NewsUCIPEM n. 785 – 22 dicembre 2019

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02 ABUSI                                                            Abolire il segreto pontificio sugli abusi, decisione fondamentale

02                                                                          Ancora su scandali e sessualità nel clero

04                                                                          Abusi sessuali nella Chiesa. Mille in un anno

05 ACCOGLIENZA FAM. TEMPORANEA Violenze sui figli, 80mila genitori innocenti

06                                                                          «Sbagliato cogliere in ogni segnale la prova di soprusi sessuali»»

07 A.I.C.C. e F.                                                  Le ultime decisioni del Consiglio Direttivo nel 2019

08 ASSOCIAZIONI – MOVIMENTI             Amici dei bambini

08                                                                          Centro Giovani Coppie – Milano              

09 CENTRO INTERN. STUDI FAMIGLIA   Newsletter CISF – N. 47, 18 dicembre 2019

10 CHIESA CATTOLICA                                  Abolizione del segreto pontificio per i casi di abusi sessuali

11                                                                          Riservatezza e dovere di denuncia

14                                                                          Pedofilia: le norme di trasparenza stabilite dal Papa

15 CITAZIONI                                                    Disarmare la pace

16                                                                          Un cattolicesimo diverso

17                                                                          Lo straniero nella Bibbia

19 CONFERENZA EPISCOPALE IT.             Abusi sui minori, da papa Francesco una scelta storica

20 CONSULTORI FAMILIARI PUBBLICI   A 40 anni dalla loro nascita tra passato, presente e futuro

24 CONSULTORI FAMILIARI UCIPEM      Portogruaro. Incontri Il corpo racconta

24 DALLA NAVATA                                         IV Domenica di Avvento – Anno A – 22 dicembre 2019

24                                                                          San Giuseppe uomo giusto con gli stessi sogni di Dio

25                                                                          Amare, voce del verbo morire, voce del verbo vivere

26 DONNE NELLA CHIESA                            E’ tempo: le religioni garantiscano a donne uguali diritti spirituali

27                                                                          Donne e islam: l’inferiorità non è un destino

29 DOTTRINE&OPINIONI                            La Chiesa apre al divorzio?

30                                                                          La Scrittura racconta la verità sull’uomo, essere fragile e divino

31                                                                          Padre Bovati. «Divorzio, da noi biblisti nessuna confusione»

33                                                                          L’uomo secondo la Bibbia, uno studio dei teologi del Papa

34 FILIAZIONE NATURALE                           Impugnazione riconoscimento paternità da soggetto che l’effettuò

34 FRANCESCO VESCOVO DI ROMA        «Visione profetica. Ora tocca ai laici»

35 OMOFILIA                                                    Le unioni omosessuali e il diritto canonico cattolico

35 PASTORALE                                                 Cattolici e politica:un’assemblea di confronto aperta a tutti

36 SALUTE                                                         Svizzera: donna dell’anno: scienziata italiana che lotta l’Alzheimer

36 SINODO PANAMAZZONICO                 Prospettive nuove e categorie obsolete su ministero e liturgia

40 TEOLOGIA                                                    La deriva blasfema del presepe sovranista

 

ABUSI

“Abolire il segreto pontificio sugli abusi, decisione fondamentale”

La decisione di Papa Francesco (17 dicembre 2019) di abolire il segreto pontificio sui casi di abusi sessuali e quella di innalzare dai 14 ai 18 anni l’età per la quale acquisire, detenere, divulgare, immagini pornografiche rientra nei ‘delicta graviora‘, gravi delitti per i quali il giudizio è riservato alla Congregazione della Dottrina della Fede, è salutata come “un passo decisamente importante” da padre Hanz Zollner. Membro della Pontificia Commissione per la protezione dei minori e presidente del Centro della protezione dei minori della Pontificia Università Gregoriana, padre Zollner spiega che ora “la documentazione relativa alle accuse e all’investigazione di casi di abusi sui minori potrà essere richiesta dalla magistratura civile non solo alla Santa Sede ma anche alle diocesi o alle congregazioni religiose. Un passo avanti per la trasparenza della Chiesa e un segnale forte di collaborazione con le autorità legittime di uno stato democratico”.

Perché si faciliterà questa collaborazione?

R. – Per dire la verità questa cooperazione in alcune parti del mondo c’è già stata. Ad esempio, i vescovi statunitensi avevano già consegnato la documentazione sugli abusi in loro possesso alle autorità perché la situazione giuridica Usa lo permette. I vescovi, dunque, avevano già deciso liberamente di consegnarli. In altre parti del mondo non esiste la stessa possibilità, la giurisprudenza non è così chiara. Perciò è importante creare la possibilità di dare seguito alle richieste legittimamente espresse per tutelare le vittime, andare fino in fondo alle indagini sui tali crimini e punire i colpevoli.

            Queste decisioni del Papa arrivano dopo il Summit internazionale sugli abusi che si è svolto in Vaticano lo scorso febbraio.  L’evento è stato uno spartiacque?

R. – Direi di sì. In quell’ambito c’è stata una presa di coscienza ed una volontà di agire mai viste prima. Ciò ha dato la possibilità che si creasse un’ulteriore slancio che ha provocato una reazione positiva all’interno degli organi della Santa Sede. Il risultato è stata la promulgazione di una nuova legge, emanata il 1° giugno del 2019, con alcune conseguenze per i reati di negligenza d’ufficio, d’omertà e di occultamento da parte dei superiori religiosi alla quale ora si aggiunge questa decisione del Santo Padre che ci permette di prospettare nuovi passi che presto seguiranno.

            Quali passi?

            R. – Aspettiamo il vademecum che già da qualche tempo è stato annunciato: linee guida per i tribunali diocesani ed i vescovi del mondo con le quali si spiegherà come procedere in caso di abusi e con quali criteri punire certi crimini. Sarà una cosa molto utile soprattutto per le terre di missione e per altri Paesi dove la capacità e la competenza giuridica non è molto sviluppata.

            La seconda decisione del Papa è stata quella di innalzare dai 14 ai 18 anni l’età per la quale acquisire, detenere, divulgare, immagini pornografiche rientra nei ‘delicta graviora’, gravi delitti per i quali il giudizio è riservato alla Congregazione della Dottrina della Fede.  www.olir.it/wp-content/uploads/2019/12/02063.pdf

            R. – Sono particolarmente contento anche di questa scelta perché non era ragionevole delimitare l’età dei minori che vengono ripresi nei video o nelle fotografie. Il limite di 14 anni fu scelto per una decisione presa nel 2010 ma, nel frattempo, abbiamo visto che per adeguarsi alla legislazione internazionale dovevamo conformarci a quello che in tutto il mondo viene considerato il limite dell’età minore, i diciotto anni.

Federico Piana – Città del Vaticano   18 dicembre 2019,

https://www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2019-12/padre-zollner-abolire-segreto-pontificio-su-abusi-fondamentale.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=NewsletterVN-IT

 

Ancora su scandali e sessualità nel clero

Ciclicamente si torna a parlare dello scandalo della pedofilia nella chiesa. Questa volta l’accusa non proviene da vittime, avvocati, procure o giornali più o meno laici e secolarizzati, ma dai vertici del clero.

            È chiaro che si tratta di un attacco politico a Francesco e proprio per questo è altrettanto chiaro che chi si straccia le vesti scandalizzato non lo fa preoccupato per le vicende che denuncia e le persone coinvolte, ma le utilizza in modo strumentale per i propri fini. Un destino beffardo quello delle vittime della pedofilia del clero, perché doppiamente usate: prima sessualmente e poi politicamente. La richiesta di dimissioni del vescovo di Roma da parte di mons. Carlo Maria Viganò, nunzio negli Stati Uniti, è sufficiente a far passare tutto il resto in secondo piano, ma anche in mancanza di risvolti clamorosi come questo, il ciclo dello scandalo di solito prevede che si passi rapidamente a parlare d’altro: omosessualità, attacchi alla chiesa, celibato del clero, ruolo della donna, seminari, ecc. Da più parti si alza fatalmente una cortina fumogena di problemi che nasconde un problema preciso e circostanziato: nella chiesa è ricorrente l’abuso sessuale da parte di membri del clero su minori, e la cosa, se trapela, resta per lo più impunita. Siccome anch’io, seguendo la polemica del giorno, passerò ad altri temi, ho ritenuto opportuno sottolineare fin dall’inizio che, in tutto questo, ci sono delle vittime e un sistema corrotto che non possono essere dimenticati.

            Il problema è complesso, certo, e di non facile soluzione, ma sarebbe bello vedere un tentativo serio e sistematico di comprensione e contenimento. Ci sono persone disturbate nel clero (più che altrove? se sì, sarebbe utile interrogarsi seriamente sui motivi: perché entrano? perché restano?) che prestano servizio a contatto con le potenziali vittime e lo fanno protette dal prestigio dell’istituzione e in un clima di totale fiducia che comprende sia le vittime sia i familiari di queste. L’autorevolezza dell’istituzione è tale che persino le persone più vicine e in buona fede, i familiari, accecati da una fiducia malriposta, possono non riconoscere l’evidenza di relazioni distorte e malate.

            Quando poi la cosa emerge sembra impossibile, ma è la materia in sé a essere sfuggente. I due protagonisti, l’abusato e l’abusante, hanno un solo aspetto in comune: che del loro segreto preferiscono non parlare, ovviamente per motivi diversi. Per il resto non sono mai pari: uno è piccolo, solo, confuso e, se parla, timoroso e poco credibile; l’altro è adulto, autorevole, padrone del discorso e al di sopra di ogni sospetto. La vicenda si svolge in clandestinità, senza testimoni, e tutto è interpretabile, almeno fino a un certo punto – ma anche questo punto per mille motivi può essere spostato molto avanti, troppo. Qualcosa emerge solo se e solo quando qualche vittima è in grado di comprendere che un punto ci sia e sia stato superato, e allora sta all’ambiente in cui avviene la confessione dare ascolto, capire ed eventualmente assumersi la responsabilità di agire. Se poi la cosa giunge all’orecchio della struttura istituzionale della chiesa (non è affatto detto, perché i primi confidenti, amici, compagni, familiari potrebbero non essere abbastanza forti o anche solo in grado di capire), essa reagisce spesso per riflesso condizionato come dovesse difendere sé stessa e per prima cosa protegge i suoi. A seconda dei casi e dei particolari emersi si esclude con fermezza (magari con indignazione per l’infamante insinuazione), si cerca di far ragionare, di comprendere gli evidenti malintesi, si dubita (unilateralmente), si giustifica, si distribuisce la responsabilità sulla vittima, si minimizza, poi si tace, non si comunica, non si trasmette, si aspetta, si rimanda, si insabbia, se necessario si diffama, si intimidisce e si minaccia. Uso l’impersonale perché i soggetti e le responsabilità dileguano dietro uffici, cariche, incarichi, indagini, verifiche, responsabili che non rispondono. I pochi soggetti individuabili, se dicono, sono volutamente vaghi e non si capisce mai che cosa dicano, basti ricordare il più importante: Ratzinger e la celebre inquietante vaghezza della «sporcizia nella chiesa». Raramente il linguaggio del clero si ispira all’evangelico «sì sì, no no». Perché non dire pane al pane? L’ambiguità fumosa che cosa persegue? Che cosa difende prima di tutto? Chi o che cosa ha realmente a cuore? Chi o che cosa protegge? Le vittime o i responsabili? I responsabili o i responsabili dei responsabili?

            C’è poi – e qui come preannunciato devio –, incomprensibile, la confusione fatale e sistematica tra pedofilia e omosessualità. Non si capisce perché si debbano sempre confondere due fenomeni così diversi: un reato sessuale e un orientamento sessuale. Probabilmente l’omofobia dell’istituzione finisce per attribuire i comportamenti più disdicevoli agli omosessuali, mentre è noto che la pedofilia riguarda anche gli eterosessuali, che peraltro sono anche più numerosi. Potrà non piacere, ma l’omosessualità prevede rapporti affettivi più o meno sessuati tra adulti liberi, consapevoli e consenzienti esattamente come nel caso della sessualità etero.

            Il mondo laico si scandalizza della pedofilia, non dell’omosessualità dei preti. Questa, semmai, è un problema per loro; e anche un doppio problema, verrebbe da dire, dato che in teoria il celibato dovrebbe rendere pressoché irrilevante l’orientamento sessuale dell’ordinato. Al contrario, leggendo ciò che proviene dal mondo religioso conservatore, sembra che lo scandalo riguardi più l’omosessualità che la pedofilia. Pare che il problema sia di non potersi fidare di un clero corrotto in quanto infiltrato di omosessuali. La violenza sui minori passa decisamente in secondo piano e, nella confusione tra pedofilia e omosessualità, chi denuncia sembra stigmatizzare le perversioni dei carnefici più che indignarsi per la sofferenza delle vittime.

            Nel documento di mons. Viganò emerge persino una curiosa interpretazione politica della questione: vescovi e cardinali si dividerebbero tra destra e sinistra, dove sinistra vuol dire pro-omosessuali (ed evidentemente destra vuol dire contro). Non è facile seguire questo tipo di percorsi mentali, ma di solito in questi casi aiuta l’intento polemico. Visto che il bersaglio è papa Bergoglio (e con lui il Concilio), probabilmente tutto ciò che è percepito come degenerato è attribuito alla sinistra intesa in senso lato come l’immenso orizzonte di modernità e secolarizzazione in cui rientra sicuramente anche il Vaticano II. Sembra di capire che tutti i mali vengano da lì; peccato che una parte considerevole degli scandali emersi riguardino la chiesa preconciliare (in senso temporale e non), oppure eventi accaduti sotto il regno dei fidati e rimpianti Wojtyla e Ratzinger. Insomma, l’accostamento/attribuzione di omosessualità e pedofilia alla sinistra conciliare o bergogliana suscita quanto meno qualche dubbio.

            Al di là di tendenziose confusioni e improbabili connessioni, ciò che risulta fin troppo chiaro è la condanna ufficiale e insistita dell’omosessualità da parte delle gerarchie ecclesiastiche; persino l’illuminato Francesco vi ha recentemente fatto riferimento come a una malattia che, se presa in tempo, può essere efficacemente curata con il ricorso alla psichiatria. Non era certo una dichiarazione ex cathedra, ma è un sintomo che conferma un quadro clinico fin troppo omogeneo. Anche per questo non è facile essere omosessuali in Italia (per un automatismo linguistico di stampo illuminista-escatologico stavo per scrivere davanti a “facile” la parola “ancora”: mi è bastato accorgermene, però, perché mi si affacciasse alla mente il brutto clima da preventennio che stiamo vivendo, e la mia componente profetico-apocalittica mi avrebbe spinto a sostituire “ancora” con “più così”…); se non è facile essere omosessuali in Italia, dunque, figurarsi nella chiesa e tanto più nel clero.

Ma l’omosessualità nella chiesa e nel clero c’è; eccome se c’è. Non sarebbe certo un problema, se fosse vissuta in modo sereno e consapevole. Invece, per come viene vissuta – condannata alla clandestinità, con sensi di colpa, complicità inconfessabili, doppia moralità e persino ostentata omofobia per risultare al di sopra di ogni sospetto –, può diventare veramente malata. Non stento a credere che tra membri omosessuali del clero si instaurino forti legami – sia per i meccanismi malati ora evocati sia per comprensibile solidarietà tra i membri malvisti di una minoranza – e che questi possano portare, soprattutto ai più alti livelli gerarchici, a costituire fedeltà e legami trasversali che dentro un’istituzione come la chiesa non possono non avere risvolti di potere. La cosiddetta lobby gay ecclesiastica forse non è una fantasia di corvi e conservatori, ma se c’è, in clandestinità, non lavora certo per l’emancipazione degli omosessuali, preti o laici che siano. Anzi, se un membro omosessuale del clero si dichiara come tale esce dalla protezione e si espone doppiamente all’istituzione: vittima come tutti gli altri, ma anche pericoloso testimone e potenziale traditore.

Sono tutti problemi complessi e delicati, che riguardano la vita intima delle persone e che in un modo o in un altro non possono non segnare un’esistenza; non guasterebbe prenderli in considerazione per quello che sono e trattarli con genuino spirito evangelico invece che strumentalizzarli a fini politici, qualunque sia il fine.

            Claudio Belloni                       Il Foglio TO n. 454

www.ilfoglio.info/default.asp?id=5&ACT=5&content=739&mnu=5

 

Abusi sessuali nella Chiesa. Mille in un anno

In Vaticano il personale di un ufficio dalla competenza delicatissima è «sopraffatto» da uno «tsunami» lungo un anno, formato da «rivoli» più o meno grandi provenienti da vari territori del pianeta: sono le mille denunce di abusi sessuali da parte del clero. Oltretevere lo «sportello» che riceve le segnalazioni di violenze perpetrate da sacerdoti ha registrato quest’anno la cifra record, se si pensa che in diciannove anni i casi trattati sono stati 6mila. Tre giorni dopo la storica decisione presa da papa Francesco di abolire il segreto pontificio nei casi di abuso su minori, a porre il problema della gestione delle accuse ufficiali che giungono alla Santa Sede è monsignor John Kennedy (in un servizio dell’agenzia Associated Press), il capo ufficio della sezione disciplinare nella Congregazione per la Dottrina della Fede. Mille notifiche da tutto il mondo, «anche se va fatta una piccola precisazione», spiega un altro prelato, «una parte di questi episodi sono precedenti al 2019, ma emergono ora». Dal 2001, anno in cui è stata strutturata questa sezione, l’ex Sant’Uffizio ha trattato circa 6mila vicende accadute negli ultimi 50 anni, come ha riferito l’officiale monsignor Jordi Bertomeu Farnós (su Revista Palabra). Kennedy non ha usato mezze misure: l’enorme afflusso ha «sopraffatto» la squadra di lavoro.

Per evadere tutti i documenti relativi al 2019, il quadruplo di quanti se ne gestivano un decennio fa, i 17 funzionari «dovrebbero lavorare sette giorni alla settimana. Stiamo effettivamente assistendo a uno tsunami di casi, in particolare da Paesi di cui non abbiamo mai sentito parlare prima». Il triste primato e le storie più eclatanti hanno luogo in Argentina, Messico, Cile, Italia, Stati Uniti e Polonia. Una battuta amara: «So che la clonazione è contro l’insegnamento cattolico, ma se potessi clonare i miei funzionari e farli lavorare tre turni al giorno o lavorare sette giorni alla settimana, potremmo fare il necessario passo avanti». Kennedy non esita a riconoscere l’impatto di queste cifre: «Suppongo che se non fossi un prete e se avessi un bambino maltrattato, probabilmente smetterei di andare a messa». Ma non perde la speranza, ricordando che il Vaticano si è concretamente impegnato a combattere gli abusi.

Tre le tappe-sterzata di questi ultimi mesi:

  1. Il primo Summit della storia sulla protezione dei minori;
  2. Il motu proprio che ha sancito per i preti l’obbligo di denuncia ai superiori, e la responsabilità dei vescovi;
  3. Il rescritto che ha cancellato il livello massimo di segretezza.

Ora per molti nelle Sacre Stanze c’è solo bisogno di tempo per approfondire tutte le situazioni: «Le esamineremo dal punto di vista forense e garantiremo il giusto risultato – assicura Kennedy – Non si tratta di riconquistare la gente, perché la fede è qualcosa di personale. Ma almeno diamo alle persone la possibilità di dire: “Forse diamo alla Chiesa una seconda possibilità”». Però servono ancora alcuni tasselli, tra cui il rinforzo numerico di questo servizio, urgenza di cui il Papa è consapevole. L’Ufficio ha il compito di «studiare, protocollare, interrogare – spiega un monsignore – Le attuali risorse umane non bastano per una mole di pratiche sensibili così imponente». Anche perché non sembra finita qui: nei Sacri Palazzi si prevede che la caduta del segreto pontificio potrebbe stimolare altre «ondate» di denunce. E la macchina amministrativa così com’è non avrebbe le forze sufficienti per arginarla

Domenico Agasso jr    “La Stampa”  21 dicembre 2019

www.lastampa.it/vatican-insider/it/2019/12/21/news/abusi-sessuali-nella-chiesa-mille-denuncue-in-un-anno-1.38241493

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ACCOGLIENZA in FAMIGLIA TEMPORANEA

Violenze sui figli, 80mila genitori innocenti

Una rete di associazioni per dire basta a un sistema in cui i bambini possono essere sottratti alle famiglie senza contraddittorio e senza possibilità di difesa. Per dire basta a quelle norme del diritto minorile che consentono ai servizi sociali di intervenire e sostenere l’esistenza di abusi solo sulla base di indicatori di tipo comportamentale o di segni psicodiagnostici. Per dire basta a un sistema che, anche quando si riconosce l’innocenza dei genitori, non riesce a rimediare ai suoi errori in tempi ragionevoli perché ‘blindato’ sulla base di meccanismi lenti e superati.

Per dire basta a terapeuti che diventano arbitri incontrollabili e incontestabili della situazione, di fronte a cui anche i giudici minorili sono costretti ad adeguarsi e le cui perizie si trasformano spesso in sentenze. È un lungo elenco di emergenze a cui porre rimedio, di provvedimenti da varare in tempi brevi, di riforme da approvare senza attendere nuovi casi Bibbiano, quello sottoscritto dalle associazioni di genitori che hanno vissuto sulla propria pelle il dramma di un figlio allontanato dai servizi sociali per errore, per segnalazioni rivelatisi infondate, per sospetti senza riscontro. Tanti, tantissimi casi di cui è quasi impossibile tenere il conto.

            C’è chi parla di 500mila casi negli ultimi vent’anni. Chi ridimensiona la cifra a 40mila. La verità probabilmente sta nel mezzo. Lo stesso ministro della giustizia, Alfonso Bonafede, ha comunicato lo scorso 19 novembre 2019 che i bambini allontanati dalle proprie famiglie sono stati 12.338 nel periodo gennaio 2018-giugno 2019, cioè 23 bambini ogni giorno. E questi sono dati ufficiali. Ma non basta. Ventitré al giorno fanno oltre 8mila all’anno, più di 160mila in un ventennio. Qui però siamo soltanto nell’ambito delle stime.

            «E, purtroppo – fa notare Antonella Dellapina, responsabile con Andrea Coppola dell’Associazione Intesa San Martino di Parma e coordinatrice della nuova rete – si ignora tutto il resto. Quanti di quei bambini sono stati salvati grazie all’intervento dei servizi sociali? E quanti invece danneggiati irrimediabilmente da false istruttorie incardinate a danno di famiglie innocenti? Quante e quali patologie psico-fisiche hanno sofferto quei bambini a causa di psicoterapie inopportune e invasive? Quanti sono tornati alle proprie famiglie? Quanti di quei genitori sono stati riconosciuti innocenti e hanno potuto riabbracciare i propri figli?».

Domande atroci, non solo perché senza risposta. Dietro ogni interrogativo c’è una storia di famiglia, ci sono genitori che un giorno, senza preavviso, hanno trovato le forze dell’ordine alla porta e sono stati costretti a mettere figli e figlie nelle mani dei servizi sociali. Al di là delle modalità criticabili spesso scelte per questa prassi che il diritto definisce ‘allontanamento coatto’ – impossibile scordare il caso di Cittadella, in provincia di Padova – la famiglia non ha alcuna possibilità di opporsi.

Un articolo, il 403 del codice civile, che risale al 1942, assegna tutto il potere alle istituzioni e delegittima ogni possibilità di intervento da parte delle famiglie.

www.brocardi.it/codice-civile/libro-primo/titolo-xi/art403.html

 Eppure una ricerca dell’Università di Padova e Camere penali – una delle pochissime realizzate sul problema – su 465 casi di sospetto abuso, ha stimato che i genitori assolti al termine di iter giudiziari estenuanti, proseguiti per anni con effetti devastanti sull’equilibrio relazionale della famiglia e, soprattutto, sulla psiche dei bambini, sono più o meno il 50%. Che vuol dire – se le stime ottenute sulla base dei dati ministeriali hanno qualche fondamento – 80mila genitori finiti ingiustamente alla gogna con accuse di violenza, abusi e pedofilia dal 1999 a oggi.

            Da rabbrividire. Al di là delle grandi inchieste di cui abbiamo parlato a lungo in questi mesi – Sagliano Micca, Finale Emilia, Rignano Flaminio, Salerno, Bibbiano appunto – ci sono centinaia e centinaia di altri casi, considerati ‘minori’ solo perché mai arrivati alle pagine dei giornali, eppure ugualmente strazianti per le famiglie coinvolte. I genitori di una delle associazioni che hanno aderito alla rete – ‘Nidi violati’ di Parma – riferiscono per esempio il caso di una famiglia che, a causa di una maldicenza riferita da una compagna di classe della figlia, è stata sottoposta a intercettazioni ambientali per alcuni mesi.

In sostanza i carabinieri hanno piazzato alcune microspie nell’abitazione e hanno messo insieme centinaia di ore di registrazione. Cosa è emerso? Assolutamente nulla, ma ormai la macchina perversa si era messa in moto, il padre è stato accusato di abusi, la figlia adolescente allontanata. Sono stati necessari 13 mesi per ottenere dal giudice la dichiarazione della fine dell’incubo: «Il fatto non sussiste». Ma per quella famiglia finita nel tritacarne delle false accuse di abusi, né un risarcimento né l’ammissione di un errore da parte delle istituzioni. «Ora, le associazioni che hanno aderito alla rete – riprende Antonella Dellapina – chiedono tra l’altro alla Squadra speciale istituita dal ministro Bonafede per indagare sul funzionamento del sistema del diritto minorile, di non fermarsi. Nelle 29 procure minorili, ma anche negli altri uffici giudiziari, ci sono migliaia e migliaia di faldoni dei casi di abuso e di maltrattamento finiti con l’assoluzione dei genitori o con l’archiviazione. Lì si trova la narrazione vera di come si incardinano i falsi reati che riguardano tante famiglie nel nostro Paese. Chiediamo di sapere tutta la verità», conclude la coordinatrice delle associazioni di genitori che si dichiarano ‘inascoltati’.

