni. Tizia, per vendicarsi del marito fedifrago dal quale si sta separando, con un grosso paio di forbici gli fa a brandelli gli indumenti. Caio, per fare un dispetto alla moglie, le riga la fiancata dell’autovettura. Mevio, per farla pagare alla moglie che ha chiesto la separazione, decide di distruggere tutti i beni che ci sono ancora nella casa coniugale. Non contento, con la forza le sottrae il cellulare e altri beni personali, minacciandola con un coltello nel caso si rifiutasse. Solamente nell’ultimo caso esemplificato è possibile rinvenire il reato di danneggiamento, in quanto la condotta violenta contro le cose si accompagna alla violenza o minaccia esercitata nei riguardi del partner.

4)      Molestie telefoniche tra coniugi separati. Tra i dispetti della separazione possiamo annoverare senza ombra di dubbio le ripetute chiamate fatte all’altro coniuge solamente per creare disagio o disturbo. Anche questa condotta può integrare gli estremi del reato: secondo il codice penale (Art. 635 cod. pen.), chiunque, in un luogo pubblico o aperto al pubblico, ovvero col mezzo del telefono, per petulanza o per altro biasimevole motivo, reca a taluno molestia o disturbo, è punito con l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda fino a 516 euro. Secondo la giurisprudenza, per integrare il reato di molestie telefoniche è sufficiente anche poche telefonate, anche mute, purché idonee a creare un oggettivo disturbo o fastidio alla persona che le riceve: dunque, integrerà il reato di molestie telefoniche le chiamate fatte in orari notturni, oppure durante periodi in cui si è certi di creare disagio. Cass., sent. n. 6064 dell’08/02/2018.

5)      Ricatti dell’ex coniuge. I dispetti dell’ex coniuge possono spingersi sino a ricattare il vecchio partner: il ricatto può avere ad oggetto la consegna di beni, di danaro o perfino la concessione di condizioni più favorevoli in vista della separazione o del divorzio. Nei casi più estremi di ricatto può configurarsi il reato di estorsione (Art. 629 cod. pen.): chiunque, mediante violenza o minaccia, costringendo taluno a fare o ad omettere qualche cosa, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno, è punito con la reclusione da cinque a dieci anni e con la multa da mille a quattromila euro. Perché il ricatto dell’ex coniuge integri l’estorsione occorre che l’ingiusto profitto sia carpito con la violenza o con la minaccia. Per minaccia si intende la prospettazione di un male ingiusto e notevole: pertanto, non potrà dare luogo a estorsione la “minaccia” di far valere un proprio diritto, quale ad esempio quello di chiedere il mantenimento o l’affido esclusivo dei figli.

6)      Mancato pagamento del mantenimento. Infine, possiamo concludere col più classico dei dispetti tra coniugi separati: il mancato pagamento dell’assegno di mantenimento.

Questa condotta, però, è foriera di conseguenze molto gravi per il coniuge che, volontariamente, si sottrae al proprio obbligo di versare il mantenimento: non solo si potrà ricorrere in sede civile per ottenere coattivamente il pagamento di quanto dovuto (magari, attraverso pignoramento ed esecuzione forzata), ma si potrà perfino sporgere denuncia contro l’inadempiente.

Secondo il codice penale, costituisce violazione degli obblighi di assistenza la condotta del coniuge che si sottrae all’obbligo di corresponsione di ogni tipologia di assegno dovuto in caso di scioglimento, di cessazione degli effetti civili o di nullità del matrimonio ovvero vìola gli obblighi di natura economica in materia di separazione dei coniugi e di affidamento condiviso dei figli. (Art. 570-bis cod. pen.).

 Trattandosi di un delitto in piena regola, però, affinché si possa denunciare il coniuge che non versa il mantenimento occorre che la condotta inadempiente sia necessariamente dolosa. Dunque, si può denunciare colui che non versa il mantenimento solamente se questi abbia consapevolezza della propria condotta e, nello specifico che:

  • sappia di essere obbligato a mantenere il coniuge e/o la prole per via di una sentenza del giudice;
  • sappia di non essere in regola con quanto stabilito dal magistrato.

Non potrà essere denunciato, e dunque non potrà rispondere del reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare in caso di separazione o di scioglimento del matrimonio, colui che, essendo rimasto contumace per tutta la durata del procedimento civile, non è consapevole della sentenza che gli ha imposto di versare il mantenimento a moglie e figli.

Mariano Acquaviva               La legge per tutti        24 maggio 2020

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Separazione dei beni gratis

Quale regime patrimoniale applicare alla nuova famiglia? Sei felicemente divorziato, ma vuoi ricostruire la tua vita e creare una nuova famiglia. Tuttavia, con la tua ex moglie hai avuto dei problemi molto importanti dal punto di vista economico. Eravate in regime di comunione dei beni e prima di separarvi lei ha prosciugato tutto il tuo conto in banca. Ha prelevato il contante, venduto la sua metà dei beni ed è scappata via con il suo amante, peraltro tuo migliore amico. Tutta questa situazione ti ha reso estremamente diffidente e hai preso una decisione inderogabile. Quando troverai una nuova compagna, prima di sposarla, metterai i patti in chiaro: ognuno dei due deve avere un patrimonio separato. E per raggiungere tale scopo non vuoi spendere nemmeno un centesimo. Ecco perché ti interessa sapere come si fa a ottenere una separazione dei beni gratis.

1)      Che cos’è il regime patrimoniale dei coniugi? Quando due persone si sposano acquisiscono una serie di diritti e di doveri reciproci. Pensa, ad esempio, all’obbligo di fedeltà, a quello di contribuire al benessere economico e spirituale della famiglia o a quello di assistenza materiale e morale. Tali condizioni, contenute nella nostra Costituzione, nel codice civile e in una serie di leggi speciali costituiscono il cosiddetto diritto di famiglia. Si tratta di una fetta del nostro sistema giuridico che si occupa di tutte le situazioni che riguardano sia il rapporto coniugale sia la relazione tra genitori e figli. Tra le tante disposizioni presenti in materia, quelle che ci interessano di più fanno riferimento al regime patrimoniale dei coniugi. Con questa espressione si intende la disciplina dell’aspetto economico della famiglia. Infatti, tali norme stabiliscono come devono essere distribuite le risorse finanziarie degli sposi sia durante il matrimonio sia successivamente in caso di separazione o di divorzio. In relazione a tale aspetto, la distinzione più importante è quella tra comunione o separazione dei beni. Di tale differenza si parla soprattutto ai giorni nostri. In tempi passati, infatti, la possibilità di adottare una decisione che distingueva la posizione del marito da quella della moglie era pressoché nulla. La donna non lavorava e non aveva un reddito proprio da destinare a patrimonio personale: il marito aveva il monopolio del portafoglio domestico. A seguito dell’evoluzione della società per fortuna è cambiata anche la visione economica della famiglia. Pari dignità e pari diritti significano anche maggiore possibilità di scelta tra l’uno e l’altro regime.

2)      Come funziona la comunione dei beni? La disciplina sulla comunione dei beni è contenuta nel codice civile. Tale regime patrimoniale, in assenza di patto contrario, costituisce la regola generale del matrimonio. Ne deriva che se i futuri coniugi non dispongono diversamente al momento delle nozze, a conclusione della celebrazione del rito la comunione dei beni viene applicata in automatico. In tal caso si usa il termine di comunione legale in quanto prevista direttamente dalla legge. Il regime di cui stiamo parlando ha un fine specifico: quello di mettere in comune tutti i beni dei coniugi nonché la futura ricchezza che da essi deriva. Questa è la regola generale, ma come spesso avviene vi sono le dovute eccezioni. Infatti, la comunione dei beni non ha carattere universale e non si applica a tutti i beni di marito e moglie. Il codice civile stabilisce espressamente che non ricadono in comunione:

  • i beni personali di ciascun coniuge (pensa, ad esempio, all’abbigliamento o agli accessori di uso privato);
  • i beni del marito o della moglie acquistati prima dal matrimonio;
  • i beni acquisiti da uno dei due coniugi per successione o donazione sia prima sia durante il matrimonio;
  • i beni necessari all’esercizio dell’attività professionale di uno dei due sposi.

Al di fuori di queste ipotesi, soprattutto con riferimento a ciò che viene acquistato in costanza di matrimonio, tutte le proprietà ricadono in comunione dei beni. La loro gestione spetta disgiuntamente a ciascun coniuge, fatte salve le ipotesi di straordinaria amministrazione. In quest’ultimo caso, infatti, le decisioni devono essere assunte da moglie e marito di comune accordo.

3)      Cosa si intende con separazione dei beni? Se i coniugi non vogliono la comunione legale devono dichiarare espressamente di voler adottare un regime patrimoniale diverso. In questo caso, la scelta è quella della separazione dei beni. Tale soluzione presenta delle caratteristiche esattamente opposte a quelle della comunione. Infatti, in tale ipotesi il patrimonio dei due sposi viene separato. Marito e moglie dunque, sotto il profilo economico, viaggiano ciascuno per la propria strada su due binari paralleli. Bada bene: le limitazioni previste dalla separazione dei beni riguardano soltanto il profilo patrimoniale del matrimonio. Esse non incidono in nessun modo sulla validità del rapporto coniugale o sugli obblighi previsti dal diritto di famiglia a carico degli sposi. Tutte le norme rimangono invariate e non sono previste deroghe o sconti sugli obblighi e i doveri imposti per legge. La scelta di tale regime matrimoniale può essere giustificata da ragioni molto diverse tra di loro. In alcuni casi, infatti, la decisione ha origine strettamente personale; in altre ipotesi, si opta per tale soluzione per fini fiscali o tributari (pensa, ad esempio, a un reddito familiare elevato oppure al caso in cui uno dei due soggetti sia titolare di un’attività commerciale che può fallire).

4)      Come si ottiene una separazione dei beni gratis? Il regime della separazione dei beni può essere scelto sia al momento delle nozze sia in una fase successiva. Le conseguenze nell’uno e nell’altro caso sono le stesse: due patrimoni personali vengono mantenuti distinti per tutta la durata del matrimonio. Tuttavia, le procedure da seguire e i costi da sostenere sono differenti.

  1. Quando si sceglie il regime di separazione al momento della celebrazione delle nozze, non sono richieste particolari formalità. Infatti, a conclusione del rito (civile o religioso) gli sposi dichiarano di voler derogare alla regola generale della comunione dei beni e di voler adottare la separazione. Tale scelta viene annotata dal celebrante nell’atto di nozze e trascritta nel registro dello stato civile in maniera del tutto gratuita.
  2. Viceversa, quando la decisione viene presa in un momento successivo al matrimonio, occorre stipulare una convenzione matrimoniale dinanzi a un notaio. Ne deriva che è necessario sopportare i costi di un atto pubblico: onorario del professionista e spese fisse (marche da bollo, copie degli atti e così via).

Se quindi sei orientato verso questa scelta, ti consigliamo di farla sin da subito. In tal caso, infatti, eviti il rischio di sostenere successivamente delle spese che, se sei fortunato, si aggirano intorno alle cinquecento euro.

 Tiziana Costarella     La legge per tutti        24 maggio 2020

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DOCUMENTI

Noi siamo chiesa

Ha cinque anni il più importante testo di papa Francesco, la Laudato Si’. È un’enciclica che indica il percorso ecclesiale e sociale per il futuro a credenti e non credenti.

www.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/papa-francesco_20150524_enciclica-laudato-si.html

Da tempo la riflessione e le iniziative sulla salvaguardia del creato e sulla sua connessione con la pace e con la giustizia hanno percorso il mondo cristiano, dal Consiglio Ecumenico delle Chiese alla Charta ɶecumenica del 2001 fino alle Giornate specifiche, come quella nel nostro Paese del primo settembre. La consapevolezza di questa tematica non è però mai diventata, nel tempo, patrimonio comune del sentire comunitario nella Chiesa in modo che essa fosse insegnata nei seminari, nella preparazione ai sacramenti, nella riflessione sulla Parola di Dio. Bisogna anche prendere atto che nulla di specifico è stato scritto nei documenti conciliari e così pure nel Catechismo del 1992.

Di conseguenza la Laudato Si’, che ha raccolto analisi e proposte del migliore circuito dell’ambientalismo nel mondo, a partire da quello di ispirazione cristiana di Leonardo Boff e di altri, si è presentata come una sostanziale novità alla generalità del mondo cattolico. Mai si era ragionato così in testi ufficiali dotati dell’autorità del magistero pontificio. Gli assi dell’enciclica sono proposti a tutti, credenti e non credenti, e arricchiscono la riflessione su dove va l’umanità di punti di vista dotati di grande autorevolezza per la loro aderenza alle situazioni e per le loro proposte. L’ecologia integrale, i beni comuni dell’umanità, la concezione di “limite” allo sviluppo, l’economia circolare, le offese alla biodiversità, gli stili di vita, la situazione degli “scarti”, il legame perverso con lo spreco e con la corsa al riarmo, i costi della devastazione dell’ambiente riversati tutti sui popoli e sugli individui più deboli: ecco i principali punti del messaggio. Voglio anche ricordare un passo poco considerato della lunga enciclica, il cap. II su “Il Vangelo della creazione” dove si trovano parole molto ispirate su quanto la Bibbia dice o fa intravedere. Un tale punto apre anche alle responsabilità morali del credente. Il peccato “contro l’ambiente” deve aggiungersi e forse sovrastare i tradizionali “peccati” dell’insegnamento catechistico.

Negli anni successivi all’enciclica sono stati tanti i fatti che hanno avuto una connessione diretta o indiretta con essa. A Parigi è stato firmato un debole Patto internazionale per intervenire sul clima, il Sinodo sull’Amazzonia è quasi “nato” dalla Laudato Si’, ad Abu Dhabi è stato firmato nel febbraio dell’anno scorso da Papa Francesco e dal Grande Imam Ahmad Al-Tayyeb un testo sulla “Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune” che indica l’impegno comune di cristiani e musulmani, ma rivolto a tutti, per affrontare i problemi del mondo. Soprattutto si è molto diffusa la sensibilità per le offese al creato, i giovani sono diventati nuovi protagonisti per un cambiamento urgente. Infine la pandemia in corso viene considerata dalla maggior parte degli scienziati conseguenza, anche e soprattutto, della devastazione della natura e di una globalizzazione incontrollata. Le autorità internazionali che fanno capo all’ONU e che sono preposte a intervenire sull’ambiente, sulla sanità e su tutti i fenomeni di degrado e di marginalizzazione nel mondo sono del tutto insufficienti per carenza di autorità e di risorse.

È necessario un nuovo “costituzionalismo mondiale”, questa è la proposta sorta in febbraio su iniziativa di Raniero La Valle e di Luigi Ferraioli col nome di “Costituente Terra”. Essa si ispira alla Laudato Si’ ed inizierà la propria attività appena terminata la pandemia. L’enciclica, con gli avvenimenti successivi e in corso, si presenta a oggi come il documento più importante del pontificato, sia per il mondo cattolico e cristiano, sia per tutti gli uomini di buona volontà. In Vaticano papa Francesco ha voluto dare gambe alle parole dell’enciclica ed ha istituito il dicastero “Per lo sviluppo umano integrale”, guidato dal ghanese Card. Peter Turkson e dal canadese Card. Michael Czerny. Essi hanno organizzato una “Settimana a cinque anni dalla firma della Laudato Si'” e un successivo anno di mobilitazione del mondo cattolico sulle tematiche dell’enciclica che, a quanto mi risulta, si stanno diffondendo con una forte partecipazione di giovani ma forse scoordinate tra di loro. Questo dicastero è quello che è più legato alla diretta iniziativa di papa Francesco.

In Italia l’iniziativa più importante è nata a Milano dove l'”Associazione Laudato Si‘” è stata promossa da Mario Agostinelli, don Virginio Colmegna e Daniela Padoan con la collaborazione di tanti tra i migliori specialisti di tematiche ambientali, dello sviluppo e tra esponenti dell’associazionismo. I successivi seminari hanno portato a una elaborazione collettiva contenuta nel libro “Niente di questo mondo ci risulta indifferente” (è una frase dell’enciclica) che è in vendita online e in libreria da oggi 24 maggio (Interno4edizioni). Esso contiene un documento programmatico che prova a fare proposte concrete sui principi dell’ecologia integrale. Il punto di convergenza è stato individuato nella necessità di riconoscere l’interconnessione tra degrado ambientale, sociale, economico e culturale messa in luce dall’attuale crisi climatica, e di unire punti di vista, appartenenze e specialismi per giungere a un’analisi delle sue cause e articolare una risposta territoriale e globale.

La Laudato Si’ è estranea a questioni tipicamente ecclesiastiche, alza il suo sguardo sul mondo, propone un’alleanza con tutte le religioni, constata il legame tra crisi climatica e degrado sociale, mette in discussione la struttura degli attuali rapporti di potere negli stati e nelle società ma anche vuole “mostrare fin dall’inizio come le convinzioni di fede offrano ai cristiani, e in parte anche ad altri credenti, motivazioni alte per prendersi cura della natura e dei fratelli e sorelle più fragili” (n. 64).

Vittorio Bellavite, coordinatore nazionale Noi siamo chiesa   24 maggio 2020

https://mailchi.mp/7b76da5ca543/comunicato-nsc-4795269?e=760c915e08

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DONNE NELLA (per la) CHIESA

La cura nell’ospedale da campo

Nel settembre 2013 Papa Francesco ha rivolto alla Chiesa un appello affinché si facesse carico di chiunque fosse portatore di una sofferenza fisica o psicologica: “Io vedo con chiarezza che la cosa di cui la Chiesa ha più bisogno oggi è la capacità di curare le ferite e di riscaldare il cuore dei fedeli, la vicinanza, la prossimità” (“L’Osservatore Romano”, 21 settembre 2013).

 Questo numero di DCM, attraverso una serie di storie e approfondimenti, riflette sul contributo apportato dalle donne riguardo alla formazione, all’accompagnamento spirituale, alla catechesi, nonché alle varie forme di assistenza e ascolto. Questo prendersi cura delle anime fa parte di un ministero carismatico in atto: un ministero da incoraggiare, da potenziare.  Avvertendo l’urgenza dell’annuncio dell’amore salvifico di Dio previo all’obbligazione morale e religiosa Papa Francesco ha ribadito la sua efficace visione della Chiesa come un “ospedale da campo dopo una battaglia”, in cui è necessario “curare le ferite”.  Va forse in questa direzione, lo auspichiamo, la nuova convocazione della commissione volta ad affrontare la questione della diaconia femminile, cifra di una “creatività apostolica” delle donne da sempre operanti nell’annuncio di una salvezza intesa come consolazione di Dio nei momenti di difficoltà.

