NewsUCIPEM n. 731 – 9 dicembre 2018

NewsUCIPEM n. 731 – 9 dicembre 2018
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02 ABORTO VOLONTARIO Il manifesto. Nei diritti dell’uomo anche il concepito.
03 Ru486. Lombardia e Umbria sedotte dalla banalità dell’aborto.
04 Interruzioni volontarie di gravidanza in Sardegna.
05 ADOZIONI INTERNAZIONALI Da sei anni non si apre un nuovo Paese.
06 AFFIDO CONDIVISO Sta col padre il figlio che lo rifiuta.
06 Diritto di visita non rispettato: che fare?
10 ANONIMATO DEL PARTO Declaratoria d’adottabilità non preclude riconoscimento materno.
10 CENTRO INTERN. STUDI FAMIGLIA Newsletter CISF – N. 40, 5 dicembre 2018.
11 CHIESA CATTOLICA Il ministro “cristiano” e le sue contraddizioni.
12 La politica del disprezzo e l’effetto presepe.
13 Cattolicesimo non cristiano.
14 CHIESE EVANGELICHE Barth e il «totalmente altro».
15 CONFERENZA EPISCOPALE ITAL Una grande rete per l’Italia e per un futuro solidale e europeo.
17 DALLA NAVATA II Domenica d’Avvento – Anno C – 9 dicembre 2018.
17 I potenti alzano barriere, Dio le supera.
18 DIRITTI Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo: c’è ancora molto da fare.
19 FORUM ASS.ni FAMILIARI Il Parlamento recepisca nostri emendamenti.
19 De Palo: i ragazzi sognano di sposarsi e avere due o tre bimbi.
19 Forum delle Famiglie. I cattolici e il clima d’odio targato Salvini.
21 FRANCESCO VESCOVO DI ROMA 10 comandamenti. Un sublime rovesciamento di prospettiva.
22 HUMANÆ VITÆ La relazione uomo-donna, “apertura alla storia della salvezza”.
23 MINISTERO DELLA SALUTE Hiv e Aids, i dati dell’Istituto superiore di sanità su nuove diagnosi.
24 NUCLEO FAMILIARE Nucleo familiare e famiglia anagrafica.
27 ORFANI La tutela degli orfani per crimini domestici
OSSERVATORIO SULLA FAMIGLIA Nasce ufficialmente l’Osservatorio internazionale.
26 Non solo “numeri” ma anche “lettura della realtà”.
26 Osservatorio Internazionale su Famiglia. Piano operativo 2019-21.
31 PARLAMENTO Senato della Repubblica–Commissione Giustizia–Affido dei minori.
31 PASTORALE I nonni chiedono ai genitori (non credenti) di battezzare il bimbo.
32 RELIGIONE Gli sbagli su Dio.
33 SINODO DEI VESCOVI SUI GIOVANI Sinodo 2018: il dono dei giovani.
34 VIOLENZA Violenza morale: cos’è?
35 Violenza sulle donne: la guida del Senato.
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ABORTO VOLONTARIO
Il manifesto. Nei diritti dell’uomo anche il concepito
Da 52 sigle associative d’ispirazione cristiana un «manifesto» per riconoscere il valore del concepito, espresso attraverso gravidanza e maternità.
Alla vigilia dei 70 anni della Dichiarazione universale dei diritti umani è nata l’idea di una riflessione pubblica sulla dignità della persona a partire dalla consapevolezza dei diritti dei più fragili, primo tra tutti il concepito. Attorno al principio scolpito all’articolo 3 («Ogni individuo ha diritto alla vita») è stato sviluppato un testo sottoposto all’esame di associazioni e realtà ispirate ai valori cristiani e poi integrato facendo tesoro delle numerose indicazioni di chi lo ha condiviso e firmato. Il risultato di questo lavoro è il testo che oggi pubblichiamo, con le adesioni di numerose sigle associative, un «Manifesto» aperto a eventuali nuove sottoscrizioni (dirittiumani.vita@gmail.com).
Manifesto sul diritto alla vita nel 70° anniversario della Dichiarazione universale sui diritti dell’uomo.
10 dicembre 1948-10 dicembre 2018
Premessa. La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo è intervenuta al termine di tre terribili decenni caratterizzati da due conflitti mondiali con decine di milioni di morti, devastazioni materiali e morali e all’inizio di una guerra, detta ‘fredda’ perché non dichiarata ma in atto col possibile uso di armi distruttive ancora più potenti. La Dichiarazione pone le premesse di una pace duratura allorché richiama il «riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti uguali ed inalienabili, quale base della libertà, della giustizia e della pace nel mondo». Non affida la pace alla forza delle armi, ma a un ‘atto della mente’ quale è il riconoscimento della inerente – cioè intrinseca – dignità di ogni essere umano. La violazione dei diritti dell’uomo è continuata in tante guerre locali, con dimensioni più o meno ampie, nell’aggressione del terrorismo, nel rifiuto dell’accoglienza di poveri e di vittime della fame e della violenza. Ancora più grave è il rifiuto di riconoscere la dignità di esseri umani che sono i più piccoli e i più poveri: i figli concepiti e non ancora nati. Non è possibile rassegnarsi di fronte ai milioni di aborti realizzati con il sostegno dello Stato e al numero incalcolabile di esseri umani eliminati nell’ambito delle tecniche di fecondazione in vitro. Ancor più è inaccettabile l’assuefazione di fronte all’attuale pretesa di una parte del femminismo – propagandata anche da potenti lobby internazionali – di considerare l’aborto come ‘diritto umano fondamentale’, come se il giusto moto di liberazione della donna da una minorità sociale e familiare trovasse la sua conclusione e raggiungesse il suo vertice con la facoltà di sopprimere i propri figli. In occasione della celebrazione dei diritti dell’uomo è doveroso concentrare la riflessione su due punti: l’identità umana del concepito – componente della famiglia umana – e la maternità quale segno dell’amore per la vita, particolarmente espresso dalla gravidanza.