Nessuna volontà di mascherare gli abusi autentici né di impedire alla giustizia di perseguire quei genitori che si sono macchiati del più atroce dei delitti, anzi. L’idea di fondo è difficilmente contestabile: solo conoscendo a fondo tutti i punti deboli del sistema – e nessuno come i genitori che ne sono stati vittima lo possono dire – si troverà la strada più opportuna per intervenire con riforme efficaci, equilibrare i pesi, cancellare aspetti normativi ormai inattuali. Ma per riuscirci davvero è urgente che tutte le forze convinte della necessità di lavorare per mettere al primo posto l’interesse autentico di bambini e ragazzi non rimangano indifferenti all’appello dei genitori. Dopo le associazioni – è l’auspicio dei promotori – si attende il contributo di specialisti, psicologi, giuristi, formatori. E, perché no, anche assistenti sociali e giudici di buona volontà.

  • 24,8% Genitori accusati di abuso assolti in primo grado perché il fatto non sussiste
  • 27,8% Genitori accusati di abuso assolti «per non aver commesso il fatto»
  • 35% Sentenze riformate in appello o con l’assoluzione dei genitori  

                                             Luciano Moia Avvenire 18 dicembre 2019

https://www.avvenire.it/attualita/pagine/violenze-80mila-genitori-innocenti

 

Minori. «Sbagliato cogliere in ogni segnale la prova di soprusi sessuali»»

Non esistono nei minori segnali comportamentali – pianti, disturbi, gesti – che rimandano certamente all’abuso. Tutti i segni sono attentamente da considerare, ma non ci possono essere deduzioni automatiche». Ne è convinto Corrado Lo Priore, psicologo e psicoterapeuta milanese, docente a contratto all’Università di Padova dove insegna psicodiagnostica forense.

            Nessun segnale ci rimanda direttamente all’abuso, d’accordo. Perché allora ci sono scuole di pensiero convinte del contrario?

No, non esiste una scuola scientifica che sostenga il contrario. Purtroppo esistono alcuni professionisti che si comportano come se fosse possibile riconoscere a colpo sicuro questo tipo di segnali. Ma siamo nell’ambito delle cattive pratiche, non della scienza.

Quindi i cosiddetti segnali comportamentali o psicodiagnostici hanno poco valore per una diagnosi di abuso?

 No, al contrario, sono tutti da prendere in considerazione, ma vanno contestualizzati. Sono tanti gli elementi che possono aver indotto nel minore un falso ricordo, la parola di un operatore di polizia, di un assistente sociale. Tutte interferenze colloquiali che possono aver creato dei finti indicatori di abuso.

            Quali potrebbero essere questi segnali?

Centinaia e centinaia, inutile fare l’elenco. Diciamo che si collocano in tutti i momenti della vita, disturbi dell’alimentazione, del sonno, dell’attenzione, della parola, delle emozioni. Ma la cosiddetta diagnosi differenziale ci dovrebbe aiutare a capire se quei segni non sono in realtà alterazioni del neurosviluppo. I ragazzi con queste patologie molto spesso manifestano una serie di problematiche che possono essere facilmente confuse con quelle che vengono considerati traumi psicologici.

Può capitare che queste patologie si manifestino nei minori nelle separazioni conflittuali dei genitori?

 Certo, i ragazzi con patologie del neuro sviluppo, in particolare quelli con disturbi dello spettro autistico, fanno fatica ad accettare la separazione dei genitori. Quindi non solo arrivano a mettersi in contrapposizione al genitore che ritengono colpevole della separazione, ma cominciano a raccontare storie

Sono minori che non dovrebbero essere ascoltati

Certo, sono facilmente condizionabili. Con un interrogatorio troppo insistito o suggestionante, è molto probabile che il racconto finisca per risultare poco aderente alla realtà. Attenzione. Gli abusi purtroppo esistono, ma alla luce delle statistiche sono circa la metà di quelli che possono apparire tali.

Come mai allora nelle grandi inchieste di questi anni, a cominciare da Bibbiano, ci imbattiamo sempre in professionisti che vedono abusi ovunque?

I clinici che lavorano sul territorio, per esempio a scuola, ma anche un assistente sociale, uno psicoterapeuta a cui è stato segnalato un caso, sono più sensibili ai segnali a cui prima facevamo riferimento. Ma noi dobbiamo arrivare alla segnalazione all’autorità giudiziaria solo di fronte a sospetti fondati e corposi.

 Come evitare questo rischio?

La giustizia, ancora prima di avviare le indagini, dovrebbe poter contare su specialisti con una formazione tale da permettere loro di distinguere i vari segnali e di riconoscere i problema del neurosviluppo. Per arrivare alla perizia sull’idoneità di un minore a rendere testimonianza si dovrebbe sempre poter contare su vari pareri.

Per questo non esistono linee guida nazionali a cui ogni professionista serio dovrebbe far riferimento?

Le linee guida nazionali, quelle del 2010, sono vincolanti, come ha ricordato recentemente la Cassazione, solo nell’ambito giuridico. Anzi, se un professionista non vi fa esplicito riferimento, il giudice deve motivare perché quella perizia è stata stilata diversamente. Ma non sempre lo psicologo lavora in ambito giudiziario. Per esempio, quando c’è un allontanamento, il minore viene inviato in comunità d’accoglienza per eventuali terapie psicologiche. E, in quell’ambito, viene ascoltato senza che sia obbligatorio far riferimento alle linee guida. Poi quelle dichiarazioni, che possono valere come fonte di prova, non sempre vengono vagliate in ambito clinico. Servirebbero consulenze tecniche di parte (ctp), che però costano tantissimo.

Un sistema tutto da rifare quindi?

Ma no, con professionisti seri, ben formati e con un’attenzione scrupolosa alle linee guida, potrebbe reggere. Certo, alcune riforme sono fondamentali, a partire dal diritto di contraddittorio e dalla possibilità per le parti di concordare il perito insieme al giudice, come avviene in America. Il problema è che in Italia abbiamo troppi periti con una formazione tutta da verificare. Come rimediare? Con un centro di formazione unico, di alto livello scientifico e poche strutture sul territorio. Il modello dei Ris dei carabinieri potrebbe essere vincente anche per i periti chiamati ad esprimersi sul maltrattamento dei minori.

Luciano Moia Avvenire 18 dicembre 2019

www.avvenire.it/attualita/pagine/sbagliato-cogliere-in-ogni-segnale-la-prova-di-soprusi-sessuali

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ASSOCIAZIONE ITALIANA CONSULENTI CONIUGALI E FAMILIARI

Le ultime decisioni del Consiglio Direttivo nel 2019              passim

Giornate di Studio del 2020. L’argomento di formazione dell’anno 2020, così come delineato dal Comitato Scientifico e dal Consiglio Direttivo nella seduta congiunta del 19 ottobre 2019 scorso, avrà come titolo: Genitori e figli, nuove strategie di incontro. Come sviluppare e sostenere le competenze genitoriali rispettando gli stadi evolutivi dei figli e valorizzare la loro personalità, che comprenderà nella Giornata di primavera, la prima fase della competenza genitoriale, dal bambino ideale a quello reale (fino a 14 anni); e nella seconda Giornata, quella d’autunno, la famiglia in rapporto all’adolescenza.

La prima Giornata si svolgerà a Salerno il 26 aprile 2020, secondo la proposta di Rita Roberto con la definizione dei partecipanti e la conduzione dei laboratori, avrà come sottotitolo: Nasce un figlio, nasce un genitore.

Per la seconda Giornata, da realizzare a Bologna, si dovrà scegliere la data, tra il 25 ottobre e il 15 novembre 2020, e la struttura che abbia requisiti di ricettività e di raggiungibilità.

Referenti Regionali. La Presidente presenta il piano di nomine dei Referenti Regionali, con conferme e nuove nomine, e sottolinea la necessità di offrire una formazione specifica ai Referenti Regionali, soprattutto in vista dei nuovi compiti legati alla Giornata Nazionale della Consulenza Familiare di maggio prossimo. Viene quindi approvato il Piano di formazione che prevede due giornate di lavoro in due diverse località (Bologna e Napoli), per consentire ai Referenti del centronord e del centrosud di non spostarsi eccessivamente.

            Una nuova Scuola di formazione AICCeF. Il Consiglio ha deliberato all’unanimità di riconoscere la Scuola di formazione in Consulenza familiare Spazio Famiglia – Nina Moscati di Napoli come una Scuola riconosciuta Aiccef, con decorrenza 1 dicembre 2019.  .

La Giornata Nazionale della Consulenza Familiare. Iniziative per la Giornata Nazionale della Consulenza Familiare del 23 maggio 2020. Il Consiglio, in occasione del nuovo evento finalizzato a promuovere le professione del Consulente Familiare, delibera di: realizzare e stampare locandine e brochure dedicate alla Giornata della Consulenza; di ristampare il Vademecum deontologico e la Raccolta atti sociali, di produrre un video promozionale che spieghi cosa è la Consulenza Familiare; di organizzare manifestazioni per la Giornata in almeno tre città, Napoli, Bologna e Roma. Iniziative che dovranno essere pubblicizzate adeguatamente con tutti i mezzi di comunicazione, sia a livello centrale che locale.

Notizie 20 dicembre 2019

www.aiccef.it/it/news/le-ultime-decisioni–del-consiglio-direttivo–nel-2019.html

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ASSOCIAZIONI – MOVIMENTI

Amici dei bambini

In Italia 10mila nati in meno in un anno. Griffini (Ai.Bi.): “Con l’adozione internazionale in pochi anni potremmo raggiungere il pareggio”

 “L’Italia collabora con oltre 40 Paesi. Se ognuno di questi ‘donasse’ 200 minori abbandonati in cerca di una famiglia andremmo a pareggiare i conti con lo scorso anno. Ma la politica deve sostenere l’istituto adottivo”

            Continua, drammatico e inesorabile, il crollo demografico in Italia. Mentre sembra che la politica si preoccupi di tutto, fuorché del problema per eccellenza, i dati continuano a fare paura. Solamente dal 2017 al 2018 il tasso di fecondità (numero di figli per donna) è sceso da 1,32 a 1,29. A certificare queste cifre è stata l’ISTAT. Le nascite sono scese sotto quota 440mila. Nel 2008, non una vita ma solamente dieci anni fa, erano 576.659.

            Lo squilibro è ormai tale per cui gli ottantenni italiani (sono oltre 517mila) hanno più coetanei in vita rispetto ai neonati! L’età media alla nascita del primo figlio è salita a 31,2 anni, quando, negli anni Novanta, si aggirava sui 28 anni.

            E il 2019? L’anno non si è certo aperto bene. Sono infatti state 5mila le nascite in meno nel primo semestre rispetto al 2018, con una proiezione di 10mila nati in meno alla fine dell’anno che sta per chiudersi.

            C’è una soluzione a tutto questo? La provocazione la lancia Marco Griffini, presidente di Ai.Bi. – Amici dei Bambini, organizzazione nata oltre trent’anni fa da un movimento di famiglie adottive affidatarie, che si batte in Italia e nel mondo per contrastare l’abbandono minorile.

“Una soluzione rapida? – dice Griffini – Esiste e si chiama adozione internazionale. Una chimera? Assolutamente no. In Italia ci sono più di cinque milioni e mezzo di coppie senza figli e, tra queste, ben tre milioni di coppie sterili. Considerando che l’Italia, oggi ha rapporti per adozione internazionale con oltre 40 paesi, nei quali il problema dell’abbandono infantile è rilevante, se ognuno di questi dovesse donare “solamente” 200 minori, raggiungeremmo il pareggio con i dati del 2018, per di più con un grande atto di giustizia sociale, quella di porre rimedio alla più grande ingiustizia della Terra, l’abbandono di minori. Certo, per fare questi discorsi, perché tutto questo funzionasse, bisognerebbe che anche le istituzioni credessero maggiormente nell’istituto dell’adozione internazionale. Come? Sburocratizzando e, soprattutto, concedendo alle coppie adottive un bonus per coprire parte dei costi”.

            “La politica – ha chiuso Griffini – oggi sembra occuparsi di tutto, fuorché del tema vitale per definizione: quello della demografia. L’adozione può dare una grossa mano. Ma va sostenuta

AiBinews        18 Dicembre 2019

www.aibi.it/ita/in-italia-10mila-nati-in-meno-in-un-anno-griffini-ai-bi-con-ladozione-internazionale-in-pochi-anni-potremmo-raggiungere-il-pareggio

 

Centro Giovani Coppie – Milano

All’interno del ciclo di conferenze 2019-20 “Diversi come due gocce d’acqua” avrà luogo la Conferenza del 16 gennaio 2020: “Ho piantato viole, mi è cresciuto un carciofo. Nostro figlio ci è straniero”

            Relatore: Francesco Stoppa, psicoanalista

Francesco Stoppa ha lavorato a lungo al Dipartimento di Salute Mentale di Pordenone, dove ha coordinato il progetto di comunità interservizi “Genius loci”. È analista membro della Scuola di psicoanalisi dei Forum del Campo lacaniano e docente dell’istituto ICLeS per la formazione degli psicoterapeuti. Tra le sue pubblicazioni: L’offerta al dio oscuro. Il secolo dell’olocausto e la psicoanalisi (Franco Angeli, 2002), La prima curva dopo il Paradiso. Per una poetica del lavoro nelle istituzioni (Borla, 2006), La restituzione. Perché si è rotto il patto tra le generazioni (Feltrinelli, 2011), Istituire la vita. Come riconsegnare le istituzioni alla comunità (Vita e Pensiero, 2014), La costola perduta. Le risorse del femminile e la costruzione dell’umano (Vita e Pensiero, 2017). Ha pubblicato numerosi articoli su riviste di psicoanalisi, psichiatria e filosofia. È redattore della rivista “L’Ippogrifo”.

Giovedì 16 gennaio 2020, ore 21, Piazza San Fedele, 4 – Milano, Sala Ricci. Ingresso libero

www.centrogiovanicoppiesanfedele.it

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CENTRO INTERNAZIONALE STUDI FAMIGLIA

Newsletter CISF – N. 47, 18 dicembre 2019

Fai una faccia bolognese...  Un video scanzonato e leggero (E tu che faccia hai?), che mostra la serena bellezza della differenza tra le persone. Questo è il “libro delle facce ” (Facebook) che ci piace, con ragazzi sorridenti e ironici, consapevoli di appartenere a mondi diversi ma anche ad un’unica città e comunità.                                                                                    https://vimeo.com/lucenarrante

Migranti e famiglia -Conferenza ICCFR-CISF NOV2019

Da oggi on line testi e materiali degli interventi dalla 65.a Conferenza ICCFR (Roma, 14-15 novembre 2019). Sono disponibili on line da oggi la maggior parte degli interventi tenuti in occasione del recente convegno internazionale: “Famiglie e minori rifugiati e migranti. Proteggere la vita familiare nelle difficoltà”. La maggior parte dei testi è in inglese, ma sono disponibili anche alcuni testi in doppia versione inglese/italiano e alcune presentazioni di workshop solo in italiano

https://iccfr.org/iccfr-conference-2019-in-rome-italy-migrant-families-and-children/documentation/

USA. Minnesota judicial branch. Child-Focused Parenting Time Guide (Guida ad un Piano dei tempi genitoriali centrato sul minore), a cura del Minnesota State Court Administrator’s Advisory Committee on Child-Focused Parenting Time. Preziosa questa analitica guida, che aggiorna un precedente documento del 1997; la Guida contiene concrete indicazioni su come favorire l’esercizio della genitorialità di entrambi i genitori a seguito della separazione, nel tentativo di limitare al massimo gli effetti negativi sui figli delle eventuali conflittualità tra i partner. Di particolare interesse l’individuazione di linee operative analiticamente ripartite secondo le età dei figli, a conferma della centralità del “best interest of the child”, e nella realistica consapevolezza che i bisogni dei bambini e le modalità di interazione con i due genitori non possono non cambiare – a volte anche radicalmente – nel corso del tempo, dalla prima infanzia fino all’adolescenza.

www.afccnet.org/Portals/0/Minnesota%20Child%20Focused%20Parenting%20Time%20Guide.pdf?ver=2019-09-16-115220-577

UE-eurochild. Pronunciamento sui finanziamenti europei 2021-2027 per i diritti dei bambini migranti. Promoting and Protecting the rights of children in migration through the EU MFF (Multi-annual Financial Framework) 2021-2027. Il documento, promosso da alcune realtà associative internazionali per la difesa dei diritti dei minori, segnala all’Unione Europea alcune priorità da tenere in considerazione, in vista dell’approvazione del prossimo Piano finanziario pluriennale 2021-2027, per la tutela e promozione dei minori migranti.

www.coface-eu.org/wp-content/uploads/2019/11/Promoting_and_Protecting_the_rights_of_children_in_migration_through_the_MFF.pdf

Firenze. Un’iniziativa innovativa per offrire nuove opportunità di conciliazione famiglia-lavoro. “Co-stanza, a Firenze, il primo coworking con area baby, in cui i genitori ritrovano allo stesso tempo l’accoglienza di una casa e la funzionalità di un ufficio. I genitori possono affittare una postazione lavorativa (desk o ufficio indipendente) e i loro bambini nella stanza accanto sono seguiti da un’educatrice. Lo spazio offre ai propri utenti opportunità di scambio e condivisione e percorsi di crescita professionale e personale: consulenza psicologica e pedagogica, sostegno alla genitorialità, supporto alla creazione di micro-progetti per la conciliazione vita/lavoro e percorsi di orientamento sociale e professionale”.    

ww.spaziocostanza.it

Dalle case editrici

  • Fondazione Leone Moressa, Rapporto annuale sull’economia dell’immigrazione. Edizione 2019. La cittadinanza globale della generazione “Millennials”, il Mulino, Bologna, 2019, pp. 206, € 19.

Il nono Rapporto sull’economia dell’immigrazione della Fondazione L. Moressa, e ricco di dati e proiezioni si focalizza sulle prospettive per i giovani, fotografando i movimenti attuali e presentando alcuni possibili scenari. In Italia la condizione occupazionale dei giovani infatti è drammatica: nella fascia tra 20 e 29 anni il tasso di occupazione è del 42,7%, oltre 20 punti in meno rispetto alla media dell’Unione europea, mentre la disoccupazione per la stessa fascia d’età è al 25,2%, contro il 12,2% di media Ue. Per questo ogni anno vediamo partire oltre novantamila under 35, molti dei quali senza prospettive di rientro. Si aggiunga che l’invecchiamento demografico avrà un impatto sempre più significativo sulla forza lavoro: secondo Eurostat, nel 2050 l’Italia avrà 10 milioni di abitanti in meno, con un aumento della popolazione anziana superiore al 40%. In questo contesto, i flussi migratori interni e internazionali giocheranno un ruolo sempre più determinante. Per questo, in parallelo il Rapporto presenta approfondimenti sul contributo degli immigrati all’economia italiana, che così si possono sintetizzare: la ricchezza da loro prodotta è stimabile in 139 miliardi di euro, pari al 9% del PIL; vi sono attualmente oltre 700.000 imprenditori nati all’estero (9,4% del totale) e, a livello fiscale, 2,3 milioni di contribuenti, dai quali provengono un gettito Irpef di 3,5 miliardi di euro e 13,9 miliardi di contributi previdenziali e assistenziali.

www.fondazioneleonemoressa.org/new/wp-content/uploads/2019/10/Slide-08.10.2019.pdf

Specializzarsi per la famiglia

  • Corso d’alta formazione. Tutor dell’apprendimento per studenti DSA. “Il tutor dell’apprendimento è un operatore qualificato ad operare con studenti con DSA, svolgendo il ruolo di facilitatore e guida per i processi di apprendimento, di promotore dell’autonomia e di mediatore nei rapporti famiglia-scuola. Il tutor può operare nei contesti scolastici ed extra-scolastici, svolgendo attività di “doposcuola specialistici” con alunni di scuola primaria e secondaria di primo e di secondo grado”. Il corso si articola su tre week end di formazione a Roma (25-26 gennaio, 1-2 15-15 febbraio 2020) e Pescara (7-8 e 21-22 marzo, 4-5 aprile 2020). Il Corso si svolge con il patrocinio dell’A.I.S.N. (Associazione Italiana Specialisti in Neuropsicologia).                                              http://aisn.pro

www.igeacps.it/corso/tutor-dellapprendimento-studenti-dsa

E’ possibile anche frequentare una versione on line.

www.igeacps.it/corso/corso-di-alta-formazione-online-in-tutor-dellapprendimento-per-studenti-con-dsa

Save the date

  • Estero: Sharing ideas that strengthen families and engage communities to promote child well-being (Condividere idee che rafforzano le famiglie e impegnano le comunità a promuovere il benessere del bambino), conferenza del centenario di fondazione della CWLA (Child Welfare League of America), Washington, 25-29 marzo 2020.                            www.cwla.org/cwla2020/#schedule

Iscrizione               http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/newsletter-cisf.aspx

Archivio     http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/elenco-newsletter-cisf.aspx

http://newsletter.sanpaolodigital.it/cisf/dicembre2019/5152/index.htm

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CHIESA CATTOLICA

Abolizione del segreto pontificio per i casi di abusi sessuali

Il provvedimento (17 dicembre 2019) con cui Papa Francesco abolisce il segreto pontificio per i casi di abusi sessuali si presta a una duplice lettura. La prima è, ovviamente, interna alla Chiesa: il provvedimento in questione viene a modificare l’ordinamento giuridico canonico, ordinamento originario, quindi indipendente e autonomo, allineandolo per quanto attiene alla questione degli abusi con i livelli di trasparenza e garanzia assicurati ormai dagli ordinamenti di più elevata civiltà giuridica.

In sostanza le ragioni che in passato avevano indotto il legislatore ecclesiastico ad introdurre, tra le materie sottoposte al segreto pontificio, i delitti più gravi contro i costumi riservati alla Congregazione per la Dottrina della Fede, vengono a cedere rispetto a beni che oggi si percepiscono come più elevati e degni di una particolare tutela. Innanzitutto il primato della persona umana offesa nella sua dignità, ancor più in ragione della sua debolezza per età o incapacità naturale. E poi quella piena visibilità dei passaggi nelle procedure canoniche dirette a punire il fatto criminoso, che contribuisce nel contempo al perseguimento della giustizia ed alla tutela dei soggetti coinvolti, tra cui anche quanti possono essere ingiustamente colpiti da accuse che si rivelano poi infondate.

Ma quest’ultimo provvedimento di Papa Francesco sulla riservatezza delle cause canoniche in materia di abusi, viene ad avere anche una particolare rilevanza esterna all’ordinamento canonico. Questo non è una monade che, nella storia, vive isolata rispetto agli altri ordinamenti ed alle altre esperienze giuridiche; e d’altra parte i fedeli sono al contempo cittadini e, in quanto tali, soggetti alle leggi dei loro rispettivi Stati, oltre che alle disposizioni ecclesiastiche. E il triste fenomeno degli abusi sessuali, come è ben noto, costituisce un fatto penalmente illecito per il diritto canonico così come per i diritti secolari.

La caduta del segreto pontificio ha effetti generali sull’intero arco della vicenda diretta al perseguimento, in sede canonica, di comportamenti disonesti: dalla fase prodromica della denuncia, alla fase delle indagini preliminari ed a quella istruttoria, alla fase propriamente dibattimentale, fino alla decisione. Riguarda sia le procedure che si svolgono in sede locale, sia quelle che hanno luogo a Roma, presso la Congregazione per la Dottrina della Fede. Resta comprensibilmente il segreto d’ufficio previsto dal can. 471 § 2 del codice di diritto canonico     www.vatican.va/archive/cod-iuris-canonici/ita/documents/cic_libroII_469-474_it.html

(Can. 244 § 2, 2° del codice per le Chiese orientali), da rispettare in ogni fase e diretto a tutelare la buona fama, l’immagine e la sfera privata di tutte le persone coinvolte, sicché le informazioni relative devono essere trattate in modo da garantirne la sicurezza, l’integrità e la riservatezza necessaria.

Ma sul punto il provvedimento è chiaro: «Il segreto d’ufficio non osta all’adempimento degli obblighi stabiliti in ogni luogo alle leggi statali, compresi gli eventuali obblighi di segnalazione, nonché all’esecuzione delle richieste esecutive delle autorità giudiziarie civili».

www.olir.it/wp-content/uploads/2019/12/02062.pdf

Ciò significa che qualora la legge statale preveda un obbligo di denuncia da parte di chi sia informato dei fatti, il venire meno del segreto pontificio e la precisazione sui limiti del segreto d’ufficio consentono tranquillamente l’adempimento di quanto previsto dalla legge, favorendo così la piena collaborazione con le autorità civili ed evitando illegittime incursioni dell’autorità civile nella sfera canonica. Lo stesso dicasi quando si tratti addirittura di provvedimenti esecutivi dell’autorità giudiziaria statale, l’inottemperanza ai quali sottoporrebbe — tra l’altro — la competente autorità ecclesiastica a gravi sanzioni per violazione della legge penale.