Alla luce dell’oggi, questa visione della Chiesa da parte di Papa Francesco si rivela quanto mai profetica: la chiesa “ospedale da campo” è un’immagine entrata quasi con prepotenza a far parte della nostra quotidianità, dove abbiamo visto sorgere veri e propri ospedali da campo capaci di ospitare malati, e di permettere il lavoro indefesso del personale medico e paramedico.  Abbiamo visto chi, mettendo a rischio la propria vita, ha continuato a lavorare per garantire il funzionamento dei principali servizi.  Abbiamo visto la maggior parte della popolazione abbracciare con sacrificio un isolamento in questa drammatica emergenza sanitaria.  La pandemia del coronavirus ha rivelato così la sostanziale sinergia tra mondo e Chiesa: se il primo è chiamato a orientare finalmente i propri valori, anziché alla cultura dell’io, alla cura dell’altro, del creato e di Dio, la seconda ha l’opportunità di coincidere in essenza con la sua missione consolatrice di un’umanità ferita.  Un’umanità bisognosa della vicinanza ristoratrice e della carezza di una Chiesa, intesa da papa Francesco come l’effusione della tenerezza di Cristo madre, che si china sui malati per restituire loro sapienza, vita e salvezza.

Francesca Bugliani Knox                   Donne Chiesa Mondo   n. 89 maggio 2020, pag. 2

www.osservatoreromano.va/it/pdfreader.html/spe/2020/04/SPE_2020_094_2604.pdf.html

 

Una teologa alla guida della diocesi di Lione per denunciare l’invisibilità delle donne

nella Chiesa cattolica

La biblista francese Anne Soupa ha annunciato di volersi candidare quale vescova della Chiesa cattolica, per richiedere una partecipazione reale delle donne alla vita della chiesa. Non una provocazione, ma qualcosa di ben più forte, un chiaro segnale di una necessità che deve entrare nell’agenda della Chiesa cattolica.

In questo modo si deve leggere la candidatura giunta ieri della teologa e biblista francese Anne Soupa al ruolo di arcivescovo di Lione. Ruolo vacante dopo le dimissioni del cardinale Philippe Barbarin, accusato di aver negli anni coperto gli abusi sessuali nei confronti di un gruppo di scout di un prete della sua diocesi, Bernard Preynat.

            Soupa, fondatrice nel 2008 del “Comité de la Jupe” (Comitato della gonna), creato per giungere al giusto riconoscimento del ruolo delle donne in seno alla Chiesa cattolica, la definisce «Una candidatura simbolica certo, ma i simboli a volte possono essere molto forti. La volontà è quella di denunciare due problemi reali: l’invisibilità delle donne che priva la Chiesa cattolica di nuovo spirito e nuovo sangue, ma anche il grande problema della governance, in mano a un clero maschile in calo costante di numeri».

            La teologa non lo nasconde, è proprio di fronte a questi problemi di gestione pratica della chiesa che ha scelto di candidarsi per la diocesi di Lione, città che conosce bene per aver seguito lì suoi studi teologici. «È a Lione, e non a Luçon o Romorantin, che il problema della governance e delle sue disfunzioni deve essere sollevato, perché è lì che è più visibile», ha raccontato alla versione transalpina del giornale Huff Post.

 In realtà la nomina di un arcivescovo non implica una candidatura: è il papa a scegliere tra i nomi proposti dal nunzio apostolico, in questo caso il Nunzio di Parigi, ambasciatore della Santa Sede. Questo lo sa bene Anne Souppa, 73 anni, da 35 anni con un ruolo attivo in seno al mondo cattolico, come scrittrice, teologa e presidente per 8 anni della Conferenza delle battezzate e dei battezzati francesi, e attuale presidente del “Comité de la jupe”.

            Il suo programma è progettato anche per rispondere a varie questioni sollevate dall’affare Preynat: «La prima priorità è l’ascolto, più ascolti e più la vita vince. Quindi devi prendere decisioni chiare sia nelle grandi direzioni che nelle piccole cose. La diocesi ha bisogno di sicurezza e chiarezza. Infine, una priorità non è quella di sacrificare la verità, non di giocare all’insabbiamento, perché nascondere è trasferire un debito alle generazioni future».

            Sulle questioni dell’invisibilità delle donne in seno al mondo cattolico, Anne Soupa spera che la sua candidatura incoraggi altre donne a seguire la sua strada. «Tutto mi autorizza a dire che sono in grado di fare domanda per il titolo di vescovo. Tuttavia, mi è proibito. Se la mia candidatura è proibita dalla legge canonica, è semplicemente perché sono una donna, perché le donne non possono essere sacerdoti e perché solo i sacerdoti, diventando vescovi, dirigono la Chiesa cattolica».

 L’auspicio è che la sua candidatura giunga alle orecchie del pontefice, che ancora nei mesi scorsi ha chiuso nettamente la porta ad un’idea anche soltanto di diaconato femminile, soprattutto a causa delle forti opposizioni riscontrate in materia da parte dell’ala più conservatrice della chiesa. In ogni caso, Soupa spera di avviare un grande movimento per «scuotere una chiesa» che ritiene chiusa e incapace di «cogliere le grandi questioni spirituali del nostro tempo».

            «Non ho molte speranze che si muova da sola. La mia unica speranza è che uomini e donne cattolici decidano di affrontare insieme questi problemi e di portarli nelle sedi appropriate. Che siano soprattutto le donne ad iniziare a candidarsi per far sapere al mondo di essere pronte per un ruolo più attivo». La teologa ha concluso rendendo noto che nei prossimi giorni invierà al Nunzio apostolico di Parigi una professione di Fede, un programma per l’arcidiocesi di Lione, una biografia e un comunicato stampa.

La battaglia della Soupa non si ferma al tema femminile, ma si estende anche al coinvolgimento dei laici, altro tema dibattuto ad esempio nel recente Sinodo amazzonico, senza sostanziali passi avanti. «In un momento in cui la chiesa attraversa una crisi molto profonda, dobbiamo provare a immaginare un altro modello».

Qualcosa di simile sta avvenendo da anni anche in Germania, con il movimento Maria 2.0 impegnato con sostanzialmente le medesime rivendicazioni. 

 Claudio Geymonat Riforma.it           Il quotidiano on-line delle chiese evangeliche maggio 2020

riforma.it/it/articolo/2020/05/26/una-teologa-alla-guida-della-diocesi-di-lione-denunciare-linvisibilita-delle

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FRANCESCO VESCOVO DI ROMA

Se il papa si ispira a Karl Rahner

Sul Corriere della Sera del 9 maggio 2020 Ernesto Galli della Loggia ha scritto “che non appena oltrepassa l’ambito delle cerimonie e dei riti, il discorso pubblico di Francesco inclina a perdere ogni specificità di tipo religioso”.

www.corriere.it/editoriali/20_maggio_09/chiesa-poco-politica-b0bb5080-9230-11ea-9f60-1b8d14bed082.shtml

La sostanza del suo discorso pubblico pur in sintonia con il messaggio evangelico, sarebbe povera “di specificità ‘forti’ di tipo religioso”, onde per cui il suo pontificato segnerebbe “una frattura rispetto alla tradizione del magistero papale”. Per dimostrare quanto enunciato ricorre a due argomenti.

  1. Il primo è che invece di rivolgersi a tutti gli uomini di buona volontà, il Papa si rivolgerebbe a “una parte soltanto della società, quella meno favorita”.
  2. La seconda frattura (scomposta, verrebbe da osservare) riguarderebbe il “sostanziale abbandono della dottrina sociale della Chiesa”, dell’“universalismo umanistico così centrale nelle principali risoluzioni conciliari”, la “marcata noncuranza nei confronti della vicenda culturale dell’Occidente”.
  3. A ciò si aggiungerebbe l’ostilità verso il capitalismo e gli Stati Uniti, la simpatia per l’autoorganizzazione popolare dal basso, l’avversione per gli aspetti formali e istituzionali, la condivisione delle aspettative dei gruppi marginali e infine l’auspicio di soluzioni egualitarie sul piano economico prospettate nella formula del «reddito universale».

Nulla di più prossimo a quanto annunciato nella Buona novella, ma che a Galli della Loggia fa storcere il naso. A suo giudizio, infatti, il messaggio evangelico e il relativo richiamo al depositum fidei tenderebbero a evaporare, come proverebbe la mancanza di esortazioni alla necessità del pentimento, della conversione “a scoprire il senso cristiano della vita e della morte, ovvero la verità della trascendenza, elemento costitutivo di ogni religione”. Svuotato dei contenuti religiosi il discorso di papa Francesco finirebbe per essere ideologico, “di una ideologia a sfondo populistico-comunitario-anticapitalistico”. Così operando la Chiesa di Bergoglio troverebbe grande difficoltà a influire politicamente nella presente situazione. Difficoltà dimostrate dal mancato sostegno ai paesi del Sud Europa di tradizione cattolica nello scontro nell’ambito dell’Unione Europea con quelli del Nord sulla situazione creata dalla pandemia del Covid 19, e dalla mancanza di prese di posizioni sulla questione dei diritti umani e della libertà religiosa in Cina e Russia.

Fin qui l’articolo, che se da una parte è abbastanza scontato nel far notare la discontinuità dell’attuale pontificato rispetto ai precedenti, dall’altro presenta un’architettura argomentativa molto debole nel descrivere e valutare il nuovo orientamento. Lasciando da parte la visione confessionale sottesa nel richiamo alle tradizioni cattoliche dei paesi dell’Europa del Sud, che lascia intendere che il Papa dovrebbe difenderli contro quelli prevalentemente protestanti del Nord, ne riprendo due aspetti.

  1. Per quanto riguarda il primo, l’impressione è che Galli della Loggia abbia un’idea molto catechistica anni cinquanta e devozionale dell’“elemento costitutivo” del cristianesimo, che certo continua ad essere presente nella Chiesa, ma che non può essere presentata come unica e soprattutto come normativa. Da questo punto di vista, osservare che il Papa è poco religioso, non è da prendere come sparata irriverente, purché ci si renda conto che il richiamo di Galli della Loggia non è all’“elemento costitutivo” del cristianesimo, ma alla sua interpretazione di ciò che dovrebbe essere, interpretazione che nell’attuale dibattito ecclesiale si sta oggi confrontando con altre concezioni teologiche ed ecclesiologiche. Se tanti pontificati dalla metà dell’Ottocento hanno avuto come sottotesto culturale Joseph De Maistre e poi Jacques Maritain, per la verità mai del tutto superati, non si capisce perché sia da considerare poco religioso un Papa che s’ispira a Karl Rahner. Cosa c’è di più religioso, nel senso del richiamo alla trascendenza, dell’enciclica programmatica Evangelii gaudium e di più politico rispetto ai drammatici problemi dell’ambiente e del mutamento climatico della Laudato si’? Con lo stesso criterio non solo papa Francesco ma anche il santo omonimo sarebbe poco “religioso”. E come chiedere pentimento e conversione da un pulpito che rappresenta un’istituzione che ha solo contraddittoriamente iniziato il processo di pentimento (con Giovanni Paolo II) e non ancora quello della conversione?
  2. Il secondo aspetto è quello che l’articolo evade e che proprio per questo sorprende, se possibile, più del primo, essendo l’autore uno storico, cioè persona abituata, per i protocolli dell’uffizio, a collocare le figure nel tempo e nello spazio. Papa Bergoglio si è trovato al timone della Chiesa dopo anni di non governo dell’Istituzione romana, abbandonata nelle mani di una curia vorace dagli ultimi anni del pontificato di Giovanni Paolo II, causa malattia, e non governata dal suo successore per manifesta inadeguatezza al compito, testimoniata dalle sue dimissioni, dopo 16 anni di irruzioni nella politica italiana della Conferenza Episcopale Italiana presieduta dal cardinale Camillo Ruini e, come se non bastasse, mentre con le denunce di tantissimi casi deflagrava lo scandalo della pedofilia, il più grande nella storia della Chiesa dai tempi della simonia. Per quanto concerne lo spazio, la provenienza di Bergoglio dall’Argentina, non poteva non riequilibrare l’asse di una Chiesa storicamente eurocentrica, quando mai come oggi il vecchio continente, trova giustificazione demografica dell’aggettivo, mentre nell’America latina colpita dalla repressione curiale della teologia della liberazione imperversano sette e chiesuole sedicenti evangeliche. Così evangeliche da sostenere personaggi come Bolsonaro. Tutto questo in una fase nella quale il Papa è oggetto di una sistematica campagna denigratoria da parte dei settori ecclesiastici più conservatori. Qualcosa di simile, non si vedeva in Italia dai tempi di Pio IX. Con la sola differenza che mentre allora, almeno dopo il 1849, furono i liberali a schierarsi contro papa Mastai Ferretti, sono adesso le destre a farlo, da quella perbenista e benpensante a quella dichiaratamente fascista, passando per quella sguaiatamente sovranista dal rosario in mano.

Tra Otto e Novecento, quando la Chiesa cattolica fu percorsa dal movimento riformatore modernista, la cultura idealista italiana ne applaudì con entusiasmo la condanna da parte di Pio X nell’enciclica Pascendi (1907). Mentre erano in gestazione le intese clerico-moderate, infatti, il cattolicesimo andava bene così com’era, e cioè come fattore di stabilità degli equilibri sociali esistenti. Viene da chiedersi se oltre un secolo dopo Galli della Loggia non sia un epigono, non dico di quella linea, ma di quell’atteggiamento. Non foss’altro per il contributo che (inconsapevolmente?) ha fornito all’offensiva integralista contro papa Francesco.

Alfonso Botti, professore di Storia contemporanea all’Università di Modena e Reggio Emilia

“Vatican Insider” – La Stampa – 20 maggio 2020

www.lastampa.it/vatican-insider/it/2020/05/20/news/se-il-papa-s-ispira-a-karl-rahner-1.38867615

 

Quale Rahner è caro a papa Francesco? Una piccola ermeneutica papale del teologo

In un gustoso articolo di Alfonso Botti, pubblicato ieri su Vatican Insider, si propongono una serie di lucide critiche alla impostazione fallace con cui Ernesto Galli della Loggia ha sollevato obiezioni pesanti e ingiustificate contro il magistero di papa Francesco. Qui non mi interessa considerare le giuste riserve che il prof. Botti muove contro Galli della Loggia. Mi piace invece soffermarmi sul riferimento che egli dedica al pensiero di K. Rahner, come “ispiratore” del magistero di Francesco. L’autore ha infatti buon gioco nell’identificare un lato particolarmente debole delle analisi di Galli della Loggia la mancanza di riferimenti teologici diversi da De Maistre o da Maritain (con tutte le differenze tra i due!). Perché mai, si chiede Botti, dovrebbe essere “cattolico” ispirarsi a De Maistre o a Maritain, e non lo sarebbe riferirsi a Rahner?

 

E’ evidente che Karl Rahner è un autore che chiede una lettura attenta, irriducibile ad un unico modello. Hans Urs von Balthasar in una bella espressione non priva di riserve, lo ha detto così: “Ci sono molti Karl Rahner”. Il tentativo di ridurlo ad una sola figura (teologo trascendentale, teologo della svolta antropologica, teologo della vulgata post-conciliare…) è destinato al fallimento e/o alla lettura ideologica. E’ allora fondamentale domandarsi a “quale K. Rahner” possa ispirarsi papa Francesco. Credo che non sarebbe sbagliato orientarsi almeno secondo una duplice mappa, che provo qui a formulare sinteticamente:

  1. In K. Rahner tutte le opere principali sono “divise in due parti”: da un lato la unità di essere e pensare affascinano e danno la vertigine; ma nell’altra parte la “differenza” e la “recettività” sono salvaguardate e recuperate. Gli equivoci, insieme al fascino quasi irresistibile, vengono soprattutto dalle “prime parti”. Non c’è dubbio che papa Francesco riprenda indirettamente, la lezione delle “seconde parti” dell’opera rahneriana, nelle quali il teologo si confronta con i dettagli della tradizione e li rilegge con fedeltà e con creatività. Questo Rahner è sicuramente una delle matrici della potenza ricostruttiva del magistero di Francesco, della sua libertà fedele e della sua fedeltà creativa. Vi è qui una vocazione al “primato della realtà sulla idea” e “del tempo sullo spazio” che innerva profondamente questo lato del pensiero rahneriano e che talora sembra smentito dalla tendenza “idealizzante” e “astorica” del primo versante delle sue opere principali.
  2. Ma K. Rahner, nel suo centro, ha voluto essere un “uomo spirituale”. E tale è il carattere di moltissimi suoi scritti, che vanno a collocarsi nello spazio di una tradizione religiosa, spirituale e specificamente “gesuita”. Una tradizione spirituale in cui il senso urgente della storia, ma anche la relatività della storia stessa di intrecciano e si sovrappongono, con mirabile equilibrio. Il Rahner dei “ritiri spirituali” è forse quello che, sinteticamente, ha parlato con le parole più forti nella esperienza di Jorge Mario Bergoglio. Ascoltiamone alcuni passi, tratti dal volume “Ritiri spirituali. Il rischio del cristiano” (Brescia, Queriniana, 1975).

      “Che cosa è l’uomo? Dirò con molta schiettezza quello che penso: l’uomo è la domanda senza risposta” (9).

      “Che cosa semplice è allora il cristianesimo: la volontà di arrendersi, nell’amore, alla inafferrabilità di Dio” (18).

      “Il cristiano è il vero scettico, il più radicale. Credendo alla incomprensibilità di Dio, egli è convinto che nessuna verità singola è realmente vera al di fuori di quel movimento (che le è essenziale) in cui essa si supera in domanda destinata a rimanere senza risposta perché è domanda su Dio e sulla sua inafferrabilità” (18).

      “Vita e pensiero mi conducono continuamente in situazioni di perplessità che non possiamo mai liquidare…Allora trovo la speranza. Essa condensa tutta l’esperienza della vita in due parole: mistero e morte. Mistero dice questa perplessità della speranza. Morte comanda di non dissimulare la perplessità, ma di affrontarla. Guardo a Gesù crocifisso e so che nulla mi sarà risparmiato. Mi consegno alla sua morte e spero che questa morte sia l’alba del mistero beato. Ma in questa speranza la vita emerge nella sua bellezza, anche nel fitto delle tenebre, e tutto diventa promessa” (29).

