NewsUCIPEM n. 788 – 19 gennaio 2019

 

NewsUCIPEM n. 788 – 19 gennaio 2019

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02 ABUSI                                                            La doppia vita

03 ADOZIONI                                                   Chiudono gli istituti ma non si contempla l’adozione

04                                                                          Meno figli, più solitudine

04                                                                          I figli costano. Ma non farne costa di più

05                                                                          Italia. Adozioni in calo per lo scarso supporto istituzionale

05ADOZIONE INTERNAZIONALE              Ai.Bi 2019, aumentano le adozioni, diminuiscono i tempi d’attesa

06  CENTRO INTERN. STUDI FAMIGLIA  Newsletter CISF – N. 2, 15 gennaio 2020

09 CENTRO IT. SESSUOLOGIA                    Lettera ai Soci della Presidente confermata

10 CHIESA CATTOLICA                                  Celibato preti. Parole di Ratzinger usate x un’operazione editoriale

10                                                                          Un “sinodo italiano” aperto alla corresponsabilità dei laici

12                                                                          Gli ultraprogressisti vorrebbero vincolanti le decisioni loro sinodo

12                                                                          Il celibato indispensabile come dispositivo di blocco.

13                                                                          La fragile ontologia del celibato.

15                                                                          Il dibattito surreale sul matrimonio dei preti

16                                                                          “Dal profondo del cuore” è un “de profundis”.

17                                                                          Mons.Bettazzi spiega a Ratzinger cosa pensa il Papa del Vaticano II

18 CHIESE EVANGELICHE                            Celibato, obbligo o scelta?

19 CINEMA                                                        Il filo rosso che congiunge la “Laudato si'” e “La Strada” di Fellini

20 CITAZIONI                                                    Cristiani nella società: il valore dell’eguaglianza

24 CITTÀ DEL VATICANO                             L’unico segno, la necessaria chiarezza. Il falso mito dei “due Papi”

25                                                                          L’istituzione del Papa emerito, una riforma sul tavolo di Bergoglio

26                                                                          I due Papi, come un film

27                                                                          Troppo rumore per ogni sua frase il Papa emerito va demitizzato

28                                                                          Benedetto XVI, papa demerito

29                                                                          Porpore dissidenti

29                                                                          E in meno di 48 ore la tesi del malinteso è stata smontata

31                                                                          «Prassi che diventa norma nel 1215»

31                                                                          Per il Concilio il celibato è un grande dono, ma non dogma

32                                                                          “Ratzinger e Sarah, un’obbedienza filiale da brividi”

34                                                                          “Noi siamo Chiesa”commenta il libro di Ratzinger e del card. Sarah

25 DALLA NAVATA                                         II Domenica del tempo ordinario – Anno A – 19 gennaio 2020

35                                                                          Un agnello che porta la tenerezza divina

35 DIVORZIO                                                    Libero accesso al conto corrente dell’ex

37 DONNE NELLA CHIESA                           Il Papa e le donne: assumetevi responsabilità con coraggio

3398 FRANCESCO VESCOVO di ROMA   Ideologia, teologia e politica secondo Papa Bergoglio

39 GOVERNO                                                   Reddito di cittadinanza: separati prima ancora di sposarsi

40                                                                          Per le famiglie e le pari opportunità della ministra Bonetti

42 MATRIMONIO                                           Il dibattito. L’ora d’una nuova alleanza per rilanciare il matrimonio

44 NONNI                                                          Diritti e doveri dei nonni verso i nipoti                                               

46 PSICOLOGIA                                                La proposta. Pronto Soccorso Psicologico? Sì, in ogni città

46 STORIA                                                          I primi passi di quel «Cresto»

48 TEOLOGIA                                                   “Sotto le specie” non c’è liturgia.

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ABUSI

La doppia vita

Ecco i due nuovi capitoli di “Sodoma” su clero e omosessualità, con frecciatine ai vaticanisti italiani

«Nessuno può capire il Vaticano senza la chiave di lettura omosessuale», scrive Frédéric Martel, (sociologo e storico francese) L’anno scorso il libro ha avuto un successo globale, ma in Italia è stato liquidato come una raccolta di voci malevole sulle gerarchie vaticane quando invece è una documentata analisi sociologica

            È uscita il 16 gennaio 2020 in Francia, in formato tascabile, la seconda edizione riveduta e ampliata di Sodoma di Frédéric Martel. Pubblicato da Pocket Editions, il volume – che, comparso per la prima volta il 21 febbraio 2019 e tradotto in più di 20 lingue (in Italia per i tipi Feltrinelli), è stato tra i bestseller del New York Times – si presenta adesso con un’introduzione aggiuntiva in risposta ai vaticanisti e due nuovi capitoli.

            Il primo dedicato alla localizzazione e agli scavi archeologici della Sodoma biblica. L’altro al card. Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione e primate delle Gallie, condannato, il 7 marzo 2019, in primo grado di giudizio a sei mesi di carcere con la condizionale per omessa denuncia nei riguardi di don Bernard Preynat, che è imputato di abusi sessuali di scout d’età minorile dal 1971 al 1991. A seguito della condanna il porporato si è dimesso dalla guida dell’arcidiocesi lionese, di cui Papa Francesco ha nominato, il 24 giugno scorso, il vescovo Michel Dubost quale amministratore apostolico.

Fil rouge del volume è, come noto, la doppia vita omosessuale tanto di semplici sacerdoti quanto di prelati capace d’influire – nell’ottica di quel clericalismo costantemente deprecato da Bergoglio – sulla gestione del potere ecclesiastico. Ad aiutare l’autore nella decifrazione di una realtà così complessa cardinali (41), vescovi e monsignori (52), nunzi apostolici e officiali del corpo diplomatico (45), sacerdoti e seminaristi (oltre 200) nonché 11 Guardie Svizzere. Le cui conversazioni sono state debitamente registrate e trascritte.

Forte d’un curriculum di tutto rispetto, che lo ha visto negli anni ’90 collaboratore del primo ministro francese Michel Rocard e consigliere di gabinetto dell’allora ministra della Solidarietà Martine Aubry, Martel ha avuto porte aperte ovunque. A Roma ha soggiornato anche in palazzi della Santa Sede (compresa la Domus Internationalis, il cui direttore è il prelato dello Ior Battista Ricca) e ha raccolto le confidenze di porporati di diverso orientamento: da Burke a Tauran, da Sarah a Martino, da Sandri a Camillo Ruini, solo per citarne alcuni. Pochi i no ricevuti: tra questi quello di Angelo Sodano, potente Segretario di Stato sotto Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, a differenza d’un altro wojtyliano di ferro, quale Stanislaw Dziwisz, che, da arcivescovo di Cracovia, ha spalancato a Martel le porte del proprio episcopio in Polonia.

Con l’aiuto d’un’équipe linguistica di 80 collaboratori, sparsi per il mondo, Martel ha incontrato non solo componenti del clero. Ma anche laici di rilievo come Benjamin Harnwell, collaboratore di Steve Bannon e fondatore del Dignitatis Humanæ Institute, il think thank [centro studi] conservatore (il presidente del cui Comitato consultivo è stato, fino ad alcuni mesi fa, il cardinale tradizionalista Raymond Burke), che nella certosa di Trisulti (Fr) vuole preparare i futuri leader mondiali nell’ottica della lotta alla cristianofobia e della promozione del concetto antropologico dell’uomo imago Dei.

            A parlare con lui anche ex-sacerdoti – tra cui anche lo scrivente, la cui storia copre l’intero capitolo iniziale di Sodoma –, spinti da un’idiosincrasia verso il doppiopesismo dei superiori gerarchici d’un tempo e l’omofobia di non pochi d’essi. Soprattutto, poi, se a esternarla sono quanti, nello slang clericale, vengono indicati come “praticanti” o “della stessa parrocchia”.

            Già, perché, come appare anche nel libro, più un prelato tuona in pubblico contro le persone omosessuali, più è probabile che conduca in privato una spensierata vita gaia. Insomma, quella doppia vita, per chiosare Bergoglio, di cui la rigidità è comodo paravento e della cui validità valutativa proprio il Papa avrà ulteriore contezza nel leggerlo.

            A essere di speciale interesse nella nuova edizione, che in formato tascabile comparirà a breve in Spagna, Regno Unito, Canada e Stati Uniti, è soprattutto l’introduzione rivolta ai vaticanisti. In particolare a quelli italiani, che hanno tentato di liquidare come un’accolta di rumor e voci malevoli verso le gerarchie vaticane quella che, al contrario, è un’ampia e documentata analisi sociologica su clero cattolico e omosessualità. Non a caso in Italia, a fronte di quanto successo in altri Paesi, si è preferito, dopo le iniziali critiche, far cadere una cappa d’oblio su Sodoma dal momento che le notizie ivi riportate non potevano essere sconfessate.

            «Ai miei occhi – scrive Martel – nessuno può capire il Vaticano e la Chiesa cattolica senza la chiave di lettura omosessuale. Coloro che ritengono di parlare della Chiesa trascurando questa dimensione intrinseca sono condannati a fare errori duraturi nelle loro analisi. Provo sinceramente pietà per loro perché continueranno a essere ciechi di fronte alle cause profonde degli scandali per lungo tempo e a passare di disillusione in disillusione negli anni a venire. Perché non è una “pecora smarrita”, è un problema strutturale. Un sistema.

            Senza aggiornare questo sistema, come possiamo capire se non l’impatto folgorante che Sodoma ha avuto in tutto il mondo dalla sua pubblicazione nel febbraio 2019 in dozzine di paesi? Se l’analisi fosse falsa o caricata, perché il libro avrebbe causato un’esplosione di tale portata senza precedenti all’interno della Chiesa? Perché è stato letto in modo così massiccio e spesso anonimo su un e-book acquistato online, e non fisicamente nelle librerie, da così tanti vescovi e sacerdoti (in America Latina, Spagna e Italia, Sodoma è stata la versione elettronica più venduta dell’anno per i miei editori)? Perché i cattolici più conservatori hanno accettato l’implacabile verdetto (si pensi all’ex deputato Christine Boutin che ha riconosciuto su Twitter che «anche se è doloroso, apprezzo che la verità venga alla luce», mentre Frigide Barjot, portavoce di La Manif pour tous, ha salutato un libro che «aiuta a far luce sulla mia Chiesa» e capire perché «si è irrigidito» sulla questione dei costumi)?

Francesco Lepore    Linkiesta      18 gennaio 2020

www.linkiesta.it/it/article/2020/01/18/preti-omosessuali-pedofilia-chiesa/45096

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ADOZIONI

“Chiudono gli istituti ma non si contempla l’adozione”

 “Non si parla del diritto di ogni bambino ad avere una famiglia. Errore culturale. Anche la migliore forma di assistenza comunque non restituisce la dignità di ‘figlio’”. “La Risoluzione delle Nazioni Unite 2019 sui Diritti dell’Infanzia? Ottima, ma non si fa alcun riferimento all’adozione. Si parla di chiusura degli istituti, benissimo, ma non di diritto del bambino ad avere una famiglia. Forse si vuole una generazione ‘senza figli’“. Lo sostiene Marco Griffini, presidente di Ai.Bi. – Amici dei Bambini, organizzazione nata da un movimento di famiglie adottive e affidatarie da oltre trent’anni impegnata, in Italia e nel mondo, nella lotta all’abbandono minorile.

www.google.com/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=7&ved=2ahUKEwiOxevo0brnAhUZwMQBHdXeCloQFjAGegQIAxAB&url=https%3A%2F%2Fwww.garanteinfanzia.org%2Fsites%2Fdefault%2Ffiles%2Fagia_30_anni_convenzione.pdf&usg=AOvVaw0PmASrRM5ujBNlDYEoz-5o

            La Risoluzione, recentemente adottata dall’Assemblea Generale dell’ONU, pone al centro il superamento dell’istituzionalizzazione infantile, auspicando una sua progressiva sostituzione con forme di tutela alternativa, quali l’assistenza familiare e all’interno di comunità o case-famiglia.

“In generale – prosegue il presidente Griffini – nel documento si sottolinea molto l’importanza di lavorare sul reinserimento familiare e di cercare di prevenire l’allontanamento dal nucleo d’origine del minore e sicuramente non si incensa l’adozione. Se ne parla prevalentemente in negativo, in termini di contrasto alle adozioni illegali, che, per carità, va benissimo, o di protezione dei minori in materia di registrazione delle nascite, relazioni familiari e adozione. Ma non è possibile che un gesto tanto grande, come quello di restituire una famiglia a un bambino, rivesta un ruolo così marginale. Perché qui c’è, di fondo, un errore culturale: gli istituti non devono essere sostituiti da comunità e case famiglia, ma da un reinserimento familiare, laddove possibile, o, altrimenti, dall’adozione nazionale o internazionale. Bisogna sottolinearlo, per ribadire che anche la migliore forma di assistenza comunque non restituisce a un bambino la dignità di ‘figlio’”.

AiBinews 15 Gennaio 2020

 www.aibi.it/ita/risoluzione-onu-infanzia-griffini-ai-bi-chiudono-gli-istituti-ma-non-si-contempla-ladozione

 

Meno figli, più solitudine. “In questo scenario dimenticarsi dei fondi per l’adozione è quasi immorale”

In un articolo su Vita un’amara riflessione su una società che produce solitudine. E che si sta spegnendo.

www.vita.it/it/article/2020/01/09/il-futuro-delle-citta-sara-senza-figli/153745

La società dell’individualismo assoluto produce solitudine. Una solitudine che si accompagna alla depressione demografica che investe, soprattutto, le società occidentali. Ne parla anche Fabrizio Floris in un articolo su Vita. “In una recente analisi pubblicata su ‘The Atlantic’ – spiega – Derek Thompson, ha posto la questione in modo netto chiedendosi: «Il futuro delle città sarà senza figli?» Difficile rispondere, ma dalla periferia di Torino si vede una società con un tessuto connettivo sempre più poroso e friabile, dove il lavoro non crea più legami, dove si vive appartati e soli: evitarsi è il nuovo istinto in questi luoghi dove come ha scritto Luigi Zoia si vive il tempo della morte del prossimo. ‘Esco quando è buio per buttare la spazzatura, racconta Enzo da Mirafiori, non mi va di incontrare nessuno, non ci parliamo mai e non saprei cosa dire, no anche a Natale o Capodanno non ci salutiamo per gli auguri nel mio palazzo, non sappiamo cosa augurarci, auguri di cosa? Entriamo e usciamo sempre ad orari diversi come se fosse cronologicamente programmato, non conosco tutti i volti di chi abita qui, se ci incontriamo per strada difficile che ci salutiamo. Ci ho provato poi nessuno mi rispondeva così mi sono adeguato. Nel mio palazzo ci sono 10 piani, la metà sono vedove anziane, qualche coppia sempre di anziani e due famiglie, tre bambini in tutto, quattro cani’.

            In queste nostre metropoli, aride, competitive, esclusive nel senso deteriore del termine, si invecchia e non si fanno figli. Per paura del futuro, per egoismo, per l’angoscia che, comprensibilmente, investe coloro che sono il fondamento del futuro: i giovani. Che, quando si sposano, come rivelano le statistiche, di figli ne fanno pochissimi. O non ne fanno affatto. In Italia, secondo i dati ISTAT, il 34% delle famiglie è formato da una sola persona (8 milioni e 659 mila, 2,4 milioni in più di quelle registrate nel 2004 e quasi il doppio rispetto agli anni 90).

            “Di fronte a questo scenario – commenta il presidente di Ai.Bi. – Amici dei Bambini, Marco Griffini – fa male al cuore venire apprendere che la politica, per la quale questo dovrebbe essere il primo e fondamentale problema da risolvere, a meno di non voler favorire l’estinzione della società, si ‘dimentichi’ di tutte quelle misure che favoriscono la genitorialità. Un esempio è il dato, fornito dall’Autorità garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, sui fondi stanziati per le adozioni internazionali e, incredibilmente, non impiegati. Questo avviene quando abbiamo coppie che si avvicinano a questa forma di genitorialità, che è davvero peculiare e speciale, e che magari sono costrette a rinunciare per le troppe spese da affrontare. Siamo all’assurdo, soldi che vengono stanziati e poi non spesi. Stante la situazione sopra descritta, si tratta di una ‘dimenticanza’ quasi immorale

AiBinews 13 gennaio 2020

www.aibi.it/ita/meno-figli-piu-solitudine-griffini-ai-bi-in-questo-scenario-dimenticarsi-dei-fondi-per-ladozione-e-quasi-immorale

 

 “I figli costano”. Ma non farne costa di più: così gli italiani saranno sempre più poveri

Marco Griffini (Ai.Bi.): “Dobbiamo combattere la cultura contraria al concetto di ‘figlio’. Adozione internazionale un modo per contrastare declino demografico”. “I figli costano”. Quando si parla con qualcuno che non vuole averne, di bambini, una delle motivazioni ricorrenti è proprio questa. Si sa, la crisi, il precariato, sono piaghe difficili da combattere nel complesso mondo di oggi. E, pertanto, è indubbio che abbiano un ruolo nello scoraggiare eventuali aspiranti genitori. Tuttavia c’è anche un rovescio della medaglia.

            Si tratta delle conseguenze di una società che non fa più bambini e che invecchia. Una società che, quindi, non guarda più al futuro con speranza. Ma al presente con egoismo. E, così, come in un circolo vizioso, quella situazione economica difficile che sembra scoraggiare nuove nascite, peggiora.

            Secondo il think tank [centro studi] tedesco Bertelsmann Stiftung, infatti, il numero di persone in età lavorativa (cioè tra i 20 e i 64 anni) in Europa ha raggiunto il picco nel 2010. Da allora è iniziata una contrazione senza fine. Così, secondo Martina Lizarazo Lopez, demografa dello stesso Bertelsmann, il reddito medio pro capite di Paesi come Italia, Austria, Spagna e Germania crollerà fino a 6.548 euro nel 2035, quando il calo della popolazione attiva rispetto alla data di partenza (appunto il 2010) avrà raggiunto i 50 milioni di persone.

            Numeri che fanno impressione. Relativamente all’Italia la situazione appare davvero poco rosea, per usare un eufemismo. La popolazione attiva invecchierà e calerà del 23% tra il 2018 e il 2050. Anche il PIL subirà il contraccolpo dell’invecchiamento demografico, con una contrazione del 6% nel 2030, del 15% nel 2040 e del 25% nel 2050. Tutti più poveri senza figli, insomma. Molto più poveri.

            “Ecco perché – commenta il presidente di Ai.Bi. – Amici dei Bambini, Marco Griffini – dobbiamo contrastare con tutte le nostre forze l’ideologia del ‘child free’ [persone che scelgono di non avere bambini], che è un invito all’estinzione. Ecco perché dobbiamo combattere la cultura contraria al concetto di ‘figlio’, tale per cui, anche nella recente Risoluzione ONU sull’infanzia, si parla di chiudere gli istituti ma non, per esempio, di favorire l’adozione, che è invece un modo per risolvere da un lato la bomba demografica di Paesi molto poveri, dall’altro di combattere sia il declino demografico sia quella che è la più grande ingiustizia della Terra, la situazione dei bambini abbandonati o senza famiglia. Un Paese come l’Italia che sull’adozione internazionale o non investe o quando impegna dei fondi non li spende, sta voltando la faccia dall’altra parte di fronte a questi problemi

AiBinews 17 gennaio 2020

www.aibi.it/ita/i-figli-costano-ma-non-farne-costa-di-piu-cosi-gli-italiani-saranno-sempre-piu-poveri

 

Italia. Adozioni in calo per lo scarso supporto istituzionale. Lo dice un’indagine della Cattolica

Il crollo delle adozioni in Italia è un fatto, purtroppo, noto. Lo ricorda anche Vatican News, che riporta come siano “dimezzate dal 2006 al 2018 le domande di adozione di minori italiani, passate da 16.538 a 8.621 e ancor di più sono diminuite nello stesso periodo le domande di adozioni di minori stranieri, passate da 7.887 a 2.615. Cosicché su 1.177 minori italiani dichiarati adottabili nel 2018 ne sono stati adottati solo 850”. Nello stesso anno sono stati adottati 1.153 bambini stranieri, poco più di un quarto rispetto soltanto al 2010.

            Secondo il Centro di Ateneo studi e ricerche sulla famiglia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, che ha svolto un’indagine sul campo, attraverso le testimonianze dirette di 44 madri adottive fra i 38 e i 63 anni con figli, oggi, fra i 7 e i 29 anni, adottati in media all’età di 6 anni, la motivazione sarebbe da ricondurre al mancato sostegno materiale e psicologico offerto dalle istituzioni.

            “Lo studio – riporta ancora Vatican News – che verrà integrato da un rapporto comparativo sugli adolescenti nelle famiglie adottive in quattro Paesi, oltre l’Italia, la Francia, la Spagna e la Norvegia – sarà presentato alla prossima 7ma Conferenza internazionale di ricerca sull’adozione, ospitata per la prima volta in Italia, a Milano dal 7 all’11 luglio 2020, sotto l’egida dell’Università cattolica. Un evento di grande rilevanza – organizzato a partire dal 1999 dal prof. Harold Grotevant dell’Università del Massachusetts – che porrà a confronto circa 300 esperti di tutto il mondo tra ricercatori, operatori e professionisti di varie discipline, che interagiscono nel campo dell’adozione”.

            “Ritengo sia positivo – è il commento del presidente di Ai.Bi. – Amici dei Bambini, Marco Griffini – il fatto che si inizi a studiare la crisi del sistema adottivo anche in ambito accademico. E che la si ricolleghi alla mancanza di un supporto da parte delle istituzioni. Fa male a maggior ragione perché, in questi giorni, non possiamo far finta di nulla di fronte al dato sconvolgente, fornito dall’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, dei fondi per l’adozione che, negli anni scorsi, sono stati stanziati per poi non essere spesi. Davvero un’assurdità”.

AiBinews 15 Gennaio 2020

www.aibi.it/ita/italia-adozioni-in-calo-per-lo-scarso-supporto-istituzionale-lo-dice-unindagine-della-cattolica

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ADOZIONE INTERNAZIONALE

Ai.Bi nel 2019: aumentano le adozioni, diminuiscono i tempi di attesa

Amici dei Bambini chiude il 2019 in positivo nel campo dell’adozione internazionale. Nel corso dell’anno, infatti, sono state ben 47 le famiglie che hanno adottato con Ai.Bi., tre in più rispetto a quelle dell’anno precedente, per 57 bambini accolti. Quattro in più rispetto a dodici mesi prima.

Il Paese che ha fatto registrare il maggior numero di adozioni è stato, ancora una volta, la Cina, anche se la crescita maggiore, in termini di tendenza, è stata registrata da Colombia e Perù, rispettivamente con sei e quattro iter completati in più rispetto al 2018 (vedi le adozioni fatte in tutti i Paesi, dati che Ai.Bi. aggiorna ogni settimana).

Registrano un calo anche i tempi d’attesa per le coppie, a partire dalla data del conferimento dell’incarico. Anche in questo caso vi sono dei Paesi che si dimostrano più aperti ad accogliere le istanze degli aspiranti genitori adottivi: su tutti la Romania, con 21 mesi, sempre la Colombia, con 21,5 mesi e la Federazione Russa, con 22 mesi di attesa.

Ai.Bi. ha adottato in totale in 11 paesi su 17 operativi. Significativo al riguardo la ripresa delle adozioni internazionali in alcuni i paesi che hanno visto lunghi periodi di sospensione: Bolivia (10 anni) Albania (2 anni).  Per quanto riguarda il genere, dei bambini adottato prevalgono i maschi (37 bimbi contro 20 bambine).

            Relativamente ai genitori, l’età media delle coppie adottanti è stata, nel 2019, relativamente elevata: 47 anni, contro i 44 del 2018

AiBinews         13 gennaio 2020

www.aibi.it/ita/adozione-internazionale-ai-bi-nel-2019-aumentano-le-adozioni-diminuiscono-i-tempi-di-attesa

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CENTRO INTERNAZIONALE STUDI FAMIGLIA

Newsletter CISF – n. 2, 15 gennaio 2020

Quando il rifacimento è migliore dell’originale. Da “Stand by Me” a “Pregherò”, di Adriano Celentano. L’inconfondibile voce di Adriano Celentano, la struggente musica degli anni Sessanta, l’imprevedibile testo di Don Backy (all’anagrafe Aldo Caponi). Così, nel 1962, nasce “Pregherò”, una delle canzoni più incredibili e commoventi del periodo.                                   www.youtube.com/watch?v=TVeAH-NYXgk

Tre minuti di buona musica per una pausa di riflessione – e questi minuti piaceranno anche a chi non ama Celentano…Per gli amanti del genere, ecco un’IMPERDIBILE carrellata di interpretazioni della versione in inglese.                                                                                          www.youtube.com/watch?v=Us-TVg40ExM

Infine, per i più curiosi, una breve ricostruzione di come venne realizzata una delle cover più riuscite della storia della musica leggera

www.marcoliberti.it/2014/11/preghero-quando-una-cover-supera-l-orignale.html

Reddito di cittadinanza e famiglia: separati prima ancora di sposarsi. Le critiche dell’OCSE all’attuazione del provvedimento bandiera dei Cinque Stelle sono “[…] l’ennesima conferma di un pregiudizio ideologico negativo nei confronti delle famiglie che mettono al mondo “un figlio in più”: le scale di equivalenza sono troppo avare nel pesare il costo dei figli dal terzo in su, e così le famiglie numerose sono condannate a restare sotto la soglia di povertà reale (non quella, virtuale, misurata dalle scale di equivalenza del reddito di cittadinanza), anche dopo aver percepito il reddito di cittadinanza”. [Leggi il commento integrale del Cisf (F. Belletti) sul sito di Famiglia Cristiana].

www.famigliacristiana.it/articolo/reddito-di-cittadinanza-e-famiglia-separati-prima-ancora-di-sposarsi_46111.aspx?utm_source=newsletter&utm_medium=newsletter_cisf&utm_campaign=newsletter_cisf_15_01_2020

«Amoris lætitia», una bussola per orientare il cammino della pastorale familiare. Sussidio della Consulta Regionale Lombarda per la Pastorale della Famiglia. “L’intenzione principale del sussidio è offrire nuovi spunti pastorali, da mettere in atto a livello diocesano e nelle comunità. Sono sei gli ambiti presi in considerazione nel testo:

  1. L’educazione affettivo/sessuale dei giovani;
  2. La preparazione e la celebrazione del matrimonio;
  3. Le tappe della vita matrimoniale;
  4. La generazione ed evoluzione dei figli;
  5. I momenti di fragilità.
  6. Oltre agli ambiti di riferimento, il testo mette in evidenza alcune parole, significativamente, che possono ispirare l’azione pastorale: lo sguardo, cioè la prima forma di conoscenza tra due persone; la relazione che sfocia in un contatto e dà vita a un percorso di comunione. E ancora la collaborazione, cioè la scelta consapevole di affrontare un cammino di coppia, i processi generativi, ovvero il desiderio di trasmettere il dono della vita agli altri e, infine, il contesto comunitario, che è il luogo dove si sviluppa concretamente la vita di coppia”. Sono state inoltre realizzate alcune video interviste di presentazione di queste parole, reperibili su YOUTUBE.

www.diocesidimantova.it/media/docs/BUSSOLA_Consulta_Regionale_Lombarda_per_la_Famiglia.pdf

Il CISF ha collaborato al percorso di preparazione e di riflessione sviluppato in Lombardia. In particolare vedi le slide delle presentazioni di Pietro Boffi (Triuggio, 10 febbraio 2018)

http://newsletter.sanpaolodigital.it/cisf/attachments/newscisf0220_allegato1.pdf

e di Francesco Belletti (Bergamo, 14 dicembre 2019).

 http://newsletter.sanpaolodigital.it/cisf/attachments/newscisf0220_allegato2.pdf

Roma. Convegno su religioni ed etica medica. ‘Religion and Medical Ethics: Palliative Care and the Mental Health of the Elderly’. La Pontificia Accademia per la Vita e la World Innovation Summit for Health (WISH), un’iniziativa della Qatar Foundation, hanno promosso il Simposio congiunto intitolato “Religioni ed Etica Medica: Cure Palliative e Salute Mentale degli Anziani”, a Roma dall’11 al 12 dicembre 2019. Sul sito della Pontificia Accademia per la Vita numerosi documenti e informazioni sui contenuti sviluppati, in italiano

www.academyforlife.va/content/pav/it/notizie/2019/cure-palliative-salute-mentale.html

Interessante anche il documento preparatorio [testo in inglese/ 8 pp.- see the background paper for the Conference – English text].

www.academyforlife.va/content/dam/pav/immagini/galleries/Galleria%202019/Wish_Rome_December2019/05%20WISH%20Vatican%20paper_discussion.pdf

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‘New opportunities for investing in children. 2019 EUROCHILD Report on the European Semester (Nuove opportunità di investimento per i bambini. Report di EUROCHILD sul semestre europeo). Una crescente disuguaglianza colpisce l’accesso dei bambini a cure sanitarie e sistemi educativi. La povertà rimane costantemente alta tra i bambini (24%) rispetto agli adulti (22%). Nonostante questo scenario, il Semestre Europeo (Quadro europeo di coordinamento socio-economico) non è riuscito a spingere le nazioni a dare priorità all’infanzia. (Growing inequality affects children’s access to healthcare and education; poverty continues to remain persistently high among children (24%), compared to the adult population (22%). Despite this, the European Semester – the European framework for socio-economic coordination – has failed to motivate countries to prioritise children). [vai al testo integrale – in inglese: 96 pp./English full text]

www.eurochild.org/fileadmin/public/05_Library/Thematic_priorities/02_Child_Poverty/Eurochild/2019_Eurochild_report_on_European_Semester.pdf

49ª Settimana Sociale dei Cattolici Italiani. IL PIANETA CHE SPERIAMO Ambiente, lavoro, futuro. #tuttoèconnesso. Lineamenta. Linee di preparazione. Si terrà a Taranto, dal 4 al 7 febbraio 2021, la prossima Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, un importante appuntamento di riflessione e progettualità non solo per il mondo ecclesiale, ma per la stessa agenda del Paese. “Lo scopo della prossima Settimana Sociale dei Cattolici italiani è dunque quello di offrire al nostro Paese una speranza fondata e operosa, a partire dalla chiave di lettura della “ecologia integrale” che ci propone “di entrare in dialogo con tutti riguardo alla nostra casa comune” (LS 3)” [vai al testo integrale del documento – 34 pagine]

www.chiesacattolica.it/wp-content/uploads/sites/31/2019/11/28/2019.11.27_Lineamenta.pdf

Anziani. 64° congresso nazionale SIGG (Società Italiana di Gerontologia e Geriatria). Continuità di affetti, continuità di cure (Roma, 27-30 novembre 2019 – atti del convegno). “[…] Se ad oggi, in Italia gli over 65 rappresentano un quarto della popolazione, stando alle proiezioni Istat nel 2050 diventeranno più di un terzo, vale a dire 20 milioni di persone, di cui oltre 4 milioni avranno più di 85 anni. Per quanto riguarda la Long-Term Care, l’Italia è il fanalino di coda in Europa: viene destinato poco più del 10% della spesa sanitaria, mentre le percentuali nei Paesi del Nord Europa superano il 25%. Inoltre, solo l’1,3% della spesa sanitaria totale è destinata all’erogazione di cure domiciliari, con un contributo a carico delle famiglie di circa 76 milioni di euro. Ne deriva che non è più procrastinabile il potenziamento dell’assistenza domiciliare e della residenzialità fondata sulla rete territoriale di presidi sociosanitari e socioassistenziali, ad oggi ancora un privilegio per pochi, con forti disomogeneità a livello regionale. Inoltre, si prevede che la disabilità nel 2030 riguarderà 5 milioni di anziani, rappresentando la vera emergenza del futuro e il principale problema di sostenibilità economica nel nostro Paese […]”. [Atti del convegno – 333 pp.]

www.sigg.it/wp-content/uploads/2019/11/SIGG%202019_Atti_Congressuali_def.pdf

Dalle case editrici

  • Mondadori, La bussola delle emozioni. Dalla rabbia alla felicità, le emozioni raccontate ai ragazzi, Pellai A., Tamborini B.
  • San Paolo, Gli adolescenti mi hanno salvato. Diventare adulti educando i giovanissimi, Borghi G.
  • Sperling & Kupfer, Bambini senza paura con il metodo Montessori. Come crescere curiosi, autonomi e intraprendenti, D’Esclaibes S.

newsletter.sanpaolodigital.it/cisf/attachments/newscisf0220_allegatolibri.pdf

  • Moretti Sonia, Stefanelli Cira, Rileggere adolescenze e devianze. Fare sicurezza e trattamento negli Istituti penali e nei Servizi minorili, Alpes, Roma, 2018, pp. 256, € 19,00

In che modo possiamo rimodulare la funzione educativa degli adulti nell’attuale complessità, ed entrare in relazione con i significati simbolici dei gesti violenti agiti oggi dai ragazzi? Come poter leggere le attuali traiettorie adolescenziali, senza utilizzare uno sguardo stereotipato fatto di facili categorizzazioni? Il volume cerca di approfondire l’importanza del saper entrare in relazione con quei minori le cui vite sono state costellate da assenze, violenze, abusi, codici valoriali antisociali e sofferenze che li hanno condotti all’incontro con i Servizi della Giustizia minorile. Relazionarsi ed entrare in relazione con i comportamenti dei minori come scambio tra le generazioni, con l’intento di ricostruire, con altri occhi, un viaggio diverso nelle loro storie. I diversi contributi di questo volume collettaneo suggeriscono quindi una rilettura delle diverse modalità che utilizziamo nell’incontro con i minori difficili, i loro contesti e le organizzazioni implicate, e costituiscono un contributo rivolto a tutte quelle professionalità che a vario titolo lavorano con adolescenti e giovani adulti, ma anche a chi vuole comprendere le difficili traiettorie degli adolescenti problematici.