Giova notare che l’Istruzione ora pubblicata si premura di precisare che nessun vincolo di silenzio riguardo ai fatti di causa può essere posto, da parte di qualsivoglia autorità, a chi effettua la segnalazione di abusi, alla persona che afferma di essere stata offesa e ai testimoni. In questo modo si chiude il cerchio garantistico che il provvedimento pontificio intende assicurare. S’è detto che l’Istruzione è un atto interno alla Chiesa, ma con ricadute all’esterno dell’ordinamento canonico. È ovvio però precisare che, per quanto riguarda l’esercizio della giustizia secolare nella materia in questione, occorrerà stare a quelle che sono le disposizioni interne di ogni Stato. Per esempio, per gli ordinamenti che prevedono il perseguimento dei reati di abuso solo su querela di parte, la caduta del segreto pontificio e, nel senso accennato, del segreto d’ufficio, potranno operare solo una volta che la parte lesa abbia attivato il procedimento penale con la dovuta richiesta all’autorità giudiziaria di procedere nei confronti dell’autore del reato.

Ancora: negli Stati a regime concordatario le nuove disposizioni pontificie troveranno attuazione in armonia con le peculiari norme eventualmente vigenti a tutela del sacro ministero. Resta, infine, una diversità di fondo a seconda che le richieste delle autorità civili vengano indirizzate alle autorità ecclesiastiche locali (Vescovi, Superiori Maggiori nel caso di religiosi), o alla Santa Sede e, più precisamente, alla Congregazione per la Dottrina della Fede.

In quest’ultimo caso, infatti, esse debbono avvenire attraverso quelle forme di cooperazione giudiziaria tra diverse autorità giurisdizionali, per il compimento di attività relative ad un processo (come assunzione di informazioni o di documenti ecc.), che si chiamano rogatorie. Nel primo caso, invece, tali richieste avverranno secondo le disposizioni interne dei singoli ordinamenti statali.

Certo, nell’un caso e nell’altro l’autorità civile procedente dovrà formulare le richieste con indicazioni circostanziate, precise e non generiche, ma questo è un problema tutto interno agli ordinamenti statali, che esula dalla sfera di competenza dell’ordinamento canonico. In conclusione si può dire che le modifiche del segreto pontificio ora operate da Papa Francesco vengono ad inserirsi nel lungo iter diretto alla repressione di un abominevole fenomeno, di cui il motu proprio Vos estis lux mundi, del 7 maggio 2019 scorso, costituisce un momento fondamentale;

www.vatican.va/content/francesco/it/motu_proprio/documents/papa-francesco-motu-proprio-20190507_vos-estis-lux-mundi.html

per altro verso, esse contribuiscono a favorire il passaggio dell’ordinamento canonico da un atteggiamento di diffidenza e di difesa nei confronti degli ordinamenti statali, ad un atteggiamento di fiducia e di sana collaborazione. E ciò in linea con quanto indicato dal Concilio Vaticano II nel par. 76 della costituzione pastorale Gaudium et spes.

www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_const_19651207_gaudium-et-spes_it.html

Giuseppe Dalla Torre “L’Osservatore Romano”     18 dicembre 2019

www.google.com/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=1&ved=2ahUKEwiBrKrm8uzmAhVPKlAKHSlDClgQFjAAegQIBxAE&url=http%3A%2F%2Fwww.osservatoreromano.va%2Fvaticanresources%2Fpdf%2FQUO_2019_288_1812.pdf&usg=AOvVaw1_pB-Z4tUm3uI6Zhz9TCXj

 https://francescomacri.wordpress.com/2019/12/18/abolizione-del-segreto-pontificio-per-i-casi-di-abusi-sessuali

www.settimananews.it/chiesa/abusi-esclusione-del-segreto-pontificio

 

Riservatezza e dovere di denuncia

    Contributo di s.e. mons. Juan Ignacio Arrieta, Segretario del Pontificio Consiglio per i testi legislativi, circa la pubblicazione del Rescritto del santo padre Francesco sull’Istruzione Sulla riservatezza delle cause. Sala stampa della Santa Sede, 17 dicembre 2019.

            È stato pubblicato oggi un Rescritto ex audientia, concesso dal Santo Padre al Sostituto della Segreteria di Stato lo scorso 6 dicembre 2019 e a firma del Cardinale Segretario di Stato, che promulga una Istruzione Sulla riservatezza delle cause. www.settimananews.it/chiesa/abusi-esclusione-del-segreto-pontificio

Questa Istruzione intende precisare il grado di riserva con cui devono essere gestite le notizie o le denunce concernenti abusi sessuali compiuti da chierici o persone consacrate contro minori e altri soggetti qui determinati, nonché quelle eventuali condotte di autorità ecclesiastiche che tendessero a silenziarle o coprirle. Come si vedrà, lo scopo della nuova Istruzione è di cancellare in questi casi la soggezione a quello che viene chiamato “segreto pontificio”, riconducendo invece il “livello” di riservatezza, doverosamente richiesta a tutela della buona fama delle persone coinvolte, al normale “segreto d’ufficio” stabilito dal can. 471, 2° CIC (can. 244 §2, 2° CCEO), che ogni Pastore o il titolare di un pubblico ufficio è tenuto a osservare in modalità distinte a seconda si tratti di soggetti che hanno diritto a conoscere dette notizie e di chi, invece, non è in possesso di alcun titolo per averle.

Il documento vuole dare certezza sul modo di comportarsi in queste situazioni che, in alcuni casi, particolarmente per i ministri sacri, possono sfiorare irrinunciabili doveri morali di segretezza. L’Istruzione dà pure seguito ad altri provvedimenti adottati di recente dalla Santa Sede, particolarmente dopo la riunione dei Presidenti delle Conferenze Episcopali tenuta a fine dello scorso mese di febbraio. Anche la Penitenzieria Apostolica è intervenuta in questi argomenti con una Nota dello scorso 29 giugno 2019 sull’importanza del foro interno e l’inviolabilità del sigillo sacramentale, nel cui contesto è da inquadrare anche l’Istruzione ora promulgata.

            Infatti, pur senza fare diretta menzione del segreto pontificio, il motu proprio La tutela dei minori, del 30 marzo 2019,

www.vatican.va/content/francesco/it/motu_proprio/documents/papa-francesco-motu-proprio-20190326_latutela-deiminori.html

 e l’art. 3 della contestuale Legge vaticana n. CCXCVII sulla protezione di minori e persone vulnerabili, del 26 marzo 2019,           www.vatican.va/resources/resources_protezioneminori-legge297_20190326_it.html

 hanno imposto all’intero della Santa Sede l’obbligo di denuncia di questo genere di reati perpetrati da impiegati o comunque avvenuti nel territorio vaticano, salvo unicamente – com’è ovvio – il sigillo sacramentale che sempre deve rispettare il sacerdote che confessa (art. 3 §§1, 3 Legge n. CCXCII). Successivamente, il 7 maggio 2019, il motu proprio Vos estis lux mundi, che nemmeno fa cenno al segreto pontificio e neanche – per considerarlo evidente – al sigillo sacramentale, ha allargato l’obbligo di denuncia rispetto a condotte illecite di chierici o consacrati, includendo gli atti sessuali con adulti realizzati con abuso di autorità e il silenzio colpevole su condotte di questo genere nel corso di inchieste ecclesiastiche avviate nei confronti dei responsabili di tali crimini. Vos estis lux mundi ha imposto ai chierici e ai consacrati di tutta la Chiesa l’obbligo di denunciare eventuali notizie su condotte di questo genere, precisando che in nessun caso tale segnalazione sarebbe stata considerata come “violazione del segreto d’ufficio” (art. 4 §1).

www.vatican.va/content/francesco/it/motu_proprio/documents/papa-francesco-motu-proprio-20190507_vos-estis-lux-mundi.html

Questi provvedimenti pontifici andavano ben oltre la competenza esclusiva concessa alla Congregazione della Dottrina della Fede nel motu proprio Sacramentorum sanctitatis tutela, del 30 aprile del 2001 (Giovanni Paolo II)

 www.vatican.va/content/john-paul-ii/it/motu_proprio/documents/hf_jp-ii_motu-proprio_20020110_sacramentorum-sanctitatis-tutela.html

e varie volte modificato di seguito, che limitava il compito del Dicastero agli abusi contro minori e incapaci commessi esclusivamente da chierici. L’obbligo di denuncia prescritto da queste norme richiedeva, per esigenze di coerenza normativa, un attento esame dalla prospettiva del segreto pontificio, che i vari documenti non avevano menzionato. Infatti, detto segreto altro non è che un speciale dovere di riservatezza – più severamente tutelato dalla legge canonica e assunto mediante una specifica formula di giuramento – imposto a certe categorie di persone (vescovi, ufficiali di curia, ecc.) per rapporto a determinati argomenti che loro devono trattare in ragione dell’ufficio. Si dava il caso, però, che l’art. I, §4 dell’Istruzione Secreta continere, del 1974 (Paolo VI), che fino ad oggi regola il “segreto pontificio”, menziona tra gli argomenti sottoposti a detta norma le denunce, il processo e le decisioni concernenti i reati gravi contro la morale: in pratica, tutte le condotte oggetto dei provvedimenti recenti.

                                                   www.internetsv.info/Secreta.html

Tale sarebbe il contesto e la motivazione di questa breve Istruzione che, come non poteva essere diversamente, riguarda soltanto obblighi giuridici di una materia che, per certi aspetti, può anche coinvolgere (principalmente nei casi di sacerdoti) irrinunciabili doveri morali di sigillo che nessun legislatore umano ha capacità di modificare. Si tratta peraltro di un testo in cui i cinque paragrafi che lo compongono sono strettamente collegati tra di loro completandosi a vicenda per segnalare insieme la corretta condotta da seguire.

            L’Istruzione non ha collisione alcuna col dovere assoluto di osservare il sigillo sacramentale, che è un obbligo imposto al sacerdote in ragione della posizione che occupa nell’amministrazione del Sacramento della confessione, e dal quale neanche il penitente stesso potrebbe liberare. Nemmeno tocca l’Istruzione il dovere di stretta riserva acquisito eventualmente fuori della confessione, nell’ambito del foro intero detto “extra-sacramentale”. Infine, l’Istruzione non riguarda altri eventuali doveri morali di riservatezza in ragione di circostanze affidate al sacerdote nel senso descritto dal n. 2 della citata Nota della Penitenzieria Apostolica.

Come già detto, l’Istruzione inizia escludendo dalla categoria di “segreto pontificio” – con implicita modifica, quindi, dell’art. I §4 dell’Istruzione Secreta continere – sia le materie descritte nell’art. 1 del motu proprio Vos estis lux mundi (abuso di autorità nel costringere ad atti sessuali, abuso sessuale di minori o di persone vulnerabili, occultamento di queste condotte in inchieste ecclesiastiche), sia anche quelle contenute nell’art. 6 del motu proprio Sacramentorum sanctitatis tutela, così com’è adesso in vigore, che riguarda reati di pedofilia con minori di 18 anni o con soggetti incapaci, nonché i reati di pedopornografia che abbiano per oggetto giovani al di sotto di 18 anni (d’accordo con la correzione dell’art. 6 §1, 2° ora realizzata da un altro Rescritto ex audientia a cui poi farò riferimento). Tutte queste condotte, quindi, non sono più oggetto di segreto pontificio, anche qualora venissero eventualmente compiute, come indica il n. 2 dell’Istruzione, in concorso con altri reati che pure siano oggetto di segreto pontificio (ad. es. altri reati contro la morale o contro i Sacramenti di competenza della Congregazione per la Dottrina della Fede e menzionati nell’Istruzione Secreta continere).

            Tuttavia, e questo è un particolare importante, il fatto che la conoscenza di queste azioni delittuose non sia più vincolata al “segreto pontificio” non vuole dire che venga sdoganata la libera pubblicità da parte di chi ne è in possesso, il che oltre ad essere immorale, lederebbe il diritto alla buona fama delle persone protetto dal can. 220 CIC. A questo riguardo, il n. 3 dell’Istruzione richiama quanti, in qualunque modo, sono chiamate a gestire ufficialmente tali situazioni al normale segreto o riservatezza d’ufficio indicato nei cannoni 471, 2° CIC e 244 §2, 2° CCEO, come già faceva l’art. 2 §2 del motu proprio Vos estis lux mundi. Ciò significa che le persone informate della situazione o in qualche modo coinvolte nelle inchieste o istruzione della causa sono tenute a “garantire la sicurezza, l’integrità e la riservatezza”, e a non condividere informazioni di alcun genere con soggetti terzi, estranei alla causa. Tra i soggetti implicati nel processo, una volta avviato formalmente, c’è ovviamente l’imputato, per cui il nuovo provvedimento favorisce anche l’adeguato diritto alla difesa.

            Nei successivi due numeri dell’Istruzione ritroviamo comunque altre due importanti precisazioni al dovere della riservatezza. Una è contenuta nel n. 5, il quale, seguendo anche quanto indicato dall’art. 4 §3 del motu proprio Vos estis lux mundi, vieta di imporre alcun genere di “vincolo di silenzio riguardo ai fatti della causa” sia al soggetto che abbia fatto la segnalazione o la denuncia all’autorità, sia a coloro che affermino di essere stati offesi, sia anche ai testimoni che intervengono nella causa. La sola eccezione a questo divieto riguarda l’imputato stesso che, in questo genere di provvedimenti, è regolarmente sottoposto sin dall’inizio a vario genere di proibizioni e misure cautelari, a seconda di quali siano le circostanze concrete. Il segreto d’ufficio, dunque, concerne tutti coloro che in ragione del proprio ruolo devono intervenire nella trattazione della causa.

            L’altra importante perimetrazione del silenzio di ufficio, che ora viene ulteriormente ribadita, sempre in linea con la norma dell’art. 19 del motu proprio Vos estis lux mundi, è il richiamo alla doverosa osservanza delle leggi statuali stabilite in argomento. Perciò, il n. 4 dell’Istruzione ribadisce che il segreto di ufficio che occorre osservare in queste cause in nessun caso può essere ostacoloall’adempimento degli obblighi stabiliti in ogni luogo dalle leggi statali, compresi gli eventuali obblighi di segnalazione [di eventuali notizie di reato], nonché all’esecuzione delle richieste esecutive delle autorità giudiziarie civili” che, naturalmente, potrebbe obbligare alla consegna, per esempio, di materiale documentale di foro esterno.

            Questo, in sostanza, il contenuto della nuova Istruzione che, in linea con le norme date negli ultimi mesi sulla tematica, corregge leggermente l’Istruzione Secreta continere rendendo più coerente il sistema disciplinare nel suo insieme, e sempre al margine dei doveri morali di sigillo e riservatezza che una legge positiva non è in grado di poter sciogliere.

            Contestualmente con la promulgazione dell’Istruzione Sulla riservatezza delle cause, viene oggi pubblicato un documento differente riguardante però analoga tematica. Si tratta di un altro Rescritto ex audientia, questa volta inusualmente concesso a due cardinali – il Segretario di Stato e il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede – da inscrivere nel periodico aggiornamento delle norme del motu proprio Sacramentorum sanctitatis tutela, concernente la trattazione dei delitti più gravi che competono alla Congregazione per la Dottrina della Fede, man mano che la esperienza giuridica dell’adeguato svolgimento dei processi lo richiede. Le modifiche introdotte in questa occasione, che sostituiscono precedenti testi del citato motu proprio, sono fondamentalmente due.

La prima modifica riguarda la soppressione della precettiva esigenza finora stabilita secondo la quale il ruolo di avvocato e di procuratore doveva essere adempiuto da un sacerdote, sia quando la causa era allo studio dei tribunali diocesani, sia quando veniva esaminata dalla Congregazione per la Dottrina della fede. D’ora in poi questo ruolo potrà essere svolto anche da un fedele laico che sia in possesso dei requisiti a ciò stabiliti dall’ordinamento della Chiesa.

            L’altra modifica che il menzionato Rescritto apporta al motu proprio Sacramentorum sanctitatis tutela, come si è già accennato, riguarda l’elevazione ai 18 anni – e non solo 14, com’era finora – dell’età dei soggetti ripresi nelle immagini come requisito per configurare il reato di pedopornografia. Anche questa scelta, pur nelle difficoltà determinative che potrà generare, rappresenta un coerente seguito del generale innalzamento ai 18 anni dell’età costitutiva del reato di pedofilia stabilito in occasione delle modifiche apportate al testo originale del motu proprio nel maggio 2010.

Juan Ignacio Arrieta  18 dicembre 2019

www.settimananews.it/chiesa/riservatezza-dovere-di-denuncia

 

Pedofilia: le norme di trasparenza stabilite dal Papa

C’è qualcosa che somiglia a un fuoco, nelle parole scarne dei rescritti con cui il papa Francesco ha abolito il segreto pontificio sulle denunce, i processi e le decisioni circa i delitti sessuali commessi da ecclesiastici. Un fuoco di dolore che risponde al pianto delle vittime, una fermezza dura fino a stringer la vite nella definizione dei reati, una purificazione invocata e intrapresa, una trasparenza risoluta e totale. Sono delitti che l’ordinamento giuridico della Chiesa giudica tra i più gravi, e non da oggi soltanto. Sono abusi verso minori o persone vulnerabili, ed è pedopornografia.

Delitti così gravi al punto da esser devoluti alla Congregazione per la dottrina della fede, quella delle eresie e degli scismi. Anche quell’ordinamento ha i suoi processi, le sue sentenze, le sue pene. E il suo segreto, che in alcune vicende è più stretto del riserbo ordinario, e prende figura di ‘segreto pontificio’. Ma da oggi non più, per volere del Papa.

Non più per gli abusi sessuali. Da oggi gli atti saranno accessibili alle magistrature che ne faranno richiesta, avendo in corso indagini istruttorie o dibattimenti riguardanti i medesimi fatti. Non è ovviamente un accesso indiscriminato, che metta tutto in piazza, alla curiosità di tutti. C’è un riserbo irrinunciabile, quello ordinario imposto dal canone 471; esso resta doveroso, riguardando l’immagine e la fama e la sfera privata di tutte le persone coinvolte. Più che a far velo alle gogne, si provi a pensare che ci sono volti e biografie di minori. La sostanza dunque, che rimane rivoluzionaria, è che gli atti della giurisdizione ecclesiastica sono ora un libro aperto all’esame della giurisdizione civile.

C’è di più: uno scandalo nello scandalo, in passato, è stata l’accusa di silenzio mossa contro quei ‘superiori’ di preti imputati che si sospettava avessero saputo e taciuto. Ma è scritto chiaro, nella norma dettata dal Papa, che neppure per queste vicende, se accadute e indagate, non c’è più segreto pontificio. E dunque si offrono a totale radiografia le condotte, attive o omissive, dirette «a interferire o eludere le indagini civili o le indagini canoniche, amministrative o penali». Completa il quadro della trasparenza, a guisa di blindatura, il divieto fortissimo di imporre vincoli di silenzio a chi segnala, a chi si dice vittima, a chi è testimone. E poi, il delitto di pedopornografia ora dilata la sua fattispecie edittale. Ora si estende la protezione dei minori, in questo campo, da 14 a 18 anni. Difficile stimare se i numeri della casistica ne risultino ampliati, e di quanto. Ma sul piano simbolico è una stretta importante; essa segnala quanto sia vitale, quanto stia a cuore questo orizzonte; vi si staglia la contraddizione atroce fra la santità del ministero e il tradimento.

Nella sua lettera del 7 maggio 2019 scorso il Papa iniziava con le parole del Vangelo «Voi siete la luce del mondo» per rapportare a quella essenziale vocazione il dolore e il bisogno di conversione «continua e profonda dei cuori», e metteva parole tremende chiamando crimini i crimini, ma non lesinava altre parole, a loro modo inversamente tremende, come santità personale e impegno morale. Sissignore, santità; santità e impegno «che coinvolgano tutti nella Chiesa».

A questi tutti, nella storica svolta della trasparenza dei processi, spetta dunque quel compito. Un singolo prete che tradisce è una tragedia e uno scandalo, ma il panorama degli abusi è sterminato nelle nostre società, rispetto a quella macchia. Ciò non attenua lo scandalo e la tragedia che fa il prete che tradisce e abusa, però avverte ‘tutti’ che c’è un bisogno comune di sincerità, di trasparenza, di squarcio di ogni velo segreto, e dunque di conversione comune. Le nuove norme, pur della Chiesa, sono dunque per tutti. Dicono più luce, più verità. E, come prima, mai più. E dalla verità, detta a noi stessi, la speranza. Una speranza che non dà riposo

Giuseppe Anzani Avvenire 18 dicembre 2019

www.avvenire.it/opinioni/pagine/per-la-chiesa-e-per-tutti-squarcio-e-conversione

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CITAZIONI

Disarmare la pace

«Appena un istante, tutto venne divorato da un buco nero di distruzione e di morte». Così il papa ad Hiroshima. Ma lui è l’unico che resta ancorato a quel buco nero e che mette in gioco la sua autorità di leader per parlare da quel buco nero a un mondo che sembra volere sprofondarvi di nuovo. Chi ha colto fin dal suo sorgere l’inaudita novità del pontificato di Francesco, non si stupirà delle sue fermissime parole da Hiroshima e Nagasaki.

Da «queste terre che hanno sperimentato come poche altre la capacità distruttiva cui può giungere l’essere umano» per condannare le armi nucleari come «un crimine» e il pensiero stesso che le ha concepite. Un papa che ha cominciato a Lampedusa («Vergogna!» salvare le banche e non i naufraghi), che nel memoriale della Shoà in Israele ha rinominato il peccato originale come il peccato non dell’Adam, ma di Caino, che ha aperto l’Anno santo non a Roma ma a Bangui, che ha convocato la Chiesa intera al capezzale dell’Amazzonia morente per il fuoco appiccato dagli uomini, non poteva non salire a quel buco nero.

Vi è salito come al vero nuovo altare su cui l’umano, e insieme anche il divino, sono bruciati per il sacrificio. E ha detto queste parole: «Con convinzione desidero ribadire che l’uso dell’energia atomica per fini di guerra è, oggi più che mai, un crimine, non solo contro l’uomo e la sua dignità, ma contro ogni possibilità di futuro nella nostra casa comune. L’uso dell’energia atomica per fini di guerra è immorale, come allo stesso modo è immorale il possesso delle armi atomiche, come ho già detto due anni fa. Saremo giudicati per questo… Come possiamo parlare di pace mentre costruiamo nuove e formidabili armi di guerra?».

Come sono lontani i vescovi americani che al Concilio, per assolvere la strategia della deterrenza e l’equilibrio del terrore, impedirono che si condannasse anche il solo possesso delle armi nucleari! Ora la Chiesa, finché il papa è il papa, ne condanna oltre al possesso anche la fabbricazione e il commercio, perché la corsa agli armamenti, egli ha detto appena è arrivato a Nagasaki, «spreca risorse preziose che potrebbero invece essere utilizzate a vantaggio dello sviluppo integrale dei popoli e per la protezione dell’ambiente naturale. Nel mondo di oggi, dove milioni di bambini e famiglie vivono in condizioni disumane, i soldi spesi e le fortune guadagnate per fabbricare, ammodernare, mantenere e vendere le armi, sempre più distruttive, sono un attentato continuo che grida al cielo».

Ed ha aggiunto una nuova definizione alla pace, dopo quella di Giovanni XXIIIla pace è fuori della ragione») dicendo che «la vera pace è disarmata»: o è disarmata o non è, ossia non può esserci: «Le armi, ancor prima di causare vittime e distruzione, hanno la capacità di generare cattivi sogni, esigono enormi spese, arrestano progetti di solidarietà e di utile lavoro, falsano la psicologia dei popoli. La vera pace può essere solo una pace disarmata». Essa non sta solo in un non fare (non fare la guerra) ma in un costruire continuo nella giustizia il bene di tutti.

Giustamente noi ci siamo scandalizzati al sapere che pochi ricchi hanno tanta ricchezza quanto la metà più povera della terra, ma ancora di più dovremmo indignarci al sapere che la grottesca enormità della spesa per gli armamenti (giunta, dicono gli analisti, a 1.800 miliardi di dollari l’anno scorso) non solo toglie ogni speranza ai poveri, ma impedisce di porre mano alla vera emergenza che minaccia un altro buco nero per il mondo intero: la devastazione degli ecosistemi e la fine stessa della storia. Perché tutto si tiene. «È un grave errore pensare che oggi i problemi possano essere affrontati in maniera isolata senza considerarli come parte di una rete più ampia», ha detto papa Francesco a Tokyo. E non a caso parlando al recente Congresso mondiale del diritto penale, ci ha tenuto a dire che sta per mettere nel Catechismo della Chiesa cattolica un nuovo peccato, quello ecologico, che grida anch’esso, come la guerra, contro Dio e gli uomini. Perché se il sistema politico non giunge a metterlo tra i crimini, lui intanto lo ascrive al peccato; e si sa come nella storia i due termini si siano, anche fortunosamente, intrecciati.

La verità è che siamo arrivati a quella svolta epocale per la quale la salvezza dell’umanità e del mondo non è più solo l’argomento delle religioni e delle Chiese, ma è l’urgenza stessa della politica e del diritto. Le due salvezze si incontrano, diventano una sola, fede e storia, grazia e libertà, sono portate dai fatti a incontrarsi in una sintesi nuova, escono dalla dialettica degli opposti. Eppure proprio ora l’irrompere dei particolarismi, dei nazionalismi, dei sovranismi sta distruggendo quel tanto di ordine internazionale che con tanta fatica si era cominciato a costruire dopo la prova della seconda guerra mondiale.