L’identità umana del concepito. La scienza moderna e la ragione provano che il figlio concepito è un essere umano e, dunque, titolare della dignità umana come ogni altro essere umano. Molti sono i documenti che dimostrano la piena umanità del concepito. In questa sede basta ricordare, sul versante italiano, i ripetuti pareri del Comitato Nazionale per la Bioetica e la sentenza costituzionale n. 35 del 10 febbraio 1997. Per giustificare pubblicamente la distruzione degli embrioni, nessuno osa negare la identità umana del concepito, ma si sofferma soltanto sulla condizione femminile con un’ambiguità di linguaggio che nasconde la verità parlando di ‘salute sessuale e riproduttiva’, di ‘donna’ anziché di ‘madre’, di ‘interruzione volontaria della gravidanza’ o ‘Ivg’ anziché di aborto, e invocando una sorta di ‘diritto’ all’autodeterminazione in ordine al figlio (che si esprime nel rifiutarlo con l’aborto se non gradito e nel volerlo a ogni costo con la cosiddetta ‘procreazione medicalmente assistita’ o con la ‘maternità surrogata’ se invece non arriva). La convinzione che il concepito non è un essere umano, non è un figlio, ma è soltanto un grumo di cellule, cancella il coraggio innato nella singola donna di accettare una gravidanza difficile e non attesa. L’esperienza dei Centri di aiuto alla Vita e di quanti operano al servizio della vita nascente e delle madri in difficoltà prova, invece, che la consapevolezza della identità umana del concepito è il massimo elemento di prevenzione dell’aborto, perché invita alla condivisione dei problemi, risvegliando il coraggio innato della madre e lo spontaneo amore per il figlio. Di conseguenza, il dibattito pubblico deve essere concentrato sulla identità umana del concepito, sia per la sua forza argomentativa sia per la sua efficacia preventiva capace di salvare vite umane, specialmente quando l’aborto è privatizzato e reso possibile mediante prodotti chimici assumibili nella propria abitazione (Ru486 e cosiddetta ‘contraccezione di emergenza’). È evidente che la difesa della vita nascente è affidata prioritariamente alla coscienza individua-le, ma la coscienza ha bisogno in qualche modo di essere ‘illuminata’.
Meditazione sulla maternità e la gravidanza La misericordia e l’accoglienza verso le donne che hanno fatto ricorso all’aborto – spesso indotte a ricorrervi da circostanze esterne e contro la loro vera natura e volontà – deve essere un punto fermo. Tuttavia, non possiamo esimerci dal constatare che la spinta verso la legalizzazione dell’aborto come ‘diritto’ deriva in prima battuta da un certo femminismo che, dopo aver rivendicato giustamente la uguale dignità rispetto alla popolazione maschile, pretende l’uguaglianza in modo grossolano anche per quanto riguarda la generazione dei figli, dimenticando così quella prerogativa esclusivamente femminile che rende la donna naturalmente privilegiata rispetto all’uomo, la cui figura maschile e paterna va comunque valorizzata nella dimensione della responsabilità e dell’indispensabile coinvolgimento relazionale. Tuttavia, nonostante la rappresentazione mediatica, la cultura che in nome della donna e dei suoi diritti pretende il ‘diritto d’aborto’ riunisce solo una minoranza delle donne. La grande maggioranza desidera o comunque realizza la maternità. La gravidanza, indispensabile perché l’essere umano nasca e quindi perché la società sussista e abbia futuro, è caratterizzata da tre segni che mettono il timbro dell’amore sulla vita umana. In primo luogo, la gravidanza implica sempre una modificazione del corpo femminile, spesso è accompagnata da disagi e termina con il dolore del parto. La donna accetta tutto questo con un istintivo coraggio. In secondo luogo, la crescita del figlio nel seno materno (‘dualità nell’unità’) può essere interpretata come un abbraccio prolungato per molti mesi. L’abbraccio è un segno dell’amore. Per questo abbiamo parlato di un privilegio femminile posto a servizio dell’intera umanità. La terza caratteristica riguarda la relazione di cura dell’altro che la gravidanza instaura in modo davvero speciale tra madre e figlio: si potrebbe dire che il ‘genio della relazione’, sovente attribuito alla donna, trova la sorgente in quel modello primordiale di relazione che si stabilisce con la naturale ospitalità del figlio sotto il cuore della mamma. A ben guardare ogni autentica relazione di cura (si pensi ai malati, ai disabili, agli anziani) rimanda a quell’accoglienza gratuita e a quel dono di sé che fa appello alla donna quando si annuncia il figlio che vive dentro di lei. La meditazione sulla maternità e sulla gravidanza indica come traguardo del moto di liberazione la capacità tutta femminile di imprimere sull’umanità il segno dell’amore, il quale suppone, a sua volta, il riconoscimento del concepito come la meraviglia delle meraviglie, il risultato della creazione in atto, una freccia di speranza lanciata verso il futuro, uno di noi. Ne consegue l’urgenza di una nuova riconoscibile presenza femminile che faccia parlare e ascoltare le donne in nome della loro maternità realizzata o desiderata.
Segue, in ordine alfabetico, l’elenco delle associazioni che aderiscono al Manifesto.
Redazione Avvenire 9 dicembre 2018
www.avvenire.it/attualita/pagine/dalla-parte-del-pi-indifeso

Ru486. Lombardia e Umbria sedotte dalla banalità dell’aborto
La famigerata Ru486, la pillola che prometteva un aborto ‘facile e indolore’, sta tornando in auge. In Lombardia lunedì la Giunta regionale (di centrodestra) voterà per poterla assumere senza obbligo di ricovero, mentre in Umbria (Giunta di centrosinistra) è stata già approvata una delibera che non solo ammette l’opzione day hospital, ma chiede che in ogni sede in cui si pratica l’Ivg chirurgica si offra anche quella farmacologica. Una forte pressione per incrementare le percentuali di utilizzo della Ru486, che finora, nel nostro Paese, è diffusa solo marginalmente.