Specializzarsi per la famiglia. Progettare un collocamento etero-familiare: comunità, affido, adozione. Percorso formativo per professionisti, promosso da CTA e da IRIS, MILANO, 4 incontri (23 gennaio, 6 febbraio, 2 marzo, 23 marzo 2020) “Nelle situazioni in cui è previsto il collocamento del bambino al di fuori della sua famiglia d’origine il progetto di aiuto risulta spesso complesso. In questa complessità talvolta il rischio è trascurare la preparazione del bambino, stante anche talvolta l’urgenza del collocamento. L’esperienza clinica e la letteratura, invece, ci insegnano che il momento della preparazione è fattore protettivo alla riuscita del progetto, oltre che elemento indispensabile a garantire un maggiore benessere emotivo del bambino e la costruzione di una identità integrata. Il corso di formazione pertanto si propone di approfondire tale tema fornendo agli operatori, che a vario titolo e in vari momenti del percorso di collocamento se ne occupano, buone prassi di lavoro e spunti di riflessione”                   www.centrocta.it/newsletter/CorsoCOLLOCAMENTObambino2020.pdf

Save the date

  • Nord. Uscire dall’ombra della depressione. Un manifesto della Fondazione ONDA. “La depressione è riconosciuta dall’O.M.S. come la prima causa di disabilità a livello globale […] con gravi ripercussioni sul piano affettivo-familiare, socio-relazionale e professionale. Risulta quindi importante fare rete e impegnarsi anche con le Istituzioni per ridurre gli stereotipi stigmatizzanti verso questa malattia che impatta pesantemente sulla qualità e sulla quantità di vita di chi ne soffre e che comporta un enorme drenaggio di risorse socio-economiche. Onda il 10 aprile 2019 ha presentato a Roma, presso la Camera dei Deputati un manifesto e un documento istituzionale con l’obiettivo di sensibilizzare le Istituzioni rispetto alla necessità di un impegno concreto per supportare i pazienti ad uscire dall’ombra della depressione. In una seconda fase del percorso, coinvolgendo un gruppo di clinici, i massimi esperti di patologie psichiche, è stato pubblicato un Libro Bianco sulla salute mentale in Italia, presentato nel mese di ottobre […]  Nel 2020 saranno realizzate 8 tavole rotonde regionali, dove a partire dal Manifesto, verrà fatto il punto sullo stato della depressione in Italia e verranno coinvolti gli attori istituzionali e sanitari locali per supportare l’adozione di opportune azioni per facilitare l’accesso alla diagnosi e alle cure più appropriate”. È possibile scaricare il comunicato stampa nazionale,

www.ondaosservatorio.it/ondauploads/2019/03/CS-tavole-regionali-depressione_versione-nazionale_Def.pd

Date e sedi degli incontri 2020:      17 febbraio Roma; 16 marzo Torino; 6 aprile Venezia; 

15 giugno Milano; 26 giugno Palermo; 13 luglio Bologna, 14 settembre Bari.

il leaflet [mappa]         www.ondaosservatorio.it/ondauploads/2019/03/leaflet-progetto-depressione.pdf

il manifesto                        www.ondaosservatorio.it/ondauploads/2019/03/manifesto-per-cartelline.pdf

il documento istituzionale.

www.ondaosservatorio.it/ondauploads/2019/03/Documento-istituzione_DEPRESSIONE_con-executive-summary.pdf

  • Nord. Un approccio cattolico alla psicoterapia. Corso di Alta Formazione in Psicoterapia tomista (3.a Edizione), “Il corso vuole fornire le conoscenze e gli strumenti utili per il perseguimento dell’unità tra la professione e la vita cristiana. In particolare ampio spazio sarà dedicato alla psicologia tomista nonché alle sue ricadute pratiche negli ambiti più urgenti della contemporaneità. La formazione è riservata a Medici, Psicologi e Studenti Universitari”. Il corso si terrà a Milano da febbraio ad ottobre 2020                 http://newsletter.sanpaolodigital.it/cisf/attachments/newscisf0320_allegato3.pdf
  • Nord. Milano 2020 – Con voci di donne. Nel segno della reciprocità, Ciclo di incontri integrato al Rapporto sulla Città Ambrosianeum 2020, promosso da Fondazione Ambrosianeum, Milano, date varie                                                   www.ambrosianeum.org/donne-in-dialogo-per-la-pace

        varie dal 6 febbraio al 28 aprile 2020 (primo incontro: Donne in dialogo per la pace, 6 febbraio 2020).

newsletter.sanpaolodigital.it/cisf/attachments/newscisf0520_allegato2.pdf

  • Festival della vita 2020Decima edizione. Dal 25 gennaio al 4 febbraio 2020 il Festival della Vita celebrerà la decima edizione a Caserta, Capua, Aversa, Napoli, Piedimonte Matese, Minori ed in varie altre città. Avrà come tema: “Vivere è …. Viaggiare.                                                        www.festivaldellavita.it

Questo progetto culturale multidisciplinare ed itinerante è promosso dal Centro Culturale San Paolo onlus ed è sostenuto da diverse realtà culturali nazionali. Prevede anche una sessione invernale a Castel di Sangro/Roccaraso in Abruzzo, una sessione estiva sull’Isola d’Ischia ed una sessione all’estero.
Il Cisf interverrà al Festival della vita 2020 con due relazioni del direttore Cisf (F. Belletti); la prima a Maiori (3 febbraio 2020), sul tema “Vivere è…viaggiare: la missione della famiglia”, la seconda a Positano (4 febbraio 2020), sul tema “Vivere è… viaggiare: la missione nella Chiesa di Francesco”.

  • Centro: DE-natalità. Un’emergenza che interroga la politica, Prima Conferenza Regionale per la Famiglia, promossa da Regione Marche, Comune di Senigallia, ANCI Marche e Forum Marche delle associazioni familiari, Senigallia (AN), 8 febbraio 2020.

http://newsletter.sanpaolodigital.it/cisf/attachments/newscisf0520_allegato9.pdf

  • Centro: La dieta mediatica. Indagine sui minori e il rapporto con tv, computer e Internet, smartphone, cinema, radio, riviste e quotidiani, libri, incontro promosso dal MOIGE in occasione del Safer Internet Day, Roma, 6 febbraio 2020.

newsletter.sanpaolodigital.it/cisf/attachments/newscisf0520_allegato3.pdf

  • Sud: “Parent star” Laboratorio sull’Educazione all’affettività e alla sessualità per mamme e papà, percorso formativo per genitori promosso da Comune di Pescara – Centro Servizi Famiglia, Pescara, primo incontro 12 febbraio 2020 (sei mercoledì, fino al 25 marzo 2020).

www.comune.pescara.it/UserFiles/utenti/File/2020/LocandinaCSF_Parent_Star_FEBBRAIO2020.pdf

Sud: E tu stai a guardare? Percorso formativo contro il bullismo, promosso da A.Ge. Trani (Associazione Italiana Genitori), e dal Centro di Servizio al Volontariato San Nicola, Trani (BAT), dal 7 al 28 febbraio 2020.           newsletter.sanpaolodigital.it/cisf/attachments/newscisf0520_allegato4.pdf

  • Estero: Preparatory Action for a Child Guarantee. Conference closing the first phase, (Azioni in preparazione di una “Garanzia Minori” a livello europeo), progetto a cura della Commissione Europea, conferenza di chiusura della prima fase, Bruxelles, 17 febbraio 2020.

 newsletter.sanpaolodigital.it/cisf/attachments/newscisf0520_allegato5.pdf

Iscrizione               http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/newsletter-cisf.aspx

Archivio     http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/elenco-newsletter-cisf.aspx

http://newsletter.sanpaolodigital.it/cisf/febbraio2020/5158/index.html

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CENTRO ITALIANO di SESSUOLOGIA

Lettera ai Soci                                    passim

(…)      La scuola di sessuologia diretta da Gabriella Rifelli oltre a continuare ad organizzare il corso quadriennale in Sessuologia Clinica riconosciuto dalla FISS, promuove diversi corsi e master di formazione e approfondimento che rendono la nostra Scuola sempre più presente e attiva nell’ambito della Sessuologia.

Mi fa piacere ricordare i corsi organizzati nel 2019 come

  • Il Master in Criminologia e Psicopatologia del Comportamento Sessuale sotto la Conduzione Scientifica del dr Michele Frigieri;
  • SEX.X.A il corso di sessuologia specifico e rivolto ad andrologi in collaborazione con la SIA, co-coordinato con Giorgio Piubello;
  • Il seminario organizzato nell’ambito della Settimana del Benessere Sessuale con la partecipazione del prof Fulvio Colombo, Direttore andrologia AOU Sant’Orsola e della dr Elena Longhi, del san Raffaele di Milano.

Nel 2020 verranno riproposti

  • Il Corso di Formazione sulla Disforia di Genere sotto la responsabilità Scientifica della dr Margherita Graglia
  • Il Master in Psicoterapia Mansionale Integrata rivolta a psicoterapeuti.
  • Un nuovo Corso di Formazione sugli aspetti medici e psicologici della Procreazione Medicalmente Assistita sotto la responsabilità scientifica del dr Stefano Bernardi.

Mi fa piacere comunicarvi che la Scuola ha una nuova sede, sempre al Villaggio del fanciullo di Bologna, più adatta e personalizzata.

(…) La nostra rivista, diretta da Gennaro Scione e da un Board coordinato da Giada Mondini, ormai consolidata, è sia espressione scientifica ma anche clinica, il formato della monografia la rende più adeguata e ordinata nei tematiche trattate.

I social curati da Alba Mirabile hanno permesso al CIS di allinearsi alle nuove modalità comunicative e a diffondere il CIS, invito i soci a proporre brevi articoli da pubblicare.

La Presidente Maria Cristina Florini            Bologna 15 gennaio 2020

https://cisonline.us18.list-manage.com/track/click?u=6b691d561b8ff277db4bdb0e2&id=d3f6bc2094&e=757135fc65

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CHIESA CATTOLICA

Celibato dei preti. Le parole di Ratzinger usate per un’operazione editoriale

«Ratzinger non ha scritto un libro a quattro mani con Sarah». Non ha dato il via libera «ad alcuna pubblicazione». E in ogni caso non avrebbe «visto né approvato la copertina» del volume che presenta il nome Benedetto XVI di fianco al cardinale Sarah. Sarebbe stato ignaro fino a ieri pomeriggio dello scombussolamento che il testo a difesa – ermetica – del celibato dei preti ha creato nelle Sacre Stanze. E anche sorpreso, perché «non ha alcuna intenzione di interferire» con i lavori di Bergoglio dopo il Sinodo che ha chiesto l’apertura al sacerdozio dei diaconi sposati in Amazzonia.

«È evidente che c’è un’operazione editoriale e mediatica, dalla quale Benedetto si chiama fuori ed è totalmente estraneo». A rivelare tutto questo è una fonte vicina all’entourage del Papa emerito. Un colpo di scena che può cambiare le carte in tavola, dopo due giorni di tensioni e polemiche riaccese dalla notizia dell’uscita in Francia dell’opera «Dal profondo del nostro cuore» (edito da Fayard), firmata da Benedetto XVI e da Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il Culto Divino.

Il saggio contiene un monito accorato di Ratzinger: la scelta di non sposarsi è per un prete «indispensabile». «Io credo – è scritto – che il celibato» dei sacerdoti «abbia un grande significato» ed è «indispensabile perché il nostro cammino verso Dio possa restare il fondamento della nostra vita». Aggiungendo: «Non posso tacere».

Un altolà senza se e senza ma accompagnato da cori social di esultanza tra commentatori, siti e blog della galassia tradizionalista, che vedono come fumo negli occhi qualsiasi fessura si schiuda in questo senso. Ma secondo la personalità vicina a Ratzinger, la realizzazione del libro avrebbe dettagli non così lineari. «Sei o sette mesi fa Benedetto XVI stava stendendo un testo sul sacerdozio. Sul sacerdozio, non sul celibato», spiega. Sarah gli avrebbe chiesto di vedere lo scritto, e il Papa emerito «lo ha messo a sua disposizione sapendo che lui stava scrivendo un libro sul sacerdozio». In un secondo momento il porporato avrebbe mandato «un’introduzione e una conclusione, ricevendo da Benedetto XVI una risposta: “Sono d’accordo”».

Al di là di questo possibile equivoco fra i due, «Benedetto non ha visto alcuna copertina del libro, né era al corrente della tempistica di una pubblicazione». E i tempi sono decisivi, perché l’uscita in questi giorni diventa inevitabilmente identificabile come «un’ingerenza» che mette pressioni a Francesco, proprio mentre sta lavorando all’esortazione post sinodale con cui si pronuncerà su un tema così cruciale per la Chiesa. E rafforza la narrativa del Papa emerito che disapproverebbe il magistero del suo successore. Dietro tutto ciò invece ci sarebbe «un’operazione editoriale di chi gestisce le pubblicazioni di Sarah», cardinale conservatore considerato punto di riferimento degli oppositori del pontificato di Bergoglio.

Passando sul versante istituzionale d’Oltretevere, la linea tenuta dalla Santa Sede è quella di stemperare gli animi tra pro e contro i preti sposati. E un editoriale sul sito Vatican News sottolinea che anche Francesco ha difeso il celibato dei sacerdoti, ricordando le sue parole di un anno fa: concedere la possibilità del «celibato opzionale» prima di diventare diaconi? «No – disse – Io non lo farò. Non mi sento di mettermi davanti a Dio con questa decisione».

Domenico Agasso jr.    “La Stampa” 14 gennaio 2020

francescomacri.wordpress.com/2020/01/14/celibato-dei-preti-le-parole-di-ratzinger-usate-per-unoperazione-editoriale/#more-52096

https://www.lastampa.it/topnews/primo-piano/2020/01/14/news/le-parole-di-ratzinger-sul-celibato-usate-per-un-operazione-editoriale-1.38325174

 

Un “sinodo italiano” aperto alla corresponsabilità dei laici

Dall’Arcivescovo di Palermo, Lorefice, allo stesso Presidente della CEI, il cardinale Bassetti, è emersa nella Chiesa italiana del nostro tempo una forte istanza alla «sinodalità», e cioè la ricerca di una Chiesa più viva, partecipata, meglio capace di misurarsi con i problemi posti dalla storia. Che si indica o meno, per la prima volta nella storia della Chiesa, un “Sinodo italiano”, un franco e schietto confronto sull’insieme dei problemi che la travagliano, è una difficile e delicata scelta che quanti nella Chiesa oggi hanno maggiori responsabilità dovranno compiere. Certo è, comunque che, se si eccettuano i periodici, peraltro solo decennali, convegni della Chiesa italiana, non sono molte nel nostro Paese, a livello nazionale (ma, in verità, anche locale) le occasioni di uno schietto ed aperto confronto fra le varie componenti del popolo di Dio.

Chi è titolare della responsabilità? Una domanda soggiacente a questa riflessione potrebbe essere formulata nel modo seguente: chi, nella Chiesa, ha reali responsabilità? Su un piano diverso – ma tutte le organizzazioni hanno regole interne simili fra loro – la fiorente ricerca sociologica americana, a partire dalla domanda chi governa? ha posto in luce la distanza, talora siderale, che intercorre fra la titolarità degli uffici (dai Presidenti, ai Governatori, ai Sindaci) e le effettive scelte che vengono operate ai vari livelli di governo: e ciò senza addentrarsi nel campo, davvero minato, degli interessi economici, ma anche ideologici, che condizionano la politica.

E dunque, chi, nella Chiesa italiana di oggi, è veramente titolare di responsabilità? Senza pretendere di trasferire meccanicamente nella comunità cristiana gli stili e i modelli dominanti nelle varie istituzioni civili (non dimenticando, tuttavia, che in una società democratica aperta e partecipata riesce sempre più difficile accettare decisioni e regole che sembrano piovere dall’alto…), ritengo si possa onestamente riconoscere che lo spazio accordato ai laici (uomini e donne) appare alquanto ristretto.

Apertura alla corresponsabilità. Sarebbe difficile rispondere i laici alla domanda di fondo: chi decide? Ovvia, ma non scontata, la risposta che la Chiesa non è un qualsiasi corpo sociale; che la sua autorità viene dall’Alto; che nel popolo di Dio vi sono valori e carismi diversi e che il «carisma» dell’autorità è solo in via secondaria concesso ai laici, in virtù delle precise consegne che Cristo ha fatto ai suoi discepoli ed apostoli (e ai loro successori), ma non al «popolo di Dio» nel suo complesso.

Fatto salvo, tuttavia, il principio di autorità – ma anche evitando indebiti ampliamenti della sfera riservata all’autorità – non vi è dubbio che possono essere diverse le modalità di esercizio dell’autorità in una Chiesa che non è «democratica» nel classico senso del «governo di popolo per il popolo», ma tuttavia non può non tenere conto dell’esistenza dei laici, donne e uomini. É appunto questo (non l’idea di un’autorità che viene «dal basso») che il complesso ed articolato corpo dei laici cristiani, e delle famiglie cristiane, attende oggi da una Chiesa che esso vuole amare e servire.

Si tratta dunque di aprire alla «corresponsabilità», piuttosto che a presunte «chiese democratiche», ripetutamente proposte nella storia (soprattutto nell’ambito delle comunità protestanti), ma quasi sempre, in verità, con esiti deludenti e con costi pesanti per la stessa evangelizzazione. 

La consultazione. La via maestra da percorrere è, a nostro modesto avviso, quella della consultazione, in tutti gli ambiti della vita ecclesiale: anche quando sono in gioco questioni dottrinali (non dimenticando la grande lezione di Newman, nonché di Rosmini, circa la «consultazione dei fedeli laici»). Sono piani diversi quello della consultazione e quello della decisione, né avere la responsabilità della decisione esime dal dovere della consultazione.

Se, riprendendo il precedente schema – sociologico, invero, ma anche con riflessi sul piano ecclesiale – e cioè quello che si fonda sulla domanda chi governa? ci si potrebbe domandare, per la Chiesa italiana nel suo complesso e per le singole Chiese locali, se – fatto salvo il potere di decisione – sulle grandi questioni in campo i laici siano stati effettivamente sentiti, e se si sia dunque “tastato il polso” alla grande galassia che, nonostante tutto, è ancora oggi il “popolo di Dio” che è in Italia.

Appare ormai necessario, ogni volta che ci si trova di fronte a decisioni importanti – dalla riorganizzazione delle diocesi all’instaurazione di nuovi rapporti tra preti e laici, anche alla luce del progressivo ridimensionamento delle presenze presbiterali porsi sulla via dell’individuazione di efficaci strumenti di consultazione e di co-decisione.

Dopo il Concilio abbiamo in Italia un laicato (seppur ridotto di numero) preparato, competente, responsabile. Il Magistero non dovrebbe fare fatica a comprenderne l’importanza e a valorizzarlo, anche a costo di qualche lentezza (le consultazioni hanno sempre bisogno di ragionevoli tempi…).

Una Chiesa sinodale, alla fine, contribuisce all’evangelizzazione assai più di una Chiesa solitaria ed autoreferenziale.

Giorgio Campanini, sociologo e storico. Già docente di Storia delle dottrine politiche l’Università di Parma.

                                                           18 gennaio 2020

www.viandanti.org/website/un-sinodo-italiano-aperto-alla-corresponsabilita-dei-laici/

 

L’ala ultraprogressista vorrebbe rendere vincolanti le decisioni del loro sinodo

Sacerdoti sposati e diaconesse, i vescovi tedeschi accelerano

Ad agitare il sonno di monsignori e porporati Oltretevere c’è altro oltre alla bagarre del libro Sarah-Ratzinger. Nella galassia tradizionalista e “a sinistra”, si aggira lo spettro di una spaccatura. In Germania i vescovi stanno lavorando a un sinodo parallelo per avviare riforme («rivoluzioni», per i terrorizzati) su temi sensibili: preti sposati, apertura alle coppie omosessuali e ruoli apicali alle donne, introduzione delle diaconesse. La strada? Un «percorso sinodale» lungo due anni, «vincolante», cioè decisionale come se la Chiesa tedesca fosse autocefala.

            Due i culmini: le assemblee del 30 gennaio-1 febbraio e 3-5 settembre 2019. Temi chiave: «Autorità, partecipazione e separazione dei poteri»; «moralità sessuale»; «forma della vita sacerdotale»; «le donne nei ministeri della Chiesa». Roma ha replicato: solo il Vaticano può decretare su questi temi. Non è bastato. La Chiesa tedesca, guidata dal cardinale Reinhard Marx, procede spedita, perché occorre sanare la «frattura tra la vita e la dottrina» che i cattolici denunciano.

            La Conferenza episcopale ha assicurato che «non è pensabile un percorso sinodale senza riforma», ma non avverrà «senza Roma» sulle questioni dottrinali che riguardano la cattolicità universale. Una «garanzia troppo timida», dicono alcuni prelati. E la tensione rischia di crescere.

            Il Papa nei mesi scorsi ha inviato ai vescovi tedeschi una lettera per chiedere unità e comprensione reciproca. Ha invocato di «camminare insieme», Germania e Vaticano.

Più secchi, a settembre, altri due altolà della Santa Sede ai presuli teutonici. Il richiamo in una lettera del cardinale Marc Ouellet, prefetto della Congregazione per i Vescovi, accompagnata da una valutazione di monsignor Filippo Iannone, presidente del Pontificio Consiglio per i Testi legislativi, in cui si affermava che la volontà di rendere vincolanti le decisioni del Sinodo locale «non è ecclesiologicamente valida». Marx e Ouellet si sono poi chiariti. Ma l’ansia resta. Anche perché nei giorni scorsi, nel calderone di incontri e avvenimenti dell’episcopato tedesco (fra i più progressisti al mondo), la commissione per il matrimonio e la famiglia ha diffuso un testo che ha fatto rumore: «C’è stato un accordo sul fatto che la preferenza sessuale dell’uomo si esprime nella pubertà e assume un orientamento etero o omosessuale. Entrambi appartengono alle normali forme di predisposizione sessuale, che non possono o dovrebbero essere modificate con l’aiuto di una specifica socializzazione».

Dichiarazione che muove verso la «normalizzazione» della concezione dell’omosessualità nella Chiesa. Sebbene la parte più conservatrice dell’episcopato sia pronta a lottare, «la preoccupazione di possibili derive esiste», conferma un monsignore. Si teme «soprattutto che i vescovi tedeschi rendano sterile il dialogo con la Santa Sede che è stato proposto e accettato». Di questo si è fatto garante Marx, personaggio cruciale, perché è sì il capo dei presuli che mettono in apprensione il Vaticano, ma è anche molto vicino e fedele al Papa. «Informeremo continuamente Roma» e non ci sarà alcuna «via particolare» tedesca senza Roma, ha aggiunto. «Ma siamo pronti a dare alla Chiesa mondiale contributi di discussione». È questo che costringe al sonnifero molti prelati

Domenico Agasso Jr               Vatican insider                                   16 gennaio 2020

www.lastampa.it/vatican-insider/it/2020/01/16/news/sacerdoti-sposati-e-diaconesse-i-vescovi-tedeschi-accelerano-1.38336930

 

Il celibato indispensabile come dispositivo di blocco: per non esagerare

Le notizie circa le affermazioni “lapidarie” di Joseph Ratzinger e Robert Sarah intorno al tema della possibile ordinazione di “uomini sposati” – scaturita dalle conclusioni del Sinodo sulla Amazzonia – possono sicuramente essere commentate su molti piani diversi: vi sono logiche istituzionali che sembrano infrante, ci sono procedure sinodali ignorate e incomprese, e ci sono anche pressioni esercitate con troppa foga e senza discernimento. Qui vorrei tentare di proporre solo qualche piccolo ragionamento, al fine di comprendere bene quanto sta accadendo:

a)       Caricare di troppo peso i singoli passi di un cammino di riforma non è mai saggio: prevedere la “ordinazione di uomini sposati” non è né la catastrofe della Chiesa, né la soluzione di tutti i mali. E’ piuttosto uno “spazio pastorale” obiettivo, che può aprirsi immediatamente in luoghi nei quali non si danno vocazioni presbiterali secondo i percorsi a cui siamo abituati da secoli, qui in Europa.

b)      Le ragioni che hanno portato alla espressione di una posizione che arriva a definire “indispensabile” il celibato e “catastrofico” il suo superamento appaiono non accompagnate da un supporto teologico molto convincente. La opposizione tra ministero e matrimonio è una valutazione di opportunità, che nulla ha di strettamente teologico. Se poi ci si riferisce alla “astinenza” prima della celebrazione, che con la celebrazione quotidiana si sarebbe estesa a tutti i giorni, si dovrebbe collegare a questa ragione, che storicamente è plausibile, la comprensione di una “celebrazione di tutta la assemblea” che porterebbe a conseguenze davvero paradossali. Che forse la fede celebrata sia divenuta una esclusiva dei maschi celibi? Il rischio è che si confonda la ontologia con la abitudine, o forse con la patologia.

c)       Non è difficile trovare, in questo “non poter tacere”, una espressione del movimento inerziale che ho chiamato “dispositivo di blocco”. Al di là del giudizio sulla opportunità e sulla convenienza di un provvedimento che riguarda la “disciplina della Chiesa circa la ordinazione presbiterale”, agitare lo spauracchio della “catastrofe” rappresenta un argomento forte per indurre a pensare che non vi sia nulla da cambiare e che lo spazio delle riforma sia sottratto ad una Chiesa che ritenga di non avere alcun potere sulle forme concrete con cui i suoi ministri sono scelti e selezionati. Vedere la incompatibilità tra ministero ordinato e matrimonio come l’unica salvaguardia della Chiesa è, nello stesso tempo, un modo per bloccare la storia e un escamotage per non affrontare le questioni più brucianti, che non sono anzitutto quelle legate al celibato.

d)      Ad ogni modo e in ogni caso non è né utile né giusto esagerare. Nessuno ha mai parlato di “superamento del celibato”, ma di affiancamento, alla via celibataria, che resta la via privilegiata, di una via “uxorata” al ministero presbiterale cattolico. D’altra parte, tra le caratteristiche più preziose di “pastori emeriti” dovrebbe esserci quella virtù della prudenza che potrebbe impedire, precisamente, di diffondere messaggi inesatti mediante incaute esagerazioni. E non è detto che non sia proprio una vita celibataria e solitaria a produrre, inavvertitamente, queste letture catastrofiche del cammino ecclesiale. Tale cammino di Chiesa può trovare proprio in uomini sposati un rilancio della vocazione al ministero: prima di tutto in Amazzonia, ma forse anche al di qua e al di là della foresta. E non dovrebbe essere escluso che alla possibile catastrofe di un celibato vissuto male possa rimediare un ministero felicemente uxorato.   E che alla foresta oscura di una lettura ostinata e catastrofica della tradizione ministeriale, che vede ogni novità come una sicura rovina, possa rimediare la pluralità benedetta di culture e di forme di vita che la foresta amazzonica sa offrirci con inesauribile ricchezza. E che dobbiamo saper onorare, senza pretendere che tutto il mondo sia riducibile a 4 stanzette nella Curia romana.

Andrea Grillo blog: Come se non      13 gennaio 2020

www.cittadellaeditrice.com/munera/il-celibato-indispensabile-come-dispositivo-di-blocco-per-non-esagerare

 

La fragile ontologia del celibato. Perplessità nella mente e scandalo nel cuore

Il libro è uscito, esattamente come preannunciato: si compone di una “nota del curatore” (N. Diat), di una Introduzione dei due autori, di una prima parte scritta solo da Joseph Aloisius Ratzinger, di una seconda scritta solo da Robert Sarah e di una Conclusione scritta di nuovo a due mani.

            La Nota del curatore è irrilevante: serve solo a dimostrare che il giornalista conosce poco l’argomento del libro. Vi sono poi la introduzione e la conclusione, che per stile e per contenuti sembrano scritte dalla mano di Sarah, poiché assomigliano molto alla sua parte. Vi sono poi le due parti principali: quella di J. Ratzinger (21-54) che si intitola Il sacerdozio cattolico, e quella di R. Sarah (55-128) che si intitola Amare fino alla fine. Sguardo ecclesiologico e pastorale sul celibato sacerdotale.

Dopo aver letto entrambe le parti, credo che sia giusto dedicare una breve presentazione soltanto alla prima parte. La seconda, infatti, è talmente approssimativa, contraddittoria, scomposta e piena di errori teologici e storici, da non poter essere neppure considerata un discorso compiuto e coerente: vi si esprime un abbozzo di visione del celibato che non ha alcun fondamento né nella storia né nella realtà. Uno “sguardo” stravolto e distorto, talora anche violentemente irrispettoso, che sorprende trovare proposto da colui che da 5 anni è il responsabile più alto della Congregazione che si occupa di culto e di sacramenti.

Ma veniamo al testo di J. Ratzinger (non avrei usato il nome di Benedetto XVI nel libro, visto che da papa regnante egli usava il suo nome di battesimo per firmare le sue opere non magisteriali, mentre ora usa il nome papale per firmare riflessioni teologiche strettamente personali).