Nel messaggio di Nagasaki sulle armi nucleari il papa ha denunciato proprio questo rovesciamento che è in corso, che si manifesta nello «smantellamento dell’architettura internazionale di controllo degli armamenti. Stiamo assistendo a un’erosione del multilateralismo, ancora più grave di fronte allo sviluppo delle nuove tecnologie delle armi; questo approccio sembra piuttosto incoerente nell’attuale contesto segnato dall’interconnessione e costituisce una situazione che richiede urgente attenzione e anche dedizione da parte di tutti i leader».

Ormai gli appelli, le denunce, e anche milioni di voci che si levano dalle piazze non bastano più. Va ripresa con coraggio la strada gloriosa dell’internazionalismo, la costruzione del multilateralismo. Questo, oggi, è il vero «stato d’eccezione» su cui ieri si insediavano i vecchi sovrani. Ma per fare questo occorre tornare alla politica per promuovere una politica per la Terra; occorre fondare un diritto capace di dettare regole impegnative per tutti, un costituzionalismo mondiale e un sistema di garanzie che lo renda efficace, occorre una Costituzione per la Terra.

Raniero La Valle – Il Manifesto          26 novembre 2019

https://ilmanifesto.it/disarmare-la-pace

 

Un cattolicesimo diverso

È una vera perla questo saggio del monaco benedettino francese Ghislain Lafont, già docente alla Gregoriana e all’Ateneo Sant’Anselmo. La quarta di copertina presenta questo libro come «una sintesi matura» del suo pensiero teologico. Curate da Francesco Strazzari, queste pagine (Un cattolicesimo diverso, EDB, Bologna 2019, pp. 84), affrontano in modo nuovo rispetto alla visione classica del cattolicesimo quattro temi di rilievo:

  1. Il “sacrificio”, un gesto «legato all’amore» e non una pratica espiatoria;
  2. L’ “eucaristia”, «memoria attiva» del sacrificio di Cristo, che non necessita di tutto l’apparato rituale attualmente in uso;
  3. L’idea di “ministero” proposta dal Vaticano II, lungi dall’essere applicata;
  4. Tra tutti i Nomi attribuiti a Dio, quello più conforme al Vangelo è Amore all’eccesso o Misericordia. «Il tema dell’Amore all’eccesso permette di sintetizzare in modo armonioso» tutti gli altri punti.
  5. Il primo capitolo del testo di Lafont si sofferma proprio su quest’ultimo punto. «La Chiesa – scrive il teologo benedettino – da sempre ha conosciuto questo Nome (“Dio è Amore” 1Gv 4,3), ma oggi comincia a rendersi conto che in questo Nome acquistano il loro senso, vigore e incisività tutte le altre parole di Dio».

E ancora: «La storia della salvezza è la storia di Dio in dono infinito di amore e in richiesta altrettanto infinita di essere amato». Se questo è vero, «ciò che chiamiamo “sacrificio” … non è legato al peccato, ma all’amore».

Occorre quindi leggere la Bibbia come «una storia d’amore», dal momento che «l’Amore all’eccesso è più forte di qualsiasi morte legata alla colpa… In Gesù la storia sacra e la storia colpevole si incontrano, ma la prima ricopre e annulla la seconda».

            La conseguenza è che «bisogna purificare la nostra teologia dai sentori di morte». Più avanti scriverà: «La storia dell’Amore all’eccesso è più forte della storia dei fallimenti dovuti al peccato».

  1. Gli stessi concetti vengono ribaditi nel secondo capitolo dal titolo “Il sacrificio espiatorio”. In queste pagine, la fede, i sacramenti, il ministero presbiterale sono declinati su questo versante. Lafont constata che «per secoli l’economia della salvezza è stata pensata legata al peccato», mentre la Rivelazione «scopre quella che si potrebbe chiamare la testardaggine di Dio, che ristabilisce periodicamente questo mondo cattivo e si presenta agli uomini per stipulare alla fine un’alleanza felice con lui», perché la storia della salvezza è al di sopra della storia del peccato.
  2. Nella seconda parte del testo, il teologo benedettino ragiona sulla modalità di esercitare il sacerdozio nella Chiesa. Tutta la Chiesa – scrive – «è un sacerdozio regale». E si rammarica che questo sacerdozio sia stato suddiviso in “comune” e “ministeriale” o “gerarchico”, dotando quest’ultimo di «potestà sacra». Se Gesù nell’ultima cena ha istituito qualcosa, «sembrerebbe essere non la gerarchia, bensì la Chiesa». Afferma che il sacramento dell’ordine «non dà anzitutto e soprattutto il “potere” di celebrare l’eucaristia…, ma l’autorità e il dovere di guidare una comunità».

Quanto al problema del clero nella Chiesa, Lafont auspica che esso sia «misto» e «che non si confonda più il ministero sacerdotale con lo stato di vita personale». Si dice favorevole all’ordinazione di uomini sposati, ma con alcune precisazioni: che sia dapprima un esperimento su piccola scala e che sia trattato sinodalmente a livello locale con decisione e prudenza, per poi allargare la prospettiva a seconda delle necessità.

            E l’ordinazione delle donne? «Se un giorno si giungesse ad ordinare delle donne, sarebbe meglio farlo solo dopo un’esperienza piuttosto lunga e soddisfacente di un clero maschile misto, composto da celibi e sposati».

Torna poi a sottolineare che la missione episcopale e la missione sacerdotale non vengano proposte come “potere su”, ma come “carisma al servizio”. Nonostante la Chiesa sia ancora «un mondo sacro e gerarchico» (con annessi i pericoli del clericalismo, dell’autoreferenzialità, della mondanità…), il suo giudizio sul clero degli ultimi centovent’anni è positivo. Egli lo descrive come «degno, impegnato, fedele, che esercita i suoi poteri senza abusarne, cercando il Regno di Dio e la missione sia all’interno che all’esterno».

Il Vaticano II è stato «un atto veramente profetico», che ha aperto la Chiesa a prospettive impensate. Ma bisogna che esso venga recepito, che tocchi il cuore e le intelligenze. Il “fariseismo” – scrive sul finire Lafont – si aggrappa «non a Gesù Cristo, bensì alla legge». E chiude con una stoccata in favore del santo padre: «Pensando nominativamente a certi avversari di papa Francesco, mi chiedevo che cosa avrebbero fatto se fossero stati membri del sinedrio davanti all’accusato Gesù».

Queste pagine ci consegnano la freschezza di un teologo novantunenne. Da gustare nella loro bellezza espositiva e nel loro contenuto carico di amore sapiente per la Chiesa.

Francesca Cavalli       Settimana news 18 dicembre 2019

http://www.settimananews.it/teologia/un-cattolicesimo-diverso

 

Lo straniero nella Bibbia

La Bibbia ebraica dice in un unico e solo versetto di amare il prossimo (vicino) come te stesso (Lev 19,18), mentre ben una quarantina di passi prescrivono di amare lo straniero, in genere unito all’orfano ed alla vedova, e non solo di non opprimerli, di non lederne i diritti come in Deuteronomio 27,19 ed Esodo 22,20-23. Segnaliamo inoltre Numeri 35,15 (diritto di asilo e rifugio); 9,14s (parità rituale) e 15,14-16 [uguaglianza giuridica fra l’israelita e lo straniero, presente anche in Esodo 12,49: «Vi sarà una sola legge per il nativo e per il forestiero»]. In Levitico 23,22 e in Deuteronomio 24,17-22 e 26,11s si prescrive di non spigolare e non racimolare l’uva e gli ulivi, di non mietere fino al margine del campo lasciando il resto delle messi al povero e al forestiero, oltre alle decime triennali per loro.

Ius soli generalizzato. Deuteronomio 10,18s ci introduce in un atteggiamento ulteriore che nasce dal comportamento amoroso di Dio stesso: «perché il Signore vostro Dio…, che non usa parzialità e non accetta regali, rende giustizia all’orfano e alla vedova, ama lo straniero e gli dà cibo e vestito. Amate dunque lo straniero, poiché anche voi siete stati stranieri nel paese d’Egitto». È chiaro che il gruppo che si trova più in difficoltà è quello degli immigrati, particolarmente bisognosi e sprovvisti del necessario, tanto che Dio dà loro cibo e vestito. E lo si capisce perché spesso la loro presenza è conseguenza di un’immigrazione dovuta a guerra e miseria. Israele quindi, ricordando la sua condizione originaria di straniero e la successiva liberazione nell’esodo [anche quello odierno è un esodo, non più dalla schiavitù egiziana ma da quella libica], e abbattendo le frontiere che lo separavano dagli altri popoli, assume la stessa preoccupazione amorevole di Dio a tal punto da considerare il forestiero come un indigeno.

            Infatti l’autore biblico va oltre i confini e le misure tradizionali introducendo l’idea di un popolo inclusivo (non sovranista e nazionalista), come si evince in modo ancor più esplicito da un altro testo del Levitico (19,34): «Lo straniero che dimora con voi sarà come uno nato da voi. Tu l’amerai come te stesso». La preoccupazione del legislatore va alla radice della mentalità (per sradicarla) da cui nasce l’ostilità verso lo straniero: ossia non considerarlo come parte del proprio popolo.

Il testo ebraico (e pure i LXX) non dice, come suonano le traduzioni consuete: «Lo tratterete come colui che è nato tra voi», ma: «Sarà come uno nato fra di voi» come autoctono in voi [così i LXX; perché tradurre il verbo essere con trattare?]. L’uguaglianza si pone sul piano dell’origine, non solo del modo di agire nei suoi confronti. Questo è Ius soli generalizzato, addirittura applicato anche a chi fisicamente non è nato tra noi; a maggior ragione se anche geograficamente è pure nato in mezzo a noi (italiani). È analogo al passaggio linguistico di contiguità in latino fra hostis (nemico) e hospes (ospite), in italiano fra ostile e ospite.

Passando al NT, Xenos (straniero, da cui xenofobia) ricorre 4 volte in Matteo 25,35-44 sempre a proposito della terza opera di misericordia (mai negli altri vangeli): «Ero forestiero e (non) mi avete ospitato», che non ha bisogno di grandi spiegazioni perché l’identificazione di Gesù con lo straniero è immediata. Segnaliamo solo che per «ospitare-accogliere» l’evangelista ricorre al verbo synagein [sostantivo synagôge] che designa l’adunanza dell’assemblea, per far capire che non s’intende il mero esercizio di un’ospitalità provvisoria e temporanea nei confronti di un puro destinatario di un servizio. Si suggerisce, in verità, un’accoglienza fatta di partecipazione, condivisione, integrazione e comunione, senza rinunciare a tutte le opere di misericordia [compresi gli ammalati (assistenza sanitaria) e i carcerati (assistenza penale)], che calzano pure oggi a pennello per i nostri migranti. Tali opere non sono un surplus ad libitum, bensì una questione cruciale per il cristiano: è già un problema disinteressarsene (nel linguaggio antico i peccati di “omissione”), figuriamoci essere contro di esse quando riguardano gli immigrati, peggio ancora se da parte di certe frange cattoliche.

Straniero di me. C’è poi il finale della lettera ai Romani (16,23) da cui, in un normale saluto di cortesia, emerge un dato sorprendente: «Vi saluta Gaio che mi ospita.», letteralmente «straniero di me» (xenos mou), ossia «ospitale con me». La parola straniero contiene il significato vuoi di ospitante, vuoi di ospitato, come del resto il termine italiano “ospite”. Per il NT «essere stranieri» (fuori dalla propria terra) comporta l’essere ospitati: è nella parola e nel concetto stesso, a partire già dalla lingua greca. Si noti che xenos trattiene il significato originario, ad es. le divinità straniere [più precisamente i demoni stranieri] di Atti 17,18; e pure il verbo xenizein conserva l’etimo di «dire cose strane» (Atti 17,20) o «trovare strano» (Prima Pietro 4,4). Ma nello stesso testo del medesimo autore (Luca) significa più spesso «dare o ricevere ospitalità» come in Atti 10,6; 10,23; 21,16 e 28,7. Si dà inoltre il sostantivo xenia, nel significato di accoglienza ospitale e a volte pure di cittadinanza; in modo molto tangibile negli unici due casi in cui ricorre nel NT (Atti 28,23 e Filemone 22) significa alloggio [hospitium, come l’italiano “foresteria” che designa l’alloggio per i forestieri (nei conventi)]. Straniero voleva dire ospite tout court! L’estraneità significava intrinsecamente accoglienza!

Luca 24,18: «Tu solo [Gesù viandante coi due di Emmaus] sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che è accaduto…». Il termine per “forestiero” è paroikeis [participio], da cui i nostri termini parroco/parrocchia (il cui significato oggi è cambiato); tuttavia gli stranieri-forestieri allora erano “parrocchiani” (così pure il sostantivo paroikoi in Efesini 2,19). Tenendo presente che anticamente la “parrocchia” indicava il soggiorno in un paese straniero, sottolineiamo oggi come le nostre parrocchie si debbano aprire appunto ai “parrocchiani” (pellegrini accolti e integrati).

            Luca 9,51-55: Gesù sta attraversando la Samaria che lo respinge; i focosi figli del tuono Giacomo e Giovanni chiedono di annientare i villaggi col fuoco dal cielo […come i campi Rom?], ma Gesù rimprovera aspramente [letteralmente «si voltò e li minacciò»] le due colonne “identitarie” della chiesa primitiva che vogliono “fulminare” chi non crede in Cristo. E sempre in Samaria (Luca 10,38-42) Gesù è accolto dalle sorelle Marta e Maria nella loro casa: quindi le due amiche di Gesù sono (pensate come) samaritane [Emanuel Hirsch, Frühgeschichte des Evangeliums, (Protostoria del vangelo), Tubinga 1941, vol. II, p. 212s]. Risulta perciò del tutto marginale l’origine etnica: essere samaritane, o giudee di Betania come nel quarto vangelo (Gv 11,1-12,11; tradizioni discordanti, o anch’esse emigrate??).

Luca 10,29-37: la parabola (o meglio il racconto esemplare) del Buon Samaritano del quale sottolineiamo le numerose azioni operative: fattosi vicino, gli fasciò le ferite, vi versò olio (per lenire) e vino (per disinfettare; sarebbe più logico l’inverso: vino, olio, bende), lo caricò sul suo giumento, lo portò alla locanda, e si prese cura di lui (sottinteso anche durante la notte). Il giorno seguente diede due denari all’albergatore promettendo di rifondergli l’eventuale surplus al suo ritorno; è un commerciante uso a percorrere sovente quel tratto. Secondo Joachim Jeremias (Le parabole di Gesù, Paideia-Brescia 1967, p. 242) si tratta di una somma ragguardevole, pari al costo del sostentamento e dell’assistenza di una persona per parecchi giorni. Qui infatti, con un’inversione “anomala”, è un benestante straniero che soccorre e si prende cura di un “autoctono”: la scena è vista dalla Giudea e da Gerusalemme ove la parabola originariamente è stata raccontata «con il sacerdote e il levita davanti agli occhi degli ascoltatori e a pochi passi dalla strada che parte da Gerusalemme verso Gerico» (Hirsch 211). E si tratta per di più di un mercante in viaggio (v. 33): infatti lascia dei soldi all’albergatore perché non si può fermare; e non come il sacerdote e il levita che, finito il loro turno al tempio di Gerusalemme [per cui potevano rischiare l’impurità di toccare eventualmente un morto], se ne stavano tornando a casa «rilassati e senza premura». Jeremias inoltre osserva come (nella fiction dell’ambientazione scenica) sia difficile pensare che avesse con sé il materiale per medicare le ferite; deve aver ricavato delle bende lacerando il proprio copricapo-turbante e/o strappando la sottoveste di lino.

I Samaritani, odiati aramei pagani. Anche allora ci furono parecchi atti di terrorismo; circa vent’anni dopo il ministero pubblico di Gesù (nel 52 d. C secondo la testimonianza dello storico Giuseppe Flavio), dei Galilei che attraversavano la Samaria per andare a Gerusalemme (molto probabilmente in pellegrinaggio), furono massacrati nel loro passaggio attraverso i villaggi samaritani. Ma prima e durante la vita (pubblica) di Gesù ci sono stati altri massacri e sabotaggi, come la profanazione notturna del tempio di Gerusalemme nel 12 d. C. sempre ad opera dei samaritani, che erano considerati dai giudei alla stessa stregua dei pagani, e non tanto degli eretici-scismatici; così si comprende pure meglio, in reazione a queste azioni eversive, la richiesta dei figli di Zebedeo di bruciare i loro villaggi. Orbene, nonostante questi atti terroristici e il fatto che i Samaritani lo rifiutino, Gesù raccontò la parabola del Buon Samaritano in cui, per reazione contro l’implacabile odio tradizionale, con tono di sfida assegnò l’esemplare comportamento di caritatevole benefattore ad un “arameo pagano” [Hirsch 212].

Luca 16,19-31: anche il racconto esemplare del ricco (Epulone) e del povero Lazzaro riguarda il nostro tema. La teologia della liberazione è sempre più soppiantata in America (Nord e Sud) dalla cosiddetta teologia della “prosperità”, ad opera di cristiani conservatori super-finanziati. Seconda questa concezione la prosperità economica e l’ascesa sociale, per non dire la ricchezza opulenta, sono il segno della benedizione e del favore divino. Proprio questa parabola intende contestare polemicamente tale valorizzazione giudaica della ricchezza quale segno della grazia divina, che è esattamente il contrario delle beatitudini (il «Guai a voi ricchi» di Luca 6,24s).

            Il mendicante Lazzaro «era stato gettato (ebeblêto) alla porta del ricco» [e non che «giaceva alla sua porta»]. Anche parte dei migranti attuali non sono tanto sopraggiunti [l’etimo di advena, alternato da S. Girolamo con peregrinus e hospes nel tradurre xenos], bensì gettati dagli scafisti verso le nostre coste/porti/porte, per poi approdare sui marciapiedi e dormire sotto i portici, o sulle panchine in riva al Po a Torino o nelle aiuole (prive di panchine) antistanti la Stazione di Milano. L’elemosina non basta: il Vangelo è cosa ben diversa da «una predica sulle pie opere di carità» […eine Predigt von den Liebeswerken; Hirsch 213].

Mauro Pedrazzoli       Il Foglio (Torino) n. 466,        novembre 2019

www.ilfoglio.info/default.asp?id=18&ACT=5&content=806&mnu=18

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CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

. Abusi sui minori, da papa Francesco una scelta storica

Martedì scorso,17 dicembre 2019, nel giorno del suo 83° compleanno, il Papa ha deciso di abolire il segreto pontificio sui casi di abuso sessuale commessi da chierici su minori e adulti vulnerabili. L’ha fatto con l’Istruzione “Sulla riservatezza delle cause” allegata a un rescritto firmato il 6 dicembre2019 dal cardinale segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin. L’abrogazione riguarda tutte le fasi di accertamento delle vicende, dalla denuncia ai processi, alle sentenze. Resta comunque la riservatezza sul procedimento a tutela delle persone coinvolte. Di fatto l’abrogazione del segreto pontificio favorirà la collaborazione fra Chiesa e autorità civili e varrà sia per la Santa Sede sia per le diocesi in materia di abusi. In particolare gli atti dei casi potranno essere richiesti dalla magistratura sia al competente dicastero vaticano (con rogatoria internazionale) sia alle diocesi. Il segreto pontificio a norma dell’Istruzione “Secreta continere” è imposto su materie di particolare gravità o importanza. Ad esempio l’elaborazione di alcuni documenti pontifici; l’attività della Congregazione per la dottrina della fede (e qui, in tema di abusi, sono state introdotte modifiche); la creazione di cardinali, la nomina dei vescovi; i cifrari.

Parla il religioso canossiano membro del Consiglio di presidenza del Servizio nazionale Cei per la tutela dei minori: il Papa ci offre anche una comprensione più autentica del concetto di abuso

Una scelta di portata storica, alla quale seguiranno altri passi altrettanto importanti. Padre Amedeo Cencini, 71 anni, formatore, psicologo e psicoterapeuta canossiano, componente del Consiglio di presidenza del Servizio nazionale per la tutela dei minori presieduto dall’arcivescovo di Ravenna-Cervia, Lorenzo Ghizzoni, interpreta con chiarezza l’importanza della decisione di papa Francesco di abolire il segreto pontificio sui casi di abuso sui minori, violenza sessuale e pedopornografia commessi dai chierici.

«Come ha detto l’arcivescovo Charles Scicluna – commenta il religioso – si tratta di una scelta di portata storica che va nella linea dei documenti precedenti e soprattutto del summit in Vaticano dello scorso febbraio. In generale la nuova normativa rende più coerente e lineare il sistema disciplinare che la Chiesa si sta dando. Direi che dobbiamo aspettarci nuove disposizioni normative in questa direzione».

Quali sono i punti più rilevanti dell’Istruzione papale “Sulla riservatezza delle cause”?

Sono quattro.

  1. Anzitutto questa nuova interpretazione – definizione che preferisco ad abolizione – del segreto pontificio impedisce di utilizzarlo come un ostacolo all’informazione giusta. La finalità della norma è questa, senza scendere nei dettagli. Prima c’erano troppi impedimenti all’accertamento della verità in materia di abusi sessuali da parte del clero. Penso ad esempio alla buona fama dell’ecclesiastico accusato o al perdono in qualche modo imposto alla vittima per coprire tutto.
  2. Secondo, questa norma che si collega al motu proprio Vos estis lux mundi del maggio 2019 ribadisce quella che è la stella polare di tutto il cambiamento normativo proposto dal Papa: il bene dei bambini e dei ragazzi, degli adolescenti (con l’estensione dell’età fino a 18 anni) e delle persone vulnerabili deve sempre venire prima del segreto, anche di quello pontificio.

Una sottolineatura importante.

Estremamente importante. Il loro bene è il vero elemento che motiva questi cambiamenti.

  1. Ma anche il terzo punto è fondamentale. La nuova normativa, infatti, facilita la collaborazione con le autorità civili. Significa che le denunce, le testimonianze, i documenti processuali relativi ai casi di abuso contenuti in Vaticano come pure negli archivi diocesani e fino ad oggi sottoposti a segreto pontificio potranno essere consegnati ai magistrati inquirenti dei rispettivi Paesi che li richiederanno. Indubitabilmente è un segno di apertura, trasparenza, disponibilità alla collaborazione che faciliterà l’intesa tra Stato e Chiesa nella gestione di questi casi.

E il quarto punto che cosa riguarda?

  1. Il concetto di abuso. Questa nuova normativa è perfettamente in linea con la comprensione autentica dell’abuso. Mi riferisco soprattutto all’estensione del reato di detenzione di materiale pedopornografico ai ragazzi fino ai 18 anni.

Cosa significa in concreto?

Abuso vuol dire uso improprio del ruolo di prete o di educatore, della relazione e della minore età o dello stato di vulnerabilità dell’altro per gratificare eventuali necessità. L’estensione dai 14 ai 18 anni del limite di età vuole fare capire che anche solo il detenere questo materiale, che sembrerebbe un’azione passiva e non violenta, è in realtà un abuso. Questo è molto importante soprattutto nel ruolo formativo con i giovani.

Secondo lei questo non sarà l’unico grande passo in avanti. Cosa si aspetta ora?

Per la mia sensibilità di formatore mi attendo – ed è quello che stiamo facendo al Servizio nazionale della Cei per la tutela dei minori – che ci sia un’uscita dalla fase emergenziale, in cui rientra la gestione degli scandali avvenuti, con la programmazione di una nuova formazione per chi intende accedere al ministero sacerdotale e per tutti gli educatori delle strutture parrocchiali. Una formazione integrale, un progetto educativo che parta dagli abusi per parlare ai giovani della sessualità e dell’affettività, che miri a formare il senso di responsabilità verso minori e persone vulnerabili.

Cosa sta realizzando il Servizio nazionale della Cei per la tutela dei minori?

Stiamo lavorando intensamente perché siamo presi dalla fase emergenziale, ovvero dalla gestione della segnalazione di abusi e delle denunce. La fase interessante è la nascita delle strutture diocesane, una novità assoluta. Stiamo creando un nuovo servizio per problematiche molto complesse dal punto di vista giuridico

Come stanno rispondendo le diocesi?

 Positivamente, stiamo effettuando molti incontri con i servizi diocesani e regionali trovando accoglienza, una grande presa di coscienza e molto senso di responsabilità. È importante il messaggio che sta arrivando a tutti: la Chiesa non solo accoglie le segnalazioni, ma invita a farle e prende in serissima considerazione i casi e le sofferenze delle vittime.

Paolo Lambruschi      Avvenire         19 dicembre 2019

www.avvenire.it/chiesa/pagine/abusi-dal-papa-una-scelta-storica

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CONSULTORI FAMILIARI PUBBLICI
Consultori Familiari a 40 anni dalla loro nascita tra passato, presente e futuro

Restituire e discutere le informazioni raccolte dall’indagine su 1800 consultori italiani condotta tra novembre 2018 e luglio 2019 dall’Istituto Superiore di sanità (ISS) e identificare strategie e modalità organizzative per il miglioramento di questi servizi. È questo l’obiettivo principale del convegno “I Consultori Familiari a 40 anni dalla loro nascita tra passato, presente e futuro” che si è svolto all’ISS il 12 dicembre 2019.

