NewsUCIPEM n. 791 – 2 febbraio 2020

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News gratuite si propongono di riprendere dai media e inviare informazioni, di recente acquisizione, che siano d’interesse, d’aggiornamento, di documentazione, di confronto e di stimolo per gli operatori dei consultori familiari e quanti seguono nella società civile e nelle comunità ecclesiali le problematiche familiari e consultoriali. Sono così strutturate:

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02 ABUSI                                                            Come si scopre se un bambino ha subito abusi sessuali?

02                                                                          Finalmente uno sportello anti abusi in ogni Diocesi

03                                                                          Nasce il primo ‘pronto soccorso’ giuridico per le vittime di abusi

04 AFFIDO CONDIVISO                                La bigenitorialità ha dei limiti ma del tutto previsti

07 AFFIDO EXTRA FAMIGLIA                     I ragazzi. Noi, rinati grazie all’affido, ma ora non lasciateci soli

08 ASSEGNI  AI FIGLI                                 Mantenimento figli: vale ancora il tenore di vita

09 BIBBIA                                                           Comandamenti Sesto, non commettere atti impuri

10                                                                          Bibbia, cinema e mass media: aspetti di un rapporto di 100 anni

12 CENTRO INTERN. STUDI FAMIGLIA   Newsletter CISF – n. 4, 29 gennaio 2020

15 CHIESA CATTOLICA                                  Inizia il tempo delle donne

17 CITAZIONI                                                   Problemi della procreazione responsabile: solo soluzioni pastorali?

19 CONFERENZA EPISCOPALE IT.             Nuova versione Cei del Padre Nostro in uso dal 29 novembre

19                                                                          La Cei dà il via a un servizio regionale per la tutela dei minori

20                                                                          Centri d’ascolto Cei x vittime d’abusi attuano la volontà del Papa

21                                                                          Mons Ghizzoni, responsabile CEI, non risponde a Noi Siamo Chiesa

22 CONGRESSI-CONVEGNI–SEMINARI  Assisi. Pro Civitate Christiana. La Comunicazione nella Coppia

23 CONSULTORI FAMILIARI                        Consultorio: osservatorio di civiltà non erogatore di servizi

26 CONSULTORI FAM. CATTOLICI            Livia Cadei è la nuova presidente dei Consultori cristiani

27                                                                          Roma Il valore della paternità, quei “no” per gestire il conflitto

28 CONSULTORI UCIPEM                            Milano 2 Genitori oggi. Puntiamo ad educare i padri    

29 DALLA NAVATA                                        Presentazione del Signore – 2 febbraio 2020

29                                                                          Un figlio appartiene a Dio, non ai genitori

28 ENTI TERZO SETTORE                              Crowdfunding: cos’è e come funziona

31 FAMIGLIA                                                    Il diritto sostanziale prima delle relazioni familiari disfunzionali

33                                                                          Il ricongiungimento familiare

36 FRANCESCO VESCOVO DI ROMA       L’irruzione dei cellulari e l’erosione delle relazioni interpersonali

36 PENSIONE                                                    La pensione di reversibilità dell’ex coniuge                      
38 SINODALITÀ                                               
Il “ritorno” della sinodalità e delle sue criticità

39 SINODO                                                        Francoforte. La Chiesa tedesca allo specchio: al via il Sinodo

41 TEOLOGIA                                                   Come Francesco ha superato il “dispositivo di blocco”

44                                                                          Un “sacerdozio cattolico” immunizzato dal sacerdozio comune?

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ABUSI

Come si scopre se un bambino ha subito abusi sessuali?

Aleteia ha chiesto alla psicologa e psicoterapeuta Adriana Passarello, responsabile del centro d’ascolto dell’associazione Meter, l’associazione di don Fortunato Di Noto che si batte contro gli abusi sessuali sui minori, quali sono le cause che certificano l’esistenza o meno di abusi.  «La certezza matematica dell’abuso subito – spiega – non c’è mai, se non nel caso in cui si viene scoperti in flagranza di reato o se c’è una confessione dell’adulto. Invece sulla versione dei bambini, sopratutto se sono piccoli, c’è sempre il dubbio sulla veridicità».

Sintomi generici. Alla base dell’abuso «c’è una paura dei bambini verso persone o determinate azioni, incubi notturni che prima non erano presenti. In essi c’è l’evento dell’abuso, un mostro, figure che nella vita reale non esistono. Ma come cause ci possono essere anche la mancanza di appetito,  la perdita di interesse per il gioco, la mancanza di socievolezza. Parliamo di indicatori di disagio generico, che  possono essere determinati da altri fattori».

Masturbazione compulsiva. Le “prove” di un abuso aumentano «se il bambino presenta dei comportamenti stereotipati come la masturbazione, anche se piccolo, cioè dai 3 anni in su. Parliamo di comportamento sviluppato in maniera compulsiva, cioè continua. Quando il bambino è davanti al televisore, o  si sta riposando, o è a letto, insomma nei momenti in cui non è impegnato, si masturba di continuo. Quello è un segnale che potrebbe essere seriamente associato all’abuso».

Pratiche sessuali di adulti. Nei bambini, puntualizza Passarello, «il modo di toccarsi è diverso da quello degli adulti, invece i bambini abusati ripetono nella masturbazione le stesse modalità dell’adulto, perché gli sono insegnate da lui». E cita il caso di una bambina di 6 anni con masturbazione compulsiva «ma non c’era stata una storia di abuso. Ecco perché dico che bisogna parlare con i bambini per avere la certezza». Un’altra situazione di possibile abuso «è quando un bambino conosce le pratiche sessuali degli adulti: in quel caso ha visto o ha subìto quelle pratiche e solo parlando con il bambino si capisce se è avvenuto o meno».

Ma il piccolo come arriva a “confessare” l’abuso? «Nella mia esperienza cerco di ottenere la fiducia dei bambini, parlo e gioco molto con loro. Da qui, man mano si sentono liberi di poter raccontare quel loro segreto e attraverso alcune frasi iniziano a parlarne. Alcuni non raccontano mai nulla, sopratutto se minacciati. Mi è successo una volta che una bambina, in un primo incontro mi aveva raccontato delle cose, mentre nel secondo mi raccontò che a casa le avevano vietato di parlarne».

Una “liberazione”. I bambini vivono questo passaggio «come una liberazione. “Finalmente posso raccontare questa cosa brutta che è successa”, questo il loro ragionamento e poco alla volta esce fuori. Quelli più piccoli – conclude la psicologa – non percepiscono fino in fondo la gravità e dicono spesso che non gli piace quel “gioco”. I bambini più grandi sono agitati, non riescono a stare seduti, girano per la stanza. C’è un’agitazione motoria legata all’agitazione emotiva. Alcuni mi ripetono di promettergli di non dirlo a nessuno».

Gelsomino Del Guercio          Aleteia 29 gennaio 2020         

https://it.aleteia.org/2020/01/29/scoprire-se-bambino-ha-subito-abuso-sessuale

Inoltre   https://it.aleteia.org/2019/12/03/13-modi-per-difendere-i-vostri-figli-dagli-abusi-sess

 

Don Di Noto: finalmente uno sportello anti abusi in ogni Diocesi

L’associazione Meter commenta il fatto che la Conferenza Episcopale Italiana ha deciso di varare uno sportello per le denunce di abusi in tutte le diocesi italiane. La notizia è stata data da monsignor Lorenzo Ghizzoni, presidente del Servizio nazionale della Cei per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili.

            Nella giornata di oggi il Direttivo dell’Associazione Meter Onlus di don Fortunato Di Noto (www.associazionemeter.org) ha inteso rilasciare questa nota stampa che si prega di diffondere:

Dopo 18 anni dalla proposta lanciata da don Fortunato Di Noto, fondatore e presidente dell’Associazione Meter Onlus di uno sportello per segnalare gli abusi in ogni diocesi italiana e del mondo, la Conferenza Episcopale Italiana ha deciso di varare uno sportello per le denunce di abusi in tutte le diocesi italiane. La notizia è stata data da monsignor Lorenzo Ghizzoni, presidente del Servizio nazionale della Cei per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili. Grazie a questo provvedimento ogni diocesi avrà un referente diocesano e collaboratore del vescovo che si occuperà di far crescere il servizio per la tutela del minore e le persone vulnerabili. Secondo monsignor Ghizzoni il responsabile di sportello dovrebbe essere: “meglio se laico e meglio se donna” [operatore in un consultorio familiare]. Il servizio sarà attivo da maggio 2020.

Meter non può che dirsi soddisfatta di questo provvedimento adottato dai vescovi italiani; tuttavia vuole rammentare che l’intuizione profetica relativa all’istituzione di questi sportelli è datata luglio 2002, ossia diciotto anni fa. A quel tempo don Fortunato propose: “uno sportello o un servizio nelle diocesi e nelle parrocchie a disposizione dei fedeli per informarsi sul cosa fare e a chi segnalare un eventuale caso di abuso sessuale”. L’idea era proprio quella attuale: avviare con discrezione e oculatezza un intervento di tutela secondo necessità. Ma anche dare una risposta forte e incontrovertibile al problema dell’accompagnamento dell’abuso. Ci permettiamo di dire che questo è solo un pezzo del cammino che dobbiamo pensare collettivamente – come fedeli, come volontari impegnati nella difesa dei piccoli e deboli nonché in una parola come Chiesa – per accompagnare, accogliere, curare e assistere chi subisce un abuso da parte di un sacerdote o religioso/a. Un coraggioso cammino di verità e purificazione che richiede un’attività costante e decisa nel tempo, come le norme volute prima da Benedetto XVI e oggi da Papa Francesco sottolineano e ci spronano a realizzare.

Ci piace quindi constare come la nostra proposta di tanto tempo fa, divenuta ormai maggiorenne, sia ora una realtà viva e operante nella Chiesa cattolica italiana. Una decisione che, ci auguriamo, sarà seguita da altre sempre sulla stessa falsariga, per impedire che tali abusi si verifichino di nuovo e aiutare in ogni modo, luogo e forma tutte le vittime nei confronti delle quali la Chiesa, in quanto Madre e Maestra, dev’essere ancora più vicina e, se vogliamo, ancora più Madre

Redazione Vita.it        23 gennaio 2020

www.vita.it/it/article/2020/01/23/don-di-noto-finalmente-uno-sportello-anti-abusi-in-ogni-diocesi/153869

 

Clarettiani: nasce il primo ‘pronto soccorso’ giuridico per le vittime di abusi

Ospitato dall’Istituto giuridico clarettiano, Auribus è un centro d’aiuto dedicato alle vittime ma nche ai colpevoli. Il fondatore, l’avvocato Ricci-Barbini: il nostro obiettivo è far vincere la giustizia e alzare un muro contro le ‘denunce facili’ senza prove concrete

Letteralmente, l’acronimo Auribus significa ‘Assistenza universale per religiosi in bisogno di sostegno’. E’ il nome di un innovativo centro di ascolto e d’aiuto per le persone vulnerabili rimaste coinvolte in episodi di abusi. Un ‘pronto soccorso’ giuridico-canonico, unico in Italia, ospitato dall’Istituto giuridico clarettiano e messo in piedi da un gruppo di avvocati, professori e psicologi pronti a consigliare e sostenere, soprattutto nelle cause disputate davanti alla giustizia italiana e a quella della Chiesa, non solo le vittime ma anche i colpevoli, utilizzando il principio del recupero e del reinserimento del reo nella società.

Ad avere l’idea madre che ha generato questo unicum è stato Carlo Ricci Barbini, avvocato penalista ma anche patrocinante nel tribunale e nella Corte d’Appello dello Stato della Città del Vaticano. Doppio binario che gli ha permesso di avere tra le mani casi in cui molti sacerdoti sono stati accusati ingiustamente di violenze mai commesse che pur di evitare scandali e polemiche dolorose hanno scelto di andare a patteggiamento con la giustizia italiana mentre dalla Chiesa sono stati assolti con formula piena. “Un errore procedurale – spiega Ricci Barbini – che si sarebbe potuto evitare se queste persone fossero state ben consigliate”. Se avessero scelto di andare a processo e non il patteggiamento, che è una implicita ammissione di colpevolezza, avrebbero potuto ottenere piena assoluzione anche dalla giustizia italiana.

Questo è solo uno dei tanti esempi che ha spinto Ricci-Barbini a dare vita ad Auribus: “Ci siamo resi conto che c’era la necessità di creare una sinergia tra l’ambito giuridico canonico e l’ambito penale italiano. Per evitare che si generino delle incongruenze o addirittura dei ‘mostri’ giuridici a danno della verità dei fatti”. L’avvocato ci tiene a far sapere le varie fasi con le quali opera il centro: “Sono tre.

  1. La prima è quella dell’ascolto delle vittime.
  2. Poi viene l’assistenza tecnico-giuridica penale e canonica
  3. l’ultima fase riguarda, invece, la possibilità di innalzare un muro contro le cosiddette denunce facili nei confronti di chi è innocente”. Denunce facili che hanno il solo obiettivo di richiedere risarcimenti milionari al malcapitato e alla Chiesa.

Il centro Auribus, per padre José-Félix Valderrabano, superiore dei clarettiani [patrono Sant’Antonio Maria Claret], è uno strumento essenziale nella lotta agli abusi che nella Chiesa “sono diventati un problema gravissimo”: “Noi clarettiani siamo sensibili alla politica di protezione dei minori  e delle persone vulnerabili voluta da Papa Francesco. In questo centro, per dare vera giustizia, consideriamo anche l’aspetto psicologico e religioso. Perché molte vittime sono bloccate nella fede e hanno perso la fiducia nella Chiesa”.

 Padre Valderrabano spiega anche che la formazione sarà un caposaldo irrinunciabile ed invita gli enti ecclesiastici, le congregazioni e gli Ordini religiosi ad entrare in contatto con il centro per uno scambio di mutuo interesse. Auribus non nega però l’attenzione ai colpevoli, a chi si è macchiato di delitti orribili. Se la società del politicamente corretto pretenderebbe di rinchiuderli gettando via la chiave, padre Valderrabano ammet te che questa non può essere la scelta del centro e della Chiesa: ”E’ evidente che la giustizia va praticata: chi ha commesso un crimine va punito, anche severamente. Però, per la Chiesa, la finalità della giustizia non è soltanto la condanna ma soprattutto il recupero del reo. E’ un valore di giustizia ma anche di carità”.

Ascolta l’interviste a Ricci Barbini e a Padre Valderrabano

Federico Piana – Città del Vaticano   Vatican news  22 gennaio 2020

www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2020-01/clarettiani-nasce-primo-pronto-soccorso-giuridico-vittime-abusi.html

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AFFIDO CONDIVISO

La bigenitorialità ha dei limiti ma del tutto previsti

Corte d’Appello di Roma, sezione per i minorenni-civile, Decreto n. 2, 3 gennaio 2020

www.studiocataldi.it/articoli/pdf/App-Roma-decreto-2-2020.pdf

Le cronache giudiziarie trovano a volte clamorose amplificazioni sui media, di regola giustificatamente, presentando effettivi motivi di sorpresa per le aspettative del pubblico. Accade anche, tuttavia, che per motivi ideologico-politici si riescano ad utilizzare abilmente decisioni che, se correttamente descritte, non avrebbero nulla di eclatante e neppure di imprevedibile. Appartiene a quest’ultima categoria una vicenda recentemente sintetizzata

/www.studiocataldi.it/articoli/36953-alienazione-parentale-il-figlio-resta-con-la-mamma.asp

In pratica per quel provvedimento della Corte di Appello di Roma – arbitrariamente commentato come indice di un nuovo orientamento della magistratura – si potrebbero dividere le decisioni assunte in tre gruppi:

  1. conferma di quelle precedenti;
  2. modifiche delle medesime non innovative, in quanto all’interno di quanto già previsto dalle norme attuali, conseguenti a una diversa valutazione specifica delle priorità, ovvero ad una rilettura aggiornata del livello patologico del minore e della conseguente opzione per specifici rimedi;
  3. adozione di strategie di intervento differenti, ugualmente legate alla fattispecie, ovvero alla verifica di quanto effettivamente praticabile.

Rileva in tutta l’analisi la posizione che la Corte d’Appello assume nei confronti della alienazione genitoriale, sulla quale si è molto speculato: gratuitamente, a parere di chi scrive, visto che non ne viene negata né la presenza, né la intrinseca rilevanza.

  1. Decisioni e valutazioni confermate. Salta agli occhi nello scorrere il provvedimento unitamente ai commenti che ha ricevuto, come si sia voluto amplificare a dismisura la quantità e la rilevanza degli scostamenti dai provvedimenti iniziali, che viceversa vengono anzitutto in larga parte conservati. Ne fornisce elenco la CA stessa. Anzitutto si aderisce a sostanziali prescrizioni: “… la decisione di sospendere la responsabilità genitoriale di entrambi i genitori di … e di nominargli un tutore è dunque immune da censure e deve pertanto essere confermata da questa Corte. Anche il sostegno a … con una terapia psicologica di supporto deve essere confermato”. Ma soprattutto restano fermi gli inquadramenti e le censure del giudice di prime cure per quanto attiene ai profili di personalità, visto che si ribadiscono i difetti di entrambi i genitori e, soprattutto, non si risparmia alla madre l’attribuzione di un comportamento manipolatorio nei confronti del figlio nonché la responsabilità morale e materiale del suo grave disagio. Con l’unica differenza che si considera l’ipotesi che possa non avere agito di proposito. Insomma, accanto al “dolo”, non escluso, si considera possibile la sola “colpa”. Ma l’attribuzione di responsabilità rimane. Così come resta, di conseguenza, l’affidamento ai Servizi Sociali e come si conserva l’incarico alla medesima Tutrice, benché protestata. Se il comportamento materno fosse stato ritenuto limpido ed esente da critiche – come si vuole sostenere – che senso avrebbero così gravi limitazioni? Infatti così non è. La scelta di mantenere la collocazione presso la madre va inserita nel quadro generale che la accompagna. Oltre alle carenze nei rapporti con il figlio viene rammentata e sottolineata l’aggressività materna, unita al forte vittimismo e alla totale diffidenza verso le istituzioni, che ha condotto la signora a ricusare e/o denunciare tutti i soggetti che hanno interagito con lei senza darle ragione. Le consulenze di ufficio sono state due, entrambe affidate a donne, entrambe prestigiose professioniste e non certo sospettabili di ostilità ideologica: conclusioni estremamente simili, ma entrambe finite nel mirino. Così i Servizi sociali, così il giudice di prime cure. E si potrebbe continuare. Si insinua l’idea di un complotto su scala nazionale. Idea che dà molto fastidio alla CA, che la evidenzia negativamente e che si astiene dal tenerne conto nelle scelte concrete solo perché non ha alternative; come è facilmente deducibile e come è illustrato oltre.
  2. Scelte non innovative della CA. Viceversa, le lagnanze e le accuse della signora hanno avuto un fortissimo seguito mediatico, per cui trionfalistiche manifestazioni di giubilo hanno accolto il decreto – e in particolare la decisione di non allontanare il figlio dalla casa materna – oltre tutto con una indebita generalizzazione, ovvero come se ciò fosse avvenuto in nome di un principio generale. Una reazione che si spiega bene pensando all’antefatto, ovvero che si era gridato allo scandalo perché il tribunale romano togliendo la madre a un figlio avrebbe operato di per sé una “violenza istituzionale” e una “violazione delle Convezioni internazionali”. In realtà, invece, la CA dà alla scelta tre motivazioni, nessuna delle quali giustifica la tesi della “vittoria delle donne sulla persecuzione della magistratura”. Si elencano, infatti, la mancanza di “una valutazione comparativa degli effetti su … del trauma dell’allontanamento dalla casa familiare rispetto al beneficio atteso”, il “difetto di gradualità della misura disposta” e “la mancanza di una preventiva verifica di fattibilità/sostenibilità dell’ordine impartito”. Come si vede, dunque, sono tutte considerazioni di merito, che in nulla intaccano i principi della riforma del 2006. Nondimeno si è voluto portare un frontale attacco ai fondamenti dell’affidamento condiviso perentoriamente affermando (D.i.Re.) che: “La bigenitorialità non può essere al di sopra del supremo interesse del bambino, perché il volere del minore va assecondato e i suoi sentimenti e le sue emozioni vanno messe al centro, perché nessun rapporto affettivo può essere costruito con la forza e la coercizione”. Una frase di estrema pericolosità per come si intende usarla, per lo scopo che si vuole raggiungere. A ben guardare, infatti, la sua prima parte è una banalità, che nessuno ha mai contraddetto, mentre la seconda, ovvero la motivazione, scopre le carte e intende legittimare di per sé i rifiuti dei figli di frequentare uno dei genitori, a prescindere dalle ragioni, ossia comunque originati. Si vuole, in sostanza, negare che un figlio possa essere manipolato e la sua volontà influenzata, se non coartata. Ma la CA ha davvero detto questo? Alla base di questo sforzo mediatico, subito amplificato politicamente, sta l’affermazione della CA che “la bigenitorialità non è un principio astratto e normativo, ma è un valore posto nell’interesse del minore, che deve essere adeguato ai tempi e al benessere del minore stesso”. Conclusione che viene reclamizzata come svolta epocale della magistratura. A questo punto, onestà intellettuale obbliga chi scrive a riconoscere una indubbia abilità ai sostenitori delle sopracitate tesi nel dotarle populisticamente di accattivanti apparenze, capaci di attrarre il consenso del lettore distratto. E’ antica ed efficace strategia dialettica attribuire all’ipotetico avversario indifendibili posizioni, anche se mai occupate, per poter trionfalmente concludere a proprio favore su questioni su cui si è evitato un reale confronto. Non è dato sapere, infatti, dove i sostenitori del diritto dei figli a mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con entrambi i genitori e a ricevere cura, educazione e istruzione da ciascuno di essi abbiano sostenuto che ciò deve avvenire a qualunque costo, sorvolando sulla inidoneità di uno o entrambi i genitori ed ignorando qualsiasi negativa ricaduta. Tutt’altro. Chi ha ideato le norme sui citati diritti dei figli – oltre che, ovviamente, il legislatore – ha pure introdotto l’articolo attualmente numerato come 337-quater c.c., che rende inoffensivo il genitore anche solo potenzialmente pericoloso, rinunciando alla bigenitorialità. In realtà, a chi segue con attenzione il diritto di famiglia è chiaro da tempo che lo scopo sottaciuto che si vuole raggiungere è quello di evitare, sempre e comunque, la pari dignità dei genitori a favore di un modello di fatto monogenitoriale, con genitore prevalente, al quale i figli siano legati da una inscindibile e indiscutibile alleanza.
  3. L’alienazione genitoriale nel caso in esame. Riprendendo, dunque, la tesi della “svolta”, questa nel decreto non c’è. Sostenere che la sentenza rappresenterebbe la cancellazione della “PAS”, [Parental Alienation Syndrome-sindrome da alienazione genitoriale] “inaccettabile e inesistente strumento utilizzato illegittimamente e di frequente nei tribunali italiani” che “non è stata presa in considerazione ed è stato assecondato il volere del bambino” è sterile esercizio dialettico, dai chiari scopi ideologici. La CA si limita a ribadire, ovviamente, il contenuto dell’art. 337 quater c.c. (che tra l’altro già considera e censura le false accuse), ma senza negare la possibilità di manipolazioni da parte dei genitori, che anzi riconosce presenti proprio nel caso in esame. Basta scorrere attentamente il provvedimento della CA per verificare che le tesi delle CTU non sono state affatto smontate, né la madre riabilitata. Vi si legge, infatti, che “emerge sopra ogni altra cosa la incapacità di entrambi i genitori, con modalità diverse tra loro ma entrambe complessivamente esiziali per l’armonioso sviluppo del bambino”… “Ciò li spinge, quanto alla xxx, a negare il diritto dell’altro genitore di fare parte della vita del figlio, come lei stessa ha in più occasioni detto di ritenere giusto rivendicando nel corso delle CTU la propria contrarietà al mantenimento di un rapporto con una figura paterna che lei sinceramente ritiene pericolosa.” E ancora: “Un ulteriore esempio di tale incapacità sono le denunce nei confronti degli operatori delle cooperative del Servizio Sociale incaricati di gestire gli incontri, che entrambi i genitori hanno presentato, e quelle presentate dalla signora xxx nei confronti della dr.ssa yyy (dopo che la prima CTU era stata ricusata), del giudice relatore del TM e del [tutore]… , fatti che manifestano una difficoltà di lungo corso a comprendere che gli interventi posti in essere sono diretti a tutelare … e non a danneggiare l’uno o l’altro dei genitori.”. In aggiunta, la CA richiama le valutazioni del TM (“Ha anche valorizzato nella motivazione gli esiti della CTU della dr.ssa … , richiamandone la corrispondenza con quanto già nel 2013-14 rilevato dalla prima CTU …. La palpabile resistenza verso il padre manifestata dalla madre … nel corso degli incontri, fino al rifiuto di incontrarne lo sguardo, forse anche al di là delle intenzioni della signora … è stata rilevata da tutti gli osservatori, che vi hanno correlato l’ingravescente rifiuto di … , strettamente legato alla madre da un “patto di lealtà”, ad aprirsi alla relazione con il padre. Non sono infatti emersi nel corso delle CTU vissuti del minore che confermino la interpretazione in chiave di abuso delle dichiarazioni fatte dal bambino alla madre nell’agosto 2013, che per tali ragioni ha denunciato il padre di … “), evidentemente accogliendole, visto che su di esse fonda una parte cruciale del provvedimento:”… la decisione di sospendere la responsabilità genitoriale di entrambi i genitori di … e di nominargli un tutore è dunque immune da censure e deve pertanto essere confermata da questa Corte.” Qualcuno avrà forse la tentazione di obiettare che però in concreto la CA ha deciso di mantenere la convivenza madre/figlio. Ma è facile replicare considerando come si arriva a questa conclusione. Semplicemente al termine di una esplicita valutazione aggiornata del rapporto costi/benefici. Aggiornata, perché non si può sorvolare sull’evoluzione subita dal bambino nel rapportarsi con ciascuno dei genitori. E purtroppo sotto questo profilo la situazione è drasticamente peggiorata. Le immediate osservazioni della prima CTU (“il bambino aveva nel tempo accentuato le difficoltà a relazionarsi con il padre, seppure, nei primi tempi degli incontri, dopo una prima fase di difficoltà nel distacco dalla madre fosse in grado di accedere alla figura paterna e di relazionarvisi con fiducia durante il gioco… “) vengono condivise e confermate dalla CA, che rammenta ulteriormente l’evoluzione negativa dei rapporti padre-figlio (“nel periodo dicembre 2015-aprile 2016 inizialmente … ” era “in grado di relazionarsi con il padre dopo essersi, con fatica, distaccato dalla madre, e come progressivamente a tale atteggiamento si” era “sostituito un atteggiamento di rifiuto verso la figura paterna. Più avanti, durante gli incontri … non si staccava mai dalla madre”). Per concludere :” Gli incontri tra padre e figlio, che seppure con difficoltà da parte di … dapprima si erano comunque tenuti, si sono quindi di fatto ridotti alla presentazione del bambino accompagnato dalla madre presso lo spazio neutro, soltanto per il tempo necessario a firmare la attestazione della presenza, per poi far ritorno a casa poiché … si rifiutava di entrare per incontrare il padre; infine, vi è stato il rifiuto di uscire per incontrare il padre tout court”. E’ per questo che, ripetendo il bilancio “costi/benefici”, la CA rinuncia ad allontanare il genitore alienante.
  4. Strategie legate al contesto, non generalizzabili. Del tutto ragionevole, quindi, e coerente con la situazione di fatto che la CA si trova ad affrontare nel momento della decisione, che si cambi strategia, all’interno di un bilancio che doveva necessariamente essere attualizzato. In altre parole, è vero che il diritto alla bigenitorialità non può essere fatto valere sempre e comunque: ma come il più efficace e utile dei farmaci, che pure non si somministra ai soggetti debilitati e alle donne in gravidanza. Non diversamente, sono di merito le altre considerazioni che inducono la CA a modificare quanto disposto dal giudice di prime cure. Pur convinta che i timori della madre verso il padre non hanno alcun fondamento oggettivo, ma sono il frutto di sorta di personale grave “paranoia”, la CA si trova per così dire “ricattata”: il figlio è già stato rovinato a tal punto (per giunta si è aggiunta una vera e propria patologia fisica) che allontanare la madre lo espone a rischio: “Tale pericolosità non ha come detto trovato riscontri nell’analisi dei CTU che hanno esaminato la personalità dei genitori e la relazione genitoriale. Ciò non toglie che le resistenze della signora xxx siano assai forti da superare, poiché ella agisce nella soggettiva convinzione di stare operando per il bene del figlio, e per questo si espone al rischio di conseguenze personali anche gravi, come evidente da ultimo dalla sottrazione del bambino dalla frequenza scolastica, per la quale è inevitabile la segnalazione alla Procura della Repubblica per quanto di competenza.”. Di qui anche la decisione di andare avanti con i piedi di piombo: “Per superare un blocco tanto radicato, che certamente esercita una importante influenza, anche in ipotesi inconsapevole, sulla psiche di…, occorre dunque comprenderne la natura e la forza e procedere necessariamente con ogni gradualità”. Ancor più legato alla fattispecie il terzo motivo di revisione, ovvero l’eseguibilità dei provvedimenti tenuto conto della (in)disponibilità dei Servizi e della inevitabile presenza della nonna paterna, non familiarizzata con il nipotino.
  5. 5.       Conclusioni. Mentre l’euforia del legale della signora è perfettamente comprensibile – perché il suo compito era di affrontare e sostenere quel caso e lui se ne è ben cavato – non altrettanto può dirsi per l’esultanza di quei gruppi di opinione che da tempo cercano in ogni modo di dimostrare la penalizzazione delle madri nei processi del medesimo tipo, principalmente attraverso la permanente tesi che è stata subita violenza e che non ne è stato tenuto conto. Anzi, che avendo cercato di difenderne se stesse – ma soprattutto i figli – si è dovuto subire un processo per “PAS”; che non esiste perché non figura nel vari DSM [Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders –Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali,].