Una meditazione sul sacerdozio poco serena. Come ha scritto P. Garrigues, la presentazione del sacerdozio proposta da J. Ratzinger si rivela subito molto discutibile. E lo è, anzitutto, sul piano metodologico. Curiosamente Ratzinger attribuisce la crisi in cui versa il sacerdozio proprio ad un problema metodologico, che ritiene di risolvere mediante una serie di passaggi altamente problematici. Li presento brevemente.

Il primo passo muove una critica alla teologia, che avrebbe interrotto la tradizione di “interpretazione cristologica dell’Antico Testamento”, così interrompendo il rapporto tra teologia e culto (qui però non è chiaro perché solo una esegesi dell’AT potrebbe conservare un rapporto tra teologia e culto). Perciò una corretta teologia del sacerdozio esigerebbe per Ratzinger una “struttura esegetica fondamentale”. Da tale metodologia deriverebbe l’unica teologia corretta, che Ratzinger esprime con le seguenti parole:

“L’atto cultuale passa ormai attraverso un’offerta della totalità della propria vita nell’amore. Il sacerdozio di Gesù Cristo ci fa entrare in una vita che consiste nel diventare uno con lui e nel rinunciare a tutto ciò che appartiene solo a noi. Per i sacerdoti questo è il fondamento della necessità del celibato, come anche della preghiera liturgica, della meditazione della Parola di Dio e della rinuncia ai beni materiali”. (24)

Diventare “uno” con lui e rinunciare a tutto – che è una descrizione del discepolato cristiano, ossia del sacerdozio battesimale – diventa immediatamente 4 cose determinate, mediante un passaggio concettuale davvero molto, troppo rapido, che si sposta dalla “descrizione della Chiesa” alla “vita dei chierici”. Preghiera liturgica, meditazione della Parola, rinuncia ai beni e celibato sono messi in fila, consequenzialmente. E’ evidente che qui, sul piano della argomentazione, si mescolano cose di generi molto diversi. E questo non è mai un bel segnale. Se metto il celibato con l’ascolto della Parola, con la preghiera liturgica, con la comunione dei beni, sto citando indirettamente il libro degli Atti, al famoso versetto 2,42. Ma in quel versetto si parla di tutto, ma non del celibato. Secondo una corretta metodologia esegetica non si dovrebbero mescolare, fin dal principio, le carte del discorso.

Atti degli Apostoli §42 (Allora quelli che accolsero la sua parola (di Pietro) Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare del pane e nelle preghiere.

            Comunque sia, nel primo paragrafo del suo testo, J. Ratzinger sviluppa proprio quella che lui stesso chiama: “Il formarsi del sacerdozio neotestamentario nell’esegesi cristologico-pneumatologica”.

            In questa sezione del suo testo si presenta lo sviluppo del sacerdozio partendo dalla “comunità di laici” che sta intorno a Gesù. La critica profetica del culto trova nei discorsi di Gesù sul sabato e sul tempio dei “topoi” [motivi ricorrenti] che però possono essere interpretati soltanto dal suo gesto fondamentale, quello dell’ultima cena. Proprio nell’ultima cena si pone il nuovo “atto di culto” che è costituito dalla interpretazione della Croce e della Risurrezione. Ma questa interpretazione avviene, secondo Ratzinger, unificando in un’unica realtà i “ministeri” di vescovo, presbitero e diacono e il “sacerdozio” del Sommo sacerdote, del Sacerdote e dei leviti. Così si crea un perfetto parallelismo tra NT e AT, e soprattutto si propone questa “esegesi cristologica e pneumatologica dell’AT” come unica via per intendere il sacerdozio cristiano. Non una parola è detta del fatto che tale sacerdozio cristologico, fatto di comunione con Dio e di rinuncia a se stessi, è il cuore del battesimo e della vita cristiana comune, ossia è “sacerdozio battesimale”, è “sacerdozio comune”. Ma Ratzinger, ritenendo che quella proposta sia “la verità del testo” e non una sua “lettura allegorica”, non riesce ad uscire da una precomprensione sommo sacerdotale, che rischia di escludere ogni possibile lettura del sacerdozio comune. Il solo sacerdozio, nella presentazione di Ratzinger, sembra essere quello gerarchico. Così, ovviamente, l’unica visione coerente può essere quella tridentina, certamente non quella del Concilio Vaticano II. In altri termini, la “istituzione di un nuovo culto” – che Ratzinger descrive con grande efficacia a p. 33, viene però riferita sostanzialmente ai “chierici”, non alla Chiesa. Questo, a me pare, un errore metodologico molto pesante, che compromette l’intero discorso. E tale lettura allegorica, che si pretende di far diventare normativa per la “ontologia del sacerdozio” finisce, inevitabilmente per trovare in Lutero e nel Concilio Vaticano II – unificati apologeticamente nello stesso girone dei reprobi – gli interlocutori inadempienti, perché non capiscono più questa “esegesi cristologico-pneumatologica” per la quale il “nuovo culto” non riguarda anzitutto la Chiesa, ma i preti.

Esempi storici e biblici piuttosto vaghi.  A questa prima parte, che è centrale per la argomentazione, seguono una serie di “applicazioni storiche” e “ermeneutiche bibliche”, volte a “dimostrare” questa tesi. Bisogna riconoscere che la tesi, di per sé piuttosto fragile, non trova molta forza nelle applicazioni storiche, nelle quali i dati non riescono a suffragarla in modo convincente.

            Mi soffermo soltanto su un punto. La valutazione a cui si sottopone la tradizione ebraica della “astinenza sessuale” prima della celebrazione del culto e la scelta del celibato come disciplina è certamente basata su dati storici, sulla trasformazione del culto cristiano in culto quotidiano, ma la soluzione adottata nella storia, nella sua contingenza sociale, culturale ed ecclesiale, viene assunta come “astinenza ontologica”, senza alcuna valutazione del mutamento della comprensione del matrimonio, della sessualità e della identità dei soggetti. Pretendere di dimostrare oggi la evidenza del celibato con un concetto di “purità rituale” che la storia ha profondamente trasformato non sembra una forma convincente di metodologia teologica. Si fa dire alla storia ciò che si vuole e si tappa la bocca al presente solo “per autorità”. Così pure la lettura del “sacerdozio uxorato” come accompagnato dalla esigenza della astinenza assolutizza e generalizza in modo universale un elemento che la storia attesta, ma non in modo incontrovertibile. Che cosa è stato non ci dice, immediatamente, che cosa deve essere. Proprio qui consiste, come insegna Romano Guardini, la differenza della teologia sistematica.

            Altri punti problematici emergono dalle piccole esegesi che Ratzinger propone di testi-chiave, per cercare di confermare la sua metodologia. Il testo del Salmo 16 viene riletto come “ammissione alla comunità sacerdotale”. Qui, come è evidente, si usano le parole in una accezione non aggiornata. Sorprende che si possa parlare, ancora oggi, di “comunità sacerdotale” senza tener conto che in Lumen Gentium tale termine indica “tutta la comunità ecclesiale”. E’ ovvio che, se riferita solo agli “ordinati”, la cosiddetta “esegesi cristologico-spirituali” ricostruisce, immediatamente, la Chiesa preconciliare. Come volevasi dimostrare.

            Così pure la interpretazione della II Preghiera Eucaristica attribuisce al “sacerdote” che presiede le parole che, non nel Deuteronomio, ma nel testo eucaristico, devono essere riferite a tutti i battezzati.

www.maranatha.it/RitoMessa/messapage.htm

Curiosamente Ratzinger trova anche qui la occasione per accusare “i liturgisti” di aver studiato le parole da lui citate solo per invitare a “stare in piedi” e non “in ginocchio”. In realtà molto più urgente è stabilire che il testo non parla “del prete”, ma della “Chiesa”. E non c’è bisogno di un liturgista per dirlo.

             In conclusione. Un’ultima parola deve essere dedicata alla differenza tra il testo di Ratzinger e il testo di Sarah. Il primo è un testo teologico, il secondo voleva essere solo un discorso spirituale. Come ho detto, il secondo testo è fuori concorso. Ma il primo, proprio perché si muove sul piano dell’esercizio della ragione teologica, porta una maggiore responsabilità. In un certo senso, le esagerazioni, preoccupanti o esilaranti, contenute nel testo di Sarah sono in qualche modo rese possibili, e quasi benedette, da una teologia del sacerdozio troppo fragile e troppo unilaterale. Forse il teologo avrebbe avuto bisogno di un altro cardinale come coautore. Ma forse il cardinale avrebbe avuto bisogno di essere aiutato da una teologia meno accondiscendente verso le derive clericali della identità dei ministri ordinati. Insomma, per esprimere un atto di “filiale obbedienza”, credo che si sarebbe potuto pensare a qualcosa di meglio.

Andrea Grillo blog: Come se non      16 gennaio 2020

www.cittadellaeditrice.com/munera/la-fragile-ontologia-del-celibato-perplessita-nella-mente-e-scandalo-nel-cuore

 

Il dibattito surreale sul matrimonio dei preti

Se non ricordo male, è Federico De Roberto ne “I viceré” a esprimere la sua ammirazione per la castità, una virtù che “i preti tramandano di padre in figlio”. Me ne sono ricordato in questi giorni di polemica surreale suscitata da un libro, firmato dal papa emerito Ratzinger e dal cardinale africano Sarah, in cui – con toni insolitamente schietti per le abitudini clericali – si accusa il papa Francesco di stravolgere la tradizione cattolica per il solo fatto di ammettere come possibile l’ordinazione presbiterale di uomini sposati: detto in soldoni, il matrimonio dei preti.

Perché la polemica mi è risuonata surreale, grottesca, inimmaginabile? Per almeno tre ragioni.

  1. La prima è che – come pochi sanno – nel mondo esistono migliaia di preti cattolici regolarmente sposati: appartengono alle Chiese cattoliche di rito orientale (per esempio, in Italia, le eparchie di Piana degli Albanesi in Sicilia e di Lungro in Calabria e l’abbazia territoriale di Grottaferrata in Lazio).
  2. La seconda ragione è che – come molti dimenticano – la Chiesa cattolica è solo una delle tante chiese cristiane (oltre quelle ortodosse bizantine e slave, vi sono chiese di origine medievale come i valdesi; riformate nel solco di Lutero, Calvino e Zwingli; anglicane; battiste; metodiste; locali o evangelicali…): ebbene, tutte queste chiese cristiane (tranne la cattolica) prevedono la possibilità che accedano al ministero pastorale anche uomini sposati (in molti casi anche donne). Che tra i vertici della Chiesa cattolica, ancora nel Terzo Millennio dopo Cristo, si polemizzi su questa possibilità è davvero incredibile. Anche perché, per molti secoli, l’intera cristianità (prima di dividersi in chiese separate) ha seguito il consiglio contenuto in scritti nel Nuovo Testamento attribuiti a san Paolo e, dunque, considerati Parola rivelata da Dio: se dovete scegliere un pastore, sceglietelo fra i padri di famiglia che, avendo dato buona prova di reggere una piccola comunità, possano dare garanzia di saper governare comunità più ampie.
  3. Ma la terza ragione per cui è difficile non assistere sbalorditi a questa querelle interna ai massimi esponenti del Vaticano è che essa dimostra come persone ritenute colte e sagge, quali il papa in quiescenza, non si siano resi conto della gravità dei problemi teologici attuali.

Le scienze fisiche mettono in dubbio l’esistenza di un Dio provvidente (crisi del teismo); le scienze archeologiche mettono in dubbio i racconti biblici (crisi della rivelazione); le scienze storiche e esegetiche mettono in dubbio la divinità di Gesù (crisi cristologica)…e questi vegliardi (non so quanto coerentemente con la loro dichiarata adesione ai dogmi cattolici, incluso il dogma dell’infallibilità papale) attaccano un povero papa che, non potendo affrontare le questioni fondamentali, prova almeno a svecchiare la sua chiesa da divieti anacronistici riguardanti aspetti tutto sommato secondari. Il cardinale Carlo Maria Martini, già arcivescovo di Milano, lo ha dichiarato prima di morire: “La Chiesa cattolica è indietro di almeno duecento anni”. Papa Bergoglio ha ripreso e rilanciato recentemente, in un’omelia, l’allarme di Martini. Ma per ora le resistenze intra-ecclesiali sembrano davvero consistenti. E, fuori dai templi, politici e intellettuali di orientamento tradizionalista-conservatore tifano per chi vuole boicottare i cambiamenti anche minimi di Francesco. Un bel derby, dunque! Da seguire con lo stesso stupore con cui si assisterebbe in uno Stato occidentale alla polemica se dare o meno alle donne il diritto di voto. E forse con la stessa divertita convinzione di Ennio Flaiano: “Se i cattolici organizzano un dibattito su Chiesa e buoi, vuol dire che i buoi sono già scappati dalla stalla”.

Augusto Cavadi                16 gennaio 2020

www.augustocavadi.com/2020/01/celibato-obbligatorio-per-i-preti-un.html

 

“Dal profondo del cuore” è un “de profundis”. Ovvero il Concilio Vaticano II non è un optional

Avevo sperato. Sì, lo avevo sperato. Le notizie che si erano susseguite sulla soglia della pubblicazione del libro mi avevano fatto pensare (e sperare) che gli ambienti intorno a J. Ratzinger, la sua piccola corte, e il cardinale temerario, lo avessero indotto a sottoscrivere testi altrui, testi fasulli, testi improvvisati. No. Nel libro questi testi ci sono, ma non sono i suoi. Invece, quello suo, quello che campeggia al centro del libro e che ne costituisce la unica ossatura, è proprio suo: lo stile, l’argomentare, la arditezza e la finezza sono le sue, inconfondibili.

            Ma proprio questo è il dramma. In questo testo, certamente segnato anche dalla debolezza della età e dalla fragilità del corpo, appare però con immutata chiarezza una “teoria del sacerdozio” che, costruita indirettamente per difendere la centralità del celibato, in realtà imposta una visione della Scrittura, della liturgia e della Chiesa che viene argomentata senza il minimo riferimento alle grandi costituzioni del Concilio Vaticano II. Tutto il ragionamento, in tutti i suoi passaggi, avviene con gli strumenti concettuali e con le esperienze già disponibili negli anni 50: come se il tempo si fosse fermato e come se il Concilio non ci fosse mai stato. Ma cominciamo dall’inizio.

            La Riforma liturgica resa opzionale: “Summorum Pontificum” (2007). Le cose mi erano apparse avviate in questa stessa direzione già nel 2007. Nel luglio di quell’anno, infatti, leggendo il testo del Motu Proprio Summorum Pontificum, avevo già pensato che quel documento, che pretendeva di “riabilitare” di colpo tutta la liturgia preconciliare, potesse essere stato concepito solo in una visione “sospesa” della storia.

www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/motu_proprio/documents/hf_ben-xvi_motu-proprio_20070707_summorum-pontificum.html

Di fatto poteva essere recepito da una Chiesa che, ricominciando al celebrare con i riti precedenti alla riforma liturgica, non riuscisse più a cogliere, di quella riforma, tutta la esigenza e la autorità. Infatti, la riforma liturgica è stata la “prima” riforma scaturita dal Concilio Vaticano II, giustificata proprio da una nuova comprensione della Chiesa e del sacerdozio. La uscita da un modello tridentino di Chiesa come “societas inæqualis” e di “sacerdozio” come qualità differenziale del clero aveva richiesto di riferire l’azione liturgica alla intera assemblea, costituita da fedeli che nel battesimo sono riconosciuti tutti come profeti, sacerdoti e re.

            Se, a un dato momento, a quasi 50 anni dal Concilio, un provvedimento pretendeva di rimettere in vigore proprio quei riti che il Concilio stesso aveva richiesto fossero cambiati, allora sorgeva il dubbio che quella mossa intendesse non solo “restaurare” il vetus ordo, ma anche la vecchia chiesa clericale e il vecchio sacerdozio esclusivo. Quelle parole di circostanza, che dicevano assolutamente confermata la riforma liturgica dentro un documento che la smentiva, sono risuonate oggi, in molti passi del libro di Ratzinger-Sarah, dove si parla di “obbedienza filiale” mentre si vuole soltanto ostacolare pesantemente il padre. Ma quando due vescovi parlano come Pinocchio, l’autorità è già scemata.

Il silenzio del Concilio nel testo di Ratzinger sul sacerdozio. Molti hanno già notato che la insistenza – caricaturale in Sarah, più insidiosa in Ratzinger – sulla qualità “ontologica” del celibato per il sacerdozio è apertamente in contrasto con un testo conciliare come Presbyterorum ordinis 16. Ma se fosse solo per questo, sarebbe ancora poca cosa, anche se il fatto che un Cardinale Prefetto di Congregazione del culto e un Vescovo emerito di Roma non citino mai il testo più autorevole sul “celibato” parlando del tema dovrebbe già preoccupare.

            Ma la preoccupazione maggiore è che, nel parlare di celibato, si descrive il sacerdozio, si propone esegesi biblica, di delinea il senso del culto, si configura lo spazio ecclesiale. E in tutto questo si procede “come se il Concilio non fosse mai stato celebrato”. Si propongono ermeneutiche bibliche del tutto arbitrarie, pretendendo di non tener conto dei risultati di decenni di studi circa il senso del rapporto tra sacrificio e sacerdozio, come se Dei Verbum, 18 novembre 1965 [Paolo vescovo, servo dei servi di Dio, unitamente ai padri del sacro Concilio a perpetua memoria] 

www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_const_19651118_dei-verbum_it.html

Si procede ad una identificazione della “relazione con Cristo” come se fosse lo “specifico presbiterale” e non il “comune battesimale”, come se Lumen gentium non avesse riletto la esperienza ecclesiale anzitutto come “comunione del popolo di Dio”, come “corpo di Cristo”, come “tempio dello spirito”.

www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_const_19641121_lumen-gentium_it.html

 Si ragiona sull’atto di culto come se l’azione rituale fosse una questione a tu per tu, tra il prete e Cristo, e non coinvolgesse, originariamente, l’assemblea radunata, essendo caratterizzata da quella “partecipazione attiva” che Sacrosanctum Concilium colloca al centro della dinamica rituale.

www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_const_19631204_sacrosanctum-concilium_it.html

Insomma, il libro, non tanto nelle sguaiate parole del cardinale Sarah, quanto nelle più studiate espressioni del teologo Ratzinger, appare l’ultima conseguenza di un “dispositivo di blocco”, di una “rimozione” e di una negazione. Il Concilio Vaticano II, nel libro, è citato solo una volta, ma, come sempre nell’ultimo Ratzinger, solo come motivo di preoccupazione. Per usare le metafore che il 12 ottobre del 2012 egli utilizzò, dalla finestra su Piazza S. Pietro: il Concilio fu associato, in contrasto alla “nuova Pentecoste”, al “peccato originale”, alla “zizzania”, al “vento contrario”, ai “pesci cattivi”. Anche in questo testo il Concilio non c’è. Tace. Anzi è esplicitamente e clamorosamente smentito. Il celibato ontologico è figlio di un sacerdozio clericale che genera liturgia antica e chiesa tridentina. Ogni alternativa sembra “menzogna” o “corruzione”.

            Padri e figli, nostalgia e profezia. Chi non ha capito, o non vuol capire, ha parlato di “una tempesta in un bicchier d’acqua”: che cosa c’è di strano se sul celibato si discute nella Chiesa? Come sempre, le posizioni possono essere diversificate, anche su un tema delicato come il celibato. Ma se si utilizza un tema marginale, facendolo diventare tanto centrale, che dalla definizione del celibato discende una visione del sacerdozio, del culto e della Chiesa che nega tutto ciò che il Concilio Vaticano II ha affermato, e chiude tutto ciò che il Concilio ha aperto, allora è chiaro che a questa nostalgia aggressiva va posto un limite: la negazione sistematica del Concilio deve essere apertamente e autorevolmente impedita.

            Un padre può arrivare a scandalizzarsi a tal punto del figlio, che giunge persino a ripudiarlo. Così, mi pare si debba dire di J. Ratzinger, che si vergogna a tal punto del suo figlio “vaticano2” – perché il Concilio è e resta suo figlio – che non ne parla più. Anzi, fa di tutto per smentirlo e per infangarlo. Ma il Concilio, nonostante questo ripudio, è stato a sua volta padre, e ha generato tanti figli. Tra cui c’è anche Jorge Mario Bergoglio. Che del Concilio è figlio contento, felice e sorridente. Così, tra i due papi, il rapporto non è diretto. Tra i due sta il Concilio Vaticano II. Di cui Benedetto è stato padre, pieno di rimorso, mentre Francesco è figlio, pieno di entusiasmo.

            Rispettiamo le biografie, certo: il rapporto di paternità non è mai lineare. Ma la Chiesa deve camminare. Il sacerdozio comune dei fedeli, la liturgia partecipata e celebrata dalla assemblea, la Chiesa come popolo di Dio sono la irreversibilità dello Spirito. La nostalgia non è mai stata capace di magistero. La profezia, invece, è vivace e non si riesce a fermarla. Tanto meno può essere arrestata dalla ostentazione ipocrita di una falsa obbedienza di figli al padre, quando si tratta solo di padri che non vogliono a nessun costo riconoscere i loro figlio e il loro nipote: ossia il Concilio dalla indole pastorale e il papa che viene dalla fine del mondo. Avendo manifestato nel modo più chiaro questa viscerale volontà di ripudiare il Concilio Vaticano II, il volume “Dal profondo del nostro cuore” si rivela come un “de profundis” per questo disegno ostile, davvero poco filiale.

Andrea Grillo blog: Come se non      17 gennaio 2020

www.cittadellaeditrice.com/munera/dal-profondo-del-cuore-e-un-de-profundis-ovvero-il-concilio-vaticano-ii-non-e-un-optional

 

Anche a Salerno monsignor Bettazzi spiega a Ratzinger cosa pensa il Papa del Vaticano II

Salerno- Il convegno sui cinquant’anni del concilio Vaticano II che si è tenuto a Salerno, organizzato dalle comunità parrocchiali del Volto Santo e di Gesù Redentore, ha visto come relatore mons. Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea (1966-1999) e presidente di Pax Christi. Partecipò al Concilio Vaticano II nel 1963, essendo vescovo ausiliare del card. Giacomo Lercaro, trasferito ad Ivrea il 26 novembre 1966; divenuto emerito il 20 febbraio 1999.

 

            Bettazzi, classe 1923, vescovo a quarant’anni nel 1963, è tra i sessantanove superstiti dell’assise sinodale che lo scorso 11 ottobre 2012 hanno partecipato con il Papa all’apertura dell’anno della fede nella ricorrenza altresì della cerimonia d’inizio del concilio nel 1962. E a Bettazzi non ha fatto difetto la verve, che da sempre lo caratterizza e che, lungi dal relegarlo nel novero dei patriarchi sul fronte anagrafico, ne fa un’icona vivente dello “spirito del concilio”. Con questa sigla si è voluto da parte dei settori progressisti della Chiesa convalidare la pretesa di una continua riforma che andasse oltre la lettera dei testi dell’assise stessa. Una ecclesia semper reformanda che partisse dal Vaticano II per approdare oltre la forma e la sostanza della sua stessa costituzione, voluta, come dovrebbe essere chiaro, da Gesù Cristo. Non così per Benedetto XVI che invece invita a riscoprire la lettera del concilio per ricollocarla nell’alveo di duemila anni di Tradizione.

            Su questo Bettazzi ha addirittura ipotizzato l’inautenticità di quanto pubblicamente dichiarato da Ratzinger nel suo primo anno di pontificato, allorché, nello scambio di auguri natalizi con la curia romana, tenne uno dei suoi discorsi più citati, sintesi della sua esperienza di teologo e di pastore, proprio sull’ermeneutica della discontinuità contrapposta a quella della continuità nella ricezione del Vaticano II.

“Quel che scrivono per il Papa”, è stata la sua lapidaria sentenza, quasi che in un discorso del genere possa intervenire un qualsiasi ghost writer anche solo per contribuire ad illustrare una potente sintesi di pensiero autenticamente ratzingeriana.

Nicola Russomando    Eolopress.it    22 novembre 2012

www.eolopress.it/eolo/index.php?option=com_content&view=article&id=5612:anche-a-salerno-monsignor-bettazzi-spiega-a-ratzinger-cosa-pensa-il-papa-del-vaticano-ii&catid=72:cultura&Itemid=122

 {Luigi Bettazzi, vescovo dal 4 ottobre 1963 al Concilio Vaticano II (1962-1965) ebbe confronti con mons. Ratzinger, che partecipò come consulente teologico dell’arcivescovo di Colonia cardinale Josef Frings e poi come perito. Divenne arcivescovo il 28 maggio 1977.}

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CHIESE EVANGELICHE

Celibato, obbligo o scelta?

L’Agenzia NEV ha intervistato il teologo valdese Paolo Ricca sul tema del celibato ecclesiastico e delle recenti richieste provenienti dal Sinodo dell’Amazzonia di aprire all’ordinazione degli uomini sposati.

www.nev.it/nev/2019/10/30/sinodo-amazzonico-preti-sposati-domandina-del-teologo-valdese-fulvio-ferrario

Preti sposati, qual è la posizione dei protestanti?

La posizione è quella scelta dai Riformatori del XVI secolo che hanno ritenuto che non ci fossero motivi biblici o di altra natura perché i ministri, e in particolare i pastori di comunità, non fossero sposati. Quindi, i Riformatori stessi, senza eccezioni, si sono sposati. Lutero stesso, anche se a dire il vero si sposò molto tardi, è stato marito, divenendo poi padre di sei figli e figlie.

 Joseph Ratzinger ha chiesto di togliere la sua firma dal libro del prelato guineano Robert Sarah, in uscita in Francia con titolo “Dal profondo del nostro cuore”. Nel volume è presente un saggio introduttivo del papa emerito che avrebbe scritto “non posso tacere”, chiedendo a papa Francesco di non permettere l’ordinazione sacerdotale di uomini sposati proposta dal Sinodo sull’Amazzonia. Cosa ne pensa?

Io penso che il celibato sia una possibilità, sia per il cristiano qualunque, il cristiano laico, sia per il cristiano incaricato di un ministero, che sia un ministero sacerdotale, pastorale, diaconale, dottorale o altre forme di ministero apostolico. È una possibilità, di cui la Bibbia parla. Gesù a quanto pare non era sposato, ma l’idea che ci sia incompatibilità tra matrimonio e ministero di qualunque natura, nella chiesa, e parlo di ministero maschile e femminile, perché questo vale ovviamente anche per le donne, è un’idea che non ha nessuna radice biblica.

Se uno sente di essere chiamato a una vita come single, come si dice oggi, come persona singola, bene. Nessuno lo vieta. È anche previsto nella prima lettera ai Corinzi al capitolo 7, dedicato a queste questioni. È una possibilità che, per essere autentica, io penso debba restare libera. Nel momento in cui diventasse una legge, diventasse obbligatoria e si affermasse, come mi sembra sostenga Ratzinger, che c’è un rapporto ontologico, cioè di sostanza, tra celibato e ministero sacerdotale o pastorale (il quale verrebbe messo in discussione, anzi verrebbe negato o comunque irrimediabilmente compromesso dal fatto di avere un rapporto coniugale o matrimoniale), questa affermazione è assolutamente, secondo me, priva di qualunque fondamento biblico e dunque, con tutto il rispetto, priva di verità e di autorità cristiana. Non è una cosa che la fede cristiana deve accettare, questo è il punto. Non è una cosa a cui si deve obbedire in nome della fede.

Naturalmente tutte le posizione sono degne di essere meditate, non si disprezza nulla e nessuno, ma non mi sento di dire altro. È un’opinione rispettabile, come tutte, ma nulla di più. Un’opinione che non ha nulla di specificamente e autorevolmente cristiano.

Secondo lei il celibato ecclesiastico andrebbe abolito?

Quello che si deve abolire non è il celibato, ma l’obbligo del celibato. L’obbligatorietà è ciò che tradisce la natura stessa del celibato. Non che uno sia obbligato a sposarsi, ma l’obbligo del celibato è anche una violazione dei diritti umani. Chiunque accetti questa legge lo fa volentieri, volenterosamente, per mille ragioni spirituali, religiose o non religiose. Però, così come è un diritto umano il celibato, così è un diritto umano il coniugio. Amare una persona è un diritto, non è un delitto. Tutti sanno che c’è l’attrazione dei sessi.

Ed è una cosa sacrosanta, l’unica grazie alla quale l’umanità sopravvive. Senza essa, senza l’attrazione, non ci sarebbe futuro. Il matrimonio può complicare o risolvere problemi, come tutte le situazioni umane della vita. Non esiste una mistica del matrimonio, e neanche una mistica del celibato.

Cosa succederebbe se venisse abolito l’obbligo del celibato?

Se si arrivasse all’abolizione dell’obbligo di celibato sarebbe una liberazione. Si capirebbe in tutto il mondo che ministero e matrimonio (l’amore coniugale e familiare) possono coesistere, oppure no, ma non possono essere scelte imposte. È chiaro che una vita familiare infelice, del pastore, o del prete, può riflettersi negativamente sull’esercizio del ministero, ma questo non giustifica imporre una scelta. Ratzinger sosterrebbe nel suo saggio che nell’Antico Testamento i sacerdoti dovevano promettere di astenersi da ogni atto sessuale con la propria moglie, vivendo da fratello e sorella. Non lo sapevo, mi riesce molto strano crederlo, ma sarebbe una legge iniqua. Dietro tutto questo c’è il sospetto, per non dire la convinzione, che la sessualità sia peccaminosa in sé, che qualunque atto sessuale tu compia, tu pecchi. Perché il peccato è lì da qualche parte, in modo misterioso. È un’idea antichissima, diffusissima anche nel cristianesimo e, forse, una delle ragioni per cui la rinuncia alla sessualità è stata capita come primo passo per la santità. Ma queste sono teorie fuori dalla Sacra Scrittura.

Io non ho una sapienza diversa da quel poco che posso capire dalla Bibbia, dove tutto questo non esiste. Pensiamo al Cantico dei cantici. È un manifesto della sessualità come grazia divina, uno dei più bei doni che l’umanità possa sperimentare.

Intervista a Paolo Ricca a cura di Elena Ribet             14 gennaio 2020

www.nev.it/nev/2020/01/14/celibato-obbligo-o-scelta-paolo-ricca-interviene-su-matrimonio-dei-preti

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CINEMA

Il filo rosso che congiunge la «Laudato si’» e «La Strada»

Federico Fellini è uno dei registi preferiti da Papa Francesco e in particolare c’è un film da lui molto amato, La strada, del 1954. In esso c’è un momento che più volte il Papa ha citato, nelle catechesi pubbliche così come negli incontri con i ragazzi di Scholas Occurrentes, ed è la sequenza di Gelsomina e il Matto.

È una scena notturna, che si apre con il pianto sconsolato della protagonista (mirabilmente interpretata da Giulietta Masina) che riceve il conforto del Matto, un saltimbanco toscanaccio scombinato, irriverente e sfrontato (l’attore Richard Basehart) che però, come ogni folle che si rispetti, è capace di dire, al momento non opportuno ma giusto, parole di verità. Parole che riusciranno a consolare la disperata Gelsomina che uscirà di scena con un sorriso fiero e luminoso.