            Il convegno si è svolto a oltre 40 anni dall’istituzione dei Consultori Familiari (CF), servizi a tutela della salute della donna, dei giovani, della coppia e della famiglia, e ha visto grande partecipazione dei professionisti della salute impegnati a vario titolo nella tutela e promozione della salute nei servizi socio-sanitari.

L’evento è stato organizzato nell’ambito del progetto CCM “Analisi delle attività della rete dei consultori familiari per una rivalutazione del loro ruolo con riferimento anche alle problematiche relative all’endometriosi” finanziato e promosso dal Ministero della Salute e coordinato dal Reparto Salute della donna e dell’età evolutiva dell’ISS.

                        www.epicentro.iss.it/consultori/pdf/sintesi-risultati-28_11_19.pdf

Messaggi chiave     Sul territorio nazionale è presente in media un CF ogni 35.000 abitanti, con una grande variabilità interregionale. La disponibilità oraria delle figure professionali principali e la composizione delle équipe consultoriali è molto diversa, con alcune Regioni in forte sofferenza per la carenza di personale. Il numero di utenti e il numero di prestazioni offerte per 100 residenti tendono ad essere più elevati dove il bacino di utenza per sede è più basso e dove la media oraria delle figure professionali principali è più alta. È necessario promuovere e implementare appropriate attività di rilevazione degli esiti nell’ambito dei servizi consultoriali.   I CF, grazie alla disponibilità di una équipe multidisciplinare, sono in grado di rispondere a una molteplicità di bisogni relativi all’area adolescenti/ giovani e coppia/famiglia. Gli interventi di promozione della salute psico-fisica rivolti agli studenti in ambiente scolastico risultano migliorabili in termini di offerta attiva, di tematiche affrontate e di metodologie didattiche utilizzate e necessitano di una maggiore integrazione tra servizi e di un migliore coordinamento a livello aziendale/ distrettuale.

 

Presentazioni dei relatori intervenuti alla prima sessione del convegno.

www.epicentro.iss.it/consultori/pdf/convegno-2019/GRANDOLFO_Convegno_Consultori_2019.pdf

www.epicentro.iss.it/consultori/pdf/convegno-2019/LAURIA_Convegno_Consultori_2019.pdf

www.epicentro.iss.it/consultori/pdf/convegno-2019/LEGA_Convegno_Consultori_2019.pdf

  • I risultati indagine a livello consultoriale: salute della donna e percorso nascita. Serena Donati

www.epicentro.iss.it/consultori/pdf/convegno-2019/DONATI_Convegno_Consultori_2019.pdf

  • I risultati dell’indagine a livello consultoriale: adolescenti e famiglie. Enrica Pizzi

www.epicentro.iss.it/consultori/pdf/convegno-2019/PIZZI_Convegno_Consultori_2019.pdf

www.epicentro.iss.it/consultori/pdf/convegno-2019/BORSARI_Convegno_Consultori_2019.pdf

www.epicentro.iss.it/consultori/pdf/convegno-2019/BORTOLUS_Convegno_Consultori_2019.pdf

 

Sottolineature

Ilaria Lega: I risultati dell’indagine a livello aziendale.

Pag. 4 

Riferimenti normativi

«…Nell’ambito di tali finanziamenti è riservata una quota (…) da destinare alla costruzione, ristrutturazione o attivazione dei consultori familiari in ragione di una unità ogni ventimila abitanti» Legge 31 gennaio 1996, n. 34

Numero di residenti per sede consultoriale «…Sarebbe opportuno distinguere tra zone rurali e semiurbane (1 consultorio ogni 10.000 abitanti) e zone urbane-metropolitane (1 ogni 20.000-25.000 abitanti)» Progetto Obiettivo Materno Infantile 1998-2000

Al numero dei residenti per sede è legata la possibilità di operare secondo i principi della prossimità territoriale e dell’accesso diretto.

Pag. 24

È necessario un adeguamento nel numero e nell’organico dei servizi consultoriali.

Sul territorio nazionale è presente in media un consultorio familiare ogni 35.000 abitanti, con una grande variabilità interregionale. Si evidenzia una carenza di personale nella maggior parte delle regioni.

La capacità di attrazione dei servizi consultoriali rispetto alla popolazione tende ad essere più elevata dove la disponibilità dei consultori si avvicina a quella di una unità per 20.000 abitanti e dove le figure professionali principali sono più presenti 

È necessario promuovere e implementare appropriate attività di valutazione degli esiti nell’ambito dei servizi consultoriali, anche con la finalità di orientare la programmazione

• La diversa disponibilità delle figure professionali principali e la diversa integrazione con gli altri servizi aziendali e del territorio, suggerisce la presenza di un diverso ruolo dei consultori nell’ambito della rete socio-sanitaria e di diversi modelli organizzativi

• L’attività di valutazione degli esiti è poco diffusa nei servizi consultoriali

 

Serena Donati: I risultati indagine a livello consultoriale

Pag. 6

   Documentazione per IVG rilasciata dal CF 

2017: 43,6% (Emilia Romagna 71%, Piemonte 65%)

1983-2000: 24-29%     2004-2016: 35-43%

               Colloqui e documenti IVG

2017: 48.769 colloqui, 34.800 certificati*

{*Nel’ art. 5 della Legge 194\1978, il termine “certificato” è usato solo nei casi d’urgenza, si tratta invece di un documento di tipo informativo o di verbale. Usarlo è fuorviante, allontana e distrae dal vero, induce in errore}.

 

Enrica Pizzi: I risultati dell’indagine a livello consultoriale: adolescenti e famiglie

Pag. 20

I CF sono servizi poco conosciuti dai giovani e la percentuale di ragazzi che li frequenta è molto contenuta, pari a 2,5 ogni 100 ragazzi di età 12-24 anni.

 I CF, grazie alla disponibilità di una équipe multidisciplinare, sono in grado di rispondere a una molteplicità di bisogni relativi all’area adolescenti/ giovani e coppia/famiglia.

La grande maggioranza dei CF offre counselling e sostegno alle coppie/famiglie con particolare riguardo alle relazioni di coppia, genitorialità e disagio minorile

Gli interventi di promozione della salute realizzati nel contesto scolastico possono essere migliorati in termini: maggior offerta, metodologie didattiche utilizzate, tematiche affrontate, maggior integrazione tra servizi e un migliore coordinamento a livello aziendale/distrettuale

 

Silvana Borsari: Riflessioni e strategie x il miglioramento dei CF alla luce risultati dell’indagine.

Pag. 3

Cosa ci dicono i risultati di questa ricerca. In questi 40 anni la realtà dei consultori familiari in Italia si è consolidata seppur con una estrema varietà organizzativa, di professionisti coinvolti, di servizi offerti e di modalità di accesso. Già in una ricerca svolta in Regione Emilia Romagna sul funzionamento dei consultori familiari (anni 1999-2001) la dott.ssa Simonetta Simoni propose, prendendo in considerazione le dimensioni dello sviluppo di attività prevalentemente psicosociali piuttosto che sociosanitarie, l’individuazione di quattro tipologie di consultori che potrebbero essere individuate anche valutando i dati di personale e di attività emersi dalla ricerca nazionale oggi presentata.

“Il primo tipo è il consultorio “generalista”, quello che garantisce, come tutti i consultori, le stesse prestazioni di base. In questo tipo di servizio sono presenti in misura minore, rispetto agli altri, attività o progetti ‘innovativi’.

 Il secondo tipo è il consultorio ‘specialistico ostetrico – ginecologico’, caratterizzato dall’assenza o dal numero molto ridotto di ore di presenza sia di psicologi che di assistenti sociali.

 Il terzo tipo è il consultorio a doppia linea di sviluppo, dove si ampliano parallelamente sia attività psicosociali che sociosanitarie e c’è un buon investimento di risorse in progetti innovativi.

 Il quarto tipo è il consultorio definibile ‘psicosociale’ caratterizzato dalla presenza delle assistenti sociali e da un numero di prestazioni sociali superiore alla media regionale

Pag. 9

Proposte e ulteriori ambiti di ricerca

Ricerche simili a quella effettuata in Regione Emilia Romagna possono provare a determinare i cambiamenti necessari per modificare le prassi assistenziali e la cultura dei servizi in questo caso i consultori familiari

Necessità di promuovere ricerca e confronti fra le varie esperienze regionali per promuovere modalità simili di sviluppo delle traiettorie innovative nei servizi consultoriali soprattutto in termini di interventi attivi nell’ambito scolastico e di sviluppo delle attività nell’ambito del nuovo welfare territoriale, compresa l’integrazione col servizio sociale Confronto a livello nazionale sull’esperienza della offerta della contraccezione gratuita nelle sedi consultoriali: opportunità, criticità, esiti, proposte di miglioramento condivise La medicina di genere nei consultori familiari Il consultorio sempre di più , soprattutto nelle fasce di popolazione più giovane, offre servizi anche ai ragazzi e ai giovani adulti : consulenze andrologiche , consulenze sulle IST e Hiv, consulenze contraccettive, consulenze psicologiche e sessuologiche , percorso nascita / genitorialità , centri di trattamento degli uomini che agiscono violenza di genere.

 

Renata Bortolus: Riflessioni e strategie per il miglioramento dei CF alla luce dei documenti nazionali.

Pag. 3  Criticità insorte nel tempo

• Nel 1993: 2725 CF diffusi su tutto il territorio (all’incirca 1 CF ogni 20.000 abitanti). Nel 2016 questo numero si è ridotto a 1944 pubblici+147 privati (0,6 CF ogni 20.000 abitanti). 

• Grande variabilità regionale.

• Riduzione del personale e perdita della multidisciplinarietà.

• Assenza di indicazioni programmatiche a livello regionale e ASL.                                                             • Mancanza di un sistema di rilevazione delle attività.

• Aumento del carico delle attività: sempre più difficile lavorare utilizzando l’offerta attiva e le attività all’esterno. 

Pag. 4 Negli anni sono intervenuti diversi cambiamenti sia nei bisogni della popolazione che negli ambiti di intervento delle politiche sanitarie:

• la struttura delle famiglie

• la loro provenienza (migrazioni)

• i cambiamenti nella salute riproduttiva e preconcezionale

• l’attenzione alla salute dei bambini

• i nuovi bisogni degli adolescenti

• la necessità di intervenire precocemente aumentando la consapevolezza delle persone rispetto ai rischi e alle scelte consapevoli

• la violenza di genere

• la necessità di tutelare la salute della donna come health driver e caregiver di salute familiare

Pag. 5 Recenti provvedimenti che hanno richiamato il ruolo dei Consultori
*Anno 2015 Il Piano Nazionale per la Fertilità ha proposto, in collaborazione con le Regioni e le Asl, una valorizzazione dei Consultori come primo anello e filtro nella catena assistenziale delle patologie riproduttive. Il Consultorio dovrà essere la prima tappa del percorso sanitario dedicato al paziente infertile, in stretto dialogo col successivo livello terapeutico ospedaliero.

 *Nel IV Piano nazionale infanzia e adolescenza, approvato dal Consiglio dei Ministri il 10 agosto 2016, ritroviamo tra gli obiettivi Promuovere il sostegno alla genitorialità attraverso il potenziamento e la riqualificazione della rete dei Consultori familiari contemplando un organico di personale adeguato e adeguati livelli di servizio (come da L. 34/1996 sulla distribuzione territoriale dei consultori) al fine di garantire la funzione di sostegno alla genitorialità e alla positiva risoluzione di situazioni di crisi familiare.

* Anno 2017 Comitato paritetico MIUR-M.Salute-Sottogruppo educazione all’affettività e sessualità

14-15 aa           Trasmettere informazioni su: Sessualità salute benessere

 l’igiene del corpo e autoesame del corpo

 i comportamenti sessuali a rischio e relative conseguenze (infezioni sessualmente trasmesse, gravidanze indesiderate, ripercussioni fisiche e psicologiche); influenza di alcol, droghe, pressione da parte dei pari, bullismo, media

 la diffusione e le diverse forme di molestia ed abuso sessuale, come evitarle e dove ricevere aiuto

 i Consultori Familiari e figure sanitarie di riferimento (esempio medico di medicina generale, ginecologo, andrologo, sessuologo, psicologo)

                       Mettere i ragazzi e le ragazze in grado di:

 assumersi la responsabilità della salute del proprio corpo con particolare attenzione agli organi riproduttivi

  prendere decisioni responsabili e compiere scelte informate (rispetto al comportamento sessuale)

 procurarsi e utilizzare correttamente preservativi e contraccettivi

 richiedere aiuto e sostegno a genitori e figure di riferimento di fronte ad episodi di abuso, molestie, bullismo, cyber bullismo, etc

 riconoscere i sintomi delle infezioni sessualmente trasmesse (IST)

 Conoscere le figure sanitarie di riferimento ed i servizi del territorio preposti ad interventi di prevenzione per la salute sessuale e riproduttiva

                         Aiutare i ragazzi e le ragazze a sviluppare

 il senso di responsabilità rispetto alla prevenzione di infezioni sessualmente trasmesse (IST)/HIV

 il senso di responsabilità rispetto alla prevenzione di gravidanze indesiderate

 il senso di responsabilità rispetto alla prevenzione delle molestie e dell’abuso sessuale

 il valore dell’inviolabilità del proprio corpo

Pag. 27            Traguardi del Piano d’azione WHO sulla salute sessuale e riproduttiva

• Traguardo 1: Rendere le persone in grado di prendere decisioni consapevoli    in merito alla loro salute sessuale e riproduttiva e assicurare     che i loro diritti umani vengano rispettati, protetti e soddisfatti.

• Traguardo 2: Assicurare che tutte le persone possano godere del più alto livello di salute sessuale e riproduttiva e di benessere.

• Traguardo 3: Garantire l’accesso universale alla salute sessuale e riproduttiva ed eliminare le diseguaglianze.

 

II sessione                   https://youtu.be/Hhvg_WxljoUa 5.47.23

  1. a.       Il consultorio come servizio per i primi mille giorni: bambino, madre, padre – Chiara Saraceno
  2. b.      Gli adolescenti tra disagi, aspettative e bisogni – Marina D’Amato
  3. Salute della donna a5.50.45: tappe di vita – Grazia Colombo
  4. d.      Narrazioni e testimonianze – Marina Mauro Piazza

            La registrazione delle relazioni della seconda sessione e di tutto il convegno è disponibile su.

www.youtube.com/watch?v=Hhvg_WxljoU&feature=youtu.be

Epicentro- Istituto Superiore di Sanità-ISS   19 dicembre 2019

www.epicentro.iss.it/consultori/convegno-iss-dicembre-2019?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=19dicembre2019

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                                                       CONSULTORI FAMILIARI UCIPEM

Portogruaro. Incontri “Il corpo racconta”

Si svolgerà a gennaio 2020 il terzo ciclo de Il corpo racconta: 2 incontri di 3 ore ciascuno per mamme e figlie preadolescenti.

Mamme e figlie si riuniranno a parlare insieme a Sara Turchetto, formatrice certificata e insegnante del metodo Billings, degli argomenti inerenti lo sviluppo del corpo e della persona in età puberale. Lo scopo è aiutare le mamme a coltivare il dialogo anche sui delicati argomenti della femminilità per dare alle giovanissime le corrette informazioni perché possano vivere il periodo dei cambiamenti in modo sereno e armonioso, con gioia e consapevolezza.

E soprattutto con fiducia nel dialogo con la mamma e adulti competenti.

www.consultoriofamiliarefondaco.it/?p=1901

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DALLA NAVATA

IV Domenica di Avvento – Anno A – 22 dicembre 2019

IsaiaGènesi     03  14, 12 Ma Àcaz rispose: “Non lo chiederò, non voglio tentare il Signore”

18Salmo                      23, 06 Ecco la generazione che lo cerca, che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe

Romani           01, 05 per mezzo di lui abbiamo ricevuto la grazia di essere apostoli, per suscitare l’obbedienza della fede in tutte le genti, a gloria del suo nome, e tra queste siete anche voi, chiamati da Gesù Cristo

Matteo            01, 24 Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa.

 

San Giuseppe uomo giusto con gli stessi sogni di Dio

Tra i custodi dell’attesa è il momento di Giuseppe, uomo dei sogni e delle mani callose, l’ultimo patriarca dell’antico Israele, sigillo di una storia gravida di contraddizioni e di promesse: la sua casa e i suoi sogni narrano una storia d’amore, i suoi dubbi e il cuore ferito raccontano un’umanissima storia di attese e di crisi. Prima che andassero a vivere insieme, Maria si trovò incinta… Allora Giuseppe pensò di ripudiarla in segreto. Di nascosto.

È l’unico modo che ha trovato per salvare Maria dal rischio della lapidazione, perché la ama, lei gli ha occupato la vita, il cuore, perfino i sogni. Da chi ha imparato Gesù ad opporsi alla legge antica, a mettere la persona prima delle regole, se non sentendo raccontare da Giuseppe la storia di quell’amore che lo ha fatto nascere (l’amore è sempre un po’ fuorilegge…), la storia di un escamotage pensato per sottrarre la madre alla lapidazione? Come ha imparato Gesù a scegliere il termine di casa “abbà”, quella sua parola da bambini, così identitaria ed esclusiva, se non davanti a quell’uomo dagli occhi e dal cuore profondi?

Chiamando Giuseppeabbà”, papà, ha imparato che cosa evochi quel nome dolce e fortissimo, come sia rivelazione del volto d’amore di Dio. Giuseppe che non parla mai, di cui il vangelo non ricorda neppure una parola, uomo silenzioso e coraggioso, concreto e libero, sognatore: le sorti del mondo sono affidate ai suoi sogni. Perché l’uomo giusto ha gli stessi sogni di Dio. Ci vuole coraggio per sognare, non solo fantasia. Significa non accontentarsi del mondo così com’è. La materia di cui sono fatti i sogni è la speranza (William Shakespeare). Il Vangelo riporta ben quattro sogni di Giuseppe, sogni di parole.

E ogni volta si tratta di un annunzio parziale, incompleto (prendi il bambino e sua madre e fuggi…) ogni volta una profezia breve, troppo breve, senza un orizzonte chiaro, senza la data del ritorno. Eppure sufficiente per stringere a sé la madre e il bambino, per mettersi in viaggio verso l’Egitto e poi per riprendere la strada di casa. È la via imperfetta dei giusti e perfino dei profeti, anzi di ogni credente: Guidami Tu, Luce gentile, / attraverso il buio che mi circonda, / sii Tu a condurmi! /La notte è oscura/ e sono lontano da casa,/ sii Tu a condurmi!/ Sostieni i miei piedi vacillanti: /io non chiedo di vedere/ ciò che mi attende all’orizzonte,/ un passo solo mi sarà sufficiente (cardinale John Henry Newman).

Anche noi avremo tanta luce quanta ne basta a un solo passo, e poi la luce si rinnoverà, come i sogni di Giuseppe. Avremo tanto coraggio quanto ne serve ad affrontare la prima notte. Poi il coraggio si rinnoverà, come gli angeli del giusto Giuseppe.

 

Amare, voce del verbo morire, voce del verbo vivere

Tra i testimoni che ci conducono al Natale appare Giuseppe, uomo che sa sognare, il mite che parla amando. Giuseppe, mani callose e cuore ferito, ascolta i sogni che lo abitano: il giusto vive gli stessi sogni di Dio. Secondo il vangelo di Matteo l’angelo si rivolge a lui, per Luca, invece, si manifesta a Maria: l’annuncio fatto alla coppia dimostra che Dio si muove dentro ogni famiglia, nel dialogo, nel dramma, dove si gioca la buona battaglia della vita. Qualcosa però strazia il cuore di Giuseppe e manda in frantumi i suoi progetti di vita. Maria si trovò incinta, dice Matteo. Giuseppe non si dà pace, continua a pensarla e a sognarla di notte, è innamorato. Decide di lasciarla per rispetto e non per sospetto, questo è l’unico modo che ha per salvarla. Ma è insoddisfatto della decisione presa perché lui la ama davvero. Un tormento, un conflitto emotivo e spirituale: da un lato l’obbligo di denuncia e dall’altro l’amore, ricambiato. A metà tra la legge di Dio toglierai di mezzo a te il peccatore (cfr Deuteronomio 22,22) e l’amore per quella donna.

Mentre stava pensando queste cose ecco in sogno un angelo … non temere. Dio che parla attraverso l’umile via dei sogni. Dio che interviene sempre a favore della vita! Come Israele nel deserto, Giuseppe è messo alla prova per vedere cosa aveva nel cuore. E nel cuore scopre di “avere” quella donna, di amarla senza volerla possedere, radice segreta della loro verginità. Ogni amore vero deve varcare la stessa soglia, dal possedere al dono di sé: dare, in perdita, sempre, senza contare. Amare, voce del verbo morire, voce del verbo vivere.

Giuseppe è l’uomo di fede che, tentato di sottrarsi al mistero, preferisce Maria ad una discendenza propria, antepone l’amore alla generazione; trova spazio nel cuore per un bambino non suo.
Giuseppe fece come gli aveva detto l’angelo e prese con sé la sua sposa: basta che la corazza della legge venga appena scalfita dall’amore che lo Spirito irrompe e agisce! Da chi imparerà Gesù a scavalcare la legge del sabato?

Il coraggio dell’amore! Ecco la profezia di Giuseppe! Per questo suo coraggio Dio avrà un figlio tra noi. Maria e Giuseppe: poveri di tutto Dio non ha voluto che fossero poveri d’amore, perché sarebbero stati poveri di Lui.

Gesù salverà e allargherà la vita, come dice la radice del suo nome che in ebraico significa allargare, dilatare. Salverà dal peccato che è atrofia del vivere e rende piccoli la persona e il cuore, senza spazio per nulla e per nessuno.

Dio viene e crea spazio in me per le creature, i sogni, il cielo. In fondo, religione equivale a dilatazione (Giovanni Vannucci).

Allora l’augurio di Natale che vorrei fare a ciascuno di voi, e a me per primo, è che Dio renda il nostro cuore spazioso, come se adottassimo ‘Gesù’ quale secondo nome.

                          Padre Ermes Ronchi, OSM

www.cercoiltuovolto.it/vangelo-della-domenica/commento-al-vangelo-del-22-dicembre-2019-p-ermes-ronchi

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DONNE NELLA CHIESA

E’ tempo che le religioni garantiscano alle donne uguali diritti spirituali

Per quasi 30 anni, alle donne in età mestruale in India è stato vietato l’ingresso nel tempio di Sabarimala nel Kerala. Questo potrebbe presto cambiare, quando la Corte Suprema dell’India esaminerà la costituzionalità del divieto.

Decretato dall’alta corte del Kerala nel 1991, il divieto impedisce alle donne in età mestruale – da 10 a 50 anni – di entrare nel tempio. Secondo la tradizione, il tempio ospita il santuario di Lord Ayyappa, una divinità indù celebrata per il suo celibato e la presenza di donne in età mestruale lo contaminerebbe.

Il divieto è stato revocato l’anno scorso, dopo che la Corte Suprema ha stabilito che violava i diritti di culto delle donne, ma la sentenza è stata immediatamente contestata da dozzine di petizioni di revisione e il governo dello stato sta ancora vietando l’ingresso alle donne. Ogni volta che le donne hanno tentato di adorare nel tempio, sono state fermate dalla polizia e dai manifestanti.

Ho già parlato di Sabarimala e del suo significato per i diritti spirituali delle donne indiane. Sabarimala è la seconda destinazione di pellegrinaggio più grande del mondo, dopo la Mecca in Arabia Saudita. Più di 30 milioni di pellegrini indù visitano il tempio ogni anno. La triste verità è che il tempio di Sabarimala non è che una storia nella più grande narrazione della lotta delle donne per i loro diritti spirituali. Nel corso della storia e fino ad oggi, alle donne di tutte le principali religioni del mondo è stato negato l’uguaglianza di accesso ai siti di culto e gli è stato impedito di ricoprire posizioni di comando.

Ad esempio, in molte moschee le donne sono separate dai principali servizi di preghiera e persino negato l’ingresso. In India, anche il diritto delle donne ad entrare nelle moschee viene esaminato dalla Corte Suprema. In Francia e in America alcune donne hanno preso in mano la situazione e fondato le proprie moschee, anche se non senza affrontare sfide significative. E in Arabia Saudita, le donne di età inferiore ai 45 anni che vogliono fare il pellegrinaggio hajj tradizionale alla Mecca devono essere scortate da un tutore maschio. Le donne anziane godono di un minimo di libertà: possono fare il pellegrinaggio con un gruppo organizzato, ma hanno ancora bisogno di una lettera notarile di “nessuna obiezione” da parte di marito, padre o figlio. Sono stati fatti tentativi persino di tenerle fuori dal sito più santo dell’Islam, la Kaaba alla Mecca.

Naturalmente, la chiesa cristiana non è esente dal commettere questo errore. La questione dei diritti spirituali delle donne è stata un grande punto cieco della chiesa nel corso dei secoli. In effetti, scrivo questo come vescovo che crede nelle antiche credenze e nella tradizione della chiesa primitiva, abbiamo permesso alla cultura, anziché alla Scrittura, di inquadrare i diritti e i doveri spirituali degli uomini e delle donne nella chiesa. È tanto evidente quando un autore influente come John MacArthur afferma che Beth Moore, una popolare insegnante di Bibbia, dovrebbe “tornare a casa” e non avere il permesso di predicare.