In sostanza, ci troviamo di fronte a un provvedimento che, lungi dallo sposare una tesi sola, accoglie parzialmente entrambi i reclami (non a caso compensa le spese per parziale soccombenza di entrambi) e si inserisce nelle precedenti decisioni modificandone solo una parte e, non a caso, proprio quella che maggiormente risente delle circostanze e del trascorrere del tempo. Se ne conclude che non è condivisibile che si vogliano trarre conclusioni di carattere generale da una vicenda così marcatamente segnata dalla specificità e dalle strumentalizzazioni.

  Marino Maglietta     Studio Cataldi            27 gennaio 2020

www.studiocataldi.it/articoli/37180-la-bigenitorialita-ha-dei-limiti-ma-del-tutto-previsti.asp

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AFFIDO EXTRA FAMIGLIA

Parlano i ragazzi. «Noi, rinati grazie all’affido. Ma ora non lasciateci soli»

Parlano i ragazzi maggiorenni che hanno alle spalle esperienze positive in famiglie affidatarie o comunità. «Senza l’aiuto ricevuto non ce l’avremmo fatta»

Il volto limpido e autentico dell’affido – l’abbiamo ripetuto tante volte in questi mesi – non è quello urlato nelle piazze della strumentalizzazione politica. E neppure quello denso di ambiguità ideologiche e di interessi economici raccontato a senso unico da certi media. Al di là dei casi giudiziari – che certo esistono e su cui bisogna andare fino in fondo con tutta la determinazione necessaria – per riscoprire la verità dell’affido è fondamentale guardare in faccia i ragazzi che hanno vissuto questa esperienza in prima persona. Ascoltare le loro storie, scoprire quello che ha rappresentato per loro l’abbraccio generoso di una nuova famiglia, in un momento in cui nella propria casa non c’erano le condizioni minime per vivere e crescere serenamente. Oggi, diventati grandi, cosa pensano dell’esperienza vissuta? Per otto ragazzi su dieci l’affido è stato un’ancora di salvezza da situazioni altrimenti senza uscita e l’occasione per costruire legami importanti (87%). È quanto emerge dalla ricerca presentata ieri a Roma da Valerio Belotti (Università di Padova) e Diletta Mauri (Università di Trento) che ha coinvolto quasi 400 care leaver [“Coloro che hanno perso gli affetti familiari] : una fotografia che mostra come per questi giovani i percorsi in comunità residenziale e in affido siano stati decisivi per nuove opportunità di vita (94%).

       Davide, 30 anni: «Ho abbattuto un muro e l’ho ricostruito» Ma cosa significa vivere in affido per tanti anni? «È come buttare giù un muro e ricostruirlo daccapo. Ma questa volta con i mattoni buoni», racconta Davide B, trent’anni di Verona, attivo nel network nazionale messo insieme dall’associazione Agevolando per i ragazzi che hanno vissuto parte della loro vita ‘fuori famiglia’.                                      www.agevolando.org

       «Sono uscito di casa a tre anni. La situazione era molto, molto difficile. Sono stato in comunità poi in un famiglia affidataria. A nove anni sono tornato a casa, ma neppure questa volta ho potuto restare». Davide preferisce non spiegare i problemi che si è lasciato alle spalle. «Dico soltanto che la famiglia che mi ha aperto le porte di casa è stata la mia salvezza. Ho vissuto con loro dai 11 agli 19 anni, anzi sono ancora la mia famiglia perché, quando ci sono dei problemi, devo raccontare qualcosa di importante oppure durante le festività, torno da loro». Da alcuni anni ha conquistato l’autonomia. È laureato in infermieristica e lavora a Verona. «I miei genitori affidatari – racconta ancora – mi hanno trasmesso valori, mi hanno dato regole, mi hanno sostenuto nell’affrontare i rapporti con la mia famiglia d’origine che, in qualche modo, non si sono mai interrotti. Anche i miei ‘nuovi’ mi hanno accolto come uno di loro, erano più grandi di me. E la loro presenza è stata ed è fondamentale».

            Un progetto diffuso in tredici regioni con oltre 400 ragazzi Il progetto ‘Care Leavers Network’, di cui si è parlato ieri alla Camera, dalla presenza del presidente Roberto Fico, è diffuso in 13 regioni.

www.agevolando.org/care-leavers-network

È finanziato dal Ministero del Lavoro e delle politiche sociali e realizzato da Agevolando in collaborazione con il Coordinamento nazionale comunità di accoglienza (Cnca).                                         www.cnca.it

Un nuovo impegno concreto in ambito legislativo che riguarda giovani fuori famiglia oltre i 21 anni, è stato annunciato dalla deputata del Gruppo misto Emanuela Rossini.

www.camera.it/leg18/29?shadow_deputato=307710&idpersona=307710&idlegislatura=18

 Si pensa a un emendamento per una misura che vada a integrare e prolungare il Fondo per i ragazzi care leaver – oggi rivolto alla fascia d’età 18-21 anni – fino a 25 anni. «Si tratta di un fondo sperimentale su tre anni – spiega Federico Zullo, presidente di Agevolando – che da un lato ha rappresentato un risultato storico ma che ci dice anche come il sistema di accoglienza vada migliorato, soprattutto per quanto riguarda la transizione all’autonomia di questi ragazzi».

            Maria N. «In casa famiglia sono stata accolta, ascoltata, e sono rinata» Un problema vissuto in prima persona anche da Maria N. di Salerno, che oggi ha 26 anni. Arrivata dalla Romania, ha vissuto in casa-famiglia per 6 anni. «Un’esperienza molto intensa. Mi manca ancora. La comunità è stata la mia salvezza, ho imparato le regole giuste, sono rinata. Sono riuscita a rimanere lì fino a 19 anni, quando ho trovato una casa e un lavoro».

            Una ricerca per ascoltare i ‘fuori famiglia’ «Le narrazioni proposte dagli adolescenti colgono e propongono spesso aspetti del lavoro sociale che spiazzano non di poco gli adulti che hanno la responsabilità della loro protezione e che li frequentano abitualmente », spiega Valerio Belotti dell’Università di Padova. La richiesta di fondo dei ragazzi è quella di tenere in considerazione il loro parere. E poi implorano chiarezza, trasparenza, verità.

Di grande impatto l’appello agli assistenti sociali: «Abbiamo il diritto di sapere cosa sta succedendo, i motivi per cui veniamo allontanati dalla nostra famiglia. Per questo vi chiediamo di trovare i modi e le parole per comunicarceli, adatti alla nostra età, per quanto difficile sia » . Altrettanto importante la richiesta di non essere giudicati – « ma non giudicate neppure le nostre famiglia» – di essere accompagnati, di non essere lasciati ‘in sospeso’, di essere interpellati prima di decisioni importanti. Ieri, alla Camera. a rispondere alle loro sollecitazioni c’erano tra gli altri Maria Francesca Pricoco, presidente associazione nazionale dei magistrati per i minorenni e la famiglia e Gianmario Gazzi, presidente Consiglio nazionale ordine assistenti sociali.

Luciano Moia             Avvenire 30 gennaio 2020

www.avvenire.it/attualita/pagine/noi-rinati-grazie-allaffido-ma-ora-non-lasciateci-soli

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ASSEGNI  AI FIGLI
Mantenimento figli: vale ancora il tenore di vita

Corte di Cassazione, sesta sezione civile, ordinanza n. 1562, 23 gennaio 2020

www.studiocataldi.it/visualizza_allegati_news.asp?id_notizia=37179

A seguito della separazione personale tra coniugi, i figli hanno diritto a un mantenimento tale da garantire loro un tenore di vita corrispondente alle risorse economiche della famiglia e analogo per quanto possibile a quello goduto in precedenza, continuando a trovare applicazione l’art. 147 del codice civile.

  1. Ripartizione spese straordinarie figli. È corretto che le spese straordinarie, esulanti dall’ordinario regime di vita dei figli, siano ripartite per quote tra i genitori, in maniera proporzionale alle rispettive risorse. Ricomprenderle in maniera “forfettaria” nell’ammontare dell’assegno di mantenimento posto a carico di un genitore, rischierebbe di privare la prole, a causa delle possibilità economiche del beneficiario dell’assegno cumulativo, di cure necessarie o altri indispensabili apporti. Lo ha chiarito la Corte di Cassazione, pronunciandosi, nel giudizio di divorzio della coppia, sull’istanza di una madre che aveva contestato l’importo dell’assegno fissato in favore del figlio dal giudice di merito in 1.100 euro mensili, oltre al pagamento del 70% delle spese straordinarie.
  2. Spese straordinarie figli. La Corte rammenta che devono intendersi spese “straordinarie” quelle che, per la loro rilevanza, la loro imprevedibilità e la loro imponderabilità esulano dall’ordinario regime di vita dei figli. Non si ritiene che tali spese possano includersi in maniera forfettaria nell’ammontare dell’assegno, posto a carico di uno dei genitori. Una simile scelta, infatti, contrasterebbe con il principio di proporzionalità sancito dall’art. 155 c.c. e con quello dell’adeguatezza del mantenimento, e recherebbe grave nocumento alla prole, che potrebbe essere privata di cure necessarie o di altri indispensabili apporti a causa delle possibilità economiche del solo genitore beneficiario dell’assegno “cumulativo”.
  3. Mantenimento figli e tenore di vita. Gli Ermellini richiamano un orientamento della medesima sezione (ord. n. 21273/2013) secondo cui, a seguito della separazione personale tra coniugi, la prole ha diritto a un mantenimento tale da garantire un tenore di vita corrispondente alle risorse economiche della famiglia e analogo per quanto possibile a quello goduto in precedenza, continuando a trovare applicazione l’art. 147 del codice civile. Tale norma, imponendo il dovere di mantenere, istruire ed educare i figli, obbliga i genitori a far fronte a una molteplicità di esigenze, non riconducibili al solo obbligo alimentare, ma estese all’aspetto abitativo, scolastico, sportivo, sanitario e sociale, all’assistenza morale e materiale, alla opportuna predisposizione, fin quando l’età dei figli stessi lo richieda, di una stabile organizzazione domestica, idonea a rispondere a tutte le necessità di cura e di educazione. Ne consegue che non esiste duplicazione del contributo nel caso sia stabilito un assegno di mantenimento omnicomprensivo con chiaro riferimento a tutti i bisogni ordinari e, contemporaneamente, si predisponga la misura della partecipazione del genitore alle spese straordinarie, in quanto non tutte le esigenze sportive, educative e di svago rientrano tra le spese straordinarie.

Lucia Izzo Studio Cataldi                  28 gennaio 2020                                

www.studiocataldi.it/articoli/37179-mantenimento-figli-vale-ancora-il-tenore-di-vita.asp

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BIBBIA

Comandamenti Sesto, non commettere atti impuri

Per la verità, dai testi del Vecchio Testamento e del Nuovo la proibizione è «Non commettere adulterio» (Es 20,14; Dt 5,19). Uguale richiamo è presente nel Vangelo di Matteo: «Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio; ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore».

            Nelle lettere di san Paolo si insiste molto sul vizio dell’impudicizia: «Fuggite l’impudicizia» (1Cor 6,18); «Non immischiatevi con gli impudichi» (1Cor 5,9); «In mezzo a voi neppure nominate l’incontinenza, l’impurità di ogni genere e l’avarizia» (Ef 5,3); «Disonesti, adulteri, effeminati e pederasti non possederanno il regno di Dio» (1Cor 6,9); «Fuggite l’impudicizia; qualunque peccato l’uomo commetta, si svolge fuori del corpo, ma il fornicatore pecca sul proprio corpo» (1Cor 6,18). Un passaggio più articolato è in Ef 5,3-11): «Quanto alla fornicazione e a ogni specie di impurità o cupidigia, neppure se ne parli tra voi, come si addice a santi; lo stesso si dica per le volgarità, insulsaggini, trivialità: cose tutte sconvenienti».

            Non ci sono dubbi dunque sulle indicazioni della Chiesa rispetto alla sessualità. Molta insistenza è dedicata al matrimonio. «Maschio e femmina li creò» (Gn 1,27). Siate fecondi e moltiplicatevi» (Gn 1,28); «Quando Dio creò l’uomo, lo fece a somiglianza di Dio; maschio e femmina li creò, li benedisse e li chiamò uomini quando furono creati» (Gn 5,1-2).

Il Catechismo della Chiesa cattolica (n. 2335) riassume: «Ciascuno dei due sessi, con eguale dignità, anche se in modo differente, è immagine della potenza e della tenerezza di Dio. L’unione dell’uomo e della donna nel matrimonio è una maniera di imitare, nella carne, la generosità e la fecondità del Creatore: «L’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno una sola carne» (Gn 2,24).

Un cambiamento culturale e sociale. I problemi della famiglia si sono moltiplicati per almeno tre grandi fenomeni: le convivenze prematrimoniali, le seconde nozze di cui un coniuge è divorziato e, infine, le unioni omosessuali. La pastorale ordinaria incontra continuamente questi fenomeni: si riferiscono in genere a proposito del nono comandamento. Nella comune coscienza cristiana, invece, il sesto comandamento è riferito agli atti sessuali: sia individuali sia nel matrimonio.

L’attenzione agli atti impuri è rivolta alla masturbazione, a tutto il mondo della pornografia, alla gestione dei rapporti coniugali non orientati alla prole, ai rapporti tra persone dello stesso sesso. Per il cambiamento culturale e sociale, oramai nessuno più parla in termini dettagliati di tale comandamento. Non i genitori, che non sanno orientarsi con figli e figlie adolescenti; non gli educatori, perché approfondire tali temi è un terreno molto insidioso, addirittura confinante con l’adescamento; nemmeno i sacerdoti hanno l’approccio adeguato a una pedagogia sicura e rassicurante.

            I pochi nubendi che si confessano e che hanno convissuto non accennano nemmeno ai rapporti prematrimoniali. Nell’incertezza è sceso il silenzio: i ragazzi apprendono dalla rete di tutto e di più e ognuno reagisce secondo la sua storia; i coniugi sono immersi nell’equilibrio interpersonale, molto attenti alla nascita dell’eventuale prole; persone dello stesso sesso convivono a seconda della possibilità che l’ambiente offre. Il senso di colpa è letteralmente scomparso. Almeno per i singoli atti sessuali.

La purezza di spirito. Sicuramente è da riprendere, su larga scala, la dimensione della purezza di spirito. In altre parole, la sessualità va ricollocata nell’ambito dello stile di vita. Si può vivere una vita sguaiata e godereccia che non riguarda solo il sesso, ma tutte le manifestazioni delle vicende personali: il vestito, il mangiare, i divertimenti, la bramosia delle ricchezze, l’apparire, il potere, le relazioni. È il contesto nel quale parla san Paolo.

            La costituzione umana è composta dalla fisicità e dalla dimensione superiore dell’intelletto e della volontà. L’identità delle persone nella quale convivono le due componenti (fisica e spirituale) porta a “gestire” sia la parte sensuale che quella spirituale. Il “peccato” è il non equilibrio, o meglio – come direbbe s. Agostino – saper distinguere tra il «sentire e il desiderare disordinatamente». Il sentire fa parte della creazione, il disordine è la prevalenza del desiderio non giustificato. Questa distinzione non è più vissuta: da qui la non colpevolizzazione di ogni manifestazione sensuale, non solo a proposito di sesso.

Il punto di equilibrio non è facile: sicuramente è diverso a seconda della storia delle persone: la conformazione fisica, l’età, la famiglia, gli amici, l’habitat, gli incontri, la formazione, la vocazione. Nella morale corrente è prevalsa l’attenzione ad ogni singolo atto sessuale, con il rischio di perdere la complessità dei comportamenti morali. Fissarsi sui singoli atti di impudicizia può aver valore se collocati sul vivere della vita dello spirito. La sottolineature degli atti fisici diventa inefficace se non debitamente ricollocata. Probabilmente per l’accentuazione della condizione del clero, nel difficile rispetto del celibato.

A partire da una spiritualità evangelica. Il cristianesimo ha suggerito una dimensione interiore molto delicata e per questo difficile: uno stile che eleva la dimensione del vivere in un clima di spiritualità alto. Seguendo il Vangelo, il cristiano assume una visione della vita che coinvolge ogni manifestazione della propria vita, in termini fisici e spirituali.

            Soltanto in questo stile la purezza di spirito assume il significato profondo e pieno. In fondo, la non coscienza della peccaminosità degli atti impuri è parte integrante di una vita cristiana diventata purtroppo marginale.

            Il Catechismo di san Pio X usa un’espressione adeguata a questo concetto: «Il sesto comandamento ci ordina di essere “santi nel corpo”, portando il massimo rispetto alla propria e all’altrui persona, come opere di Dio e templi dove egli abita con la presenza e con la grazia» (n. 202). Definendo la temperanza aggiunge: «La temperanza è la virtù che frena le passioni e i desideri, specialmente sensuali, e modera l’uso dei beni sensibili» (n. 258).

L’opera della nuova evangelizzazione, di cui parla spesso papa Francesco, va orientata a scelte di vita consone alla visione cristiana. Uno stile di vita che abbia la capacità di attrarre perché lineare, puro, sostanzialmente umano. Ritorna il grande problema della concezione della vita. Saper collegare i problemi dello spreco alimentare, degli eccessi dell’apparire, dell’acquisto delle cose superflue, del rispetto della natura è parte dell’impegno della proposta cristiana. In questo contesto anche la sessualità riassume il ruolo di un dono di Dio da non sciupare e di cui non abusare.

            Non appaia strano, ma il cristianesimo è l’unica forza morale che rispetta la natura e la conserva. Di fronte alla deriva del mondo occidentale, ai problemi di una crescita economica che poggia esclusivamente sul consumo e sul falso benessere, la riscoperta di una vita sobria, rispettosa, delicata ed equilibrata è un messaggio positivo e necessario. In questo equilibrio l’uso della sessualità ha un grande peso.

            Ad una condizione: che gli scandali che hanno coinvolto il clero sull’abuso della sessualità e – cosa orribile sui minori – sia non solo combattuta, ma preventivamente impedita.

            Gli abusi sessuali non hanno nessuna giustificazione se non con la distorsione non solo della vocazione, ma dell’equilibrio umano. Se l’abuso di potere può aver tenuto nascosta la pedofilia, la riflessione più profonda deve rispondere al perché del sorgere di questi abusi, con la sovrapposizione di personalità: la prima, falsa, ma attenta ai doveri di rappresentanza, l’altra ai comportamenti abominevoli.

            Recuperare la spiritualità evangelica aiuta a collocare i sensi al loro giusto posto, compreso il sesso.

Vinicio Albanesi Settimana news       31 gennaio 2020

www.settimananews.it/teologia/sesto-non-commettere-atti-impuri

 

Bibbia, cinema e mass media: gli aspetti di un rapporto lungo 100 anni

Dal kolossal religioso al filone cristologico in cui la figura di Gesù è rivisitata secondo differenti prospettive. Monsignor Dario Edoardo Viganò, Vice-Cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze e della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, alla vigilia della prima Domenica della Parola di Dio, analizza come il rapporto tra Bibbia, cinema e mass media, incidano sulla “percezione della stessa esperienza religiosa”

Il Dio cristiano è un Dio incarnato nella trama delle vicende degli uomini; così dunque il racconto è “il testimone obbligato di un Dio che si fa conoscere nello spessore di una storia di uomini e di donne ‘in carne e ossa’, una storia vissuta il cui senso è sempre plurivoco e il cui orizzonte non mai interamente chiuso. Ecco perché la salvezza si dice in un racconto: il racconto è il veicolo privilegiato dell’incarnazione e, al tempo stesso, anche il racconto della nostra storia” (Sapori del racconto biblico, EDB 2013, p. 19).

Il racconto biblico è stato più volte trasposto in forma audiovisiva, costituendo un vero e proprio genere a se stante; pensiamo, ad esempio, alle passioni di inizio secolo scorso, proposte dai pionieri della settima arte come i fratelli Auguste e Louis Lumière con Vues représentant la vie et la passion de Jésus Christ (1897) oppure ai quadri di matrice teatrale realizzati da Ferdinand Zecca con La Vie et la Passion de Jésus Christ (1902-1907). A imprimere forza visiva al racconto biblico è stato poi lo statunitense Cecil B. DeMille, capofila del kolossal religioso, con le due versioni de I dieci comandamenti (1923 e 1956): un cinema che predilige la cifra della spettacolarizzazione del racconto piuttosto che cogliere le articolate sfumature del Testo Sacro.

Quando il cinema incontra Gesù. Anche la figura di Gesù è stata più volte rivisitata dal cinema. Quello che viene definito il filone cristologico, ha guadagnato, in oltre cento anni, le più differenti prospettive di racconto e formule di declinazione. In ambito accademico (cfr. Gesù e la macchina da presa, Lateran University Press 2005) una delle più recenti teorizzazioni vede quattro possibili percorsi visivi-interpretativi:

  1. film che sono “storie” della storia di Gesù, ovvero opere che trattano direttamente la storia di Gesù, tenendo presente la necessità di disambiguare tra i film che assumono come fonte diretta il testo biblico (evangelico) e i film che, invece, adottano e rielaborano l’immagine diffusa su Gesù a partire dall’immenso e indefinito materiale su Gesù. È il caso di opere come Il Re dei Re (1927) di Cecil B. De Mille, La tunica (1953) di Henry Koster, Il Vangelo secondo Matteo (1964) di Pier Paolo Pasolini e persino La passione di Cristo (2004) di Mel Gibson.
  2. Un secondo filone è costituito dalla storia delle “storie” di Gesù: opere che hanno dato forma a racconti (romanzi), che si proponevano di narrare la storia di Gesù; caso emblematico è L’ultima tentazione di Cristo (1988) di Martin Scorsese, dal romanzo di Nikos Kazantzakis.
  3. Terzo ambito è costituito da opere che toccano la storia di Gesù solo tangenzialmente, ma non per questo non significativamente: esempio è il film La dolce vita (1960) di Federico Fellini, che si apre con la ripresa di una statua di Cristo trasportata in elicottero che sembra quasi voler accarezzare i nuovi caseggiati delle periferie di Roma.
  4. Ultimo filone narrativo di taglio cristologico è costituito dai cosiddetti film parabolici, testi cinematografici che nelle vicende che raccontano hanno come cuore del discorso proprio la figura di Gesù, che compare però come rimando, a volte più evidente a volte meno: da Au Hasard Balthazar (1966) di Robert Bresson a Gran Torino (2009) di Clint Eastwood.

La Bibbia Tv: opera di divulgazione. Al di là di queste riflessioni, che per gli studiosi sono particolarmente interessanti al punto da strutturare un ramo disciplinare ben definito nei Religious Studies, è indubbio che per molta gente la Bibbia prima di essere un libro è anzitutto un film oppure una fiction. Pensiamo, in particolare, alla grande opera televisiva La Bibbia, realizzata dalla Lux Vide insieme alla Rai negli anni Novanta e Duemila: da Abramo nel 1993, non dimenticando di certo l’episodio cinematografico Genesi. La creazione e il diluvio del 1994 firmato dal regista Ermanno Olmi, sino a San Paolo e San Giovanni. L’apocalisse, del 2000 e del 2002.

            Racconti, tra film Tv e miniserie in due puntate, che si fanno espressione di una ripresa di diffusione del Testo Sacro soprattutto tra le nuove generazioni – la serie è stata venduta nel mondo in oltre 130 Paesi –, proponendo, come chiave di accesso alla complessità del testo biblico, l’individuazione di un personaggio di riferimento, di un vero e proprio “eroe”. Un lavoro con un lungo lavoro di pre-produzione e la consulenza di biblisti e studiosi provenienti dalle differenti religioni monoteiste. Tale processo di scrittura e produzione ha ridotto necessariamente la polifonia del Testo Sacro semplificandolo e unificandolo a partire dal punto di vista di un narratore singolo: non si accede, ad esempio, alla vita e al cammino di un intero popolo così come raccontato nel libro della Genesi, bensì al cammino compiuto da Abramo oppure da Giacobbe, così come non ci si accosta alla compiutezza dell’intero testo dell’Esodo ma alla storia di Mosè.

L’incontro tra la Rivelazione e i mezzi di comunicazione. Un’opera comunque di grande importanza divulgativa almeno delle storie contenuto nella Bibbia, che tiene conto del fatto che “le parole di Dio […], espresse con lingue umane, si son fatte simili al parlare dell’uomo, come già il Verbo dell’eterno Padre, avendo assunto le debolezze dell’umana natura, si fece simile all’uomo” (Vaticano II, Costituzione dogmatica Dei verbum, n. 13). Lo stesso Giovanni Paolo II, in occasione del Convegno internazionale di studi sul linguaggio biblico nella comunicazione contemporanea del 1998, ha detto: “questo provvidenziale incontro tra la Parola di Dio e le culture umane è contenuto già nell’essenza stessa della rivelazione e rispecchia la ‘logica’ dell’Incarnazione”. E ancora, “l’incontro tra la Rivelazione divina ed i moderni mezzi di comunicazione sociale, quando è condotto nel rispetto della verità dei contenuti biblici e nella correttezza dell’uso dei mezzi tecnici, è portatore di abbondanti frutti di bene. Da una parte, infatti, esso comporta un’elevazione dei mass-media ad un compito tra i più nobili, che in qualche misura li riscatta da usi impropri e a volte banalizzanti. Dall’altra, offre possibilità nuove e straordinariamente efficaci per avvicinare il grande pubblico alla Parola di Dio comunicata per la salvezza di tutti gli uomini” (28 settembre 1998).

Se i guadagni valgono più dei rischi. Tutto ciò non significa, come evocato, essere immuni da qualsiasi pericolo nel processo di traduzione – o meglio di trasmutazione, recuperando le regole della Semiotica – eppure dobbiamo riconoscere che davvero è stata fatta una grande opera di mediazione e divulgazione del Testo Sacro che forse, diversamente, sarebbe rimasto del tutto muto per i più giovani. Soprattutto per quanto attiene al Vecchio Testamento.