Con queste decisioni la politica entra a gamba tesa in un campo che non le appartiene, quello dell’appropriatezza medica. A stabilire se sia più sicuro ricoverare una paziente o trattarla in day hospital non dovrebbe essere una Giunta regionale, ma un’autorità scientifica. E così è stato fino a ieri per la pillola abortiva: il Consiglio Superiore di Sanità – il più autorevole organismo consultivo nel campo della medicina – ha dato per ben tre volte un parere nettamente contrario al cosiddetto ‘aborto a domicilio’, imponendo, per la sicurezza della donna, il ricovero in ospedale fino all’espulsione dell’embrione.
La Giunta lombarda ha convocato un tavolo tecnico che ha espresso parere diverso da quelli del CSS. Chiediamo però di saperne di più: alla luce di quali dati si è deciso di ignorare la valutazione del Consiglio Superiore di Sanità? Di quale letteratura scientifica, di quali novità rispetto al 2010, data dell’ultimo parere del CSS? La nuova valutazione è stata resa pubblica, c’è stato un ampio confronto scientifico sul problema? Come sono stati considerati i casi di morte, come si è fatto il confronto tra il tasso di mortalità dell’aborto chimico e di quello chirurgico? Ricordiamo che secondo la più autorevole rivista scientifica di settore, il New England Journal of Medicine, la mortalità del primo metodo era 10 volte superiore a quella del secondo.
Fu proprio una morte ad aprire, in America, il caso Ru486. Nel settembre 2003 Holly, una bella ragazza appena diciottenne, muore dopo un aborto farmacologico. I genitori iniziano una lunga battaglia per chiarire la relazione tra la Ru486 e la tragedia che ha colpito la figlia. È grazie alla solitaria ostinazione dei Patterson che, poco a poco, vengono a galla altri casi, altre morti. Farle emergere è difficile, perché c’è un clima di sottovalutazione e di censura. Con molta fatica, spulciando dati e informazioni semiclandestine, nel 2010 si era arrivati a contare 31 decessi legati ai due farmaci utilizzati per l’aborto chimico (mifepristone e misoprostol). Perché l’aborto ‘facile’, tanto facile non è. La procedura è lunga (circa 15 giorni), dolorosa (crampi e nausee sono di routine), e richiede almeno 3 visite in ospedale.
La tanto sbandierata facilità riguarda solo l’organizzazione sanitaria: si liberano le camere operatorie, e i medici devono solo fornire le pillole. Tocca poi alla donna gestire la situazione, capire se ci sono complicazioni o eventi avversi, se è necessario correre in ospedale o no, e soprattutto è lei che deve verificare se l’embrione è stato espulso. Questo comporta che nella grande maggioranza dei casi la donna riconosce l’embrione abortito, con le ovvie conseguenze psicologiche. L’aborto dunque non è reso meno traumatico, ma è culturalmente banalizzato, visto che apparentemente basta una pillola. Pillole anticoncezionali, pillole del giorno dopo, pillole abortive: il senso dell’interruzione di gravidanza si perde, e la società, la politica, il sistema sanitario possono finalmente liberarsi dal problema, e scaricarlo tutto sulle spalle delle donne.
L’introduzione in Italia di quella che è stata definita ‘kill pill’ [uccidere la pillola] aveva anche un altro scopo, quello di allargare i confini della 194\1978, superando, per via tecnica e non politica, i paletti imposti dalla legge, dalla settimana di riflessione al divieto di praticare l’Ivg fuori dalle strutture pubbliche. L’idea era di costringere in seguito il Parlamento a prendere atto della situazione di fatto, e adeguare la legge alle nuove pratiche. È quello che già è avvenuto in Francia: una volta che la Ru si è largamente diffusa, la legge sull’aborto è stata cambiata. Se è questo che i politici vogliono, almeno lo dicano chiaramente.
Eugenia Roccella Avvenire 8 dicembre 2018
www.avvenire.it/opinioni/pagine/lombardia-e-umbria-sedotte-dalla-banalit-dellaborto

Interruzioni volontarie di gravidanza in Sardegna
Su 1.861 interruzioni volontarie di gravidanza (Ivg) effettuate in Sardegna due anni fa, 1.190 (64,7%) – la percentuale più alta in Italia – hanno riguardato nubili e 543 (29,5%) donne sposate. Mentre 487 disoccupate (26,5%) – valore inferiore solamente a quello registrato in Calabria e Liguria – hanno scelto di non coinvolgere un figlio nell’incertezza del non lavoro. Numeri, comunque preoccupanti, perché svelano momenti angoscianti e storie difficili, ma che denotano un fatto positivo: in Sardegna e in Italia non c’è una mentalità contraccettiva, che spiana la strada verso la diffusione dell’aborto. Nella nostra regione, quando la donna ricorre all’interruzione volontaria della gravidanza, lo fa per precarietà affettiva, per incertezza economica dovuta alla disoccupazione e anche davanti alla certezza di un feto malato.
“Il matrimonio, comunque un rapporto giuridicamente stabile – dice Assuntina Morresi per diversi anni consulente scientifico del ministro della Salute e tra i compilatori del rapporto ministeriale sull’Ivg, a Cagliari per un convegno organizzato da FederVita Sardegna, presieduta da Maria Stella Leone, in occasione del 40° anniversario della legge 194/1978 – fa sentire, più che nel resto d’Italia, le donne sarde meno sole nel crocevia di una gravidanza, e il lavoro, più che nelle altre regioni, dà certezze economiche che agevolano il passo verso la maternità. Anche la paura di avere un figlio malato condiziona molto la scelta di proseguire o meno la gravidanza. In Sardegna si registra la percentuale più alta di Ivg dopo i primi tre mesi in stato interessante”. Due anni fa 66 donne (4,6%) – dato percentuale più rilevante in Italia – hanno scelto l’aborto probabilmente dopo l’amniocentesi, cioè la diagnosi prenatale che consente di stabilire con certezza se il feto è colpito da anomalie soprattutto di tipo cromosomico.