La teologia di papa Francesco – per come lui stesso la caratterizza con le “tre i” della “inquietudine”, della “incompletezza” e della “immaginazione” –  mi sembra che riprenda questo filone potente di riflessione radicale ed esigente, che possiamo scoprire con gratitudine e con commozione sulla pagina rahneriana.

Ma questo versante del pensiero rahneriano resta carico di novità e di promessa. Rappresenta una “possibilità” di recezione del Concilio Vaticano II come “inizio di un inizio”. Il suo linguaggio franco, diretto, anche crudo, contrasta con la immagine di un Rahner astruso, involuto, sempre astratto… Si tratta di luoghi comuni che fanno torto all’autore e che oggi possono essere superati, se saremo capaci di offrirne una lettura sintetica e lungimirante.

            Rahner, pur con tutti i suoi limiti, ha pensato radicalmente la tradizione e ne ha offerto riletture potenti, accurate, illuminanti. Non sorprende che chi critica Francesco non abbia mai letto davvero Rahner nella sua urgenza e nella sua disarmante profondità. Potremmo quasi dire che, se da un lato Rahner ha potuto ispirare Francesco, oggi Francesco, con il suo magistero, ci mostra nuove possibilità di interpretazione di Rahner.

            E’ singolare che oggi, nella Chiesa, vi sia un papa che sa a quali fonti abbeverare con larghezza la sua ispirazione, mentre una parte della Chiesa resta arroccata su forme “antimodernistiche” di lettura della tradizione, che, ovviamente, fanno di tutta erba un fascio e mettono, indistintamente, modernisti, Rahner e Francesco nello stesso “sacco”. Anche Galli della Loggia non è sfuggito a questa “prova di incompetenza”. Una Chiesa che legga con intelligenza K. Rahner può comprendere con profondità la propria storia degli ultimi 100 anni e anche il suo papa attuale. Altrimenti, se si lascia distrarre da altre cure e da antiche diffidenze, potrebbe cadere nella stessa trappola con cui, 100 anni fa, la cultura “laica” appoggiò l’antimodernismo ecclesiale, come ci ricorda in conclusione del suo articolo il prof. Botti: “Tra Otto e Novecento, quando la Chiesa cattolica fu percorsa dal movimento riformatore modernista, la cultura idealista italiana ne applaudì con entusiasmo la condanna da parte di Pio X nell’enciclica Pascendi (1907). Mentre erano in gestazione le intese clerico-moderate, infatti, il cattolicesimo andava bene così com’era, e cioè come fattore di stabilità degli equilibri sociali esistenti. Viene da chiedersi se oltre un secolo dopo Galli della Loggia non sia un epigono, non dico di quella linea, ma di quell’atteggiamento. Non foss’altro per il contributo che (inconsapevolmente?) ha fornito all’offensiva integralista contro papa Francesco.”

            Uno dei compiti che ci è dato, oggi, in quanto teologi, è di rileggere con intelligenza il pensiero dei grandi autori del 900, per liberarlo dalle lettura ideologiche e incompetenti che spesso ne hanno oscurato la autorità: il “dispositivo di blocco” passa anche attraverso una “censura previa” che impedisce agli autori di parlare. Ma abbiamo bisogno, oggi più che mai, della “parrhesia” [franchezza] di Rahner, del suo sguardo lucido, persino dei suoi abbagli. I suoi testi, a distanza di molti decenni, possono ancora ispirare non solo papi intelligenti e sensibili, ma tutti i cristiani che siano disposti a considerare la tradizione più un giardino da coltivare, che un museo da conservare.

Andrea Grillo blog: Come se non                 21 maggio 2020

www.cittadellaeditrice.com/munera/quale-rahner-e-caro-a-papa-francesco-una-piccola-ermeneutica-papale-del-teologo

 

Il Vangelo si muove con il popolo: Rahner e Francesco (di R. Oliva)

Un altro bel contributo sul rapporto tra Karl Rahner e il magistero di papa Francesco. Uno studente di dogmatica a Napoli, sez. S. Luigi, che sta lavorando con profitto sulla teologia di K. Rahner, può chiarire tre aspetti importanti di questa relazione. Credo possa aiutare tutti a riconoscere con facilità la differenza tra chi parla perché studia seriamente e sa le cose e chi parla solo per confondere le idee e per seminare zizzania. Su Rahner la rozzezza dei giudizi è spesso senza misura e fuori controllo. Ringrazio Roberto Oliva, che è vicario parrocchiale a Praia a Mare, per questo bel testo.

Andrea Grillo         blog: Come se non                 22 maggio 2020

 

«Tante volte nelle visite in Vaticano dei nostri Padri Lei ha ricordato di aver studiato la teologia di Karl Rahner con le traduzioni di padre Alfredo Marranzini, il quale fu docente di teologia dogmatica e sacramentaria per tanti anni in questa Sezione». Con queste parole p. Pino Di Luccio accolse papa Francesco a Napoli lo scorso 21 giugno 2019 presso la sez. S. Luigi della PFTIM. Non è una mera supposizione infatti l’ascendente teologico del papa argentino sul noto teologo tedesco: un riferimento rivalutato in questi ultimi giorni da due articoli interessanti scritti l’uno dal prof. Alfonso Botti e l’altro dal prof. Andrea Grillo.

Il Vangelo si muove con il popolo: Rahner e Francesco

Magistero kerigmatico. È conveniente risalire alle radici teologiche del magistero odierno senza forzature ideologiche, che rifletterebbero solo parzialmente la spiritualità di un gesuita come Jorge Bergoglio. È infatti un magistero che sin da Evangelii gaudium (2013) ha precisato la centralità del kerigma  [annuncio] per la vita e la missione della Chiesa, con i suoi risvolti socio-politici (La dimensione sociale dell’evangelizzazione). La teologia di Karl Rahner nello stesso tempo si può definire kerigmatica dal momento che il suo cuore pulsante è sempre l’offerta gratuita della rivelazione divina che supera – anticipando – l’iniziativa volontaristica dell’essere umano, il quale sperimenta se stesso sempre «come uno a cui viene perdonato, e sperimenta tale perdono offertogli come l’amore perdonante, liberante e proteggente di Dio stesso, il quale perdona nel mentre si dona» (K. Rahner, Corso fondamentale sulla fede, 181). Questa prospettiva fonda i continui riferimenti alla misericordia di papa Francesco – non come grazia a buon mercato – ma come capacità di «vedere che cosa manca alla persone per realizzare il proprio potenziale autentico, come Dio desidera per loro (E. Borgman). Rahner non pone l’accento sulle prerogative morali o religiose della persona, ma sulla possibilità che essa ha di “lasciarsi afferrare” (Sich-ergreifen-Lassen) dalla tenerezza dell’incontro con Gesù Cristo. La sua visione di una Chiesa che non moralizza si radica qui e trova in Francesco un coerente risvolto pastorale, che – pur non scadendo in un relativismo pratico – preferisce concentrarsi sulla gioia di un Vangelo che salva perché sprigiona vita, amore e pace. La trasmissione del Vangelo avviene nel corso della storia con il Vangelo stesso e mai senza di esso, sebbene occorre «trasmettere la divina verità cristiana in dimensione veramente umana» (Papa Francesco).

Magistero in movimento. E’ palese la continuità ecclesiale e teologica che lega papa Francesco al Concilio Vaticano II, da egli stesso definito come un «aggiornamento, una rilettura del Vangelo nella prospettiva della cultura contemporanea». Rahner dal canto suo fu per il XX secolo il teologo del Concilio, perché più profondamente fu colui il quale cercò di far dialogare la Chiesa con la modernità attraverso una rilettura creativa della tradizione e della teologia di Tommaso. Rahner ispira Francesco, perché entrambi hanno a cuore il dialogo senza timori con il mondo moderno (e ormai postmoderno). La fiducia di papa Francesco nei processi – non negli spazi di potere politico e religioso – si motiva alla luce del desiderio di inculturare il Vangelo, che con la sua stessa potenza si fa strada lentamente in mezzo alle vicende storiche e culturali. «La teologia sia dunque radicata e fondata sulla Rivelazione, sulla Tradizione, ma anche accompagni i processi culturali e sociali, in particolare le transizioni difficili. In questo tempo la teologia deve farsi carico anche dei conflitti: non solamente quelli che sperimentiamo dentro la Chiesa, ma anche quelli che riguardano il mondo intero» (Papa Francesco). Questo valore della storia, tipicamente rahneriano, evoca infatti la fiducia di una teologia viva per la vita concreta che presta interesse alla maturazione graduale del credente: «le singole verità di fede non esistano allo stesso modo dappertutto nella coscienza dei vari soggetti (diversi per tempo, appartenenza sociale, caratteristiche individuali …) e non vi compaiono allo stesso modo in primo piano o rimangano in egual modo in ombra» (Karl Rahner). Questa consapevolezza ha spinto papa Francesco sulla scia di una pastoralità della dottrina rintracciabile in special modo in Amoris lætitia.

            Magistero popolare. L’esigenza di “completarci nella nostra recezione parziale della realtà e del Vangelo” (papa Francesco) genera una comunità ecclesiale che nel suo seno recepisce il kerigma trasmettendolo secondo una dinamica “popolare”. La teologia del popolo di Dio a fondamento della Lumen gentium ispira il magistero di Francesco e il suo richiamo al teologo gesuita, il quale fu uno dei più validi periti conciliari chiamati a collaborare alla stesura della Costituzione dogmatica sulla Chiesa. Per Rahner la categoria “popolo di Dio” fu rilevante, in relazione alla totalità dei redenti che ancora non appartengono visibilmente alla Chiesa cattolica. La Chiesa vista come un ospedale da campo non rappresenta allora un’immagine ad effetto, ma un modo di trasmettere il Vangelo in relazione alle ferite e alle storie reali di tutti, senza esclusione religiosa o culturale: «Teologicamente non è facile dire chi, per la sua fede, sta realmente, in maniera concreta e ‘soggettiva’, nella Chiesa e chi no. Già per questo la chiesa è una chiesa aperta, che essa lo voglia o no, che vi rifletta oppure cerchi di trascurarlo semplificando in maniera arbitraria la situazione» (K. Rahner).

 www.cittadellaeditrice.com/munera/il-vangelo-si-muove-con-il-popolo-rahner-e-francesco-di-r-oliva

 

Il Papa, il sentimento religioso e il richiamo agli «ultimi»

Un messaggio che ponga in secondo piano l’obbligo dei credenti verso Dio diventa puramente ideologico. Sul rapporto della Chiesa cattolica con la politica ha sempre pesato un sospetto: che tale rapporto equivalesse in pratica a un tradimento del Vangelo. Più o meno grave, più o meno consapevole, ma comunque un tradimento. Un tradimento quindi della missione della Chiesa stessa. Benché antichissima l’idea di questo contrasto è diventata più forte da due secoli a questa parte. Cioè da quando i cattolici si sono divisi in due schieramenti politicamente contrapposti: quelli orientati in senso genericamente conservatore (i quali accettavano il modo in cui la Chiesa era solita gestire da sempre il suo rapporto con la politica), e quelli invece di orientamento progressista (prima liberale, poi democratico e/o socialista) i quali invece hanno sempre rimproverato alla Chiesa un eccessivo politicismo e una scarsa attenzione al messaggio evangelico. Con papa Francesco questi secondi pensano di aver finalmente trovato chi finalmente realizza il loro ideale. Egli infatti farebbe certamente politica, sì, ma mettendo il Vangelo al primo posto: come dimostrerebbe per l’appunto il suo richiamo costante agli «ultimi», considerati i destinatari principali del messaggio evangelico.

Ora accade che Adriano Sofri e Gianni Vattimo, approvando del tutto un tale orientamento, dichiarino il proprio reciso disaccordo con un mio articolo (Corriere, 10 maggio 2020) nel quale io ho invece sostenuto che la scelta di Bergoglio proprio con la sua insistenza sugli «ultimi» quasi mai accompagnata da un’eguale insistenza sugli aspetti religiosi in realtà finisca per essere più che altro una scelta ideologica, e di conseguenza politicamente inefficace. In realtà la discussione su questi temi risulterebbe più chiara e quindi più utile se preliminarmente ci si chiarisse su alcune premesse. Per quello che mi riguarda proverò per l’appunto a farlo, naturalmente nel modo molto sommario e perentorio inevitabile in questa sede.

  1. La Chiesa in quanto organismo storico sviluppatosi nei secoli non è nata solamente per predicare il Vangelo bensì per un’impresa in certo senso ben più ardua, cioè per mediare tra il Vangelo e il mondo: la politica consiste per l’appunto, in tal caso, nello spazio richiesto da questa mediazione. Se il gruppo dei primi discepoli del Cristo non avesse annoverate personalità straordinarie, Paolo in primis, capaci di compiere la fondamentale scelta geopolitica di venire a Roma e — dopo tre secoli di ardente proselitismo religioso segnato dalla persecuzione — di compiere la scelta ancor più decisiva (e difficile) di stipulare un accordo intimamente politico con l’Impero, la Chiesa non esisterebbe. Chi ha letto qualche libro di storia sa che da allora è stata questa la via percorsa da Roma: il Vangelo ma sapendo di dover per arrivare prima o poi alla politica, e la politica per guadagnare spazio alla Chiesa e al Vangelo. Quando ad esempio nel Natale dell’800 d. C. Carlo Magno fu incoronato dal papa Sacro Romano Imperatore nessuno, presumo, gli chiese conto della strage di 20 mila Sassoni compiuta allo scopo di convertirli al Cristianesimo. Semplicemente la Santa Sede capì il vantaggio che ne aveva e si era convinta che il mondo e la sua storia non sono propriamente un idillio. Che se si vuole stare dentro all’uno e all’altra non sempre è possibile farlo obbedendo ai dieci comandamenti. Assai più spesso è necessario ricercare un compromesso tra essi e il principio di realtà, tra le ragioni di Dio e le ragioni degli uomini, cioè del potere (come del resto sa bene la stessa Chiesa di Francesco allorché per giungere a quell’ accordo con il potere comunista cinese che le sta massimamente a cuore chiude disinvoltamente gli occhi sulle sue innumerevoli malefatte). E’ da questa realistica presa d’atto che è sorta l’opera di altissimo equilibrismo intellettuale in cui si riassume l’esperienza bimillenaria della Chiesa cattolica. La cui moralità mi pare sia consistita in ciò: fino ai più ampli limiti del possibile nel non allontanare mai da sé chi intendeva rappresentare un punto di vista diverso, chi al principio di realtà opponeva per l’appunto il Vangelo. Vangelo che nel corso della storia della Chiesa non ha mai cessato di rappresentare il formidabile principio di contraddizione impossibile da cancellare e mai cancellato. Anche perché in ultima analisi era ad esso, al suo messaggio di salvezza, che la Chiesa sapeva bene di dovere il proprio seguito di massa e quindi la propria stessa forza politica.
  2. Quanto al Vangelo, se posso osare di dire qualcosa, a me sembra che esso contenga non soltanto una predilezione per il peccatore, come scrive Sofri, ma in egual misura l’anatema per l’ipocrisia, per la spietatezza ipocrita di coloro che si affrettano a condannare il peccatore compiacendosi della propria finta osservanza della legge, finta perché in realtà peccatori anch’essi. E’ vero d’altra parte che il Cristianesimo ha significato una straordinaria rivalutazione storica, se così posso dire, della figura dei poveri, degli «ultimi». Ha fatto ciò, tuttavia, non già perché il suo testo ispiratore, il Vangelo, fosse un testo di riscatto sociale o perché al suo fondatore, a Gesù, interessasse un tale riscatto, ma semplicemente perché il Cristianesimo ha posto l’obbligo dell’amore e della pietà come obbligo dei credenti verso Dio, come l’essenza del suo messaggio religioso. Da ciò il mio rilievo nei confronti di papa Francesco: perché mi pare che qualsiasi discorso in favore degli «ultimi» che però ponga in secondo piano l’obbligo ora detto — un obbligo che significa la necessità della conversione e insieme un rapporto personale con la verità della trascendenza — diventa puramente ideologico. E quindi tenderà inevitabilmente a fare della Chiesa un partito: il quale, come è proprio di ogni partito, piacerà agli uni e dispiacerà agli altri, piacerà alla Sinistra e dispiacerà alla Destra o viceversa, ma non produrrà la nascita di un sentimento religioso di nessun tipo in alcuno, assolutamente nulla che abbia a che fare con Dio. E perciò tantomeno servirà a far conseguire alla Chiesa stessa un qualunque obiettivo anche politico. Certamente potrà accrescere la popolarità del Papa presso l’opinione che conta, certamente potrà quindi consentire a Vattimo, come egli stesso ci ha detto, di sentirsi meno imbarazzato a dirsi cristiano, ma difficilmente produrrà qualcosa di più.

Ernesto Galli della Loggia      Corriere della sera     18 maggio 2020

www.corriere.it/opinioni/20_maggio_18/papa-sentimento-religioso-6d10a0d6-9926-11ea-8e5b-51a0b6bd4de9.shtml

 

Non è Francesco…

            Sul Corriere della Sera, Galli Della Loggia ci torna su. Dopo la discussione originata da un suo primo intervento, che abbiamo ripreso e commentato criticamente anche su questo sito. Significativo che ne abbia sentito la necessità, riconoscendo implicitamente il bisogno di meglio illustrare il suo punto di vista che effettivamente non era chiarissimo. Esplicitando ciò che nel suo primo intervento era solo implicito e cioè talune chiavi di lettura a monte dei suoi rilievi critici a proposito della asserita sterilità politica della Chiesa imputabile a Papa Francesco.

Riassunto della puntata precedente. Mi pare sia esatto: al fondo stanno visioni teologiche e politiche che devono essere portate in superficie, perché il confronto – il consenso e il dissenso – siano limpidi e fecondi.

Rammentiamo sinteticamente la prima puntata: il magistero di Francesco avrebbe un carattere ideologico (?) e, segnatamente, un timbro comunitario-populista, ostile al capitalismo e all’Occidente; un tratto riscontrabile anche nell’attenzione riservata agli ultimi e nel sostegno all’attivo protagonismo dei movimenti popolari che ad essi danno voce e rappresentanza; un timbro, ancora, che rifletterebbe un deficit di «nerbo religioso» nella sua predicazione. A testimoniare la presunta sterilità politica starebbe, infine, il sostanziale abbandono della dottrina sociale della Chiesa che condurrebbe a una terza via tra capitalismo e collettivismo.