            Il lavoro di traduzione audiovisiva comporta sempre dei rischi: il testo biblico, i simboli religiosi e in genere il linguaggio religioso, coinvolto o assunto nel processo dell’universo dei media, subisce di fatto un logoramento (Dizionario della comunicazione, Carocci 2009, alla voce: Il religioso nei media). Inoltre, i media, mentre rappresentano, ristrutturano e riorganizzano il linguaggio del credente, contribuendo a modificare le modalità di percezione della stessa esperienza religiosa. Pensiamo, infatti, come nel progetto Bibbia Tv, la storia di Dio con il suo popolo narrata dall’Antico Testamento sia divenuta più semplicemente la storia di alcuni protagonisti, appunto Abramo, Mosè, Davide, Salomone o Geremia. Tutto ciò mostra il rischio continuo della duplice funzione rappresentativa e regolativa dei media. Francesco Casetti rimarca, a tal riguardo, come il cinema sia “uno sguardo profondamente rivelatore: mettendo a punto un certo modo di osservare le cose, i film ci hanno aiutato a vederle, e a vederle nello spirito del tempo. Si tratta però anche di uno sguardo vincolante: nell’aprirci gli occhi, i film ci hanno suggerito cosa guardare e come guardarlo” (L’occhio del Novecento, Bompiani 2005, p. 15).

La comprensione della figura di Cristo. In tale prospettiva pensiamo a quante generazioni si sono accostate alla figura di Gesù tramite il film di Franco Zeffirelli Gesù di Nazareth (1977); e come lo stesso film (in verità anche sceneggiato Tv) abbia avuto un forte impatto circa la comprensione della stessa figura di Cristo.

Eppure esiste un processo anche inverso da tener presente o da poter percorrere: il percorso non è solo dal Testo Sacro alle traduzioni audiovisive, bensì viceversa. È possibile, difatti, partire dalla visione dei film per tornare a gustare le pagine della Bibbia, decisamente più ricche, dense di sfumature, dal respiro polifonico. E del resto, oggi si sono moltiplicate le scuole della Parola, i momenti di catechesi biblica, la partecipazione da parte del popolo di Dio ai corsi di esercizi spirituali che sono momenti nei quali la Parola ispirata viene colta da un cuore riscaldato dallo Spirito Santo.

 mons. Dario Edoardo Viganò             Vaticannews               25 gennaio 2020

www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2020-01/bibbia-cinema-racconto-uomini-donne-gesu.html

{Da citare lo sceneggiato televisivo Mosè (Burt Lancaster) del 1974, in 7 episodi, diretto da Gianfranco De Bosio. Ndr}.

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CENTRO INTERNAZIONALE STUDI FAMIGLIA

Newsletter CISF – n. 4, 29 gennaio 2020

Speciale Migranti – Conferenza ICCFR-CISF Roma novembre 2019

 

Cosa più del calcio per capire l’Italia a colori? In occasione dell’ultima Giornata Internazionale del Migrante (18 dicembre 2019), l’OIM (Organizzazione Internazionale delle Migrazioni

https://italy.iom.int/

 presenta a Roma il Global Migration Film Festival, iniziativa che quest’anno vede coinvolti più di 100 paesi in tutto il mondo. L’obiettivo è quello di promuovere – attraverso il cinema – una discussione informata, approfondita e imparziale su uno dei più grandi fenomeni del nostro tempo.

www.iom.int/global-migration-film-festival

Da vedere assolutamente il trailer di un corto sulla situazione italiana, “Il Mondiale in Piazza” di Vito Palmieri, che ironizza sul “dio pallone”: “in seguito alla mancata qualificazione dell’Italia al mondiale di calcio 2018, un gruppo di ragazzi decide di organizzare un mondiale parallelo in piazza tra l’Italia e le altre nazionali composte da immigrati. Ma alcuni sono nati in Italia, e si sentono italiani al cento percento. Giocheranno due Italia. E vediamo chi vince.”.

v  Questa newsletter e’ interamente dedicata al tema migranti, affrontato nella recente 65.a conferenza internazionale ICFFR – CISF “famiglie e minori rifugiati e migranti. Proteggere la vita familiare nelle difficoltà”. (Roma, 14-15 novembre 2019).

I materiali della Conferenza, risistemati e riorganizzati, sono reperibili sul sito ICCFR.

Testi in italiano o in inglese (alcuni materiali sono in entrambe le lingue).

https://iccfr.org/iccfr-conference-2019-in-rome-italy-migrant-families-and-children/documentation

v  Europa. Left out in the cold (“Chiusi fuori al freddo”). The Vulnerable Children on Britain’s Doorstep and the Urgency of Post-Brexit  Family Reunion Rules (I minori vulnerabili sulla soglia del Regno Unito, e l’urgenza di nuove regole per il ricongiungimento familiare, dopo la Brexit). Questo breve ed interessantissimo documento contieni i risultati di una ricognizione empirica sulla condizione dei minori migranti in attesa di entrare nel Regno Unito, bloccati sulle coste francesi (tra Calais e Dunquerque, anche nel famigerato campo tristemente famoso come “jungle/la giungla”). Emerge l’inadeguatezza delle politiche attuali europee e nazionali, e anche gli ulteriori rischi/difficoltà connessi alla BREXIT, anche sul tema specifico dei minori migranti.

https://refugee-rights.eu/wp-content/uploads/2019/10/RRE_LeftOutInTheCold.pdf?utm_source=email&utm_campaign=November_eNews_Bulletin&utm_medium=email

L’esperienza svizzera: dati, politiche, informazioni (non tutte scontate…). Il sito secondowelfare.it sta pubblicando una serie di approfondimenti tematici sul modello di accoglienza di rifugiati e migranti in Svizzera, nazione non marginalmente coinvolta nel fenomeno: infatti “[…] Il numero delle richieste d’asilo è aumentato in misura significativa dalla metà degli anni Ottanta, raggiungendo il culmine con i conflitti della Bosnia-Erzegovina (1991), da cui entrarono in Svizzera quasi 30.000 persone e del Kosovo (1999) con oltre 53.000 rifugiati. Dal 1985 al 2002 le richieste di protezione umanitaria sono state complessivamente oltre 400.000. Sempre secondo quanto riferisce il sito della SEM all’inizio del secolo il numero annuale di domande si situava attorno a 20.000. In seguito, tra il 2005 e il 2007, le cifre si sono dimezzate per aumentare poi nuovamente e toccare il loro massimo nel 2015, anno di flussi migratori eccezionali verso l’Europa, in cui in Svizzera si sono registrate 39.500 domande. Negli anni successivi il numero annuale di domande è di nuovo diminuito, scendendo nel 2018 a poco più di 15.000. Attualmente la Svizzera è uno dei paesi dell’UE28 con il maggior numero di richiedenti asilo in rapporto alla popolazione residente pari a 1,8 ogni mille abitanti: questa dato è esattamente il doppio di quello italiano che ammonta a 0,9 su mille[…].

Leggi i tre articoli già pubblicati, in data 5 dicembre 2019, 12 dicembre 2019, 8 gennaio 2020,

 https://www.secondowelfare.it/immigrazione-e-accoglienza/accoglienza-e-integrazione-nel-canton-ticino.html

https://www.secondowelfare.it/immigrazione-e-accoglienza/il-percorso-dei-richiedenti-asilo-e-rifugiati-in-svizzera-e-canton-ticino.html

https://www.secondowelfare.it/immigrazione-e-accoglienza/inserimenti-lavorativi-rifugiati-canton-ticino.html

Dipartimento per le politiche della famiglia. Le famiglie immigrate, di origine straniera e miste Rapporto redatto come Working Package n. 5, realizzato all’interno dell’Accordo di collaborazione tra l’Istituto di Ricerche sulla Popolazione e le Politiche Sociali del CNR (CNR-IRPPS) e il Dipartimento per le Politiche della Famiglia (DiPoFam) della Presidenza del Consiglio dei Ministri in materia di Politiche familiari e demografiche: contesto europeo e realtà italiana. “Il Working Package 5 […] considerando la famiglia immigrata come unità di analisi […] l’obiettivo fondamentale di questo Working Package è identificare e descrivere le principali caratteristiche e le condizioni socio-economiche delle famiglie immigrate residenti in Italia, sia di origine straniera che miste, allo scopo di provare a individuare e valutare la loro domanda di servizi sociali. In sostanza si intende verificare l’esistenza di eventuali specificità nella domanda di servizi sociali delle famiglie oggetto di indagine in relazione alle differenti dinamiche familiari e ai vari processi di integrazione nella società italiana”.

http://famiglia.governo.it/media/1675/rapporto-del-wp5.pdf

MEP: Modelling Employability Process for Refugees. (Fondazione ADECCO). MEP è un progetto multistakeholder e multilivello che consolida una metodologia di sviluppo per il processo di inclusione lavorativa di persone titolari di protezione internazionale sperimentata sul campo da tre anni grazie alla partnership di Fondazione Adecco e UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati. Il progetto MEP nasce infatti come continuazione del progetto DOMUS. Il progetto offrirà nuovi strumenti per gli/le operatori/trici dell’accoglienza dei rifugiati al fine di facilitare e consolidare il processo di inclusione lavorativa dei beneficiari.

https://fondazioneadecco.org/i-nostri-progetti/lavori-in-corso/mep

Dalle case editrici

  • Ambrosini Maurizio, Famiglie nonostante. Come gli affetti sfidano i confini, Il Mulino, Bologna, 2019, pp. 188, € 15,00. Quando si parla di famiglia, sul piano politico, etico e anche religioso e dell’importanza della sua integrità, si pensa sempre solo alle famiglie autoctone, raramente a quelle degli immigrati e tantomeno a quelle separate dai confini o dalle politiche migratorie. Ogni migrante finisce per avere almeno tre famiglie: la prima è quella del paese d’origine, immersa in un contesto sociale conosciuto che l’accompagna e la sostiene; la seconda è quella che deve affrontare la prova della separazione, quando uno dei membri adulti parte per cercare lavoro all’estero; la terza è quella che si ritrova nel paese di immigrazione, completamente o parzialmente (a seconda delle politiche sui ricongiungimenti familiari): un “lieto fine” agognato che si trasforma spesso in un ricominciamento carico di incertezze. Sebbene in Europa negli ultimi anni, a fianco del riconoscimento dell’integrità familiare come diritto umano si fossero, più pragmaticamente, favoriti i ricongiungimenti per contrastare l’anomia degli immigrati, le politiche “sovraniste” – con la contrapposizione netta tra “noi” e “loro” – stanno purtroppo erodendo tale possibilità.
  • Un altro volume interessante. In offerta. Rapporto famiglia Cisf 2014. Le famiglie di fronte alle sfide dall’immigrazione. Sono ancora disponibili alcune copie del Rapporto Cisf sul tema, che “presenta i risultati di un’indagine originale, su un campione nazionale di 4.000 interviste, rappresentativo delle famiglie italiane, che si focalizza in particolare sul modo in cui le famiglie residenti si pongono di fronte ai nuovi arrivati: le loro aspettative, paure e resistenze, ma anche le loro inaspettate capacità di relazionarsi in modo positivo e accogliente. […] Al centro dell’attenzione del presente Rapporto Cisf 20l4 sta quindi la dimensione relazionale e dialogica della questione migratoria […] Anche dalle famiglie dipenderà il tipo di società del futuro: se più solidale, più aperta, più capace di accoglienza e integrazione, oppure piena di incomprensioni, paure e conflitti sociali”.

Il volume può essere richiesto indirizzando una mail a: cisf@stpauls.it. Il costo è pari a 15,00 (quindici) Euro, comprensivo delle spese di spedizione (prezzo di copertina: 29,00 Euro).

http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/archivio-di-rapporti-sulla-famiglia.aspx?utm_source=newsletter&utm_medium=newsletter_cisf&utm_campaign=newsletter_cisf_29_01_2020

Specializzarsi per la famiglia.

  • Master “Diritto delle Migrazioni. Le politiche migratorie, i profili normativi”.  All’Università degli studi di Bergamo prenderà avvio il 28 febbraio 2020 la X edizione del Master “Diritto delle migrazioni. Le politiche migratorie, i profili normativi”. “Realizzato in collaborazione con l’OIM (Organizzazione Internazionale Migrazioni), dell’ICMC (International Catholic Migration Commission) e del CIR (Consiglio Italiano Rifugiati), il Master è stato definito “un’eccellenza e una ricchezza a livello europeo” dalla Presidente della commissione per la cultura e l’istruzione a Bruxelles”. Le informazioni didattiche, la modalità di iscrizione, il costo e le scadenze sono pubblicate nella pagina web dell’UNIBG:

http://sdm.unibg.it/corso/diritto-delle-migrazioni-migration-law

  • Brescia. Intervento formativo per docenti Mettiti alla prova. Scuola Cattolica, Scuola Solidale: “Obiettivo del progetto è la promozione nelle scuole cattoliche dei temi della solidarietà e attenzione all’altro come stile educativo-didattico, con esperienze inserite stabilmente nel Piano Triennale dell’Offerta Formativa (PTOF) di ogni scuola […] Destinatari del corso di formazione: docenti delle Scuole cattoliche bresciane di ogni ordine e grado, insegnanti in servizio presso le scuole dell’infanzia associate FISM e docenti di scuole statali”. Il percorso formativo è promosso da Fondazione Comunità e scuola, Diocesi di Brescia (Ufficio educazione, ufficio missioni), Fondazione Guido e Angela Folonari, Caritas diocesana, Associazione Cuore Amico Fraternità Onlus Da febbraio a maggio 2020.

www.comunitaescuola.it/wp-content/uploads/2020/01/concorso2020-2.pdf

Save the date

  • Nord: Quale governo per le migrazioni? Seminario di studi interdisciplinari promosso da Di.SEA.DE (Dipartimento di Scienze Economico-Aziendali e Diritto per l’Economia) e dal Dipartimento di Giurisprudenza – School of Law dell’Università Bicocca, ADiM (Accademia Diritto e Migrazioni) dell’Università di Tuscia, ASGI (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione), Milano, 24 febbraio 2020.

www.asgi.it/wp-content/uploads/2020/01/Locandina-convegno-24-febbraio-2020-quale-governo-delle-migrazioni.pdf

  • Centro: Salute e migrazione: ieri, oggi e il futuro immaginabile, La SIMM e trent’anni di storia: 1990 – 2020, XVI congresso nazionale SIMM (Società Italiana di Medicina delle Migrazioni), Roma, 20-23 maggio 2020.                              www.simmweb.it/calendario-appuntamenti/congresso-2020
  • Sud: Minori migranti soli: storie, problematiche, potenzialità. La cartella sociale Harraga nel Comune di Agrigento, evento promosso all’interno del progetto SAAMA (Strategie di Accompagnamento all’Autonomia per Minori Accolti), Agrigento, 31 gennaio 2020.

www.redattoresociale.it/GetMedia.aspx?utm_source=newsletter&utm_medium=newsletter_cisf&utm_campaign=newsletter_cisf_29_01_2020&id=de20634fc3314c61b9c6b6ff60937e53&s=0

  • Estero: The 12th world conference a new world on the move: the realities of irregular mass migration and the challenges facing asylum and immigration judges” (Un nuovo mondo in movimento: la realtà delle migrazioni irregolari di massa e le sfide per i giudizi che si occupano di asilo e di immigrazione), 12. Conferenza Mondiale della IARMJ (International Association of Refugee and Migration Judges – Associazione Internazionale dei Giudici per Rifugiati e Migranti), San Josè (Costa Rica), 19-21 febbraio 2020.

www.iarmj.org/components/com_rseventspro/assets/images/files/draft%202020%20IARMJ%20World%20Conference%20Programme.pdf


Iscrizione               http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/newsletter-cisf.aspx

Archivio     http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/elenco-newsletter-cisf.aspx

http://newsletter.sanpaolodigital.it/cisf/gennaio2020/5157/index.html

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CHIESA CATTOLICA

Inizia il tempo delle donne

La violenza contro le donne è stata a lungo all’ordine del giorno nella Chiesa cattolica. Però ora le vittime insorgono – e la gerarchia sembra imparare dalle esperienze della crisi degli abusi. È ora che venga a galla e si parli della violenza sessuale contro le donne nella Chiesa.

Così come dieci anni fa era il momento di parlare di violenza contro i bambini nella Chiesa. “Il silenzio deve essere rotto”, scrisse nel gennaio 2010 il padre gesuita allora direttore del Canisiuskolleg di Berlino, Klaus Mertes, in una lettera a diversi ex studenti che avevano vissuto degli abusi nella sua scuola. La lettera è all’inizio della riflessione sulle migliaia di abusi su bambini da parte di preti in Germania. Quando Mertes scrisse quella lettera non immaginava quanto fosse esteso il fenomeno dell’abuso su bambini nella Chiesa cattolica e quante vittime avrebbero finalmente parlato in tutta la Germania. Ma sapeva ciò che doveva fare in quel momento e dimostrò così una fiducia in Dio e nella Chiesa molto maggiore di coloro che per decenni avevano nascosto gli abusi e non avevano voluto ascoltare le vittime.

Ora, nel gennaio 2020, ho l’impressione che ci troviamo in una situazione simile per quanto riguarda il modo di trattare la violenza sessuale sulle donne nella Chiesa. In questo mese ho ricevuto diverse mail di vittime, più di quante me ne siano mai arrivate prima. Quasi ogni giorno parlo al telefono con donne che desiderano essere ascoltate. Molte di loro per decenni non sono state prese sul serio dalla Chiesa. Sembra che le cose stiano cambiando. Diverse vittime raccontano che da poco vengono non solo ascoltate, ma anche sostenute nella Ordensobernkonferenz (Conferenza delle Superiore Maggiori). Una donna ad esempio è riuscita ad ottenere che il religioso che aveva abusato di lei non fosse più invitato dalle case di esercizi spirituali in tutta la Germania.

Sembra che alcuni responsabili abbiano capito che bisogna difendere la Chiesa dagli abusatori, non dalle vittime. Sulla base dei miei colloqui, so che ci sono tre gruppi di vittime. Ci sono le donne che, come me,

sono andate in convento quando erano molto giovani e vi hanno subito violenze sessuali. Nella maggior parte dei casi da parte di un confessore o di un direttore spirituale, a volte anche da parte di una superiora o di una maestra delle novizie, che sfruttano il fatto che l’intera vita di queste donne è definita e caratterizzata dalla congregazione. Autori di reato che in linea generale occupano posizioni di potere hanno gioco facile. Per questo le religiose colpite incontrano particolare difficoltà a difendersi e a farsi ascoltare. Nella maggior parte dei casi riescono a parlare delle loro esperienze solo una volta uscite dall’ordine.

Poi ci sono donne che si affidano ad un direttore spirituale e che sono spinte da costui a comportamenti di tipo sessuale. Queste violenze sono particolarmente perfide perché avvengono in un rapporto di direzione spirituale nel quale la donna si apre fiduciosamente e parla della sua vita intima. Gli autori di reato sfruttano proprio questa apertura fiduciosa. Fanno credere alla loro vittima che la vicinanza corporale sia un aspetto normale di una relazione di direzione spirituale, per spingersi poi man mano sempre più avanti, fino a che vengono commessi inequivocabilmente reati di tipo sessuale.

Infine c’è la capacità di approfittare del potere dato dalla carica che si ricopre. Vittime in queste situazioni sono soprattutto donne che hanno un prete come loro superiore e che vengono da lui spinte a comportamenti di tipo sessuale. Si va dalla diciottenne direttrice delle chierichette con cui il parroco fa sesso regolarmente, alla governante che il parroco palpeggia ogni volta che è sotto l’effetto dell’alcol.

Tutte le donne abusate vogliono in fondo la stessa cosa: che qualcuno dica loro ufficialmente che tali abusi non avrebbero dovuto avvenire e che in futuro saranno decisamente impediti. Richieste di risarcimento non vengono praticamente mai in mente alle vittime. Neppure quando hanno sofferto per decenni delle conseguenze degli abusi e perciò non hanno potuto dedicarsi a nessuna regolare attività retribuita, o il loro matrimonio è andato in pezzi o hanno sofferto di malattie mentali. Anche questa è una conseguenza della violenza subita: le donne abusate hanno interiorizzato il fatto che loro non contano niente, che non hanno il diritto di pretendere qualcosa per sé. E questo è tanto più forte in quanto sono state espressamente spinte a pensare in questo modo.

“Non deve essere riconoscente”, dico ad una donna al telefono, “quando qualcuno nella Chiesa la sta ad ascoltare. Lei ne ha il diritto”. Molte delle donne abusate sono in contatto le une con le altre. Alcune vorrebbero mettersi in rete e attivarsi insieme alle altre. La cosa sembra nell’aria. Forse gli Anni Venti diventeranno il decennio delle donne nella Chiesa, il decennio in cui finalmente viene alla luce a quali abusi spesso le donne sono state e sono esposte nella Chiesa stessa.

Per molto tempo la cosa non sembrava così estesa. L’emarginazione delle donne nella Chiesa non è una disavvertenza, è una cosa voluta. Naturalmente ci sono abusi sulle donne anche nelle Chiese evangeliche e riformate. Ma nella Chiesa cattolica romana e anche nella Chiesa ortodossa la situazione è diversa. Qui viene esplicitamente impedito alle donne l’accesso ai ministeri più alti a causa della loro femminilità. In compenso, le donne si assumono praticamente lo svolgimento di compiti in ambito sociale e di tutti i servizi poco retribuiti o non retribuiti. La mancanza di parità tra i generi entra in gioco in maniera particolarmente drastica nel rapporto tra le donne di servizio dei parroci e i parroci. Le prime lavorano spesso per una misera paga da fame e si avviano sicuramente ad una vecchiaia di povertà, mentre i preti che loro servono non devono affrontare alcuna preoccupazione per i soldi.

Non sorprende nessuno che lì dove regna un simile squilibrio di potere ci possano facilmente essere poi anche altre forme di violenza. Senza una piena equiparazione dei diritti delle donne nelle Chiese non finirà la violenza sulle donne. Per questo fa veramente piacere che, accanto a Maria 2.0, ora anche le grandi associazioni cattoliche femminili chiedano l’equiparazione dei diritti delle donne nella Chiesa cattolica, compreso l’accesso a tutti i ministeri.

Quando la religiosa Maura O’Donohue inviò in Vaticano all’inizio degli anni 90 del secolo scorso le

sue relazioni sulla pesante violenza sessuale contro le religiose in 23 paesi, non successe nulla per anni. Eppure lei descriveva quasi senza eccezioni casi estremi, tra cui rapporti sconvolgenti su preti che avevano violentato delle religiose e che le avevano poi obbligate ad abortire. Alcune delle suore morirono addirittura a causa di aborti eseguiti in maniera non professionale. Sempre negli anni 90, i tre psichiatri John Chibnall, Paul Duckro e Ann Wolf interrogarono a St. Louis, Missuri, delle religiose statunitensi sulla violenza sessuale. Una religiosa su tre di quelle interrogate ammise di aver subito in convento delle violenze sessuali. I ricercatori avevano promesso in precedenza di non emettere alcun comunicato stampa sui loro risultati. Che quindi vennero pubblicati solo su due riviste religiose. Anche in Germania le vittime cercarono di ottenere ascolto, ma con poco successo, anche in casi di personaggi importanti, come un vescovo ausiliare di Magonza che, ad una donna di cui aveva la direzione spirituale, offrì “attenzione corporale” (quella fu la presa di posizione di allora della diocesi). La donna parlò di costrizione sessuale. Ma né per la diocesi né per il Vaticano quello parve un motivo per aprire un processo contro il vescovo ausiliare. Il quale, dopo che nel 2003 dovette dare le dimissioni da vescovo ausiliare, poté comunque continuare a svolgere attività pastorale.

Ma anche se i responsabili ecclesiastici sono rimasti in silenzio per decenni, ora sta lentamente avviandosi un processo che fa nascere speranza. L’attenzione fu destata dal fatto che i rapporti di O’Donohue nel 2001 trapelarono e furono divulgati. Da allora, e spesso sotto il radar delle autorità vaticane, sono sempre più numerose le vittime che si mettono in rete. Lo schema è sempre lo stesso: appena una vittima in qualche luogo nel mondo appare pubblicamente con nome e volto, altre vittime si presentano a lei; vi si aggiungono operatori dei media, ricercatori e, non ultimi, anche incaricati ecclesiali. Questo processo è in atto da alcuni anni in diverse aree linguistiche spesso separate le une dalle altre.

In India le religiose solidarizzano con una suora che afferma di essere stata violentata da un vescovo. In Francia si mettono in rete donne che sono state abusate dal fondatore della Communauté Saint-Jean. Al di là di frontiere di lingue o di nazioni, vittime come la teologa Rocio Figueroa che insegna in Nuova Zelanda, non hanno più alcuna paura a parlare davanti alle telecamere o in eventi ecclesiali in Vaticano.

Degno di nota è il fatto che la Chiesa sembra aprirsi a questo tema. Un anno fa L’Osservatore Romano scrisse per la prima volta di abusi sessuali su religiose da parte di preti. Quando a papa Francesco durante una conferenza stampa fu posta una domanda in merito, lui – a differenza dei suoi predecessori – ammise il problema con franchezza, parlò perfino di schiavitù sessuale e disse che la Chiesa doveva fare di più contro questa realtà. Il papa ha poi rafforzato questa dichiarazione con parole forti, l’ultima volta nel suo discorso per il Nuovo Anno, in cui definì la violenza sulle donne una “profanazione di Dio”.

Anche se la cosa non è immediatamente evidente, ciò che il papa fa riguardo a questo tema, con la sua retorica produce apertura. È diventato possibile nella Chiesa parlare e indagare sulla violenza sulle donne nella Chiesa stessa. Ad esempio, in settembre Makamatine Lembo, membro della Pontificia Commissione per la difesa dei minori, tenne la prima dissertazione sull’argomento alla Pontificia Università Gregoriana. Le grandi organizzazioni internazionali delle religiose sollecitano nel frattempo le loro suore far sentire la loro voce se sono vittime di violenza sessuale.

Doris Reisinger “www.zeit.de” (Christ & Welt) 22 gennaio 2020 (traduzione: www.finesettimana.org)

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202001/200127reisinger.pdf

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CITAZIONI

I problemi della procreazione responsabile: solo soluzioni pastorali?

Di ritorno dal suo viaggio apostolico nelle Filippine, papa Francesco ha concesso un’intervista ai giornalisti che viaggiavano insieme con lui sull’aereo. Tra gli argomenti trattati, anche quello della procreazione responsabile. Riportiamo, in proposito, queste considerazioni: “Il cristiano non deve fare figli in serie. Io ho rimproverato alcuni mesi fa una donna in una parrocchia perché era incinta dell’ottavo, dopo sette cesarei. Ma lei vuole lasciare sette orfani? Questo è tentare Dio… Ma guarda, Dio ti dà i mezzi, sii responsabile… La parola chiave per rispondere è quella che usa la chiesa sempre, anche io: paternità responsabile. Alcuni credono che – scusatemi la parola, eh – per essere buoni cattolici dobbiamo essere come conigli, no? No, paternità responsabile. Questo è chiaro e per questo nella chiesa ci sono i gruppi matrimoniali, ci sono gli esperti, ci sono i pastori e si cerca. Io conosco tante e tante vie d’uscita lecite che hanno aiutato a questo”.

Commentando queste espressioni sul settimanale diocesano di Padova (Difesa del Popolo, 1 febbraio 2015), Giuseppe Trentin, autorevole docente di teologia morale presso la Facoltà Teologica del Triveneto, ha osservato, in particolare: “Esiste un problema che il papa ovviamente non affronta, ma ha ben presente davanti agli occhi ed è il problema di una possibile reinterpretazione e rimodulazione della enciclica “Humanæ Vitæ”. Ed ha aggiunto: “Cosa significhino queste parole non è chiaro. Toccherà al papa o forse al prossimo sinodo chiarirlo. Lo si farà? O si preferirà ancora una volta lasciare all’evoluzione del costume e quindi ultimamente alla coscienza dei coniugi individuare la soluzione del problema? Non lo so. So però che alle spalle di ogni pratica c’è sempre una teoria in base alla quale i problemi pratici, anche di ordine pastorale, non si risolvono bene, correttamente, se la teoria non è ben formulata e condivisa. Quando pertanto nell’enciclica “ Humanæ Vitæ”” si parla di “apertura alla vita” a cosa si intende fare riferimento? A una norma di atteggiamento, come a dire: sii buono, generoso, aperto alla vita? O anche a una norma di comportamento, del tipo: se vuoi essere buono, generoso, aperto alla vita, “devi comportarti così e così”, non ricorrere a metodi artificiali, bensì naturali di regolazione delle nascite, o in alternativa alla continenza periodica? La risposta dell’enciclica è chiara, poggia però su una argomentazione che per molti non è rigorosa e convincente. Perché mai, ci si chiede, in una situazione di conflitto tra esigenze dell’amore e procreazione, chi adotta metodi diversi

da quelli indicati è da ritenersi cattivo, poco generoso, non aperto alla vita? E’ questo il punto.”