Difficile trovare il coraggio e la forza di mettere al mondo figli se unioni e convivenze non sono strutturate in un matrimonio, religioso o civile non fa differenza, e anche quando manca la certezza di uno stipendio sicuro. In queste situazioni una gravidanza non cercata sfocia spesso in un aborto. Il rapporto ministeriale 2016, l’ultimo della serie sull’applicazione della legge 194/78, svela le situazioni difficili che si accompagnano alla dolorosa scelta abortiva, in Italia e nell’isola meno praticata che in altri paesi, grazie anche alla “croce rossa” familiare.
La Sardegna occupa il decimo posto nella classifica regionale degli aborti, progressivamente in decrescita in Italia: 84.926 nel 2016, quasi un terzo rispetto al 1982. In tutto il paese, quindi anche in Sardegna, calano nascite e aborti. In altri stati diminuiscono le nascite ma non le interruzioni volontarie di gravidanza. “L’Italia si distingue – dice la Morresi, componente del Comitato nazionale di bioetica – perché si ricorre poco alla contraccezione chimica (la pillola), si ha una bassa natalità e anche un ridotto numero di aborti”. Una contraddizione spiegabile. Le donne sarde e italiane alla fin fine possono accettare anche una maternità imprevista.
Il ripensamento è opera della famiglia: “la croce rossa” degli affetti sorregge la donna anche in un momento di grande fragilità e incertezza come una gravidanza non voluta. “In Italia – aggiunge Assuntina Morresi – non c’è una mentalità contraccettiva, quella che pensa solo a preparare, fin da piccoli, alla ginnastica sessuale e a vedere nella gravidanza un rischio da evitare a ogni costo. Da noi il rapporto fisico col partner è un gesto che segna una relazione consolidata ed esprime responsabilità nei confronti dell’altro”. La cultura contraccettiva spiega, in Gran Bretagna, il fenomeno negativo di tante mamme giovanissime e l’alto tasso di aborti tra i minorenni. In Sardegna solamente 64 under 18 nel 2016 hanno fatto ricorso alla Ivg, di cui 6 in età inferiore a 15 anni. Una concezione italiana della relazione sessuale che resiste, anche se l’età media del primo rapporto sessuale completo è attestato intorno a 17,1 anni. “Il rapporto fisico – conclude Assuntina Morresi – è solo una parte della relazione uomo/donna, che invece esige rispetto e tempi congrui di maturazione”.
Mario Girau “Nuovo cammino” (Ales-Terralba) 7 dicembre 2018
https://agensir.it/territori/2018/12/07/interruzioni-volontarie-di-gravidanza-in-sardegna
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ADOZIONI INTERNAZIONALI
Da sei anni non si apre un nuovo Paese
Si spengono forse definitivamente le speranze per le famiglie che speravano di adottare in Etiopia. Con un breve comunicato stampa la CAI – Commissione Adozioni Internazionali, ha di fatto chiuso ogni possibilità di proseguire con le pratiche per le famiglie che attendevano l’evolversi della situazione in seguito all’approvazione, da parte del parlamento etiope, di una legge che di fatto ha vietato le adozioni internazionali.
“La Commissione per le Adozioni Internazionali – si legge nella nota rilasciata dalla CAI – all’indomani dell’approvazione della legge sulle adozioni internazionali emanata dal Parlamento etiope, si è attivata per porre in essere ogni azione anche a livello diplomatico per cercare una positiva soluzione nell’interesse primario dei minori abbandonati e delle coppie italiane instradate in Etiopia. La Commissione, tra l’altro, ha organizzato ad aprile 2018 un incontro con alti rappresentanti del MOWA (Ministero delle Politiche Femminili, ndr) a seguito del quale è stata inviata una comunicazione alle Autorità etiopi, contenente l’elenco delle famiglie la cui procedura risultava avviata nel Paese, per le quali si auspicava una positiva conclusione. Nonostante gli sforzi profusi ad oggi, nessuna risposta è giunta dal MOWA. Si ritiene pertanto, allo stato, estremamente residuale la possibilità di concludere le procedure adottive in corso”.
Eppure l’Etiopia è un Paese storicamente legato all’Italia da importanti relazioni. Nei primi quattro mesi del 2018 sono entrati in Italia dall’Etiopia 26 minori, pubblicati dalla CAI, nel 2017 erano stati 44 e 79 nel 2016.
“Un duro colpo per le famiglie – commenta il presidente di Ai.Bi. – Amici dei Bambini
News Ai. Bi. 6 dicembre 2018
www.aibi.it/ita/etiopia-la-cai-spegne-le-speranze-delle-famiglie-procedure-adottive-in-corso-sono-ferme
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AFFIDAMENTO ESCLUSIVO
Non è sufficiente una distanza oggettiva tra i luoghi di residenza dei genitori.
Corte di Cassazione, prima Sezione civile, sentenza n. 30826, 28 novembre 2018
www.studiofronzonidemattia.it/wp-content/uploads/2018/12/Cassazione-Civile-28.11.2018-n.-30826.pdf
È tornata sul tema dell’affidamento esclusivo la Corte di Cassazione, con una sentenza pubblicata pochi giorni fa, decidendo un caso in cui il padre di una minore, non coniugato con la madre della piccola, aveva proposto reclamo avverso il provvedimento del Tribunale con il quale – per quanto in questa sede rileva – era stato disposto l’affidamento esclusivo della minore alla ex convivente, con sospensione dei rapporti tra la figlia e il padre; la Corte d’Appello di Milano aveva confermato quanto già disposto in primo grado (salvo incarico ai Servizi Sociali di attivare un intervento di supporto psicologico a favore della minore). Avverso tale decreto, il padre è ricorso in cassazione, lamentando che, in tal modo, fosse stato violato il diritto della minore alla bigenitorialità e ad avere un rapporto equilibrato con entrambi i genitori.