            A questi rilievi avevamo obiettato che, da un lato, è vero il contrario, e cioè il primato del Vangelo (quale nucleo più decisivo del «nerbo religioso» cristiano?) e delle sue esigenti implicazioni etico-sociali rispetto alla preoccupazione del peso politico della Chiesa; dall’altro, questo sì, in Bergoglio, si rinviene una singolare distanza critica rispetto ai modelli culturali e sociali espressi dall’Occidente asserito cristiano e, di riflesso, un’accentuazione del carattere universalistico della parola e del ministero della Chiesa. Un distanziamento critico giustificato non solo dalla trascendenza del cristianesimo rispetto a ogni forma di civilizzazione, ma anche dall’oggettivo scostamento (lo si può negare?) di quella occidentale dalle sue radici cristiane.

            Circa la dottrina sociale – notavamo – a Galli sfugge che, da tempo, Paolo VI e lo stesso Giovanni Paolo II avevano argomentato come essa non sia da intendere – in senso esso sì ideologico – come un modello di società altro o terzo che sia tra quelli sperimentati, ma come «teologia morale», ovvero come istanza critico-profetica che giudica e, insieme, trascende ogni modello alla luce del “Vangelo sull’uomo” e semmai stimola l’«invenzione creativa» (così l’Octogesima adveniens di Paolo VI) degli attori sociali e politici.

            Tornando sull’argomento, Galli effettivamente un po’ chiarisce i presupposti dai quali egli muove. Ma essi, se possibile, ancor meno ci convincono. Egli, bontà sua, attribuisce al papa l’opzione per il primato del Vangelo, dapprima giudicandolo un limite, salvo poi riconoscere che non può che essere così.

            Una visione anacronistica. Galli sconta la stessa oscillazione-contraddizione a proposito della scelta preferenziale per l’umanità sofferente, ferita, oppressa. Che è palesemente un corollario del Vangelo, non di questa o quella ideologia. A seguire sostiene che quel primato del Vangelo piace a sinistra ma non a destra. Non è esattamente così: sarebbe ingeneroso verso la destra e troppo concessivo verso la sinistra. La quale, in talune sue espressioni, è a sua volta incline a operare un cortocircuito tra Vangelo e politica: vi è anche un integralismo di sinistra, oltre che un uso politico della religione da destra. La buona mediazione politica, niente affatto deprezzata da Francesco, non è in contraddizione con il primato indiscusso del Vangelo. Galli, alla luce della storia, fa osservare che la Chiesa ha intrecciato relazioni con il potere politico. A volte virtuosamente, a volte meno. Siglando compromessi talvolta in aperto contrasto con il Vangelo, che era e resta al cuore del suo ministero.

            È innegabile, ma – domando – constatare un fatto è cosa diversa dal giudizio di valore su di esso. Semplificando drasticamente: riconoscere che, per lunghi secoli, ci si sia ispirati al paradigma costantiniano e dunque da una commistione non sempre limpida con i poteri mondani, non ci esonera dal giudicare i suoi limiti, dal fare ammenda del prezzo pagato alla causa (prima) della predicazione e (poi) della testimonianza del Vangelo. La Chiesa, ai suoi più alti livelli, lo ha fatto solennemente. Si pensi ai mea culpa di Wojtyla o alle parole con le quali Paolo VI chiuse in via definitiva la “Questione romana” protrattasi ben oltre il Concordato del 1929, notando come la fine del potere temporale dei papi e dello Stato pontificio fu un evento provvidenziale per la Chiesa, finalmente depurata da incrostazioni di potere, più libera e coerente nella sua missione universale. Una purificazione e una trasparenza evangelica che semmai esigono passi ulteriori. Esattamente quelli che Francesco non si stanca di proporre alla Chiesa, semper reformanda sul parametro esigente del Vangelo e delle comunità cristiane primitive.

            Se così è, come si può sostenere che Bergoglio difetti di spessore religioso, che egli trascuri di proclamare le «verità trascendenti» e di fare appello alla «conversione»? Tanto più oggi, dentro l’attuale drammatica pandemia, come si può accusare Francesco di non invocare la conversione personale e collettiva, delle coscienze e delle strutture? Non è esattamente ciò che sta facendo, con accenti che richiamano i vecchi profeti, all’indirizzo di un mondo malato nel profondo e sino a ieri ignaro della propria malattia? Con parole e gesti tutt’altro che privi di valenza politica e che, all’opposto, scuotono e sfidano la Politica, quella con la maiuscola.

            L’impressione è che, al fondo della critica di Galli, stiano due tare:

  1. Un difetto di cultura teologica circa la natura propria della Chiesa e della sua missione, ricondotte ad angusti schemi politicisti (la Chiesa assimilata strettamente a potere tra i poteri);
  2. Un’attesa-pretesa, in verità non nuova, da parte di certe élites laico-liberali, che la Chiesa metta a disposizione dei loro disegni le “masse cattoliche”. Attesa-pretesa palesemente indebita, ma anche malriposta e anacronistica, in quanto la Chiesa dispone sempre meno di masse e tantomeno le governa politicamente. Non le riesce e neppure lo vuole. Di sicuro non lo vuole                                   

Forse si spiega così l’equivoco e il j’accuse di Galli, solo a prima vista contraddittorio quando lamenta il doppio deficit di spessore religioso e di fecondità politica del papa. È il punto di vista di chi si ispira alla religione civile, cioè all’attribuzione al cristianesimo della funzione di legittimazione e di cemento dell’ordine sociale.

Franco Monaco                settimana news                       21 maggio 2020

www.settimananews.it/politica/non-e-francesco

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NONNI

Nonni invadenti: la Cassazione riduce gli incontri coi nipoti

Corte di Cassazione, prima Sezione civile, ordinanza n. 9144, 19 maggio 2020

www.studiocataldi.it/allegati/news/allegato_38583_1.pdf

La Suprema Corte conferma i provvedimenti che hanno modificato il regime di incontri tra nonni e nipoti: rilevate situazioni che possono turbare lo sviluppo psicofisico dei minori. In tema di provvedimenti riguardanti i minori, la determinazione del relativo contenuto deve essere effettuata con riferimento alla situazione in atto al momento della decisione e dunque tenendo conto anche dei mutamenti intervenuti nel corso del procedimento.

Il giudice ha dunque il potere di adottare, anche d’ufficio, in ragione dell’interesse del minore, tutti i provvedimenti che ritiene opportuni per assicurare loro un equilibrato sviluppo psico-fisico. Pertanto, in presenza di situazioni che possono turbare tale sviluppo, può anche modificare il regime di incontri tra nonni e nipoti.

Nonni e nipoti: visite ridotte se si deteriorano i rapporti con i genitori. Nella sentenza n. 9144 la Corte ha respinto il ricorso di un nonno che si era visto modificare “in peius” il regime degli incontri con le nipotine. I giudici avevano riscontrato cattivi rapporti con i genitori delle bambine e questo rischiava di destabilizzare il rapporto di coppia, rischio che andava contro l’interesse delle minori. La Cassazione rammenta che il riconoscimento del diritto di visita del nonno, oltre che all’esistenza di una stabile relazione affettiva tra ascendente e nipote dalla quale quest’ultimo possa trarre un beneficio sul piano della sua formazione e del suo equilibrio psico-fisico, è subordinato anche a una valutazione del giudice avente di mira l’interesse esclusivo del minore. Ciò si configura quando il coinvolgimento dell’ascendente si sostanzi in una fruttuosa cooperazione con i genitori per l’adempimento dei loro obblighi educativi tale da consentirgli di contribuire alla realizzazione di un progetto educativo e formativo volto ad assicurare un sano ed equilibrato sviluppo della personalità del minore.

Mutamenti orari di visita. Possono dunque emergere mutamenti in dipendenza di circostanze oggettive o comportamenti dei soggetti coinvolti tali da rendere non produttiva o addirittura pregiudizievole per il minore la frequentazione dell’ascendente o comunque da giustificare la modificazione delle modalità di esercizio del diritto. Nel caso in esame, le sopravvenienze idonee a legittimare la revisione in senso restrittivo delle predette modalità sono state individuate nel deterioramento dei rapporti tra il nonno e i genitori delle bambine e nella conseguenze condizione di disagio di queste ultime, emersi dalle indagini demandate al Servizio sociale e ampiamente descritti nel provvedimento impugnato il quale vi ha ravvisato un fattore di pregiudizio per la serenità delle minori tale da escludere la fruttuosità della cooperazione del nonno paterno all’educazione e alla formazione delle stesse.

Nonna troppo invadente nell’educazione delle minori

Corte di Cassazione, prima Sezione civile, ordinanza n. 9145, 19 maggio 2020

www.studiocataldi.it/allegati/news/allegato_38583_2.pdf

Respinto anche il ricorso della nonna “acquisita” troppo invadente nell’educazione delle nipoti, al punto che il Tribunale dei Minorenni aveva disposto la modificazione delle modalità di frequentazione. Nella sentenza n. 9145 la Cassazione rammenta che, in tema di riconoscimento del diritto degli ascendenti a mantenere rapporti significativi con i nipoti, il criterio informatore della valutazione del giudice resta il loro interesse esclusivo, consacrato dalla Carta dei diritti fondamentali dell’UE e dall’art. 3 della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo e specificamente richiamato dall’art. 317-bis, secondo comma, del codice civile.

Il giudice è dunque dotato di poteri officiosi che gli consentono di confermare i propri provvedimenti secondo le modalità ritenute più idonee a garantire la soddisfazione delle esigenze educative e relazionali del minore. Indipendentemente dai contrasti insorti tra gli adulti e dall’assenza di un legame di ascendenza diretta, la nonna aveva instaurato un rapporto con le minori anche per impulso dei genitori delle stessa, tuttavia, nel tempo si erano manifestate divergenze e atteggiamenti critici e invadenti in ordine all’educazione e alla gestione dei minori per effetto dei quali i genitori avevano interpretato l’ingerenza del nonno e della coniuge nella vita nelle nipoti come un comportamento finalizzato a escluderli nella frequentazione delle bambine. E tali circostanze sono state valutate come opportune a determinare una revisione dell’assetto preesistente.

Lucia Izzo       Studio Cataldi 22 maggio 2020

www.studiocataldi.it/articoli/38583-nonni-invadenti-la-cassazione-riduce-gli-incontri-coi-nipoti.asp

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OMOFILIA

Zuppi: gli omosessuali? La diversità è ricchezza

Pubblichiamo ampi stralci della prefazione-intervista del cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna, al libro di Luciano Moia, “Chiesa e omosessualità. Un’inchiesta alla luce del magistero di papa Francesco” (San Paolo), già in libreria.

In Amoris lætitia, papa Francesco ribadisce la necessità di accompagnare le persone omosessuali “a realizzare pienamente la volontà di Dio nella loro vita”. Un invito un po’ disatteso nella nostra comunità. Come si può cambiare strada?

Papa Francesco in Amoris lætitia, e successivamente il Sinodo dei Giovani nel Documento finale, sintesi molto equilibrata ed esigente, invita i sacerdoti, e tutti quelli che seguono pastoralmente le persone, ad accompagnare tutti quanti a conoscere e realizzare pienamente la volontà di Dio nella loro vita. Se leggiamo tutta l’Esortazione, e in particolare il cap. 8, ci rendiamo conto che questo invito è per tutti, non solo per le persone omosessuali. Il Papa, e la Chiesa con lui, non è interessato a portare le persone ad osservare delle regole esteriori, per quanto buone in sé e opportune. Il suo interesse è di aiutare le persone a fare la volontà di Dio; cioè entrare in relazione personale con Dio, e da Lui ascoltare la Parola opportuna per la vita di ciascuno. Infatti, ciascuna persona potrà realizzare questa Parola di Dio – unica per tutti – nella pienezza che le è propria; quella pienezza possibile iscritta nella propria natura e soprattutto nella propria storia. Quella di Dio, infatti, è una Volontà incarnata nella storia della persona, è la Sua volontà che compie la nostra. Non dobbiamo quindi relativizzare la legge, ma renderla relativa alla persona concreta, con le sue specificità. La pienezza della volontà di Dio per una persona non è la stessa per altre. Ciò che è veramente disatteso dalle nostre comunità, in fondo, è l’ascolto profondo della persona nelle sue situazioni di vita; non guardiamo la persona come la guarda Dio, in modo unico, e per questo non siamo capaci di accompagnare le persone a trovare la propria e originale pienezza di relazione con Lui. Quando nelle nostre comunità cominceremo davvero a guardare le persone come le guarda Dio, allora anche le persone omosessuali – e tutti gli altri – cominceranno a sentirsi, naturalmente, parte della comunità ecclesiale, in cammino.

Più opportuna una “pastorale specifica” con il rischio di ghettizzare ancora di più persone che già sono rimaste a lungo sulla soglia, o un tentativo di piena integrazione nelle proposte ordinarie, con tutti i rischi relativi?

No, non c’è bisogno di una pastorale specifica. C’è bisogno di uno specifico sguardo sulle persone; su ogni persona prima delle categorie. Dobbiamo fare attenzione a non definire le persone a partire da una loro caratteristica – per quanto profondamente legata alla loro identità – ma dobbiamo guardare la persona in quanto tale; e come cristiani la dobbiamo guardare come figlia di Dio, nel pieno diritto, cioè, di ricevere, sentire, e vivere l’amore di Dio come ciascun altro figlio di Dio. La pastorale deve fare questo e solo questo. Unica, unitaria deve essere la pastorale della comunità cristiana; essa deve aiutare le persone a vivere da figli di Dio in un’unica famiglia dove ciascuno è simile ma diverso; dove la diversità di ognuno è un dono per la ricchezza della comunità, dove si vive la vera vocazione della nostra vita che è essere suoi, santi.

Quali sono i rischi di un’integrazione di tutti – persone omosessuali comprese – nella pastorale ordinaria? Sono forse maggiori dei rischi che una famiglia corre nel cercare di integrare creativamente le particolari diversità (a volte molto “particolari”) di ciascun figlio? La vita della comunità e della famiglia è dinamica, spesso conflittuale; ma come si può esercitare la carità, l’amore di Dio, se non viene messo alla prova anche dalla conflittualità?

Accogliere, discernere, integrare. Dovrebbe valere anche per le coppie omosessuali che cercano sinceramente Dio. Ma c’è chi ha fatto notare che accoglienza e integrazione non sono possibili senza prendere le distanze da quello stile di vita. Cosa dire al riguardo? È possibile allo stesso tempo accogliere e non discriminare, cioè accogliere la persona ma non il suo orientamento?

Attenzione: la dottrina della Chiesa distingue tra orientamento e atti; ciò che non possiamo “accogliere” è il peccato espresso da un atto. L’orientamento sessuale – che nessuno “sceglie” – non è necessariamente un atto. Inoltre, esso non è separabile dall’identità della persona; accogliendo la persona non possiamo prescindere dal suo orientamento. Ma anche nel caso in cui una persona conduca uno stile di vita contrario alla legge di Dio, non dovremmo accoglierla? Cosa vuol dire accogliere? Vuol dire forse giustificare? Se Gesù avesse avuto questo criterio, prima di entrare nella casa di Zaccheo avrebbe preteso la sua conversione. Prima di accompagnare la Samaritana all’adorazione di Dio in Spirito e Verità le avrebbe chiesto di regolarizzare la sua situazione matrimoniale… Gesù si è comportato così.

Matteo Maria Zuppi e Luciano Moia            “Avvenire”     23 maggio 2020

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202005/200523zuppimoia.pdf

 

Giornata Internazionale contro l’omotransfobia

La giornata internazionale contro l’omotransfobia ricorre ogni anno il 17 maggio. Questa data commemora il 17 maggio 1990 quando l’Organizzazione mondiale della sanità ha cancellato l’omosessualità dal manuale delle malattie mentali. Da allora gli orientamenti non eterosessuali non sono più considerati una patologia, ma una variante del comportamento umano. Potremmo pertanto pensare che sia stata raggiunta l’eguaglianza tra le persone eterosessuali e quelle omosessuali. Se il paradigma che patologizzava le identità lesbiche, gay e bisessuali (LGB) ha perso progressivamente terreno nel corso del tempo, rimangono comunque rappresentazioni negative delle identità LGB e il pregiudizio si è spostato su nuovi confini. L’ultimo baluardo delle credenze anti-omosessuale è rappresentato dalle credenze negative nei confronti dell’omogenitorialità. La ricerca che l’Istat ha effettuato nel 2011 rivela che solo il 20% è molto o abbastanza d’accordo con la possibilità di adottare un bambino da parte di una coppia dello stesso sesso. E la stessa legge sulle unioni civili ha stralciato la stepchild adoption, confermando l’idea negativa nei confronti della genitorialità nelle coppie omosessuali.

Se poniamo in confronto la situazione italiana con quella degli altri paesi europei, vediamo chiaramente la distanza che separa il nostro paese dagli altri Stati. Prendiamo ad esempio in considerazione il sondaggio dell’Eurobarometro (2019) – lo strumento di indagine di cui si è dotata la Commissione europea – che rileva come l’Italia sia al di sotto della media europea per quanto riguarda l’inclusione delle persone LGBT. Per esempio, la quasi totalità della popolazione in Svezia (98%) e in Olanda (97%) è d’accordo con l’affermazione secondo cui le persone LGB dovrebbero avere gli stessi diritti di quelle eterosessuali, così come la stragrande maggioranza in Spagna (90%) e in Gran Bretagna (90%). Mentre nel nostro Paese la percentuale 5è minore (68%), vicino a quella della Grecia (64%) e della Slovenia (64%). Una percentuale che si abbassa ancor di più rispetto al riconoscimento dell’identità di genere nei documenti anagrafici che per l’Italia è al 43%, simile alla Lettonia e Cipro (entrambe al 42%), distante invece dalla Spagna e Malta (entrambe al 83%). La percentuale scende ulteriormente in riferimento alla possibilità di indicare una terza opzione, come X o 0, sui documenti di quelle persone che non si identificano come maschio o femmina: 37% in Italia, 33% in Croazia, distante dal 67% di Malta e dal 63% della Spagna.