Ed ha concluso auspicando che “il papa o i padri sinodali riprendano l’interrogativo e aiutino i coniugi a ritrovare quella serenità di coscienza che permetta loro di non sentirsi in colpa se in determinate circostanze ritengono di dover adottare metodi e comportamenti diversi da quelli indicati da un’enciclica, che per molti versi è senz’altro molto bella e profetica, ma per altri è difficile e controversa”.

Abbiamo già avuto modo di interrogarci sul significato della “apertura degli sposi alla vita” (Matrimonio, n.2/2014- news UCIPEM 790 pag.20) e conveniamo senz’altro sulle osservazioni e sull’auspicio formulato da Trentin.

Desideriamo tuttavia, ora, evidenziare, con particolare rilievo, da un lato le richiamate espressioni di papa Francesco in ordine alle “vie di uscita lecite” e dall’altro la rigorosa affermazione del teologo morale che, sollecitato anche dalla personale sensibilità ed esperienza pastorale, pone una questione di fondo: se la “teoria” sulla quale si basa l’enciclica sia “ben formulata e condivisa”. Ci pare, la sua, una affermazione coraggiosa e che va accolta con grande attenzione in questi mesi che precedono il sinodo conclusivo sulla famiglia. E’ infatti prevalso, finora, un atteggiamento di (peraltro giustificabile) cautela nel delineare le possibili e auspicabili “svolte” sui punti più delicati e controversi delle “sfide” che i padri sinodali hanno cominciato ad affrontare. Si è detto (anche da fonti molto qualificate) che il sinodo non è chiamato a trattare temi propri della “dottrina” ma più propriamente (semplicemente?) quelli pastorali. Il richiamo di Trentin alla “teoria” pone invece proprio una questione che attiene alla “dottrina” e che non può essere, a nostro avviso, delegata ad una componente sola della comunità ecclesiale. Come afferma papa Francesco – e proprio su questo tema – è la chiesa stessa che si trova (si deve porre) in ricerca. Accogliendo la precisa sollecitazione uscita dal sinodo straordinario, le domande che sono scaturite dalla Relatio hanno lo scopo di suscitare risposte non solo “fedeli” ma anche “coraggiose” nei Pastori e nel popolo di Dio, evitando che “possano essere fornite secondo schemi e prospettive proprie di una pastorale meramente applicativa della dottrina.” La stessa pastorale deve essere “contraddistinta dalla ‘cultura dell’incontro’, capace di riconoscere l’opera libera del Signore anche al di fuori dei nostri schemi consueti”.

            Quali sono gli agenti di cambiamento che, partendo dalle esperienze ed esigenze pastorali, possono aiutare la chiesa a riesaminare, a distanza di quasi cinquant’anni, la “teoria” proposta dall’Humanæ Vitæ“? Accanto ai “pastori”, papa Francesco indica i “gruppi matrimoniali” e gli “esperti”. Già la prima fase del sinodo ha offerto, a questo proposito, alcuni significativi contributi elaborati nell’ambito di gruppi matrimoniali, in diverse parti del mondo, impegnati nel territorio dove vivono. Ogni congregazione, cioè sessione dei lavori del sinodo, è stata aperta dalla riflessione di una coppia di coniugi sul tema in discussione. Intendiamo riferirci, in particolare, agli interventi di due coppie: i coniugi Ron e Mavis Pirola (australiani) e i coniugi Arturo e Hermelinda As Zamberline (brasiliani). In entrambi gli interventi troviamo affermazioni e un linguaggio abitualmente insoliti, quando non addirittura assenti, nei documenti magisteriali. Ne citiamo alcuni passi evidenziando parole ed espressioni particolarmente significative di questo linguaggio. L’intervento dei coniugi Pirola è già stato integralmente riportato su questa Rivista (Matrimonio, n. 4/2014). Desideriamo ricordare solo queste considerazioni: “…ci siamo resi conto che l’unico tratto che distingue la nostra relazione sacramentale da qualsiasi altra buona relazione che ha il suo centro in Cristo è l’intimità sessuale e che il matrimonio è un sacramento della sessualità, che trova la sua più piena espressione nel rapporto sessuale. Siamo convinti che fino a quando le coppie sposate non riusciranno a vedere nell’unione sessuale una parte essenziale della propria spiritualità sarà molto difficile apprezzare la bellezza di insegnamenti come quelli dell’Humanæ Vitæ Abbiamo bisogno di nuove strade e linguaggi credibili per toccare il cuore delle persone”.

Nel loro intervento (collocato all’inizio della congregazione generale dedicata al tema della “apertura dei coniugi alla vita”), i coniugi Zamberline così si esprimono, in particolare: “L’atto sessuale è legittimo, caro e benedetto da Dio e il piacere che ne deriva contribuisce alla gioia di vivere e a una struttura sana della personalità”… “Le coppie nell’amore esprimono con il proprio corpo il loro cuore. Per entrare in sintonia, abbiamo bisogno di saper coltivare il desiderio e anche un sano erotismo”… “La sessualità è un fattore di santificazione”… “La coppia non è feconda solo perché genera i bambini ma perché si ama e amandosi si apre alla vita “... Quanto poi alle indicazioni dell’enciclica, essi dichiarano ai padri sinodali: “Dobbiamo ammettere senza timore che molte coppie cattoliche, anche quelle che cercano seriamente di vivere il proprio matrimonio, non si sentono obbligate a utilizzare solo metodi naturali. Questo avviene anche nelle Équipe Notre-Dame.

 Non percepiamo le aspettative e le attese spirituali della dottrina della Humanæ Vitæ. La dottrina, appunto. Questo linguaggio e queste espressioni sono indicativi non di una esaltazione del rapporto sessuale fine a se stesso, ma affermano e sottolineano una verità e un valore finora poco enunciati e affrontati in ambito ecclesiale. Viviamo in un mondo in cui l’incontro dei corpi, fatto facilmente con superficialità e leggerezza, espressione di emozioni passeggere, viene abitualmente indicato come “fare sesso”. Essere capaci di annunciare che dentro l’attrazione sessuale che mobilita, prevalentemente attraverso l’inconscio, due persone a incontrarsi, le porta ad intuire che, attraverso il piacere che viene dalla loro corporeità si può accedere ad un amore. Allora il prendersi cura, con responsabilità, uno dell’altro, il condividere il piacere del corpo nella tenerezza e nell’affetto, le porta a scegliere una vita comune nella quale l’intimità e la complicità hanno a che fare anche con la loro spiritualità e quindi con la fedeltà al loro progetto. Una relazione così fatta è costruttiva di una gioia che diventa annuncio credibile dell’amore di Dio anche per i più giovani. Quanto agli “esperti”, sembra evidente che non si intende solo fare riferimento ai teologi, ma anche (e forse più specificamente) a chi ha competenze sulle scienze umane, da quelle relative ai meccanismi della riproduzione a quelle che studiano le dimensioni psicologiche e antropologiche della sessualità.

In questa ricerca (“si cerca”, dice papa Francesco) operano anche alcuni di noi che hanno tratto dalla loro esperienza di vita coniugale lo stimolo per impegnarsi (anche in strutture come i consultori familiari) ad osservare criticamente le applicazioni pratiche e a trarre indicazioni dai fallimenti dei principi affermati dalla enciclica. La (diffusa) constatazione delle difficoltà pratiche di applicazione dei cosiddetti “metodi naturali” (alle quali anche noi abbiamo accennato su questa Rivista, n.2/2014 e che sono state ora con chiarezza ricordate ai padri sinodali) non può tradursi solo in una particolare comprensione “misericordiosa” affidata, per i singoli casi, ai ministri della chiesa, ma chiede anche agli sposi di contribuire, assieme ai loro “pastori”, ad un sereno riesame delle argomentazioni (la “dottrina”) sulle quali poggia Humanæ Vitæ.

Luisa e Paolo Benciolini                     matrimonio in ascolto delle relazioni d’amore n. 1 /2015

https://rivista-matrimonio.org/images/filespdf/Articoli/Problemi%20della%20procreazione%20reponsabile12015-Benciolini.pdf

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CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

Bruno Forte: “Nuova versione Cei del Padre Nostro in uso dal 29 novembre

E’ monsignor Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto, presidente della Conferenza abruzzese–molisana e noto teologo, ad annunciare in anteprima che “il Messale con la nuova versione del Padre Nostro voluta dalla Conferenza Episcopale Italiana uscirà qualche giorno dopo la prossima Pasqua”. Nella preghiera, l’invocazione a Dio ‘non indurci in tentazione’ è stata modificata con una traduzione ritenuta più appropriata: ‘non abbandonarci alla tentazione’.  “L’uso liturgico sarà introdotto a partire dalle Messe del 29 novembre di quest’anno, prima domenica d’Avvento”.

Monsignor Forte, perché i vescovi italiani hanno deciso la modifica di una delle più antiche e conosciute preghiere cristiane?

Per una fedeltà alle intenzioni espresse dalla preghiera di Gesù e all’originale greco. In realtà l’originale greco usa un verbo che significa letteralmente ‘portarci, condurci’. La traduzione latina ‘inducere’ poteva richiamare l’omologo greco. Però, in italiano ‘indurre’ vuol dire ‘spingere a.’ in sostanza, far sì che ciò avvenga. E risulta strano che si possa dire a Dio ‘non spingerci a cadere in tentazione’. Insomma, la traduzione con ‘non indurci in…’ non risultava fedele.

E allora i vescovi italiani hanno pensato di trovare una traduzione migliore.

 Un interrogativo che si sono posti anche episcopati di tutto il mondo. Ad esempio, in spagnolo, lingua più parlata dai cattolici nel pianeta, si dice ‘fa che noi non cadiamo nella tentazione’. In francese, dopo molti travagli, si è passati da una traduzione che era ‘non sottometterci alla tentazione’ alla formula attuale che è ‘non lasciarci entrare in tentazione’. Dunque, l’idea da esprimere è questa: il nostro Dio, che è un Dio buono e grande nell’amore, fa in modo che noi non cadiamo in tentazione. La mia personale proposta è stata che si traducesse in ‘fa che non cadiamo in tentazione’ però dato che nella bibbia Cei la traduzione scelta è stata ‘non abbandonarci alla tentazione’ alla fine i vescovi per rispettare la corrispondenza tra il testo biblico ufficiale e la liturgia hanno preferito quest’ultima versione.

Molti teologi e pastori hanno fatto notare che la vecchia espressione ‘non ci indurre in tentazione’ facesse riferimento alle prove che Dio permette nella nostra vita.

Una cosa è la prova, in generale, ma il termine che si trova nella preghiera del Padre Nostro è lo stesso che viene usato nel Vangelo di Luca nel riferimento alle tentazioni di Gesù, che sono vere tentazioni. Allora, non si tratta semplicemente di una qualunque prova della vita ma di vere tentazioni. Qualcosa o qualcuno che ci induce a fare il male o ci vuole separare dalla comunione con Dio. Ecco perché l’espressione ‘tentazione’ è corretta ed il verbo che le corrisponde deve essere un verbo che faccia comprendere che il nostro è un Dio che ci soccorre, che ci aiuta a non cadere in tentazione. Non un Dio che in qualunque modo ci tende una trappola. Questa è un’idea assolutamente inaccettabile.

Questo cambiamento provocherà qualche problema ai fedeli abituati alla vecchia versione?

Sostanzialmente, la modifica è molto limitata. Non credo che dovrebbero esserci grossi problemi. Dobbiamo aiutare le persone a capire che non si tratta di voler un cambiamento fine a se stesso ma di cambiare per pregare in maniera ancora più consapevole e vicina a quelle che sono state le intenzioni di Gesù

Ascolta l’intervista a mons. Forte

Federico Piana – Città del Vaticano    Vatican news  28 gennaio 2020

www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2020-01/padre-nostro-bruno-forte-nuova-versione-cei-uso-29-novembre.html

 

La Cei dà il via a un servizio regionale per la tutela dei minori

Il segretario generale dei vescovi, monsignor Russo, alla fine del Consiglio episcopale parla delle azioni messe in campo per prevenire gli abusi. Obiettivo, che le nuove disposizioni entrino nella pastorale ordinaria. Per ogni regione ecclesiastica ci sarà di un “Servizio regionale per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili”, con la nomina di un vescovo e di un coordinatore regionale. In totale saranno 11 presbiteri e 5 donne. E’ una delle novità emerse dal consiglio episcopale permanente della Conferenza episcopale italiana che si è chiuso ieri a Roma. I presuli hanno anche avviato una rete di referenti diocesani o interdiocesani.

La lotta agli abusi nella pastorale ordinaria. A marzo sono in programma tre raduni nazionali (Roma, Milano e Napoli) per incontrare i Referenti diocesani e fornire indicazioni operative unitarie sulla messa in pratica delle Linee Guida e l’inizio del lavoro di prevenzione. E questo affinché le prassi di questo organismo “entrino in maniera omogenea nella pastorale ordinaria”, come hanno sottolineato i vescovi nel comunicato finale. Intanto, il Servizio nazionale sta predisponendo strumenti operativi allegati alle Linee guida da utilizzare per l’informazione e la formazione (in vista della prevenzione) sia degli stessi Referenti diocesani, sia di tutti gli altri operatori pastorali. “Tutto questo – dice il comunicato finale – si inserisce in un percorso di rinnovamento integrale che vede la partecipazione convinta e attiva di tutti i membri della Chiesa italiana e che si traduce in un cambiamento autentico di sguardo, a partire dall’ascolto e dall’accoglienza delle vittime, ora poste al centro”.

L’incontro di riflessione e spiritualità per la pace nel Mediterraneo. L’evento, dal 19 al 23 febbraio, riunisce 60 rappresentanti delle Chiese di 20 Paesi che si affacciano sul Mare Nostrum. Per i vescovi italiani “la presenza del Santo Padre, domenica 23 febbraio, rafforzerà la fraternità tra i vescovi, nella condivisione di gioie e fatiche che vivono i popoli del ‘grande lago di Tiberiade’, secondo la definizione di Giorgio La Pira”. Nel comunicato finale, sono state ricordate le recenti parole del presidente della Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti, che ha evidenziato come l’incontro “cade in un momento di crisi. La guerra, in più punti del Mediterraneo, è l’esito di scelte miopi e interessate, dalle quali non sono estranee nuove logiche coloniali, avanzate dalle grandi potenze”. Per questo, l’incontro si pone di recuperare le radici culturali che hanno innervato la storia del Mediterraneo e dell’Europa.

Sulla situazione politica e sociale in Italia, il segretario generale della Cei, mons. Stefano Russo ha detto che “non possiamo vivere in un costante clima di campagna elettorale, per il bene comune occorre diminuire il livello di conflittualità che va avanti da anni”. Sul caso del leader della Lega Matteo Salvini, che in Emilia Romagna ha citofonato a un diciassettenne tunisino accusato da una vicina di essere uno spacciatore, il segretario generale della Cei ha aggiunto che “non è stato un atteggiamento particolarmente felice”. Ed ancora, per quanto riguarda le elezioni regionali di domenica, serve “che in questo tempo tutti ci mettiamo in condizioni di partecipare in modo civile al bene comune. Quindi, che anche i cittadini possano essere presenti in modo significativo a questa partecipazione democratica in maniera tale da dare il contributo alle realtà locali, quindi anche in Emilia Romagna”.

Alessandro Guarasci – Città del Vaticano Vatican news                 23 gennaio 2020

               www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2020-01/cei-servizio-regionale-tutela-minori.html

 

Caffo: i centri di ascolto Cei per le vittime di abusi attuano la volontà del Papa

Intervista al fondatore di Telefono Azzurro, membro della Pontificia commissione per la tutela dei minori: “Papa Francesco chiede collaborazione tra Chiesa e Stato. Per aiutare le vittime, creare ponti tra diritto canonico e civile”

L’annuncio della monsignor Russo, al termine del Consiglio episcopale, è un passo ulteriore verso la trasparenza della Chiesa. Lo dice il professor Ernesto Caffo, membro della Pontificia commissione per la tutela dei minori e fondatore di Telefono Azzurro. “Si mette in pratica un impegno chiesto dal Santo Padre a tutte le Conferenze episcopali del mondo. Un impegno che prevede anche un raccordo diretto con le istituzioni della società civile di ciascun Paese per costruire modelli d’intervento sia nei confronti delle vittime che dei colpevoli”. Allo studio della Conferenza episcopale italiana anche le linee guida per la formazione affettiva e sessuale di seminaristi e novizi.

Ascolta l’intervista a Ernesto Caffo

Professor Caffo, come giudica le iniziative messe in campo dalla Cei?

Il grande tema è quello di costruire risposte. E questa necessità è stata ben colta dalla Conferenza episcopale italiana. E’ stato costituito un gruppo di lavoro, guidato da monsignor Lorenzo Ghizzoni, al cui interno operano numerose persone competenti che hanno valorizzato diverse buone pratiche già esistenti nelle nostre diocesi.

I centri saranno luoghi dove le vittime potranno essere ascoltate ed aiutate ma non utilizzati per raccogliere direttamente denunce penali.

La nostra commissione pontificia ha uno sguardo globale su questo tema, che viene affrontato in modo diverso da ogni singola Conferenza episcopale. Penso, ad esempio, alle esperienze australiana, nord americana ed irlandese dove di fatto esiste un obbligo di denuncia imposto dal rapporto con lo Stato. Recentemente, Papa Francesco ha cercato di affrontare la questione dando delle line guida perché la preoccupazione è quella di aiutare le vittime nel modo più efficace. Però anche tra diritto canonico e diritto civile devono essere costruiti dei ponti.

Altrimenti possono crearsi dei ‘mostri giuridici’ come il caso di sacerdoti innocenti condannati dalla giustizia italiana per aver accettato il patteggiamento e assolti dalla giustizia della Chiesa con formula piena.

Sì. In questo senso sono stati fatti degli incontri tra rappresentanti della Conferenza episcopale e la magistratura italiana per identificare le modalità più corrette per un intervento adeguato. E’ un percorso che stiamo costruendo. L’Italia ha una legislazione particolare e poi ci sono i Patti Lateranensi: anche in questo caso bisogna trovare delle risposte adeguate, ce le chiedono le Nazioni Unite.

La Cei sta studiando anche delle linee guida per la formazione affettiva e sessuale di seminaristi e novizi. E’ un passo importante?

La formazione è un tema centrale, non solo per i chierici ma anche per i laici che sono impegnati in attività a rischio. Purtroppo la formazione è stata messa da parte per molto tempo. Ora occorre trovare modelli comuni per esercitare la formazione e prevedere un costante aggiornamento sapendo che la selezione delle persone rimane un obiettivo primario.

            E il controllo?

Bisogna evitare qualsiasi copertura. E mettere in pratica interventi immediati, senza aspettare. E’ la trasparenza che il Santo Padre sta sollecitando.

Federico Piana – Città del Vaticano Vatican news    27 gennaio 2020

www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2020-01/caffo-bene-centri-ascolto-cei-vittime-abusi.html

 

Mons. Ghizzoni, responsabile CEI del problema degli abusi sessuali, non risponde a Noi Siamo Chiesa

Il vescovo Ghizzoni, che ha la responsabilità del problema degli abusi sessuali nella CEI, non risponde a Noi Siamo Chiesa. Il solito rumoroso silenzio. Leggi anche su questo punto il comunicato del Consiglio Episcopale Permanente del 23 gennaio: si parla dell’organizzazione del Servizio nazionale per la tutela dei minori; niente è stato accolto di quanto sarebbe subito necessario e che è stato indicato da Noi Siamo Chiesa.

 

A mons. Lorenzo Ghizzoni, Vescovo di Ravenna

pc        Card. Gualtiero Bassetti, Presidente della CEI

pc          Luciano Moia, “Avvenire”

Gentile Monsignore,

sono il coordinatore in Italia del movimento “Noi Siamo Chiesa”. Ho letto la sua intervista sull’Avvenire di domenica scorsa con le informazioni su quanto l’ufficio da Lei presieduto sta facendo per avviare un nuovo intervento della Chiesa per quanto riguarda la tutela dei minori.

Da anni ci occupiamo del problema e mi sento in dovere di esporLe alcune nostre considerazioni già contenuti in più testi leggibili sul nostro sito (www.noisiamochiesa.org) senza aver però avuto risposta da alcuna autorità ecclesiastica né possibilità di dialogo, peraltro sollecitato. Le allego l’ultimo con considerazioni sulle Linee Guida della CEI diffuse a fine giugno.

            A noi sembra che gli interventi nel campo della prevenzione, formazione e comunicazione e per l’organizzazione delle strutture diocesane, di cui Lei parla nell’intervista, siano sicuramente un primo passo che indica buona volontà ma che siano carenti di prese di posizione che dovrebbero precederli in modo da renderli veramente credibili. Da tempo abbiamo indicato come necessarie alcune decisioni collettive dei vescovi che siano preliminari a qualsiasi altro intervento e che siano simili a quelle che sono state assunte da tempo da altri episcopati in situazioni analoghe e che il popolo cristiano ha il diritto e il dovere di chiedervi. Mai come in questo caso ci sembra di dover esercitare nei Vostri confronti una vera e propria “correzione fraterna”, ritenendoci, in modo del tutto informale, rappresentativi, non da soli, di un’opinione diffusa nel nostro mondo cattolico.

  • Pensiamo che voi vescovi dovreste riconoscere gli errori e i ritardi con cui avete affrontato il problema negli ultimi anni, dicendo in non pochi casi che in Italia la situazione era ben diversa da quella degli altri paesi;
  • Pensiamo che sia stato un peccato di supponenza quello di trascurare l’ascolto delle vittime e delle loro sofferenze preoccupandovi solo di evitare lo scandalo pubblico e il danno per la Chiesa;
  • Pensiamo che dobbiate riconoscere che la prassi di trasferire il prete pedofilo da una parrocchia ad un’altra (spesso sempre a contatto con minori) e di nasconderne od attenuarne le responsabilità presso le vittime ed i loro famigliari sia stata la norma in gran parte delle diocesi facendo prevalere le vostre eventuali procedure amministrative contro la giustizia penale e gli elementari diritti delle vittime;
  • Pensiamo che sia necessario un solenne atto penitenziale del massimo rilievo, anche mediatico, da parte vostra sul passato, come è stato fatto da altri episcopati.

 Le faccio presente che siamo davanti a un problema che riguarda dai diversi punti di vista solo la struttura ecclesiastica (sia per quanto riguarda il prete pedofilo che il vescovo che ha “protetto”) e mai riguarda qualche parte del popolo cristiano che non ha alcuna responsabilità e che, in questa vicenda, ha sopportato solo grandi sofferenze e grandi delusioni.  Mentre il danno per l’evangelizzazione colpisce tutta intera la nostra Chiesa.

  • Pensiamo che il lamentarsi, come emerge dall’intervista, per i dati sulla pedofilia del clero ipotizzati dalla stampa e dal sito “l’Abuso”, sia inutile perché voi non avete fatto come i vescovi tedeschi che hanno preso l’iniziativa in prima persona di accertarsi dei fatti, usando di adeguate competenze esterne. Da anni ripetete di non conoscere le dimensioni del fenomeno ma, comunque, la cronaca riferisce non raramente di processi e condanne, che non hanno mai alle spalle una denuncia proveniente dalle diocesi. E le informazioni analitiche descritte dai giornali devono essere contraddette con contestazioni precise e senza la vostra frequente insofferenza che ha come retro pensiero che esse siano solo espressione di spirito antiecclesiale.

Adesso è aperta una possibilità, quella che traspare in modo un po’ enfatico dalle Sue parole nell’intervista, quella dell’attivazione delle strutture diocesane previste dalle Linee guida. Riguardano il futuro e siamo interessati a capire se e come funzioneranno. Pensiamo che esse debbano essere solo e soprattutto composte da laici, in particolare da donne e dotate di vera indipendenza. Conterà se i membri non saranno persone del circuito ecclesiastico ma esperti anche esterni alla vita della Chiesa. Di esse dovranno fare parte delle vittime, comunque esse dovranno essere ascoltate facendo loro superare la ritrosia di chi è stata a lungo invitato al silenzio o alla prudenza “per il bene della Chiesa”. Le Linee Guida non parlano di indennizzi, ci sembra una carenza grave.  Perché?  Essi sono stati previsti in situazioni analoghe e per importi significativi in altre chiese.

L’accompagnamento delle vittime previsto dalle Linee guida cosa significa?  Può dare vita a tentativi di tenere a bagnomaria la vittima o sarà fondato anzitutto sul riconoscimento del torto subìto e su un aiuto di tipo psicologico e spirituale fatto da persone all’altezza di un tale difficile compito? Cercheremo di sapere se l’obbligo morale di denunciare alle autorità civili il prete pedofilo, sempre disatteso in passato, non sarà eluso in futuro con qualche ragionamento giustificativo di “teologia morale” che è sempre possibile trovare.

            Gentile Monsignore, spero che le nostre considerazioni possano servire, sono parole pesanti le nostre ma non possiamo fare diversamente. Ci sono stati troppi silenzi soprattutto nella nostra Chiesa italiana, solo i tentativi di papa Francesco hanno smosso le acque a partire dalla sua Lettera dell’agosto dell’anno scorso.

            Siamo a disposizione, come in passato, per iniziare un dialogo concreto sperando che in futuro ci sia una svolta nell’ascolto!

            Invio anche al Card. Bassetti e a Luciano Moia che l’ha intervistata.

Cordiali saluti e buon Natale di cuore

                        Vittorio Bellavite, coordinatore in Italia del movimento “Noi Siamo Chiesa”.

Spero di avere un riscontro a questa mia ma non potrò evitare a tempo indefinito di non informare il nostro circuito “conciliare” di questo nostro intervento.

20 gennaio 2020

www.noisiamochiesa.org/?p=7830

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CONGRESSI-CONVEGNI-SEMINARI

Assisi   Pro Civitate Christiana          42° Seminario La Comunicazione nella Coppia

42° Seminario. La Comunicazione nella Coppia, per coniugi, fidanzati, operatori pastorali e sociali

Cittadella di Assisi, 1-3 maggio 2020

Le ferite e gli abbracci … se germoglia il seme del perdono

C’è un momento preciso nella comunicazione, non solo della coppia, in cui si rompe qualcosa. Ci ritroviamo a terra, soli ed improvvisamente vulnerabili, colpiti da qualcosa che fa male, più di un pugno, più di un calcio, senza necessariamente spargimento di sangue. Se il pugno, il calcio, il sangue sono risparmiati.

            Abbiamo ascoltato, in questi anni, tante storie, raccontate da voi o raccontate insieme, in cui il confine fisico dell’incomunicabilità è stato abbondantemente superato da una ostilità cieca e sorda. Ed abbiamo più volte rivissuto il logoramento quotidiano che porta con sé l’annullamento psicologico, l’azzeramento delle proprie potenzialità, il buio definitivo. Ferite ugualmente dolorose e forse più letali. Perché l’idea di non essere più importanti, di non contare più nulla, di non essere creduti, di essere derisi da chi prima diceva di amarci, magari follemente, beh, quest’idea, mentre diventa realtà quotidiana, fa un male tremendo, è un coltello che scava la carne.

Vogliamo ritrovarci, riprendendo da dove siamo rimasti, raccogliendo i preziosi frammenti delle nostre vite sofferte, per studiare insieme la google map della rinascita, per allacciare fili che non si spezzino, per esplorare territori dimenticati fatti di tenerezza, rispetto, carezze, e, in un supremo gesto di riconciliazione, abbracci.

Sì, abbracci, per assaporare l’altro/a nella sua pienezza, per sentirlo/a respirare. E, chissà, forse anche per perdonare.