Alla giovane e semplice ragazza che grida il suo scoramento per sentirsi inutile e vorrebbe smettere di vivere, il Matto risponde: «Tu non ci crederai, ma tutto quello che c’è a questo mondo serve a qualcosa. Ecco, prendi quel sasso lì, per esempio», «Quale?», «Questo (…) uno qualunque. Ecco, anche questo serve a qualcosa, anche questo sassetto». «E a cosa serve?». «Serve (…) ma che ne so! Se lo sapessi sai chi sarei?». «Chi?». «Il Padreterno che sa tutto: quando nasci e quando muori. Non lo so a cosa serve questo sasso io, ma a qualcosa deve servire. Perché se tutto è inutile, allora è inutile tutto. Anche le stelle, almeno credo (…) e anche tu. Anche tu servi a qualcosa, con la tua testa di carciofo».

            Tutto serve a qualcosa, anche le stelle, anche una persona “scartata” come Gelsomina e anche un sassolino minuscolo e apparentemente insignificante. «Tutto è connesso» ripete spesso Papa Francesco: è questo uno dei messaggi centrali del suo pontificato e dell’enciclica Laudato si’. E se tutto è connesso ne consegue che tutto ha valore, tutto è importante e quindi non esistono storie piccole, non esiste una persona che non sia frutto dell’amore creativo e gratuito di Dio. Da qui la dignità di ogni singola esistenza. Quella dignità di cui ha saputo rivestire, con delicata pietà, ogni personaggio il genio creativo del regista riminese.

Andrea Monda, direttore        L’Osservatore romano           18 gennaio 2020

www.osservatoreromano.va/it/news/gelsomina-il-matto-e-quel-sassolino-cosi-important

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CITAZIONI

Cristiani nella società: il valore dell’eguaglianza

Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti. Le distinzioni sociali non possono essere fondate che sull’utilità comune (Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, 26 agosto 1789, art. 1)

            Tutti gli esseri umani nascono liberi ed uguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza (Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e del cittadino, 10 dicembre 1948, art. 1)

Tutti gli uomini, dotati di un’anima razionale e creati ad immagine di Dio, hanno la stessa natura e la medesima origine; tutti, redenti da Cristo, godono della stessa vocazione e del medesimo destino divino: è necessario perciò riconoscere ognor più la fondamentale uguaglianza fra tutti (Gaudium et spes, 29, 7 dicembre 1965)

            È indubbio che il cristianesimo, fin dal suo sorgere, abbia introdotto una radicale originalità nei rapporti tra religione e società, tra appartenenza religiosa e appartenenza alla polis. Quando Gesù ha insegnato che occorre «rendere a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (Mc 12, 17 e par.), è stata affermata una distinzione tra potere politico ed evento cristiano capace di scuotere in profondità i rapporti sociali e la vita della collettività. E a questo proposito si deve confessare che i cristiani stessi non sempre hanno saputo trarre le dovute conseguenze da questa parola di Gesù: il loro rapporto con la società ha trovato soluzioni molto diverse nella storia, diventando, di volta in volta, occasione di incontro, di confronto, talora addirittura di scontro tra Chiesa e società civile.

            Se ripercorriamo brevemente la storia del cristianesimo, troviamo alle origini un atteggiamento dei cristiani che poteva apparire di astensione, di fuga rispetto alla polis. Nei primi tre secoli i cristiani riconoscono la legittimità dell’impero romano – Tertulliano, per esempio, assicura che i cristiani pregano incessantemente perché nella società regnino pace, giustizia e ordine sociale, e pregano dunque anche per le autorità politiche – ma la loro lotta anti-idolatrica provoca diffidenza nei loro confronti. Sovente essi si rifiutano di fare parte dell’esercito imperiale, si astengono dal partecipare all’amministrazione civile, si mostrano critici verso i costumi e le consuetudini sociali della polis: ciò spiega le persecuzioni che si abbattono su di loro a fasi alterne durante i primi secoli della nostra era. Secondo la testimonianza di Origene (240 ca.), Celso accusa i cristiani in questi termini: Celso ci esorta a partecipare al governo della patria, quando ciò sia necessario, e a fare questo per la salvezza delle leggi e della pietas. Ma noi, in qualunque città abitiamo, conosciamo una specie diversa di patria, fondata sulla parola di Dio […]. Non è per sfuggire ai doveri civili di questa esistenza che noi cristiani ci asteniamo da certe responsabilità, ma per dedicarci a un servizio più santo.

            Un bellissimo testo della stessa epoca, la Lettera a Diogneto, parla dei cristiani come «anima nel mondo», legge tutta la loro solidarietà con la compagnia degli uomini, mostra una visione positiva della società e una simpatia con la storia degli uomini, pur non chiedendo ai cristiani di partecipare direttamente alla costruzione della città terrena. Basti citare un passo assai noto di questo piccolo capolavoro: I cristiani non si distinguono dagli altri uomini né per territorio, né per lingua, né per abiti. Non abitano neppure città proprie, né usano un linguaggio particolare, né conducono un genere speciale di vita […]. Ogni terra straniera è patria per loro e ogni patria è terra straniera. Si sposano come tutti e generano figli, ma non espongono i loro nati. Mettono in comune la mensa ma non il letto.

            In questo brano appare molto chiara la differenza dei cristiani, che risulta dal loro essere una minoranza all’interno di una società pagana; una minoranza che sa vivere con simpatia tra i non cristiani e che, nel contempo, è consapevole di poter offrire un contributo specifico su un tema per lo più sconosciuto al mondo circostante: il tema della concreta condivisione dei beni, strumento per trascendere le differenze e le disuguaglianze sociali.

            Ma all’inizio del IV secolo la Chiesa, con il battesimo dell’imperatore Costantino, dà origine alla cristianità, in cui potere politico e religioso non saranno quasi mai identificati, ma ove il potere – l’universalis potestas – è pensato, proclamato e percepito come cristiano: è il lungo periodo del compromesso tra Chiesa e potere politico in occidente e, specularmente, del monolitismo teocratico in oriente. E così la Chiesa, da perseguitata, finisce per trovarsi nella posizione di chi convive con il grande potere imperiale diventato cristiano, traendone anche benefici. Mi piace ricordare la reazione a questa nuova situazione da parte di Ilario, vescovo di Poitiers, che nel 360 scrive: Combattiamo contro un persecutore insidioso, un nemico che lusinga […]. Non ferisce la schiena con la frusta, ma carezza il ventre; non confisca i beni, dandoci così la vita, ma arricchisce, e così ci dà la morte; non ci spinge verso la vera libertà imprigionandoci, ma verso la schiavitù onorandoci con il potere nel suo palazzo; non colpisce i fianchi, ma prende possesso del cuore; non taglia la testa con la spada, ma uccide l’anima con l’oro e il denaro.

            Dal V all’XI secolo, poi, la Chiesa si trova investita di funzioni di supplenza, a causa della caduta dell’impero romano d’occidente e dell’«emergenza barbarica», fino ad assumere un potere che si manifesterà sempre più come temporale: essa commette così il peccato di non dare più a Cesare quello che è di Cesare, ma di pretendere per l’autorità religiosa anche la funzione politica…

            Ma la storia avanza e questa compromissione conosce significative contraddizioni. A partire dal XVI secolo, in particolare, inizia un percorso di autonomia delle sfere umane rispetto a quelle di competenza della religione e a qualsiasi riferimento al trascendente. Mentre la cristianità, ossia quell’identità tra società e Chiesa nata con la pax costantiniana, va in frantumi, la scienza rivendica un’autonomia della ragione scientifica rispetto alla verità della religione; la politica rivendica la sua alterità, soprattutto dopo le sanguinose guerre di religione, ed elabora un diritto fondato su base razionale, non più religiosa; anche la morale, seppur più lentamente, cerca una sua fondazione autonoma rispetto a qualsiasi riferimento trascendente. È l’epoca della modernità, in cui la laicità appare come il frutto del processo di secolarizzazione, cioè del progressivo allontanamento dall’influsso della religione cristiana sulla vita della società.

         Questo processo è stato vissuto, soprattutto nei Paesi cattolici, mediante una forte contrapposizione tra le idee propugnate dall’Illuminismo, diffuse anche dalla rivoluzione francese, e la tradizione cattolica, con esiti molto diversi da nazione a nazione. In Francia la laicità si è posta in termini non solo di separazione tra Stato e Chiesa, ma anche di esclusione dallo spazio politico di ogni riferimento religioso, con la conseguenza di relegare l’appartenenza religiosa e la sua espressione nella sfera privata. In altri Paesi, come l’Italia e la Spagna, il rapporto tra Stato e Chiesa è stato segnato da vicende alterne, in cui il cattolicesimo ha cercato di ergersi a religione di Stato, accarezzando ancora l’ipotesi di uno Stato confessionale. Per restare all’Italia, con la caduta del potere temporale della Chiesa e la fine dello Stato pontificio, i cattolici sono stati indotti ad astenersi dal partecipare alle istituzioni di uno Stato che aveva negato alla Chiesa il suo secolare potere politico.

            Negli stessi anni, però, si è aperta una nuova fase in cui è maturata poco per volta una necessaria distinzione degli ambiti: da parte della Chiesa è apparsa possibile la rinuncia alla propria egemonia normativa, da parte dello Stato la rinuncia a porsi in posizioni di scontro rispetto alla Chiesa. È stata una stagione in cui i cristiani hanno dovuto inventare modi di partecipazione alla vita della polis, mentre la Chiesa ha formulato la «dottrina sociale» per dare un’ispirazione conforme alla fede a questa inedita forma di partecipazione dei cristiani alla storia e al mondo. Insomma, è maturata una giusta separazione tra Stato e Chiesa, ma anche una presenza dei cristiani nella politica, nella vita sociale, nella lotta per la giustizia, la pace, i diritti dell’uomo, la libertà. E così, nell’ora del Concilio Vaticano II e negli anni immediatamente successivi, i cristiani hanno formulato un giudizio ampiamente positivo su questo processo di secolarizzazione e di scoperta della laicità dello Stato, come testimonia, per es., l’esortazione apostolica di Paolo VI Evangelii nuntiandi. Ed è stato lo stesso Paolo VI a leggere nella fine del potere temporale della Chiesa un evento provvidenziale, in quanto ha reso la Chiesa stessa più evangelica e ha abilitato i cristiani alla costruzione della polis insieme agli altri uomini.

A mio avviso, si è trattato di una stagione di cui oggi non siamo purtroppo ancora in grado di fare una lettura intelligente; ma un giorno sarà possibile con fierezza divenire consapevoli dell’apporto che i cristiani, e i cattolici in particolare, hanno dato all’idea e alla costruzione dell’Europa, allo sviluppo della democrazia nel nostro Paese, all’emergere di valori legati alla difesa e alla promozione della persona umana.

I cittadini e l’uguaglianza. In questa storia della presenza dei cristiani nella società, quale apporto essi hanno fornito riguardo al valore dell’uguaglianza?

È indubbio che i cristiani abbiano sempre confessato l’uguale dignità dell’uomo e della donna, così come di ogni essere umano, a qualunque etnia, lingua o popolo appartenga. E questo perché le Sante Scritture affermano, fin dalla prima pagina del libro della Genesi: «Dio creò il terrestre a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò» (Gen 1, 27). E quando il cristianesimo si è inculturato nel mondo greco-romano ha anche ereditato il diritto di uguaglianza forgiato da quella cultura, l’isonómia [eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge], principio che informava di sé la vita della polis. Di più, in nome della fede cristiana Paolo è giunto a dichiarare che, dopo l’evento Gesù Cristo, tutti gli esseri umani sono «originalmente» uguali: «Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3, 28). Ecco perché le differenze di etnia, di classe e di sesso nello spazio ecclesiale sono superate per mezzo della caritas, quell’amore unilaterale che non esige neppure di essere corrisposto. In tal modo il cristianesimo ha favorito quel processo per cui il principio dell’uguaglianza è giunto a riguardare davvero tutti gli appartenenti alla polis, non solo i civites ma anche i barbari; va riconosciuto che, soprattutto nell’ora della pressione da parte dei barbari ai confini della civitas romana, i cristiani hanno saputo dare un grande contributo, riconoscendo l’uguaglianza dei diritti a tutti quelli che entravano a far parte di quello spazio civile.

            D’altra parte, occorre purtroppo ammettere che ben presto, già a partire dalla fine del IV secolo, il cristianesimo è stato foriero di disuguaglianza: infatti coloro che restavano fedeli alla religio dei padri, al paganesimo, venivano privati dell’uguaglianza con i civites, ormai identificati esclusivamente con cristiani appartenenti alla grande Chiesa… Insomma, se nel 313 il cristianesimo era divenuta religio licita, religione lecita al pari dei culti pagani, nel 392 l’imperatore Teodosio I, influenzato anche da Ambrogio, emise a Milano un editto che stabiliva la messa al bando di qualunque sacrificio pagano pubblico o privato, e vietava per la prima volta l’accesso ai santuari e ai templi e l’adorazione di statue. In quel testo si afferma, tra l’altro, che chi praticava la religione dei romani doveva essere accusato di lesa maestà: era reus majestatis, reus violatæ religionis.

            Durante il «regime di cristianità», di fatto, i cristiani accettarono di convivere con le disuguaglianze che segnavano la società: disuguaglianza uomo-donna, disuguaglianze economiche, disuguaglianze giuridiche; essi accettarono persino la disuguaglianza religiosa, la cui conseguenza più nefasta fu quella di rendere vittime gli ebrei, gli eretici, i pagani, quanti cioè erano extra ecclesiam. L’annuncio del Vangelo continuava ad affermare l’uguaglianza di tutti gli uomini, ma in realtà si accettava e si instaurava la disuguaglianza in nome di una sua interpretazione restrittiva, che non riconosceva uguali diritti e uguale dignità a chi non apparteneva alla societas cristiana… E qui occorre ricordare che lungo tutto il Medioevo solo gli ideali monastici hanno permesso di tenere viva l’esigenza dell’uguaglianza tra barbari e latini, tra nobili e appartenenti alle classi sociali più basse, tra ricchi e poveri. Nella vita cristiana secolare, invece, il magistero restava chiuso nello schema dell’«uguaglianza proporzionale», che riconosceva a ciascuno solo ciò che gli era dovuto in base al suo rango, in base all’ordo e alla potestas accordatigli dal consesso civile.

Alle nuove esigenze spirituali di uguaglianza, emerse anche grazie alle istanze sollevate dalla Riforma, la Chiesa cattolica reagirà in modo sordo e negativo, fino a esprimere un magistero difensivo e apologetico, che condannerà la «modernità», soprattutto in seguito all’emergere di dottrine riguardanti proprio la libertà e l’uguaglianza: basterebbe ricordare come in quei secoli il cristianesimo si sia macchiato della pratica della schiavitù, giustificandola anche a livello giuridico. Tra il XVIII e il XIX secolo si consumerà dunque un grave scontro tra le Chiesa e il pensiero liberale e illuministico: come dimenticare in proposito la condanna ecclesiastica della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, enunciata a Parigi dall’Assemblea Nazionale nel 1789? Sì, va detto con chiarezza: se in quei secoli c’è stata affermazione del diritto di uguaglianza, questo è avvenuto fuori dello spazio cattolico, e con una dura opposizione della Chiesa, che ha conosciuto il suo apice nel magistero di Pio IX, sintetizzato nel Sillabo del 1864.

Syllabus complectens praecipuos nostrae ætatis errores è un elenco di ottanta proposizioni che papa Pio IX pubblicò insieme all’enciclica Quanta cura nella ricorrenza della solennità dell’Immacolata Concezione, l’8 dicembre 1864.

www.vatican.va/content/pius-ix/it/documents/encyclica-quanta-cura-8-decembris-1864.html

Il rapporto tra Chiesa e società civile oggi. Quale rapporto si può cogliere tra Chiesa e società civile in quest’ora della «globalizzazione», nell’ora della percezione sempre più diffusa del mondo come «villaggio globale»? Come si collocano oggi i cristiani nella società? Possiamo dire con sicurezza che l’autonomia tra Chiesa e Stato è un dato accettato ormai da tutti, almeno in occidente; la definizione della laicità dello Stato richiede però una continua revisione, per i mutamenti e le dinamiche accelerate nella società odierna. Di fatto la laicità va costantemente ridefinita, proprio tenendo conto di alcuni nuovi elementi socio-culturali.

            Innanzitutto occorre tener presente che siamo in una nuova fase della secolarizzazione, in cui si registra l’emergenza del soggetto, dell’individuo, che si percepisce come autoreferenziale, unicamente teso a realizzare il proprio desiderio e incentrato sul proprio interesse: i desideri di questo soggetto tendono ad essere sentiti come «diritti» dell’individuo. Zygmunt Bauman, sociologo, filosofo e accademico polacco, descrive giustamente la nostra società come società di «turisti consumatori», in cui vige il primato del «fare esperienze», del perseguire il proprio desiderio in modo narcisistico. È una società senza un orizzonte comune, senza la preoccupazione della solidarietà e della percezione dell’altro in vista di un bene comunitario: individualismo indifferente ed edonismo egoista tendono a richiedere da parte dello Stato il riconoscimento di pretesi «diritti» che pongono la politica in congiunture finora inedite.

            Un novum molto appariscente è poi la sopravvenuta condizione di minoranza da parte dei cristiani, minoranza numerica di fronte a una gran massa di indifferenti e di agnostici rispetto alla fede; in Italia tale condizione è però difficile da misurare, perché il 90% dei cittadini si dichiara cattolico, ma solo il 25% ha una prassi almeno domenicale di partecipazione alla vita cristiana… Questa condizione di minoranza è inoltre accentuata dal pluralismo delle religioni e delle culture ormai vistosamente presenti nella nostra società, un fenomeno che caratterizza in modo crescente la popolazione delle nostre città. Tale situazione di pluralismo di fedi, di visioni del mondo e, soprattutto, di etiche diverse, investe i vari livelli del rapporto tra fede e ragione, compreso il concetto di uguaglianza, causando reazioni di paura, sospetto, scontro…

            In altre parole, come custodire e approfondire l’identità cristiana senza cadere in atteggiamenti di chiusura preconcetta e di rifiuto, di intolleranza e di rigetto? E come vivere questa volontà di incontro, questa possibilità di dialogo, senza cadere nella tentazione secondo cui «una religione vale l’altra», abdicando così anche alla propria storia e tradizione? Il problema non riguarda solo l’identità della fede cristiana, ma anche quella culturale di un popolo: in entrambi questi ambiti si assiste al fiorire di atteggiamenti ispirati da paura, da difesa di una identità definita una volta per sempre, quasi che ogni identità personale e culturale non si costruisse attraverso l’incontro e il confronto con gli altri!

            Infine, un altro aspetto che costituisce come il quadro di fondo della situazione attuale è l’enorme capacità tecnologica causata dai progressi della scienza. Le conquiste scientifiche hanno portato l’uomo a un potere impensato e dai limiti sconosciuti: si è giunti fino alla possibilità di creare con mezzi tecnologici l’uomo stesso e, specularmente, a quella di distruggere l’umanità e la vita sulla terra. Si pensi, per es., alle potenzialità che la scienza oggi possiede in ordine alla determinazione del nascere e del morire di ogni uomo… Anche questa situazione richiede una ridefinizione della laicità dello Stato, il quale è chiamato a legiferare sovente su materie che dividono e contrappongono le etiche e le fedi presenti nella società.

            Nel febbraio del 2005 Giovanni Paolo II, in occasione dell’anniversario della legge sulla separazione tra le Chiese e lo Stato promulgata in Francia nel 1905, scriveva ai vescovi francesi: Il principio di laicità, se ben compreso, appartiene alla dottrina sociale della Chiesa. Esso ricorda la necessità di una giusta separazione dei poteri […]. La non confessionalità dello Stato permette a tutte le componenti della società di lavorare insieme al servizio di tutti e della comunità nazionale […]. La laicità, lungi dall’essere un luogo di scontro, è realmente l’ambito per un dialogo costruttivo, nello spirito dei valori di libertà, di uguaglianza e di fraternità.

               Nonostante queste affermazioni così chiare e decisive, noi assistiamo in realtà sempre di più ad atteggiamenti che finiscono per causare scontro e polemica tra Stato e Chiesa, tra cristiani e non cristiani, tra i laici non cristiani e alcune porzioni di Chiesa, proprio su come siano da intendere la laicità e l’uguaglianza dei diritti di quanti appartengono alla polis. Negli ultimi anni è in atto anche una ripresa dell’anticlericalismo, atteggiamento che è sempre una reazione a un clericalismo che si nutre di intransigenza, di posizioni difensive e di non rispetto dell’interlocutore non cristiano…

Conclusione. La “differenza cristiana” Alla Chiesa è chiesto di stare nel mondo, nel pieno degli impegni e delle problematiche, con umiltà e intelligenza, senza pregiudizi né atteggiamenti ideologici, e senza logiche di inimicizia. Di certo, nell’opera di edificazione della polis che li accomuna agli altri uomini, i cristiani non hanno certezze o ricette: il Vangelo non fornisce formule magiche in base alle quali indicare la via che conduce infallibilmente alla realizzazione degli obiettivi di una polis. L’obbedienza creativa al Vangelo abilita invece il cristiano a immergersi nella storia, nella compagnia degli uomini, portando sempre un messaggio profetico, un messaggio per l’uomo.

            Tale atteggiamento dovrebbe manifestarsi anche a proposito del tema dell’uguaglianza: non si dimentichi che nelle comunità cristiane delle origini vi è stata l’abilità di tradurre il messaggio dell’agape, dell’amore, in concreti atteggiamenti di uguaglianza. Basterebbe leggere i cosiddetti «sommari» degli Atti degli apostoli (cfr. At 2, 42-45; 4, 32-35; 5, 12-16), per comprendere come l’uguaglianza non fosse affermata solo in termini di dignità umana, ma anche a livello materiale: «Tutto era tra loro comune e a ciascuno era dato secondo il suo bisogno» (cfr. At 4, 32.35). Nessun egualitarismo, certo, ma una dinamica feconda in cui l’uguaglianza contrassegna la comunità cristiana e appare come una realizzazione visibile della forma della koinonia [comunione] richiesta dal Vangelo.

Ebbene, in una società come la nostra, caratterizzata da relazioni fragili, conflittuali e di tipo consumistico, i cristiani sono chiamati a vivere una differenza proprio nella qualità delle relazioni, divenendo quella comunità alternativa che esprima, a favore di tutti gli uomini, la possibilità di relazioni gratuite, forti e durature, cementate dalla mutua accettazione e dal perdono reciproco. In questo consiste a mio avviso la «differenza cristiana», una differenza che chiede oggi alla Chiesa di saper dare forma visibile e vivibile a comunità plasmate dal Vangelo: nella costruzione di una vera communitas il cristianesimo mostra la propria eloquenza e il proprio vigore, e dà un contributo peculiare alla società civile in cerca di progetti e idee per l’edificazione di una città veramente a misura d’uomo. Né si può dimenticare che proprio con la capacità di originare forme di vita comunitaria, inventando strutture di governo ispirate a corresponsabilità, rapporti di autorità vissuti come servizio, il cristianesimo mostra la sua vitalità storica e svolge un’importante diaconia per la società civile. Questa «differenza cristiana», infine, deve esprimersi soprattutto nell’attenzione ai poveri, agli ultimi: Gesù ha infatti detto con chiarezza che saranno proprio i poveri il metro del giudizio finale (cfr. Mt 25, 31-46). Di più, per noi cristiani i poveri sono certamente il sacramento di Cristo (cfr. 2Cor 8, 9), ma sono anche «il sacramento del peccato del mondo», e nell’atteggiamento verso di essi si misura la nostra fedeltà al Signore e il nostro vivere nel mondo quale corpo di Cristo.

            Sì, a mio avviso è decisivo che i cristiani oggi si esercitino più che mai, insieme agli altri uomini, nel cercare vie in cui l’uguaglianza dei diritti e della dignità delle persone, l’uguaglianza economica, l’uguaglianza di tutti i cittadini, a qualunque fede o etica appartengano, possa trovare realizzazione nella polis: su questo si gioca ancora una volta la loro fedeltà al Vangelo.

Enzo Bianchi, priore emerito della comunità di Bose, Magnano (Biella), il Mulino 24 dicembre 2019

Riproposizione   dell’articolo pubblicati nel “il Mulino”, n. 4/2007, con il consenso dell’autore]

 

www.rivistailmulino.it/news/newsitem/index/Item/News:NEWS_ITEM:4980

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CITTÀ DEL VATICANO

L’unico segno, la necessaria chiarezza. Il falso mito dei “due Papi”

Per quanto suggestivo possa apparire nelle serie televisive e in un film di un certo successo, quello dei “due Papi” è un falso mito, che è necessario smascherare, anche perché viene sempre più spesso rappresentato in certe cronache che fanno specchio a vere o presunte polemiche e manovre, innescate da interventi intorno a temi scottanti per l’oggi della Chiesa e l’avvenire del cristianesimo.

            A smentire la possibilità che nella Chiesa odierna vi siano due Papi è lo stesso Benedetto, il pontefice emerito, che ha sempre dichiarato «incondizionata reverenza e obbedienza» all’attuale Vescovo di Roma e ieri ha eliminato ogni equivoco, chiedendo di togliere il proprio nome sia dalla copertina sia dall’introduzione e dalle conclusioni dal volume del cardinal Robert Sarah sul celibato dei preti al quale aveva concesso un proprio saggio (uniche pagine che intende firmare). Questa chiarezza era indispensabile, così il lettore sa e comprende quale sia la posizione di Benedetto XVI e quanto invece non gli appartenga, perché scritto e divulgato da altri.

Finiscono con l’alimentare la falsa mitologia dei due Papi sia quelle rappresentazioni che sottolineano amicizia e continuità fra i due personaggi in questione, senza evidenziare l’obbedienza dell’emerito all’attuale Papa, ma molto più quelle che li contrappongono in maniera subdola e ideologicamente contrassegnata. La riflessione si impone, perché i credenti non vengano disorientati più di quanto non siano dal contesto culturale e sociale in cui vivono.

            Il Papa è il segno tangibile e concreto dell’unità della Chiesa, altro ruolo oltre questo non gli compete. In questo senso non può essere che uno e unico. Le epoche, da questo punto di vista certamente buie, in cui sono convissuti contemporaneamente Papi e antipapi, non hanno prodotto nulla di buono per il tessuto ecclesiale e spirituale della comunità credente. E solo quando qualcuno, come Giovanni XXIII (l’antipapa quattrocentesco), ha saputo con umiltà farsi da parte, si è ricostituita l’unità ecclesiale e ha ripreso vigore l’evangelo nel mondo. Senza questo unico segno di unità, il cristianesimo vivrebbe una frammentazione devastante e la divisione regnerebbe sovrana, laddove al contrario, nella lettera di Paolo agli Efesini leggiamo che «vi è [e quindi vi deve essere] un corpo solo e un solo Spirito, come pure siete stati chiamati a una sola speranza, quella della vostra vocazione. V’è un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, fra tutti e in tutti» (4, 4-6). Il dualismo non appartiene al cristianesimo cattolico, e quindi neanche alla fede cristiana tout court [a farla breve], è piuttosto frutto dello gnosticismo [movimento filosofico, religioso ed esoterico, a carattere iniziatico: forma di conoscenza spiritualistica e misticheggiante], storico e perenne, che costituisce una costante tentazione per coloro che credono.

            Per passare dalla Bibbia e dalla storia all’oggi, non possiamo dimenticare che il pontificato interrotto di papa Benedetto sia stato il vero gesto rivoluzionario che ha consentito la stagione di papa Francesco, con le sue innovazioni e la sua vivacità, sempre nel solco della tradizione della Chiesa cattolica. Abitare tale gesto, stupefacente e drammatico allo stesso tempo, significa rendersi conto che nella Chiesa vi è un solo Vescovo di Roma, ossia un solo Papa. Parlare di due Papi è insensato, come impegnarsi per contrapporre le due figure più significative dell’attuale contesto cattolico. E c’è da sospettare che dietro operazioni che adottano tale modalità, ci sia chi intende distruggere la Chiesa stessa, attentando alla sua prima nota costitutiva, che – come recitiamo nel Credo – è l’unità. Certo demitizzare i “due Papi” significa andare contro corrente e avere meno audience, ma non per questo ci si può esimere da tale compito.

            Ritenere che la tradizione sia da una parte e l’innovazione dall’altra significa non comprendere il senso autentico della tradizione stessa, che è radicalmente innovativa, in quanto non guarda solo al passato, ma si innesta nel presente e si apre al futuro. Questo vale per le strutture costitutive di quella religione che pone a suo fondamento la fede cristiana.

  1. a.       In primo luogo il culto e la liturgia, che, ininterrottamente, ma con linguaggio sempre nuovo, fa sì che il mistero si renda presente nell’oggi della sacramentalità. Qui il gesto e le parole fondamentali sono sempre le stesse: il pane che si spezza, l’acqua che si versa, le mani che si impongono, l’unzione con le parole che accompagnano e rendono sacramento il segno. Su questi fondamentali la Chiesa non ha alcun potere, in quanto le sono consegnati dalla rivelazione stessa, ma le modalità celebrative le sono affidate, perché la memoria non sia pura nostalgia e il presente non si rattrappisca in un passato preconfezionato.
  2. In secondo luogo la dottrina, che è chiamata a svilupparsi, secondo la feconda indicazione del santo cardinale John Henry Newman (*1801 – 1890). Uno sviluppo organico ed omogeneo, che, quando non è tale (o non è stato tale) ha prodotto i peggiori mali della Chiesa, ossia l’eresia e lo scisma.
  3.  In terzo luogo le strutture, chiamate a trasformarsi e modificarsi, nello spirito di quanto disegnato da papa Francesco nel suo ultimo discorso alla Curia romana (21 dicembre 2019). I binari di tale trasformazione sono stati indicati nell’evangelizzazione e nella promozione umana, cardini portanti dell’agire ecclesiale nel presente e nel futuro, su cui devono poggiare e di cui devono nutrirsi le sovrastrutture o impalcature giuridiche e istituzionali.

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2019/december/documents/papa-francesco_20191221_curia-romana.html

Il falso mito dei due Papi veniva smascherato dallo stesso Benedetto XVI, quando, in un famoso discorso alla curia romana (22 dicembre 2005), riflettendo sul Concilio Vaticano II, contrapponeva un’ermeneutica della ‘discontinuità’, ovvero dell’innovazione per l’innovazione, che avrebbe di fatto offerto il fianco al dualismo, non a quella della ‘continuità’, come ci si sarebbe aspettato da un Papa ritenuto conservatore, ma a quella della ‘riforma’.

www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/speeches/2005/december/documents/hf_ben_xvi_spe_20051222_roman-curia.html

Una riforma che non ha nulla a che vedere con la rivoluzione, ma significa sviluppo e vita, apertura al futuro nel necessario e sempre fecondo radicamento nel passato, con attenzione vigile a un presente certamente problematico, ma anche affascinante e provocatorio per la fede.

Giuseppe Lorizio, Teologo, Pontificia Università Lateranense  Avvenire 15 gennaio 2020

www.avvenire.it/opinioni/pagine/il-falso-mito-dei-due-papi

 

Ratzinger e l’istituzione del Papa emerito, una riforma sul tavolo di Bergoglio

Il conclave che ha eletto Francesco il 13 marzo 2013 è stato del tutto particolare: in epoca contemporanea l’elezione del nuovo vescovo di Roma ha luogo pochi giorni dopo la sepoltura del predecessore – in termini psicologici, una specie di uccisione del padre. Ma questo non poteva accadere nel 2013, dopo le dimissioni di Benedetto XVI. Nel corso di questa prolungata e simbolicamente non ancora conclusa transizione tra Benedetto e Francesco, ci sono stati pochi incidenti, due però di rilievo.