Rimane dunque ancora molto da fare perché le identità LGBT siano effettivamente equiparate a quelle eterosessuali e cisgender. Risulta necessario agire a vari livelli. Uno di questi riguarda il livello normativo affinché predisponga leggi che parifichino i diritti, ad esempio allargando l’istituto del matrimonio alle coppie dello stesso sesso e prevedendo la possibilità di riconoscere le famiglie omogenitoriali. Un altro livello fondamentale riguarda la promozione di un cambiamento culturale che sappia incidere sulle rappresentazioni omotransnegative, ad esempio investendo nel contrasto alle discriminazioni e in particolar modo nell’educazione alle differenze dell’identità sessuale. Rispetto a quest’ultimo punto la scuola si configura come uno degli spazi più propizi per investire nella promozione dell’inclusione di tutte, tutti e tutte e per educare le nuove generazioni al rispetto delle differenze.

Dr.ssa Margherita Graglia, psicologa, psicoterapeuta e formatrice

www.cisonline.net/news/giornata-internazionale-contro-lomotransfobia

 

Omofobia: audizione in Commissione Giustizia della Camera

Nella giornata di ieri, 21 maggio 2020, il prof Mauro Ronco, presidente del Centro studi Livatino, ha svolto una audizione in Commissione Giustizia alla Camera dei Deputati, sui Ddl in discussione in tema di contrasto all’omo/transfobia. Pubblichiamo il testo integrale della relazione scritta depositato agli atti della Commissione.

Audizione davanti alla Commissione Giustizia della Camera dei Deputati sui progetti di legge volti a contrastare l’omofobia e le discriminazioni fondate sull’identità di genere: considerazioni sulle proposte di legge nn. 107, 569, 868, 2155, 2255 – Modifiche agli artt. 604 bis e 604 ter c.p. in materia di violenza o discriminazione per motivi di orientamento sessuale o identità di genere

I. Nessun obbligo internazionale o europeo di incriminazione. Va detto in primo luogo che non sussiste alcun obbligo di incriminazione della diffusione di idee volte alla discriminazione fondata sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere. Viene meno un motivo spesso addotto per introdurre negli artt. 604 bis e 604 ter le implementazioni proposte nei vari disegni di legge oggetto di considerazione. Vanno al riguardo tenuti in considerazione due aspetti che sconsigliano le implementazioni: per un verso, le stesse amplierebbero di molto la prensione da parte della legge penale di comportamenti potenzialmente valutabili come penalmente illeciti, aumentando in maniera significativa il contenzioso giudiziario penale facendolo scivolare verso una sorta di magistero etico; per altro verso, l’incremento delle incriminazioni penali si pone in contrasto radicale con una regola scientifica di razionalità del diritto penale, espressa con la formula dell’extrema ratio.

            II. Le discriminazioni razziali. L’attuale art. 604 bis c.p. è modellato sul concetto dei discorsi e dei reati d’odio. Tale struttura di fattispecie è sorta dall’esigenza di contrastare le discriminazioni razziali, per le quali era intervenuto il vincolo sovranazionale di cui alla Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale, aperta alla firma a New York il 7 marzo 1966. Alle discriminazioni razziali sono state assimilate, per ragioni di stretta analogia, le discriminazioni su basi etniche, nazionali e religiose. Eventuali discriminazioni in relazione ai profili dell’orientamento sessuale sono rimaste estranee all’obbligo di incriminazione.

III. I reati d’odio: contrasto con il principio del diritto penale del fatto (artt. 27 e 3 Cost.). I reati d’odio, previsti nella struttura dell’art. 604 bis, che si vorrebbe oggi estendere, sono profondamente contrari al principio del diritto penale, che postula alla base del reato un fatto offensivo nei riguardi di un bene sociale oggetto di esperienza concreta. Si confronti il reato d’odio, che oggi si vorrebbe estendere, di cui all’art. 604 bis, con il reato di cui al § 130 del codice penale tedesco.

            Il nostro reato recita nella lett. a), che prevede la fattispecie più ampia e inaccettabilmente aperta: chiunque propaganda idee … ovvero istiga a commettere atti di discriminazione per motivi d’odio razziale, etnico, nazionale o religioso e, nelle proposte, fondato sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere, è punito.

            Il § 130 tedesco prevede invece il reato nelle seguenti due forme: 1. Chiunque, in maniera idonea a causare un disordine per la pubblica pace, incita all’odio contro un gruppo nazionale, razziale, religioso o etnico oppure contro sezioni della popolazione o individui sulla base della loro appartenenza a uno dei predetti gruppi o settori di popolazione oppure richiede misure violente o arbitrarie contro di loro …; 2. Viola la dignità umana di altre persone insultando o diffamando uno dei predetti gruppi o sezioni di popolazione o individui sulla base della loro appartenenza ad uno dei predetti gruppi o sezioni di popolazione … è punito.

                La struttura delle due fattispecie è profondamente diversa.

Il § 130 individua un delitto di evento. La condotta deve provocare un effetto dannoso per la pace pubblica. Il reato del codice italiano è un delitto basato esclusivamente sui motivi ad agire. Diversa è la funzione svolta nelle due fattispecie dal concetto di odio: nel codice tedesco la condotta istiga la generalità dei cittadini all’odio contro i gruppi o gli appartenenti ai gruppi protetti; nel codice italiano l’odio è il movente dell’agire.     Il reato tedesco è un reato in cui la condotta è volta a provocare odio o a richiedere misure violente o arbitrarie di discriminazione. Nell’art. 604 bis, lett. a), la manifestazione di idee è rivolta soltanto alla commissione di atti di discriminazione. L’istigazione a commettere atti di violenza è prevista soltanto nella lett. b) dell’art. 604 bis c.p.

    Nel codice penale tedesco il delitto è ancorato al principio del fatto. Nel diritto italiano, manca questo fondamentale ancoraggio. Il reato del codice italiano, certamente nella struttura della lett. a), è un mero reato d’opinione basato sul presunto movente d’odio. In quanto completamente disancorato dal fatto, cioè da un evento di danno provocato da un comportamento volontario, esso trova fondamento nella disposizione interiore di un soggetto; disposizione interiore indiscernibile da parte di un osservatore esterno. Si tratta di un reato costruito senza una idonea base empirica accertabile dal giudice: “ti punisco perché ti attribuisco una malvagia disposizione d’animo, l’odio appunto”. L’eventuale estensione del reato d’odio alla manifestazione di idee per motivi di orientamento sessuale o di identità di genere segnerebbe il passaggio abnorme del diritto penale verso un modello che punisce la manifestazione di idee per correggere gli individui in ordine alla loro disposizione interiore.

    Non v’è alcuna base empirica per distinguere tra giudizi espressi sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere per ragioni d’odio, da un lato, ovvero, da un altro lato, per ragioni religiose, metafisiche, etiche e sociali. Qui emerge tutta l’assurdità della creazione di un reato basato sui motivi d’odio. Chi esprime opinioni critiche sulla tendenza omosessuale per ragioni metafisiche o sugli atti omosessuali per ragioni etiche, psicologiche, mediche o sociali, non per ciò è indotto a tali critiche per ragioni d’odio. Anzi, il più delle volte, il motivo per cui esprime tali opinioni risiede in ragioni del tutto contrarie allo stato interiore dell’odio. L’assurdità ancor maggiore sta nel conferire a un giudice il compito di decidere se una determinata opinione sia stata espressa per convinzione scientifica, per convinzione religiosa, per scelta culturale, per tradizione familiare, ovvero, tutto al contrario, per odio.

             Ma per odio verso chi? Verso una tendenza, un orientamento, una dottrina, una opinione o verso delle persone in carne e ossa? Anche qui la distinzione tra l’oggetto del presunto stato d’animo d’odio non può essere precisato se non attraverso una critica delle intenzioni, del tutto inaccettabile nel diritto penale poiché non è il giudice che può discriminare tra le intenzioni buone e quelle cattive. Determinate affermazioni in ordine alla corrispondenza di determinate tendenze alle inclinazioni naturali, ovvero in ordine alla eticità di determinati atti implica un giudizio negativo sulle affermazioni contrarie. Può mai valere questo giudizio negativo a configurare una discriminazione per motivi d’odio? No assolutamente! Fare di una presunta intenzione, indiscernibile dall’osservatore esterno, la base di un’incriminazione penale contrasta con i principi essenziali del diritto penale del fatto.

    La mutuazione all’interno del mondo normativo di categorie storiografiche e filosofiche (dignità, odio, vulnerabilità) elaborate per la narrazione e la comprensione degli eventi storici e dei rapporti sociali è piena di grandi rischi di eticizzazione impropria e occulta del diritto penale in ragione della radicale diversità di funzione del lessico storiografico o filosofico e del lessico giuridico: il primo, invero, è funzionale alla comprensione degli eventi; il secondo è funzionale alla loro punizione.

            IV. La criminalizzazione del diverso. La società democratica è caratterizzata dalla libera circolazione delle idee e dal libero confronto di coloro che le sostengono, senza che possa essere colpevolizzato, addirittura con la minaccia della pena, alcuna persona, a meno che le idee si trasformino in azione, propria o altrui, diretta a provocare un danno o un pericolo di danno ad altre persone. Costruire reati di odio – tra cui rientra la c.d. omofobia e tra cui potrebbero rientrare, a breve, secondo una logica punitiva delle opinioni non assiologicamente neutrali, l’islamofobia, la cristianofobia, la giudeofobia, ecc. – significa costruire reati sulla base di un pregiudizio discriminatorio, che separa gli uomini e le donne in due categorie, che sarebbero radicalmente incompatibili tra loro. Da un lato la categoria di coloro che odiano e, dall’altro, la categoria di coloro che, non odiando, si ritengono in dovere di promuovere nei confronti dei primi un giudizio etico e giuridico di radicale e assoluta immoralità e antigiuridicità allo scopo di punirli e di rieducarli.

    Questa separazione, che sta alla base della narrazione culturale e letteraria che ha indotto alla creazione dei reati di odio, separazione tra i malvagi, quelli che odiano, e tutti gli altri, che invece non odierebbero e si limiterebbero a pretendere la punizione dei primi, contiene in sé un germe di totalitarismo dispotico cui è inerente il rischio di una discriminazione sociale potenzialmente drammatica, consistente nella disumanizzazione per via giudiziaria di una parte della popolazione, dapprima numericamente modesta – sarebbero odiatori soltanto gli omofobi – poi sempre più vasta: potranno diventare odiatori meritevoli di pena gli islamofobi, i cristianofobi, i giudeofobi, fino a provocare una divisione inimmaginabile tra due classi sociali individuate su base etica. Da un lato, coloro che vanno marchiati con la pena per l’odio di cui sono personalmente intrisi; dall’altro, coloro che, tramite la legge e, quindi, avvalendosi di uno strumento che è dell’intera società, esigono la condanna penale nei confronti di coloro che manifestano ragioni di critica contro determinate identità sessuali, religiose, economiche o di classe.

            Introdurre reati basati sul preteso odio dell’autore significa introdurre nell’ordinamento un principio in forza del quale alcuni, per il fatto del loro odiare, sono considerati soggetti di secondo rango. Ove è evidente l’inversione in “cattivo” dell’apparente principio “buono” che sta alla base della richiesta di punizione degli omofobi: la creazione di una categoria di persone discriminate per il loro odiare empiricamente indiscernibile.

            La legge penale non si può permettere di accusare e di condannare perché taluno odia ipoteticamente una determinata identità sessuale, religiosa, economica o politica. Anzitutto, come già si è detto, perché l’odio è uno stato soggettivo assolutamente indiscernibile da una legge o da un giudice. In secondo luogo, perché l’odio non è un motivo per agire, bensì un movente dell’azione. Quindi si agisce non per motivo dell’odio, ma si agisce per movente dell’odio, sospinti da uno stato transitorio dell’animo. Mai l’odio è stato assunto dalla legge come motivo integratore di una circostanza aggravante. I motivi che aggravano un reato sono quelli abietti o futili, che ricevono il contenuto da una valutazione oggettiva circa il loro disvalore; non i motivi d’odio, che afferiscono esclusivamente a uno stato d’animo. L’odio è il movente delle azioni volontariamente compiute per distruggere un bene. È il substrato dell’animo, inerente ad ogni azione malvagia. Costruire quindi i reati di odio significa travalicare i confini di ciò che è alla legge e al giudice ragionevolmente possibile fare. Significa costruire dei reati imperniati sul tipo interiore di autore: il tipo del soggetto odiatore.

             Con ciò la legge penale perverrebbe alla disumanizzazione di categorie sempre più vaste di soggetti, dapprima di coloro che hanno paura di alcune categorie di diversi, poi di altre, poi di altre ancora. Tutti coloro che manifestano le loro paure appellandosi al valore della propria identità sarebbero degli odiatori, da disumanizzarsi attraverso il monito del precetto penale e da rieducarsi per il tramite dell’esecuzione della pena.

Il diverso diventa l’odiatore, destinatario della riprovazione normativa e, per suo tramite, della riprovazione di tutta la collettività. Non ci si rende proprio conto che attraverso la creazione dei reati d’odio l’ordinamento rischia di trasformarsi esso stesso in causa di discriminazione tra le persone, ove i discriminati dalla legge diventano coloro che manifestano convinzioni forti in ordine alla loro identità.

            Né va trascurato l’effetto criminogeno di potenziali norme che intendessero incriminare i c.d. reati d’odio. Non si vuole certo negare che esistano nella società soggetti definibili letterariamente come omofobi, eterofobi, islamofobi, cristianofobi o giudeofobi. La sottoposizione delle persone caratterizzate da tali note al rischio penale non può che provocare, in una certa parte di questi soggetti, per impulso reattivo, il passare all’atto delle tendenze interiori, eventualmente venate di odio. Questa è la legge quasi meccanica della criminalizzazione. Essa fa scattare atti reattivi in una certa quota di soggetti che si sentono perseguitati nella loro identità.

            V. Violazione della libertà di manifestazione del pensiero (art. 21 Cost.), della libertà di associazione (art. 18 Cost.) e della libertà di religione (artt. 19-20). Già si è evidenziato sub II che le implementazioni proposte introdurrebbero nell’ordinamento una fattispecie generale di reato d’opinione basata sul presunto movente d’odio. Questo tipo di disposizione viola l’art. 21 Cost., nonché le altre disposizioni fondamentali menzionate in rubrica e, in particolare, la libera espressione delle convinzioni religiose, delle opinioni scientifiche e storiche e della libertà di associazione. Taluno, in maniera semplicistica, allo scopo di legittimare l’implementazione punitiva di cui alle proposte, sostiene che la Costituzione non può legittimare l’odio. Le cose non sono così semplici. La Costituzione promuove la solidarietà (art. 2 Cost.) e tutela l’identica dignità di tutte le persone (art. 3 Cost.), ma non prescrive un codice di convinzioni legittimamente sostenibili, proibendone altre. E allora non deve essere svalorizzato il fondamentale art. 21 Cost., che tutela l’espressione di tutte le opinioni che non abbiano in se stesse, per le modalità espressive e per la minaccia almeno implicita rivolta a terzi, un effetto diretto di istigazione a commettere delitti.

            Già con riferimento alle fattispecie di istigazione presenti nel codice penale (artt. 414 e 415), dottrina e giurisprudenza hanno in epoca risalente evidenziato il rischio che tali norme dessero rilevanza penale a mere manifestazioni del pensiero non allineato, che debbono invece ritenersi legittime nell’ambito di un confronto anche acceso e conflittuale tra idee e convinzioni diverse, tutte tutelate dall’art. 21 Cost.

            Varie sentenze costituzionali hanno riconosciuto la necessità che la norma penale individui le connotazioni che consentono di distinguere una mera manifestazione del pensiero da una «quasi azione» o da un «principio di azione» di ulteriori fattispecie di reato. Basterebbe ricordare la sentenza 23.4.1974, n. 108 della Corte costituzionale, che ha dichiarato l’illegittimità del reato di istigazione all’odio tra le classi sociali (art. 415 c.p.) – l’unica fattispecie di odio presente nel codice – «nella parte in cui non specifica che tale istigazione deve essere attuata in modo pericoloso per la pubblica tranquillità».

            La stessa Corte ha rielaborato struttura e funzioni del delitto di apologia di reato (art. 414, 3° co.) nelle forme di una istigazione indiretta, nei termini di un comportamento che deve essere «concretamente idoneo a provocare la commissione di delitti» (C. Cost., 4.5.1970, n. 65).

VI. Ulteriore e inaccettabile estensione della normativa punitiva. Le varie proposte di legge sono imperniate sul concetto di odio fondato sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere. La norma si appalesa, quindi, non soltanto come diretta alla ipotetica tutela dell’omosessualità o della transessualità, bensì di tutte le forme di orientamento sessuale e di tutte le dottrine o procedure dirette a distaccare l’identità sessuale della persona dall’identità biologica allo scopo di favorire la creazione di un’identità psicologica o sociale fluida e indeterminata. In questo modo, sotto il pretesto di arrecare una maggiore determinatezza alla norma, si intende porre sotto lo scudo della protezione penale tanto i vari orientamenti sessuali, ancora oggi valutati come disturbi della personalità, come la tendenza voyeuristica, la tendenza sessuale masochistica, la tendenza sessuale sadistica, la tendenza sessuale feticistica, quanto le ancora oggi assai controverse teorie del gender, alla cui stregua l’identità della persona non è determinata dalla biologia, bensì dalla libera scelta dell’individuo.

            La non condivisione, più o meno scientificamente argomentata, di alcuni orientamenti sessuali e la loro condanna, per esempio dell’orientamento masochistico o sadistico, da parte di una larga parte della collettività, che ravvisa in essi una potenziale fonte di violenza contro la persona, potrebbero essere addirittura sindacate in sede penale come espressione di odio verso coloro che se ne facessero sostenitori in una dimensione di assoluta autodeterminazione sessuale.

            L’effetto paralizzante della stessa discussione scientifica in ordine alle problematiche del gender sarebbe devastante sul piano culturale, creando una sorta di riserva protetta per coloro che sostengono determinate teorie e propongono forme educative corrispondenti alle teorie relative alla fluidità dell’identità sessuale.