Intervengono

  • Scenari attuali delle relazioni di genere – Linda Laura Sabbadini
  • Gabriella Genisi, autrice di “La teoria di Camila: una nuova geografia della famiglia”
  • Libere di essere? Il tarlo del disincanto – Rosella De Leonibus
  • Se germoglia il seme del perdono – Andrea Grillo
  • Laboratori e Gruppi di approfondimento Rosella De Leonibus, Sara Noli, Luigi Russo
  • Mirella e Beppe Sivelli, past president UCIPEM
  • ​Emozioni e sentimenti, speranze e proposte, fiducia nel futuro

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CONSULTORI FAMILIARI

Consultorio: osservatorio di civiltà non erogatore di servizi

Quando si pensa alla parola consultorio viene subito in mente, dal termine stesso ‘consulto’, un centro d’ascolto, di confronto e conforto, un posto dove trovare un accessibile e immediato aiuto. Ma cosa è nello specifico un consultorio e cosa fa? Il consultorio familiare è un servizio socio-sanitario territoriale, istituito in Italia con la Legge numero 405 del 29 luglio 1975 (istituzione dei consultori familiari), a cui hanno fatto seguito, dal 1975 al 1979, le leggi regionali attuative, per il servizio di assistenza alla famiglia e alla maternità.

L’Art. 1 definisce i suoi molteplici compiti, questi sono: l’assistenza psicologica e sociale per la preparazione alla genitorialità; la prevenzione dei fenomeni di maltrattamento e abuso a danno dei minori e delle donne; la tutela della salute della donna e del suo concepimento; la divulgazione delle informazioni idonee a promuovere o a prevenire la gravidanza consigliando i metodi ed i farmaci adatti a ciascun caso e, quindi, la consulenza riguardo procreazione responsabile, contraccezione, fertilità o l’interruzione volontaria di gravidanza; uno spazio di ascolto per i giovani e gli adolescenti ed, ancora, altri scopi liberamente scelti in base alle necessità specifiche del territorio in cui si trova.

I consultori familiari sono erogati dall’Asl – Azienda Sanitaria Locale. Vi lavorano medici, infermieri, dietologi, psicologi, educatori, sociologi, avvocati ed assistenti sociali; ultimamente è spesso presente anche un mediatore linguistico-culturale che si occupa dei problemi degli immigrati.

Come nasce? Molto del merito è del movimento delle donne. Sono i movimenti femministi degli anni 70 ad evidenziarne l’esigenza. Pongono l’attenzione pubblica sulla necessità di un punto di incontro, cura e confronto incentrato sulla soggettività femminile. Una grande rivendicazione della loro identità ed emancipazione. Tante le sentenze ottenute per sollecitare la società di quel periodo sulla questione. Un esempio sono le sentenze della Corte Costituzionale sulla pubblicità dei metodi contraccettivi nel 1971 e, poi, sull’aborto terapeutico nel 1975, il referendum sul divorzio nel 1974 e la prospettiva di quello sull’aborto.

Fondamentale, infatti, l’ottenimento della legge 194/1978, un enorme obbiettivo raggiunto per le donne. Legalizzava l’interruzione volontaria di gravidanza, prima d’allora considerata reato da parte del codice penale italiano. L’art. 2 regolamentava la funzione fondamentale dei consultori nell’accompagnamento della donna e l’informazione sui suoi diritti.

            Le donne che costituiscono il primo organico consultoriale sono quelle stesse donne che combatterono per ottenerlo, che compresero a pieno il valore da esso assunto per tutte loro. Modernizzarono e innovarono l’intero modello direttivo tradizionale, dando grande risalto al momento dell’accoglienza e dell’ascolto. Un lavoro di gruppo e multidisciplinare garantiva cura e accoglienza continua alla donna, accompagnate da un processo di formazione ed informazione.

            Questa innovativa forma di accoglienza correva velocemente, non altrettanto velocemente riuscirono a tenere il passo istituzioni, norme e servizi, soprattutto al Sud. L’ipotesi era quella di creare un consultorio per ogni distretto sanitario di circa 25.000 abitanti; alla fine del 1979, invece, a 4 anni dalla legge istitutiva, meno di 650 consultori erano presenti su tutto il territorio nazionale. Adesso sono ancora meno, è sempre più difficile trovare le figure professionali adeguate e, soprattutto, riportare in luce il valore che quei centri assumevano, il loro effettivo significato e senso.

Come rivolgersi ad un consultorio familiare? Per recarsi ad un consultorio non è necessaria prescrizione medica, basta presentarsi negli orari di visita o prenotare un appuntamento, in maniera totalmente gratuita (se non diversamente precisato), per ottenere assistenza a proposito di problematiche individuali, di coppia o familiari. Il consultorio familiare pubblico o accreditato accoglie tutte le donne, italiane e straniere (anche senza permesso di soggiorno) ed i loro figli minorenni, i giovani e, per alcuni servizi, le coppie. Un assistente sociale li indirizzerà verso la figura di riferimento e il servizio a loro più adeguato; il tutto nell’anonimato, riservatezza e segreto sono imposti dalla legge.

La realtà dei consultori a Messina è una realtà complessa che, con difficoltà, si è difesa e vuole rinascere. L’assenza di un piano sanitario nazionale, che indirizzi quelli regionali e li metta a confronto, complica la situazione, alla quale si lega una profonda disinformazione: non più del 20% di donne sono realmente a conoscenza dei servizi prestati dal consultorio. I consultori nascono con un forte e preciso senso politico, adesso è un peccato vederli svuotati di questo e definanziati. Offrono i loro servizi gratuiti e fondamentali ma troppo spesso non lo si sa neanche. Dovrebbero offrire gratuitamente contraccettivi ma mancano le risorse, la contraccezione in Italia è ancora un lusso. Il personale è competente e professionale ma a volte non sufficiente, causando lunghe file d’attesa. Non manca, però, la voglia di cambiare le cose.

Enzo Sanzarello, direttore e responsabile attività consultoriali, spiega l’impegno dell’Azienda Sanitaria Provinciale di Messina nell’investire sui consultori. “Sono organizzati sempre meglio e per garantire più personale. Abbiamo 25 consultori pubblici che operano in tutta la provincia e 3 privati che operano in sinergia con quelli pubblici, condividendo gli stessi obiettivi. A Messina sono presenti tutti gli operatori previsti, ginecologo, due ostetriche, psicologo e assistente sociale. A Roccalumera manca un ginecologo, ma due giorni a settimana garantiamo la sua presenza. Viene fornita assistenza continua alle gravidanze fisiologiche e a chi ha più difficoltà ad accedere alle strutture pubbliche. Garantiamo una regolare attività di screening del cervicocarcinoma e cerchiamo di seguire le donne anche con corsi di accompagnamento alla nascita e cura personalizzata”.

            “Osservatorio socio-sanitario di civiltà”, così li definisce Luisa Barbaro, Specialista in Ginecologia ostetricia ed Oncologia. Osservatori per cui si lavora con impegno e la cui difesa ha incontrato non pochi ostacoli e merita di essere conosciuta e valorizzata. Il consultorio di Via del Vespro, per esempio, è stato salvato da un momento molto critico, soltanto a partire da una stanza. Grazie al forte impegno del direttore attività consultoriali Enzo Sanzarello, del direttore sanitario Mimmo Sindoni, del gruppo Agite (Associazione Ginecologi Territoriali) e del presidente Agite regionale Salvo Amanti, di Maria Celeste Celi, presidente Cirs e Graziella Lombardo che hanno firmato il tavolo tecnico per la riorganizzazione dei consultori.

“I Consultori Familiari di Messina e provincia hanno segnato le tappe nella storia dell’emancipazione femminile e hanno seguito tutte le fasi di vita della donna dall’adolescenza, con la contraccezione e la sessualità, all’ aborto e, poi, dalla gravidanza alla maturità fino alla menopausa. Dal Consultorio di S. Lucia sopra Contesse, con l’UDI, in cui sui lottava per l’apertura dei consultori pubblici, ad oggi, con questo tavolo in cui si lotta per rimodularli e riqualificarli, sono passati più di 40 anni e siamo tornati indietro anziché fortificarli e proteggerli!” così spiega Luisa Barbaro nel Tavolo permanente per la difesa dei diritti della donna.

“Il Consultorio Familiare è un presidio di emancipazione femminile: dall’accoglienza dopo separazione, divorzio, violenza, malattia, all’offerta attiva per la Prevenzione e lo Screening in tutti i campi. Oggi si assiste ad una retrocessione di queste strutture pubbliche: perché? Non è questo che aveva previsto il Piano Sanitario Regionale per i Consultori nell’ottica di un corretto progetto di prevenzione? Non è di questo che ha bisogno una società civile in difesa dei diritti delle donne?

Oggi è necessario imporre all’attenzione pubblica ed al mondo sanitario l’importanza dei Consultori Familiari come strutture uniche che operano in un contesto di multidisciplinarietà. La precarietà delle istituzioni consultoriali rende molto problematica la costituzione di un patrimonio consolidato e di un radicamento nel tessuto sociale. Molti di noi, dalla nascita dei Consultori, hanno speso le loro migliori energie, per oltre 40 anni di servizio, ed i loro anni più produttivi per progettare attività di notevole livello e, non infrequentemente, hanno espresso momenti di esemplare genialità. Oggi chiediamo che le Istituzioni sanitarie, spesso sorde verso i Consultori Familiari, prestino attenzione, in maniera diversa, con seri investimenti a tali servizi di frontiera con una prospettiva di riqualificazione e riorganizzazione in difesa dei diritti della donna, della coppia e della famiglia” e così continua, appellandosi alla necessità di intervento da parte delle Istituzioni.

            “Non una di meno- Messina”, con il suo lavoro sempre presente sul territorio messinese, è entrato direttamente a contatto con tale realtà e la percezione che abbiamo di essa. Ce ne parla Domiziana Giorgianni: “Va eliminata l’idea dei consultori come semplici erogatori di servizi, per risignificarli a livello regionale, farli tornare ad essere uno spazio importantissimo, anche come semplice luogo di ascolto. Va diffusa la conoscenza di essi già nelle scuole, della loro realtà, dei diritti delle donne e della sessualità per far sì che, per esempio, nomi come pillola anticoncezionale o il preservativo femminile smettano di essere entità astratte. E, prima di tutto, vanno resi un punto di sostegno per tutte le donne e le loro necessità, diverse per cultura, età, vissuto; un punto d’accesso per tutte le soggettività”.

            Sottile anche la tematica degli obiettori di coscienza. Vi sono davvero da noi non obiettori? “È difficile trovare un non obiettore di coscienza, un po’ perché è forte il dissenso, un po’ perché se tutti sono contrari, l’unico medico non obiettore è poi costretto a fare solo questo e non è facile né piacevole da nessun punto di vista. Ma decidere sul corpo degli altri non è libertà d’espressione, ci appelliamo al servizio minimo garantito, se sono tutti obiettori viene a mancare un servizio obbligatorio e previsto dalla legge” dichiara Domiziana.

La legge 194/1978 è una legge validissima e ben scritta, un grande successo; raramente, però, applicata. Viene, qui da noi, concessa l’interruzione volontaria di gravidanza, ma con un mese di attesa quando l’esigenza è, chiaramente, immediata. Un mese di attesa comporta sofferenza psicologica ingente. “O la tremenda settimana di ripensamento, che non costituisce tanto una possibilità data ad una donna quanto un’ulteriore sofferenza. Se prendi la tragica decisione di abortire è perché a riguardo hai già pensato e ripensato abbastanza” precisa.

Contro il disinteresse da parte delle Istituzioni, il quale rappresenta una vera e propria forma di discriminazione, il piano di “Non una di meno-Messina” vuole un potenziamento e rifinanziamento della rete nazionale dei consultori, maggiori possibilità di formazione e prevenzione, una ri-politicizzazione e l’apertura di consultorie femministe e transfemministe, luogo di autodeterminazione e riappropriazione di sé, “intese come spazi di sperimentazione, auto inchiesta, mutualismo e ridefinizione del welfare”. Per questo stanno lavorando ad un percorso regionale attivo e preciso per contrastare la destrutturazione dei consultori.

            Soffia un forte vento di cambiamento. Ho raccolto diverse testimonianze, che restano anonime nel rispetto della privacy, per riportare esperienze concrete della realtà dei consultori.

  • Una giovane coppia racconta: “presentatosi il rischio di una gravidanza in seguito ad un rapporto non protetto, ci siamo recati in consultorio per richiedere una pillola anticoncezionale. Non l’abbiamo ottenuta perché non ne erano forniti”.
  • Una donna adulta testimonia, invece, di alternare abitudinariamente le visite dal ginecologo a quelle al consultorio, trovandosi soddisfatta.
  • Due ragazze ci riferiscono la loro prima visita, effettuata dopo aver ricevuto a 25 anni la lettera di sensibilizzazione dell’ASL che ricorda l’importanza del Pap Test e la possibilità di effettuarlo presso un consultorio. Due esperienze discordanti. “Pensavo che l’attenzione rivolta alla mia persona fosse più superficiale, ho ricevuto invece un’assistenza precisa e professionale, a tal punto che terminato il Pap Test ho deciso di continuare ad essere seguita per svolgere ulteriori controlli; tra questi anche l’incontro con una psicologa con cui mi sono trovata bene. Ho trovato sempre disponibilità e flessibilità sugli orari d’appuntamento” racconta la prima.
  • Da lei si discosta, però, la seconda: “ho eseguito gli esami senza problemi, ma richiedere altri controlli è stato più difficile. Lunghissime file e attenzione più superficiale alla mia persona”.
  • Un’altra ragazza ci parla, poi, del suo essersi affidata al consultorio in seguito ad un rapporto occasionale per cui era forte la paura di essere rimasta incinta: “sono andata al consultorio insieme alla mia migliore amica. Per prima cosa ho avuto un confronto con una psicologa, mi ha chiesto cosa fosse successo, come mi sentissi e quali intenzioni avessi. Fortunatamente dall’ecografia è risultato essere un semplice ritardo ma mi ha fatto stare bene non sentirmi condannata per la mia paura”.

Differenti le esperienze e svariati i punti di vista. Una realtà che sta facendo tanto ma tanto ha ancora da fare. Con l’auspicio di una rivoluzione copernicana che ponga al centro il senso vero del consultorio, il suo valore sanitario, sociale e civile per riqualificarlo e ripoliticizzarlo. Un consultorio che possa tornare ad essere centro della polis, per crescere e migliorare in ciò che manca e diffondere il suo ruolo e la sua funzione, da noi spesso poco riconosciuti, ma fondamentali. Una realtà che possa raggiungere tutti e a portata di donna, qualsiasi donna.                 

Emanuela Giorgianni       Tempo stretto             02 febbraio 2020

https://www.tempostretto.it/news/consultorio-osservatorio-di-civilta-non-erogatore-di-servizi.html

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CONSULTORI FAMILIARI CATTOLICI

Confederazione Italiana dei Consultori Familiari di Ispirazione Cristiana

Livia Cadei è la nuova presidente dei Consultori cristiani (200 centri)

La pedagogista della Cattolica alla guida della Confederazione dei centri di ispirazione cristiana: non solo emergenze, lavoriamo per ricostruire una cultura familiare capace di incidere nella società

Non solo presidio competente per sostenere le più diverse fragilità familiari. Non solo punto di riferimento privilegiato per le emergenze che attraversano oggi le comunità ecclesiali, dalla conflittualità di coppia agli abusi sui minori. Ma autentico crocevia culturale in grado di collaborare alla ricostruzione di una cultura della famiglia sempre più frammentaria.

Ne è convinta Livia Cadei, sposata, madre di due figli, docente di pedagogia generale alla Cattolica di Brescia, che sabato è stata eletta presidente della Confederazione italiana dei consultori familiari di ispirazione cristiana, la rete che conta oltre 200 centri da Nord a Sud e che fu voluta dai vescovi italiani per dare seguito al documento “Evangelizzazione e sacramento del matrimonio” (20 giugno 1975).

Pag. 146   www.chiesacattolica.it/wp-content/uploads/sites/31/2017/02/Evangelizzazione_e_sacramento_del_matrimonio.pdf

La Confederazione, dopo lunghe e laboriose trattative, prese poi il via nel ’78. Prima presidente fu Ines Boffardi, deputato Dc. E primo assistente ecclesiastico l’allora don Dionigi Tettamanzi, che fu poi cardinale arcivescovo di Genova e di Milano. Gli altri presidenti della Cfc sono stati padre Angelo Serra SJ, Giovanni Maria Solinas, Goffredo Grassani, Domenico Simeone e, fino al 2 agosto 2019 scorso, don Edoardo Algeri, scomparso tragicamente a 56 anni. Ora la responsabilità di gestire questo cospicuo e impegnativo patrimonio di impegno solidale e di cultura familiare passa a Livia Cadei.

Tra tutte le emergenze familiari con cui i consultori si confrontano quotidianamente (conflittualità di coppia, emergenze educative, povertà di vario tipo, ecc.) quale ritiene la più preoccupante?

Le difficoltà e le sfide che le famiglie affrontano oggi sono molteplici, ma forse più che di emergenza per la famiglia parlerei dell’urgenza di una cultura a favore delle famiglie, che le sostenga nelle transizioni naturali del ciclo vitale e nella possibilità di assumere il proprio ruolo all’interno dei processi culturali e sociali. Con questa attenzione i consultori si predispongono a incontrare ed a porsi al servizio di tutte le famiglie per favorire un tessuto di legami sicuri e confortanti.

Quindi l’impegno prioritario è la sforzo di ricostruire una cultura familiare condivisa e capace di parlare alla sensibilità dei nostri giorni?

Sì, a mio parere questa diventa anche la sfida dei consultori che in occasione del 40° anniversario di costituzione della Confederazione, don Edoardo Algeri, presidente fino al 2 agosto scorso, quando è tragicamente scomparso, ha indicato molto bene: «La sfida con cui consultori si confrontano maggiormente oggi è nella loro capacità di uscita verso la comunità. Non sono più solo luoghi che attendono le famiglie che bussano, ma si concepiscono sempre più come soggetti che si pongono al crocevia del legame nella comunità ecclesiale».

Quale ruolo per i consultori nel nuovo impegno indicato dal Papa con il Motu proprio sull’accertamento della nullità matrimoniale?

I consultori, con le loro specifiche competenze di accompagnamento alle persone e alle coppie, si pongono al servizio dei Vescovi e dei tribunali diocesani per le cause di dichiarazione di nullità del matrimonio. Sono presenti, infatti, nei consultori figure professionali che utilmente possono essere coinvolte proprio per l’esplorazione della situazione di relazione della coppia e che potrebbero predisporre una bozza del libello come atto introduttivo da proporre ai tribunali ecclesiastici. Quindi sulla base di quanto espresso nel Motu proprio da Papa Francesco sembra che nei consultori si possano rintracciare i presupposti per compiere il servizio che intreccia l’accompagnamento psicologico, la cura pastorale e la verifica giuridico-canonistica.

Abusi sui minori e impegno della Chiesa. Da una parte situazioni drammatiche come quelle esplose a Bibbiano, dall’altro il nuovo impegno del Servizio nazionale per la tutela dei minori della Cei. Su questo nuovo fronte quale impegno si può immaginare per i consultori?

Anche in questo ambito delicato e complesso i consultori possono offrire un contributo importante. Certo il momento attuale è spesso inquinato da dibattiti velenosi che ostacolano la lucidità ed intralciano l’efficace comprensione di fenomeni gravi. Il lavoro dei consultori poggia sulla persuasione circa il valore decisivo e centrale della relazione educativa. In questa direzione, la formazione per la prevenzione si pone a tutela della delicatezza e delle qualità della relazione educativa nelle sue complesse dinamiche.

Accogliere, discernere, integrare. Come si declinano le tre parole chiave di Amoris lætitia nella prospettiva dei consultori?

Accogliere, discernere, integrare sono anche le tre parole chiave dell’azione del consultorio e si traducono nelle competenze e nelle azioni professionali all’interno dei consultori proprio nella possibilità di predisporre tempi e luoghi adatti e propizi per dare avvio a processi di aiuto e di superamento delle difficoltà. Lo sguardo sulle fragilità non dimentica il cambiamento e la possibilità di riattivare le capacità delle famiglie stesse

Luciano Moia Avvenire         27 gennaio 2020

www.avvenire.it/famiglia-e-vita/pagine/consultori-livia-cadei-nuova-presidente

 

Roma Consultorio Al Quadraro. Il valore della paternità, quei “no” per gestire il conflitto

Oggi i genitori privilegiano un ruolo protettivo verso i figli ma resta fondamentale il senso del limite. Ai padri il compito di assumersi la responsabilità dell’eredità. Ascoltando la narrazione delle famiglie, durante il lavoro clinico, appare sempre più evidente una trasformazione e un aumento della complessità dei ruoli e delle funzioni nella famiglia “moderna”. Tale complessità è maturata non solo perché l’evoluzione della famiglia segue o presenta una “contiguità” con ciò che è visibile a livello sociale: dove per famiglia, fino a qualche decennio fa, si intendeva la configurazione padre-madre e figlio/i, mentre ora appaiono famiglie dalla diversa configurazione, ma anche perché all’interno di ogni specifica famiglia l’assetto di ruoli e funzioni sono modulate da dinamiche emotive che condizionano il compito educativo genitoriale.

Simona Argentieri, nel testo il “Padre materno”, evidenzia la ricchezza e la duttilità da parte dei padri di svolgere le funzioni di accudimento primarie conosciute come “maternage”, che nel passato erano prerogativa delle madri. Oggi è ampiamente diffusa la co-presenza di padri e madri, nonché il riconoscimento e la tutela dei diritti alla paternità nella crescita dei figli con relativo congedo dal lavoro. È sempre più visibile, soprattutto nelle coppie giovani, il desiderio di “esserci” e di occuparsi dei propri figli, dove non si tratta di eseguire un compito ma di appagare il bisogno di intimità, di contatto fisico e di tenerezza. Mentre, come spesso rilevato durante le terapie familiari, sembrano più difficili da gestire e svolgere le funzioni che richiamano alla costruzione del senso del limite, fondamentali per la crescita e determinanti durante l’adolescenza, dove entrano prepotentemente in gioco le sfide, l’aggressività e il conflitto.

Tale difficoltà di coniugare il desiderio di tenerezza con la necessità di porre limiti, affrontando il conflitto, è ben approfondito nel saggio dello psicoanalista Massimo Recalcati,Cosa resta del padre”. L’autore sottolinea: «Come i genitori siano oggi più preoccupati di farsi amare dai loro figli che di educarli, più ansiosi di proteggerli che di sopportarne i conflitti. Questo vale a maggior ragione per i padri, la cui funzione educativa spesso e volentieri viene demandata alla madre e dove si osserva la dissoluzione dell’autorità paterna: il padre non è più Padre, cioè pater familias, e ogni tentativo di restaurare quel tipo di Ordine o Legge è fallimentare».

Cosa resta del padre? La possibilità di testimoniare ai figli le passioni, le vocazioni, i progetti, senza pretendere di proporre modelli o valori universali; si tratta di assumersi la responsabilità dell’eredità, ossia della facoltà di trasmettere il desiderio da una generazione all’altra. Tale testimonianza non lo esime “dall’opporre dei no” e quindi dall’affrontare il conflitto, indispensabile alla crescita e alla maturazione dei figli.

Possiamo affermare che nel percorso di crescita non può non esserci il conflitto, anzi la sua presenza è garante del riconoscimento della alterità-diversità con cui si attiva un confronto e si cerca una mediazione: se ciò venisse a mancare è facile il verificarsi della violenza che nega qualsiasi forma di discorso e dove si verifica la rottura del riconoscimento dell’Altro come realtà e come possibile interlocutore. È fondamentale che i genitori non neghino il conflitto ma lo affrontino reggendo “l’onda d’urto” che ne deriva inevitabilmente; se questo non accade, la distanza tra le generazioni si assottiglia e le posizioni nei rapporti parentali si appiattiscono.

Perché è così difficile e complicato assumere “un ruolo di autorità”? La Argentieri dà una lettura su tale riluttanza come frutto di un rapporto problematico con l’aggressività sana: «Esercitare l’aggressività sana, infliggere regole e frustrazioni, significa tollerare che un figlio ci viva a tratti come “cattivi” e che a sua volta, come sarebbe giusto e naturale, diriga contro di noi l’ostilità. Ho sentito spesso teorizzare da molti genitori e soprattutto dai papà che il bambino deve potersi sviluppare nella massima libertà. Quello che si rischia è di non riconoscere che esercitare sui figli una funzione adulta, di conflitto e di disciplina, non solo ha valore normativo/punitivo ma anche protettivo».

La crescita “armonica” dei figli si caratterizza per un “cammino relazionale” che passa dalla tenerezza della protezione alla fase dell’imposizione dei limiti e della separazione, fino all’assunzione della responsabilità di se stessi e delle proprie azioni. Quello che oggi si osserva nei genitori è il privilegiare il contatto/protezione rispetto all’individuazione/differenziazione, lasciando ai figli il “peso” di inventare e definire norme e limiti.

L’esperienza clinica e quella quotidiana – condivido con la Argentieri – testimoniano come per molti giovani non abbia più molto senso sfidare l’autorità di genitori che, da almeno due generazioni, sembrano avere abdicato non solo dall’autorità e dall’autorevolezza ma anche dalla funzione adulta normativa, punitiva e protettiva. L’opportunità di un dialogo complesso e rispettoso delle molteplici variabili personali e relazionali, tra genitori e figli, può ridursi in infantilismi, in deleghe sociali, favorendo la perdita delle specificità di ogni persona coinvolta.

Lo scenario che potrebbe configurarsi è il passaggio dallo sviluppo delle potenzialità e risorse di ogni singolo individuo ad un’indifferenziazione di massa più facilmente manipolabile socialmente e politicamente. Tale sofferente prospettiva a livello macro-sociale non deve offuscare la speranza di cosa è possibile fare nel livello micro-sociale. Ciò che accade all’interno di un sistema familiare è correlato al “gioco dei ruoli” e se la paternità non riesce ad essere assunta dal padre c’è da chiedersi come possa essere sostenuta, valorizzata dalla compagna, con la possibilità da parte della coppia di recuperare la relazione coniugale che spesso “manifesta” sofferenza con la nascita dei figli. Credo opportuno che la famiglia vada sostenuta in questo “dialogo” sia per dare spazio ad una riflessione di ciò che accade al suo interno sia per rimodulare, a livello più generale, le funzioni e i ruoli fondamentali per una crescita armonica fondante una società più sana. (Laura Boccanera)

Consultorio familiare diocesano                      Romasette      31 gennaio 2020

www.romasette.it/il-valore-della-paternita-quei-no-per-gestire-il-conflitto

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CONSULTORI UCIPEM

Milano 2 Genitori oggi. Puntiamo ad educare i padri

  • Educare alla cultura della famiglia.
  • Avviare una grande opera di prevenzione e di sensibilizzazione.
  • Intercettare tutte quelle donne che oggi non bussano più alle porte del Cav [Centri Aiuto alla Vita]
  • Offrire nuova consapevolezza alla figura paterna.

Su queste quattro direttrici si muove il più grande Cav italiano, quello della [clinica ostetrica-ginecologica] Mangiagalli di Milano, che si celebra la prima Giornata per la Vita senza la fondatrice Paola Bonzi, scomparsa nell’agosto 2019 scorso. Un vuoto, certo, ma anche uno stimolo per proseguire un impegno che ha rivoluzionato il volontariato per la vita. E la ricorrenza della “Giornata” è occasione quanto mai propizia per sottolineare un’opera di straordinaria rilevanza sociale, non solo per Milano e non solo per la Lombardia.

Per comprendere cosa ha rappresentato l’opera di Paola Bonzi bastano due numeri. Dal 1975 ad oggi, i 243 Cav italiani hanno contribuito a far nascere 236mila bambini. Il Cav Mangiagalli, da solo, 23.191. Oltre il 10%, considerando anche il periodo di tempo più limitato (è stato fondato nel 1984).

«Ora però – osserva Soemia Sibillo che ne ha raccolto l’eredità si tratta di rilanciare e rinnovare, innanzi tutto intercettando i nuovi bisogni sociali, a cominciare da quello educativo. Quante sono le donne e le mamme che non riusciamo più ad intercettare?». Il riferimento è all’enorme diffusione della cosiddetta contraccezione di emergenza, cioè le varie pillole del giorno dopo – 250mila confezioni vendute lo scorso anno. È entrata ormai tra le abitudini di troppi giovani. «Dobbiamo riuscire a trovare la strada per diffondere una cultura alternativa, per parlare ai giovani –riprende la direttrice del Cav Mangiagalli– per spiegare loro in modo efficace e persuasivo della bellezza della vita e della famiglia».