  1. Il primo è stata la pubblicazione nell’aprile 2019 di un articolo, firmato da Benedetto XVI, che “spiegava” la crisi degli abusi sessuali nella Chiesa cattolica respingendo tutto ciò che la scienza ci dice circa la genesi degli abusi, concentrandosi invece su una narrazione socio-politica che accusa gli sconvolgimenti culturali e la rivoluzione sessuale degli anni sessanta.
  2. Il secondo incidente -recentissimo – è stato il progetto di un libro (tradotto in varie lingue) sul celibato del clero scritto insieme al cardinale di Curia Robert Sarah: un progetto sulla cui genesi non c’è ancora chiarezza, ma che era chiaramente il tentativo di interferire con il processo in corso nella chiesa dopo il Sinodo per l’Amazzonia dell’ottobre scorso.

 Il problema non è il libro, ma l’istituzione del “vescovo emerito di Roma” (termine più corretto di “Papa emerito”). [Emerito chi non esercita più il suo ufficio ma ne mantiene grado e prerogative]

Fare il Papa è un mestiere solitario, ma il Papa non è quasi mai solo. Ciò è ancora più vero per l’emerito, la cui età e salute richiedono un’attenzione quasi costante.

Joseph Ratzinger è circondato da un entourage [gruppo di persone che circondano un personaggio importante] che si prende cura di lui, ma si è anche preso molta cura – nei mesi precedenti l’annuncio delle dimissioni nel febbraio 2013 – di proteggere il proprio status in Vaticano. L’inseparabilità dell’emerito dal suo entourage ha creato una situazione difficilmente gestibile.

Anche perché il rischio della percezione di una diarchia papale non si può risolvere in punto di diritto. Il problema di questa nuova istituzione dell’emerito è che il potere associato alla leadership [posizione di preminenza con funzione di guida] nella religione contemporanea, non esclusa la chiesa cattolica e il ministero di vescovo di Roma, non è più esclusivamente un potere religioso legalmente codificato, ma è un potere carismatico che si avvale di simboli e dello strumento dei media. Ecco perché questo tipo di interventi pubblici dell’emerito costituisce una forma illegittima di pressione sull’unico Papa che è Francesco.

Indipendentemente dalle reali intenzioni di Joseph Ratzinger, l’emerito è diventato da tempo parte di una narrazione in cui i tradizionalisti (non i conservatori, perché i conservatori avrebbero più rispetto per l’ufficio papale) vogliono difendere una cattiva teologia del celibato clericale anche a costo di indebolire l’unità del Chiesa.

Agli occhi di quei pochi cattolici che fin dall’inizio non hanno accettato il pontificato di Francesco, quello dell’emerito è diventato un magistero parallelo che viene diffuso per via mediatica e social media. Questo costituisce, a lungo termine, un enigma per storici e teologi, che dovranno capire quando il pontificato di Benedetto è finito effettivamente – pur essendosi concluso canonicamente il 28 febbraio 2013 alle 20 ora di Roma. Ma questi incidenti vanno oltre le mura vaticane e i confini invisibili della virtualizzazione del cattolicesimo nei media e nei social media, e ha conseguenze pratiche. Il simbolismo dell’emerito che si ritirava in un monastero in Vaticano non ha mai significato molto per quei cattolici per i quali Benedetto XVI non si è mai ritirato veramente.

Questa dell’istituzione dell’emerito è chiaramente una riforma sul tavolo di Papa Francesco, ma è qualcosa che sarà possibile affrontare soltanto quando legiferare non darà l’impressione di limitare un “emerito” vivente. Durante gli ultimi giorni di Giovanni Paolo II alcune decisioni importanti (specialmente nomine di vescovi) furono prese e annunciate in una situazione in cui il morente Karol Wojtyla era incapace di esercitare il suo ministero. Oggi presumiamo che l’emerito Joseph Ratzinger sia ancora in grado di prendere decisioni sul modo in cui viene usato il suo nome. Ma è difficile saperlo con certezza. Non solo non esiste ancora una legge della Chiesa relativa alla situazione creata da un Papa incapacitato per malattia. C’è da chiedersi se la chiesa cattolica non abbia bisogno anche di una legge sulla situazione creata da un “emerito” incapacitato. Benedetto XVI si dimise nel 2013 scegliendo un percorso diverso da quello di Giovanni Paolo II. Ma si potrebbe dire con Mark Twain: la storia non si ripete, ma fa rima.

Massimo Faggioli         “Il Riformista”        15 gennaio 2020

www.ilriformista.it/ratzinger-e-listituzione-del-papa-emerito-una-riforma-sul-tavolo-di-bergoglio-35417

 

I due Papi, come un film

Un pasticcio. Un pasticciaccio brutto, quello della firma di Ratzinger — data e ritirata — a un volume sul celibato in uscita e che a tutti è sembrato una critica preventiva a decisioni di papa Francesco sul clero sposato. Ma per capire il pasticcio bisogna partire da un dato storico, distante dieci anni dal guazzabuglio di indiscrezioni, strumentalizzazioni e disordine di queste ore.

Il dato è questo. Se c’è qualcuno che ha fatto qualcosa di decisivo per restaurare l’ordinazione di uomini sposati come preti nella chiesa latina è proprio papa Ratzinger. Perché la chiesa cattolica il presbiterato uxorato (il nome esatto dei preti sposati) lo ha avuto ininterrottamente: dall’età apostolica fino ad oggi, grazie alle chiese orientali unite a Roma, che della chiesa cattolica sono parte. È la chiesa latina che ha deciso, in modo definitivo coi canoni del 1139 [concilio Lateranense II,], di ordinare preti soltanto maschi che facessero promessa di celibato.

Questa prassi è stata erosa dapprima da rare ma eloquenti eccezioni. Come quella di Pio XII che negli anni ’50 fece ordinare preti degli ex pastori luterani sposati. Le eccezioni sono diventate regola, ancorché limitata, proprio da Benedetto XVI nel 2009. Il Papa di allora firmò un documento per accogliere quei fedeli che lasciavano la chiesa anglicana e diventavano cattolici. Benedetto XVI vi stabilì che, sulla base di “criteri oggettivi ed esigenze”, i preti e i fedeli venuti alla chiesa cattolica dall’anglicanesimo potessero essere ordinati preti anche se sposati. Con quell’atto, in sé antiecumenico, cessava la uniformità della disciplina del celibato della chiesa latina e si apriva una questione. Cioè se si può far prete uno sposato che è sempre stato cattolico e se le “esigenze” di un vescovo cattolico contano come quelle di un ordinario che prima era stato anglicano. Per chi conosce il valore del celibato — che è un cammino di affidamento zoppicante per amore all’amore degli altri, e non un arroccamento fobico — la questione si pone. La rifiuta solo chi alimenta una ideologia passatista, che mette l’usanza del celibato obbligatorio davanti al sacramento della eucarestia.

C’era dunque qualcosa di strano nel testo di Ratzinger annunciato come uno schiaffo a papa Francesco e come una adesione al piccolo ma rumoroso partito anti-bergogliano. Era strano perché era incoerente con il suo governo. Ed era contraddittorio con l’impegno con cui Benedetto XVI ha inventato dal 2013 in qua il “mestiere” di vescovo emerito di Roma. In questa opera di costruzione del modo di essere un ex Papa, Benedetto XVI ha avuto alcune intuizioni, alcune astuzie e qualche piccola sbavatura.

È stata una intuizione quella di abitare dentro i territori del Papa regnante: così da non prestarsi al rischio di fedeli a manifestare in ginocchio sotto le sue finestre come nel film di Sorrentino. È stata una astuzia ignorare la irricevibile tesi del suo segretario secondo cui il pontefice dimissionario aveva rinunciato solo all’esercizio “attivo” del ministero petrino, come se la funzione episcopale fosse divisibile e come se ci fossero “due papi”. È stata una sbavatura la prefazione a un volume sulla liturgia che lodava un po’ troppo il cardinal Sarah — lo stesso del libro sul celibato — antagonista dichiarato di Francesco. Sbavatura meno innocua quella della lettera con cui l’emerito rifiutava di prefare dei saggi sulla teologia di Bergoglio e attaccava a freddo un importante teologo di Tubinga: perché con una rivelazione a pezzi di quella lettera, si riuscì a far cadere il capo della comunicazione di papa Francesco. E poi c’erano stati gli appunti ratzingeriani sulla pedofilia, diffusi un anno fa su una rivista tedesca: nei quali Ratzinger imputava al Sessantotto i guai del clero pedofilo e dei vescovi omertosi — dunque una convinzione che aveva sempre avuto. Ma si esprimeva con alcune forme linguistiche che sembravano una sintesi spiccia di seconda mano.

L’ultima sbavatura, la prefazione al libro sul celibato, è invece diventata un pasticcio. Ci sarebbero 7 pagine “di” Ratzinger sul celibato, mandate a Sarah, e pubblicate da lui in un volume che usa il Papa come coautore e perciò lo mette in copertina. Pagine che per ora non sono state lette se non nel lancio pubblicitario; comunicate con missive postate con leggerezza sbalorditiva su Twitter da Sarah. E che Benedetto XVI nega possano essere parte di un volume a quattro mani. Insomma un guazzabuglio degno dei Vatileaks che dice che chi vuole strumentalizzare Benedetto XVI non si fa tanti scrupoli: e che Benedetto XVI o il suo entourage se li fanno, anche se forse un po’ tardi.

Alberto Melloni                      “la Repubblica”         15 gennaio 2020

www.c3dem.it/wp-content/uploads/2020/01/i-due-papi-come-un-film-a.-melloni.pdf

https://rep.repubblica.it/pwa/commento/2020/01/14/news/i_due_papi_come_un_film-245810800

 

“Troppo rumore per ogni sua frase il Papa emerito va demitizzato”

«Credo che, oggi più che mai, occorra demitizzare la figura del Papa emerito. Benedetto XVI è un vescovo come tanti altri e il teologo che conosciamo e fu Papa dal 2005 al 2013. Se la Curia romana e la Chiesa imparano a guardarlo così, tante polemiche dopo ogni sua “uscita” non ci sarebbero».

L’arcivescovo Agostino Marchetto, 79 anni, vicentino, diplomatico, conosce bene la Curia romana e le sue dinamiche. Dopo aver trascorso vent’anni in Africa e in altre parti del mondo, ha lavorato dieci anni in Vaticano come segretario dei Migranti e gli Itineranti, sempre impegnato nella ricerca storica tanto che Francesco disse di lui: «È il miglior ermeneuta [esegeta] del Concilio Vaticano II».

Eccellenza, dunque Benedetto non andrebbe più definito Papa emerito?

«È un vescovo che durante un certo tempo ha esercitato il primato pontificio, ma che poi ha rinunciato e dunque ha lasciato questo ministero speciale che è proprio del vescovo di Roma. Le sue parole sono importanti, ma vanno lette come il suo parere su un tema sul quale poi Francesco si esprimerà come crede prendendo anche, se necessario, delle decisioni».

Secondo lei cosa muove l’emerito a parlare dopo che aveva annunciato la volontà di ritirarsi nel silenzio?

«Credo sia stato un dramma interiore anche per lui uscire dal suo riserbo. È il dramma di un uomo che aveva preso un impegno per la discrezione, ma che poi col passare degli anni ha sentito in coscienza di dover manifestare pubblicamente il suo pensiero. Credo lui veda un problema in merito al celibato e senta in coscienza di dover intervenire. Ritengo in ogni caso gli si debba lasciare la libertà di parola, in clima di rispetto ed obbedienza verso il Santo Padre, come del resto è stato attestato».

Certo, un Papa emerito che interviene su temi sui quali il Papa regnante ancora non si è espresso pone dei problemi che forse andrebbero risolti anche ai sensi del diritto canonico?

«Sì, credo che il diritto canonico, con la sua specificità e chiarezza, potrà aiutare in avvenire a delineare ed accettare questa libertà. Dunque, il diritto canonico, essendo la figura del Papa emerito di fatto del tutto nuova, potrà esprimersi in meglio regolando appieno la forma e la sostanza della figura stessa. Ma per il momento se consideriamo Ratzinger come vescovo e teologo possiamo anche accettare l’intervento senza drammi».

Perché decidere di parlare del celibato?

«Credo sia comprensibile. Non credo abbia parlato tanto per l’Amazzonia, quanto perché vede il pericolo che vi sia una generalizzazione di una decisione a questo riguardo, e cioè il fatto che una norma circoscritta all’Amazzonia possa poi diventare universale. Da questo punto di vista la sua presa di posizione è quanto meno comprensibile».

www.c3dem.it/wp-content/uploads/2020/01/troppo-rumore-per-ogni-sua-frase-il-papa-emerito-va-demonizzato-int-ag-marchetto.pdf

 

Benedetto XVI, papa demerito

Abbiamo una sola vita e solo quando ne è posto il punto finale essa diventa un destino. Con Joseph Ratzinger, alias Benedetto XVI, avremmo desiderato che il suo atto di rinuncia fosse il punto finale della sua biografia. Ahimè…Vi si era impegnato nei confronti del suo successore: non interferire in alcun modo, essere leale. I termini usati dall’ex pontefice erano: “obbedienza e deferenza incondizionata verso il nuovo papa”. Siamo ben lontani da quella affermazione!

In un libro che viene pubblicato il 15 gennaio, Joseph Ratzinger si allea al cardinale Robert Sarah per opporsi all’ordinazione di uomini sposati chiesta dal sinodo sull’Amazzonia nell’autunno scorso. Il prelato guineano, conosciuto per le sue posizioni estremamente conservatrici, è uno degli oppositori espliciti a papa Francesco. La sua ambizione è di essere l’araldo della reazione antifrancescana al prossimo conclave nella speranza – senza dubbio illusorio – di trovare una maggioranza sul suo nome.

Per i due uomini, si tratta di segnare il territorio e di fare pressione sul papa, da cui si aspetta nei prossimi giorni l’esortazione post-sinodale che ha promesso di redigere rapidamente. Si noterà che la Chiesa tedesca, che all’inizio di dicembre ha avviato un percorso sinodale di due anni, ha anch’essa inserito l’argomento dell’ordinazione degli uomini sposati nella sua riflessione.

Dobbiamo ricordare che il celibato presbiterale è una regola che ha solo mille anni sui duemila dell’esistenza del cristianesimo e che riguarda solo il clero cattolico di rito latino? Quindi, esistono già dei preti cattolici molto legittimamente sposati, in totale unione con Roma. E la Chiesa ortodossa non ha mai imposto il celibato ai suoi preti, riservandolo ai monaci. Pretendere, come fanno i due uomini, che l’ordinazione di uomini sposati metterebbe in pericolo la Chiesa cattolica e la metterebbe sotto la minaccia del diavolo, potrebbe lasciare indifferenti, se non si trattasse del papa emerito: “È urgente, necessario, che tutti, vescovi, preti e laici, non si lascino impressionare da cattive suppliche, spettacoli teatrali, diaboliche menzogne, errori di moda che vogliono svalutare il celibato sacerdotale”.

Vien voglia di rispondere a Joseph Ratzinger che gli abusi sui bambini, da parte dei preti, e coperti dalla loro gerarchia, hanno contribuito di più ad indebolire la fiducia nella Chiesa e nei suoi preti di quanto non rischi di fare l’ordinazione di bravi padri di famiglia, pii cristiani riconosciuti come tali dalla loro comunità, che hanno già condotto positivamente buona parte della loro vita di famiglia e professionale: i famosi “uomini saggi”, viri probati, che molti desiderano.

Ma ancor più della questione del celibato dei preti, è il fatto che il papa emerito creda di doversi esprimere, che costituisce un problema grave e che accusa l’uomo. Oggi, Joseph Ratzinger conduce, secondo il suo desiderio, una vita ritirata in un piccolo priorato all’interno del Vaticano. Compirà in aprile 93 anni. Un’età molto avanzata, certo, ma in uno stato di salute soddisfacente e, a quanto si sa, in possesso delle sue facoltà mentali. Ed è quest’uomo che si perde con il cardinal Sarah in un’operazione che ha come conseguenza una fronda contro Francesco, e un sostegno solido al ricatto di uno scisma che certi ambienti conservatori hanno iniziato nei confronti di Francesco. Quest’ultimo aveva del resto ribattuto di non averne paura.

Decidendo di rinunciare al suo pontificato, Joseph Ratzinger ha reso un eminente servizio alla Chiesa cattolica. Il gesto, fatto da un uomo conosciuto per il suo rigore e talvolta perfino per la sua rigidità dottrinale, per questo stesso fatto faceva giurisprudenza. La condizione ne era stata enunciata dallo stesso interessato: restare nel silenzio e nell’obbedienza nei confronti del suo successore perché non potesse nascere alcun conflitto di legittimità. Già in diverse occasioni l’ex papa si è espresso pubblicamente, in particolare sul tema degli abusi. Nella primavera scorsa, in un articolo pubblicato su una rivista tedesca, sosteneva che la crisi degli abusi sessuali era nata dal permissivismo del ‘68. Un’analisi in contrasto con quella di papa Francesco che, invece, mette sotto accusa il clericalismo. Il Vaticano si era rifiutato di reagire o commentare.

Con il libro in comune con il cardinal Sarah, non si tratta più di una semplice scalfittura, bensì di una pugnalata alle spalle di Francesco. In parole povere, è un tradimento. Benedetto XVI resterà nella memoria come colui che ha spaccato la Chiesa?

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202001/200113pedotti.pdf

 

Porpore dissidenti

Care Amiche ed Amici, come a un attentatore avventizio e maldestro la bomba allestita dal cardinale Sarah per intimidire Francesco e impedirgli di fare il papa mentre deve trarre le conclusioni del Sinodo per l’Amazzonia, gli è scoppiata tra le mani. Nella miscela esplosiva si era fatto mettere incautamente l’ex papa Benedetto e ne sarebbe venuto un bel botto se egli non avesse ritirato il suo avallo e la sua firma al libro perentorio del cardinale.

Il tema era scottante: c’era dentro tutta la mitologia del celibato sacerdotale costruita (ma non sempre e non ovunque praticata) nella Chiesa cattolica, c’era la spallata da dare a un pontificato obbediente al Vangelo e perciò inviso al potere, c’era da sdoganare la risorsa dell’ex papa per farne la bandiera della crociata controriformista, rovinandogli la più geniale delle sue innovazioni, quella del papa in quiescenza; ci hanno provato, e quello che ne è venuto fuori è stata invece la disperazione delle porpore dissidenti, che pur con tutte le complicità dei poteri idolatrici mondani, si mostrano non come la falange agguerrita della riscossa cattolica, ma come l’improbabile armata che confusamente lotta contro le sue stesse e comuni dottrine: il primato di Pietro, l’eucarestia come fons et culmen della vita della Chiesa, il sacerdozio che nella sua essenza, non nelle sue mutevoli discipline, ne costituisce il ministero che la Chiesa tutta offre al mondo amato da Dio.

E in realtà sarebbe stato paradossale che si proponesse come dottrina ortodossa quella del “legame ontologico-sacramentale” tra il sacerdozio e il celibato: “ontologico” con la firma dell’ex prefetto, poi papa, della Congregazione per la dottrina della fede, “sacramentale” con la firma dell’attuale prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti. Se c’è un sacramento fatto apposta per il celibato è semmai il matrimonio, che lo fa venir meno; nessun sacramento, come segno e strumento dell’intima unione con Dio degli esseri umani, discrimina secondo la vita sessuale. E se ci fosse un legame ontologico tra sacerdozio e celibato, e ontologica fosse “l’astinenza sessuale” pretesa dal sacerdozio, sarebbe del tutto irrealistico e fantasioso attribuire un ruolo sacerdotale a tutti i battezzati, come ci è stato ricordato nella liturgia del battesimo di Gesù; un popolo sacerdotale, ontologicamente celibe, ma non sterile, romperebbe il disegno creativo, e porrebbe fine alla Chiesa stessa con la fine dell’ultimo battezzato.

Perciò l’evento traumatico che, secondo i siti integralisti, avrebbe dovuto chiudere il “varco al sacerdozio sposato e al diaconato femminile”, non ha sortito gli effetti voluti; esso piuttosto ha suggerito che si regoli con più cura lo status dei papi in quiescenza; essi possono anche non cambiare d’abito, se è il bianco che piace, ma forse quando non si è più papi non si dovrebbe impartire la “benedizione apostolica” come ha fatto Ratzinger nella prima delle sue lettere al cardinale Sarah. (…)

Raniero La Valle        “www.chiesadeipoverichiesaditutti.it”          17 gennaio 2020

http://ranierolavalle.blogspot.com/2020/01/porpore-dissidenti.html

 

Ratzinger condivideva il libro del card. Sarah. E in meno di 48 ore la tesi del malinteso è stata smontata

            Sono bastate 48 ore per smontare la tesi di un malinteso o di una trappola in cui sarebbe caduto l’ex papa Ratzinger a proposito dell’altolà sul celibato lanciato a Papa Francesco in un libro firmato insieme al cardinale Robert Sarah. In poco tempo si è liquefatta la versione fatta circolare anonimamente in prima battuta dall’entourage ratzingeriano: si sarebbe trattato di semplici “appunti” trasmessi dall’ex papa al cardinale guineano. Versione accompagnata dalla pretesa di non avere nulla a che fare con il progetto del libro.

Il cardinale ha dimostrato di essere stato in contatto con Ratzinger per tre mesi di fila: settembre, ottobre e novembre (mesi a cavallo del sinodo sull’Amazzonia, contrassegnato proprio dal dibattito sull’eventualità di ordinare preti uomini sposati); ha portato le prove di uno scambio di mail, ha spiegato che le bozze del libro e la copertina erano state mandate a Ratzinger il 19 novembre e di avere avuto il placet il 25 novembre. Di più: il 3 dicembre Sarah è andato personalmente a incontrare il papa emerito.

Sarah è un porporato tradizionalista molto legato a Benedetto XVI, sincero, conosciuto in Vaticano per la sua rigorosa spiritualità. Prospettare l’idea che abbia manipolato le carte ricevute da Ratzinger e abbia agito alle spalle dell’ex pontefice è “abietto” e diffamatorio, come lui stesso ha detto. Non basta che monsignor Gänswein, nel comunicato in cui chiede il ritiro della doppia firma dalla copertina del libro e la cancellazione della doppia firma dall’introduzione e dalle conclusioni, affermi che solo il capitolo scritto da Ratzinger è suo.

Sia il testo dell’introduzione sia il testo della conclusione sono redatti usando il “noi”. Manca nelle dichiarazioni di Gänswein un elemento importante: la dichiarazione che il testo dell’introduzione e delle conclusioni sarebbe stato falsato, inserendo il pronome plurale a insaputa di Ratzinger. Questa dichiarazione non è venuta. E il silenzio in proposito pesa.

Il libro è già uscito in Francia a doppia firma vistosamente cancellata. Il fatto che la copertina della seconda edizione indicherà come autore il cardinale Sarah “con il contributo di Benedetto XVI” è solo una toppa peggio dello sbrego (come si dice in veneto). Tutti i testi rimarranno invariati. È significativo che la casa editrice cattolica statunitense Ignatius Press (di orientamento conservatore) abbia deciso di pubblicare comunque il libro con i due nomi in copertina.

Tirando le somme. Il cardinale Sarah continua coerentemente la sua battaglia di opposizione alla linea riformista di papa Francesco, ieri sulla questione della comunione ai divorziati risposati, oggi sul tema del celibato. Nel libro chiede a Francesco di porre il “veto” a innovazioni e definisce una “catastrofe” l’ipotesi di un clero sposato, seppure come eccezione. Benedetto XVI, sotto lo stesso tetto del libro, viene a schierarsi per la prima volta ufficialmente con uno dei partiti protagonisti della guerra civile in corso nella Chiesa.

Ratzinger, debole nel fisico ma assolutamente lucido intellettualmente, era consapevole di intervenire sul tema del celibato in coincidenza con il dibattito sinodale – cioè di una istanza ufficiale della Chiesa cattolica – e in una fase in cui Francesco doveva prendere una decisione nella pienezza dei suoi poteri. Il suo contributo al libro rappresenta una interferenza grave. E la successiva marcia indietro con il ritiro della firma all’introduzione e alle conclusioni del libro finisce per evidenziare l’irresponsabilità iniziale del suo intervento, ma anche l’insostenibilità di una posizione che ha suscitato disorientamento e irritazione in una gran massa di cattolici.

Monsignor Gänswein è il fedele sostegno e l’unico collegamento dell’ex pontefice con il resto del mondo. Potrebbe consigliare a Ratzinger di non esporsi in questo modo. Non è detto che l’ex papa lo ascolterebbe, ma non risulta che Gänswein lo abbia fatto nemmeno l’anno scorso, quando Ratzinger scrisse un saggio sulla radici degli abusi nella Chiesa, contrapponendosi frontalmente all’analisi appena fatta da papa Francesco. In realtà Gänswein è totalmente sulla lunghezza d’onda di Ratzinger ed è da tempo a disagio con molte cose che avvengono durante il pontificato di Bergoglio. Per il fronte conservatore l’intera vicenda non rappresenta un successo. Anzi ha rilanciato la discussione sulla necessità di definire rigorosamente lo status dei papi dimissionari, eliminando il titolo di “papa emerito” e la veste bianca: un controsenso, fonte di confusioni.

Nel frattempo papa Bergoglio parla per segni. Vatican News, organo ufficiale del dicastero pontificio della comunicazione, ha appena pubblicato brani del decreto conciliare sul sacerdozio Presbyterorum Ordinis, (art. 16) in cui è sottolineato ufficialmente – ed è legge della Chiesa – che la “perpetua continenza (celibataria)… non è certamente richiesta dalla natura stessa del sacerdozio come risulta evidente se si pensa alla prassi della Chiesa primitiva e alla tradizione delle Chiesa orientali”.

www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_decree_19651207_presbyterorum-ordinis_it.html

Parola del Concilio. Uno schiaffo alla tesi di Ratzinger sul legame “ontologico” tra sacerdozio e impossibilità del matrimonio. Francesco, quale che sia la decisione che prenderà sull’ordinazione sacerdotale di diaconi sposati, non intende farsi ricattare.

Marco Politi, vaticanista         “www.ilfattoquotidiano.it”     16 gennaio 2020″

www.ilfattoquotidiano.it/2020/01/16/ratzinger-condivideva-il-libro-del-cardinal-sarah-e-in-meno-di-48-ore-la-tesi-del-malinteso-e-stata-smontata/5674130/

 

«Prassi che diventa norma nel 1215»

Lo storico del papato, il medievista Agostino Paravicini Bagliani, leggendo le anticipazioni de “Le Figaro” sul libro in uscita in Francia Dal profondo del nostro cuore edito da Fayard scritto dal papa emerito Benedetto XVI e dal cardinale Robert Sarah in difesa del celibato intravede una lunga traccia di coerenza su questo tema da parte del Papa emerito. «Si tratta di un contributo autorevole in cui emerge la finezza teologica di Ratzinger. Sarà ora interessante leggere tutto il saggio per capirne la profondità – è l’argomentazione dello studioso che è presidente della Sismel (Società internazionale per lo studio del Medioevo latino).

Sono rimasto molto colpito dalla tesi di fondo in cui affiora molto dello stile del “Ratzinger professore”: cioè dell’intimo legame ontologico-sacramentale tra sacerdozio e celibato. Si tratta di una tradizione antichissima, quella del celibato, spiega dell’intera sostanza del pane e del vino nel suo Corpo e nel suo Sangue”». E annota un particolare: «Una delle ragioni per cui il celibato ecclesiastico si diffonde e si “impone” nella Chiesa latina è proprio grazie alla dottrina della “transustanziazione” dove viene ribadita l’identificazione del sacerdote con Cristo in modo molto più profonda rispetto al passato». E aggiunge un dettaglio singolare: «Perché, così dicono i teologi di quei secoli, il prete in quanto celibe nel solco della purezza di Gesù è colui che amministra il Sacramento eucaristico». Ed è proprio tra l’XI e il XIII secolo– a giudizio del professore – che il celibato ecclesiastico diventa il modello perfetto alla luce anche del «sacrificio eucaristico» in cui «il sacerdote si identifica con Gesù e il suo Corpo». Ma non solo. «Non è un caso che è proprio in questo periodo storico – rivela – che vengono codificate le norme in cui il candidato al presbiterato deve avere un corpo integro, non mutilato, per essere sempre più a immagine e somiglianza di Gesù e del suo Corpo glorioso».

 Il professor Agostino Paravicini Bagliani intravede anche un filo-rosso di continuità tra i pronunciamenti sul «mantenimento della legge del celibato come dono per la Chiesa» tra Benedetto XVI e Francesco. «Basti pensare alla bellissima frase di Paolo VI citata da Bergoglio di ritorno da Panama – osserva ancora –: “Preferisco dare la vita prima di cambiare la legge del celibato!”». Il professor Agostino Paravicini Bagliani intravede un filo-rosso di continuità persino nella veste bianca del Papa che è indossata oggi da un Pontefice emerito e da quello regnante – cosa che non avvenne quando più di 700 anni fa, Celestino V, il papa “del gran rifiuto”, rinunciò alla sua dignità di papa, rivestendo l’abito di monaco: «La veste bianca è simbolo e vestigia dell’essere “Vicari di Cristo in terra”». «Il colore bianco della veste del papa, come disse per la prima volta in un sermone papa Onorio III (1216-1227) –è l’argomentazione del medievista – simboleggia l’innocenza di Cristo mentre il rosso ne rimarca il senso del martirio. Per secoli il cerimoniale papale ricorderà che il Papa deve essere vestito di rosso e di bianco. Non a caso questa prassi di abiti è continuata dal 1200 fino ad oggi». E osserva ancora: «E questo libro fa affiorare una genuina verità su Benedetto XVI: conosce bene la storia della Chiesa!».

Colloquio con Agostino Paravicini Bagliani, a cura di Filippo Rizzi      Avvenire 14 gennaio 2020

www.avvenire.it/chiesa/pagine/prassi-che-diventa-norma-nel-1215

 

Don Petrà: «Per il Concilio il celibato è un grande dono, ma non dogma»

Il celibato sacerdotale? «Sicuramente un grande dono, ma certamente non un dogma e neppure una via privilegiata al ministero. Anzi tra sacerdoti celibi e sacerdoti sposati – spiega don Basilio Petrà, preside della Facoltà teologica dell’Italia centrale – non c’è differenza qualitativa». Non è una sua convinzione ma, come argomenta, quanto emerge dai documenti del Vaticano II. Nel decreto conciliare Presbyterorum Ordinis  §16 si afferma con chiarezza che «la perfetta e perpetua continenza per il Regno dei cieli (…) non è certamente richiesta dalla natura stessa del sacerdozio, come risulta evidente se si pensa alla prassi della Chiesa primitiva e alla tradizione delle Chiese orientali». Anzi, i preti sposati di quelle Chiese vengono esortati nello stesso documento conciliare «a perseverare nella santa vocazione, continuando a dedicare pienamente e con generosità la propria vita per il gregge loro affidato».

www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_decree_19651207_presbyterorum-ordinis_it.html

Qui sembra che i padri conciliari riconoscano la possibilità di integrare positivamente i due sacramenti nella stessa persona. È così?