La Corte, tuttavia, ha ritenuto infondate tali doglianze, rammentando che, in tema di affidamento dei figli nati fuori dal matrimonio, ha più volte affermato che alla regola generale dell’affidamento condiviso può derogarsi solo nelle ipotesi in cui tale applicazione risulti pregiudizievole per l’interesse del minore: infatti, ai fini della disposizione dell’affidamento esclusivo di figli minori di età, non è sufficiente una distanza oggettiva tra i luoghi di residenza dei genitori, ma è necessaria una motivazione specifica da parte del Giudice, che tenga in considerazione, da un lato, in senso positivo, la capacità educativa del genitore affidatario e, dall’altro lato, in senso negativo, l’inidoneità ovvero le carenze dell’altro genitore.
Ad avviso della Cassazione, dunque, la Corte d’Appello di Milano ha operato una corretta applicazione di tale principio, in tal modo garantendo al meglio la tutela dell’interesse della minore.
Studio Fronzoni De Mattia 4 dicembre 2018
www.studiofronzonidemattia.it/laffidamento-esclusivo-serve-linidoneita-educativa-dellaltro-genitore
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AFFIDO CONDIVISO
Sta col padre il figlio che lo rifiuta
Tribunale di Brescia, terza Sezione civile, Ordinanza 19 novembre 2018
www.studiocataldi.it/allegati/news/allegato_32768_1.pdf
Il giudice può decidere di collocare i minori presso il padre per evitare l’irreversibilità del rifiuto immotivato e sproporzionato della figura paterna.
Quando il rapporto padre/figlio è deteriorato, il giudice può decidere di porre rimedio a tale situazione anche disponendo l’affidamento dei minori in via esclusiva al papà, se ritiene che sia questa la strada più efficace a tal fine, specie quando il conflitto è esacerbato dal comportamento della madre.
Un esempio di tale scelta si è di recente avuto nelle aule del Tribunale di Brescia, ove il giudice ha deciso di seguire la predetta strada per ricostruire il rapporto, deteriorato, tra un padre e i suoi due figli minori.
Chiaramente, quella di affidare i figli in via esclusiva al padre, nonostante l’elisione della figura materna da parte dei minori, è una decisione che va presa con le opportune cautele, come il Tribunale di Brescia, del resto, ha fatto. Nel caso di specie, infatti, la figlia rifiutava il padre in maniera largamente immotivata e sproporzionata rispetto alle mancanze che gli attribuiva e il figlio iniziava a manifestare segnali molto simili a quelli della sorella, con la quale sembrava aver stretto “un patto di lealtà”.
Così il giudice, ritenendo che la predetta situazione dovesse essere affrontata e risolta con urgenza per evitare che evolvesse verso l’irreversibilità, ha stabilito l’affidamento dei figli in via esclusiva al padre, con collocazione immediata del bambino presso quest’ultimo e con collocazione provvisoria della bambina presso una casa famiglia, prevedendo un inserimento graduale nella dimora paterna.
Il tutto con il monitoraggio costante da parte della Tutela Minori.
Valeria Zeppilli news studio Cataldi 7 dicembre 2018
www.studiocataldi.it/allegati/news/allegato_32768_1.pdf

Diritto di visita non rispettato: che fare?
Quando non convivi con tuo figlio, può capitare che l’ex ti impedisca di incontrarlo o ti renda difficile trascorrere del tempo con lui. Come puoi difendere il tuo diritto di visita?
Quando una coppia attraversa una crisi talmente forte da portarla a decidere di separare le proprie strade è doveroso che gli ex pensino, prima di affrontare qualunque altro aspetto, all’interesse dei figli che sono nati dalla loro unione. Questo perché, è evidente se ci si soffermasse a pensarci un attimo, che: mentre le conseguenze del fallimento della propria convivenza dipendono da scelte ed azioni riconducibili a se stessi, non così è per i figli, i quali, in linea di principio, non scelgono né dove né come né quando né, tanto meno, “se” nascere. Va da sé, pertanto, che rispettando il proprio stato di genitore, oltre che di persona responsabile, ogni problema nella separazione o nel divorzio o nella fine della convivenza dovrebbe essere letto alla luce del fatto che, nel risolverlo, occorre trovare la soluzione più rispettosa dell’equilibrio psicofisico del proprio figlio. Il quale, inevitabilmente e senza propria colpa, si troverà a dover affrontare l’abbandono di quelle che erano le sue certezze e le proprie abitudini.
Bene, questa linea di pensiero è stata fatta propria dal legislatore. Infatti, in più occasioni, legge e giudici (che sono chiamati ad applicare il diritto) richiamano il principio secondo cui, anche a fronte di vicende che vedono i genitori terminare la propria vita in comune, rimane fermo il diritto fondamentale del figlio, riconosciuto anche a livello internazionale, di mantenere un rapporto stabile e duraturo con ambo i genitori.
Ma cosa accade quando né intelligenza né la collaborazione aiutano una coppia ad adeguare le proprie condotte a questi princìpi? E, quindi, cosa accade quando le disposizioni del giudice, che sono dettate sempre e solo all’interesse dei figli, vengono violate dall’uno o dall’altro genitore? Bene, si verifica semplicemente l’intervento della legge che, a gamba tesa, deve riportare forzosamente l’equilibrio nella coppia. E questo è ciò che accade anche con riferimento al caso in cui un genitore violi il diritto di visita dell’altro con i figli, atteso che molto spesso i rapporti con questi ultimi vengono definiti non di comune accordo dalla coppia “scoppiata” ma sulla scorta di una decisione, in un certo senso, calata dall’alto: cioè, dal giudice nelle aule di giustizia.
Il diritto di visita. Con l’introduzione dell’affidamento condiviso che permette ad entrambi i genitori di esercitare i diritti ed i doveri nei confronti dei figli, e che viene definita con una unica espressione responsabilità genitoriale, si verifica, sia nelle separazioni sia nei divorzi sia nella disciplina dei rapporti tra genitori che non sono sposati, che il minore abbia la residenza presso uno dei due genitori, col quale conviverà per la maggior parte dell’anno. Si tratta di quello che viene definito tecnicamente collocamento prevalente del figlio. Il genitore collocatario è il genitore che convive col figlio. Il genitore non collocatario è, di contro, quello che ha il diritto di visita. Il collocamento prevalente, dunque, è l’espressione con la quale si identifica il luogo nel quale il figlio risiederà.