       Da qui l’idea di ampliare i percorsi formativi grazie al Consultorio familiare che proprio Paola Bonzi aveva voluto affiancare al Cav. Sullo stesso piano la grande sfida dell’integrazione culturale. Tra le mamme che chiedono aiuto, otto sui dieci sono straniere. «Noi dobbiamo riuscire ad avviare un discorso culturale anche con loro. Aiutare va bene, ma come fare per offrire occasioni di crescita? Ci dobbiamo pensare al più presto».

Come rimane urgentissimo, in una cultura dove l’eclissi della figura maschile sta provocando disastri sempre più pesanti, il discorso sulla paternità. Non si tratta di snaturare la vocazione dei Cav, ma di ampliarne ed arricchirne le attività. Anche perché a Milano e in Lombardia, il volontariato per la vita è un esercito di bene che traina tutta l’Italia. Dei 7.271 bambini nati nel 2018 grazie all’impegno dei Cav a livello nazionale, quasi la metà (3.323) arrivano dalle realtà lombarde. Più di mille dal solo Cav Mangiagalli.

      I dati comunicati dalla presidente di Federvita Lombardia, Elisabetta Pittino, raccontano di un impegno vasto e generoso: 74 associazioni federate per un totale di 131 realtà, di cui 53 Cav, 17 MpV, 60 sedi staccate con 24 punti di ascolto ospedalieri. Grazie a loro, nel 2018, non solo, come detto, sono nati più di 3mila bambini, ma sono state assistite oltre cinquemila gestanti e altre 3.247 donne con problemi legati alla gravidanza, al post-parto, al post-aborto, ma anche alle prese con difficoltà economiche, relazionali, educative di vario tipo.

     Erika Palazzi Vitale, memoria storica di Federlombardia, tra le fondatrici dello stesso Movimento Per la Vita (di cui è stata a lungo vicepresidente) e del Forum delle associazioni familiari, sottolinea a questo proposito il ruolo svolto dai Cav per favorire l’integrazione in una prospettiva di accoglienza solidale capace di trasmettere, insieme a garanzie concrete, il valore di un’umanità calda e partecipata. In questa prospettiva importantissima la funzione svolta da Progetto Gemma – come racconta Antonella Mugnolo della Fondazione Vita Nova – che assicura alla neomamma un sostegno mensile di 160 euro, per gli ultimi sei mesi di gestazione e per il primo anno di vita del bambino, per un totale di 2.880 euro. «Sembra una cifra non rilevante – ha sottolineato – eppure in moltissimi casi costituisce un incoraggiamento concreto a donne e coppie in difficoltà di fronte a una maternità inattesa».

    Nel 2019, su un totale nazionale di 513 Progetti Gemma, quelli “targati” Lombardia sono stati 191, di cui il 32% arriva dalla parrocchie, il 25% da gruppi e associazioni.

Luciano Moia                                                   Avvenire       2 febbraio 2020

       www.scienzaevita.org/wp-content/uploads/2020/02/2-L.-Moia-Avvenire.pdf

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DALLA NAVATA

Presentazione del Signore – 2 febbraio 2020

Malachia             03, 01 Così dice il Signore Dio: «Ecco, io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me e subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate; e l’angelo dell’alleanza, che voi sospirate, eccolo venire, dice il Signore degli eserciti»

Salmo                   23, 07 Alzate, o porte, la vostra fronte, alzatevi, soglie antiche, ed entri il re della gloria.

Ebrei                     02, 17 Perciò doveva rendersi in tutto simile ai fratelli, per diventare un sommo sacerdote misericordioso e degno di fede nelle cose che riguardano Dio, allo scopo di espiare i peccati del popolo.

Luca                      02, 38 (Una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser) Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.

 

Un figlio appartiene a Dio, non ai genitori

Maria e Giuseppe portarono il Bambino a Gerusalemme, per presentarlo al Signore. Una giovanissima coppia, col suo primo bambino, arriva portando la povera offerta dei poveri, due tortore, e il più prezioso dono del mondo: un bambino. Sulla soglia, due anziani in attesa, Simeone e Anna. Che attendevano, dice Luca, «perché le cose più importanti del mondo non vanno cercate, vanno attese» (Simone Weil).

Perché quando il discepolo è pronto, il maestro arriva. Non sono i sacerdoti ad accogliere il bambino, ma due laici, che non ricoprono nessun ruolo ufficiale, ma sono due innamorati di Dio, occhi velati dalla vecchiaia ma ancora accesi dal desiderio. E lei, Anna, è la terza profetessa del Nuovo Testamento, dopo Elisabetta e Maria. Perché Gesù non appartiene all’istituzione, non è dei sacerdoti, ma dell’umanità. È Dio che si incarna nelle creature, nella vita che finisce e in quella che fiorisce. «È nostro, di tutti gli uomini e di tutte le donne. Appartiene agli assetati, ai sognatori, come Simeone; a quelli che sanno vedere oltre, come Anna; a quelli capaci di incantarsi davanti a un neonato, perché sentono Dio come futuro e come vita» (Marina Marcolini).

Simeone pronuncia una profezia di parole immense su Maria, tre parole che attraversano i secoli e raggiungono ciascuno di noi: il bambino è qui come caduta e risurrezione, come segno di contraddizione perché siano svelati i cuori.

 Caduta, è la prima parola. «Cristo, mia dolce rovina» canta padre David Maria Turoldo, che rovini non l’uomo ma le sue ombre, la vita insufficiente, la vita morente, il mio mondo di maschere e di bugie, che rovini la vita illusa.

 Segno di contraddizione, la seconda. Lui che contraddice le nostre vie con le sue vie, i nostri pensieri con i suoi pensieri, la falsa immagine che nutriamo di Dio con il volto inedito di un abbà dalle grandi braccia e dal cuore di luce, contraddizione di tutto ciò che contraddice l’amore.

Egli è qui per la risurrezione, è la terza parola: per lui nessuno è dato per perduto, nessuno finito per sempre, è possibile ricominciare ed essere nuovi. Sarà una mano che ti prende per mano, che ripeterà a ogni alba ciò che ha detto alla figlia di Giairo: talità kum, bambina alzati! Giovane vita, alzati, levati, sorgi, risplendi, riprendi la strada e la lotta. Tre parole che danno respiro alla vita. Festa della presentazione. Il bambino Gesù è portato al tempio, davanti a Dio, perché non è semplicemente il figlio di Giuseppe e Maria: «i figli non sono nostri» (Kalil Gibran), appartengono a Dio, al mondo, al futuro, alla loro vocazione e ai loro sogni, sono la freschezza di una profezia “biologica”.

A noi spetta salvare, come Simeone ed Anna, almeno lo stupore.

www.cercoiltuovolto.it/vangelo-della-domenica/commento-al-vangelo-del-2-febbraio-2020-p-ermes-ronchi

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ENTI TERZO SETTORE

   Crowdfunding: cos’è e come funziona

Tante idee, magari grandi idee, ma niente fondi. Niente paura, non c’è bisogno di chiudere i progetti ad muffire in un cassetto aspettando il momento propizio: il finanziamento in tempo di crisi si chiama Crowdfunding. Quando i canali tradizionali di accesso alle somme necessarie, ad esempio le banche, si rivelano difficili da percorrere, piccole e medie imprese, e anche privati, non devono soffocare la propria creatività, ma possono chiedere aiuto alla “folla” e sperare in un suo finanziamento.

  1. Crowdfunding: significato. Il termine Crowdfunding, del resto, deriva proprio dall’incrocio delle parole inglesi “crowd“, folla, e “funding”, finanziamento, indicando la pratica di “trovare fondi attraverso la folla”, ossia una modalità di microfinanziamento dal basso che si avvale dell’aiuto di benefattori che scelgono di investire liberamente, ispirati dal progetto e dall’idea proposta. Questa forma di finanziamento alternativo, che può definirsi la raccolta fondi del nuovo millennio, rappresenta uno dei tanti ritrovati della sharing economy che per funzionare si avvale del mezzo più efficiente a disposizione nell’era 2.0, il web, dove le idee scorrono veloci, l’informazione si diffonde in tempi rapidi e gli strumenti messi a disposizione per “farsi pubblicità” sono i più disparati. La raccolta fondi nell’era digitale si è diffusa a macchia d’olio, con un aumento esponenziale negli ultimi anni. Si parla di oltre 56 milioni di euro raccolti nel 2015, contro i circa 30 milioni del 2014: una crescita resa possibile proprio grazie alla metamorfosi geopolitica globale che si è avuta negli ultimi anni, dove l’utilizzo di Internet, ambiente virtuale, consente di mettere in contatto idee e progetti, persone o gruppi di persone e capitale, sfruttando strumenti informatici quali social media e social network. La novità, infatti, è rappresentata proprio dal modo di utilizzazione di tali mezzi per raggiungere svariate comunità di imprenditori, persone comuni, artisti, permettendo alla propria iniziativa di raggiungere una platea sostanzialmente illimitata a cui chiedere sostegno economico.
  2. Modelli di Crowdfunding. Sono diverse le tipologie di Crowdfunding, pensate per rendere l’esperienza più agevole e finanziare al meglio il proprio progetto, modelli che si adattano anche alla specifica legislazione fiscale ed economica vigente nei vari paesi:
  • Reward. Questo modello prevede una ricompensa/premio stabilita dal donatore per l’investitore che effettua una donazione; questa può essere commisurata al contributo oppure anche di valore simbolico, ossia inferiore alla donazione. Può trattarsi ad esempio di un ritorno economico sotto forma di una somma di denaro o nel cd. “pre selling” del prodotto/servizio che si è scelto di finanziare, il quale può essere ottenuto prima della sua effettiva realizzazione sul mercato.
  • Donation. In questa tipologia l’investitore/finanziatore dell’idea o del progetto fa una donazione in denaro senza ricevere nulla in cambio. Si tratta di uno schema particolarmente adatto al finanziamento di iniziative avente carattere sociale e civile, ad esempio quelle promulgate da iniziative no profit, enti a scopo sociale e altre associazioni che spingono la società a collaborare con intento caritatevole e filantropico.
  • Lending. Questo modello consente la raccolta di denaro tramite una piattaforma web che poi andrà ad erogare i fondi sotto forma di prestito, dietro corrispettivo finanziario, ad un’ampia serie di mutuatari. La piattaforma, in sostanza, gestisce richieste di finanziamento ricercando soggetti disponibili a partecipare all’erogazione di questo a favore del richiedente, ricevendo in cambio una remunerazione del capitale sotto forma di interessi. Trattandosi di una norma di intermediazione creditizia, l’attività è sottoposta alla normativa sul credito e alla vigilanza della Banca d’Italia.
  • Equity. Questa tipologia consente agli investitori, a fronte del finanziamento, di ottenere la partecipazione alla compagine finanziaria dell’impresa finanziata. In sostanza, l’investitore ottiene strumenti partecipativi al capitale di rischio del progetto finanziato (ad esempio quote di S.r.l. o azioni di S.p.a.) con il complesso di diritti patrimoniali e amministrativi che ne derivano.
  1. La disciplina del Crowdfunding in Italia. Il modello equity rappresenta l’unica forma di Crowdfunding disciplinata in Italia: con un regolamento del 26 giugno 2013, la Consob ha disciplinato alcuni specifici aspetti del fenomeno con l’obiettivo di creare un “ambiente” affidabile in grado, cioè, di creare fiducia negli investitori. Chi possiede i requisiti previsti, previa autorizzazione dell’organo di vigilanza, potrà gestire le piattaforme di Equity Crowdfunding, attraverso le quali saranno pubblicate offerte sottoscrizione dell’investimento. Gli offerenti, tuttavia, potranno essere solo: start-up innovative, PMI innovative, OICR e società che investono prevalentemente in startup o PMI innovative.
  2. Piattaforme principali di Crowdfunding. Le piattaforme predisposte possono essere di tipo generalista, o orizzontali, che consentono di finanziare progetti di differente tipologia, oppure verticali, specializzate in un singolo settore o tipologia di prodotto. In Italia sono diversi i portali che si occupano della raccolta di fondi; attualmente sono censite ben 82 piattaforme (di cui 69 già attive e altre in fase di lancio). (…)               Segue

Lucia Izzo   Studio Cataldi     2 febbraio 2020

www.studiocataldi.it/articoli/23069-crowdfunding-cos-e-e-come-funziona.asp

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FAMIGLIA

Il diritto sostanziale prima delle relazioni familiari disfunzionali

Si ricorre sempre più spesso alle aule giudiziarie, in sede civile e in sede penale, per risolvere le disfunzioni familiari. Si dimentica, invece, di conoscere la tutela del diritto sostanziale (sia statale sia internazionale) in materia relazionale che consente una forma di coscientizzazione personale, di solidarietà in senso lato (come previsto nell’art. 2 Costituzione) e soprattutto di prevenzione.

            Casi di violenze alle donne, conflitti di coppia, scelte sentimentali sbagliate, dinamiche sfasate di coppia, stili educativi inadeguati affondano le loro radici nelle dipendenze affettive generate dalle famiglie d’origine con padre violento e madre sottoposta, padre assente e madre oppressa e opprimente, padre anaffettivo e madre ossessiva e possessiva e altre situazioni simili. Così i figli crescono sentendosi in colpa, ritenendosi la causa della disarmonia genitoriale e familiare e sviluppano un atteggiamento servile, succube nei confronti del genitore debole per colmare il vuoto che ha dentro sino a un’inversione di ruoli. I genitori dovrebbero attenersi alle indicazioni degli articoli 147 e 315 bis comma 1 cod. civ. (in particolare l’obbligo di assistere moralmente i figli) e art. 6, comma 2 Legge 184/4 maggio 1983 sull’adozione, come modificata dalla Legge 149/28 marzo 2001 (“I coniugi devono essere affettivamente idonei e capaci di educare, istruire e mantenere i minori che intendano adottare”, potendo ritenere tutti i figli una forma di adozione dalla vita), non solo come obblighi giuridici ma anche come orientamenti per non nuocere alla sfera sentimentale e sessuale dei figli e allo sviluppo della loro personalità. Si chiede ai genitori che siano “idonei” (“idoneo”, letteralmente “proprio) e “capaci” (“capace”, letteralmente “che può contenere”): idoneo è colui che ha le qualità e i requisiti necessari per svolgere dei compiti, per esercitare una funzione.

La genitorialità può essere considerata un lavoro, un’attività o una funzione che concorre al progresso materiale e spirituale della società (mutuando le locuzioni dell’art. 4 Costituzione). Prima di diventare genitori e nel diventare genitori bisognerebbe fare non un “percorso di consapevolezza” (concetto abusato), con o senza esperti, ma con coraggio e coerenza un esame a ritroso sui propri tasti dolenti e nodi irrisolti per capire se si è pronti a caricarsi della responsabilità del figlio (art. 316 cod. civ. rubricato “Responsabilità genitoriale”) e non a caricare o scaricare su di lui quello che non va o non si è avuto. La genitorialità dovrebbe essere espressione di adultità dell’essere e maturità dell’amare.

La psicologa e psicoterapeuta Luisa Fossati spiega: “La dipendenza affettiva ha origini nella storia di vita personale […]. Generalmente si tratta di persone che hanno appreso fin da piccole che l’amore è possibile solo con il sacrificio di sé. Un esempio tipico è un genitore alcolista con un bambino che si prende cura del genitore stesso sperando che, aiutandolo bene e mettendo da parte i suoi bisogni, il genitore un giorno ci sarà per lui. Se prendiamo come punto di riferimento il modello degli stili di attaccamento di John Bowlby, possiamo dire che le persone dipendenti affettive spesso hanno avuto un attaccamento insicuro-ambivalente: il caregiver era presente ma, a causa delle sue fragilità, poteva garantire una presenza emotiva intermittente. La persona, in una fase molto precoce del suo sviluppo, ha vissuto quindi il dramma del conflitto tra il bisogno di una considerazione positiva di sé da un lato e il bisogno di accettazione da parte del genitore dall’altro.

 In altre parole, ha imparato presto che, per poter essere amata, doveva mettere da parte aspetti di sé e attendere che il genitore, una volta “aggiustato”, fosse disponibile. Raramente, però, la speranza si realizza e quello che nel lungo periodo viene sperimentato è la disperazione del non sentirsi visti e amati, associata a un misto di attesa e speranza. Si comprende, quindi, da dove nasca l’ambivalenza: da un genitore che non c’è ma che si spera possa diventare un giorno recettivo e attento”. Un’indicazione basilare è quella contenuta nel Preambolo della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia ove si legge che il fanciullo deve crescere “in un’atmosfera di felicità, amore e comprensione”. L’amore è il moto verso l’altro (etimologicamente “desiderio, passione”), la comprensione è prendere insieme, contenere in sé, quindi è un riconoscere l’esistenza di un altro, infine la felicità è fecondità, produzione, è una fuoriuscita. I figli sono vettore di vita e non l’asse della propria vita: “[…] ogni fanciullo ha un diritto innato alla vita” (art. 6 par. 1 Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia) e non esiste il contrario, ovvero il diritto ad avere un figlio.

            La scrittrice francese Irène Némirovsky scriveva in un suo romanzo “I doni della vita“: “Il tono è lo stesso di quando lui aveva dodici anni, sebbene adesso ne avesse ventiquattro; ciò nonostante, quella voce affettuosa e autoritaria aveva un tale potere su di lui che le obbediva ancora” Le madri devono trasmettere ai figli, specialmente ai maschi, un amore “misurato” (“misura” letteralmente implica il confronto tra due grandezze e ha la stessa origine etimologica di “mensa”, altra componente importante in una relazione affettiva) che non sia morboso, “incestuoso”, “castrante” o cagionante dipendenza affettiva. Il fanciullo ha diritto di conservare la propria identità, nome e relazioni familiari (dall’art. 8 Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia): una armoniosa maturazione dell’identità, un nome che non sia ridicolo o un nomignolo che non lo segni per tutta la vita, un nome proprio e scelto con amore (e non massificato e spersonalizzante come “amore” o peggio “amo’”), sane relazioni familiari. “Il figlio ha diritto di crescere in famiglia e di mantenere rapporti significativi con i parenti” (art. 315 bis comma 2 cod. civ.). “Crescere” (dalla stessa radice di “creare”) è “andare formandosi” ed è proprio la dimensione esistenziale ed essenziale dell’essere figlio.

            Osvaldo Poli, psicologo e psicoterapeuta, ricorda: “Le rondini hanno un metodo infallibile per insegnare ai loro piccoli a lasciare il nido e volare: non portano loro il cibo per tre giorni. Non si sono mai viste rondini incapaci di volare”. Essere genitori è dare la vita e dare alla vita senza deficienze affettive né dipendenze, senza forzature né egoismi, tra cui la “sindrome del nido vuoto”. Il legislatore richiama per tre volte nel codice civile (artt. 147, 315 bis comma 1 e 316 comma 1) le capacità, inclinazioni naturali e aspirazioni dei figli di cui i genitori devono tener conto.

Anche il pedagogista Daniele Novara richiama: “Quando la relazione da educativa rischia di diventare morbosa la sensazione di emergenza si fa molto alta. Non ne vale la pena. Mantenere la giusta distanza consente ai figli di costruire un loro legittimo e creativo spazio di libertà”. I bambini devono respirare amore e nell’amore, ma non rimanerne invischiati, asfissiati, soffocati (dall’ipercura alla dipendenza affettiva). “[…] il fanciullo per il pieno ed armonioso sviluppo della sua personalità deve crescere in un ambiente familiare, in un’atmosfera di felicità, amore e comprensione” (dal Preambolo della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia): “ambiente” e “atmosfera”, qualcosa che circonda, lambisce il bambino ma senza opprimerlo. “[…] ogni fanciullo ha diritto alla salute; ogni fanciullo deve poter godere di un ambiente non inquinato, di un alloggio salubre e di un’alimentazione sana” (art. 8.30 Carta europea dei diritti del fanciullo, 1992): il primo ambiente non inquinato (privo anche del cosiddetto “inquinamento psichico”) che deve fornire un alloggio salubre e un’alimentazione sana è la famiglia (disposizioni già formulate nella Carta dei Diritti del fanciullo al gioco e al lavoro, 1967). La famiglia è disciplinata, nella Costituzione, sotto il Titolo II “Rapporti etico-sociali”, agli articoli 29-31, dopo la disciplina dei “Rapporti civili” e prima della salute, perché dovrebbe essere una “roccaforte”, luogo privilegiato di espressione ed esercizio delle libertà inviolabili (libertà personale, libertà di domicilio e libertà di comunicazione, artt. 13-15) e culla della salute (art. 32).

            Saper parlare a bambini e ragazzi, specialmente nei momenti più delicati (per esempio in caso di crisi di coppia), senza fuggire mai dai problemi è quello che dovrebbero recuperare e fare genitori e educatori, capaci di essere veri adulti aventi cura e responsabilità delle persone più giovani loro affidate dalla vita e nella vita. Per promuovere veri adulti, aventi cura e responsabilità, occorrerebbe sviluppare la medicina preventiva, l’educazione dei genitori e l’informazione ed i servizi in materia di pianificazione familiare (art. 24 lettera f Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia), interpretando “pianificazione familiare” non solo come controllo delle gravidanze ma come progettazione della famiglia dalla formazione della coppia in poi. Prima di concepire la famiglia bisognerebbe avere la stessa concezione di coppia.

            “Coppia“, da “copula“, unione, legame, come l’accogliere in un ampio abbraccio: quello che dovrebbe essere il senso di protezione dell’amore e non mettersi in ginocchio ai piedi di qualcuno o tenerlo avvinto a sé senza farlo respirare. Bisogna fare attenzione a non confondere o tramutare l’amore con la dipendenza affettiva che si manifesta sempre più spesso nella coppia o in famiglia. Quando due persone sono entrate in comunicazione, l’una continua a dimorare nella vita dell’altra anche nel silenzio e nella distanza. Quando con qualcuno si può stare in silenzio, si è raggiunto il massimo della sintonia e si eleva una sinfonia e la distanza diventa nuova speranza. Nella coppia ci vuole pure la giusta distanza che non è allontanamento dall’altro, ma rispetto della sfera più intima dell’altro e rientra nell’obbligo coniugale reciproco all’assistenza morale di cui all’art. 143 comma 2 cod. civ.. Così il sodalizio di una coppia. “Ci si innamora così, cercando nella persona amata il punto a nessuno rivelato, che è dato in dono solo a chi scruta, ascolta con amore. Ci si innamora da vicino, ma non troppo, ci si innamora da un angolo acuto un poco in disparte in una stanza, presso una tavolata, seduto su un gradino mentre gli altri ballano” (lo scrittore Erri De Luca in “Tu, mio”). Amare è stabilire la giusta distanza che non sia né indifferenza né dipendenza: è questa la differenza. Per ristabilire quest’equilibrio, talvolta è necessario ricorrere alla terapia di coppia o ad altri interventi professionali. “Equilibrio”, “peso uguale”, che implica l’obbligo reciproco coniugale alla collaborazione nell’interesse della famiglia (art. 143 comma 2 cod. civ.) che diviene l’ago della bilancia.

            La coppia deve costituire e costituirsi in un adeguato linguaggio o codice d’amore (e non di amoreggiamento o dipendenza affettiva), perché vi sia una vera comunicazione, anche in caso di crisi o rottura della coppia, e non reciproco annientamento o una forma di possessività o violenza latente. “Parlavamo nella sola maniera che avevamo imparato. Mai con calma, mai, con febbre invece, due che si erano aizzati in amore, estraendosi le lacrime bollenti. Restava nel fiato il denso di abbracci che non si erano potuti saziare. Perché con uno scarto di violenza e pena ci eravamo staccati a viva forza” (da “In alto a sinistra” di Erri De Luca). Linguaggio d’amore necessario altresì per intendere e intendersi sull’obbligo coniugale reciproco alla fedeltà (art. 143 comma 2 cod. civ.).

            “Quanto sono ignoranti coloro che suppongono che l’amore nasca da una lunga vicinanza, da un’ininterrotta compagnia! Il vero amore è figlio di un’intesa spirituale, e se quella intesa non viene raggiunta in un solo momento, non arriverà mai – né dopo un anno né dopo un secolo” (da “Ali spezzate” di Kahlil Gibran): ai primi sentori bisogna evitare ogni dipendenza affettiva o comunque una relazione disfunzionale (es. coppia simbiotica, ossia “coppia fusa e confusa”), anche per gli effetti patogeni che si possono avere nei confronti dei bambini. Il vero amore è la sublimazione dell’altrui imperfezione che completa la propria imperfezione. L’amore è la perfezione dell’emozione. L’amore, come le altre esperienze piacevoli, stimola la produzione delle endorfine, i cosiddetti ormoni del benessere, che giovano alla salute. “La salute è creata e vissuta dalle persone all’interno degli ambienti organizzativi della vita quotidiana: dove si studia, si lavora, si gioca e si ama. La salute è creata prendendosi cura di se stessi e degli altri, essendo capaci di prendere decisioni e di avere il controllo sulle diverse circostanze della vita” (dal paragrafo “Entrare nel futuro” della Carta di Ottawa per la promozione della salute, 1986).

            Così inteso, il diritto – nato per regolare i rapporti umani – ha un valore pedagogico e socio-ecologico nelle relazioni fondamentali, sempre più fragili e conflittuali, quelle relazioni alla base dello sviluppo umano. “Bambini e giovani uomini e donne sono agenti critici del cambiamento e troveranno nei nuovi obiettivi una piattaforma per incanalare le loro infinite potenzialità per l’attivismo verso la creazione di un mondo migliore” (dal n. 51 dell‘Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, Risoluzione adottata dall’Assemblea Generale il 25 settembre 2015).

Margherita Marzario             Studio Cataldi 2 febbraio 2020

www.studiocataldi.it/articoli/37235-il-diritto-sostanziale-prima-delle-relazioni-familiari-disfunzionali.asp

 

Il ricongiungimento familiare

Il ricongiungimento familiare può essere definito come il diritto a mantenere o a riacquistare l’unità familiare nei confronti dei familiari stranieri. Questo diritto è concesso allo straniero che vive in Italia purché sussistano le condizioni richieste dalla legge.

  1. Il diritto al ricongiungimento familiare. L’art. 28 del D.Lgs. 286/25 luglio 1998 (Testo Unico sull’Immigrazione) riconosce, infatti, il diritto a mantenere o a riacquistare l’unità familiare agli stranieri titolari di permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo o di un permesso di soggiorno con durata non inferiore ad un anno rilasciato per lavoro subordinato o autonomo, ovvero per asilo, per studio, per motivi religiosi o familiari.

www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legislativo:1998-07-25;286

  1. Chi può chiedere il ricongiungimento familiare. Può richiederlo il cittadino extracomunitario in possesso di:
  • Permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo;
  • Permesso di soggiorno di durata non inferiore ad un anno, rilasciato per lavoro subordinato, per lavoro autonomo, per asilo o per protezione sussidiaria, per protezione sociale o umanitaria, per studio, per motivi religiosi o familiari.

3         Per quali familiari si può chiedere. Il ricongiungimento familiare può essere richiesto per:

  1. Il coniuge non legalmente separato e di età non inferiore ai diciotto anni;
  2. I figli minori, anche del coniuge o nati fuori del matrimonio, non coniugati, a condizione che l’altro genitore, qualora esistente, abbia dato il suo consenso;
  3. I figli maggiorenni a carico che non possano provvedere alle proprie indispensabili esigenze di vita a causa del loro stato di salute che determini un’invalidità totale;
  4. I genitori a carico, qualora non abbiano altri figli nel Paese di origine o di provenienza, ovvero genitori maggiori di sessantacinque anni, qualora gli altri figli siano impossibilitati al loro sostentamento per documentati gravi motivi di salute.

    Chi scrive ritiene precisare che quando il ricongiungimento familiare viene richiesto per i figli è necessario che il legame di parentela genitori – figli sia documentato con certificazione ad hoc rilasciata da competenti Autorità straniere.

    Nel caso in cui sussistano dubbi sulla veridicità della documentazione rilasciata è possibile ricorrere all’esame del DNA, la cui certificazione sarà rilasciata dalle Rappresentanze Diplomatiche o Consolari.