VII. Creazione, costituzionalmente illegittima, di disparità di trattamento tra situazioni simili o, addirittura, tra situazioni che richiedono una più incisiva tutela rispetto alle situazioni indicate nelle proposte di legge. Vi sono nella cultura contemporanea delle tendenze violentemente contrarie ad alcuni istituti e valori fondamentali per l’educazione dei bambini e per la pace sociale. Ci si riferisce, in particolare, all’istituto della famiglia. Vi sono poi delle condizioni di particolare vulnerabilità in cui si trovano molte persone malformate, disabili, anziane, malate della sindrome di Alzheimer ecc.

            Ora vi sono molte pubblicazioni ispirate a un profondo odio nei confronti della famiglia, disprezzata come istituzione addirittura criminogena. Una certa parte della cultura manifesta un odio particolare verso la famiglia o, comunque, l’unione stabile tra un uomo e una donna, in quanto entrambe le forme sarebbero espressione della triviale tendenza dell’uomo e della donna di unirsi sessualmente a scopo generativo e non esclusivamente ludico. Si tratta di teoriche, talora ammantate da un certo culto ambientalistico ostile alla centralità dell’uomo nel creato, che odiano, sulla falsariga di certe tendenze gnostiche antiche, la generazione tramite l’incontro del sesso maschile con quello femminile, in quanto incontro aperto tragicamente a protrarre sulla terra il dominio del demiurgo creatore. Anche queste forme di odio, peraltro rivolte a un’istituzione fondamentale per la sopravvivenza stessa della società e per la promozione della pace sociale, dovrebbero, sulla base dei principi che ispirano le proposte legislative in oggetto, essere ricomprese sotto una previsione penale.

            Vi sono, poi, alcune tendenze, che si manifestano pubblicamente in teorie e in dichiarazioni, che propagandano l’eutanasia, anche non volontaria, nei confronti delle persone incapaci di libera autodeterminazione, gli infanti malformati, i gravi malati mentali, gli anziani in condizione di incapacità di intendere e di volere, i malati di Alzheimer, gli stessi malati in condizioni non più risanabili. Laddove si intendesse la tutela offerta all’orientamento sessuale e all’identità di genere come una tutela rivolta a soggetti vulnerabili, si dovrebbe a maggior ragione fornire una tutela penale anche per stigmatizzare le opinioni di odio delle istituzioni familiari, nonché di tutte quelle manifestazioni di pensiero che inducono a togliere la stessa esistenza per via eutanasica a persone incapaci di intendere e di volere o che sono gravemente disabili o inferme.

Camera dei deputati, audizione del 21 maggio 2020

Mauro Ronco, professore emerito di Diritto penale nell’Università di Padova. Avvocato

www.centrostudilivatino.it/omofobia-audizione-in-commissione-giustizia-del-senato

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POLITICA

Una bussola per la politica

La cultura sussidiaria è lo strumento essenziale per chi guida il Paese: rispetto a problemi quali la povertà e ogni tipo di marginalità, oggi, senza le competenze della società intermedia, la politica va alla cieca.

Aveva scritto nei primi giorni dell’epidemia: “Parole come “senso civico”, “rispetto”, “istituzioni”, in questo momento hanno improvvisamente perso il loro accento retorico. E non me lo sarei aspettato. Come non mi sarei mai aspettato che l’isolamento potesse diventare una forma particolare di socialità”. Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà, ammette che la storia di queste settimane è un qualcosa che lo ha cambiato personalmente. “Tutti ci stiamo chiedendo se questa situazione ci renderà delle persone migliori. Io non so rispondere. So solo che per risollevarci dal disastro, il nostro cambiamento personale e quello nei rapporti umani è una strada obbligata”.

Iniziamo proprio da quella sottolineatura su questo sorgere di forme nuove di socialità. Prima del Coronavirus li si sarebbe definiti dei surrogati omologanti rispetto alle forme di socialità vera, quella fisica. Invece, cos’è successo?

“Per me è stata una vera sorpresa: le piattaforme di incontri hanno permesso di esprimere e anche potenziare il desiderio di ritrovarsi, di vedersi, di condividere esperienze e domande sul futuro, con una intensità addirittura maggiore di quanto avvenisse prima. Questa spontaneità di relazioni non può sostituire forme più strutturate di rappresentanza, quali sono i corpi intermedi o addirittura il Parlamento, ma ne sono una condizione indispensabile: senza questa vitalità la democrazia sarebbe (e, in effetti, è) debole. È una forma di socialità non prevista e non standardizzata che racconta meglio di qualsiasi cosa la voglia che nelle persone c’è di ricominciare nel segno del dialogo e non della contrapposizione ideologica. Ad esempio mi ha colpito l’idea che Carlin Petrini ha lanciato per il 25 aprile”.

Cosa l’ha colpita?

“Perché lancia l’idea di un 25 aprile come lui dice “di liberazione e solidarietà”, in cui essere uniti nelle rispettive diversità senza lasciare indietro nessuno. Anche in questo caso è stimolo ad aggregazioni che si formano dal basso, oltre gli schemi ideologici, che sta raccogliendo tantissime adesioni”.

            Eppure, mentre questo accade, stiamo assistendo anche ad un fenomeno contrapposto di centralizzazione del potere, quasi un nuovo statalismo. Come se lo spiega?

“Da una parte, l’emergenza obbliga a decisioni più rapide e a catene di comando più corte, ma dall’altra, stiamo assistendo alla tentazione da parte di tanti di una scorciatoia autoritaria, nell’illusione che questo possa risolvere i problemi meglio e più in fretta. Paradossalmente la Cina diventa quasi un ideale, perché lì c’è un potere che può passare sopra la testa di tutti e affrontare i problemi senza dover rendere conto a nessuno. Vediamo che dinamiche simili sono messe in atto in Ungheria”.

            Come si dovrebbe affrontare secondo lei un’emergenza?

“Ricordo che Churchill durante la guerra radunava il governo nelle War Rooms nei sotterranei di Westminster. Anche in situazioni di assoluta gravità non ha mai voluto saltare i passaggi nei processi decisionali e il Parlamento non ha mai sospeso la sua attività. Invece qui ci troviamo davanti a una serie di decreti che piovono dall’alto senza un adeguato confronto parlamentare. In questo modo si finisce anche con l’alimentare un conflitto tra centro e territori, anche laddove i territori sono governati da forze politiche allineate a quelle di governo”.

            A proposito di territori, come spiega questo attacco alla Lombardia?

“È nella logica della banalizzazione ideologica dei problemi. Capiremo perché la Lombardia è stata al centro di questo tsunami sanitario. Ma si deve tenere conto che si tratta di un territorio ad alta intensità di popolazione, produttiva e di scambi, che era aperto alle relazioni con ogni angolo del mondo, come dimostra il volume dell’export della regione. Infatti il virus è esploso anche in altre grandi città del mondo. Poi certamente si può discutere su un modello sanitario che ha mostrato straordinarie eccellenze, ma che si è anche rivelato lento nell’adeguarsi alle esigenze della modernità. Faccio due esempi: gli ospedali, luoghi concepiti per la cura di malattie acute, sono troppo occupati dalla cura di malattie croniche, perché si è bloccata la realizzazione dei Creg (i Chronic related groups), e non si è avuto il coraggio di chiudere piccoli ospedali di scarsa efficienza perché ognuno ha voluto difendere il proprio particolare ed è venuta meno l’unità d’intenti che stava alla base del modello sanitario”.

            Chi sta pagando la centralizzazione del potere è il Terzo settore. Non è un paradosso rispetto a quella vitalità dal basso che l’Italia sta mettendo in mostra?

“È un fatto gravissimo. E’ un errore rifugiarsi nelle competenze dei tecnici senza capire che le competenze più importanti oggi sono quelle di chi sta nella realtà sociale e intercetta i problemi e i cambiamenti in atto e quindi è in grado di rispondere meglio ai bisogni delle persone. È quello che il Terzo settore garantisce, non in nome di un tecnicismo, ma per una conoscenza costruita nell’esperienza dei problemi concreti. E anche grazie ad una spinta ideale”.

            Anche la sussidiarietà viene rinnegata?

“È quello che sta accadendo. La cultura sussidiaria è lo strumento essenziale per chi governa perché permette di recuperare la conoscenza dei bisogni e delle esperienze che meglio sanno rispondervi. Soprattutto rispetto a problemi quali la povertà e ogni tipo di marginalità, oggi, senza la conoscenza delle società intermedie, la politica va alla cieca. Oltre a soffocare quel grande tesoro, in termini di capacità organizzative e di energia ideale, che è il privato sociale. Inoltre la società intermedia è un soggetto sempre più trasversale, slegato dai vecchi schemi ideologici, capace di mettere insieme le persone in tanti percorsi di costruzione di ciò che è bene comune. Il nostro futuro passa da lì.

    Giuseppe Frangi                 vita.it                          15 maggio 2020

www.vita.it/it/interview/2020/05/15/una-bussola-per-la-politica/339/

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POLITICHE FAMILIARI

Veneto e Trentino scoprono che la famiglia è importante. In attesa del Family Act

Prima la Provincia Autonoma di Trento, poi, a pochi giorni di distanza, il Veneto. Sulle politiche a misura di famiglia soffia, a quanto pare, il vento del Nord-Est. La Provincia Autonoma di Trento, in attuazione della legge provinciale 1 del 2011 (testo unificato di due disegni di legge) e in coordinamento col Fondo Sociale Europeo, ha stanziato cinque milioni di euro per la conciliazione famiglia-lavoro, per famiglie con figli da tre mesi e fino ai 14 anni. Fondi che verranno erogati attraverso voucher di due tipologie: da 20 euro all’ora per famiglie con un solo figlio (la Provincia paga il 90% dei 20 euro); da 25 euro all’ora per famiglie con uno o più figli (anche in questo caso la Provincia pagherà il 90%). Misure importanti perché, secondo le stime, alcune famiglie dovrebbero arrivare a percepire fino a 900 euro al mese. I voucher potranno essere utilizzati, a seconda delle necessità, per il servizio di baby sitter o per quello di supporto scolastico o come supporto a figli disabili.

Questi strumenti garantiscono poi servizi di qualità sia professionale che sanitaria, nel senso che le relative prestazioni sono garantite da soggetti appartenenti ad enti accreditati (è compreso anche il servizio di Tagesmutter, se accreditato) e le o insegnanti di supporto devono avere un protocollo sanitario per offrire garanzie ed evitare contagi da Coronavirus.

Famiglia: da Regione Veneto una legge quadro. Regione Veneto, invece, con un lavoro che ha visto coinvolti il Forum famiglie del Veneto, la Giunta e il Consiglio Regionale (che l’ha approvata con voto unanime), ha partorito una legge quadro sulla famiglia e la natalità. I punti salienti li elenca, intervistato da Famiglia Cristiana, Adriano Bordignon, consigliere del Forum regionale delle famiglie e direttore del Consultorio Centro famiglia di Treviso: “Il sostegno economico alla natalità nel periodo precedente e successivo alla nascita del bebè con assegni mensili, ecco perché in tal senso questa legge diventa strutturale; l’accesso ai nidi gratuito a prescindere dall’Isee, in via sperimentale per i prossimi anni; l’introduzione del Fattore Famiglia, strumento di adeguamento e perfezionamento dell’Isee che riconosce i carichi familiari, il numero dei figli, degli anziani e la presenza dei disabili, ma anche un piccolo coefficiente per i primi anni di convivenza e formazione della famiglia, perché all’avvio si presume che ci siano più spese; la programmazione triennale con una cabina di regia di organi della Regione, rappresentanti dell’Anci, ovvero i comuni, e i rappresentanti dell’associazionismo familiare”.

            Una legge, quella veneta, che rappresenta un importante segnale allo Stato centrale: il segnale che è arrivato il momento di dotarsi, a tutti i livelli, di serie politiche per la famiglia. Soprattutto in una situazione di rilancio come quella che aspetterà il Paese al termine dell’emergenza sanitaria.

 Il ministro della Famiglia Elena Bonetti, al proposito, ha detto che il Family Act, che prevede tra l’altro l’assegno per ogni figlio, “dovrebbe essere varato nei prossimi giorni. Oltre a assegno e contributi, ci sono i congedi parentali obbligatori anche per i padri di almeno 15 giorni e incentivi al lavoro femminile”. Forse, dopo tanti tentativi, per la famiglia è arrivato il momento propizio.

AIBInews  22 maggio 2020

www.aibi.it/ita/veneto-e-trentino-scoprono-che-la-famiglia-e-importante-in-attesa-del-family-act

 

Il Veneto approva una nuova legge-quadro su natalità e famiglia

Una legge-quadro approvata dopo quattro fallimenti di legislature precedenti. Con un lavoro partito da lontano che ha visto coinvolti il Forum famiglie del Veneto, la giunta e il Consiglio Regionale che l’ha approvata con un voto all’unanimità. «Finalmente la famiglia non è strumento di dibattito o scontro ideologico, ma luogo di incontro, riconosciuto come risorsa e soggetto sociale specifico» commenta Adriano Bordignon, consigliere del Forum regionale delle famiglie e direttore del Consultorio Centro famiglia di Treviso. Che aggiunge: «Questo percorso parte da lontano, ma l‘applauso dai balconi del #graziefamiglie di 15 giorni fa è stato importantissimo per far riconoscere il ruolo che le famiglie hanno da sempre e hanno avuto anche in questi mesi di lockdown».

Quali sono i punti fondamentali di questa legge-quadro?

 «Il sostegno economico alla natalità nel periodo precedente e successivo alla nascita del bebè con assegni mensili, ecco perché in tal senso questa legge diventa strutturale; l’accesso ai nidi gratuito a prescindere dall’Isee, in via sperimentale per i prossimi anni; l’introduzione del Fattore Famiglia, strumento di adeguamento e perfezionamento dell’Isee che riconosce i carichi familiari, il numero dei figli, degli anziani e la presenza dei disabili, ma anche un piccolo coefficiente per i primi anni di convivenza e formazione della famiglia, perché all’avvio si presume che ci siano più spese; la programmazione triennale con una cabina di regia di organi della Regione, rappresentanti dell’Anci, ovvero i comuni, e i rappresentanti dell’associazionismo familiare»

            Obiettivo?

«Cercare di svincolare il tema delle politiche familiari dal ruolo di “cenerentola” delle politiche sociali e d’Italia e trasformarle in una politica dimensionale e strutturale che si interfacci con tutti gli ambiti della vita e della società. L’idea di Gigi De Palo in sostanza, ovvero che la famiglia non è un settore ma la spina dorsale ed il futuro del Paese»

È significativo che sia stata approvata proprio in questo momento di massima crisi?

«Adesso si apre un grande lavoro perché essendo legge-quadro necessita di declinazioni; ma ci dice che in un’Italia già con tante fragilità a cui si è aggiunto il Covid, in cui le famiglie hanno continuato il loro lavoro resiliente nelle case che pochi hanno gratificato e riconosciuto, giunge provvidenzialmente questa legge approvata ieri. Un testo normativo che riconosce loro le funzioni sociali specifiche e per il bene di tutta la comunità. Conferma che la famiglia non è luogo solo di problemi ma risorsa per l’economia, l’ambiente e la socialità».

Visionario l’intervento sulla natalità, da sostenere mai come prima vista la depressione demografica.

«Siamo al decimo anno di crollo di natalità e ci proiettiamo verso un 2020 sotto i 400mila nuovi nati con un riverbero lungo sugli anni a venire. Mancano fiducia e speranza: ecco perché dobbiamo creare un quadro dove si possa credere nel futuro del Paese. Questa è stata la grande pecca del decreto Rilancio: pieno di toppe, ma non di interventi. E’ drammatico il rinvio dell’assegno unico che c’è in tutta Europa. Trascurando il lavoro fondamentale delle famiglie e non riconoscendone il ruolo unico e insostituibile per tutto il sistema».

 Famiglia cristiana      21 maggio 2020

https://m.famigliacristiana.it/articolo/il-veneto-approva-una-nuova-legge-quadro-su-natalita-e-famiglia.htm

 

Non è un Paese per madri

Essere madri in Italia è una continua corsa ad ostacoli.

Alle inevitabili difficoltà e necessità di riaggiustamenti continui che incontra, a qualunque latitudine, chi ha la responsabilità di figli in Italia si aggiungono un contesto aziendale e delle politiche pubbliche poco amichevole e una divisione delle responsabilità tra padri e madri che continua ad essere fortemente squilibrata a sfavore delle madri, più che in altri Paesi sviluppati, nonostante vi siano segnali di mutamento nelle generazioni più giovani. Uno squilibrio che vincola in modo sproporzionato le opzioni che una madre ha rispetto al lavoro remunerato.

Anche l’organizzazione del lavoro è spesso poco amichevole. L’avere figli continua ad essere considerato una caratteristica negativa quando si tratta di madri, non di padri. Ogni flessibilità richiesta per poter conciliare meglio responsabilità familiari e lavorative è ritenuta un indizio di poco attaccamento al lavoro e un ostacolo insormontabile per l’organizzazione aziendale, salvo imporre la flessibilità quando è un bisogno aziendale. Non a caso c’è più part time involontario che volontario. Lo smart working è stato a lungo considerato con sospetto e resistenze da parte delle aziende, fino a quando la pandemia lo ha reso l’unica opzione possibile.

Anche le politiche pubbliche sembrano continuare ad ispirarsi a una idea che la presenza delle madri nel mercato del lavoro sia una eccezione minoritaria, per sostenere la quale bastano politiche marginali.

Ne è un chiaro esempio il bassissimo tasso di copertura dei servizi educativi per la prima infanzia (che per altro lede anche il diritto della stragrande maggioranza dei bambini ad avere opportunità educative non dipendenti esclusivamente dalle condizioni familiari).

La difficoltà delle madri a rimanere sul mercato del lavoro ha conseguenze negative sulla loro autonomia economica e spesso anche sul benessere della loro famiglia. Anche in epoca pre-Covid 19 l’Italia era uno dei Paesi dell’Unione Europea a più alto tasso di povertà tra le famiglie con figli e tra i minorenni. Questo dato era strettamente correlato alla prevalenza di famiglie monoreddito, oltre che alla frammentarietà e inadeguatezza dei trasferimenti monetari legati alla presenza di figli. È un quadro fin troppo noto agli addetti ai lavori, anche se largamente ignorato dai decisori politici, su cui ha riportato l’attenzione l’ultimo rapporto di Save the Children su “le equilibriste” della maternità.