Di contro, all’altro genitore viene garantito il diritto di visita settimanale oltre alla possibilità di tenere con sé il figlio, per tempi più lunghi, nei periodi festivi. Questa complessiva forma di regolamento della gestione dei rapporti tra genitori e figli avviene perché per la legge la tutela principale è quella da apprestare all’interesse di questi ultimi.
In questa ottica, il giudice tende in linea generale a far conservare al figlio minore, o maggiorenne ma non indipendente economicamente, la residenza nel luogo dove ha sempre vissuto oltre che le abitudini di vita da sempre avute, almeno finché i genitori hanno convissuto. Qui è la spiegazione del fatto per il quale, nella stragrande maggioranza dei casi, il figlio fissa la propria residenza presso la casa coniugale, detta anche casa familiare, cioè l’immobile in cui la coppia ha vissuto, e perché alla donna viene quasi sempre assegnata questa casa, in cui entrambi avranno la residenza.
Soprattutto quando si tratta di minorenni, infatti, si tende a salvaguardare il “nido” e le consuetudini di vita del figlio, prevedendo che lo stesso conviva con la madre, oggettivamente più predisposta dell’uomo ad allevare e crescere la prole, ed assegnando alla donna la casa. La scelta, quindi, è determinata per salvaguardare quel minimo di stabilità delle abitudini dei figli e per evitare, quindi, che si aggravino le conseguenze psicologiche a danno degli stessi, i quali, quando una coppia si separa, devono già subire i cambiamenti determinati dalla fine del rapporto tra i genitori.
A fronte della convivenza presso il genitore che manterrà la casa familiare, come già osservato, viene garantito all’altro genitore non convivente col figlio, e che viene definito genitore non collocatario, il diritto di visita, che regola il modo in cui può passare del tempo assieme a quest’ultimo. Con l’espressione “diritto di vista”, infatti, si indica il diritto-dovere del genitore di avere dei giorni, più o meno prestabiliti, da trascorrere in modo esclusivo con il figlio, in un luogo diverso dalla sua residenza abituale e per un periodo limitato [L. n. 64/1994].
Questo è il metodo scelto dal legislatore per permettere al genitore che non vive quotidianamente il figlio di mantenere con lo stesso un legame costante, costruttivo e solido. Si riconosce e garantisce al figlio un lasso di tempo, variamente determinato o dagli accordi tra i genitori o dai provvedimenti dei giudici, da trascorrere in modo esclusivo col genitore con cui non convive e di cui, va da sé, sentirà la lontananza.
Infatti, nella prassi, i giudici stabiliscono quello che viene definito il calendario delle visite che rappresenta i giorni nei quali, compatibilmente con gli impegni del figlio, quest’ultimo potrà trattenersi fuori dalla propria residenza con il genitore con cui non convive.
Ad esempio, vengono decise:
delle visite settimanali da passare con l’altro genitore;
oltre che delle permanenze a weekend alterni, ad esempio, dal venerdì sera alla domenica sera;
oltre che dei soggiorni presso il genitore non collocatario che coincidono con le feste “comandate” come la Pasqua, il Natale e le stesse ferie estive.
Un provvedimento che stabilisce che il figlio fissi la residenza con la madre presso la casa familiare e che poi deve anche determinare il diritto di visita del padre, potrebbe così disporre il calendario:
due giorni infrasettimanali consecutivi, esempio, martedì e mercoledì, con pernottamento;
a fine settimana alternati dal pomeriggio del venerdì alle ore 8.00 del lunedì, con accompagnamento a scuola;
la festività di Pasqua da trascorrere, ad anni alterni, presso l’uno e l’altro genitore;
le festività di Natale e di Capodanno ad anni alterni, cioè, se le feste natalizie sono trascorse con la mamma, quelle di capodanno saranno del padre e viceversa;
il giorno del compleanno del figlio, da trascorrere con entrambi i genitori ma, se non vi fosse accordo in tal senso, anche in questo caso si potrebbe scegliere il criterio dell’alternanza di anno in anno (il 2018 con il papà ed il 2019 con la mamma e così di seguito).
Ma, come detto, il calendario delle visite può adattarsi alle più variegate esigenze dei figli e dei genitori, predisponendo giorni e modalità differenti per gli incontri in base alle diverse necessità.
In ogni caso, il principio da rispettare è che il figlio, nonostante la coppia sia “scoppiata” e, quindi, i propri genitori non convivano più con lo stesso, ha il diritto di mantenere rapporti solidi e continuativi sia con la madre che col padre. Tanto è vero quanto detto, che il diritto di visita può essere limitato oppure, nei casi più gravi, escluso, solo in rare e particolarissime ipotesi.
Gli esempi più noti sono quelli relativi ai genitori che fanno abuso di sostanze stupefacenti oppure di alcool o che hanno problemi di pedofilia e così via dicendo.
Ed, in ogni caso, deve sempre verificarsi quanto segue:
i gravi motivi determinanti la sua limitazione od esclusione (come: alcolismo, abuso di sostanze stupefacenti, pedofilia, violenza fisica ecc.) devono essere accertati in uno specifico giudizio;
deve essere provato, anche, che il diritto di visita si trasforma in una possibile lesione dell’equilibrio psicofisico del minore.
Diritto di visita del genitore che ha l’affidamento. Si è avuto modo di vedere che, quando si verifica un allontanamento tra i partner, in una coppia, il tribunale dispone nella maggior parte dei casi l’affidamento condiviso, cioè, quel sistema di gestione del rapporto genitore-figlio che prevede uguali diritti e doveri dei primi verso il secondo. Anche se, in alcuni casi, possono anche essere emesse decisioni che affidano il figlio solo ad un genitore (cd. affidamento esclusivo), mentre all’altro viene comunque garantito il mantenimento di un rapporto continuativo con la prole.
Ad esempio, può essere stabilito che il figlio fissi la residenza e conviva con la madre, la quale avrà diritto-dovere di prendere le decisioni sulla sua educazione e crescita senza confrontarsi col padre, a cui viene garantito un calendario di visite (come sopra precisato).