4.         Requisiti necessari perché il cittadino extracomunitario possa chiedere il ricongiungimento familiare.

    E’ necessario che dimostri ex art. 29, comma 3 del Testo Unico sull’Immigrazione di:

  • Avere la disponibilità di un alloggio conforme ai requisiti igienico-sanitari, nonché di idoneità abitativa, accertati dai competenti Uffici Comunali;
  • Avere una assicurazione sanitaria o di altro titolo idoneo a garantire la copertura di tutti i rischi nel territorio nazionale a favore del genitore ultrasessantacinquenne ovvero della sua iscrizione al Servizio Sanitario Nazionale.

        Non è tenuto a dimostrare tali disponibilità il cittadino extracomunitario che ha ottenuto lo status di rifugiato.

  1.  Ricongiungimento familiare: reddito. Oltre ai predetti due requisiti, chi vuole ottenere il ricongiungimento familiare (ad eccezione del cittadino extracomunitario rifugiato) deve dimostrare anche il possesso di specifici requisiti reddituali. In particolare, è indispensabile che il reddito minimo annuo derivante da fonti lecite non sia inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale aumentato della metà dell’importo dell’assegno sociale per ogni familiare da ricongiungere.
  2. Ricongiungimento familiare: la procedura. La procedura di ricongiungimento familiare si articola in due fasi:
  • 1°fase davanti allo Sportello Unico per l’Immigrazione, concerne la verifica dei requisiti oggettivi per il rilascio del nulla-osta al ricongiungimento;
  • 2°fase presso la Rappresentanza Consolare Italiana, riguarda la verifica dei requisiti soggettivi per il rilascio del visto di ingresso.
  1. La domanda di ricongiungimento familiare. Il richiedente deve, prima di tutto, presentare allo Sportello Unico per l’Immigrazione competente per il luogo della sua dimora domanda di nulla-osta al ricongiungimento familiare.             Ai sensi dell’art. 6 del D.P.R. 394/31 agosto 1999 (Regolamento di attuazione del Testo Unico sull’Immigrazione) alla domanda l’interessato deve allegare:

www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.del.presidente.della.repubblica:1999-08-31;394!vig=

        1) copia della carta di soggiorno o del permesso di soggiorno;

        2) documentazione attestante la disponibilità del reddito di cui all’art. 29, comma 3, del Testo Unico;

        3) documentazione attestante la disponibilità di un alloggio, a norma dell’art. 29 comma 3 del Testo Unico. E’ necessario produrre l’attestazione dell’Ufficio Comunale circa la sussistenza dei requisiti, ovvero il certificato di idoneità igienico-sanitaria rilasciato dall’Asl competente per territorio;

        4) documentazione attestante i rapporti di parentela, la minore età e lo stato di famiglia;

        5) documentazione attestante l’invalidità totale o i gravi motivi di salute;

        6) documentazione concernente la condizione economica nel Paese di provenienza dei familiari a carico.

8.        Il nulla-osta al ricongiungimento familiare. Lo Sportello Unico per l’Immigrazione, verificata la sussistenza dei requisiti richiesti e acquisito dalla Questura il parere sull’insussistenza di motivi ostativi all’ingresso dello straniero nel territorio nazionale, rilascia il nulla-osta al ricongiungimento familiare o un provvedimento di diniego.         Il nulla-osta al ricongiungimento familiare deve essere rilasciato entro 180 giorni dalla richiesta (art. 29, comma 8 del Testo Unico, così sostituito dalla legge 94/2009).

9.     Ricongiungimento familiare: quando viene respinta la richiesta. La richiesta di ricongiungimento familiare è respinta se viene accertato che il matrimonio o l’adozione hanno avuto luogo al solo scopo di consentire all’interessato di entrare o soggiornare nel territorio dello Stato (art. 29, comma 9, del Testo Unico).

10.  Il rilascio del visto di ingresso. La seconda fase della procedura di ricongiungimento familiare si svolge presso la Rappresentanza Consolare Italiana che verifica la sussistenza dei requisiti soggettivi per il rilascio del visto di ingresso.

 Infatti, lo straniero deve presentare i documenti che provano il rapporto di parentela presso il Consolato Italiano del proprio paese di residenza.

        L’Autorità Consolare Italiana provvede all’accertamento della veridicità della documentazione presentata e, in caso di esito positivo, rilascia il visto di ingresso entro trenta giorni dalla richiesta, dandone comunicazione, in via telematica, allo Sportello Unico per l’Immigrazione ex art. 6 Regolamento di attuazione del Testo Unico.

        Entro 8 giorni dall’ingresso in Italia, lo straniero deve comunicare allo Sportello Unico per l’Immigrazione l’arrivo del familiare ed aspettare la convocazione per ritirare la documentazione necessaria alla richiesta del permesso di soggiorno per motivi di famiglia, o del permesso di soggiorno CE di lungo periodo.

11.       Ricongiungimento familiare 2020. La disciplina dettata dal Testo Unico sull’Immigrazione appena descritta è valida anche per il 2020, in quanto le norme in materia di ricongiungimento familiare che la prevedono non sono state oggetto di significative modifiche nel corso degli ultimi anni.

12        Permesso di soggiorno per motivi di famiglia. Ai sensi dell’art. 30, comma 1, del Testo Unico il permesso di soggiorno per motivi familiari è rilasciato:

        1) allo straniero che ha fatto ingresso in Italia con visto di ingresso per ricongiungimento familiare;

        2) agli stranieri regolarmente soggiornanti ad altro titolo da almeno un anno che abbiano contratto matrimonio nel territorio dello Stato con cittadini italiani o di uno Stato membro dell’Unione europea, ovvero con cittadini stranieri regolarmente soggiornanti;

        3) al familiare straniero regolarmente soggiornante, in possesso dei requisiti per il ricongiungimento con il cittadino italiano o di uno Stato membro dell’Unione europea residenti in Italia, ovvero con straniero regolarmente soggiornante in Italia.

        4) al genitore straniero, anche naturale, di minore italiano residente in Italia.

13 Diniego ricongiungimento familiare: come fare ricorso. Contro il diniego del nulla-osta al ricongiungimento familiare e del permesso di soggiorno per motivi familiari l’interessato può, ai sensi dell’art. 30, comma, del testo Unico, proporre ricorso al Tribunale in composizione monocratica del luogo in cui risiede.

        L’opposizione è regolata dall’art. 20, D.Lgs. 150/1 settembre 2011: tali controversie sono regolate dal rito sommario di cognizione di cui agli artt. 702-bis e ss. c.p.c., ove non diversamente disposto.

www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legislativo:2011-09-01;150!vig=

        L’ordinanza che accoglie il ricorso può disporre il rilascio del visto anche in assenza del nulla-osta.

         Gli atti del procedimento sono esenti da imposta di bollo e di registro e da ogni altra tassa. (Art. 20, comma 4, D.lgs. 150/2011).

            In caso di rifiuto del rilascio, di revoca o di diniego di rinnovo del permesso di soggiorno dello straniero che ha esercitato il diritto al ricongiungimento familiare, ovvero del familiare ricongiunto, l’art. 5, comma 5, del Testo Unico stabilisce che è necessario tenere conto della natura e della effettività dei vincoli familiari dell’interessato e dell’esistenza di legami familiari e sociali con il suo Paese d’origine, nonché, per lo straniero già presente sul territorio nazionale, anche della durata del suo soggiorno nel medesimo territorio.

        In caso di provvedimento di espulsione nei confronti dello straniero che abbia esercitato il diritto al ricongiungimento familiare ovvero del familiare ricongiunto, l’art. 13, comma 2-bis, del Testo Unico precisa che si devono tenere in considerazione la natura e l’effettività dei vincoli familiari dell’interessato, la durata del suo soggiorno nel territorio nazionale, nonché l’esistenza di legami familiari, culturali o sociali con il suo Paese d’origine.

Avv. Luisa Camboni   Studio Cataldi 3 gennaio 2020

www.studiocataldi.it/articoli/21188-il-ricongiungimento-familiare.asp

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FRANCESCO VESCOVO DI ROMA    

L’irruzione invasiva dei cellulari e la erosione delle relazioni interpersonali

Papa Francesco invita a recuperare la comunicazione nelle famiglie devastate dall’irruzione prepotente degli smartphone [telefono intelligente]. Anche il luogo del convivio dove la parola e il cibo si alternavano sembra essere stato demolito dalla chiusura autistica che l’uso illimitato della tecnologia ha provocato. E` un problema di grande attualità che coinvolge non soli i figli, ma anche gli adulti altrettanto alienati nei loro partner tecnologici.

Il richiamo di Francesco non contiene tanto l’evocazione nostalgica di un tempo perduto dove la famiglia era luogo idilliaco di scambio e comunicazione. Nel tempo dominato dalla figura patriarcale del padre padrone, molto frequentemente, lo spazio della parola era sequestrato dalla sua voce il cui timbro severo otteneva un silenzio impaurito. Non si tratta dunque di mendicare un tempo irreversibilmente alle nostre spalle e per nulla ideale; non si tratta di guardare nostalgicamente al passato per trovare una soluzione ai problemi del nostro tempo.

La famiglia non è una istituzione ideale come non lo è nessuna istituzione umana. Come genitori brancoliamo sempre nel buio, precari, in difficoltà. Nessuno, tantomeno il padre disciplinare del patriarcato, possiede la chiave per rendere la vita insieme generativa. Ma il nostro tempo pone un problema supplementare: esiste una tendenza sempre più diffusa – soprattutto nel mondo giovanile – (che ho definito recentemente “neo- melanconica”) alla fobia, al ritiro sociale, alla chiusura. I nostri figli tendono a costruire nicchie separate che però anziché proteggerli dalla vita li separano dalla vita. E` una scorciatoia che comprende anche il mondo degli adulti: preferire la chiusura all’apertura; la difesa dalla vita all’incontro con la pienezza della vita. L’illusione dell’iper-connessione e` quella di mettere le nostre vite in rapporto con quelle degli altri quando invece molto spesso separa dal rapporto. Ma ogni rapporto, compreso quello familiare, non e` al riparo dalla difficolta`, dall’incomprensione e dal conflitto. Forse per questa ragione si preferisce il rapporto senza rapporto del partner tecnologico alle asperità inevitabili del rapporto reale.

Il richiamo di Francesco dovrebbe allora essere letto in modo diverso da quello di un generico ritorno alla retorica patriarcale della famiglia. Lo sappiamo per esperienza; se c’è una bellezza nella famiglia è quella che possiamo trovare in ogni istituzione umana; una bellezza che non esclude la crepa, l’incrinatura, il disagio, la ferita. Nel tempo dove la parola non è più (giustamente) sequestrata dall’autorità dei padri, nel tempo dove una nuova pluralità` si configura, quello che più conta è preservare il luogo della parola come luogo di una connessione diversa da quella alimentata dagli oggetti tecnologici. Non la parola retorica del dialogo tra le generazioni – spesso impossibile –, non quella conformistico-borghese, né quella pacificante del buon senso.

            Abitare la vita della famiglia impone oggi più di ieri un nuovo equipaggiamento: sopportare la solitudine in cui tutti noi siamo evitando di coltivare l’illusione di un’armonia che semplicemente non esiste. Ma questa disillusione anziché scoraggiare, abbattere, frustrare dovrebbe aiutarci a raccogliere come “preziosi tesori” quei frammenti di umanità e bellezza che ancora oggi possiamo trovare nello stare insieme in famiglia. Non pretendere la felicità dei figli, non porsi come esempi di come sia giusto vivere, non nascondere le nostre difficolta`. Stare, insomma, insieme nel disagio che ogni essere insieme comporta.

Allora, letto in questa chiave, il richiamo di Francesco non ci esorta a coltivare l’illusione di una famiglia ideale, ma a non nascondere la testa nella sabbia di fronte alla difficoltà di costruire rapporti umani non artificiosi e unilaterali come quelli che la tecnologia offre. Quei rapporti sono infatti non rapporti. Sono rapporti – connessioni – che promettono di salvare dalla difficoltà reale di ogni rapporto compreso quello della famiglia.

Massimo Recalcati     La Repubblica, 30 dicembre 2019

https://francescomacri.wordpress.com/2020/01/31/lirruzione-invasiva-dei-cellulari-e-la-erosione-delle-relazioni-interpersonali/#more-52711

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PENSIONE

La pensione di reversibilità dell’ex coniuge

      La pensione di reversibilità è la quota parte della pensione complessiva che spetta a seguito della morte di un familiare. La pensione ai superstiti viene erogata dopo la morte del pensionato o dell’assicurato che ancora lavori.

Pensione ai superstiti: di reversibilità e indiretta. La pensione ai superstiti può essere di reversibilità nel caso in cui il deceduto percepisse già la pensione di vecchiaia o di anzianità o pensione indiretta, nel caso in cui il deceduto lavorasse ancora e avesse versato un minimo di contributi. In particolare, a mente del Decreto legislativo 503/1992 spetta solo se il lavoratore aveva accumulato, anche in epoche diverse, almeno 15 anni di contribuzione oppure 5 anni di contributi, di cui almeno 3 nel quinquennio precedente la morte.

La pensione spetta al coniuge superstite, anche se separato: se il coniuge superstite è separato con addebito, la pensione ai superstiti spetta a condizione che gli sia stato riconosciuto dal tribunale il diritto agli alimenti; il coniuge divorziato se titolare di assegno divorzile; i figli che alla data della morte del genitore siano minorenni, inabili, studenti o universitari e a carico alla data di morte del medesimo; i nipoti minori se a totale carico degli ascendenti alla data di morte dei medesimi.

In mancanza del coniuge, dei figli e dei nipoti la pensione può essere erogata ai genitori d’età non inferiore a 65 anni, non titolari di pensione, che alla data di morte del lavoratore e/o pensionato siano a carico dello stesso.

In mancanza del coniuge, dei figli, dei nipoti e dei genitori la pensione può essere erogata ai fratelli celibi inabili e sorelle nubili inabili, non titolari di pensione, che alla data di morte del lavoratore e/o pensionato siano a carico del medesimo.

Le percentuali sono le seguenti:

Solo il coniuge 60%                 Coniuge con 1 figlio 80%                    Coniuge con 2 o più figli 100%

Solo 1 figlio 70%                        2 figli 80%                                          3 o più figli 100%

Solo 1 genitore 15%                   2 genitori 30%

     La decorrenza. La pensione decorre dal mese successivo alla morte dell’assicurato o del pensionato, indipendentemente dalla data di presentazione della richiesta.

     La pensione di reversibilità dura per tutta la vita e si cumula con quelle che il coniuge superstite percepiva in precedenza o delle quali ha maturato i diritti.

      I beneficiari della pensione di reversibilità sono

  • Il coniuge,
  • Il coniuge separato; (il coniuge separato “con addebito” solo se ha diritto agli alimenti);
  • Il coniuge divorziato che sia titolare di un assegno divorzile (a condizione che non si sia risposato – perdendo così anche l’assegno divorzile – e che il lavoratore deceduto sia stato iscritto all’Inps prima della sentenza di divorzio);
  •  L’ex coniuge, anche se dopo il divorzio e prima della morte il lavoratore o pensionato assicurato si sia risposato. In questi casi, in base alla legge n.74 del 1987, sarà il giudice a stabilire le quote che spettano al primo e al secondo coniuge.

     Se il vedovo o la vedova contraggono un nuovo matrimonio la pensione di reversibilità viene revocata e viene liquidata una doppia annualità pari a 26 mesi della quota di pensione di reversibilità.

      L’ammontare della pensione ai superstiti è condizionato dalla situazione economica del titolare. I trattamenti pensionistici sono cumulabili con i redditi del beneficiario nei limiti fissati dalla legge n. 335. Superati i limiti la pensione viene ridotta. Nessuna riduzione è invece prevista se ci sono figli minori. Sono perciò esenti da qualsiasi trattenuta le pensioni di reversibilità liquidate a favore del coniuge superstite con uno o più figli minori di età, studenti o inabili. In questo caso l’assegno resta intatto.

     Ai fini del diritto alla pensione ai superstiti, i figli di età superiore ai 18 anni e inabili al lavoro si considerano a carico dell’assicurato o del pensionato se questi, prima del decesso, provvedeva al loro sostentamento in maniera continuativa”. Il “sostentamento” postula la non autosufficienza economica dell’interessato, e il mantenimento da parte del lavoratore o pensionato deceduto.

      Sono considerati non autosufficienti economicamente i figli maggiorenni che hanno un reddito che non supera l’importo del trattamento minimo maggiorato del 30%; i figli maggiorenni inabili che hanno un reddito non superiore a quello fissato annualmente per il diritto alla pensione di invalido civile totale; i figli maggiorenni inabili, titolari dell’indennità di accompagnamento, che hanno un reddito non superiore a quello fissato annualmente per la concessione della pensione di invalido civile totale aumentato dell’importo dell’indennità di accompagnamento.

      Reversibilità e convivenza more uxorio. Il convivente more uxorio non è incluso tra i soggetti beneficiari del trattamento pensionistico di reversibilità.

     La Corte costituzionale (sentenza 461 del 2000 ha dichiarato che “non è fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 13 del R.D.L. 14 aprile 1939, n. 636, convertito nella legge 6 luglio 1939, n. 1272 e dell’art. 9, secondo e terzo comma, della legge 1 dicembre 1970, n. 898 (come sostituito dall’art. 13 della legge 6 marzo 1987, n. 74), impugnati, in riferimento agli artt. 2 e 3 della Costituzione, nella parte in cui non includono il convivente more uxorio tra i soggetti beneficiari del trattamento pensionistico di reversibilità, anche quando la convivenza abbia acquistato gli stessi caratteri di stabilità e certezza propri del vincolo coniugale.                      www.giurcost.org/decisioni/2000/0461s-00.html

      Secondo la Suprema Corte la mancata inclusione del convivente more uxorio tra i soggetti beneficiari del trattamento pensionistico di reversibilità trova una sua non irragionevole giustificazione nella circostanza che il suddetto trattamento si collega geneticamente ad un preesistente rapporto giuridico che, nel caso considerato, manca. Ne consegue che la diversità delle situazioni poste a raffronto giustifica una differenziata disciplina delle stesse. Nemmeno può dirsi violato il principio di tutela delle formazioni sociali in cui si sviluppa la persona umana in quanto la riferibilità del suddetto principio alla convivenza di fatto “purché caratterizzata da un grado accertato di stabilità” – più volte affermata da questa Corte – non comporta un necessario riconoscimento al convivente del trattamento pensionistico di reversibilità.

avv. Matteo Santini    Studio Cataldi           1 febbraio 2020

www.studiocataldi.it/articoli/37223-la-pensione-di-reversibilita-dell-ex-coniuge.asp

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SINODALITÀ

Il “ritorno” della sinodalità e delle sue criticità

Sinodalità: un tema antico e sempre nuovo. Il frequente richiamo alla sinodalità nel dibattito ecclesiale appare assai opportuno e stimola una riflessione, che di certo dovrebbe essere molto più articolata rispetto allo spazio qui a disposizione. Si tratta, invero, di un “ritorno” a questo tema di cruciale importanza per la vita della Chiesa (in quanto di essa è elemento costitutivo); tale argomento è stato affrontato (e “vissuto”), negli ultimi anni, in particolare in occasione del V Convegno Ecclesiale di Firenze (2015); sarebbe interessante che gli abbondanti frutti di quell’assise venissero recuperati e maggiormente valorizzati, tanti essendo stati gli spunti di riflessione e la ricchezza di quelle giornate di quattro anni addietro.

Per inciso, sia consentito osservare che le preziose occasioni di incontro della Chiesa italiana, quali i convegni nazionali, le settimane sociali o altre ancora, non possono esaurirsi nel breve arco temporale in cui esse concretamente si svolgono, ma richiedono un seguito per non rischiare di rimanere fini a se stesse; verrebbe da chiedersi come si sia sviluppato il “dopo-Firenze” all’interno delle Diocesi italiane.

I “livelli” della sinodalità. Al di là di queste considerazioni e tornando all’oggetto di queste brevi riflessioni, credo che si possa dire che una reale sinodalità possa aversi solo se essa si realizza a “più livelli”: parrocchiale, diocesano, nazionale e universale. In altre parole, la Chiesa potrà essere davvero sinodale solo a condizione che la sinodalità parta “dal basso” ed esponenzialmente si irradi anche ai “livelli” superiori. Aspetto del tutto peculiare è poi la sinodalità tra aggregazioni laicali, ma il punto richiederebbe una riflessione a parte.

Quali criticità. Al di là dei tanti esempi di buona sinodalità che si potrebbero ricordare, non si può fare a meno di rilevare talune (ancora irrisolte) criticità che ne ostacolano la compiuta realizzazione. A tal proposito, è sul primo “livello” (quello parrocchiale) che vorrei concentrare l’attenzione.

Il rapporto tra laici e pastori. Se il lemma “sinodale”, com’è noto, rimanda al “camminare insieme”, si è convinti che il primo imprescindibile presupposto sia un rapporto tra parroci e fedeli laici improntato a fraternità, comunione, parresìa [diritto-dovere di dire la verità, franchezza]. Se e quando le relazioni tra i primi e i secondi entrano “in sofferenza” (il che è umanamente sempre possibile e, se non si vuole peccare di ipocrisia, ciò a volte accade) occorre subito porvi rimedio; non v’è dubbio che, come tutti i rapporti interpersonali, anche quello di cui qui si discorre richieda una costante cura da parte dei soggetti della relazione.

Non potendo dilungarmi sul punto, ritengo opportuno rilevare che i binari sui quali indirizzare il rapporto tra parroco e parrocchiani (e quindi tra pastori e laici) sono ben indicati dal Concilio Vaticano II (cfr., ad es., Lumen gentium 37); perché si possa “camminare insieme” è poi necessario che né l’uno né gli altri si sentano (o pensino di fare i) “padroni”, i “proprietari” della parrocchia, quest’ultima essendo un bene comune che, appunto, richiede di essere messo in comune, in un’ottica di corresponsabilità tra il primo e i secondi, nel rispetto dei reciproci ruoli (sul punto, ancora una volta, v. Lumen gentium 37); un luogo, insomma, ove ci si senta “a casa”, una casa – però – da condividere con tutti.

§37 (…) I pastori, da parte loro, riconoscano e promuovano la dignità e la responsabilità dei laici nella Chiesa; si servano volentieri del loro prudente consiglio, con fiducia affidino loro degli uffici in servizio della Chiesa e lascino loro libertà e margine di azione, anzi li incoraggino perché intraprendano delle opere anche di propria iniziativa. Considerino attentamente e con paterno affetto in Cristo le iniziative, le richieste e i desideri proposti dai laici e, infine, rispettino e riconoscano quella giusta libertà, che a tutti compete nella città terrestre.

Da questi familiari rapporti tra i laici e i pastori si devono attendere molti vantaggi per la Chiesa: in questo modo infatti si afferma nei laici il senso della propria responsabilità, ne è favorito lo slancio e le loro forze più facilmente vengono associate all’opera dei pastori. E questi, aiutati dall’esperienza dei laici, possono giudicare con più chiarezza e opportunità sia in cose spirituali che temporali; e così tutta la Chiesa, forte di tutti i suoi membri, compie con maggiore efficacia la sua missione per la vita del mondo.

www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_const_19641121_lumen-gentium_it.html

“Strumenti” di sinodalità e, spec., i Consigli pastorali. Occorre rilevare, poi, che la sinodalità all’interno di una parrocchia dipende dal sapiente uso di “strumenti” che ad essa appaiono serventi. Occorre, infatti, che vengano valorizzate talune opportunità quali periodiche Assemblee parrocchiali, Consigli pastorali, incontri delle Caritas parrocchiali, unitamente a momenti di spiritualità che consentano ai fedeli di ritrovarsi in preghiera non solo per la S. Messa (festiva e feriale).

Se a quest’ultimo riguardo si è dell’idea che molto già si faccia, viene da chiedersi quale sia, ad es., il servizio che concretamente svolgono – appunto – i consigli pastorali (… sempre che siano istituiti). Com’è chiaro, è questa la sede – la cui funzione è (e rimane) consultiva – nella quale sono rappresentate tutte le “realtà” presenti in parrocchia ed è lì che si può trovare l’occasione di incontro e di confronto in grado di stabilire, in modo sinodale, quale cammino la parrocchia sia chiamata a fare per essere sempre più (e meglio) “fontana del villaggio”; il Consiglio pastorale, infatti, può diventare prezioso “luogo” di sintesi tra le diverse istanze provenienti dalle varie “anime” presenti e, soprattutto, occasione per la cura delle relazioni, il che è funzionale – a sua volta – ad una vera integrazione tra gruppi, movimenti, associazioni e operatori pastorali in genere che abitano quello spazio parrocchiale.

No ai «cerchi magici» e ai «centri di potere». Questione di cruciale importanza è che una vera sinodalità non può realizzarsi finché in parrocchia si creano gruppi che, magari perché sedimentati nel tempo, pensano di potersi sostituire al parroco e al resto dei parrocchiani nelle scelte che riguardano la vita comunitaria. Riprendendo quanto affermato qualche mese addietro da Mons. Lorefice a Messina, occorre infatti rompere quei «cerchi magici», quei «centri di potere» che a volte esistono all’interno delle parrocchie. Questa pare una urgenza, in quanto situazioni del genere sono tutt’altro che sporadiche e rischiano di mettere a repentaglio il senso di comunità, dando la “stura” alla creazione di diverse comunità (fra loro, spesso, ben distinte e non interagenti) dentro la comunità. Com’è ovvio, tutto questo non può, ancora una volta, che ostacolare la sinodalità all’interno delle parrocchie.

 Il “provincialismo” dei laici. In aggiunta a quanto detto, infine, si consideri anche il senso di “provincialismo” che a volte si avverte all’interno delle comunità, i fedeli apparendo alquanto restii ad aprirsi all’ambito diocesano per partecipare ad iniziative che la Chiesa locale propone ed essendo invece più propensi a rimanere chiusi tra le comode mura parrocchiali. Si è dell’idea che questa sia, per un verso, una questione di abitudine e, per altro verso, una falsa concezione di “popolo di Dio” e dell’essere membra di un solo corpo (cfr. 1Cor 12, 12-27) che non si esaurisce certamente – dal punto di vista “fisico” – entro i confini della parrocchia.

Così ragionando, peraltro, non si può essere Chiesa davvero «in uscita», come Francesco ci chiede (cfr. Evangelii gaudium 20 ss.); se l’uscire non è un invito alla fuga dalle parrocchie è però certamente una disponibilità sia ad incontrare gli altri dove si trovano sia ad andare oltre le proprie determinazioni senza rimanere chiusi in se stessi; per fare questo – inevitabilmente – occorre essere pronti a confrontarsi anche con coloro (credenti e non) che non fanno parte del proprio consolidato gruppo.

La risoluzione di tali criticità richiede l’impegno di parroci e fedeli laici, gli uni e gli altri essendo essenziali per una vera sinodalità. Se e quando si riescono a sciogliere questi (ed altri) nodi, si può davvero provare a camminare, almeno a livello parrocchiale, tutti insieme nell’unità

Alberto Randazzo, Ufficio Pastorale Cultura, Comunicazione e l’Educazione – Palermo 31 gennaio 2020

www.tuttavia.eu/2020/01/31/il-ritorno-della-sinodalita-e-delle-sue-criticita

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SINODO

Francoforte. Donne, amore, potere… la Chiesa tedesca allo specchio: al via il Sinodo

A Francoforte, nel cuore della Germania, venivano eletti e incoronati gli Imperatori del Sacro Romano Impero. Oggi la città, a prevalenza protestante, è una piazza finanziaria di primaria importanza. In questi tre giorni però diventa anche la capitale della Chiesa cattolica tedesca. Qui si celebra infatti la prima Assemblea dell’atteso Cammino sinodale. Un cammino “di conversione e rinnovamento” suscitato anche dalla “grave crisi” causata dallo scandalo degli abusi sessuali che ha sconvolto la Chiesa in Germania a partire dal 2010. Vi partecipano tutti i 69 vescovi della Conferenza episcopale (DBK), altrettanti membri del Comitato centrale dei cattolici (ZdaK), e in più rappresentanti dei religiosi e delle consacrate, dei giovani, dei diaconi e di altre realtà ecclesiali. L’Assemblea, che si chiuderà sabato, conta quindi 230 membri – tra cui 66 donne – e viene presieduta, pariteticamente, dal presidente della DBK [Conferenza episcopale tedesca], il cardinale di Monaco Reinhard Marx e quello del ZdK [Comitato Centrale dei Cattolici Tedeschi], Thomas Sternberg.