Questo insieme di criticità è esploso con l’epidemia, prima con la chiusura delle scuole e di tutti i servizi, ora con una riapertura che, oltre a vedere messi a grave rischio molti settori con una prevalenza di occupate donne (commercio, turismo, servizi sociali), continua a mantenere chiusi i servizi educativi e le scuole.

Una indagine rappresentativa effettuata da Del Boca ed altre, di cui si è dato conto su lavoce.info, ha trovato che la stragrande maggioranza delle madri in smart working ha aumentato il carico di lavoro complessivo — tra compresenza di tutti 24 ore su 24 e compiti addizionali legati alla didattica a distanza — mentre ciò è avvenuto solo per il 55% dei padri.

Chi era impegnata nei lavori essenziali (sanità, grande distribuzione, logistica) ha trovato insufficiente sostegno pubblico alla cura e supervisione dei figli piccoli mentre era al lavoro. Chi si è trovata a fronteggiare perdite di reddito proprie o del compagno, o comunque era ed è in gravi ristrettezze economiche, oltre all’ansia per il futuro si è trovata e si trova a gestire richieste spesso impossibili da soddisfare, tra didattica a distanza, irrequietezza di figli chiusi in gabbia in spazi spesso ristretti, difficoltà a garantire il loro benessere fisico.

Anche chi è diventata madre durante il lockdown, segnala il rapporto di Save the Children, si è trovata sola, senza gli usuali servizi di accompagnamento prima e dopo il parto e spesso senza poter neppure ricorrere all’aiuto di familiari. Altro che “paese della mamma”!

Chiara Saraceno        “la Repubblica”   28 maggio 2020

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202005/200528saraceno.pdf

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PSICOLOGIA

Io tu e il virus: Relazioni in quarantena

“Sono chiuso in casa da 6 settimane, cerco di seguire le indicazioni, anche se è molto dura, esco solo a per fare la spesa e per andare a buttare la spazzatura. Queste cose prima mi pesavano, oggi invece le cerco… Pensandoci bene non credo di aver mai vissuto il “tempo” nella modalità con cui lo sto vivendo oggi: non abbiamo mai vissuto così intensamente la nostra casa senza dover lavorare! Questo a volte mi disorienta altre mi dà un senso di serenità quasi infantile! Inoltre, non siamo mai stati per così tanto tempo a stretto contatto, non credevo sarebbe stato così piacevole. La mattina quando ci svegliamo, il silenzio che ci circonda ci permette di sentire il cinguettio degli uccelli sugli alberi in strada, prima solo un gran traffico. È tutto così surreale, (…) mi piace, ma nello stesso tempo a volte assume un suono malinconico. L’altro giorno abbiamo litigato, non ricordo neanche perché, ma qualcosa di banale (…) è stato l’unico momento di passionalità che abbiamo avuto nelle ultime settimane, fortuna che alla fine ci abbiamo riso su… Ma secondo lei è normale non aver voglia di far l’amore?”.

“Io non ce la faccio più, ogni settimana che rimaniamo chiusi la casa rimpicciolisce. Sono stanco di passare la maggior parte del tempo in camera, di non poter vivere la mia libertà perché siamo rimasti bloccati in casa. Come possiamo mangiare insieme se non riusciamo neanche a guardarci. Questa situazione mi ha bloccato e imprigionato ancora di più in una situazione dalla quale finalmente ero riuscito a muovermi. Solo 10 giorni e sarei stato libero ed ora non so tra quanto altro sarà possibile andar via”

“Togliere tutte le distrazioni esterne ci ha permesso di ritrovarci, è bellissimo svegliarsi e avere il tempo di far l’amore, oppure andare a letto e non essere stremati dalla giornata e riuscire a cercarci nel letto come non accadeva dai primi anni insieme. Quando tutto questo finirà dovrò ricordarmelo, non voglio perdere questi momenti”

Queste riflessioni nascono da pazienti incontrati durante questo particolare e insolito periodo che ormai stiamo vivendo dall’8 marzo 2020. Quanti possono rispecchiarsi in questi pensieri? Quello che stiamo vivendo oggi, seppur a tratti possa sembrarci surreale, ci riguarda da vicino e molte delle emozioni che ne nascono sono condivisibili da molti di noi.

La coppia si ritrova a trascorre insieme un tempo completamente diverso da quello che era solita condividere sino ad ora, probabilmente vissuto così solo in periodi di vacanza, ma con contorni e benefici completamente diversi.

Alcuni la stanno riconfermando come il luogo sicuro del noi, dove muri e fondamenta sono fatti di quell’amore sincero e romantico che sta permettendo alla coppia di continuare a scoprirsi, di trovarsi con l’altro in una modalità diversa, in un tempo più calmo e meno frenetico per condividere le proprie emozioni, per co-creare, saranno da sostegno all’altro nel momento del bisogno e insieme cercheranno strategie e risorse per fronteggiare questo momento.

Per queste coppie, come sempre, sarà importante mantenere anche una propria individualità così come trovare i propri momenti di relax. Questa condizione così insolita e inaspettata ci spinge a dover fare i conti con nuovi modi di stare in relazione non solo con “gli altri” fuori la nostra casa, ma anche con quelli dentro.

Le restrizioni imposteci sono a tutela della nostra salute fisica, ma stanno mettendo a dura prova la salute psichica. Non siamo stati rinchiusi in casa, ma siamo stati messi al sicuro in casa. Purtroppo, però, la casa non rappresenta il rifugio più sicuro per tutti: molti si sentono imprigionati in essa, altri addirittura in pericolo, perché quella casa rappresenta il luogo dei conflitti, della non stima, delle restrizioni e, ahimè, molte volte anche il luogo della violenza fisica e verbale. Se riuscissimo a capire questo e se riuscissimo ad empatizzare con l’altro diverso da noi, capendo che i vissuti dell’altro possono essere diversi dai nostri, magari riusciremmo a provare più compassione e meno rabbia, permettendoci, con molta probabilità, di essere più di sostegno.

Soffermiamoci un momento a fare una riflessione sul significato simbolico di “casa”:

  • Il luogo sicuro dove trovare rifugio; ma questa non rappresenta solo il luogo fisico, ma è anche l’espressione di sé, un luogo che rappresenta i confini tra chi è dentro e chi è fuori, chi scegliamo di far entrare e chi no, un contenitore di emozioni ed esperienze.
  • Gli inglesi, che solitamente sono più coincisi di noi nel lessico, fanno una distinzione tra house, ossia l’edificio dove vivere, ed home la casa simbolo degli affetti e dell’intimità familiare.

Questo virus ha scavallato i confini di tutto il mondo sfondando con violenza le case di ognuno di noi, ci ha reso tutti uguali perché non ha fatto alcuna distinzione di classi sociali e culturali: dalla monarchia, ai capi di stato, dagli scrittori e attori, al più comune cittadino. Diversamente sta facendo la società, i governi, i media, che stanno rispondendo a tutto questo creando un’enorme differenza, rischiando così di creare difficoltà sociali, emotive ed economiche, facendoci vivere l’altro come uno da temere e non d’aiutare, questo atteggiamento di terrore e di rabbia provocherà più danni del virus.

Quindi questo è il momento di aprire le porte dell’ascolto dell’altro, di provare la compassione dell’altro, dentro e fuori di noi.

Per dirla con le parole di Antoine de Saint – Exupéry, ne “Il Piccolo Principe”: Non sapevo bene cosa dirgli. Mi sentivo molto maldestro. Non sapevo bene come toccarlo, come raggiungerlo. Il paese delle lacrime è così misterioso.

Dr.ssa Alba Mirabile  psicoterapeuta

 www.cisonline.net/news/io-tu-e-il-virus-relazioni-in-quarantena/

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SINODI

Querida Amazonia nuovo orizzonte per la Chiesa

L’esortazione “Querida Amazonia” ha suscitato, almeno nei primi commenti, un forte senso di delusione tra quanti, non solo cattolici, dando per scontata la centralità assunta dalla questione nell’attenzione della Chiesa, si aspettavano un’apertura immediata al tema del celibato e del diaconato femminile. La sua elusione ha segnato il momento di consenso più basso del pontificato di Francesco.

La critica si espone al rischio che molti, che avevano seguito con fiducia e speranza il cammino prudente ma senza ambiguità del papa, se ne ritornino rassegnati sui loro passi. Potrebbe anch’egli dirci allora come Gesù:anche voi volete andarvene?“. Riflessioni giuste e belle (penso, in particolare, a quella di Raniero La Valle in chiesadituttichiesadeipoveri.it del 14 febbraio 2020) hanno contribuito a rimettere le valutazioni sul giusto binario.             http://ranierolavalle.blogspot.com/2020/02/una-lettera-damore.html

            Forse, però, anche una breve riflessione di carattere giuridico può aiutare a ridimensionare il disappunto e a riscoprire il volto nascosto, ma nondimeno valido, del documento sinodale conclusivo.

Il primo punto di riflessione è che in un ordinamento monocratico, come quello della chiesa cattolica, il legislatore unico deve necessariamente preoccuparsi del grado di ricezione delle sue decisioni. Non che questa preoccupazione non si ponga negli ordinamenti democratici come quelli secolari ma in essi il principio maggioritario attribuisce un forte valore formale alla decisione, che è il frutto della ricezione della volontà della maggioranza dei rappresentanti del popolo. Nel poco meno di un terzo dei padri sinodali, che non avevano approvato quelle proposizioni, si annidava un forte rischio di contrasto, che del resto è stato reso evidente dalla rozza iniziativa editoriale del card. Sarah architettata nell’imminenza della pubblicazione dell’esortazione. Il papa, quindi, ha ritenuto saggio sfiorare, se non tralasciare – apparentemente, come dirò – il tema, aiutato in questo dal fatto che di regola il papa recepisce il sinodo non con decreti legislativi o motu proprio innovativi della legislazione (di cui c’è bisogno per modificare il codice di diritto canonico) ma con una semplice esortazione: vale a dire – per riprendere lo stesso papa nell’esortazione seguita al sinodo sui giovani – “una lettera che richiama alcune convinzioni della nostra fede e, nello stesso tempo, incoraggia a crescere nella santità e nell’impegno per la propria vocazione”. Al confronto con quella citata l’esortazione di quest’anno appare però molto più valorizzatrice del documento finale dei vescovi.

Allora, infatti, Francesco fece una cernita dei contributi, recependone quelli che gli sembrarono più importanti: ” ho cercato di recepire, nella stesura di questa lettera, le proposte che mi sembravano più significative”. Stavolta, invece, limitandosi ad “una sintesi di alcune grandi preoccupazioni che ho già manifestato nei miei documenti precedenti”, non ha scartato alcuna proposizione, avendo “preferito n non citare tale Documento in questa Esortazione” perché non ha inteso né “sostituirlo né ripeterlo”. E ciò in quanto esso è frutto della collaborazione di “tante persone che conoscono meglio di me e della Curia romana la problematica dell’Amazzonia”. È una chiara applicazione del principio di sussidiarietà, nella Quadragesimo anno [Papa Pio XI – 15 maggio 1931] predicato per lo Stato, anche alla Chiesa, limitatamente al campo pastorale proprio delle Esortazioni.

www.vatican.va/content/pius-xi/it/encyclicals/documents/hf_p-xi_enc_19310515_quadragesimo-anno.html

Secondo quel principio l’ente superiore non deve intervenire se quello inferiore è più competente, perché, come in questo caso, composto da persone che in Amazzonia “ci vivono, ci soffrono e la amano con passione”. Deve solo – diceva la Quadragesimo anno – “sostenerlo in caso di necessità ed aiutarlo a coordinare la sua azione con quella delle altre componenti sociali, in vista del bene comune”.

È quello che fa il papa con la sua esortazione, presentando “ufficialmente quel documento che ci offre le conclusioni del Sinodo” e invitando “a leggerlo integralmente “. Si tratta della classica, giuridicamente parlando, motivazione per relationem, grazie alla quale il documento richiamato viene fatto proprio da quello richiamante e ne assume lo stesso valore: che nel caso, ma come in tutti i casi di magistero postsinodale, è quello di un’esortazione, solo pastoralmente vincolante. Di modo che il papa non ha affatto escluso ma, al contrario, ha ricompreso nella sua esortazione anche le proposte in questione. Se non fosse così non si comprenderebbe il motivo di una precisazione del card. Czerny, che nel presentare l’esortazione ha sentito il bisogno di rassicurare (evidentemente il card. Sarah e quant’altri non li condividono) che “trovare difficili alcuni punti non sarebbe considerata una mancanza di fede”. Se le proposizioni sul celibato e il diaconato fossero da ritenere escluse, solo perché non esplicitamente riprese nell’esortazione, non ci sarebbe stato bisogno di quella precisazione. La quale è importante anche perché chiarisce che comunque quei punti non sono questione di fede, perché evidentemente non c’è nulla di “ontologico” nel celibato sacerdotale, come invece aveva affermato Sarah. Dovrebbe essere ovvio per chiunque prenda sul serio il magistero conciliare, secondo cui il celibato “non è richiesto dalla natura stessa del sacerdozio”, con cui ha solo “un rapporto di intima convenienza”, sicchè, mentre “prima veniva raccomandato ai sacerdoti, in seguito è stato imposto per legge nella Chiesa latina” (Presbyterorum ordinis, n. 16).

 http://www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-

ii_decree_19651207_presbyterorum-ordinis_it.html

Grazie alla motivazione per relationem, quindi, celibato e diaconato femminile sono ormai all’ordine del giorno, mentre fino a ieri non lo erano, e un papa prima o poi potrà metterli a base di un decreto. E già da subito i vescovi, non solo dell’Amazzonia, potranno trarne ragione per dare la massima estensione – eucaristia e penitenza escluse, come il papa precisa – al can. 517, § 2, che prevede la partecipazione alla cura pastorale di “persone non insignite del carattere sacerdotale”: maschi e femmine, non si fa distinzione.

 Documento finale del Sinodo per l’Amazzonia(111).

www.sinodoamazonico.va/content/sinodoamazonico/it/documenti/documento-finale-del-sinodo-per-l-amazzonia.html

Molte delle comunità ecclesiali del territorio amazzonico hanno enormi difficoltà di accesso all’Eucaristia. A volte trascorrono non solo mesi, ma addirittura diversi anni prima che un sacerdote possa tornare in una comunità per celebrare l’Eucaristia, offrire il sacramento della Riconciliazione o celebrare l’Unzione degli Infermi per i malati della comunità. Apprezziamo il celibato come dono di Dio (cfr. Sacerdotalis Cælibatus, (Paolo VI 24 giugno 1967) nella misura in cui questo dono permette al discepolo missionario, ordinato al presbiterato, di dedicarsi pienamente al servizio del Santo Popolo di Dio. Esso stimola la carità pastorale e preghiamo che ci siano molte vocazioni che vivono il sacerdozio celibatario. Sappiamo che questa disciplina “non è richiesta dalla natura stessa del sacerdozio” (PO 16), sebbene vi sia per molte ragioni un rapporto di convenienza con esso. Nella sua enciclica sul celibato sacerdotale, san Paolo VI ha mantenuto questa legge, esponendo le motivazioni teologiche, spirituali e pastorali che la motivano. Nel 1992, l’esortazione post-sinodale di san Giovanni Paolo II sulla formazione sacerdotale ha confermato questa tradizione nella Chiesa latina (PDV 29). Considerando che la legittima diversità non nuoce alla comunione e all’unità della Chiesa, ma la manifesta e ne è al servizio (cfr. LG 13; OE 6), come testimonia la pluralità dei riti e delle discipline esistenti, proponiamo che, nel quadro di Lumen gentium 26, l’autorità competente stabilisca criteri e disposizioni per ordinare sacerdoti uomini idonei e riconosciuti dalla comunità, i quali, pur avendo una famiglia legittimamente costituita e stabile, abbiano un diaconato permanente fecondo e ricevano una formazione adeguata per il presbiterato al fine di sostenere la vita della comunità cristiana attraverso la predicazione della Parola e la celebrazione dei Sacramenti nelle zone più remote della regione amazzonica. A questo proposito, alcuni si sono espressi a favore di un approccio universale all’argomento. (Favorevoli 128 contrari 41) Documento finale del Sinodo per l’Amazzonia (103).

Non è molto, si obietta, le attese erano altre. Ma l’obiezione si muove all’interno della presupposizione, pur se involontaria, di una chiesa clericale e gerarchica, una struttura di potere, di sapore un po’ militaresco, che si regge sui capi, nel caso i chierici: in mancanza, quindi, si promuovano al loro posto quelli che stanno immediatamente sotto, i diaconi, pur sempre maschi, rimpiazzandoli a loro volta con le diaconesse.

www.vatican.va/content/francesco/it/apost_exhortations/documents/papa-francesco_esortazione-ap_20200202_querida-amazonia.html

Ma “questo sarebbe un obiettivo molto limitato se non cercassimo anche di suscitare una nuova vita nelle comunità”, dice l’Esortazione Querida Amazonia (n. 93) e aggiunge (94): “Una Chiesa con volti amazzonici – e, si può aggiungere, sul suo esempio qualsiasi chiesa – richiede la presenza stabile di responsabili laici maturi e dotati di autorità, che conoscano le lingue, le culture, l’esperienza spirituale e il modo di vivere in comunità dei diversi luoghi”.

Questa affermazione dischiude, mi sembra, un orizzonte mai intravisto nella chiesa del secondo millennio, almeno dalla riforma tridentina in poi: una cultura ecclesiale “marcatamente laicale”(94: in corsivo nel documento) e non, come ancor ora e perfino, inopinatamente, nel pensiero dei cattolici progressisti, clericale.

In questa visione allargata, che porta alle conseguenze estreme la visione conciliare, tanto quanto “non si tratta solo di favorire una maggiore presenza di ministri ordinati che possano celebrare l’Eucaristia” (93) neppure si può “pensare che si accorderebbe alle donne uno status e una partecipazione maggiore nella Chiesa solo se si desse loro accesso all’Ordine sacro” (100).

Qui il papa è chiarissimo: non si devono “clericalizzare le donne”. Non ha avuto bisogno di dire che neppure, ovviamente, si debbono clericalizzare gli uomini, giacché questa, guardando a molti diaconi d’oggi, è esperienza che già, purtroppo, si vive. Certo, la mancata prontezza di modificazione delle norme canoniche dipende dalla prudenza a fronte della preventiva dichiarazione di non recezione delle stesse da parte di una minoranza comunque cospicua.