Ma, come in tutte le cose umane, non è scontato che l’accordo, tra le parti, o la sentenza, emessa dal giudice, sia rispettata. Ed, infatti, può verificarsi che, nonostante vi sia un provvedimento che stabilisce un calendario delle visite, indicando i giorni nei quali il genitore che non convive col figlio può andare a prelevarlo dalla sua residenza per condividere con lo stesso del tempo, in maniera costruttiva ed esclusiva, il genitore collocatario ne ostacoli la visita.
Ad esempio:
trovando scuse per evitare che il figlio esca da casa, come una inventata febbre dell’ultimo momento;
incitando il figlio contro l’altro genitore, cosicché il primo rifiuti di uscire col secondo;
non rispettando gli orari di vista, soprattutto se si tratti di minore, e così via dicendo.
Ma attenzione, perché se ciò accade, il genitore che non convive col figlio può mettere in atto diverse azioni per far sì che gli venga riconosciuto in concreto il diritto di stare del tempo con questi. Le armi che il genitore escluso ha in mano per difendersi si possono esercitare sia in sede civile che in sede penale.
Più di preciso, dal punto di vista penalistico, è possibile depositare una denuncia nei confronti del genitore che convive col minore perché non adempiente e per non aver rispettato (in diritto si dice “per aver eluso”) il provvedimento del giudice civile che riguarda l’affidamento dei figli. E c’è poco da scherzare perché la norma in materia [Art. 388 co. 2 cod. pen.] prevede l’applicazione della pena della reclusione fino a 3 anni e del pagamento di una multa che va da € 103,00 ad € 1.032,00.
In particolare, se il tuo ex ti impedisce di vedere tuo figlio, devi:
recarti presso la più vicina stazione dei carabinieri o della polizia di stato, dicendo di voler denunciare la violazione del diritto di visita tra te e tuo figlio;
in sostituzione al primo punto, e si tratta di un consiglio che si caldeggia nell’interesse della più celere e sicura tutela delle tue ragioni, contattare l’avvocato di tua fiducia, meglio se penalista, esponendo l’accaduto e concordando un appuntamento per procedere con la denuncia;
avere con te copia della sentenza (o dell’accordo) che dispone il calendario delle visite;
preparare preventivamente un promemoria sul quale indicare le occasioni in cui ti è stato impedito di vedere tuo figlio, specificando anche possibili testimoni;
sottoscrivere la denuncia e depositarla (quest’ultima è una attività a cui provvederà il tuo avvocato, se ne avrai scelto uno).
L’eventuale prova del comportamento scorretto dell’altro genitore può essere determinante per convincere anche il giudice civile ad applicare le relative sanzioni amministrative o a modificare il collocamento del minore o, ancora, a modificare l’affidamento del figlio.
Infatti, al genitore leso nel diritto di visita è possibile anche adire il giudice civile [Art. 709 ter cod. proc. civ] chiedendo allo stesso:
di applicare i provvedimenti sanzionatori a carico del genitore che è stato inadempiente rispetto alle regole dell’affidamento;
di modificare le condizioni della collocazione del figlio o l’affidamento.
In merito alla procedura da seguire, più nello specifico, queste sono le fasi:
è necessario rivolgersi ad un legale, al quale si porteranno tutti i documenti e le prove del caso;
è necessario che la richiesta venga depositata presso il tribunale del luogo di residenza del figlio;
una volta che il tribunale avrà designato il giudice che dovrà decidere, questi convocherà entrambi i genitori, adottando quelli che reputerà i provvedimenti più giusti tra cui le modifiche alle modalità di collocamento (ad esempio, decidendo che il minore inizi a convivere con l’altro genitore) o di affidamento (ad esempio, disponendo l’affidamento esclusivo) del figlio ed eventuali sanzioni.
Come anticipato, infatti, se vi sono le prove di manifeste responsabilità del genitore collocatario nel porre in essere atti che arrecano pregiudizio al figlio ed ostacolano il corretto svolgimento delle modalità di affidamento, non solo può applicare allo stesso le sanzioni in base alla gravità dell’inadempimento, per quanto può anche modificare
il provvedimento di collocamento [Trib. Bergamo sent. n. 3201/2016;]
di affidamento, giungendo finanche a poter stabilire, nei casi più gravi, l’affidamento esclusivo a carico dell’altro genitore.
Per quanto riguarda, invece, le sanzioni, il giudice può:
ammonire il genitore inadempiente. L’ammonizione non è altro che una sorta di “dichiarazione” con cui il magistrato, richiamato l’illegittimo comportamento del genitore, lo sollecita a non ripeterlo mai più, onde evitare in futuro l’applicazione di sanzioni pecuniarie e disposizioni più gravi;
disporre una somma per il risarcimento dei danni in favore del minore;
disporre una somma di denaro per il risarcimento dei danni in favore del genitore che ha visto leso il diritto di visita;
oppure, condannare il genitore non adempiente al pagamento di una sanzione amministrativa che va da € 75,00 ad € 5.000,00 a favore della cassa delle ammende.
Da ultimo, il genitore che ha visto non rispettato il proprio diritto di visita, nel caso in cui il giudice italiano non dovesse adottare i provvedimenti adeguati per risolvere il problema, può adire direttamente la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo [sentenza 15 settembre 2016 su ricorso del 2012; sent. n. 36168/2010 su ricorso del 2009] per richiedere la condanna del Paese per le sue incapacità a gestire la giustizia.
Diritto di visita del genitore che non ha l’affidamento. È evidente che l’atteggiamento ostruzionistico di un genitore a danno degli incontri che devono avvenire tra l’altro genitore ed il figlio, non fa che creare un danno molto profondo nella fase evolutiva della formazione della personalità e della sfera affettiva e di identità a discapito del figlio stesso. È ciò vale sempre, anche nel caso in cui egli abbia l’affidamento esclusivo del figlio, che si sostanzia nel fatto che può assumere le decisioni nelle scelte educative sul minore in autonomia, senza interpellare l’altro (contrariamente a quanto accade nell’affidamento condiviso).