Mi chiedo se abbiamo dimenticato che Gesù ha ridefinito radicalmente – o meglio detto, restaurato – la posizione delle donne come uguali portatrici dell’immagine di Dio nel suo regno? In un’epoca in cui le posizioni religiose erano in gran parte riservate agli uomini, le donne non erano solo una parte fondamentale del ministero di Gesù, ma avevano anche lo stesso status di discepole. La storia di Marta e Maria, due sorelle che seguirono Gesù, ne è un esempio.

La storia viene spesso usata come un racconto di ammonimento sul pericolo di occuparsi così tanto delle faccende che da perdere l’aspetto spirituale del ministero, ma ha un sottotesto sulla posizione delle donne che viene spesso ignorato.

Il Vangelo di Luca dice che Marta si agita attorno a casa sua preparandola ad ospitare Gesù e i 12 discepoli, mentre Maria siede ai piedi di Gesù, ascoltando il suo insegnamento. Sconvolta dal fatto che sua sorella non la stia aiutando, Marta va da Gesù – un fatto significativo dato che avrebbe potuto parlare direttamente con sua sorella – e, di fronte a tutti i presenti, gli chiede essenzialmente di mettere Maria al suo posto. Ma Gesù fa il contrario. Egli risponde: “Maria ha scelto ciò che è meglio e non le sarà tolto” (Luca 10:42).

Come studioso del Nuovo Testamento N.T. Wright spiega che, per comprendere appieno il significato della straordinaria risposta di Gesù, dobbiamo comprendere il contesto culturale. I ragazzi ebrei che volevano diventare insegnanti di legge seguivano un rabbino e si sedevano ai suoi piedi quando insegnava. Dicendo che Maria poteva sedere ai suoi piedi, Gesù stava affermando il pieno status di Maria come discepola.

L’argomentazione secondo cui uomini e donne sono uguali, ma hanno ruoli diversi nella chiesa a causa del loro genere appare vuota quando guardiamo al Nuovo Testamento. Lo Spirito Santo non è sceso allo stesso modo su uomini e donne e ha dato a entrambi l’accesso a tutti i doni spirituali? Il ruolo di una persona nella chiesa non si basa sul genere, sull’etnia o addirittura sull’abilità, ma si basa su doni spirituali. Se una donna ha il dono dell’insegnamento, allora dovrebbe insegnare e non essere ostacolata.

Il Nuovo Testamento ha molti esempi di donne che ricoprono un ruolo di primo piano nella chiesa del I secolo, tra cui Priscilla, che con suo marito Aquila ha seguito il compagno di Paolo, Apollo, le quattro figlie di Filippo Evangelista che erano profetesse e una apostola di nome Junia.

Avendo passato due decenni ad occuparmi dei diritti umani e civili dei gruppi emarginati, mi sono convinto che la forma più perniciosa di discriminazione umana non sia razziale, etnica o religiosa. È la discriminazione contro le donne. Trascende il razzismo, la superiorità etnica e l’intolleranza religiosa perché è presente in tutte le razze, etnie e religioni.

Per fare un passo ulteriore, credo che negare alle donne i loro pieni diritti spirituali sia la causa sottostante dell’oppressione delle donne in molte culture. Se uomini e donne sono spiritualmente uguali, allora dovrebbero essere uguali sotto tutti gli aspetti.

Sono incoraggiato che ci siano movimenti all’interno del cristianesimo per cambiare questa ingiustizia. Papa Francesco, per esempio, ha fatto pressioni affinché le donne fossero ordinate diaconi nella Chiesa cattolica. Negli ultimi decenni la Chiesa anglicana ha lavorato per ordinare donne sacerdote. Le tradizioni pentecostali e carismatiche hanno donne come pastori e persino leader di movimenti.

C’è ancora molta strada da fare per dare alle donne i loro pieni diritti spirituali. Ma spero che casi come quelli dinanzi alla Corte suprema in India aiuteranno a correggere questo errore. Non possiamo permettere alle tradizioni culturali di nessuna religione di calpestare i diritti fondamentali e la dignità delle donne come esseri umani completi.

Joseph D’Souza (primate della chiesa protestante “Del buon Pastore” – India)

www.donneperlachiesa.it/2019/12/13/e-tempo-che-le-religioni-garantiscano-alle-donne-uguali-diritti-spirituali

 

Donne e islam: l’inferiorità non è un destino

L’analisi storico-culturale per liberare un messaggio originario di parità. Il processo di riconoscimento dei diritti femminili nella maggior parte degli ordinamenti confessionali può dirsi tutt’altro che compiuto. Come infatti viene dimostrato anche da recenti statistiche, le donne pur essendo religiosamente più attive occupano una posizione diversa e inferiore rispetto agli uomini. Un’analisi superficiale di tali dati potrebbe indurre a considerare le religioni come intrinsecamente patriarcali e misogine. Al contrario, una lettura più attenta, che miri a liberare dai condizionamenti storici e sociali il messaggio divino, consente di confutare tale ipotesi.

                Il processo di riconoscimento dei diritti femminili nella maggior parte degli ordinamenti confessionali può dirsi tutt’altro che compiuto. Come infatti viene dimostrato anche da recenti statistiche, le donne pur essendo religiosamente più attive occupano una posizione diversa e inferiore rispetto agli uomini.

                Un’analisi superficiale di tali dati potrebbe indurre a considerare le religioni come intrinsecamente patriarcali e misogine. Al contrario, una lettura più attenta, che miri a liberare dai condizionamenti storici e sociali il messaggio divino, consente di confutare tale ipotesi. Nel momento della loro genesi, infatti, le confessioni religiose hanno promosso la pari dignità sociale e l’uguaglianza tra gli individui, come testimoniato dal ruolo svolto dalle donne nelle prime comunità di fedeli.

                Seguendo tale impostazione, la subordinazione e l’inferiorizzazione della donna costituirebbero solo l’esito di un più ampio processo caratterizzato – prevalentemente anche se non esclusivamente – da due fattori:

  • Da un lato l’inculturazione, in quanto nel processo d’insediamento in nuovi territori le religioni hanno finito per assumerne abitudini e principi (tendenzialmente androcentrici);
  •  Dall’altro la pratica esegetica. All’interno infatti di società patriarcali, l’interpretazione dei testi sacri è stata realizzata dagli uomini e per gli uomini, sia tacendo quelle disposizioni che stabilivano chiaramente un principio egualitario, sia interpretando le norme potenzialmente ambivalenti in senso più favorevole ai maschi.

Con riferimento ai diritti femminili, l’islam rappresenta certamente un caso peculiare per almeno due ragioni: innanzitutto la disparità di genere non si limita al profilo funzionale – come avviene ad esempio nella Chiesa cattolica – ma è una costante delle relazioni umane e, in modo particolare, del diritto di famiglia. In secondo luogo, la differenza di genere travalica la sfera religiosa per dispiegare i suoi effetti in ambito civile.

L’assenza di una chiara distinzione tra sfera spirituale e temporale ha consentito ai detentori del potere politico di veicolare un’interpretazione del messaggio divino in linea con le proprie finalità. In particolare, il richiamo al dato religioso è servito per giustificare il riconoscimento (o, viceversa, il diniego) di taluni diritti alle donne.

                L’uso politico della religione, associato all’assenza di un’autorità centrale in grado di predisporre norme vincolanti per l’intera umma e alla naturale pluralità e flessibilità dell’islam, chiariscono come mai la condizione della donna musulmana vari sensibilmente da un paese all’altro e oscilli tra una posizione di totale subordinazione all’uomo, di cui il Regno saudita costituisce certamente l’emblema, e il riconoscimento di una pluralità di diritti, come nel caso della Tunisia.

                Qui, il legislatore, nel tentativo di governare i cambiamenti evitando fratture sociali, ha avviato un percorso, lento e non sempre lineare, di riconoscimento dei diritti femminili, grazie a una rilettura dei testi sacri, alla luce dello spirito di giustizia ed equità indicati dal profeta Muhammad.

Una riforma interrotta. In effetti, l’islam ha predisposto una «riforma progressiva» e – come afferma Orsetta Giolo – ha gettato «le basi per la costruzione di relazioni umane fondate su di un minimum di giustizia tra i generi», introducendo quelle modifiche che potevano essere facilmente accettate dai fedeli e individuando nell’equità e nell’uguaglianza i principi verso cui tendere e da cui lasciarsi orientare in futuro.

                Solo dopo la morte del Profeta la lettura androcentrica del messaggio divino ha interrotto il processo di riforma e favorito il ripristino di regole preislamiche tese contemporaneamente al rafforzamento del dominio maschile e alla marginalizzazione della donna. In questo senso è emblematico il racconto della cacciata dal Paradiso terrestre: mentre per il Corano Adamo ed Eva sono egualmente corresponsabili (cf. Sure 2,35-37; 7,22s; 20,115-123), la Sunna – definitivamente sistematizzata nei secoli successivi alla morte del Profeta – ripropone una visione negativa della donna, quale strumento delle mani di Satana per indurre l’uomo a disubbidire a Dio.

Posto che la salvezza ultraterrena è assicurata ai fedeli sulla base delle azioni da loro compiute nel corso della vita, senza distinzione di sesso (cf. Corano sure 4,32; 4,124; 9,71s; 16,97…), le differenze di genere si manifestano nell’ambito delle relazioni interpersonali e, in particolare, nel diritto di famiglia che, ancora oggi, costituisce il nocciolo duro del sistema giuridico islamico sia perché il Corano disciplina in maniera particolarmente dettagliata la materia – la quasi totalità dei versetti a contenuto giuridico concerne i rapporti familiari –, sia perché in tempi più recenti la famiglia ha rappresentato il valore rifugio dietro cui trincerarsi di fronte alle imposizioni politiche, economiche e culturali dei paesi colonizzatori.

                Si è soliti annoverare tra le norme che assicurano una posizione di maggiore favore agli uomini la possibilità a essi riservata di contrarre un matrimonio poligamico o di ripudiare unilateralmente la sposa. In realtà questi (come altri) istituti dovrebbero essere letti alla luce dello spirito della riforma coranica poc’anzi richiamato e in chiave comparata rispetto all’epoca preislamica.

L’islam non è misogino. In tal modo, si scopre – come scrive Giorgio Vercellin – che il ripudio era talmente radicato nelle società preislamiche da costringere Muhammad ad avere un atteggiamento di rassegnato riconoscimento di tale istituto come male inevitabile. L’impossibilità di un suo superamento, perlomeno nelle immediate circostanze, aveva indotto il Profeta a mantenerlo, adattandolo alla nuova religione.

                In questo senso depongono ad esempio la previsione di un tentativo di conciliazione tra i coniugi e l’introduzione di regole più rigide rispetto al passato, anche al fine di tutelare la posizione della moglie. Basti a tal proposito pensare all’obbligo imposto al marito di trattare con benevolenza le donne da cui si intende divorziare (cf. Corano, sure 2,229; 65,2), di reiterare la volontà di ripudiare la moglie tre volte a distanza di tempo cf. 2,229 e 231), la previsione di un dono consolatorio (cf. 2,229, 236s) e l’impossibilità di contrarre nuove nozze con la donna definitivamente ripudiata, salvo alcune eccezioni (cf. 2,230).

Ciononostante, dopo la morte del Profeta, i vincoli posti a tale istituto sono stati allentati in modo da consentire agli uomini d’accorpare la triplice manifestazione di volontà, rendendo il ripudio istantaneo, e di divorziare dalla moglie anche durante il periodo mestruale o subito dopo aver avuto rapporti sessuali.

Per ciò che concerne la poligamia va osservato come l’unico versetto a essa riferito sia stato rivelato dopo la celebre battaglia di Uhud, che aveva avuto un esito disastroso per i musulmani e reso orfani moltissimi ragazzi. E ciò, di per sé consentirebbe, almeno secondo alcuni commentatori, di limitare la poligamia alla presenza di orfani. E che il ricorso a tale istituto sia circoscritto è dimostrato anche dall’introduzione di un limite al numero di donne che è possibile sposare contemporaneamente e dall’obbligo imposto al marito di trattarle con equità (4,3).

La difficile attuabilità di tale ultima previsione unitamente agli altri versetti del Corano che individuano nella reciprocità (cf. 2,187) e nell’amore coniugale (cf. 30,21) i capisaldi dell’unione coniugale renderebbero manifesta la preferenza del Corano verso un regime matrimoniale monogamico.

In buona sostanza, non è l’islam a essere misogino ma è l’interpretazione maschilista e l’uso strumentale che della religione è stato fatto ad aver determinato l’attuale marginalizzazione e inferiorizzazione della donna. Il percorso verso una piena uguaglianza di genere, per quanto complesso, potrà essere realizzato attraverso una riscoperta del reale senso del messaggio divino.

                Miriam Abu Salem                          IL Regno Attualità, n. 22          15 dicembre 2019, pag. 650

www.ilregno.it/attualita/2019/22/dibattito-donne-e-islam-linferiorita-non-e-un-destino-miriam-abu-salem

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DOTTRINE&OPINIONI

La Chiesa apre al divorzio?

Un’apertura della Chiesa al divorzio. Si può sintetizzare così quanto affermato nel documento commissionato dal Papa alla Pontificia Commissione Biblica (Congregazione per la Dottrina della Fede). Secondo lo studio, infatti, il coniuge che si separa dal partner che minaccia la pace o la vita dei familiari non fa atto contrario al matrimonio.

Matrimonio indissolubile ma se non è più fondato sull’amore. Pur ribadendo “l’indissolubilità” del matrimonio, lo studio in sostanza in un certo qual modo apre al divorzio, affermando che non compie un atto “contro il matrimonio” il coniuge che, constatando che il rapporto non si fonda più sull’amore, decide di lasciare il partner.

Le parole del Papa. Già nelle parole di Papa Francesco, durante la celebrazione nel maggio 2018 della messa a Santa Marta, alla quale avevano preso parte coppie che celebravano le nozze d’oro, aveva avvisato: “Noi non dobbiamo soffermarci sul fatto se si possa o meno dividere un matrimonio. Alle volte accade che non il rapporto non funzioni e allora è meglio separarsi per evitare una guerra mondiale, ma questa è una disgrazia”.

Il documento della Congregazione per la dottrina della fede. Oggi, nel volume edito dalla Lev, “Che cosa è l’uomo?” a cura della Pontificia Commissione Biblica (Congregazione per la Dottrina della Fede), nel paragrafo dedicato al divorzio, come riporta Vatican news, si legge che l’insegnamento di Gesù “introduce elementi di radicale novità, poiché il Maestro asserisce perentoriamente l’indissolubilità del matrimonio, vietando il divorzio e nuove nozze”. Tuttavia, subito, si ricorda che “non fa allora un atto contrario al matrimonio il coniuge che decide di separarsi da chi minaccia la pace o la vita dei familiari; anzi, egli attesta paradossalmente la bellezza e la santità del vincolo proprio nel dichiarare che esso non realizza il suo senso in condizioni di ingiustizia e di infamia”.

Uno studio mai tentato prima. Lo studio, mai tentato prima, cerca di compiere una lettura antropologica sistematica della Bibbia aggiornata ai giorni nostri. “La richiesta – spiega a Vatican news e all’Osservatore Romano il gesuita padre Pietro Bovati, segretario della Pontifica Commissione Biblica – è venuta dal Papa in persona e il risultato sono i quattro capitoli di indagine conoscitiva della creatura umana e del suo rapporto col Creatore, così come narrati dalla Scrittura”.

            “Nella sua storia millenaria, l’umanità ha progredito nella conoscenza scientifica, ha via via affinato la sua consapevolezza dei ‘diritti dell’uomo’, testimoniando un crescente rispetto per le minoranze, gli indifesi, i poveri ed emarginati” si legge nell’introduzione, ma nonostante ciò si è perso nella contemporaneità il senso della vita umana come dono di Dio e si assiste ad una società “pervasa da disordine, violenza, ribellione e spietatezza”.

Fenomeni del genere, prosegue il documento della Congregazione, “dolorosi e drammatici, contraddistinguono anche il nostro mondo, dove è messo in questione il valore antropologico della differenza sessuale, dove si avverte la fragilità delle relazioni coniugali e il diffondersi di violenze domestiche; più in generale, si deve constatare il manifestarsi di egoismi e prepotenze che ingenerano guerre crudeli, oltre a produrre un dissesto del pianeta, con forme disastrose di povertà e segregazione”.

Lo scopo dello studio. Obiettivo dello studio è, dunque, quello di fornire a esperti, catechisti, formatori uno strumento autorevole per coadiuvare, “gli sviluppi delle discipline filosofiche e teologiche”, ma rappresenta anche un testo da cui ricavare principi di riflessione su tematiche che sono al centro del dibattito sociale e civile, come divorzio, adulterio, omosessualità, ecc.

Redazione Studio Cataldi       17 dicembre 2019

www.studiocataldi.it/articoli/36768-la-chiesa-apre-al-divorzio.asp

 

Pietro Bovati: la Scrittura racconta la verità sull’uomo, essere fragile e divino

Il gesuita della Pontificia Commissione Biblica parla dell’ultimo studio dedicato all’antropologia biblica: nel testo sacro ci sono i principi per riflettere sui grandi quesiti contemporanei

Padre Pietro Bovati, come nasce questo documento che potremmo anche definire un’indagine sull’uomo, sulla sua natura, così come la Bibbia lo presenta?

            R. – Il punto di partenza è remoto e risale anche all’interrogazione che viene dal Vaticano II, in particolare nella “Gaudium et spes” sul rapporto della Chiesa nel mondo, dove appunto si interroga la società, la realtà dell’uomo e si vede emergere questa domanda fondamentale sul senso della vita, su che cosa sia la storia degli uomini, che cosa sia in realtà questa creatura di Dio che è fatta a Sua immagine ed ha un destino – si spera – meraviglioso. Questa domanda che è antica, oggi ha assunto delle dimensioni di interrogazione molto acuta. Sono le questioni sul senso dell’origine, su come l’uomo agisce, su quali siano i suoi valori, su qual è il suo destino. Il Papa ha voluto che questa tematica venisse affrontata partendo proprio dalla Scrittura, che è il fondamento e l’anima di tutta la riflessione cristiana. Alla base c’è dunque una domanda: che cos’è l’uomo? Questa domanda percorre tutta la Bibbia come un itinerario. Ci vuole una comprensione sapienziale per comprendere tutti i vari aspetti della dimensione dell’uomo, e non concentrarsi solo su un aspetto particolare. Bisogna lasciarsi guidare dalla Scrittura, dai suoi testi fondativi che sono Genesi 1,3, e poi via, via nella Bibbia, attraverso le varie dimensioni sapienziali, profetiche, evangeliche, la Scrittura insegna all’uomo la verità dell’uomo. Questo con una metodologia di teologia biblica che non risponde a tutte le domande, ma in un certo senso dà i principi fondatori per un discernimento del senso dell’uomo nella storia.

Lo studio è suddiviso in quattro capitoli nei quali avete affrontato quattro tematiche precise. Possiamo sintetizzare quali sono?

R. – Il primo capitolo riguarda la concezione dell’essere umano come “creato da Dio”, con due componenti: quello della polvere e cioè che l’uomo è fatto di polvere, quindi una dimensione di fragilità e di mortalità iscritta nella sua stessa costituzione. Ma nello stesso tempo con una dotazione spirituale eccezionale che si chiama il soffio di Dio. Quindi nel documento viene sviluppato come la Scrittura parli di questi due aspetti: la fragilità dell’uomo, della sua debolezza, della sua paura di morire. E poi anche della sua straordinaria qualità di persona simile a Dio, dotata del soffio di Dio, capace di profezia, di sapienza e avente dentro di sé un principio di immortalità. Questo è il primo capitolo.

Se il primo capitolo indaga sull’uomo-creatura, il secondo esplora l’uomo in rapporto al Creato.

R. – La Genesi dice che l’uomo è posto nel giardino. E allora qui affrontiamo le tematiche prima di tutto del nutrimento, perché il giardino è il luogo in cui l’uomo si nutre. Il nutrimento costituisce, anche nella modernità, una questione importantissima di tipo antropologico sia per la mancanza di cibo sia perché il cibo oggi viene sviluppato nelle sue componenti di qualità sempre migliore.  Poi c’è il tema del lavoro, perché l’uomo è posto nel giardino per lavorare. Cosa vuol dire? Quale valore ha il lavoro nella storia degli uomini? E infine, è posto in contatto con gli animali e quindi con tutta la custodia del Creato, come una dimensione di responsabilità dell’uomo.

Uno dei capitoli che affronta tematiche legate a questioni “sensibili” e attualmente molto dibattute è il terzo.

            R. – Il terzo capitolo, il più complesso, riguarda la realtà antropologica relazionale. In particolare, Dio ha posto l’uomo nel giardino e l’ha creato come uomo e donna, la relazione fondamentale di amore che intercorre e da cui scaturiscono poi i figli e quindi la relazione che si stabilisce tra i genitori e i figli, poi i fratelli: la relazione fraterna. Queste tre dimensioni dell’amore – l’amore sponsale, l’amore paterno e filiale, e poi l’amore fraterno – costituiscono, in un certo senso, il disegno che Dio vuole per gli uomini e la sfida anche della storia perché questo si realizzi. È logico che in questo capitolo appaiono tematiche importantissime come quello del matrimonio, della sessualità, ma anche il tema della guerra, della violenza e il tema del rapporto tra genitori e figli che oggi appare molto problematico. Cosa ne dice la Bibbia? Questo mi sembra un contributo di grande rilevanza e certamente molto atteso. È anche uno dei punti su cui, quando c’è stato richiesto di parlare di questo, i nostri superiori avevano maggiormente insistito.

Dio crea l’uomo e gli dà una direzione e la Bibbia è la storia e il simbolo di questo rapporto esaltante e insieme sofferto lungo il tempo. In che modo lo avete analizzato?

R. – Nel quarto capitolo parliamo dell’uomo che è sottoposto alla legge, che ha un dovere da compiere, un’obbedienza da perseguire. Il documento mostra come la Scrittura parli della sua fragilità della sua difficoltà a obbedire al comando di Dio, con le conseguenze tragiche della disobbedienza che si sviluppa come aridità, morte, dolore. In che modo Dio interviene in questa storia? Con il suo processo salvifico, in maniera tale da dare a questa panoramica, a questa parabola della vita dell’uomo, un carattere non negativo ma piuttosto il trionfo della grazia, del perdono e della salvezza. Cosicché la storia non sia una storia della miseria umana, ma la storia della gloria di Dio nell’uomo.

            Il documento risponde anche a tematiche specifiche che oggi sono di attualità ma non al tempo in cui è stata scritta la Bibbia? Penso per esempio alla questione del gender.

            R. – Ci sembra di aver risposto proprio a quello che la Chiesa chiede a noi, cioè di non dire delle cose che non sono quelle che la Bibbia presenta. Quindi abbiamo accettato di affrontare le questioni, rispettando il livello di informazione che noi abbiamo dalla Scrittura. Ci sono delle domande che gli uomini pongono oggi che non trovano un’immediata e precisa risposta nelle Scrittura, perché le situazioni culturali del tempo antico non sono le nostre. Quindi noi formuliamo, anche in queste questioni, alcuni principi, come per esempio l’importanza della differenza che è iscritta nella creazione stessa, come un elemento per comprendere il disegno di Dio anche nei confronti di ogni singola creatura. Questo come un principio che può aiutare, forse, altre discipline teologiche, psicologiche, pastorali a svilupparle poi in maniera adeguata tenendo conto delle circostanze, delle culture, delle riflessioni che oggi vengono anche dal mondo sapienziale. Quindi la Bibbia offre alcuni principi, alcune indicazioni utili per una riflessione che però è affidata anche ad altri interpreti del pensiero cristiano, come i teologi, i moralisti, i pastori, per poter rispondere in maniera più adeguata alla domanda che l’uomo comunque rivolge alla Chiesa.

            Oltre allo studio della Bibbia, il vostro lavoro è stato orientato anche dal magistero dei Papi?

R. – Abbiamo tenuto presente – com’è logico – tutta la tradizione cristiana, perché nessun pensiero nasce dal nulla. Nello stesso tempo abbiamo voluto fare un lavoro in qualche modo preliminare, cioè mostrare cosa realmente dice la Scrittura. Un lavoro che finora non era mai stato fatto, perché di solito il teologo cita qua e là qualche testo che ritiene utile ed importante per la sua argomentazione. Noi invece abbiamo voluto fare un lavoro sistematico; così da offrire un percorso di ciò che la Bibbia dice su tutta la complessità dell’essere umano. Offrendo questo percorso al teologo, suggeriamo di non prendere la Scrittura come un repertorio di affermazioni isolate, ma di tener conto effettivamente del valore delle singole affermazioni nel loro contesto fondamentale, dalla prima pagina della Scrittura fino all’ultima che è l’Apocalisse. Senza questa complessità, senza questa attenzione alla complessità dei problemi come la Bibbia la presenta, anche il discorso del magistero non sarebbe aiutato.

In altre parole il magistero dei Papi rimanda alla Bibbia e la Bibbia illumina il magistero.

R. – È il circolo ermeneutico: partiamo dalla coscienza di fede della Chiesa che noi abbiamo assimilato attraverso la nostra educazione cristiana, e nello stesso tempo però invitiamo gli stessi pensatori a ritrovare una sorgente, uno stimolo, una provocazione a pensare proprio a partire dai testi biblici nella loro qualità, prima di tutto di racconto – quindi di ritrovare una teologia anche narrativa e poi simbolica, perché il simbolo può apparire meno preciso del concetto ma ha in se una potenzialità di senso che può anche ispirare nuovi pensieri e far progredire la comprensione della fede secondo quello che Dio ci chiede nel nostro tempo.