Quattro i temi scelti per il confronto:

  1. “Potere e divisione dei poteri nella Chiesa”;
  2. “Vita sacerdotale oggi”;
  3. “Donne nei servizi e nei ministeri della Chiesa”;
  4. “Amore e sessualità”.

Prima della messa iniziale in una conferenza stampa, i due co-presidenti gettano acqua sul fuoco delle polemiche che hanno preceduto l’evento, percepito da alcuni come una “processo rivoluzionario” della e nella Chiesa tedesca su temi come il celibato, il sacerdozio femminile e la benedizione alle coppie omosessuali. “L’obiettivo di questo cammino è arrivare a qualcosa che serva all’unità della Chiesa”, sottolinea il cardinale Marx. “Il punto di partenza è la crisi generata dagli scandali degli abusi sessuali nella Chiesa”, aggiunge, e ora è necessario un “processo spirituale” e una “conversione”. In gioco c’è “il futuro della fede e della Chiesa nel nostro Paese”, e la necessità di “recuperare credibilità”. “Il Papa ci spinge a discutere e cercare risposte insieme” risponde poi Sternberg alla domanda su “come vivere la fede” in mezzo alle donne e agli uomini oggi in Germania. “Non ci sarà una fine di questo cammino”, perché questo è “l’inizio di un nuovo modo di essere Chiesa”.

I partecipanti alla messa inaugurale vengono accolti, all’ingresso del Duomo intitolato a San Bartolomeo, da circa 200 donne del movimento Maria.2, che fanno sentire la loro voce favorevole al sacerdozio femminile. Con loro si ferma a parlare a lungo e affabilmente il vescovo di Osnabruck Franz-Josef Bode, che poi insieme al portavoce dell’episcopato Matthias Kopp va anche a salutare un piccolo gruppo di fedeli tradizionalisti che stanno in piazza a recitare il rosario. Con Marx concelebrano il nunzio apostolico, l’arcivescovo croato Nikola Eterovic, e monsignor Georg Bätzing, vescovo di Limburg, diocesi nel cui territorio si trova Francoforte. Gli altri vescovi assistono alla liturgia insieme agli altri membri sinodali.

Nell’omelia il porporato annuncia che il Cammino intrapreso “deve essere un nuovo inizio”, e ricordando i temi in discussione ribadisce che il potere è “servizio” e che bisogna “avere autorità senza dominare”, che le donne e gli uomini “hanno la stessa dignità” e “la stessa responsabilità nell’evangelizzazione”, che la sessualità deve essere presentata come “fonte di gioia” e “dono di Dio”, che delineare la figura del sacerdote per la nostra epoca non deve essere una responsabilità solo clericale ma della Chiesa tutta. Prendendo spunto dalle letture della Messa del giorno, il cardinale Marx parla di “cammino sinodale come esperienza del sensus ecclesiæ”, quindi terreno di “confronto” e non di “scontro”, e come strada perché “la luce del Vangelo torni a essere visibile nel mondo”.

Segue la relazione introduttiva di Sternberg. “Questa assemblea – rimarca il presidente del ZdK – unisce persone molto diverse ma tutti rappresentiamo la Chiesa in Germania” e “condividiamo la preoccupazione per la nostra fede, per la nostra Chiesa”. Quindi sottolinea l’importanza delle “procedure vincolanti” di questo cammino, che aldilà del processo di dialogo durante i prossimi due anni porterà a “delibere e a chiari voti”. Sternberg non fornisce esempi ma anticipa che alla fine dei lavori potranno emergere “voti” realizzabili in Germania; altri invece dovranno essere sottoposti al Papa e altri ancora “potranno essere indirizzati a un Concilio che un Papa forse un giorno potrà convocare”.

La prima giornata dell’Assemblea si chiude con un parroco, un vescovo (il salesiano Stefan Oster di Passau), una giovane, una suora, un laico che esprimono di fronte a tutti gli altri membri dell’assise le proprie attese nei confronti del cammino sinodale.

L’Assemblea di questi giorni è la prima di una serie di quattro che si svolgeranno quest’anno e nel 2021. La decisione di tenere un Cammino Sinodale è stata presa dai vescovi tedeschi nel corso di una Assemblea generale tenutasi a Lingen nel marzo 2019. Nella conferenza stampa di chiusura il cardinale Marx aveva dichiarato la decisione “di seguire un percorso sinodale vincolante come Chiesa in Germania, che permetta un dibattito strutturato e si svolga in un periodo concordato insieme al Comitato Centrale dei Cattolici Tedeschi. Creeremo formati per dibattiti aperti e ci impegneremo in procedure che consentano una partecipazione responsabile di donne e uomini nelle nostre diocesi. Vogliamo essere una Chiesa dell’ascolto. Abbiamo bisogno del consiglio di persone distanti dalla Chiesa”.

La parola “vincolante” aveva suscitato un acceso dibattito all’interno dell’episcopato – con critiche formulate anche dall’altro cardinale residenziale tedesco Rainer Maria Woelki, arcivescovo di Colonia -, provocando anche l’intervento della Santa Sede da parte della Congregazione per i vescovi e del Pontificio Consiglio per l’interpretazione dei testi legislativi. Lo stesso Papa Francesco in una accorata lettera al Popolo di Dio pellegrino in Germania aveva da una parte sottolineato l’importanza della sinodalità, ma dall’altra esortato a conservare l’unità della Chiesa universale.

Alla fine nello Statuto approvato a fine novembre sia dalla Conferenza episcopale che dal Comitato centrale dei cattolici è specificato che tutte le deliberazioni per risultare approvate devono ottenere non solo i due terzi dei voti dell’Assemblea, ma anche i due terzi dei voti dei vescovi. Non solo. Nello Statuto si afferma anche che le delibere approvate “non hanno di per sé effetti giuridici”, perché “non pregiudicano il potere della Conferenza episcopale e dei singoli vescovi diocesani di emanare norme giuridiche e di esercitare il proprio magistero nell’ambito delle rispettive competenze”. Tenendo sempre presente che “le delibere i cui temi sono riservati alla regolamentazione della Chiesa universale saranno trasmesse alla Sede Apostolica come “voto” del Cammino Sinodale”.

Queste specifiche potrebbero depotenziare le delibere su alcune questioni in cui c’è molta attesa di cambiamento, come il celibato e l’ordinazione sacerdotale delle donne (al riguardo il cardinale Marx ama ripetere che se la questione è chiusa, non lo è però la discussione). E questo depotenziamento potrebbe determinare una cocente delusione tra i più convinti partecipanti al Cammino sinodale e in cospicui settori del laicato cattolico. Con il rischio di creare uno stato di pericolosa “frustrazione” su cui ha già messo in guardia il cardinale Walter Kasper. Il tempo dirà quanto questo rischio sia fondato.

Gianni Cardinale, con la collaborazione di Sarah Numico     

www.avvenire.it/chiesa/pagine/cammino-sinodale-chiesa-tedesca-francoforte

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TEOLOGIA

Come Francesco ha superato il “dispositivo di blocco”

Dopo la pubblicazione dell’intervista per RaiNews dedicata all’esame del volume “Nel profondo del nostro cuore”, Giovanni Grandi ha scritto: “Ho letto e apprezzato l’intervista di Andrea Grillo per RaiNews dopo le anticipazioni sul nuovo libro di Sarah e Ratzinger: al di là del nuovo “caso”, aiuta a mettere a fuoco alcuni temi importanti, su cui riflettere in questa stagione della Chiesa cattolica. Sugli snodi più densi segnalati a fine intervista – in particolare sull’idea di “tradizione” e sul suo “blocco” – Andrea Grillo ha pubblicato un saggio che merita di essere letto: “Da museo a giardino. La tradizione della Chiesa oltre il dispositivo di blocco”. Al volume appena citato lo stesso Giovanni Grandi ha contribuito con un pregevole “Invito alla lettura”. Qui vorrei pubblicare uno stralcio di quel libro, nel quale provo a definire il “dispositivo di blocco” e a descriverne la portata e il superamento da parte di papa Francesco.

 

Credo che la discussione che si deve condurre sui “due papi” e sui “conflitti” interni alla Chiesa debba riconoscere, con molta onestà, che papa Francesco, rimettendo in auge la logica del Concilio Vaticano II, ha rotto un equilibrio ecclesiale che aveva gradualmente “bloccato” ogni possibile riforma. Per questo mi sembra utile provare a presentare meglio questo “dispositivo di blocco”, contro cui Francesco lavora ormai da quasi 7 anni. Un discorso istituzionale deve necessariamente chiarire questo punto, sul quale spesso le analisi sono evasive o piene di rimozioni. Riprendo per questo integralmente la Introduzione del mio volume “Da museo a giardino”, dedicato precisamente al chiarimento di questo “dispositivo”.

 

     Introduzione. “Nelle attuali condizioni della società umana, essi (i profeti di sventura) non sono capaci di vedere altro che rovine e guai; vanno dicendo che i nostri tempi, se si confrontano con i secoli passati, risultano del tutto peggiori; e arrivano fino al punto di comportarsi come se non avessero nulla da imparare dalla storia, che è maestra di vita, e come se ai tempi dei precedenti Concili tutto procedesse felicemente quanto alla dottrina cristiana, alla morale, alla giusta libertà della Chiesa”.

      Giovanni XXIII, Gaudet Mater Ecclesia. Da qualche tempo rifletto su un paradosso che mi sembra davvero curioso. Abbiamo un tradizione recentissima che offre uno spettacolo davvero sorprendente. Vi è un papa che, sulla base di una teologia pienamente ispirata al Concilio Vaticano II, chiede una nuova e strutturale “apertura” alla Chiesa. Una cosa di tale forza non si sentiva da 50 anni e più. Accanto a lui e intorno a lui, oltre all’entusiasmo popolare e alla larga collaborazione pastorale e accademica, diversi pastori e teologi mostrano di avere paura di questo progetto e alzano barriere per evitare ogni apertura. E mentre il papa sa che la apertura, la uscita, è vitale per l’essenza stessa della Chiesa, i suoi avversari identificano la Chiesa con la chiusura, con l’autosufficienza e con il giudizio. In questo libro vorrei provare a interpretare meglio questo paradosso. E a ragionare sulla evoluzione della “forma ecclesiæ”, a quasi 60 anni dal Concilio Vaticano II, nella benedetta contingenza del papato di Francesco, ma anche nella prospettiva di una ripresa della ricerca teologica, alla volta di soluzioni finora neppure prevedibili, e con un nuovo slancio di immaginazione e di creatività.

0.1.   Il Papa e i “segni dei tempi”. Dire che la teologia di papa Francesco è “conciliare” potrebbe essere solo un vuoto slogan. Come tale sarebbe solo una affermazione dannosa. A me pare, invece, che la conciliarità di Francesco risieda in un “approccio” che potremmo definire con una parola che ha accompagnato profondamente il percorso di elaborazione del Concilio Vaticano II: ossia la percezione di un rapporto – urgente e decisivo – della Chiesa con i “segni dei tempi”. E’ questa una delle intuizioni più feconde di Giovanni XXIII, che viene espressa con chiarezza nell’ultima sua enciclica “Pacem in terris” (11 aprile 1963).

www.vatican.va/content/john-xxiii/it/encyclicals/documents/hf_j-xxiii_enc_11041963_pacem.html

     Con questa espressione papa Giovanni indicava “esperienze del mondo moderno” da cui la Chiesa ha qualcosa di decisivo da imparare. Nel testo papale ci si riferisce alle condizioni dei lavoratori, alle donne nello spazio pubblico e ai popoli con pari dignità: sono eventi che si sono manifestati nel XX secolo, e da cui la Chiesa deve trarre decisivi insegnamenti. Potremmo dire che Francesco sa che la Chiesa deve essere, contemporaneamente, docente e discente. Non solo può insegnare cose decisive alla storia, ma può trarre dagli sviluppi economici, dai nuovi diritti delle donne e dalla emancipazione politica dei popoli comprensioni più profonde del Vangelo.

0.2. L’approccio “napoleonico” dei teologi e dei canonisti. Tuttavia, mentre Francesco cammina sicuro per questa via, una parte non inconsistente del corpo ecclesiale, al centro come in periferia, in campo pastorale e teologico, nelle curie come nelle accademie, resta ferma a rappresentazioni vecchie e a pratiche superate. Continua a ritenere che la Chiesa possa e debba “blindarsi” in un corpus completo e immodificabile di “leggi” e di “dottrine” che il Codice e il Magistero sarebbero destinate a custodire gelosamente. Che abbia solo da insegnare e nulla da imparare. Che possa gestire dall’interno ogni questione, senza dover mai rendere conto “a terzi”; che possa costruire una “logica parallela” al mondo, che alimenta la indifferenza: leggi diverse, tribunali diversi, comportamenti diversi, intesi non come “trascendenza escatologica”, ma come “alternativa istituzionale”. Accanto alla “Chiesa in uscita”, profetizzata dal Vaticano II e ripresa da Francesco, vediamo esprimersi e resistere una Chiesa “antimoderna” e “con porte blindate”. Una tale idea di Chiesa – ermeticamente chiusa – applica a sé, paradossalmente, proprio quell’ideale illuminista e napoleonico della “legge universale e astratta”, che per 100 anni era stato combattuto, e che poi a partire dagli inizi del XX secolo, è diventata la strategia maggiore del magistero cattolico, assunta nel Codice e nel Magistero, garantiti dal centro di autorità e di potere romano. Ideologia antimoderna e risorse giuridiche moderne si alleano per “bloccare” la tradizione.

0.3. La “libertà” della teologia secondo Francesco. Che cosa può fare, in questo ambito, la teologia? E’ evidente che, nella prospettiva del Vaticano II e di Francesco, secondo la logica di Giovanni XXIII dei “segni dei tempi”, un pensiero teologico vivo e acuto, capace di riflessione e di preghiera, è uno degli strumenti essenziali per “aprire” la Chiesa. In molte occasioni, nel magistero di papa Francesco, questo racconto è stato proposto: è il racconto di una teologia che non sta “al balcone” o “alla scrivania”, ma “per strada”. E’ stato espresso, in modo singolarmente vivo, nel famoso discorso al Collegio degli scrittori della Civiltà cattolica (2015), come una “teologia” delle tre “i”: una teologia della inquietudine, una teologia della incompletezza e una teologia della immaginazione. Sono le tre “i” che all’inizio di “Tempi difficili” di Ch. Dickens vengono messe sul banco degli imputati dalla nuova cultura “generale e astratta”. In un certo senso possiamo dire che gli ideali del “sistema istituzionale” guardano con preoccupazione ad ogni manifestazione di inquietudine, di incompletezza e di immaginazione. Anche il “sistema ecclesiale” – se rinuncia alla propria sostanza profetica ed escatologica – esige totale completezza, tranquilla autosufficienza, rigoroso principio di realtà. E accade che il sistema ecclesiale, come ogni altro sistema, rischi di pretendere questa “blindatura” anche da quei “funzionari” che si chiamano teologi. Che dovrebbero soltanto giustificare lo status quo, senza introdurre elementi di inquietudine e di turbamento, ma ripetendo semplicemente ciò che il codice e il magistero ha storicamente affermato: come se la storia fosse finita e la Chiesa potesse essere soltanto “retro oculata”. Una teologia che producesse un pensiero ispirato soltanto da questa “paura” – e che pertanto utilizzasse la ragione soltanto al servizio di questo “affetto timoroso” o “attaccamento nostalgico” – sarebbe uno dei più gravi motivi di crisi della Chiesa.

0.4. La incompatibilità tra Veritatis Gaudium I e Veritatis Gaudium II. Questa condizione paradossale appare in tutta la sua lacerazione nel testo di Veritatis gaudium (2018), che è la nuova Costituzione Apostolica sugli studi ecclesiastici.

https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2018/01/29/0083/00155.html

     Sarebbe difficile immaginare un più forte contrasto tra un Proemio, la cui apertura è davvero impressionante, e il successivo “articolato normativo”, di cui impressiona altamente la chiusura.  Se davvero l’assetto degli studi ecclesiastici deve assumersi il compito di un “cambio di paradigma” e di una “rivoluzione culturale” – come si afferma con toni perentori nei primi 6 numeri del documento – dall’articolato successivo sembra che questo sia possibile solo ad una Chiesa in cui questo compito sia affidato soltanto al papa, e dove poi tutti i teologi possano ripetere una dottrina già compiuta e perfettamente coerente, che ricevono dall’alto e alla quale obbediscono senza reticenze. La storia della Chiesa, però, dimostra che le cose non hanno mai funzionato così. E si deve dire, con grande chiarezza, che dare forma agli studi ecclesiastici secondo la mens di VG 1-6 non può in nessun caso seguire le normative stabilite da quanto segue. Anzi alla dottrina di una “chiesa in uscita” segue una normativa di una “chiesa senza uscite”. Il titolo – Veritatis Gaudium” – riguarda i primi 6 numeri. Tutti gli altri dovrebbero intitolarsi Veritatis Angor! E non vorrei che i teologi dovessero essere costretti a reagire con una “obiezione di coscienza” nei confronti della parte normativa, per restare fedeli alle intenzioni del Proemio.

0.5. Il monito di W. Boeckenfoerde e il silenzio imposto. Una chiesa realmente capace di “imparare anche dalla storia contemporanea” ha bisogno di un’altra libertà di pensiero e di un’altra struttura di relazioni accademiche e istituzionali. Lo aveva già segnalato, molto lucidamente, il giurista tedesco Wolfgang Boeckenfeorde quando aveva denunciato la maggiore chiusura della normativa sulla “libertà teologica” del codice del 1983 rispetto al codice del 1917. Vorrei presentare nel dettaglio la posizione del grande canonista tedesco nel II capitolo di questo testo. Qui ne anticipo solo il senso, ossia la trasformazione della normativa “negativa” del 1917, a quella “positiva” del 1983 ha ridotto pesantemente lo spazio di manovra della libera ricerca teologica. La imposizione del “silenzio” negli ambiti che meritano una discussione competente costituisce un segno di pericolosa “autoreferenzialità” su cui la normativa di VG calca ulteriormente la mano. E’ davvero paradossale che ad un Proemio in cui, per la prima volta nella storia della Chiesa, si acquisiscono prospettive di apertura e di libertà davvero consolanti e promettenti, corrisponda una normativa che risulta meno aperta rispetto a quella del 1917 e del 1983! Occorre dirlo con chiarezza: senza una modifica radicale della normativa, le parole del Proemio corrono il rischio di essere intese come una verniciata ideologica senza radice. Che non impediscono al papa di essere profeta, ma che, secondo quanto segue, proibiscono recisamente ogni sguardo profetico e escatologico a tutti i soggetti diversi da lui. E non sarebbe proprio un bel modo di onorare i “segni dei tempi”.

     Ma questo esito paradossale è lo sbocco di uno sviluppo recente, che mi pare di poter identificare in un “assetto” del magistero cattolico segnato da un “principio”, o meglio da un “dispositivo”, che introduce un elemento di sostanziale “paralisi” o “blocco” della tradizione. La tradizione, che il Concilio Vaticano II ha rimesso in movimento, viene riletta secondo una logica che la “rinchiude in se stessa”. Il senso di questo breve scritto sta nel precisare la “forma” e le “implicazioni” di questo “dispositivo”, che definisco “dispositivo di blocco” e che faccio risalire alla influenza teologica e disciplinare del pensiero di J. Ratzinger. In esso prende figura una sorta di “resistenza ai segni dei tempi”, che diventa principio di autoreferenzialità, lettura riduttiva della cultura e esclusione di libertà.

06. Ancora un “oltre”. Circa 13 anni fa, alla vigilia di quello che oggi possiamo riconoscere come la più sorprendente applicazione del “dispositivo di blocco”, avevo scritto “Oltre Pio V”. Era questa la prospettiva che allora mi sembrava di dover rilevare, con un occhio attento anzitutto alle dinamiche liturgiche della tradizione. Ma oggi, a distanza di 13 anni, con tutto quello che si è manifestato, nel bene e nel male, lungo questo percorso, mi sembra che, in un quadro molto più complesso, resti di attualità la preposizione “oltre”. Si tratta si superare non semplicemente un “ordo” rituale, ma un modo di pensare la storia e la tradizione della Chiesa, che è il fondamento intellettuale e sentimentale di una “società chiusa”, che vive secondo l’”onore” e non secondo la “dignità”. Come è evidente, questo sguardo passa dalla “forma rituale” alla “forma ecclesiale” e scopre, come aveva già fatto Giuseppe Dossetti, più di 50 anni fa, che la forma rituale è precisamente la più radicale e viscerale delle “forme ecclesiali”. Perciò collocarsi non solo “oltre Pio V”, ma “oltre il dispositivo il dispositivo di blocco” diventa la via, inevitabilmente stretta e accidentata, per restare fedeli al Vaticano II e riconciliare dottrina e realtà, fede e cultura, autorità e libertà. In un certo senso potremmo dire che “oltre Pio V” è diventato, oggi, una applicazione specifica del dispositivo generale, entrato in vigore alla fine degli anni 70 e rimasto operante fino ad oggi, con la benedetta eccezione di papa Francesco, che se ne è largamente, anche se non completamente liberato.

0.7. Il percorso del testo. Nel libro vorrei percorrere un breve itinerario in 4 passaggi:

  1. anzitutto focalizzo la attenzione sul “dispositivo di blocco”, mostrando come, tra la fine degli anni 70 a l’inizio del secondo decennio del XXI secolo, l’autorità di J. Ratzinger (prima come Arcivescovo di Monaco-Frisinga, poi come Prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede e infine come Papa Benedetto XVI) abbia introdotto nel magistero cattolico un “dispositivo di blocco”, per proteggere la Chiesa da ogni possibile dinamica, confermando la sua autorità mediante una “negazione di autorità” (§.1
  2. Poi approfondirò il ruolo di “paralisi” che investe la “libertà del teologo” nel sistema affermato dal “dispositivo” (§.2) rispetto a cui troviamo una prima eccezione in “Amoris Lætitia”, che si giustifica, precisamente, mediante una “diversa comprensione del magistero”, come risulta nei suoi primi numeri.
  3. Quindi vorrei riprendere le due “tentazioni” (neo-gnosticismo e neo-pelagianesimo) che possono essere comprese come supporto della “autoreferenzialità” e del “dispositivo di blocco”, come suo fondamento teorico, finalmente superato dalle affermazioni decisive di Veritatis gaudium (§.3)
  4. Poi concludere con una breve serie di tesi, sul rapporto tra autorità e libertà nella Chiesa a 60 anni dal primo annuncio del Concilio Vaticano II e al 6° anno del papato di Francesco (§.4).

Andrea Grillo blog: Come se non                27 gennaio 2020

www.cittadellaeditrice.com/munera/come-francesco-ha-superato-il-dispositivo-di-blocco

 

Un “sacerdozio cattolico” immunizzato dal sacerdozio comune?

                                          La “reductio ad absurdum” di un problema vero

     L’occasione per questa riflessione mi è stata data oggi dalla lettura di un testo, suggeritomi da un amico attento. Infatti, è apparsa oggi su “Avvenire” una recensione del libro “Dal profondo del nostro cuore”, in cui il prof. Fulvio De Giorgi, in modo incidentale, lascia cadere una affermazione che ha attirato subito la mia attenzione. Egli afferma che “Ratzinger non affronta qui il sacerdozio comune: ma dal fatto che non ne parli non si può assurdamente sostenere che lo neghi”.

     Credo che questa asserzione riveli un certo modo di considerare le questioni teologiche, che è assai diffuso, e che conduce inevitabilmente a conseguenze molto unilaterali. Va precisato che la frase deve essere letta nel contesto di una recensione che sembra non riconoscere che la teoria del sacerdozio, offerta dal volume in questione, è del tutto “preterconciliare”, per non dire “anticonciliare”. Da parte mia credo che non sia affatto “assurdo” ritenere che una teoria del sacerdozio ministeriale, che non parli del sacerdozio comune, sia una lettura gravemente compromessa del sacerdozio ministeriale, perché non si è lasciata insegnare nulla di decisivo dal Concilio Vaticano II. E questo è il punto nodale. Dal Concilio Vaticano II in poi non è possibile proporre una teoria del sacerdozio ordinato cattolico senza “ordinarlo”, come è richiesto da Lumen gentium, da Sacrosanctum Concilium e da Presbyterorum Ordinis, al sacerdozio comune.

     Considerare “assurda” la pretesa che, in un discorso sul “sacerdozio cattolico”, si debba necessariamente parlare del sacerdozio comune, oltre che del sacerdozio ministeriale, appare piuttosto sorprendente. A meno che il recensore si sia talmente immerso nel tono del testo recensito, da perdere il riferimento normativo che un discorso “cattolico” deve custodire con grande cura e che non può in nessun caso “silenziare”. Il termine “cattolico” infatti, nella sua accezione aggiornata dai testi e dalle esperienze del Concilio Vaticano II, esige una comprensione più ampia e più articolata del sacerdozio. Essa discende da una comprensione più profonda della Chiesa e della liturgia. Se la Chiesa è anzitutto “popolo di Dio” e la liturgia è “azione comune di Cristo e della Chiesa”, una teoria del sacerdozio che non colga la necessaria priorità della “comunità sacerdotale” (LG 11) e della “azione partecipata” (SC 48), costruisce un modello di Chiesa e di liturgia che possono fare a meno di ogni riforma. Così si porta acqua a chi vuole la piramide gerarchica non rovesciata e la liturgia indifferentemente nuova o antica, ad libitum.

    Se diciamo che il sacerdote ordinato può essere compreso “in sé” e non in rapporto al sacerdozio di tutti i battezzati, perdiamo l’unico terreno su cui ha senso la riforma liturgica, la sinodalità, la inculturazione. Non è un caso che il libro qui recensito sia stato pubblicato, in fondo, contro un risultato del Sinodo sulla Amazzonia. Perché solo astraendo dal reale storico e geografico, solo se il mondo può essere una variabile irrilevante, solo se le vicende e le esperienze di uomini e donne sono soltanto fumo e cenere, è possibile pensare di “custodire la tradizione” mantenendo le strutture mentali e istituzionali del Concilio di Trento.

     Ma soltanto se ammettiamo che l’atto di fede e di culto è “azione comune” di tutta la Chiesa, possiamo concepire correttamente il sacerdozio ordinato, senza isolarlo in un rapporto solitario con Cristo. Per questa ragione ecclesiologica e liturgica, che è pienezza pneumatologica e cristologica, non si può dire che sia “normale” parlare di sacerdozio gerarchico senza parlare per nulla di sacerdozio comune. Per la stessa ragione il silenzio, proprio il silenzio, diventa una omissione irrimediabile, perché distorce il sacerdozio. Essa rende la Chiesa immune da riforme, perché garantita semplicemente dai preti. Questo è ciò che Antonio Rosmini denunciava già nel 1832. Per questo non è affatto assurdo interpretare il silenzio sul sacerdozio comune come una cosa troppo grave per esser così facilmente attribuibile ad un cardinale e ad un vescovo emerito del 2020.

    D’altra parte, se fosse “assurda” la preoccupazione che diversi commentatori hanno sollevato, come è possibile che in uno dei manuali più accreditati – e giustamente più fedeli al Vaticano II – come quello di Erio Castellucci, (arcivescovo e teologo) si dica, apertis verbis, e per di più in un titolo, che per comprendere il ministero ordinato cristiano si è utilizzato “un punto di aggancio biblico inadeguato: il sacerdozio” (p.12)? Quando non correlato al “sacerdozio comune dei battezzati”, il “sacerdozio” è un titolo gravemente inadeguato. Perché ricostruisce il prete, la liturgia e la Chiesa come se il Concilio non ci fosse mai stato. E’ questo che a me, nel 2020, pare veramente assurdo.

Andrea Grillo blog: Come se non       31 gennaio 2020

www.cittadellaeditrice.com/munera/un-sacerdozio-cattolico-immunizzato-dal-sacerdozio-comune-la-reductio-ad-absurdum-di-un-problema-vero

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