Tuttavia, la delusione nasce anche, e in larga misura, dalla mentalità clericale diffusa, che porta anche i molti laici che hanno accolto Francesco come un dono provvidenziale, a non cogliere o a sottovalutarne la “mossa del cavallo” in direzione di una cultura ecclesiale, e quindi di un’auspicabile organizzazione, “marcatamente laicale”.

Nicola Colaianni                     “il tetto” n 336-337  marzo-giugno 2020

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202005/200519colaianni.pdf

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UTERO IN AFFITTO

Anche per il Governo di Kiev “l’Ucraina è diventata un negozio online

Nel Paese europeo i costi, per una pratica di utero in affitto, sono molto più bassi che negli Stati Uniti: 40mila euro contro 150mila dollari

            Dopo la Conferenza episcopale locale, anche il Governo dell’Ucraina ha preso posizione sulla vicenda dei neonati partoriti con utero in affitto e rimasti “bloccati” in un albergo di Kiev a causa del Coronavirus che ha impedito a chi li aveva “commissionati” di venire dall’estero a prenderli. Mykola Kuleba, il commissario incaricato dal presidente ucraino di occuparsi dei diritti dei bambini, è intervenuta sui social con toni fortemente critici. “La maternità surrogata non rispetta i diritti dei bimbi – ha scritto la Kuleba – l’Ucraina è ormai diventata un negozio online per la vendita internazionale dei neonati”. La Kuleba ha inoltre sollevato il dubbio che, attualmente, possa essere ignorata la reale portata di questo fenomeno, che rimarrebbe in gran parte sommerso.

Ci sarebbero infatti un centinaio di bimbi “commissionati” da cittadini stranieri bloccati nel Paese, numero che, se le misure di contenimento non saranno allentate nelle prossime settimane, potrebbero crescere addirittura fino a oltre un migliaio. Bambini che, al momento, non sono registrati all’anagrafe e non hanno un nome o una nazionalità… Per quanto riguarda i bimbi all’interno dell’Hotel Venezia di Kiev, che sarebbero 51, sono stati “ordinati” da coppie di 12 nazioni: Italia, Stati Uniti, Cina, Gran Bretagna, Germania, Francia, Spagna, Bulgaria, Austria, Romania, Portogallo e Messico.

            Il perché di questo “successo” è presto spiegato: attualmente cinquanta cliniche in Ucraina offrono questo servizio a prezzi molto competitivi rispetto ad altri Paesi, come gli Stati Uniti: fra i 40.000 e i 65.000 euro, mentre negli Usa servizi simili possono raggiungere i 150.000 dollari. In più, negli ultimi anni, a causa della crisi economica molte donne ucraine hanno accettato di fare da madri surrogate, per un compenso di circa 30.000 euro.

Anche l’ambasciatore italiano a Kiev, Davide La Cecilia, ha espresso preoccupazione per la situazione dei bimbi ospitati in albergo, le cui immagini, definite dal diplomatico “aberranti”, sono state diffuse online dalla compagnia Biotexcom. Nel frattempo in Italia cresce la polemica, dopo la proposta avanzata in primis dall‘ex ministro Carlo Giovanardi affinché il Governo italiano si faccia cura di favorire l’adozione internazionale di quei bambini.

AIBInews  18 maggio 2020

www.aibi.it/ita/anche-per-il-governo-di-kiev-lucraina-e-diventata-un-negozio-online-per-la-vendita-internazionale-di-neonati

 

Utero in affitto in Ucraina. I bimbi bloccati all’hotel “Venezia”, circondato da filo spinato…

            In Ucraina gli oltre 50 bambini nati da utero in affitto ordinati alla compagnia Biotexcom e bloccati nel Paese a causa del lockdown continuano a restare nell’hotel “Venezia” di Kiev. L’albergo è situato sul lato destro del Dniepr. La struttura è stata circondata con filo spinato. Secondo il responsabile della Biotexcom, Albert Tocilovski, come riportato da Suspilne.media, in questo modo i genitori stranieri possono sentirsi “psicologicamente assicurati” nel fatto che la permanenza dei bimbi sia sicura. “Abbiamo preso a esempio gli hotel in Messico frequentati dagli americani e circondati da filo spinato per farli sentire più al sicuro. Cosi facciamo capire agli stranieri che stare qui è sicuro”. Secondo l’uomo i bambini sono seguiti quotidianamente dai medici e da 14 infermiere pediatriche. “Abbiamo due grandi baby room dove si trovano i bambini. Anche senza quarantena sarebbero seguiti ugualmente. Non bisogna spaventarsi di questa quantità dei bambini. (…) La medicina riproduttiva si sviluppa. La quantità dei bambini nati in questo modo è aumentata di 10-20 volte e verrà ancora sviluppata”, ha aggiunto Tocilovski.

            In albergo sarebbero già arrivati gli operatori sociali che, secondo Tocilovski, avrebbero promesso di favorire la consegna di permessi a partire da parte del Ministero degli Esteri. Il Commissario parlamentare per i Diritti umani dell’Ucraina, Lyudmyla Denisova, ha affermato che “tutti bambini hanno un certificato di nascita. I loro genitori sono tutti stranieri. 15 coppie di genitori sono venute a prendere i bimbi ma sono bloccate nell’albergo e non possono partire per l’estero. Hanno spiegato di essersi rivolti al Ministero degli Esteri, ma questo li ha rinviati alle loro ambasciate”.

            La mattina 14 maggio la Denisova ha partecipato a una riunione con i rappresentanti del Ministero degli Esteri per cercare di risolvere il problema. Tuttavia diversi sono gli interrogativi. A partire dalla portata del fenomeno. Secondo la Denisova, se la quarantena proseguisse, il numero dei bambini nati da utero in affitto e bloccati nel Paese potrebbe salire fino a un migliaio…

            “Adesso è chiaro – spiega – che il problema non riguarda sono solo questi 50 bambini in albergo. Bisogna capire se ci sono delle violazioni in questo processo. Se per caso il bambino non è vittima di un traffico. Bisogna studiare questa questione. Forse, conviene lasciare la possibilità di ricorrere alla maternità surrogata solo per i cittadini ucraini”

AIBInews 19 maggio 2020

www.aibi.it/ita/utero-in-affitto-in-ucraina-i-bimbi-bloccati-allhotel-venezia-circondato-da-filo-spinato

 

Maternità. 60 figli di surrogata parcheggiati a Kiev: l’Ucraina si sveglia. E l’Italia?

E’ un’accusa contro l’ipocrisia dei Paesi dove l’utero in affitto è vietato in patria ma consentito all’estero il caso dei bebè ordinati da coppie anche italiane ma che nessuno può andare a ritirare. Erano 46 venti giorni fa, ora sono già 60. E un parto dopo l’altro potrebbero diventare presto 100, si dice addirittura mille nel giro di sette mesi. Tutto dipende da quanto durerà il lockdown in Ucraina: se il premier Denys Shmygal ha annunciato ieri un primo allentamento per domani, ancora non è chiaro quando riaprirà le frontiere consentendo il ritiro delle decine di neonati da parte delle coppie straniere che li avevano commissionati alla Biotexcom, azienda specializzata in maternità surrogate, leader incontrastata del settore in Ucraina e non solo. Resta così ancora incerta la sorte dei bebè stipati in un salone dell’hotel Venice di Kiev, l’accogliente struttura di proprietà della stessa Biotexcom dove vengono abitualmente alloggiate le coppie per il disbrigo delle pratiche di consegna della “merce”. Perché di questo si tratta: i bambini stoccati in un salone del grande hotel della capitale sono tutti nati da utero in affitto, su ordinazione di coppie di 14 Paesi (Italia inclusa), separati dalla madre biologica come da contratto dopo il pagamento del suo onorario (15–17mila dollari) per aver ospitato nel proprio grembo il bambino concepito in laboratorio con un ovocita – suo o comprato da una donatrice – e il seme dell’uomo parte della coppia committente (eterosessuale, secondo la legge ucraina). Il video con le decine di culle dentro l’hotel, come in una surreale nursery, ha fatto il giro del mondo: e se nelle intenzioni del patron di Biotexcom Albert Tochilovski doveva essere uno strumento di pressione emotiva sui governi dei Paesi coinvolti perché rilasciassero un salvacondotto “umanitario” alle coppie, le immagini dei bebè in batteria, figli di nessuno, strappati alla mamma che li aveva portati in grembo e in attesa di essere consegnati dietro il saldo del conto (più 54 dollari per ogni giorno di mancato ritiro, con uno sconto del 50% concesso dalla ditta) si sono trasformate in una denuncia senza precedenti del commercio della vita umana sotto gli occhi del mondo. Un atto d’accusa anche contro chi ha legalizzato la surrogazione di maternità in patria allo scopo di stroncare questo mercato parallelo estero senza riuscirci (l’Inghilterra) o che – come Italia e Francia – vieta l’affitto del ventre altrui con leggi penali lasciando però che vengano aggirate con una compravendita di figli tollerata perché legale nel Paese di ordinazione del prodotto. E’ così che l’Ucraina si è rapidamente guadagnata una solida leadership, con 14 aziende, 50 cliniche specializzate e 500 nascite attese entro poche settimane (un migliaio prima di fine anno), perché – come si legge nel sito di Biotexcom – «la surrogata più economica d’Europa è in Ucraina, il Paese più povero d’Europa». L’India di quaggiù: la candida ammissione di uno sfruttamento della manovalanza femminile per una prestazione d’opera che ne coinvolge la generatività, lo stesso grembo che dà la vita. Nessuno si indigna?

            Fortunatamente sì. Con i suoi imprevedibili effetti, la pandemia ha infatti scoperchiato una serie di meccanismi e di ipocrisie portando alla luce – tra l’altro – anche la vera natura della “gestazione per altri”, come ormai viene definita. I 60 neonati nel limbo di Kiev e la pessima immagine diffusa nel mondo di un Paese al quale certo non serve passare per l’outlet europeo della vita umana sembrano aver scosso la politica ucraina. La garante dei diritti umani del Parlamento, Lyudmyla Denisova, ha denunciato l’esistenza di un’industria «massiva e sistemica» che reclamizza i bambini come «un prodotto di alta qualità» mentre alcuni parlamentari premono perché si voti un bando del commercio di bebè almeno con l’estero. Esplicita anche la condanna della Chiesa ucraina, che in una nota firmata da Sviatoslav Shevchuk, leader dei greco–cattolici, e dall’arcivescovo Mieczyslaw Mokrzycki, presidente ad interim della Conferenza episcopale, he detto che «è difficile immaginarsi una tale manifestazione di disprezzo per la persona umana e per la sua dignità, mentre tutto questo è reso possibile dalla maternità surrogata legalizzata».

            Il caso è fonte di imbarazzo per tutti, i Paesi delle coppie committenti attendono che riaprano le frontiere per poter tornare a girarsi dall’altra parte. Ma ora abbiamo visto. E non potrà essere più la stessa cosa.

Francesco Ognibene   Avvenire         21 maggio 2020

www.avvenire.it/famiglia-e-vita/pagine/60-figli-di-madri-surrogate-parcheggiati-a-kiev-l-ucraina-ape-gli-occhi-e-l-italia

 

Utero in affitto ucraino e bando globale. Alt al mercato degli innocenti

La surrogata più economica in Europa è in Ucraina, il Paese più povero d’Europa”. Il sito web della clinica BioTexCom, specializzata in Gravidanza per altri (Gpa), commette un clamoroso autogol, certificando che utero in affitto e povertà sono strettamente connessi. Laddove c’è più miseria, un numero maggiore di donne è disposto a prestarsi per un “servizio” che solo per ipocrisia alcuni chiamano “solidale”. Il lockdown imposto dalla pandemia ha fatto emergere in modo clamoroso le conseguenze della disumana pratica dell’utero in affitto: la vicenda delle decine di neonati nelle culle allineate in un albergo di Kiev, in attesa che le coppie committenti vadano a ritirarli, sta facendo rabbrividire il mondo intero. I bimbi sono nutriti e accuditi, certo, ma senza madri e padri accanto. Apolidi. Di nessuno, in definitiva.

Persino nella permissiva Ucraina si levano voci sdegnate, anche autorevoli come quelle della Garante dei diritti umani, Lyudmyla Denisova, e del Commissario presidenziale per i diritti dei bambini, Mykola Kuleba. Non ci illudiamo che l’indignazione sollevata in Ucraina dai bimbi “in vetrina” possa incanalarsi in una proposta articolata e coerente per frenare il business della gravidanza a contratto nel Paese. Non ci illudiamo, però sappiamo che altri Paesi di manica larga sono corsi ai ripari proprio sull’onda di scandali analoghi. È accaduto in Thailandia, dove la Gpa è stata inibita alle coppie straniere dopo che due genitori australiani avevano rifiutato baby Gammy, affetto dalla Sindrome di Down, “ritirando” solo il gemello sano. Anche l’India ha fatto dietrofront dopo che decine di inchieste e relazioni internazionali avevano documentato le condizioni di schiavitù in cui erano costrette le donne–incubatrici per conto di committenti di tutto il mondo. È più che probabile, dunque, che in Ucraina si spengano presto i riflettori sull’intera vicenda, perché le ragioni del commercio valgono più di quelle etiche. Ma è pure possibile che, anche sull’onda delle pressioni di numerose associazioni che in tutto il mondo lottano perché l’utero in affitto sia considerato un reato universale, il Parlamento di Kiev apra una discussione seria e consideri, accanto agli introiti, anche i costi dalla sua lucrativa leadership europea nel turismo procreativo: la dignità delle sue donne più vulnerabili, considerate alla stregua di incubatrici a pagamento, e quella dei neonati ridotti a merce.

Quei bambini sono nati, altri verranno alla luce da madri surrogate nelle prossime settimane e le loro culle si aggiungeranno nella hall dell’Hotel Venezia di Kiev. Due volte vittime innocenti di una situazione oggettivamente assurda.

I neonati vengono separati per contratto dalla madre che li ha portati in grembo e poi privati nelle prime settimane di vita di presenze affettive fondamentali. Tra loro ci sarebbero anche numerosi bambini destinati ad arrivare in Italia, sebbene nel nostro Paese la Gpa sia vietata e anche solo promuoverla costituisca un reato. Un divieto aggirato rivolgendosi ad agenzie estere e affrontando, una volta rientrati in patria, lunghe e controverse pratiche di riconoscimento legale del bambino. Il cul–de– sac è evidente: qualsiasi misura nazionale per contrastare chi ricorre alla Gpa all’estero, dal “sequestro” del neonato per affidarlo ad altri a sanzioni più pesanti per i genitori trasgressori, si ritorcerebbe sullo stesso bambino, innocente per definizione. La strada repressiva, per quanto giuridicamente fondata e per certi versi auspicabile per la sua forza deterrente, appare impervia non solo e non tanto perché mancherebbe il consenso politico, ma anche perché tra gli attori in gioco ci sono creature che non devono diventare una volta di più ostaggio e vittime delle scelte ingiuste degli adulti. In questo impasse cresce un consistente e agguerrito movimento trasversale che anima mozioni e petizioni pubbliche, contando su un supporto internazionale che va dalla Spagna alla Francia, fino ai Paesi del Nord Europa. L’obiettivo non è a portata di mano, come non lo fu l’abolizione della schiavitù o lo stop all’impiego delle mine antiuomo: il bando universale all’utero in affitto in nome di un principio superiore. La superiore dignità di ogni donna e di ogni bambino.

Antonella Mariani      Avvenire         21 maggio 2020

www.avvenire.it/opinioni/pagine/alt-al-mercato

 

Ai.Bi. appoggia l’appello della Associazione “Comunità Papa Giovanni XXIII”

 al Presidente del Consiglio e al Ministro degli Esteri, Luigi Di Maio

“Egregio Signor Presidente, lasciano inorriditi le immagini della clinica Biotexcom, agenzia di maternità surrogata dell’Ucraina, in cui si vedono decine di bimbi sottratti deliberatamente alle loro madri biologiche perché qualcuno li ha pagati. A causa dell’emergenza Covid-19 i ‘committenti’ non possono recarsi in Ucraina per ‘ritirare’ i bambini“.

Comincia così la lettera inviata, nei giorni scorsi, da Giovanni Paolo Ramonda, presidente dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII al presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte e, per conoscenza, al ministro degli Esteri, Luigi Di Maio.

 

“Questo video – prosegue la lettera – accende i fari sul vergognoso sfruttamento delle madri surrogate e di tanti bimbi che diventano oggetto di un atto di cessione e che un domani ci presenteranno il conto dell’ingiustizia subita, come già avviene per i figli dell’eterologa. Il pianto di questi bimbi che vediamo oggi sarà il loro urlo per quello che hanno subito domani. I neonati di questa clinica, così come tanti altri bimbi, si trovano in uno status indefinito, anche giuridicamente. La clinica sollecita i committenti a rivolgersi ai Ministeri degli Esteri dei rispettivi Paesi affinché chiedano al Governo ucraino un permesso speciale per recarsi a ritirare i neonati, in deroga alle regole del lockdown. Ci si rivolge anche all’Italia, ci sono dunque anche “clienti” italiani della clinica Biotexcom. Ma in Italia la surrogazione di maternità costituisce reato, integra la fattispecie di affidamento illegale di minore, anche se fatta senza fini di lucro, viola la disciplina sulle adozioni”.

 

Utero in affitto in Ucraina: Ai.Bi. sostiene e fa proprio l’appello al premier. Per questi motivi l’associazione ha chiesto al premier: “che i bimbi di Kiev rimangano con le loro mamme, quelle che li hanno partoriti” e, se questo non fosse possibile [parto in anonimato], “che si dia avvio all’iter dell’adozione“; “di uscire dall’ambiguità ed intraprendere tutte le azioni politiche per ostacolare il ricorso di cittadini italiani a questa pratica all’estero“; “di sostenere l’abolizione universale dell’utero in affitto”.

Anche Ai.Bi. – Amici dei Bambini, organizzazione nata oltre trent’anni fa da un movimento di famiglie adottive e affidatarie e la cui mission è la lotta, in Italia e nel mondo, all’abbandono minorile, appoggia e fa proprie le richieste dell’associazione al capo del Governo.

AIBInews  22 maggio 2020

www.aibi.it/ita/utero-in-affitto-in-ucraina-appello-a-conte-la-pratica-della-maternita-surrogata-deve-essere-abolita-in-tutti-i-paesi-del-mondo

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