            Si può dire che in questa trattazione sistematica si trova l’originalità maggiore del documento?

R. – Credo di sì, perché non abbiamo cercato soltanto di precisare alcuni punti e magari fornire un’interpretazione un po’ più matura, più complessa anche di certi testi biblici. L’originalità sta nell’itinerario, nell’offrire ai teologi, a coloro che si occupano della trasmissione della fede, una comprensione dell’uomo più complessa, più organica, più conforme alla nostra tradizione biblica, senza sovrapporre immediatamente concezioni che riteniamo magari consolidate, ma che possono anche essere viste, alla luce della Parola di Dio, come una delle modalità possibili di comprendere il mistero di Dio. Ci sono degli aspetti che sono semplicemente culturali, cioè dipendono dai momenti storici in cui si vive. Ma qual è la verità? Cos’è la verità dell’uomo? La Bibbia dà alcune indicazioni che devono essere ritenute per tutti assolutamente fondamentali.

Alessandro De Carolis – Città del Vaticano   Vatican news  16 dicembre 2019

www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2019-12/bibbia-uomo-antropologia-pietro-bovati-libro-studio.html

Padre Bovati. «Divorzio, da noi biblisti nessuna confusione»

Poligamia, matrimoni misti, divorzio, adulterio, omosessualità. Il quadro antropologico con cui la Chiesa guarda oggi a questi temi è ben noto. Ma come si è sviluppata l’intelligenza della fede, dalle tradizioni dell’Antico Testamento ai nostri giorni, sui questioni che toccano da vicino relazioni personali, affetti e, anche, trasgressioni?

Il documento preparato dalla Pontificia Commissione biblica su mandato del Papa risponde da un lato a sollecitazioni già formulate dal Vaticano II e, dall’altra, a una precisa richiesta di papa Francesco, nella convinzione che solo un quadro esauriente sull’antropologia biblica possa costituire «base autorevole per gli sviluppi delle discipline filosofiche e teologiche», come scrive nella presentazione il cardinale Luis Ladaria Ferrer che della Pontificia Commissione biblica è il presidente.

La parola “sviluppo” collegata alla dottrina della Chiesa su temi come forme matrimoniali, divorzio, omosessualità farà storcere la bocca agli assertori di una dottrina statica e immutabile del tempo. Indagare il passato, e in questo caso approfondire il significato delle Scritture, serve proprio a renderci conto dell’itinerario complesso, e talvolta contraddittorio, offerto dagli autori biblici lungo una storia dell’alleanza dove non nulla è scontato.

Vietato banalizzare, ma vietato anche trarre da queste riflessioni conclusioni semplicistiche, come quelle presentate nei giorni scorsi da alcuni media che hanno letto nello studio – soprattutto su divorzio e omosessualità – “aperture” e “novità” che fanno un po’ sorridere.

«Si tratta di uno studio biblico non di un trattato di teologia morale è neppure di un manuale di pastorale», osserva padre Pietro Bovati, segretario del Pontificia Commissione biblica, che ha coordinato il lavoro di una ventina di specialisti internazionali cominciato cinque anni fa. Ecco perché nell’introduzione al vasto studio specialistico intitolato Che cosa è l’uomo. Un itinerario di antropologia biblica (Libreria Editrice Vaticana; pagine 335; euro 15) si mette subito in guarda da due pericoli contrapposti.

            La Pontificia Commissione biblica è stata istituita da Leone XIII nel 1902 con la Lettera apostolica “Vigilantiæ studiique”. Tre gli obiettivi principali:

  1. Promuovere efficacemente fra i cattolici lo studio biblico;
  2. Contrastare con i mezzi scientifici le opinioni errate in materia di Sacra Scrittura;
  3. Studiare e illuminare le questioni dibattute e i problemi emergenti in campo biblico.

Dopo l’ampliamento di competenze sotto Pio X, nel 1971 il motu proprio di Paolo VISedula cura” ne ha modificato ruolo e organizzazione. In particolare è stato stabilito che i membri non siano più cardinali assistiti da consultori, ma docenti in scienze bibliche che si distinguono «per scienza, prudenza e cattolico sentire nei riguardi del magistero ecclesiastico». In virtù di tale riforma la Commissione è diventata un organo consultivo collegato alla Congregazione per la dottrina della fede, il cui prefetto, oggi il cardinale Ladaria Ferrer, è anche presidente dell’organismo.

            Per cogliere il senso autentico della lunga strada percorsa dal pensiero delle Scritture «non va adottato un ingenuo modello evolutivo (che presuppone un progresso), e tanto meno è bene ricorrere a schemi di segno opposto (dall’età dell’oro alla miseria presente)». La Parola di Dio, proprio perché incarnata nella storia, «si indirizza agli uomini perché prendano decisioni, orientando la loro vita al bene che è Dio stesso».

            Un testo quindi che non offre soluzioni prefabbricate ma pone problemi, interroga, approfondisce, apre scenari e sgombera anche il campo da alcuni luoghi comuni consolidati nella nostra tradizione. A proposito del divorzio per esempio, se appare chiaro che nella lettura neotestamentaria «il ripudio equivale all’adulterio», rimane tutta da indagare la clausola che si legge nel Vangelo di Matteo con quel termine porneia (non solo unione illegittima, non solo adulterio, ma forse anche rimando ad altro) che tanto ha fatto discutere.

            Come allora leggere il messaggio esigente di Gesù sull’indissolubilità nella complessità e nella fragilità delle situazioni concrete? Ci possono essere motivi fondati e comprensibili in una scelta di separazione? Qui i biblisti lasciano il campo al discernimento pastorale che infatti ha già affrontato in profondità la questione in Amoris lætitia.

Non si tratta dell’unico punto in cui la lettura attenta delle Scritture apre la strada a scenari tutt’altro che scontati. Nel capitolo dedicato all’omosessualità per esempio ci si interroga sui motivi che hanno portato storicamente a collegare Sodoma al dilagare dei rapporti erotici tra persone dello stesso sesso.

In tre densi paragrafi, i biblisti con un’analisi attenta del testo, arrivano a concludere che «il racconto non intendere presentare l’immagine di un’intera città dominata da brame incontenibili di natura omosessuale», quanto piuttosto denunciare «la condotta di una entità sociale e politica che non vuole accogliere con rispetto lo straniero, e pretende perciò di umiliarlo, costringendolo con la forza a subire un infamante trattamento di sottomissione». Non vuol dire che l’omosessualità nella Bibbia rappresenti un comportamento da tollerare o da accogliere con favore.

Ma anche in questo caso i giudizi etici – per esempio quelli del Levitico ripresi da Paolo – vanno depurati dai tratti culturali del tempo, lasciando sempre alla pastorale il compito per «quel servizio di bene che la Chiesa ha da assumere nella sua missione per gli uomini». Una lettura esigente, quindi, autentica e talvolta controcorrente, ma soprattutto, conclude padre Bovati, «un invito alla speranza nella misericordia accogliente di Dio che ci sorprende sempre.

Luciano Moia Avvenire 19 dicembre 2019

www.avvenire.it/chiesa/pagine/divorzio-vietato-scherzare

 

L’uomo secondo la Bibbia, uno studio dei teologi del Papa

La Pontificia Commissione Biblica pubblica su richiesta di Papa Francesco uno studio sistematico sulla visione antropologica della Scrittura, dalla Genesi all’Apocalisse

La domanda attraversa come una scarica di corrente tutta la Sacra Scrittura. Traspare dai capitoli della Genesi a quelli dell’Apocalisse: “Che cosa è l’uomo”? Domanda essa stessa tratta da uno dei testi canonici, il Salmo 8, che la Pontificia Commissione Biblica ha scelto come titolo di uno studio mai tentato prima, quello di una lettura antropologica sistematica della Bibbia. La richiesta – spiega il gesuita padre Pietro Bovati SJ è venuta dal Papa in persona e il risultato sono i quattro capitoli per oltre 330 pagine, pubblicati dalla Lev, di minuziosa indagine conoscitiva della creatura umana e del suo rapporto col Creatore, così come narrati dalla Scrittura.

Come se non esistesse. “Nella sua storia millenaria – si legge nell’introduzione – l’umanità ha progredito nella conoscenza scientifica, ha via via affinato la sua consapevolezza dei ‘diritti dell’uomo’, testimoniando un crescente rispetto per le minoranze, gli indifesi, i poveri ed emarginati”, ma nonostante questi progressi si è perso in larghe parti del contesto contemporaneo il senso della vita umana come dono di Dio. Già San Paolo, si ricorda, attribuiva alla “mancanza del rispetto per Dio” la conseguenza di una società “pervasa da disordine, violenza, ribellione e spietatezza”. Il documento prosegue constatando che “fenomeni del genere, dolorosi e drammatici, contraddistinguono anche il nostro mondo, dove è messo in questione il valore antropologico della differenza sessuale, dove si avverte la fragilità delle relazioni coniugali e il diffondersi di violenze domestiche; più in generale, si deve constatare il manifestarsi di egoismi e prepotenze che ingenerano guerre crudeli, oltre a produrre un dissesto del pianeta, con forme disastrose di povertà e segregazione”.

Strumento per formatori. Ecco dunque lo scopo dello studio, quello di fornire a esperti, catechisti, formatori uno strumento autorevole per coadiuvare, si legge nella presentazione, “gli sviluppi delle discipline filosofiche e teologiche”, ma anche un testo di riferimento da cui ricavare principi di riflessione su tematiche che sono al centro del dibattito sociale e civile – divorzio, adulterio, omosessualità o, per altri versi, il celibato sacerdotale, tanto per citarne solo alcune. Le letture che se ne ricavano non rifuggono dall’affrontare le questioni nella loro delicatezza, ma invece di inseguire risposte puntuali a quesiti che non trovano riscontri nella Bibbia, rinviano ai principi del magistero biblico.

Magistero biblico. Per dare solo un esempio dell’approccio di tipo complesso ad argomenti di questo tipo, al paragrafo sul divorzio viene ribadito con chiarezza che l’insegnamento di Gesù introduce elementi di radicale novità, poiché il Maestro asserisce perentoriamente l’indissolubilità del matrimonio, vietando il divorzio e nuove nozze”. E tuttavia si ricorda che “non fa allora un atto contrario al matrimonio il coniuge che – constatando che il rapporto sponsale non è più espressione di amore – decide di separarsi da chi minaccia la pace o la vita dei familiari; anzi, egli attesta paradossalmente la bellezza e la santità del vincolo proprio nel dichiarare che esso non realizza il suo senso in condizioni di ingiustizia e di infamia”.

Quattro capitoli. In sintesi,

  1. Il primo capitolo affronta presenta l’uomo come creatura di Dio, un essere fragile fatto di “polvere” reso vivo dal “soffio” divino.
  2. Il secondo capitolo mostra la condizione dell’uomo “nel giardino” approfondendo gli aspetti del nutrimento, del lavoro e del rapporto con gli altri esseri viventi. “Una serie di importanti relazioni – si legge –contribuiscono dunque a delineare la responsabilità dell’essere umano nell’aderire al progetto divino”.
  3. Il terzo capitolo, come accennato, tratta dell’uomo in quanto essere in relazione, dunque nei suoi rapporti di tipo sponsale, filiale, fraterno e amicale. “Alcune di queste problematiche – spiega il documento – sono state oggetto di attenzione del Magistero, come nella recente Esortazione post-sinodale Amoris Lætitia”.
  4. L’ultimo capitolo ha per tema la storia dell’uomo che “trasgredisce il comando divino scegliendo un cammino di morte”, dove la vicenda “è però articolata all’intervento divino, che rende la storia evento di salvezza”.

La bellezza dell’uomo. “L’intento del presente Documento – afferma il cardinale Luis Ladaria, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede – è dunque quello di far percepire la bellezza e anche la complessità della divina Rivelazione riguardante l’uomo. La bellezza induce ad apprezzare l’opera di Dio, e la complessità invita ad assumere un umile e incessante travaglio di ricerca, di approfondimento e di trasmissione”.

Alessandro De Carolis – Città del Vaticano    Vatican news  16 dicembre 2019

www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2019-12/bibbia-uomo-pontificia-commissione-biblica-studio-lev-libro.html

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FILIAZIONE NATURALE

Impugnazione di riconoscimento di paternità da parte dello stesso soggetto che l’aveva effettuato

L’impugnante aveva effettuato il riconoscimento di paternità di una minore, figlia della donna straniera che voleva far giungere in Italia; un anno dopo il rapporto era naufragato e l’uomo aveva cessato ogni contatto sia con la minore riconosciuta che con la madre della stessa. Atteso il decorso dei 5 anni dal falso riconoscimento, al fine di evitare conseguenze penali, approfittando del termine limite della normativa del 2012 sulla filiazione, aveva promosso la causa per l’impugnazione del riconoscimento, dapprima asserendo di aver scoperto da poco che la bambina non era sua figlia e poi, in corso di causa, ammettendo in sede di interrogatorio formale, di aver effettuato un riconoscimento di compiacenza per assicurare un futuro in Italia alla bambina. La madre della minore si era opposta all’impugnazione e così anche la curatrice della minore che aveva altresì avanzato domanda per il risarcimento del danno.

Ad oggi la Corte di Appello di Trento con sentenza del 12.11/.2019 n. 276/2019, rigetta l’appello proposto, con il Procuratore Generale che aveva concluso favorevolmente all’appellante, e conferma la sentenza di primo grado che dichiarava l’inammissibilità dell’azione esercitata dal padre (contro la volontà della figlia rappresentata dal curatore speciale) il cui accoglimento sarebbe evidentemente pregiudizievole per la minore, comportandole l’irreversibile lesione del diritto all’identità personale e sociale acquisito con il contestato rapporto di filiazione e degli altri diritti (ivi compresi quelli di natura patrimoniale) connessi allo status di figlia, nonché ripercussioni sulla conservazione della cittadinanza italiana….”

AIAF Associazione Italiana degli Avvocati per la famiglia e per i minori. Newsletter 16 dicembre 2019

https://aiaf-avvocati.it/notizie

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FRANCESCO VESCOVO DI ROMA

«Visione profetica. Ora tocca ai laici»

Una novità, sì. «E perfino dirompente», aggiunge il filosofo Umberto Curi a proposito dell’affermazione – contenuta nel discorso tenuto ieri da papa Francesco alla Curia Romana – secondo la quale «non siamo più nella cristianità».

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2019/december/documents/papa-francesco_20191221_curia-romana.html

Non ci sono precedenti, professore?

Il pensiero corre alla distinzione, sulla quale più volte ritorna Soeren Kierkegaard, fra cristianesimo autentico e «cristianità stabilita», vale a dire a quella sorta di deterioramento, o di vero e proprio pervertimento, dell’annuncio evangelico che è insito nel processo di secolarizzazione. Ma più che altro, nel discorso di ieri, la rinuncia a ogni intransigente chiusura nei confronti della cultura contemporanea segna un primo e fondamentale passo avanti in direzione dell’apertura di un effettivo dialogo con il nostro tempo. Sta ora agli esponenti della cosiddetta cultura laica corrispondere a un invito così significativo

Quale può essere il punto di incontro?

 Personalmente, sono rimasto molto colpito dall’indicazione dei presupposti teorici sui quali è fondata la convergenza fra Dottrina della fede e Evangelizzazione. È vero che il riferimento immediato è al piano dell’«umanità», ma il quadro concettuale in cui si inscrive questa direttiva è la concezione cristiana dell’amore, e ancor più esplicitamente l’affermazione, di ispirazione giovannea, secondo la quale Dio è amore. Il Papa ricorda anche il ritardo di «duecento anni» già denunciato dal cardinal Martini... È questo uno dei passaggi più coraggiosi e innovativi del discorso. Ed è, al tempo stesso, un passaggio fortemente problematico, perché esposto a insidiosi fraintendimenti. Parlare di “ritardo” della Chiesa può erroneamente alludere alla necessità che la Chiesa stia “al passo con i tempi”, mentre dovrebbe essere evidente che la questione originariamente individuata da Martini, e ripresa ora da Bergoglio, non riguarda la capacità di rincorrere la modernità sul piano delle tendenze culturali, ma il venir meno, o l’offuscarsi, di quella vocazione profetica in cui si esprime la fedeltà all’insegnamento cristiano.

Qual è, secondo lei, il rapporto tra «cambiamento d’epoca» e necessità della riforma?

Se c’è un aspetto che, fin dall’inizio del suo pontificato, ha caratterizzato l’iniziativa del Papa argentino è il collocarsi al di sopra, e al di fuori, degli schemi con i quali tradizionalmente sono state interpretate le vicende della Chiesa di Roma negli ultimi decenni. Questo testo conferma semmai il deciso oltrepassamento della contrapposizione fra conservatori e progressisti, nel segno di un ascolto del messaggio cristiano in una prospettiva in cui (come afferma Francesco) la tradizione è in sé stessa apertura verso il futuro

Alessandro Zaccuri    Avvenire         22 dicembre 2019

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt201912/191222curizaccuri.pdf

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OMOFILIA

Le unioni omosessuali e il diritto canonico cattolico

Nella lunga era di Giovanni Paolo II e del suo Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, Joseph Ratzinger, il tema omosessualità ha ricevuto ampio spazio ed attenzione (1986, 1992, 2003). Più volte è stata confermata l’esclusione dai percorsi vocazionali delle persone che praticano l’omosessualità, presentano tendenze omosessuali profondamente radicate o sostengono la così detta cultura gay.

Fonti di queste posizioni sono principalmente il racconto biblico della Creazione e i testi di Paolo; per cui il diritto canonico (c.1055-1056) riconosce il matrimonio solo per un uomo e una donna; il legame è unico e indissolubile e ha come scopo il bene dei due coniugi e la procreazione (quest’ultimo aspetto, in effetti, è talmente radicato nella Scrittura e nella Tradizione che non sembra trascurabile nella visione del matrimonio come sacramento).

I documenti magistrali sull’omosessualità parlano chiaramente di disordine, atti immorali e peccati gravi. Quindi, secondo i conservatori, una benedizione per le coppie omosessuali equivarrebbe ad approvarli; per questo essa è impossibile e, qualora venisse praticata, darebbe luogo a gravi sanzioni disciplinari. Il diritto canonico non favorisce l’innovazione e il progresso; anzi, prevede sanzioni per la violazione delle norme.

            Ma su questo punto la visione delle Chiese non è del tutto unanime; la teologia morale può dire molto, a riguardo, e ci possono essere soluzioni locali abbastanza diversificate. Di recente i teologi (pp. 161-162) hanno iniziato a capire che anche le unioni omosessuali possono soddisfare i requisiti morali della coppia matrimoniale.

Sul piano della teologia della creazione, bisogna chiedersi che cosa vuole dirci Dio riguardo al fatto che esistono persone omosessuali non per loro scelta, che sono fatte, come tutti gli altri, a immagine e somiglianza di Dio e per questo possiedono una dignità incondizionata, non riducibile agli atteggiamenti paternalistici di compassione e delicatezza consigliati dal Vaticano. Eccetto che per la procreazione, i partner omosessuali impegnati in una relazione seria e durevole soddisfano i requisiti morali del diritto canonico per il matrimonio.

            Una benedizione, peraltro, non equivale a una approvazione o a una disapprovazione morale: si tratta di una gratuita promessa di salvezza da parte di Dio, di una parola di gratitudine e gioia. Tecnicamente, va intesa come un “sacramentale”. Il Benedizionale della chiesa cattolica non fa menzione del problema delle coppie omosessuali, né proibisce espressamente una benedizione di questo tipo. Quindi su questo punto alcune decisioni possono essere prese in libertà dai vescovi locali, anche grazie alla visione decentrata di papa Francesco.

Gionata · 19 Dicembre 2019

Estratto dal testo di Thomas Schüller* contenuto nel saggio cattolico “Mit dem Segen der Kirche? Gleichgeschlechtliche Partnerschaft im Fokus der Pastoral” (Con la benedizione della Chiesa? Le unioni omosessuali nell’ottica della pastorale), a cura di Stephan Loos – Michael Reitemeyer – Georg Trettin, editore Herder (Germania), 2019, pp.158-169, liberamente tradotto da Antonio De Caro.

Testo originale: Gleichgeschlechtliche Partnerschaft und KirchenrechtIa.

www.gionata.org/le-unioni-omosessuali-e-il-diritto-canonico-cattolico

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PASTORALE

Cattolici e politica: “un’assemblea di confronto aperta a tutti nelle nostre chiese”

“Spetta ai cittadini cattolici una funzione immediata nel partecipare in prima persona alla vita pubblica”. Lo scrive Enzo Bianchi, fondatore della comunità monastica di Bose, sul numero di gennaio del mensile “Vita Pastorale”, anticipato al Sir. Nelle sue parole una denuncia dell’incapacità dei cattolici di “stare nella polis, un’afonia dovuta a un’astenia della loro fede, ma anche a un allontanamento, ormai consumatosi, dall’impegno politico cristianamente ispirato”.

Soffermandosi sulle “modalità di partecipazione”, Enzo Bianchi argomenta la propria tesi, “quella di dare vita nelle nostre chiese locali, diocesane o regionali, a uno spazio al quale tutti i cattolici possano essere convocati e quindi partecipare”. “Non un’assemblea dei soliti scelti o eletti in base all’appartenenza ad associazioni o istituti pastorali – spiega -, ma un’assemblea realmente aperta a tutti, che sappia convocare uomini e donne muniti solo della vita di fede, della comunione ecclesiale, della consapevole collocazione nella compagnia degli uomini”.

Quello indicato, a suo avviso, sarebbe “un confronto in cui si esaminano i problemi che si affacciano nella vita del Paese e si cerca di discernere insieme le ispirazioni provenienti dal primato del Vangelo”. Secondo il fondatore della Comunità di Bose, “da questo ascolto e confronto reciproco possono emergere convergenze pre-politiche, pre-economiche, pre-giuridiche che confermano l’unità della fede ma lasciano la libertà della loro realizzazione plurale assieme ad altri soggetti politici nella società”. L’idea è quella di “un forum, uno spazio pubblico reale in cui pastori e popolo di Dio, in una vera sinodalità, ascoltino ciò che lo Spirito dice alle Chiese e facciano discernimento per trarre indicazioni e vie di testimonianza, di edificazione della polis e della convivenza buona nella giustizia e nella pace”. Un luogo in cui “si possono delineare le istanze evangeliche irrinunciabili, che poi i singoli cattolici con competenza e responsabilità tradurranno in impegni concreti”

Agenzia SIR   21 dicembre 2019

www.agensir.info/quotidiano/2019/12/21/cattolici-e-politica-enzo-bianchi-unassemblea-di-confronto-aperta-a-tutti-nelle-nostre-chiese-per-rilanciare-la-partecipazione

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SALUTE

In Svizzera la donna dell’anno: è una scienziata italiana che combatte l’Alzheimer

«I dati esistono, li abbiamo sotto gli occhi: bisogna solo guardali da una diversa prospettiva». Antonella Santuccione Chadha, medico patologo e neuroscienziata originaria di Cepagatti, in Abruzzo, è una di quelle persone che aprono nuovi sentieri in territori che credevamo già battuti. Per la rivista svizzera “Woman in Business” è la donna dell’anno del 2019, una “fonte di ispirazione” per il suo impegno nel cambiare le cose alla guida della fondazione Women’s Brain Project, una organizzazione che lavora per stimolare la discussione globale su come sesso e genere influenzino la vulnerabilità del cervello e le malattie mentali, con l’obiettivo di sviluppare una medicina di precisione.

Tagliata sugli individui. Quello che lei definisce «l’elefante che gli scienziati non vedono» sono i numeri che raccontano come alcune malattie colpiscano in misura prevalente le donne. «A partire dall’Alzheimer, con le donne che si ammalano il doppio degli uomini. Ma anche la depressione, l’emicrania, la sclerosi multipla, o tumori come il meningioma».

Anche sul piano del welfare le donne sono penalizzate: più povere, meno scolarizzate, spesso chiamate al ruolo di caregiver, condizione che espone a un maggior numero di patologie. Nonostante le cifre siano sotto gli occhi di tutti, tuttavia, non si è ancora passati all’azione. Accade così, racconta Santuccione Chadha, che ancora oggi nelle neuroscienze molte delle cavie usate in laboratorio siano maschi, o che comunque le femmine siano sottorappresentate. O che, dopo essere stati immessi sul mercato, un elevato numero di farmaci sia ritirato per i gravi effetti collaterali a carico delle donne. Un caso emblematico è quello dello Zolpidem, un sonnifero che appartiene alla classe delle benzodiazepine per il quale, nel 2013, l’Agenzia del farmaco statunitense (Fda) emise un alert a causa del rischio di un’azione prolungata sulle donne, raccomandando di dimezzare le dosi.

I dati che dimostrano “una forte discrepanza” nel pianificare gli studi clinici Antonella Santuccione Chada li vede passare sotto i suoi occhi quando viene chiamata dall’Agenzia svizzera per gli agenti terapeutici (l’equivalente dell’Agenzia italiana per il farmaco) come revisore degli studi clinici. Nel 2016 con Maria Teresa Ferretti, neuroscienziata e ricercatrice all’Università di Zurigo, il chimico Gautam Maitra e Annemarie Schumacher Dimech, psicologa e ricercatrice, dà vita al Woman’s Brain Project che due anni dopo pubblica su Nature un articolo che raccoglie un decennio di letteratura scientifica, rivisitando per la prima volta i dati sulla base del sesso.