Nel Codice dei canoni delle (23) Chiese cattoliche di rito orientale (18 ottobre 1990) si spiega con chiarezza e con una ricchezza teologica che andrebbe fatta conoscere a tutti, che tra matrimonio e ordine sacro non solo non c’è alcuna contraddizione ma rappresentano un approfondimento reciproco del triplice dono sacerdotale, profetico e regale di ogni battezzato. E sa chi ha approvato e firmato quel Codice? Giovanni Paolo II.Spesso la verità è più complessa di quello che immaginiamo.

Vuol dire che esagera chi oggi parla di «grave pericolo» connesso all’ipotesi di superare il sacerdozio celibatario?

Siamo portati a pensare che le prassi in uso nella Chiesa di rito latino rappresentino l’unica strada possibile. Non è così. Tra le 19 Chiese cattoliche di rito orientale, solo le due indiane non hanno preti sposati. Per tutte le altre la paternità sacerdotale è una conseguenza della paternità familiare. Solo chi era buon marito e buon padre di famiglia poteva essere ordinato prete, secondo il principio paolino.

Eppure secondo alcuni ricordare questi fondamenti rischia di tradursi in un attentato al principio del celibato.

        Tutt’altro. Significa invece riconoscere che nella Chiesa che, come ricordava appunto Giovanni Paolo II, respira a due polmoni, ci sono anche due tradizioni, due prassi, due codici. Entrambi pienamente legittimi e pienamente fondati dal punto di vista della tradizione e del magistero, come anche il Vaticano II ha riconosciuto.

Lei ha scritto vari saggi sull’argomento. Tra gli altri Preti sposati per volontà di Dio (2004) e Preti celibi e preti sposati. Due carismi per la Chiesa cattolica (2011) in cui tra l’altro arriva a dire che anche il sacerdozio uxorato, come quello celibatario, nasce dalla volontà di Dio in vista della salvezza degli uomini.

Proprio così. Se anche il Vaticano II ha riconosciuto formalmente il valore teologico del sacerdozio uxorato, considerandolo una condizione certamente distinta dalla forma del sacerdozio celibatario, ma ugualmente densa di valore vuol dire che anche in Occidente quella ricchezza di significati non verrebbe meno. Nelle Chiese cattoliche orientali i preti sposati sono migliaia e migliaia. E per tutti l’esemplarità della vita coniugale diventa esemplarità della vita sacerdotale, in perfetta continuità. Tanto che prima ci si sposa, poi si viene ordinati preti. E quindi dobbiamo pensare che, se nascono nella verità, entrambi le vocazioni siano frutto dell’ascolto della volontà di Dio.

            Ma di fronte a queste evidenze, come guardare a coloro che accusano il Papa di eresia solo perché ammette l’ipotesi di valutare questi problemi?

Che siamo di fronte a persone che ignorano tradizione, magistero e teologia della Chiesa. Quando la teologia delle Chiese cattoliche d’Oriente spiega in modo approfondito che ministero familiare e ministero sacerdotale uxorato realizzano pienamente il senso della missione ecclesiale in una logica di continuità che arricchisce sia la coniugalità sia il ministerialità del prete, fa un’affermazione che non può essere contestata.

Oggi forse no, ma quando sono usciti i suoi libri il dibattito fu piuttosto acceso, con contestazioni anche pesanti.

Eh sì, eppure nonostante vari tentativi di sottoporre queste tesi al vaglio dell’autorità ecclesiastica, non ho mai avuto conseguenze di alcun tipo. È bastata un’indagine preliminare da parte di esperti competenti, per capire che tutto è fondato sulla tradizione e sul magistero. La legge del celibato ecclesiastico non è di natura divina e dare identica dignità ai due carismi – quello celibatario e quello uxorato – non rappresenta un rischio né per la tradizione latina né per l’evangelizzazione. Anzi.

Luciano Moia             Avvenire         15 gennaio 2020

www.avvenire.it/chiesa/pagine/per-il-concilio-un-grande-dono-ma-non-dogma-o-unica-strada

 

“Ratzinger e Sarah, un’obbedienza filiale da brividi”

Fa discutere l’opinione pubblica mondiale, il libro che tratta del celibato del Sacerdozio cattolico.

Un tema discusso, anche, nel recente Sinodo amazzonico di Ottobre. In quell’occasione ’assemblea si era espressa, a grande maggioranza, per l’ordinazione dei viri probati. Ed è proprio contro questa apertura che si scagliano i due autori del libro. Un estremo tentativo, dell’ala conservatrice, di condizionare Papa Francesco? Ne parliamo, in questa intervista, con il teologo Andrea Grillo docente di Teologia al Pontificio Ateneo Sant’Anselmo di Roma.

Professore, ieri le Figaro ha pubblicato, in esclusiva mondiale, alcuni brani del prossimo libro di Benedetto XVI (il papa emerito) scritto insieme al Cardinale Sarah. Il libro uscirà in Francia mercoledì. Il titolo “Des profondeurs des nos coeurs” è emblematico, vuole essere, quasi, una supplica al Papa regnante perché non ceda alla richiesta, contenuta nel documento finale del Sinodo sulla Amazzonia, di aprire il sacerdozio, a certe condizioni, ai viri probati.

Insomma, pur manifestando obbedienza filiale al Papa, l’anima conservatrice non rinuncia minimamente a condizionare pesantemente Papa Francesco. Qual è il suo giudizio?

L’obbedienza filiale ha molti volti. Si può anche obbedire come il figlio maggiore della parabola e vivere la comunione pieni di risentimento. Ad ogni modo vi è stato un Sinodo, al quale il Card. Sarah ha partecipato, e che ha aperto una fase di ripensamento delle forme di identificazione dei candidati al presbiterato, almeno in Amazzonia. Tutto questo può essere anche discusso o contestato, ma parlare come se l’eventuale documento del papa che autorizzasse questa riforma fosse una “catastrofe”, appare un modo irresponsabile di porsi nella vita della Chiesa. La obbedienza filiale assomiglia in questo caso ad un individualismo smisurato e ad una mancanza di rispetto verso le diverse condizioni che vivono le Chiese nei diversi continenti. In una vicenda come questa, ed anche nelle reazioni ufficiali, si tocca con mano che nella Chiesa uno dei peccati più diffusi è quello di usare parole vuote. A mio avviso il termine “obbedienza filiale” può essere utilizzato per parlare di queste dichiarazioni solo facendo abbondante ricorso ad un linguaggio segnato da clericalismo e da ipocrisia. In tutta onestà, qui io non trovo alcuna obbedienza e tanto meno figliolanza. La retorica ecclesiastica in questi casi è un rimedio peggiore del male. Chiamare le cose con il loro nome resta sempre il primo atto che la fede ci chiede. E lo chiede tanto ai pastori, quanto ai teologi, quanto ai giornalisti.

Apriamo una piccola parentesi. Riguarda il “papa emerito”. Sappiamo, dal diritto canonico, che un papa che rinuncia al proprio ufficio non è più papa. Insomma aver consentito di usare un titolo come quello di “papa emerito” rischia di creare non pochi problemi alla comunione ecclesiale. Perché Ratzinger non si rende conto di questo?

Credo che la questione del “papa emerito” sia una sfida per la istituzione ecclesiale. Nella sua novità, ha richiesto una certa dose di improvvisazione, che ora stiamo pagando. Il vescovo emerito di Roma non ha più alcuna autorità di ministero. E, fin dall’inizio, ha cercato, credo veramente, di tenere il profilo più basso possibile. Non è un arbitrio ritenere che il ruolo di un “papa emerito”, quando un altro papa è stato eletto dopo di lui, sia evidentemente vincolato ad un estremo riserbo, per non dire ad un “silentium incarnatum”. Questa è la conseguenza della concentrazione di potere che il papa ha assunto lungo i secoli. Ogni confusione diventa pericolosa, per la Chiesa in quanto tale. A maggior ragione la cosa diventa del tutto distorta se un vescovo emerito di Roma pretende di esercitare una sorta di “veto” sugli atti che il suo successore deve ancora assumere. Per quanto la si circondi di un’aura spirituale, orante, filiale e paterna, questo non è il set di un film. E deve essere gestito con assoluta chiarezza, senza lasciar adito a dubbi.

Torniamo al contenuto del libro. Stando alle anticipazioni gli autori espongono, sentito come un dovere morale, le loro riflessioni sul Sacerdozio cattolico. Per loro il sacerdozio e il celibato sono “uniti fin dall’inizio della ”nuova alleanza” di Dio con l’umanità stabilita da Gesù, la cui oblazione totale è il modello stesso del Sacerdozio”. Insomma, per i due autori, c’è una “astinenza ontologica”…. Il termine è assai forte.…

Mi pare, però, che proprio su questo piano ciò che viene scritto nel libro sia teologicamente troppo fragile, quasi imbarazzante. Sembra più il frutto della penna incerta di Sarah che della mano sicura di Ratzinger. Le argomentazioni con cui si vorrebbe giustificare la “immodificabilità” dei criteri di selezione dei presbiteri sono stentate, zoppicanti, ingenue o paradossali. Da due pastori con così grande responsabilità il popolo di Dio si aspetterebbe qualche maggiore motivazione, per giustificare il fatto di aver assunto una posizione drastica come quella che hanno voluto manifestare. Altrimenti, se le ragioni sono davvero quelle indicate, sembra di assistere alla resistenza un poco cieca dello “status quo”, contro ogni possibile cambiamento.

Un’altra affermazione, a me sembra malata di catastrofismo, è quella che “la possibilità di ordinare uomini sposati rappresenterebbe una catastrofe pastorale, una confusione ecclesíologica e un oscuramento della comprensione del Sacerdozio”. Qui ogni apertura è cedimento allo spirito del mondo. Non è esagerato tutto questo?

Appunto: esagerazione. Una grande esagerazione. Il Card. Sarah non è nuovo a queste esagerazioni, sempre in relazione ai Sinodi. Si ricorderà come, durante il Sinodo sulla famiglia, in un suo intervento paragonò “fondamentalismo e gender” alle “bestie dell’Apocalisse”. Ogni mutamento rispetto alla struttura della Chiesa ottocentesca viene percepito come cedimento, tradimento, resa al mondo moderno e alle sue rovine. Il pregiudizio antimoderno diventa il criterio di un discernimento senza sfumature. E che presuppone una idea di Chiesa e di Sacerdozio vecchia di quasi 200 anni.

Eppure nella Chiesa latina vi sono sacerdoti sposati… Sono causa di catastrofi?

Non mi pare proprio. La tradizione latina conosce il presbitero uxorato. Ma la chiesa di oriente conosce quasi solo presbiteri uxorati. Un minimo di conoscenza del mondo e delle diverse tradizioni ecclesiali dovrebbe suggerire un giudizio meno drastico, più sfumato, più attento. Soprattutto più informato. Penso che anche un certo provincialismo curiale non sia estraneo a questo modo di esprimersi, che appare rozzo e autocentrato.

Ultima domanda: Quest’ultima uscita di Ratzinger svela, ancora una volta, il paradigma di fondo di una parte della Chiesa: la paura della storia. È così professore?

A me sembra che questo testo abbia un grande valore: manifesta la persistenza ostinata di un modello di autocomprensione della Chiesa che definirei “dispositivo di blocco”. La Chiesa non ha alcuna autorità, se non quella di ripetere quello che è stata nel passato. E per questo deve solo respingere ciecamente ogni cambiamento. Può contare soltanto sulle “tre cose bianche”: l’ostia, l’immacolata e il papa. Come è evidente il dispositivo entra in crisi quando una delle tre “cose bianche” non rinuncia ad essere stereotipato, a restare senza autorità, e inizia ad aver fiducia di poter iniziare percorsi di cambiamento e di riforma. Se la Chiesa esce dal museo e si riscopre giardino, può fiorire. Ma i profeti di sventura, alla prima brezza fredda, o alla pioggia più intensa o al primo sole cocente, sono subito pronti ad esprimere la loro nostalgia per l’aria condizionata, i sistemi di sicurezza e la silenziosa prevedibilità ovattata che il museo loro garantiva. Francesco conosce bene il funzionamento cieco di questo “dispositivo”. E non si lascerà ridurre a “cosa bianca”.

Intervista a Andrea Grillo a cura di Pierluigi Mele      www.rainews.it”   13 gennaio 2020

 

Noi siamo Chiesa” commenta il libro di Ratzinger e del card. Sarah

Ratzinger contrasta papa Francesco e si fa portavoce dei conservatori presenti nella Chiesa e del peggio della Curia romana. La prima reazione alla notizia che tutti i media danno oggi dell’intervento di Benedetto XVI contro l’abolizione del celibato sacerdotale è stata di sconcerto. Egli rompe la sua iniziale molto esplicita promessa di non intervenire sull’operato del suo successore. Il fatto è grave anche perché non dice cose neutre o fa riflessioni senza riferimenti all’attualità ecclesiale. Stiamo infatti attendendo le decisioni di papa Francesco sulla proposta del Sinodo dell’Amazzonia sui viri probati che sono necessari per la vita della Chiesa in quella parte del continente sudamericano. Ratzinger si schiera con l’ala più arretrata presente in Vaticano: in questo caso con il prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti card. Robert Sarah. Questo cardinale compie 75 anni in giugno e non dubitiamo che sarà congedato da papa Francesco, come già fece con il prefetto dell’ex-S.Uffizio card. Müller. Avevamo auspicato a suo tempo che, secondo buon senso e responsabilità ecclesiale, Ratzinger-Benedetto XVI si ritirasse, silente, in qualche monastero in Baviera. Ciò non è successo e ora egli sta perdendo, con questo intervento e con quello dello scorso aprile, il credito che aveva acquisito, in grandi aree della nostra Chiesa, con le sue dimissioni.

Soprattutto ci sembra scorretto che il libro, che uscirà a giorni da Fayard e è scritto con Sarah, sia firmato da “Benoit XVI” come appare sulla copertina. Egli, ci sembra, abusi in questo modo della sua precedente autorità nella Chiesa.

Detto questo, ciò che emerge dal testo di Ratzinger/Sarah è una concezione sacrale del “Sacerdote” (noi preferiamo chiamarlo “presbitero”) che è in contraddizione con la migliore teologia, con lo “spirito” del Vaticano II e con la pratica di una parte della vita quotidiana della Chiesa. Il sacerdote deve essere impegnato soprattutto nella preghiera e nel celebrare l’Eucaristia. Inoltre si afferma nel libro: «Si può dire che l’astinenza sessuale funzionale si è trasformata in astinenza ontologica». Che significa? Che la consacrazione porterebbe a un cambiamento della natura stessa del credente-prete? Ma i preti sposati, che ci sono nella Chiesa Cattolica, sono di serie B? Non avrebbero questa mutazione ontologica? Noi pensiamo che il prete abbia un ruolo nella Chiesa solo perché riconosciuto e accettato dalla sua comunità per la quale egli è il presidente dell’Eucaristia. Qualsiasi riferimento al rapporto presbitero-comunità pare sia assente nel testo. Questa idea del Sacerdote inoltre non fa che congelare l’attuale distinzione rigida esistente tra struttura gerarchica e i “laici”. Essa è evangelica? Non si potrebbe pensare che il celibato sia comprensibile con la vita monastica che ha così tanta tradizione ma non per la normale vita delle nostre diocesi e delle nostre parrocchie?

E poi la negazione dell’Eucaristia a una parte dei credenti, perché impossibile di fatto in alcune situazioni, non costituisce forse un “peccato” della Chiesa a cui si può senza difficoltà porre rimedio modificando una legge solo ecclesiastica? E perché fermare ora una riforma che sarà inevitabile fare in un futuro neanche troppo lontano? Nel testo si afferma anche che «nella Chiesa antica gli uomini sposati potevano ricevere il sacramento dell’Ordine solo se si fossero impegnati a rispettare l’astinenza sessuale e, perciò, a vivere una vita matrimoniale come fratello e sorella. Ciò sarebbe stato del tutto normale nei primi secoli».

 È possibile che succedesse una cosa del genere? Che dicono gli storici della Chiesa? Se si vuole parlare del celibato bisognerebbe parlare allora di tutta la situazione dei presbiteri nella Chiesa, della loro formazione al celibato, delle degenerazioni dei comportamenti di una piccola minoranza (abusi sessuali nei confronti di minori e di suore), della difficoltà ad avere la dispensa dal celibato e anche di altro (oltre a tutti gli aspetti positivi del clero), per esempio del fatto che il prete, per la sua collocazione nella struttura, non rischia mai la disoccupazione o la vera povertà.

Poi il libro dice «Senza la rinuncia ai beni materiali non si può avere sacerdozio». Bella affermazione, ma bisognerebbe continuarla con una riflessione sui beni della Chiesa, sulla povertà della Chiesa e nella Chiesa. La povertà del singolo, qualora esista, si accompagna, a volte ed almeno in certi Paesi, alla gestione, con ben scarsi controlli, dei beni della Chiesa, a volte cospicui; egli dovrebbe avere la preoccupazione di un uso rigoroso e, soprattutto, della loro effettiva destinazione “ai poveri” (come diceva con chiarezza lo stesso Codice di diritto canonico del 1917).

Vittorio Bellavite        “www.adista.it”         13 gennaio 2020

www.adista.it/articolo/62715

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DALLA NAVATA

II Domenica del tempo ordinario – Anno A – 19 gennaio 2020

Isaia                49, 06. «Ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra».

Salmo              39, 10 «Ho annunciato la tua giustizia nella grande assemblea; vedi: non tengo chiuse le labbra, Signore, tu lo sai».

1 Corìnzi         01, 03 Grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo!

Giovanni         01, 34 «E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».

 

Un agnello che porta la tenerezza divina

Giovanni vedendo Gesù venire… Poter avere, come lui, occhi di profeta e so che non è impossibile perché «vi è un pizzico di profeta nei recessi di ogni esistenza umana» (A.J. Heschel); vedere Gesù mentre viene, eternamente incamminato lungo il fiume dei giorni, carico di tutta la lontananza; mentre viene negli occhi dei fratelli uccisi come agnelli; mentre viene lungo il confine tra bene e male dove si gioca il tuo e, in te, il destino del mondo. Vederlo venire (come ci è stato concesso a Natale) pellegrino dell’eternità, nella polvere dei nostri sentieri, sparpagliato per tutta la terra, rabdomante d’amore dentro l’accampamento umano, da dove non se ne andrà mai più. Ecco l’agnello, il piccolo del gregge, l’ultimo nato che ha ancora bisogno della madre e si affida al pastore, che vuole crescere con noi e in mezzo a noi.

Non è il «leone di Giuda», che viene a sistemare i malvagi e i prepotenti, ma un piccolo Dio che non può e non vuole far paura a nessuno; che non si impone, ma si propone e domanda solo di essere accolto. Accolto come il racconto della tenerezza di Dio. Viene e porta la rivoluzione della tenerezza, porta un altro modo possibile di abitare la terra, vivendo una vita libera da inganno e da violenza. Amatevi, dirà, altrimenti vi distruggerete, è tutto qui il Vangelo. Ecco l’agnello, inerme e più forte di tutti gli Erodi della terra. Una sfida a viso aperto alla violenza, alla sua logica, al disamore che è la radice di ogni peccato.

Viene l’Agnello di Dio, e porta molto di più del perdono, porta se stesso: Dio nella carne, il cromosoma divino nel nostro Dna, il suo cuore dentro il nostro cuore, respiro dentro il respiro, per sempre. E toglie il peccato del mondo. Il verbo è al declinato al presente: ecco Colui che instancabilmente, infallibilmente, giorno per giorno, continua a togliere, a raschiare via, adesso ancora, il male dell’uomo. E in che modo toglie il male? Con la minaccia e il castigo?

No, ma con lo stesso metodo vitale, positivo con cui opera nella creazione. Per vincere il buio della notte Dio incomincia a soffiare sulla luce del giorno; per vincere il gelo accende il suo sole; per vincere la steppa semina milioni di semi; per vincere la zizzania del campo si prende cura del buon grano; per demolire la menzogna Lui passa libero, disarmato, amorevole fra le creature. Il peccato è tolto: nel Vangelo il peccato è presente e tuttavia è assente.

Gesù ne parla solo per dirci: è tolto, è perdonabile sempre! E come Lui, il discepolo non condanna, ma annuncia un Dio che dimentica se stesso dietro una pecora smarrita, un bambino, un’adultera. Che muore per loro e tutti li catturerà dentro la sua risurrezione.

Padre Ermes Ronchi, OSM

www.cercoiltuovolto.it/vangelo-della-domenica/commento-al-vangelo-del-19-gennaio-2020-p-ermes-ronchi

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DIVORZIO

Libero accesso al conto corrente dell’ex

                                                                                               www.studiocataldi.it/allegati/news/allegato_37029_1.pdf

www.studiocataldi.it/allegati/news/allegato_37029_2.pdf

Il Consiglio di Stato con le sentenze n. 5345/29 luglio 2019 e 5347/29 luglio 2019 elimina quei paletti che impedivano ai coniugi, coinvolti in un giudizio di separazione, di accedere ai documenti dell’Agenzia delle Entrate per avere contezza della reale situazione reddituale e patrimoniale dell’altro coniuge. L’unico modo per eseguire detto controllo infatti, secondo una parte della giurisprudenza, è di chiedere al giudice istruttore l’esibizione di detti documenti alla PA. Ma cosa fare se il giudice rigetta detta istanza? Da qui l’apertura del Consiglio di Stato, grazie anche alla riforma della legge n. 241/7 agosto 1990, che considera prevalente il diritto di accesso su quello alla riservatezza.         www.gazzettaufficiale.it/eli/id/1990/08/18/090G0294/sg

Da qui la conclusione che non si può limitare il diritto del coniuge ad accedere ed estrarre copia dei documenti richiesti, se è titolare di un interesse attuale.

Per accedere agli atti occorre indicare specificamente i documenti. La prima vicenda ha inizio con una richiesta di accesso agli atti dell’Agenzia delle Entrate, da parte di una donna, relativamente ai “rapporti e alle operazioni di natura economico-finanziaria del proprio coniuge ed in particolare a tutti i suoi documenti contenuti nell’Anagrafe dei conti correnti e nell’Archivio dei rapporti finanziari, nonché l’elenco degli istituti di credito e degli altri intermediari finanziari con i quali lo stesso ha intrattenuto rapporti.” La necessità di accedere agli atti suddetti ha a che fare con un procedimento di separazione nel corso del quale è emersa la necessità di accertare le reali condizioni reddituali ed economiche del marito, visto che il giudice non ha accolto le sue richieste istruttorie.

Di fronte alla richiesta della donna l’Agenzia delle Entrate, per ben due volte, ha negato l’accesso. Da qui la decisione della signora di ricorrere al Tar di Milano, che le ha negato il diritto di accesso tante la necessità di bilanciare l’accesso agli atti con quello della riservatezza del marito. Per il Tar adito, solo il giudice può chiedere l’esibizione dei documenti nel corso del giudizio di separazione alla PA in virtù dell’ordine specifico.

La ex moglie però non desiste e impugna la decisione di fronte al Consiglio di Stato, perché, come chiarito in un suo precedente “Le norme relative al diritto di accesso disciplinerebbero, infatti, un istituto che (…) ha una portata generale, essendo esercitabile ogniqualvolta vi sia un interesse strumentale, serio e non emulativo, personale e connesso ad una situazione di cui l’istante è portatore, qualificato dall’ordinamento come meritevole di tutela.”

            Nel caso di specie tuttavia il Consiglio di Stato, sezione IV, con la sentenza n. 5345/2019 respinge l’appello in quanto, a prescindere dalla fondatezza della domanda di accesso ai documenti dell’ex marito a testimonianza della sua reale situazione reddituale e patrimoniale, la richiesta non è circostanziata nel descrivere la documentazione richiesta. La domanda, infatti, che così formulata costringerebbe l’Agenzia a un’attività di ricerca ed elaborazione dati troppo dispendiosa, anche in termini di tempo.

            Un’apertura quella del Consiglio di Stato, all’accesso diretto del coniuge agli atti da cui emergono i dati reddituali e patrimoniali dell’ex, in caso di separazione e divorzio, che supera il precedente orientamento (che subordinava tale accesso all’autorizzazione del giudice) al fine di tutelare la parte “debole” del rapporto.

Non serve l’autorizzazione del giudice della separazione per accedere agli atti

La seconda vicenda ha inizio, come la precedente, con una richiesta di accesso agli atti avanzata da una donna nei confronti dell’Agenzia delle Entrate, per conoscere la situazione patrimoniale e reddituale del marito con il quale è in corso un giudizio di separazione. La donna in particolare ha chiesto di accedere “alla documentazione fiscale del coniuge, relativa alle dichiarazioni dei redditi, alle dichiarazioni IVA e Irap, modello 770, alle certificazioni dei sostituti di imposta degli ultimi tre anni, nonché a tutta la contrattualistica riguardante le proprietà immobiliari dello stesso e l’elenco degli atti del registro dell’ultimo decennio.” Anche in questo caso la richiesta segue il rigetto delle istanze istruttorie avanzate al giudice civile.

            Al rifiuto dell’Agenzia la donna si oppone rivolgendosi inizialmente alla Commissione per l’accesso ai documenti amministrativi, che però conferma il rigetto iniziale, non rilevando la necessità e la indispensabilità degli atti per l’esercizio del diritto di difesa delle richiedente. A questo ulteriore diniego però la donna si oppone rivolgendosi al Tar di Milano, che dichiara il ricorso inammissibile e in parte lo respinge per carenza di interesse della ricorrente, stante quello preminente alla riservatezza del coniuge e l’assenza dei requisiti di concretezza e attualità della richiesta. Solo il giudice, in sede istruttoria avrebbe potuto soddisfare, in presenza dei necessari presupposti, le richieste della ricorrente, ricorrendo alla richiesta di esibizione dei documenti all’amministrazione interessata.

            La donna a questo punto appella la sentenza al Consiglio di Stato che accoglie la sua impugnazione, ritenendo sussistente il permanere del diritto di accesso agli atti necessarie ad articolare le sue ulteriori difese nel giudizio di separazione.

La decisione del Consiglio di Stato. Per il Consiglio di Stato “La richiesta di acceso relativa ai documenti fiscali del coniuge permane in pendenza della conclusione definitiva del giudizio di separazione e dell’esperimento di altre azioni allo stesso riferite, ancor più se si considera che l’accertamento delle reali condizioni economiche del coniuge non è stata completamente compiuta (ordinanza del Presidente del Tribunale n. 13 del 18 settembre 2017 nella quale si sottolinea l’esigenza di approfondimenti istruttori nel prosieguo del giudizio e che le determinazioni economiche sono state assunte in assenza della documentazione fiscale del coniuge della appellante).”

In questo caso il Consiglio precisa in via preliminare che l’attualità dell’interesse deve fare riferimento ai dati reddituali e patrimoniali successivi al 2017 e che la richiesta dell’appellante è sufficientemente specificata. Il Giudice quindi, evidenziando l’erroneità del diniego del Tar, ricorda un suo precedente in cui ha chiarito che “il diritto di accesso di cui all’art. 24 della legge n. 241/1990 può essere esercitato nei confronti dell’Agenzia delle Entrate (…) anche nell’ambito di un giudizio di separazione personale. “Del resto la modifica della legge n. 241/1990 ha disposto in sostanza che il diritto di accesso prevale sul diritto alla riservatezza quando è necessario difendere un interesse giuridicamente rilevante.

            Il Consiglio chiarisce inoltre che: “sulla necessaria autorizzazione all’accesso ai documenti da parte del giudice del procedimento di separazione, in ragione del combinato disposto dell’art. 155 sexies delle disposizioni di attuazione del c.p.c. e dell’art. 492 bis cod. proc. civ., va evidenziato che le disposizioni richiamate, che prevedono l’applicabilità delle modalità di ricerca telematica anche quando l’autorità giudiziaria deve adottare un provvedimento in materia di famiglia, costituiscono un semplice ampliamento dei poteri istruttori del giudice della cognizione già previsto dal codice di procedura civile ai sensi dell’art. 210 c.p.c., ma non rappresentano un ostacolo al diritto di accesso ai documenti in possesso dell’Agenzia delle Entrate (…).” Dette norme, precisa il Consiglio, non derogano alla disciplina sull’accesso agli atti e ai documenti presenti nelle banche dati della PA; ma ampliano semplicemente i poteri istruttori del giudice nei procedimenti in materia di famiglia.

            La disciplina che consente al cittadino di accedere agli atti e quella che riconosce al giudice istruttore di chiedere l’esibizione dei documenti alla PA sono complementari ed entrambe possono essere utilizzate per ottenere i dati necessari a istruire un procedimento in materia di famiglia. Complementarietà che, in materia familiare, assume ancora più importanza stante la necessità di contemperare il principio di parità delle armi, al fine di tutelare gli interessi dei più deboli. Da qui l’accoglimento del ricorso e l’obbligo per l’Agenzia delle Entrate di far prendere visione ed estrarre copia alla ricorrente dei documenti indicati nella richiesta.

Annamaria Villafrate Studio Cataldi 15 gennaio 2020

www.studiocataldi.it/articoli/37029-divorzio-libero-accesso-al-conto-corrente-dell-ex.asp

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DONNE NELLA CHIESA

Il Papa e le donne: assumetevi responsabilità con coraggio

«Prendete le cose in mano con coraggio!». Questa l’esortazione del Papa ad una delegazione dell’Unione Mondiale delle Organizzazioni Femminili Cattoliche (UMOFC – Union Mondiale des Organisations Féminines Catholiques, fondata nel 1910), ricevuta nei giorni scorsi in Vaticano, alla quale Francesco ha indicato l’esempio di Maria Maddalena, «che ha annunciato coraggiosamente la risurrezione di Gesù, anche quando gli apostoli non gli hanno creduto», e non ha mancato di indirizzare una raccomandazione: «Senza follia non c’è santità».

«Quando abbiamo chiesto al Papa un messaggio per le 8 milioni di donne che appartengono alle organizzazioni membri dell’Umofc in tutti continenti, il Santo Padre ci ha incoraggiato e ha sottolineato che per andare avanti nel cammino verso la santità ci vuole molto coraggio e anche una certa pazzia», racconta Maria Lia Zervino, argentina, sociologia, presidente generale dell’organizzazione dal 2018. «In quel senso, ha espresso: “Senza pazzia non c’è santità”. Ci ha spinto a essere come Maria Maddalena, che ha avuto la follia di annunciare la resurrezione di Gesù agli apostoli, anche se non le credevano. La sua esortazione è stata: “Fatevi carico con coraggio”».

L’udienza «ha avuto una durata più o meno di 40 minuti. Il clima è stato molto accogliente, fraterno e anche gioioso per il sense of humor del Papa», afferma Zervino. Una nota dell’Unione Mondiale delle Organizzazioni Femminili Cattoliche riferisce che con il Papa la delegazione ha discusso «della realtà della Chiesa, delle donne e del principio mariano; della sinodalità dei laici; dell’ideologia del genere a livello internazionale; del dialogo interreligioso per la fratellanza umana e della missione specifica delle donne in tutti questi ambiti pastorali».

«Il tema centrale», spiega Zervino, «è stato proprio quello delle donne e la Chiesa, però non soltanto sul “ruolo” che, come ha detto il Papa tante volte, deve essere più approfondito e molto più esteso, ma anche su come noi donne dell’Umofc, con il nostro modo femminile di essere donne laiche, possiamo contribuire a sviluppare il “principio mariano” all’interno della Chiesa e a manifestare il volto femminile della Chiesa nel mondo di oggi». Le donne dell’Umofc sono «convinte che le donne organizzate sinergicamente tra di loro possano prestare un incalcolabile servizio alla Chiesa», spiega ancora la presidente. «Non vogliamo occupare posti per ottenere potere o fare rivendicazioni e nemmeno per essere lì per decorazione, come un vaso di fiori. Pensiamo invece che sia fondamentale che le diverse strutture ecclesiali accolgano il desiderio di Papa Francesco di contare su donne con una formazione adeguata che intervengano nei processi decisionali».