 A guidare la ricerca è Ferretti, chief scientific officer del Women’s Brain Project. Da allora il gruppo è cresciuto e anche la visibilità della sua “missione”: solo nel 2019 Santuccione Chadha ha avuto il palco del Summit mondiale della sanità di Berlino, quello del Summit mondiale delle donne a Basilea, e quello della Convention on healthy aging dell’Onu a New York. «Le differenze tra uomini e donne esistono e vanno prese in considerazione – dice – non si tratta di discriminazione, ma di avere un accesso equo».                        Maria Rosa Tomasello                       “La Stampa”             18 dicembre 2019

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt201912/191218tomasello.pdf

www.epicentro.iss.it/alzheimer

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SINODO PANAMAZZONICO

Foresta amazzonica e foresta curiale: prospettive nuove e categorie obsolete su ministero e liturgia

Con un articolo pubblicato sul suo blog, nel quale riprendeva un tema centrale del suo ultimo libro Un cattolicesimo diverso (di cui ho già presentato qui alcuni aspetti), p. Ghislain Lafont, monaco benedettino [*1928] ha messo in chiara luce la logica nuova in cui si muove il Concilio Vaticano II circa episcopato e presbiterato.                                                     www.cittadellaeditrice.com/munera/il-sinodo-sullamazzonia

La logica che ha riunificato nel ministero ecclesiale ordinazione e giurisdizione – come emerge da Lumen Gentium §21 – indica il superamento della logica medievale e moderna, che invece aveva scisso, nel ministro, le conseguenze sacramentali della ordinazione dalle conseguenze magisteriali e autoritative, che scaturivano dalla “potestas” ricevuta direttamente dal successore di Pietro.  Quando sia stata chiarita questa limpida impostazione del ministero ordinato, che discende direttamente dal Concilio Vaticano II, e che costituisce una novità non piccola rispetto alla impostazione della tradizione medievale e moderna della Chiesa cattolica, allora diventa facile valutare anche il Documento Finale del Sinodo sulla Amazzonia, di cui ora abbiamo disponibile anche la versione in lingua italiana (= DF).

www.vatican.va/roman_curia/synod/documents/rc_synod_doc_20191026_sinodo-amazzonia_it.html

            Alla luce di queste acquisizioni, che risultano assai preziose, possiamo svolgere una serie di considerazioni che riguardano alcune delle prospettive che emergono dal testo. Riprendo qui alcune riflessioni che in parte ho già pubblicato sull’ultimo numero de Il Regno (20/2019, 635-636) e che metto in relazione con le osservazioni avanzate da P. Lafont.

  1. Disimparare e rimparare. Il Sinodo speciale per l’Amazzonia, nel suo Documento Finale, ha assunto con determinazione la via della valorizzazione delle “legittime diversità” all’interno della tradizione liturgica cattolica, con lo scopo di rispondere efficacemente alle sfide che la regione panamazzonica lancia alla struttura ecclesiale e al linguaggio della pastorale. Come aveva detto il testo preparatorio dell’Instrumentum laboris (=IL): “Il processo di conversione a cui è chiamata la Chiesa implica disimparare, imparare e rimparare” (IL §102, ora ripreso da DF §81).

www.sinodoamazonico.va/content/sinodoamazonico/it/documenti/l-instrumentum-laboris-per-il-sinodo-sull-amazzonia1.html

La Chiesa deve saper disimparare, per poter imparare qualcosa di diverso e reimparare l’unica tradizione comune, ma da esperimentare e da esprimere con altre parole, con altri gesti, con altri canti, con altre autorità, in altre forme. Possiamo reperire il fondamento magisteriale di questa strategia in Sacrosanctum Concilium (=SC §23), che mette in relazione “sana tradizione” e “legittimo progresso”.

www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_const_19631204_sacrosanctum-concilium_it.html

Poiché non tutta la tradizione è sana, alla tradizione malata si reagisce con la riforma. Questo non vale solo per la liturgia. In molti modi il cammino sinodale della Amazzonia ha voluto e ha dovuto “disimparare” la tradizione malata.

Questo intento del Sinodo ha preso forma nel DF in due modi:

  • In rapporto alla relazione sostanziale con l’Eucaristia, come fonte e culmine di crescita comunitaria e in vista della quale occorre inculturare il ministero ecclesiale (DF 95; 99; 102-103; 109-111);
  • In rapporto alla relazione formale con tutte le celebrazioni liturgiche, al fine di valorizzare la “cosmovisione” dei popoli e delle culture della Amazzonia, mediante una opportuna inculturazione del rito liturgico (DF 116-119). A ciò deve essere aggiunta anche la configurazione di un “organismo episcopale” (DF 115) preposto specificamente allo sviluppo di questi due aspetti, come effetto di una nuova sinodalità ecclesiale da istituirsi stabilmente nella regione amazzonica.
  1. Rimparare il ministero.  Le “varietates legitimæ” della tradizione cattolica riguardano innanzitutto la storia e la geografia della Amazzonia. A causa dell’intreccio di questi due fattori, che non possono mai essere del tutto normalizzati a misura europea, occorre affrontare le “condizioni di possibilità ministeriali” della celebrazione eucaristica. Già il testo dell’Instrumentum laboris aveva indicato, con molta lucidità, la strada da percorrere: “Le comunità hanno difficoltà a celebrare frequentemente l’Eucaristia per la mancanza di sacerdoti. ‘La Chiesa vive dell’Eucaristia’ e l’Eucaristia edifica la Chiesa. Per questo, invece di lasciare le comunità senza l’Eucaristia, si cambino i criteri di selezione e preparazione dei ministri autorizzati a celebrarla” (IL 126c).

            Il DF assume con decisione questa prospettiva, parlando di “diritto della comunità alla celebrazione eucaristica” (DF 109) come punto di pienezza della esperienza di comunione, ma anche come punto di partenza dell’incontro, della riconciliazione, di catechesi e di crescita comunitaria. Dato che numerose comunità non possono ricevere la visita del presbitero se non dopo mesi, o addirittura anni – e così restano per lungo tempo prive di eucaristia, di riconciliazione dei peccati e di unzione dei malati – dopo aver ribadito la via privilegiata del “celibato” come condizione di vita del presbitero nell’esercizio del suo ministero, si suggerisce di  “ordinare sacerdoti uomini idonei e riconosciuti dalla comunità, che vivano un fecondo diaconato permanente e che ricevano una formazione adeguata al presbiterato, potendo avere una famiglia legittimamente costituita e stabile, per sostenere la vita della comunità mediante la predicazione della Parola e la celebrazione dei Sacramenti nelle zone più remote della Regione amazzonica” (DF 111).

D’altra parte, accanto a questa apertura agli “uomini sposati” come ministri, si deve ricordare che “per la Chiesa amazzonica è urgente che si promuovano e si conferiscano ministeri per uomini e donne in forma equitativa” (DF 95). In questa direzione, e sul fondamento di Ministeria quædam di Paolo VI, si muovono le due principali richieste: “Nei nuovi contesti di evangelizzazione e di pastorale in Amazzonia, dove la maggior parte delle comunità cattoliche sono guidate da donne, chiediamo sia creato il ministero istituito della “donna dirigente di comunità”, dando ad esso un riconoscimento, nel servizio alle mutate esigenze della evangelizzazione e della attenzione verso le comunità” (DF 102).

            La seconda richiesta (DF 103) assume la prospettiva del “diaconato permanente per le donne”, su cui si chiede un confronto con la Commissione di studio istituita nel 2016 da papa Francesco, il quale ha già dichiarato che tale Commissione sarà rimessa in azione, con un significativo ampliamento dei suoi membri.

E’ evidente che la “storia”, di cui la Commissione si occupa, comprende anche la Amazzonia. Ovvero, per comprendere la storia della “autorità femminile nella Chiesa” il confronto con il “rostro amazonico” non può essere semplicemente un accidente. Per questo il riconoscimento della autorità della donna, oltre che sul piano ufficiale e ministeriale, esige forme culturali ed istituzionali di integrazione ecclesiale. La partecipazione ai processi decisionali costituisce una esigenza che non deve essere pensata soltanto a partire dal nostro concetto europeo di “parità di diritti”, ma anche e soprattutto a partire da tradizioni di cultura “matrilineare”, in cui di fatto è la donna a gestire la autorità familiare e del gruppo. La provocazione antropologica e culturale esige una valorizzazione di queste “varietates”, la cui piena legittimità chiede un aperto e sincero riconoscimento.

  1. Rimparare la inculturazione dei riti.  La seconda dimensione delle “varietates” significative per la inculturazione della liturgia investe il rito stesso, nella sua dimensione verbale e non verbale. Le parole e le cose della vita della Amazzonia non debbono restare ai margini della celebrazione cristiana, ma devono diventare “mediazioni efficaci” della identità cristiana e cattolica dei popoli indigeni, delle loro gioie e dei loro affanni. Nello spazio di ”pluralismo liturgico” inaugurato dal Concilio Vaticano II (cfr. SC 38), DF ritiene urgente “dare una risposta autenticamente cattolica alla richiesta delle comunità amazzoniche di adattare la liturgia valorizzando la cosmovisione, le tradizioni, i simboli e i riti originari che includono la dimensione trascendente, comunitarie ed ecologica” (DF 116).

             D’altra parte questa non sarebbe una novità: 23 sono i riti diversi che convivono nella comunità cattolica, che può essere detta “comunione di diversi riti”, come frutti del cammino storico e geografico della Chiesa (DF 117). Perciò i linguaggi propri dei popoli amazzonici devono poter esprimere il mistero di Cristo e della Chiesa: a questo devono lavorare comitati di esperti, sul piano biblico e liturgico, in rapporto alle parole, ai gesti, alla musica e al canto, per dare ai diversi luoghi e ai diversi linguaggi le forme più adeguate di mediazione della forma rituale, salva restando la sostanza dei sacramenti (DF 118).

            In vista di questo obiettivo, e grazie alle nuove competenze dell’organismo istituzionale previsto da DF 115, si configura la esigenza di costruire “un rito amazzonico, che esprima il patrimonio liturgico, teologico, disciplinare e spirituale amazzonico, con speciale riferimento a ciò che Lumen Gentium § 23 afferma per le Chiese Orientali” (DF 119).

             E’ utile chiedersi che cosa si intenda qui per “rito amazzonico”. Sicuramente si vuole indicare una “forma comune” alle diverse tradizioni amazzoniche, che possa fornire nei diversi ambiti della celebrazione liturgica (eucaristia e sacramenti, liturgia delle ore, anno liturgico, musica, arte sacra) una serie di criteri comuni ed anche alcune celebrazioni esemplari, in vista della realizzazione, nelle singole diverse realtà, di riti specifici, da inculturare in forma differenziata, a causa delle diverse lingue e culture di cui è ricca la regione.

            Ad imitazione di quanto è avvenuto 30 anni fa per la Repubblica del Congo, con il cosiddetto “rito congolese”, dovrà essere tenuta presente con maggior forza di allora la differenza tra la logica della “regione amazzonica” e quella della singole diocesi/chiese/stati/popolazioni. Un “ordo comune” alla “regione amazzonica” dovrà prevedere, al suo interno e preventivamente, i diversi adattamenti necessari alle realtà differenti. Forse proprio l’Organo collegiale episcopale, previsto da DF 115, potrà essere incaricato di gestire la difficile mediazione necessaria per la strutturazione di un “Ordo amazonico”, che sia realmente capace di tradurre il “rito romano” nella espressione e nella esperienza dei popoli della Amazzonia. Evidentemente, questo nuovo ordo, con le sue conseguenze a livello particolare, si aggiungerebbe ai riti già presenti nella Chiesa, arricchendo l’opera di evangelizzazione, la capacità di esprimere la fede in una cultura propria, il senso di decentralizzazione e di collegialità che la cattolicità della Chiesa può esprimere” (DF 119).

             Appare cosa ovvia che per imparare la tradizione occorra, nello stesso tempo, disimparare e lasciar cadere cose vecchie insieme a reimparare e integrare cose nuove. Per svolgere appieno il compito di onorare il “volto amazzonico” della Chiesa cattolica, occorrerà sopportare queste due diverse fatiche: la fatica della resa e quella della resistenza. Il lavoro di umile spogliazione e quello di promettente riedificazione, esigono insieme pazienza e audacia, tra loro in dialogo rispettoso e fecondo. Non vi è dubbio che dalla piena assunzione di questa “meravigliosa complicatezza amazzonica”, senza semplificazioni idealizzate e senza astrazioni burocratizzanti, l’intera Chiesa universale potrà trarre motivi di gioie grandi e di speranze rinnovate: così il tutto godrà del rinnovarsi della parte.

  1. Le due foreste e il rischio della regressione. Resta aperta una questione non piccola, che Lafont ha identificato con grande lucidità: il modello con cui viene pensato il rapporto tra liturgia eucaristica e ministero ordinato non può regredire a forme di “gestione della autorità” che il Concilio Vaticano II ha ufficialmente e autoritativamente superato. Riprendo testualmente le parole di Lafont: “bisogna ammettere che, in proposito, le disposizioni auspicate al n° 96 di questo stesso documento finale del Sinodo per l’Amazzonia sono strane. Questo testo infatti prevede che, «il Vescovo può affidare, con un mandato a tempo determinato, in assenza di sacerdoti, l’esercizio della cura pastorale delle comunità a una persona non investita del carattere sacerdotale, che sia membro della comunità stessa»; e aggiunge che questo «mandato ufficiale» può essere istituito «attraverso un atto rituale». Mentre il n° 21 di Lumen Gentium dice espressamente che l’incarico pastorale è dato dal sacramento dell’Ordine, qui esso viene ridotto al livello di un «mandato ufficiale» (espressione canonica il cui contenuti aveva costituito l’oggetto di lunghe discussioni ai tempi dell’Azione cattolica sotto papa Pio XI), e si prevede un «atto rituale».

Ma quale? L’atto rituale che esprime il ministero episcopale su una comunità è il sacramento dell’Ordine. Se il lettore vorrà rileggere il testo di Pio XII (citato da Lafont poco sopra, nel suo post), vedrà che la disposizione auspicata dal Sinodo corrisponde a questo testo, come se questo non fosse stato annullato dal Concilio. Bisogna dunque sperare che questo n° 96 sarà diventato obsoleto prima ancora di essere stato applicato!”

 

Estratto del discorso di Papa Pio XII al II Congresso dell’Apostolato dei Laici (Assisi 1957) – AAS LIV, 1957

Il Cristo ha affidato ai suoi apostoli un doppio potere: innanzi tutto il potere sacerdotale di consacrare, che fu accordato in pienezza a tutti gli Apostoli; in secondo luogo, quello d’insegnare e di governare, cioè di comunicare agli uomini in nome di Dio la verità infallibile che li impegna, e di fissare le norme della vita cristiana. Questi poteri degli Apostoli passarono al Papa e ai Vescovi. Questi, attraverso l’ordinazione sacerdotale trasmettono ad altri, in una determinata misura, il potere di consacrare, mentre quello d’insegnare e di governare è proprio al Papa e ai Vescovi.

           

E’ qui evidente una tensione, una torsione della tradizione: per assicurare alla tradizione di potersi “tradurre” in modo adeguato, anzitutto in Amazzonia, occorre assumere in pieno la logica del Concilio Vaticano II. Essa impone che per riconoscere una autorità pastorale a soggetti diversi da quelli che la tradizione più recente ha contemplato (ossia essenzialmente maschi celibi), si deve provvedere ad integrare i nuovi soggetti nell’unico ministero ordinato, strutturato in tre gradi. Questo vale sempre, sia che si tratti di soggetti coniugati, sia che si tratti di donne. L’escamotage con cui si vorrebbe, di nuovo, svincolare la giurisdizione dall’ordine, per assicurare una “pastorale” amministrata da soggetti maschili coniugati o da soggetti femminili, ma con esclusione della presidenza liturgica, e costruendo categorie spurie, alternative al ministero ordinato, costituisce il risultato di un “blocco sistematico” con implicazioni ecclesiologiche e giuridiche per nulla secondarie. Sarebbe davvero singolare che, per provvedere a situazioni tanto nuove, che chiedono coraggiosi passi in avanti, fossimo tentati di riabilitare le categorie clericali con cui Pio XII parlava del “laico” nel 1957, prima che il Concilio Vaticano II superasse definitivamente una impostazione inadeguata e inevitabilmente segnata da clericalismo e da autoreferenzialità.

Quando si parla di “apostolato gerarchico” e di “apostolato dei laici”, bisogna tenere conto di una duplice distinzione: innanzi tutto tra il Papa, i Vescovi e i preti da una parte, e l’insieme del laicato, dall’altra; quindi, all’interno del clero, tra quelli che detengono nella sua pienezza il potere di governare, e gli altri chierici. I primi (Papa, Vescovi e preti) appartengono necessariamente al clero. Se un laico fosse eletto papa, non potrebbe accettare l’elezione che a condizione di essere idoneo a ricevere l’ordinazione e disposto a farsi ordinare; il potere d’insegnare e di governare, così come il carisma d’infallibilità, gli sarebbero concessi dall’istante della sua accettazione, prima ancora della sua ordinazione.

Detto in termini più netti: la dinamica della dogmatica teologica non può essere condizionata o addirittura paralizzata dalle inerzie di una dogmatica giuridica non aggiornata. Il problema, qui, non è della cultura estrosa della foresta amazzonica, ma della cultura scontrosa della foresta curiale.

Andrea Grillo             blog Come se non        16 dicembre 2019

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categorie-obsolete-su-ministero-e-liturgia

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TEOLOGIA

La deriva blasfema del presepe sovranista

Il presepe sovranista è una bestemmia. Lo dico non tanto da cittadino, ma da teologo. Con la espressione “presepe sovranista” intendo quella comprensione distorta e capovolta del presepe, che lo riduce a “manifestazione di identità cristiana da contrapporre ad altre fedi o culture”. Chi utilizza in questo modo il presepe, quasi come una “bandiera”, o addirittura come un’” arma”, che contrapporrebbe la nostra identità alle identità “avversarie”, non solo non ne comprende il messaggio, ma lo capovolge e lo snatura in un modo che risulta davvero scandaloso. Vorrei mostrare in che senso questo “attentato al presepe” faccia parte di quella “campagna di menzogne” che la logica sovranista pretende di imporre alla attenzione distratta del paese. Questa dimostrazione è possibile solo se ci si dispone, con molta pazienza, ad analizzare il significato teologico del presepe, prima e oltre rispetto al suo “uso convenzionale”.

Disimparare il presepe falso. In tutte le grandi tradizioni, i passaggi decisivi – come per noi il Natale e la Pasqua – diventano “luoghi di riconoscimento”, non solo religioso, ma culturale e sociale. Questo è un fatto inevitabile e non negativo. “Fare il presepe” a Natale, e “visitare i sepolcri” a Pasqua diventano luoghi di identità, che vanno al di là della fede. Ma, proprio in questa trasformazione culturale, le tradizioni si espongono al rischio della indeterminatezza, perché concentrano in un punto tutti i “messaggi” e proprio per questo “sovraccarico” corrono il pericolo di perderne il senso e di banalizzarlo. Il presepe, in modo esemplare, costituisce un caso tipico di questa “tentazione”.

Infatti, se analizzato in modo più attento, il termine “presepe” dice, in latino, “mangiatoia” e costituisce la “versione di Luca” del rivelarsi del Salvatore. Che si rivela ai pastori irregolari e non ai buoni credenti regolari del tempo. La tensione, in quel testo di Luca, è tra la grandezza del Signore e la piccolezza umana che può riconoscere la gloria di Dio solo attraverso la profezia della irregolarità dei pastori. Nella versione di Matteo, invece, la dose è ancora rincarata: la tensione è tra la stella e i magi che la seguono, nella loro condizione di stranieri, e la ostilità viscerale dei residenti regolari e dei Governatori. Il “nostro presepe”, mescolando tutti questi messaggi, e aggiungendovi anche elementi decorativi, rischia di non aumentare, ma di diminuire la forza della tradizione, riducendola a un “soprammobile borghese”. Il presepe significa che ultimi, stranieri e irregolari sanno riconoscere Gesù, mentre Governatori, residenti regolari e uomini per bene cercano di ucciderlo. Esattamente come accade nel cammino verso la Pasqua, quando a riconoscere Gesù saranno una donna dai molti mariti, un handicappato grave come il cieco nato e un morto come Lazzaro.

Queste sono le categorie privilegiate dal Vangelo.  Per il fatto che ai nostri presepi “non facciamo mancare nulla” – pastori e magi, stella e mangiatoia, bue e agnelli, asini e pozzi, fuochi e artigiani, ruscelli e cieli stellati, oche e galline – non li comprendiamo più. O meglio li comprendiamo in modo distorto, come una “nostra affermazione”, come una “bandiera”, addirittura come una “difesa dall’altro”. Questo è il presepe che dobbiamo disimparare. Questo è il presepe della eresia sovranista.

Rimparare il presepe vero. Per infondere pace, concordia, rispetto, accoglienza, umanità, il Natale deve ancora “far paura”: questa sua virtù sconvolgente è dovuta non alla sua qualità “civile”, ma al suo significato religioso, come anticipazione drammatica, fin dai primi vagiti del Figlio di Dio, della fede pasquale. Il Natale annuncia la pace e la accoglienza “sub contraria specie”, parlandoci di un disegno assassino, di un rifiuto, di un mancato riconoscimento, di una persecuzione. Senza questa interpretazione forte, senza questo dramma, senza questo pathos, i simboli del natale e della Pasqua, diventano “segni civili di appartenenza”, soprammobili, orecchini, disegni sulle T-Shirt o sui diari scolastici. Questo è un fenomeno inevitabile: ma uso e significato non coincidono.

Il senso del Presepe e della Croce non sono semplicemente quello di un “valore umano”, ma di un “mistero divino”, che realizza la pace. Per questo resta “inquietante”, perché mette a nudo la fragilità di tutti i valori umani e la loro strutturale contraddittorietà. Ora, è evidente che la comunità civile non può immediatamente riconoscere la pienezza del messaggio che il simbolo propone. Ma la comunità cristiana deve anche sapere, e dire con autorevolezza, che non si può fare il presepe e non volere che bambini stranieri si iscrivano a scuola, come fanno anche potenti catene di scuole private cattoliche. Non si può, se si è parroco, fare il presepe e poi dichiarare di non voler ospitare profughi. Non si può difendere il presepe come politici e poi lavorare per ostacolare ogni presenza straniera sul territorio. Il presepe, come la croce, non è semplicemente un segno della fragile umanità, ma anche segno della profezia con cui Dio riscatta il povero, l’emarginato, lo straniero, l’orfano, la vedova, lo zoppo, il cieco e si prende cura anzitutto di essi, mettendoli al primo posto! “Prima gli ultimi” è scritto a chiare lettere su ogni presepe vero. Non si può pretendere che questo sia chiaro a uomini politici, che anzi vogliono solo “presepi falsi”. Deve però essere chiaro alle comunità ecclesiali, che annunciano, nelle forme pluralistiche moderne, il Vangelo della pace, della misericordia e della riconciliazione. Che non è mai semplicemente una evidenza civile. In questa differenza sta o cade la giustificazione del “fare presepi”, non per tacere, ma per parlare con efficacia, per discernere con lungimiranza, per agire con profezia.

Il presepe come “cavallo di Troia” della tradizione. Anche la prima intuizione del presepe – quella di Francesco di Assisi a Greccio, così spoglia, così essenziale, fatta solo di mangiatoia (presepe, appunto) di bue e asinello, senza Giuseppe, senza Maria, senza “bambinello sostitutivo”, ma solo pieno di umiltà, di carità, di eucaristia e di parola evangelica – annuncia la pace a tutti. Tutti include, nessuno discrimina, abbatte i muri, accoglie ogni storia, ogni vita, ogni domanda. Anche nella immaginazione mistica di Francesco, il “primo presepe” proclama con forza questa lieta notizia: il bambino che nasce, e che nasce a Greccio come a Betlemme, facendo di Greccio una nuova Betlemme, realizza nel “cuore” e nelle “vite” una nuova possibilità di pace e di riconciliazione. Edifica una città pacificata, riconciliata, capace di accoglienza. Per questo un “presepe sovranista” è una contraddizione in termini.

Per questo chiedere di “fare il presepe” come “difesa dalle diversità” è una bestemmia, anche se viene da una assessore regionale. Per questo una Chiesa con il filo nella schiena può arrivare a scrivere una “lettera sul presepe”, per sostenere l’uso di “fare il presepe vero”, di pace e di riconciliazione, e per arginare ogni bestemmia che usi il presepe – perfino il presepe – per alimentare odio, conflitto e divisione. Non esitiamo a fare il presepe vero. Lasciamo entrare nelle nostre case, nelle nostre scuole, nelle nostre strade, il “cavallo di Troia” delle nostre tradizioni. Che così, da indifferenti e diffidenti possono convertirsi alla non indifferenza e alla confidenza. Il presepe sovranista è una caricatura, una corruzione, una contraddizione del presepe. Il presepe vero rivela un dramma di esclusione e di persecuzione, che Dio capovolge in pace e concordia. Il presepe sovranista fa la caricatura della pace, alimentando solo esclusione e indifferenza. Fare il presepe, quello vero, significa coltivare la speranza che il “sovrano” non è di questo mondo ed che entra nel mondo “sub contraria specie”, con il motto “prima gli ultimi”. Il suo nome è amore, misericordia, accoglienza, perdono.

 

Lorenzo Costa il Vecchio [*1460   †1535]

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Andrea Grillo             blog Come se non       29 novembre 2019

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