Quanto al tema della sinodalità, Zervino spiega: «“Le donne sono quelle che portano avanti la Chiesa, senza ricoprire cariche”. In questo quadro, la sinodalità è stata considerata come il camminare insieme del Popolo di Dio. All’interno di questo Popolo di Dio, è stato evidenziato quanto possono aiutare a superare le ideologie le esperienze concrete delle donne dell’Umofc che, cercando la “santità della porta accanto”, tutti i giorni si impegnano in azioni meravigliose ma silenziose per l’evangelizzazione e lo sviluppo umano integrale. Ascoltare le testimonianze di queste donne è un passo importante per il cammino sinodale della Chiesa, perché costituiscono un osservatorio vivente sulle donne nel mondo».

            Iacopo Scaramuzzi     vatican insider            15 gennaio 2020

www.lastampa.it/vatican-insider/it/2020/01/15/news/il-papa-e-le-donne-prendete-le-cose-in-mano-con-coraggio-1.38333194

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FRANCESCO VESCOVO di ROMA

Ideologia, teologia e politica secondo Papa Bergoglio

Papa Francesco usa ampiamente il concetto di popolo quando parla di comunità cristiana e anche quando si riferisce alla convivenza civile e politica. Siccome si tratta di una parola tanto antica quanto ambivalente e oggi discussa, il significato del suo discorso non è sempre immediato. Questo uso lessicale gli ha attirato precoci e persistenti critiche, in qualche caso piuttosto schematiche e pregiudiziali.

  1. Il suo approccio è stato giudicato eccessivamente legato all’esperienza latino-americana, in particolare al peronismo della sua patria d’origine.
  2. Altri lo hanno ricondotto nell’orizzonte dell’ideologia populista, perché l’appello al popolo parrebbe incitare una battaglia degli sfruttati contrapposti alle élite sociali e politiche.
  3. In altre letture, lo si è tacciato di tornare a predicare un’indistinta unità religiosa, che sopprimerebbe lo spazio per l’individuo, il conflitto e alla fine quindi anche per la democrazia: «unire le religioni contro l’Occidente secolare, moralmente corrotto» sarebbe l’orizzonte geopolitico del suo pontificato.
  4. Infine, secondo ulteriori voci, la sua attitudine moralistica e antimoderna lo condurrebbe sulla strada di un anticapitalismo del tutto ignorante della realtà.

Lo stesso papa è lucidamente avvertito delle possibili incomprensioni del suo linguaggio; in un colloquio con i gesuiti in Colombia, egli ha affermato: «Oggi bisogna fare attenzione quando si parla di popolo! Perché qualcuno dirà: “Finirete per diventare populisti”, e si cominceranno a fare elucubrazioni» («La Civiltà cattolica», vol. IV, 2017, pp. 3-10). È forse possibile invece provare a leggere in modo più articolato i suoi contributi, a partire da alcuni testi precedenti al pontificato, che mi pare gettino una luce più chiara su alcune formule e proposte che egli ha ripreso nei primi testi magisteriali più distesi (dalla Evangelii gaudium del 2013 alla Laudato si’ del 2015).

Le radici del suo discorso: il «popolo di Dio» e il mito del popolo. Appaiono chiari alcuni punti di riferimento essenziali nel bagaglio formativo del papa.

  1. Il primo è il riferimento continuo al Vaticano II: la formazione di Bergoglio si inserisce infatti in quel filone gesuita che ha accompagnato e valorizzato la riflessione conciliare, a cavallo tra mondi teologici ed ecclesiali europei e americani (un orizzonte tutt’altro che provinciale).

Una delle scelte fondamentali compiute dai padri conciliari era stata quella di modificare la bozza curiale del testo di quella che sarebbe divenuta Lumen gentium (la costituzione dogmatica sulla Chiesa). Nella versione originale dopo il capitolo iniziale sul «mistero della Chiesa» si passava a trattare della «sacra gerarchia» e poi delle altre componenti ecclesiali, in ordine di importanza: su proposta del cardinal Suenens, la maggioranza riformatrice antepose alla riflessione sulle istituzioni ecclesiastiche un secondo capitolo sul «popolo di Dio», cioè sugli elementi comuni tra i credenti che vengono prima di ruoli o vocazioni particolari. Questa metafora simboleggiava una visione di Chiesa radicata nelle memorie bibliche dell’autorivelazione divina consegnata a un popolo (e non a una classe sacerdotale). Il che modificava tutto l’orizzonte della riforma ecclesiale post-conciliare: da qui scaturiva

  1. Il primato della coscienza battesimale su ogni consacrazione ministeriale,
  2. L’insistenza sulla collegialità nell’esercizio dei ministeri di guida della Chiesa,
  3. L’enfasi sulle chiese locali nell’orizzonte cattolico-universale,
  4. La declericalizzazione della pastorale e la valorizzazione del ruolo del laicato.

Non a caso, da papa, Francesco ha sostenuto che il documento essenziale del post-concilio sia stato l’Evangelii nuntiandi del 8 dicembre 1975 di Paolo VI, che su questa scia insisteva su una comunità cristiana «evangelizzata» come soggetto locale particolare e specifico dell’annuncio, parlando poi di evangelizzazione delle culture e di rapporto tra evangelizzazione e «promozione umana».

www.vatican.va/content/paul-vi/it/apost_exhortations/documents/hf_p-vi_exh_19751208_evangelii-nuntiandi.html

  1. In secondo luogo, contano le radici specificamente latino-americane di questo linguaggio, in un orizzonte in cui il significato della parola pueblo comprende sfumature più ampie di quelle europee, rimandando alle comunità tradizionali di villaggio e al loro percorso sincretico di meticciato tra culture. Su questa base, la teologia argentina (con alcuni maestri di Bergoglio, in particolare Lucio Gera e Rafael Tello e poi Juan Carlos Scannone e Carlos Galli) ha sviluppato propriamente una «teologia del popolo» che partiva dall’idea di un cristianesimo che nel corso della storia si è trovato a incarnarsi in una molteplicità di culture locali.

Guido Formigoni        estratto da Mulino  n. 6/19       16 gennaio 2020

www.rivistailmulino.it/news/newsitem/index/Item/News:NEWS_ITEM:5003?&utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=%3A%3A+Rivista+il+Mulino+%7C+esce+il+numero+6%2F19+%3A%3A+%5B7164%5D

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GOVERNO

Reddito di cittadinanza e famiglia: separati prima ancora di sposarsi

Le critiche dell’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) all’attuazione del reddito di cittadinanza nel nostro Paese non sorprendono gli osservatori più attenti delle politiche sociali, e alcune criticità erano già state ampiamente argomentate, sia sulla stampa specialistica che sui media a più ampia diffusione. Del resto un intervento così ambizioso e potenzialmente innovativo doveva inevitabilmente passare attraverso una fase sperimentale e di rodaggio, prima di poterne svolgere una valutazione complessiva (e peccato che non si sia fatto tesoro della breve ma significativa sperimentazione del REI, il reddito di inclusione, che aveva anche il pregio di valorizzare il terzo settore). Ma le critiche dell’OCSE rivestono particolare interesse soprattutto perché mettono in luce le criticità soprattutto “in chiave familiare”, che sono state troppo sottovalutate, nel dibattito politico.

            In primo luogo è forte la denuncia rispetto al pessimo trattamento riservato alle famiglie numerose. Viene infatti confermato, nelle parole dell’OCSE, che gli attuali meccanismi di peso dei carichi familiari penalizzano in modo esagerato le famiglie più numerose – da cinque membri in su! Purtroppo è l’ennesima conferma di un pregiudizio ideologico negativo nei confronti delle famiglie che mettono al mondo “un figlio in più”: le scale di equivalenza sono troppo avare nel pesare il costo dei figli dal terzo in su, e così le famiglie numerose sono condannate a restare sotto la soglia di povertà reale (non quella, virtuale, misurata dalle scale di equivalenza del reddito di cittadinanza), anche dopo aver percepito il reddito di cittadinanza. Dispiace ricordare che anche quando si trattò di approvare l’ISEE – Indicatore della situazione economica equivalente (quello che oggi regola le tasse da pagare, le graduatorie per l’accesso ai servizi, la titolarità per tanti diritti), il Forum delle associazioni familiari chiese con forza e con argomentazioni documentate di alzare le scale di equivalenza a favore delle famiglie con più figli: ma la risposta fu sempre negativa. Peraltro, le scale di equivalenza ISEE sono comunque più generose di quelle del reddito di cittadinanza. Insomma: nelle politiche pubbliche, la famiglia che fa un figlio in più non è da premiare, ma da penalizzare. E allora, alla politica e al governo, oggi più di ieri, una richiesta concreta: basta retorica sulla crisi della natalità, affermazioni di principio, annunci di emergenza demografica: concretamente, cambiate prima le scale di equivalenza a favore delle famiglie con figli nei vari passaggi amministrativi. Così dimostrerete una reale attenzione alla famiglia e al suo valore.

            Il pregiudizio contro le “famiglie che fanno un figlio in più” si conferma peraltro anche nell’attuale dibattito sulla riforma del sistema previdenziale, quando si parla degli “sconti contributivi” per le madri, che nelle più recenti proposte di riforma prevedono otto mesi per ogni figlio, “fino ad un massimo di 24 mesi”. Cioè, solo fino al terzo figlio: dal quarto in poi, nessun vantaggio. Impossibile condividere questa limitazione: primo, perché comunque ogni nascita incide sui progetti lavorativi e sui cicli di vita della madre, e quindi questo andrebbe riconosciuto; in secondo luogo, perché il numero di donne che arriverebbe a percepire “altri otto mesi”, dal quarto figlio in poi, è talmente basso che l’impatto sui conti previdenziali sarebbe davvero risibile, soprattutto se confrontato con quanto finora sperperato in baby pensioni, pensioni d’oro, esodati ecc. Ma come: ci riempiamo la bocca dell’emergenza natalità (anche ai massimi livelli del governo), e poi stiamo a fare gli avari con le poche famiglie che hanno il coraggio di mettere al mondo un figlio in più? Davvero figlia di una ideologia vecchia e fuori dal tempo, questa resistenza alla famiglia e alla natalità!

            Che dire, poi, della denuncia dell’OCSE rispetto ai furbetti delle separazioni fittizie, che qualcuno ha provato ad utilizzare per poter percepire il reddito di cittadinanza?  Verrebbe da dire, in estrema sintesi: finalmente ve ne siete accorti anche voi! Da troppo tempo “fare famiglia non conviene”, per le politiche sociali e familiari del nostro Paese. Già nel film Casomai (nel 2002) veniva denunciato il paradosso per cui “essere sposati” non solo non era premiante, ma addirittura era penalizzante, nelle graduatorie per l’accesso al nido o quando fai la dichiarazione dei redditi. Nessuna sorpresa, quindi, che questo accada anche per il reddito di cittadinanza. Non si tratta solo di “scoprire i furbetti” e di penalizzarli; si tratta anche di chiedersi perché la famiglia sia fiscalmente svantaggiosa, nel nostro Paese. E, da ultimo, lascia molta amarezza l’idea che il matrimonio, da patto sociale di responsabilità pubblica, promosso dalla nostra Costituzione, venga utilizzato furbescamente e strumentalmente dai disonesti per “portare a casa un po’ di soldi”. Questi opportunisti calpestano un’istituzione che lo stato dovrebbe proteggere: ma siamo sicuri che oggi lo stato stia davvero proteggendo la famiglia e il matrimonio?

Francesco Belletti, direttore Cisf                     Famiglia cristiana 14 gennaio 2020

www.famigliacristiana.it/articolo/reddito-di-cittadinanza-e-famiglia-separati-prima-ancora-di-sposarsi_46111.aspx

 

I progetti per le famiglie e le pari opportunità della ministra Bonetti

Cattolica, renziana, riformista, intorno al suo dicastero si giocano le grandi battaglie fra destra e sinistra. In questa intervista fa il punto sugli assegni, sul congedo, sulle madri surrogate, sulla discriminazione, sulla comunità Lgbti e sull’agenda di governo

È a capo di un ministero senza portafoglio, eppure il suo può definirsi un dicastero cruciale. Perché proprio su famiglia e pari opportunità, al di là di tutte le considerazioni di tipo socio-culturale e giuridico, si giocano le grandi battaglie programmatiche tra destra e sinistra. Tra le questioni di cui la renziana Elena Bonetti, ministra, appunto, della Famiglia e Pari Opportunità, si sta attualmente occupando in ragione del suo incarico, ci sono i servizi alle famiglie, il contrasto alla violenza maschile contro le donne, la necessità di una legge contro l’omotransfobia.

Ministra Bonetti, assegno familiare unico e congedo di paternità. Che cosa si è concretizzato dopo le sue dichiarazioni in ottobre ad Avvenire? Fumata bianca o nera?

Nella legge di bilancio c’è il rifinanziamento completo del congedo di paternità, perché la norma era a scadenza 2019, e l’estensione a sette giorni. È dunque una fumata bianca rispetto a quello che ci eravamo prefissi nell’ambito di questa legge di bilancio, che è il primo passo di un percorso che ha una prospettiva più lunga e che nella nostra progettualità auspichiamo più efficace. Ovvero, l’estensione a più giorni fino ad arrivare, come già ho potuto dire più volte, a 15 giorni. Estensione anche al pubblico impiego, a cui ho lavorato con la ministra Dadone e che, per ragioni di bilancio, in questa manovra non è stato possibile fare. Il congedo di paternità, occorre ribadirlo, va introdotto non a semplice supporto del lavoro di cura demandato solitamente alle madri, ma nell’ottica di una presa d’atto che la responsabilità educativa va coesercitata anche dai papà.

Ma circa l’assegno familiare unico?

In realtà abbiamo cambiato la dicitura: il fondo istituito nella legge di bilancio, che si attiva dal 2021, è un “Fondo per l’assegno universale e i servizi alle famiglie”. Perché abbiamo introdotto il concetto di universalità? Perché riteniamo che questa forma di assegno, che viene dato alle famiglie per ciascun figlio, dev’essere innanzitutto rivolta al valore che quel figlio, quel bambino, rappresenta come valore sociale. Quindi un bene comune, di cui tutti ci dobbiamo fare carico. Non è dunque una semplice riorganizzazione di misure ma il riconoscimento di un valore sociale, circa la cui tutela non solo la famiglia ma tutta la società si deve mettere in campo. Abbiamo introdotto una misura che è quella dell’assegno di natalità, attiva da adesso, da gennaio 2020, rivolta a tutti i nuovi nati o adottati nel 2020 per 12 mesi con cifre significative, ovviamente calibrate in base al reddito. La fascia Isee sotto i 7.000 euro prende 160 euro al mese, quella tra i 7.000 e i 40.000 prende 120 euro al mese. E poi 80 euro al mese per chi ha redditi superiori ai 40.000. Naturalmente, questa misura non toglie le altre in essere. Il lavoro che dobbiamo fare nel corso dell’anno è valutare tutte le detrazioni e i benefici di cui oggi godono le famiglie e, su quella base, elaborare una forma di assegno universale, che ovviamente vada a maggiorare il sostegno dato alle famiglie e non a penalizzarle.

Quindi ne beneficeranno anche i figli delle coppie di persone dello stesso sesso?

È un assegno che si rivolge ai bambini, quindi indistintamente a tutti i nuovi nati. Nella domanda di richiesta all’Inps ci sarà il riferimento del nucleo familiare in cui quel bambino vive.

            Violenza sulle donne: lei aveva annunciato che intendeva mettere mano al Codice Rosso per alcune modifiche. L’ha fatto?

Distinguiamo due cose. Il Codice Rosso è una parte delle politiche che il nostro Stato mette in campo nel contrasto alla violenza contro le donne. A questo riguardo c’è un Piano strategico nazionale, coordinato da una Cabina di regia in cui siedono tutti i ministeri competenti. All’interno di questa Cabina di regia, da me presieduta, si mettono in campo tutte le misure necessarie. Nell’ambito di queste politiche, il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ha attivato un tavolo, al quale partecipo anche io, di ascolto dei soggetti coinvolti, in particolare in merito all’attuazione del Codice Rosso. Per ora, abbiamo incontrato solo le associazioni che gestiscono le case rifugio e i centri d’accoglienza: queste associazioni hanno presentato il loro punto di vista rispetto all’applicazione “sul campo” di questa legge. Legge, che è giovane e della quale sono state evidenziate alcune potenziali criticità. Stiamo valutando se si tratta d’intervenire sotto un punto di vista normativo o semplicemente di attuare delle politiche che permettano alla legge di essere attuabile al meglio. Per capirsi, uno dei temi è la formazione dei soggetti coinvolti. Il modo, in cui la donna vittima di violenza viene accolta in tutto il percorso a partire dalla presentazione della denuncia della violenza subita fino ad arrivare alla concreta possibilità di ricominciare, richiede una formazione specifica. Chiede attenzioni, luoghi e tempi propri. Il Codice Rosso è quindi un pezzo importante sul quale stiamo lavorando con il ministero della Giustizia e s’interseca anche col tema dei minori figli di donne vittime di violenza e degli orfani di donne vittime di femminicidio. Ovviamente tutto dev’essere sempre fatto di concerto con tutte le realtà coinvolte. Solo in questo dialogo di responsabilità diverse si può trovare una sinergia d’azione.

Il 7 gennaio 2020 in Spagna è entrato in carica il Governo Sánchez II, che prevede tra le sue politiche una lotta senza quartiere alla gestazione per altri (Gpa). Da qualche parte si è fatta notare una differenza tra la sinistra progressista spagnola e quella italiana, che sul tema ha assunto una posizione ondivaga quando non favorevole. Qual è il suo parere personale nel merito?

Partiamo dal presupposto che la situazione spagnola è differente da quella italiana. Su questi temi, etici e personali, rispondo personalmente e come ministra della Repubblica. Ritengo la pratica della Gpa lesiva della dignità e della libertà della donna. È chiaro che è una posizione che so essere molto forte. Oggi il nostro Paese ha, in particolare nel femminismo e anche in alcune forze politiche, posizioni differenti. Credo che qualsiasi decisione su queste materie debba essere non di parte ideologica: ribadisco, come detto all’inizio del mio ministero, che farà mai di questi temi un terreno di scontro politico. Essi devono essere affrontati in una visione che davvero raccolga una conciliazione e una connessione sociale, mai di una parte contro l’altra. Altrimenti, paradossalmente, anche la battaglia giusta è strumentalizzata e ottiene effetti sbagliati. Credo sia importante continuare a dibattere, raccogliere gli argomenti, trovare uno spazio di dialogo e di confronto. In questo caso il soggetto potenzialmente più debole – ciò non vuol dire che le donne siano deboli –, in alcuni contesti sociali, è la figura femminile. Quindi, è la figura che sento debba essere maggiormente tutelata. Detto da una ministra delle Pari Opportunità, penso che questo possa essere ampiamente compreso.

            E per quanto riguarda i bambini nati da Gpa?

Senza entrare nel merito di tutto il dibattito precedente, credo ci debba ispirare la dichiarazione Onu: il diritto primario è il bene del bambino. Questo è il punto di partenza di qualsiasi politica a sostegno dell’infanzia e dell’adolescenza che noi metteremo in campo.

Tema omotransfobia: è stato avviato l’iter in Commissione Giustizia alla Camera con l’incardinazione del Pdl Zan. Lei ha dichiarato che il suo ministero seguirà con attenzione quanto avviene in Parlamento. In che senso?

Ritengo che oggi il nostro Stato debba dotarsi di uno strumento giuridico che permetta di definire come reato anche l’omotransfobia e le forme di discriminazione e di violenza basate sull’orientamento sessuale e identità di genere. È una battaglia importante, rispetto alla quale c’è di fatto un consenso nel Paese. Anche per quella maturità cui il nostro Paese deve arrivare, di rispetto profondo del valore di ogni persona umana, di rispetto pieno delle diversità. C’è un iter parlamentare che è stato già avviato alla Camera con l’incardinazione del progetto di legge presentato da Alessandro Zan. Ma è stato disposto l’abbinamento di altri testi depositati sulla materia. Immagino che si arriverà a un testo unico che raccolga le istanze e le sollecitazioni dei vari punti di vista. Per quanto mi compete, accompagnerò nel rispetto del Parlamento l’eventuale formulazione di un testo unico: sono in contatto, in prima persona, con Zan ma anche con Scalfarotto, Boldrini, Majorino, Cirinnà, che hanno appunto presentato progetti di legge specifici. Rispetto a questa materia si sta davvero configurando una visione unitaria, che credo sia la cosa auspicabile.

            Ma anche il Governo presenterà un suo testo?

Non vedo perché dovremmo presentare un nostro testo laddove ce n’è uno che raccoglie le istanze, in particolare, delle forze di maggioranza, che sicuramente troveranno, in un tavolo di condivisione, un’azione altrettanto unitaria. Sul tema poi di quale sia il testo, verrà valutato dal relatore all’interno della Commissione e dai capigruppo di maggioranza. Il tema principale è quello dell’estensione degli effetti dei recenti articoli 604 bis e ter del Codice penale, che hanno recepito il disposto della legge Mancino, anche alle violenze e discriminazioni per motivi di orientamento sessuale o identità di genere. È chiaro poi che competerà, non so se all’interno di questa legge o nell’ambito delle politiche dell’esecutivo, attuare anche politiche di contrasto, di protezione, di sostegno alle vittime rispetto ai fenomeni di violenza.

Il ministro Spadafora, quando era sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alle Pari Opportunità, parlò della disponibilità di 8.000.000 di euro per finanziare specifici progetti per attività a tutela della minoranza Lgbti. Non si può pensare a destinarne parte per fondi specifici a supporto delle vittime di violenza omotransfobica e dei centri d’accoglienza?

L’Unar – Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali ha un capitolo di bilancio e sta già lavorando su bandi specifici da questo punto di vista, l’attivazione di un percorso di sostegno per le vittime di violenza subita per l’identità di genere e l’orientamento sessuale. È evidente che è importante dotarsi di percorsi e luoghi che possano sostenere le persone, aiutarle a ricostruirsi una vita, un’integrazione. Spesso le persone vittime di omotransfobia e le vittime di violenza sono persone che alla fine possono ritrovarsi davvero sole. E lì una comunità, una società tutta intera, ci devono essere. Al di là del quantitativo, la possibilità di creare percorsi di accoglienza, di sostegno, di protezione delle vittime mi sembra sia assolutamente un elemento necessario.

            Tre anni fa il cardinal Matteo Zuppi disse di ritenere prioritaria, anche per la Chiesa, la lotta all’omotransfobia e alla violenza contro le donne. Papa Francesco il 15 novembre 2019 scorso ha menzionato, per la prima volta nella storia del pontificato, anche le persone omosessuali tra le vittime della follia nazista, invitando a reagire contro le risorgenti forme di questa cultura dello scarto e dell’odio. Come valuta, da cattolica, questa apertura del Papa e questa sensibilità che sicuramente sarebbe stata un po’ impensabile in altri Pontificati?

Da cattolica riconosco il magistero papale e non credo che stia a noi dover valutare. Io riconosco in Papa Francesco una guida oggi importante, a cui guardare con grande positività per la sua capacità d’incarnare, nelle scelte e nella sua visione pastorale, la dimensione evangelica. Rispetto al tema chiesto, mi sento però di dire che l’attenzione alla persona, la dimensione del valore primario della persona umana, nasce esattamente nella dimensione evangelica. La possibilità di andare a curare le ferite, sanare le ingiustizie, è in realtà un messaggio che ci appartiene. Quindi, accolgo le parole menzionate come un invito a portare avanti questo principio. Detto questo, io ho giurato sulla Costituzione all’inizio del mio ministero e la Costituzione mi consegna esattamente la stessa visione: il primato della dignità umana, il valore e la tolleranza rispetto a qualsiasi diversità. Solo nel riconoscimento delle diversità e nel valore della diversità di ciascuno, che è unico e irripetibile – questo è chiaro che mi viene anche dalla mia formazione cattolica – lì, proprio in quel riconoscimento, potremo garantire un’universalità di diritti.

Ministra, che idea si è fatta delle associazioni Lgbti (Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transgender e Intersex) in Italia?

In generale il mondo dell’associazionismo nel nostro Paese ha arricchito l’esperienza civile in modo significativo. Vengo dal mondo delle associazioni, è un mondo che ho imparato a conoscere per esperienza personale. Devo dire che sa essere capace di produrre valore sociale nel momento in cui sa aprirsi a un legame di connessione sociale e di dialogo ampio e non si colloca a difesa di una parte contro un’altra. Poi deve esserci anche un valore per la società civile che le istituzioni devono saper raccogliere e fare diventare, in una sintesi più ampia, patrimonio di tutti. Credo che in questo dialogo proficuo il mondo dell’associazionismo, anche Lgbti, sia un elemento di grande valore. Per quanto riguarda il tema Lgbti, uno dei primi appuntamenti che metterò in agenda nel nuovo anno è la riconvocazione del tavolo con tutte le associazioni. Abbiamo incontrato le associazioni nell’ambito della violenza contro le donne. Analogamente, riconvocheremo il tavolo dell’associazionismo in ambito lgbt e dovremo rinnovare un piano operativo in tal senso. Un discorso simile faremo anche per il contrasto della tratta, che è un’altra delle deleghe che fanno capo alle Pari Opportunità.

            Francesco Lepore                   Linkiesta         10 gennaio 2020

www.linkiesta.it/it/article/2020/01/10/elena-bonetti-ministro-famiglia-pari-opportunita/45010

 

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MATRIMONIO

Il dibattito. L’ora di una nuova alleanza per rilanciare il matrimonio

Il dibattito nella sinistra americana sull’importanza della famiglia e delle relazioni stabili.

Le conquiste di libertà della modernità sono di slegamento. Per essere liberi bisogna potersi slegare: dalle persone, dalle promesse, persino dal proprio corpo Io sono tanto più libero quanto più mi posso slegare Il matrimonio è decidere di correre insieme l’avventura della vita. Lasciandoci provocare, scomodare dall’altro Tutta la battaglia dei «diritti individuali» è fondata sulla rottura dei legami e ha prodotto solitudine, povertà e disagio Ripartire da una antropologia relazionale.

Le conquiste di libertà della modernità sono di slegamento. Per essere liberi bisogna potersi slegare: dalle persone, dalle promesse, persino dal proprio corpo Io sono tanto più libero quanto più mi posso slegare Il matrimonio è decidere di correre insieme l’avventura della vita. Lasciandoci provocare, scomodare dall’altro Tutta la battaglia dei «diritti individuali» è fondata sulla rottura dei legami e ha prodotto solitudine, povertà e disagio Ripartire da una antropologia relazionale.

II liberal americani hanno scoperto l’acqua calda. Mi ha colpito il pezzo di Elena Molinari su Avvenire dell’8 gennaio 2020 perché dimostra, con dati alla mano e da fonti non sospette (o al massimo sospette di remare contro) una verità di buon senso, antropologica prima che sociologica o morale: insieme si vive meglio che da soli, e il matrimonio è una protezione contro l’impoverimento, la crescita delle disuguaglianze, l’abbandono scolastico e molto altro.

www.avvenire.it/opinioni/pagine/la-scoperta-dei-liberal-usa-il-matrimonio-contro-la-povert

È una questione di concretezza, a fronte delle astrazioni delle quali la nostra cultura è imbevuta e che stanno mostrando, una alla volta, il loro dark side.

  1. La prima astrazione, dalla quale tutto discende, è quella dell’individualismo: l’idea che siamo individui, entità compiute e autosussistenti, che difendono la propria identità e i propri confini (la privacy, per la quale non a caso la nostra lingua non possiede nemmeno una parola) cercando di ridurre dipendenze e interferenze – salvo, poi, legarsi a sistemi tecnici per i quali non siamo che numeri, o entità da monitorare per aumentare l’efficienza del sistema. Tutta la battaglia dei diritti individuali, nata sulla giusta causa della dignità di ogni singolo essere umano, ha presto preso la deriva dell’astrazione: cioè della separazione, dello slegamento. Per essere liberi bisogna potersi slegare: dalle persone, dalle promesse, persino dal proprio corpo. Io sono tanto più libero quanto più mi posso slegare.
  2. L’altro, se non è uno strumento, è un limite alla mia autorealizzazione (uno degli imperativi della modernità che tanta pressione mette sulle spalle di ciascuno, come Bauman aveva giustamente sottolineato). E il limite va rimosso, abbattuto, annientato. Niente deve limitare la libera espansione dell’io assoluto (sciolto dai legami). In fondo tutte le ‘conquiste’ di libertà della modernità sono conquiste di slegamento, dove la posta in gioco è un conflitto di libertà e dove per forza uno vince e l’altro perde: dal divorzio all’aborto al genere come scelta esclusivamente individuale, tutto è all’insegna dello slegamento e del tentativo di abbattere ogni limite che l’alterità in relazione può porci.

Questa via, perseguita da una sinistra liberal che si è trovata senza neanche rendersene conto saldata agli interessi del tecnocapitalismo (con una operazione perfettamente riuscita di egemonia culturale) e ha finito per consegnare il proprio elettorato ai populismi (che in maniera rozza esprimono il bisogno di un ritorno ai legami) ha mostrato ormai tutta la sua debolezza. Non siamo più liberi. Siamo più soli, più vulnerabili, più depressi – il consumo di psicofarmaci è aumentato enormemente in tutte le fasce di età. Più poveri. Attenzione però.

Nessuno vuole porsi nella posizione del fratello maggiore della parabola del figliol prodigo e sentenziare ‘ecco, ve l’avevo detto, vi sta bene’. Il rischio della libertà va corso e il cattolicesimo è religione di libertà. Noi moderni abbiamo preso in mano la nostra vita, rivendicato la nostra parte di eredità e ce ne siamo andati là fuori. Abbiamo corso il rischio. Adesso forse è venuto il momento di renderci conto che una nuova alleanza è necessaria con ciò che avevamo rifiutato. Un’alleanza più matura, da entrambe le parti. Per cui il matrimonio non può essere né un dovere morale né una soluzione contrattuale (e quindi in qualche modo tecnica) per fronteggiare i pericoli della società contemporanea. E soprattutto, non può essere solo un patto tra individui, per migliorare le proprie condizioni di esistenza.

            Da questo punto di vista il tanto citato film Storia di un matrimonio (2019) è esemplare, in senso distopico [utopia negativa]                                      https://it.wikipedia.org/wiki/Storia_di_un_matrimonio

Un film che mette in evidenza lo squallore, avvolto da buone maniere, di un contratto tra due individui che si scioglie, non importa a quale prezzo, quando diventa un limite alla ‘libera’ autorealizzazione di una delle due parti. E presa la decisione, ogni possibilità di annientamento dell’altro (senza cattiveria, così va il mondo) diventa lecita. Ci pensano le procedure, basta affidarsi all’avvocato più scaltro, per chi se lo può pagare. Non è molto cinematografico, ma forse il film avrebbe dovuto chiamarsi ‘storia di due monadi’. Si sta insieme, educatamente (solo una volta i personaggi perdono le staffe, poi si chiedono scusa ma nulla cambia nella dinamica tra i due) cercando di non prestarsi i piedi. Cioè restando ciascuno nella propria bolla, impermeabile. La tua libertà finisce dove comincia la mia, e marchiamo bene il confine.

            L’alterità dell’altro, se si fa sentire, irrita. Finché diventa insopportabile. Il limite è solo negativo, una riduzione di libertà, anziché un potenzialmente positivo inciampo per uscire da sé stessi. Il matrimonio è tutt’altra cosa. È decidere di correre insieme l’avventura della vita. Lasciandoci provocare, scomodare dall’altro. Che non solo non ci impedisce di essere liberi, ma diventa occasione di una libertà che non avremmo altrimenti conosciuto, prigionieri come siamo dei nostri limiti personali. Alla definizione individualistica di libertà preferisco quella relazionale di Bonhoeffer: «Essere libero significa essere-libero-per-l’altro, perché l’altro mi ha legato a sé. Solo in rapporto all’altro sono libero».

            Se non ci leghiamo a niente, se non riusciamo a far esistere qualcosa e a prendercene cura, la nostra libertà è vuota. Cioè nulla. Serve però una antropologia diversa da quella che diamo per scontata senza nemmeno rendercene conto, cosa che ci impedisce ogni reale cambiamento. Una antropologia relazionale, dove la relazione non è il prodotto di individui già ‘individuati’, ma la condizione stessa del loro esistere e del loro farsi, del loro diventare se stessi – un processo che dura tutta la vita. È quello che un filosofo totalmente laico, Gilbert Simondon [*1924 † 1989], chiamava «il realismo delle relazioni». La relazione ha dignità ontologica. Noi siamo nella relazione. L’essere stesso è relazione (il «tutto è connesso» di cui parla Papa Francesco nella Laudato Sì) e dunque dinamismo. Per i credenti, Dio stesso è relazione. La relazione è ciò che concretamente segna la nostra esistenza. E ‘concreto’ non significa materiale, ma, appunto, relazionale, dove tante dimensioni, anche contraddittorie e conflittuali, coesistono sfidandoci a trovare vie originali di ricomposizione. Un concreto che è fatto anche di invisibile. Perché «Tutto è impastato di infinità», come scrive Mariangela Gualtieri [*1951] in una delle sue belle poesie. Per questo colpisce il livello di astrazione della cultura contemporanea, espresso benissimo dal film di Noah Baumbach [*1969] e la violenza implicita, mascherata da diritto individuale, che mi pare molti commentatori, per altri versi molto sensibili, non abbiano colto affatto.

L’ astrazione agisce come un bisturi rescindendo legami che hanno consistenza nel tempo, che sono il mondo dentro il quale siamo diventati ciò che siamo, decretandone (in modo generalmente unilaterale) l’irrilevanza. Nel film, per esempio Nicole intima alla madre di smettere di volere bene a Charlie, perché lei ‘deve stare dalla sua parte’. Tutto il mondo affettivo, la storia personale, i vissuti della madre d’improvviso devono contare zero. Lo stesso per la sorella. Dove, e di chi è la libertà qui? Non è artificiale e astratta questa operazione? Per non parlare del piccolo Henry, che vede improvvisamente crollare il suo mondo e si trova conteso e spostato come un pacco postale.

Dove sono i suoi diritti? Se teniamo il punto di vista individuale per affrontare le questioni non ne usciremo mai, e il futuro non può che essere quello che già vediamo all’opera: solitudine, depressione, aumento delle disuguaglianze, nuove povertà (perché due genitori separati non sono più liberi, sono solo più poveri e quindi più dipendenti da altri e dalle circostanze). Non è una soluzione morale che ci salverà né una strategia socioeconomica ma un cambio di paradigma antropologico. Che, tra l’altro, è uno dei pochi punti di resistenza possibili allo strapotere della tecnica e delle sue derive disumanizzanti: concretezza e relazionalità, integralità delle dimensioni che ci costituiscono, integrità della persona in relazione e totalità del genere umano. Con le parole di Bonhoeffer, teologo protestante [*1906 † 1945]: «Sii un tutto, in cui si è compreso ciò che si è e ciò che si riceve dagli altri».

Chiara Giaccardi        Avvenire         15 gennaio 2020

www.avvenire.it/opinioni/pagine/lora-di-una-nuova-alleanza-per-rilanciare-il-matrimonio

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NONNI

Diritti e doveri dei nonni verso i nipoti

 D.Lgs. 28/12/2013, n. 154, nel rivedere le disposizioni in materia di filiazione, ha altresì riguardato la disciplina dei diritti e dei doveri degli ascendenti verso i nipoti minorenni.

Due i principi fondamentali:

  • art. 317 bis, cod. civ: gli ascendenti hanno diritto di mantenere rapporti significativi con i nipoti minorenni. Se l’esercizio di tale diritto viene impedito, possono ricorrere al giudice affinché siano adottati i provvedimenti più idonei nell’esclusivo interesse del minore;
  • art. 316 bis, cod. civ: quando i genitori non hanno mezzi sufficienti per mantenere i figli, gli altri ascendenti, in ordine di prossimità, sono tenuti a fornire ai genitori stessi i mezzi necessari affinché possano adempiere ai loro doveri.

Il diritto ai rapporti significativi con i nipoti. Il diritto degli ascendenti a mantenere rapporti significativi con i nipoti minorenni, ex art. 317 bis, cod. civ. coerentemente con l’interpretazione dell’art. 8, Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali fornita dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, l’art. 24, della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea e gli artt. 2 e 30, Costituzione è subordinato ad una valutazione del giudice avente di mira l’esclusivo interesse del minore. La sussistenza di tale interesse è configurabile quando il coinvolgimento degli ascendenti si sostanzi in una fruttuosa cooperazione con i genitori per l’adempimento dei loro obblighi educativi, in modo tale da contribuire alla realizzazione di un progetto educativo e formativo volto ad assicurare un sano ed equilibrato sviluppo della personalità del minore.

Il predetto diritto, pur non attribuendo ai nonni un diritto autonomo di visita, è azionabile a prescindere da comportamenti pregiudizievoli dei genitori nei confronti dei figli, e riconosce l’importanza che assume nella vita e nella formazione educativa dei minori anche la conoscenza e frequentazione dei nonni quali componenti della famiglia allargata nel cui interno essi sono collocati e della quale fanno parte.

Il diritto a rapporti significativi con i nipoti non va riconosciuto ai soli soggetti legati al minore da un rapporto di parentela in linea retta ascendente, ma si estende anche ad ogni altra persona che affianchi il/la nonno/a biologico/a del minore, sia esso il coniuge o il convivente di fatto, e che si sia dimostrato idoneo ad instaurare con il minore medesimo una relazione affettiva stabile, dalla quale quest’ultimo possa trarre un beneficio sul piano della sua formazione e del suo equilibrio psico-fisico.

Ciò premesso, va altresì considerato che gli ascendenti hanno sì diritto di instaurare e mantenere rapporti significativi con i nipoti minorenni, ma tale posizione soggettiva è piena solo nei confronti dei terzi, e non dei minori, titolari del prevalente diritto di conservare rapporti significativi con i parenti solo qualora sia funzionale alla loro crescita serena ed equilibrata, e non comporti loro turbamento e disequilibrio affettivo. Il diritto dei nonni deve infatti essere posto in secondo piano rispetto a un sano ed equilibrato sviluppo della personalità del minore, e deve essere escluso altresì a fronte della volontà espressa da quest’ultimo, ritenuta matura e consapevole a seguito dell’ascolto, di non avere rapporti con loro.

Il contributo al mantenimento dei nipoti. L‘obbligo di mantenimento dei figli minori (ovviamente) spetta in modo primario ai genitori. Nel caso in cui uno di questi non possa o non voglia adempiere al proprio dovere, sarà l’altro a doversi fare carico per intero delle spese necessarie per il loro benessere, salva la possibilità di procedere in giudizio nei confronti dell’inadempiente per la ripetizione di quanto da lui dovuto.

L’obbligo degli ascendenti (tutti, di pari grado, di entrambi i genitori) di fornire i mezzi necessari affinché i genitori possano adempiere ai loro doveri nei confronti dei figli, ex art. 316 bis, cod. civ. ha natura subordinata e sussidiaria, con ciò dovendosi concludere che non ci si può rivolgere agli ascendenti per un aiuto economico per il solo fatto che uno dei genitori non contribuisca al mantenimento dei figli se l’altro genitore è in grado di mantenerli.

L’obbligo di mantenimento dei nonni può pertanto ritenersi sussistente (solo) a fronte della impossibilità oggettiva al mantenimento dei figli da parte di entrambi i genitori: è a carico di questi ultimi dare prova della propria impossibilità materiale di sostenere le spese essenziali per la prole, e che tale situazione sussista nonostante il loro impegno (ad esempio a reperire una fonte di reddito o una occupazione).

Se, invece, uno dei due genitori volontariamente si sottrae ai propri obblighi, il genitore adempiente è obbligato a sopperire all’inerzia dell’altro con le proprie risorse patrimoniali e, se non sufficienti, deve tentare di recuperare in via giudiziale le somme dovute dall’altro. Solo dopo aver esperito tale tentativo, e perdurando la materiale insufficienza delle proprie risorse rispetto alle esigenze della prole, sarà possibile rivolgersi agli ascendenti ai sensi dell’art. 316 bis, cod. civ.

La giurisprudenza ha precisato, oltre alla natura sussidiaria dell’obbligo, la solidarietà tra tutti gli ascendenti obbligati, l’applicazione del criterio proporzionale utilizzato tra i genitori nella ripartizione tra ascendenti dello stesso grado, la valutazione comparativa della situazione patrimoniale e reddituale di tutti gli obbligati, nonché le “caratteristiche” dell’obbligo, che non può ritenersi limitato ai bisogni elementari della persona, ma prevede ogni voce di spesa indispensabile a garantire al figlio una qualità di vita appropriata secondo lo standard di ambiente sociale nel quale la famiglia vive.

Non rileva da ultimo che i nonni affrontino liberamente delle spese per i nipoti (es.: per vitto, vestiario e scarpe), poiché detti esborsi finiscono con il soddisfare esigenze diverse rispetto ai bisogni il cui soddisfacimento grava in via immediata sui genitori e non possono, pertanto, qualora sussistano i presupposti di applicazione della norma, sollevarli dall’obbligo di corrispondere ai genitori l’aiuto economico necessario per il mantenimento della prole.

Walter Giacardi         Altalex 15 gennaio 2020

www.altalex.com/documents/news/2020/01/15/diritti-e-doveri-nonni-verso-nipoti

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PSICOLOGIA

La proposta. Pronto Soccorso Psicologico? Sì, in ogni città

È nato a Roma il primo Pronto Soccorso Psicologico in Italia, ad opera di una psicologa, la quale sa senz’altro che con la sua opera esaudisce un antico desiderio di grandi scrittori, intellettuali, poeti italiani, che erano in analisi e si lamentavano che, se facevano un viaggio, per esempio da Milano a Roma, dovevano interrompere le sedute che avevano nella città di residenza: e si sa quanto la puntualità e la continuità delle sedute influisca sull’efficacia della terapia.

            Pasolini interruppe la sua analisi da Cesare Musatti, in quel momento presidente degli psicanalisti italiani, verso la settima-ottava seduta, e non si presentò più. Aveva toccato il problema dell’omosessualità. Che dunque rimase tale e quale: una pratica, un problema, un rimorso, un tormento. È mio personale convincimento (lo dico ogni volta che ne ho occasione) che la morte di Pasolini cominciò con quella interruzione dell’analisi.

Gli scrittori che frequentavo allora, Ottieri, Volponi, tutti in analisi, si domandavano perché non esistesse il Pronto Soccorso Analitico: tu sei abituato a parlare dei tuoi problemi ogni pomeriggio alle 5, questa abitudine sorregge le tue giornate, se devi saltare un incontro la tua giornata vacilla. Perché nascesse il Pronto Soccorso Analitico, mi dicevano, deve prima esistere la Fratellanza Analitica: tutti quelli che sono in analisi si sentono fratelli, perché l’analisi è un’unica grande famiglia, e passare da un analista a un altro significa pur sempre restare nella stessa famiglia.

Esisteva allora una pratica psicanalitica che non solo ammetteva l’interruzione delle sedute, ma le programmava: prevedeva cinque-sei sedute a fine mese, concentrate in due-tre giorni, e poi un lungo vuoto, per tutti gli altri giorni. Lo psicanalista che conduceva questa analisi era un grande, Salomon Resnik. Ho sempre dubitato di questo metodo.

Se l’analisi è un cibo, fare questa analisi è come mangiare a crepapelle per tre-quattro giorni, e poi digiunare per il resto del mese. Avrai attacchi di fame lancinanti. Devi mangiare. Così come chi ha bisogno di un aiuto psicologico deve trovarlo.

            Il Pronto Soccorso Psicologico è necessario come un ospedale. La parola è una medicina, può guarire e può salvare. Se chi ha bisogno dell’aiuto psicologico non lo trova, può peggiorare fino alle più gravi conseguenze, più gravi per lui e per tutti. Molti casi che finiscono a Chi l’ha visto? Si concluderebbero meglio se finissero al Pronto Soccorso Psicologico.

I drammi che finiscono in tragedia (passiva, il protagonista muore, o attiva, il protagonista uccide) hanno sempre, o quasi sempre, una tappa prima della conclusione, in cui una parola, o un contatto, un incontro, un colloquio, potrebbero imprimere una svolta.

            Si tratta di “salvare”, che è lo scopo per il quale viviamo (noi esistiamo per vivere e aiutare a vivere), e i Centri di Pronto Soccorso Psicologico dovrebbero sorgere là dove la nostra o l’altrui vita urta contro un problema che non sa risolvere. Perché non lo vede bene. Ci vuole un altro, che lo veda dall’esterno. Può essere uno psicologo, soluzione più ovvia. Uno che ha dimestichezza con la psiche. Ma anche uno che ha dimestichezza con l’anima (psiche e anima non sono la stessa cosa), con le parole, o con le medicine. Questo Pronto Soccorso Psicologico nato a Roma è il primo. Ce ne vorrebbe uno per ogni città.

Ferdinando Camon                Avvenire 18 gennaio 2020

www.avvenire.it/opinioni/pagine/ferdinando-camon-pronto-soccorso-psicologico

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STORIA

I primi passi di quel «Cresto»

Una coppia differente di volumi, apparsi in contemporanea, offre l’occasione per gettare uno sguardo su due momenti della storia della cristianità delle origini. Il primo testo ci conduce agli albori stessi della nuova religione e del suo presentarsi sulla ribalta pubblica. Si tratta della celebre lettera (catalogata X, 96) che Plinio il Giovane, nipote del naturalista Plinio il Vecchio (del quale descriverà la tragica fine dell’eruzione del Vesuvio dell’agosto 79), indirizza all’imperatore Traiano, segnalandogli il pericolo rappresentato dal sorgere di una setta che si riferiva a Cristo e che egli bollava come «una superstizione perversa e sfrenata».

Scegliamo all’interno della denuncia piuttosto articolata e del consiglio richiesto all’imperatore sulla prassi giudiziaria da adottare (Plinio aveva iniziato allora – siamo attorno al 110-111 – a ricoprire la carica di governatore del Ponto e della Bitinia) un paragrafo interessante, ricorrendo all’edizione antologica dell’epistolario pliniano che Giulio Vannini ha eseguito selezionando 50 delle oltre 350 lettere a noi giunte e offrendole con l’originale latino a fronte. Era loro «consuetudine riunirsi prima dell’alba di un giorno stabilito [la domenica], recitare a turno un inno a Cristo come se fosse un dio e impegnarsi con un giuramento non a compiere un qualche delitto, bensì a non commettere né furti, né rapine, né adulteri, a non tradire la parola data e a non negare la restituzione di un deposito se fosse stato loro richiesto. Al termine di queste cerimonie se ne andavano e si ritrovavano per consumare un pasto, usuale e innocuo».

Era, dunque, già consolidata una prassi liturgica cristiana specifica che comprendeva un’innologia, variamente interpretata dagli studiosi (antifonale, responsoriale, battesimale?), e soprattutto un banchetto comunitario, l’agape eucaristica. Alla dimensione cultica Plinio aggiunge anche quella etica che rende la primitiva comunità cristiana esemplare agli occhi stessi di un pagano.

L’attestazione è particolarmente rilevante anche per una ragione storica: è la prima testimonianza esterna dell’esistenza del cristianesimo strutturato. Essa precede di una decina d’anni il famoso passo degli Annali di Tacito (XV,44) in cui lo storico romano evoca l’incendio di Roma ad opera di Nerone nel 64, segnalando che l’imperatore «dichiarò colpevoli e votò ai tormenti più atroci coloro che il volgo chiama Crestiani… i quali prendevano il nome da Cresto, condannato a morte dal procuratore Ponzio Pilato sotto l’impero di Tiberio». Poco dopo, sarà Svetonio nel suo profilo dell’imperatore Claudio a riproporre la figura di “Cresto”, considerato un personaggio sedizioso attraverso la sua comunità di origine giudaica.

Passiamo, a questo punto, a un’altra vicenda cronologicamente posteriore, da collocare però nello stesso II secolo. Entra in scena un personaggio enigmatico, l’armatore Marcione, originario del Ponto, giunto a Roma attorno al 140, regnante Antonino Pio. Abbiamo, in questo caso, l’emergere di un fenomeno che ripetutamente scuoterà la Chiesa delle origini, quello che viene classificato come «eresia», un concetto in realtà molto complesso e polivalente. Accolto dalla comunità cristiana romana, Marcione ben presto si rivela un protagonista del dissenso dall’ortodossia dominante, al punto tale da creare una frattura che lo spinge a lasciare Roma per predicare il suo verbo nell’area mediterranea.

La tesi centrale della sua dottrina può essere rubricata in modo semplificato come un dualismo. Da un lato, c’è il Dio della Bibbia ebraica, un creatore oppressivo, moralmente arbitrario e rigido tutore della sua giustizia; d’altro lato, ecco il Dio d’amore annunciato da Gesù, che offre una salvezza universale per grazia, attuandola attraverso il sacrificio di suo Figlio che libera l’umanità dalla condanna inflitta dal Dio anticotestamentario. È ovvia, in questa concezione, la radicalizzazione della teologia paolina sulla legge e sulla grazia. Marcione è forse il primo a delineare un canone delle Scritture Sacre autentiche, naturalmente solo neotestamentarie, nel cui cuore è collocato il Vangelo e l’epistolario paolino.

Ora, in questa operazione, che coinvolgerà lungo percorsi molteplici tutta la Chiesa delle origini, il nostro personaggio introduce una sorta di asse evangelico strutturale: è quello che viene definito come il Vangelo di Marcione, modulato e modellato su quello di Luca. Abbiamo la possibilità di leggerlo attraverso la ricostruzione del testo greco ad opera di Andrea Nicolotti che vi accosta una versione commentata nella quale si evidenzia la filigrana testuale originaria. L’introduzione è, invece, affidata a uno dei nostri maggiori studiosi di quell’ambito storico-teologico, Claudio Gianotto. Il Vangelo marcionita è ricomposto criticamente in modo congetturale sulla base delle citazioni e degli stralci a noi giunti attraverso alcuni scrittori cristiani antichi, tra i quali spicca Tertulliano col suo trattato Contra Marcionem.

È, quindi, un’operazione molto sofisticata che – anche attraverso il ricorso a diverse gradazioni grafiche (grassetto, tondo, corsivo) – permette di compiere la lettura di un testo fluido ma molto suggestivo. Questa tessitura rivela certamente la presenza del Vangelo di Luca, adottato e adattato secondo le finalità dell’eresiarca, anche se è arduo definirne le connessioni. Siamo, quindi, su un terreno mobile, ma affascinante per chi vuole affacciarsi su un orizzonte così creativo che si è poi allargato all’imponente riflessione dei successivi Padri della Chiesa. Il famoso studioso tedesco Adolf von Harnack (1851-1930) arrivava al punto di scrivere nel suo saggio dedicato a Marcione che «egli fu la figura più significativa tra Paolo e Agostino». Al di là del giudizio eccessivo, è indubbio che questo personaggio creò una tempesta nella Chiesa col suo dualismo teologico, un concetto ancor oggi inchiodato nella mente di alcuni cristiani, sospettosi nei confronti dell’Antico Testamento.

Gianfranco Ravasi     “Il Sole 24 Ore” 19 gennaio 2020

www.cortiledeigentili.com/i-primi-passi-di-quel-cresto-storia-della-cristianita

       

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TEOLOGIA

“Sotto le specie” non c’è liturgia. Sui limiti della lettura sostanzialistica della eucaristia

Sollecitato dalle critiche proposte con linearità da Francesco Arzillo, in risposta al mio post precedente, dedicato alle conseguenze sistematiche della III edizione del Messale romano, provo ora a ragionare ancora un poco sulla questione della teologia eucaristica e delle categorie di cui fa uso.

Vorrei organizzare il mio testo in tre passaggi. Nel primo rifletto sul modo stesso con cui vogliamo intendere il confronto teologico “de eucharistia”; nel secondo mi soffermo su ciò che condivido delle osservazioni di Arzillo. Infine ritorno sugli argomenti che ci dividono, e che meritano di essere ulteriormente chiariti.

  1. Ciò che il nostro punto di vista afferma. Nelle discussioni teologiche è molto facile, e per certi versi del tutto fisiologico, fermare la attenzione e concentrare la parola su ciò che il discorso preso in considerazione “nega”. Così possiamo facilmente sostenere che la lettura metafisica della eucaristia non riesce a comprendere la profondità teologica della “dinamica rituale”, e reciprocamente possiamo dire che la lettura rituale rimane catturata dal contingente, e non sale (o scende) alla verità trascendente del sacramento. Vorrei invece provare a comprendere come la lettura “simbolico-rituale” costituisca la integrazione di un punto di vista del tutto legittimo, come quello “transustanziale”, ma che, proprio per le categorie che utilizza da secoli, ma non dall’inizio della esperienza cristiana, porta inavvertitamente la tradizione ad una concentrazione sulla sostanza e ad una presa di distanza sempre più accentuata dall’accidente/specie. Trattare il “corpo di Cristo” come una “sostanza” non è una scelta priva di rischi.

Questo fenomeno, d’altra parte, non dipende né dalla volontà di chi lo utilizza, e neppure dalle categorie di sostanza/accidente, considerate i se stesse, ma semplicemente dalla concreta tradizione teologica latina cattolico-romana, che ne ha proposto e poi imposto un uso del tutto singolare, con un impatto forte e capillare sulla prassi e sulla mentalità.

            Bisogna ricordare, infatti, che la terminologia della coppia “sostanza/specie” o “sostanza/accidenti” deriva da una riflessione aristotelica sull’essere, che esordisce con la famosa espressione secondo la quale l’essere “pollakòs légetai”, “si dice in molti modi”. Sostanza e accidenti/specie sono, per l’appunto, modi diversi di dire l’essere. Non sono categorie volte ad affermare o negare, ma a salvaguardare la differenza nell’essere. Pertanto, mediante l’uso di queste nozioni, non si tratta di affermare o negare l’essere, ma di articolare l’essere dell’eucaristia su piani diversi. L’operazione di “messa a punto” della nozione di “transustanziazione” va compresa precisamente in questa direzione, ossia come una “differenziata affermazione dell’essere”. Essa corrisponde, potremmo dire, ad una “composizione simbolica” di essere e non essere per spiegare un “divenire”. Il punto-chiave della discussione consiste nel considerare, con pazienza e con audacia, in quale misura questo “strumento concettuale” – ossia la comprensione dell’essere come sostanza e come accidente – salvaguardi la realtà concreta dell’eucaristia, nella sua natura di azione, o come invece, spostando il centro della attenzione, induca una esperienza troppo astratta del “fenomeno” che dovrebbe essere assunto come autorevole.

  1. I punti di aperta condivisione. In tale considerazione, come è evidente, è possibile dividersi su fronti contrapposti e un dibattito legittimo è sempre esistito in proposito. Ma anzitutto voglio considerare ciò che unisce queste diverse prospettive. Mi soffermo sui due punti principali:

a)       Proprio alla fine del sue scritto, F. Arzillo invita “alla presa di coscienza dell’esigenza di non restringere gli orizzonti della razionalità, sia pure usata in maniera sapienziale, nel lavoro teologico”. Credo che in questo intento siamo animati esattamente dal medesimo anelito: ampliare gli orizzonti della ragione. La teologia ne ha bisogno, senza paure e senza blocchi. Essa deve dialogare in profondità con la cultura e deve ascoltare non soltanto i discorsi classici, ma anche le nuove visioni, i nuovi slanci e i nuovi paradigmi; vedendovi non anzitutto il pericolo di perdere la tradizione, ma piuttosto l’occasione per ritrovarla e per comprenderla più a fondo.

b)      In secondo luogo, Arzillo è giustamente preoccupato di assicurare una continuità alla tradizione. Mi sento di aderire in pieno al suo auspicio, anche nel momento in cui egli sembra dubitare delle mie intenzioni. Io desidero che la tradizione possa continuare. Ma so che, perché possa farlo, deve anche saper ospitare nuove e inattese discontinuità. Il lavoro di “traduzione della tradizione” è strutturale al lavoro teologico e alla passione ecclesiale per la verità. La quale, pur essendo “già data” una volta per tutte, chiede ad ogni generazioni di farla propria in modo nuovo, diverso e originale. Ciò che hanno fatto antichi, medievali e moderni – introducendo nuovi linguaggi e nuove categorie che prima non si usava – dobbiamo poterlo fare anche noi.

  1. Le differenze (per il momento) irriducibili. Il depositum fidei ci vincola, ma non siamo vincolati dalla formulazione del suo rivestimento. Questa affermazione centrale, che inaugura il Concilio Vaticano II nelle parole di Giovanni XXIII, non deve essere letta ingenuamente. Non è il trionfo del liberalismo della “esperienza indicibile”. Essa segna piuttosto il delicato lavoro di “mediazione della tradizione” che potremmo chiamare, come già ho detto, “traduzione della tradizione”. Che questa traduzione sia vincolata alle “forme concettuali” della metafisica aristotelica costituisce una significativa confusione tra tradizione e sua mediazione, che deve essere contestata. Ciò non significa “denigrare” la transustanziazione, ma mostrarne i limiti e cercare di superarli. Senza pensare che solo la metafisica classica garantisca la trascendenza, e che la a-metafisica moderna non possa trasgredire la immanenza. I percorsi della riflessione contemporanea mostrano – ad es. in autori come Blondel, Merleau-Ponty, Marion, Henry – tutta la fecondità di una filosofia che abbia decisamente superato il dualismo tra sostanza e accidenti e che voglia essere “fedele” – e addirittura credente – rinunciando alla posizione metafisica. Esistono “filosofie prime” diverse dalla metafisica: questo non è solo un problema.

Così posso concentrare in poche affermazioni finali la mia distanza dalla posizione presentata da Arzillo:

a)       Come anche in altri autori, la oscillazione tra un concetto “generico” e un concetto “tecnico” di “sostanza” non giova affatto alla chiarificazione teologica. La mia difficoltà verso il termine “transustanziazione” deriva precisamente dall’uso tecnico, metafisico e filosofico del termine. Una nozione di sostanza ridotta semplicemente all’idea di “presenza” non fa problema, proprio perché non aggiunge nulla al contenuto del “dogma fidei”.

b)      Proprio questa “differenza di accezione” non è motivo di “paura”, ma di “delusione”. L’operazione che la categoria di “transustanziazione” ha compiuto, lungo i secoli, ha garantito un contenuto, e lo ha fatto egregiamente, ma non ha saputo garantire la forma. Potremmo dire che il punto cieco della dottrina della transustanziazione è il distacco del contenuto dogmatico dalla forma rituale. Per avvalorare se stessa, la transustanziazione spinge la tradizione a ridurre tutta la celebrazione a mera esteriorità cerimoniale. E questo, dal Concilio Vaticano II, diventa un attentato alla sua verità. Il fatto che la categoria di “transustanziazione” non abbia nulla da dire della forma rituale è il suo limite costitutivo, che deve essere superato.

c)       Come la metafisica aristotelica, con la sua grandezza, non è il destino espressivo della teologia eucaristica, altrettanto si deve dire della pretesa di attribuire al Concilio di Trento la “parola definitiva” in ambito di dottrina eucaristica. A differenza dei padri conciliare di Vaticano II, che ne avevano una coscienza assai ridotta, oggi possiamo notare quale sia il nuovo spazio che la teologia liturgica ha saputo guadagnare nella ermeneutica della celebrazione eucaristica. Anche Giuseppe Colombo, quasi “obtorto collo” ha riconosciuto, in uno scritto della fine degli anni 90 (la prefazione al bel libro di A. Bozzolo, La teologia sacramentaria dopo K. Rahner), questo acquisito primato della “teologia liturgica” sulla “teologia sacramentaria”.

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La scoperta del valore dogmatico della “partecipazione attiva” sa additarci un grande cambio di paradigma: grazie al quale potremmo scoprire che una parte di ciò che Trento difendeva come dogmatico era solo frutto di una ecclesiologia clericale, e ciò che allora veniva contestato in radice era solo il primo sorgere di una Chiesa consapevole di essere “dono ultimo” e “oggetto di grazia” del sacramento.

d)      Il problema della continuità deve quindi essere declinato diversamente: restando fermi ad un vocabolario vecchio, si inducono esperienza distorte e anche viziate. Pensare il mistero del Signore che viene in mezzo ai suoi mediante il “magistero della azione” implica una profonda revisione delle categorie che hanno emarginato e sterilizzato l’azione rituale. Per questo, il fatto di collocare le mie parole nella scia della riflessione rahneriana, per quanto con altri strumenti e in parte anche con altri intenti, non lo riterrei affatto un vizio o un difetto, ma forse uno dei pochi meriti del mio tentativo di riflessione sulla eucaristia. Tuttavia mi pare che anche il riferimento a Guardini, così come proposto da Arzillo, non possa essere scelto in un modo troppo arbitrario. Se per discutere le questioni eucaristiche trascuro tutto ciò che Guardini ha scritto sulla eucaristia, e cito un brano che viene dalla sua riflessione etico-politica, rischio davvero di confondere le parole e di non entrare, con Guardini, nella sfida che la “forma fondamentale” ha lanciato alla teologia eucaristica post-tridentina. In tal modo, ripetendo semplicemente il dettato del Concilio di Trento, non riuscirei a prendere sul serio la voce profetica ed esigente che arriva ancora a noi dalle parole del grande teologo italo-tedesco.

e)       Infine, vorrei dire che la novità della sollecitazione che giunge dalle nuove sensibilità bibliche, patristiche, liturgiche ed ecumeniche, nel momento in cui riconoscono la loro vocazione sistematica, potrebbe essere formulata così: non si tratta di chiedere “meno” di ciò che la categoria di transustanziazione assicura. Si tratta di chiedere “di più”: in gioco vi è un grande incremento di esperienza e di sapere. Ciò che la categoria di “transustanziazione” assicura è troppo poco rispetto a ciò che la tradizione attesta a riguardo della celebrazione eucaristica. L’incremento di “esperienza di presenza” che la celebrazione eucaristica assicura, non può risolversi nella assunzione “isolata” della presenza sostanziale. Proprio qui il sapere classico non è più sufficiente e deve essere integrato e tradotto.

Andrea Grillo blog: Come se non      (Quæstio de eucharistia /3)   13 gennaio 2020

www.cittadellaeditrice.com/munera/sotto-le-specie-non-ce-liturgia-sui-limiti-della-lettura-sostanzialistica-della-eucaristia-quaestio-de-eucharistia-3/

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