Anche al genitore non affidatario deve essere garantito un sufficiente lasso di tempo col figlio per permettergli di creare o rafforzare il rapporto affettivo e di stima con quest’ultimo oltre che di contribuire moralmente, e non solo economicamente, alla sua crescita.
Quindi, anche in questo caso il diritto di visita del genitore che non ha ottenuto l’affidamento del figlio deve essere rispettato perché l’interesse prevalente rimane la sana crescita psicofisica della prole. Ed è in questa ottica che appare necessario il contributo della presenza di tutte e due i genitori.
Ed è solo quando colui, che non ha l’affidamento del figlio, esercita il diritto di visita in modo obiettivamente pregiudizievole all’equilibrio psicofisico del minore, che il tribunale può vietare, su richiesta dell’altro genitore o dei servizi sociali, gli incontri.
Cosa si può fare se, ai danni del genitore che non convive né ha l’affidamento del minore, l’altro violi il diritto di visita, con un comportamento irresponsabile? Poiché il diritto di visita del genitore non affidatario non ha carattere assoluto ma dipende dall’interesse morale del figlio, si può dire che, in linea generale, al genitore non affidatario competono le stesse azioni di quello che ha l’affidamento condiviso. Ma con una rischio maggiore.
Perché nei casi di affidamento esclusivo, che di per sé depongono per la impossibilità (attuale) di disporre l’affidamento anche in favore del coniuge escluso, se al tribunale perviene la richiesta di intervento da parte del genitore non affidatario perché il proprio diritto di visita viene violato, è possibile che il giudice disponga l’affidamento del minore all’ente territoriale, cioè al comune, determinando l’obbligo dei servizi sociali di organizzare comunque degli incontri continuativi con il genitore non affidatario [Tribunale di Varese, prima sezione, Decreto del 3.02.2011].
Samantha Mendicino La legge per tutti 9 dicembre 2018
www.laleggepertutti.it/251062_diritto-di-visita-non-rispettato-che-fare
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ANONIMATO DEL PARTO
La declaratoria di adottabilità non preclude il riconoscimento materno del figlio
Cassazione, prima Sezione civile, Sentenza n. 31196,3 dicembre 2018
A seguito di un parto in anonimato si apriva un procedimento di adozione abbreviata ai sensi dell’art. 11 L. 184/1983. La madre tuttavia mutava opinione e chiedeva – 12.11.16 – la sospensione della procedura per la dichiarazione dello stato di adottabilità, con contestuale richiesta di riconoscimento della maternità.
Il TM di Perugia – 3.01.17 – respingeva l’istanza e dichiarava inammissibile la domanda di riconoscimento del minore.
La Corte d’Appello – 17.03.17 – respingeva il reclamo sul presupposto che nel frattempo il TM – in data 30.01.17 – aveva emesso sentenza con la quale aveva dichiarato lo stato di adottabilità del minore.
Di contrario avviso la Cassazione. Il riconoscimento di maternità è un diritto indisponibile, mai precluso, che non viene meno e al più può essere dichiarato inefficace allorché pervenga dopo che alla declaratoria di adottabilità fosse seguito l’affidamento preadottivo, che invece nella specie non pare che all’epoca fosse in atto.
Diversamente opinando la madre non avrebbe un diritto di ripensamento, diritto che verrebbe altrimenti svuotato.
Osservatorio nazionale sul diritto di famiglia 6 dicembre 2018
www.osservatoriofamiglia.it/contenuti/17507874/il-diritto-al-ripensamento-della-madre-anonima-non-%C3%A8-mai-precluso,-al-pi%C3%B9-%C3%A8-inef.html
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CENTRO INTERNAZIONALE STUDI FAMIGLIA
Newsletter CISF – N. 40, 5 dicembre 2018
Una visita speciale in casa di riposo. Un divertente ed emozionante esperimento di pet therapy [terapia dell’animale d’affezione], con un docile cavallo che va a visitare gli anziani di una casa di riposo. Un breve momento di emozione, in un luogo dove ogni novità è un buon motivo per sorridere e per continuare a vivere
www.facebook.com/christadelphianagedcare/videos/1518347161577158
Irlanda. Valutazione di un consolidato servizio di accompagnamento a domicilio alle neomamme. Di estremo interesse il documento di valutazione di un’esperienza, nella città di Limerick, in Irlanda, di accompagnamento e visite a domicilio delle neo-mamme, nei primi mesi dopo il parto. I dati confermano il grande valore dell’intervento sia per il benessere dei bambini, sia come supporto alle competenze genitoriali delle neo-mamme, generando un miglioramento complessivo del benessere familiare
www.cypsc.ie/_fileupload/Documents/Resources/Limerick/Homemaker%20Evaluation%20FULL%20Final.pdf
Ginevra: scienza e tutela dell’umano. Il 3 dicembre si è tenuto nella sede ONU di Ginevra un convegno sul tema, in occasione del 70° anniversario della Dichiarazione dei diritti dell’uomo. “Biotecnologie e robotica pongono problemi inediti riguardo ai rapporti dell’uomo con il proprio corpo, fin negli aspetti più profondi della coscienza, della generazione, del giusto rapporto con altri esseri viventi” (Mons. Vincenzo Paglia, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita).
https://agensir.it/quotidiano/2018/12/3/70-dichiarazione-diritti-delluomo-mons-paglia-pav-biotecnologie-e-robotica-pongono-problemi-inediti/
Conciliazione famiglia lavoro: diventare genitori è un “master”! Anche per i padri. Interessante articolo di Chiara Agostini, Elena Barazzetta, Franca Maino, pubblicato on line, sui risultati di un recente progetto che mette a tema la paternità e le sfide al maschile della conciliazione famiglia lavoro, riprendendo l’originale approccio secondo cui “fare un figlio è come un Master in governance di sistemi complessi”: “il progetto MAAM (Life Based Learning) agisce sul fronte della conciliazione vita-lavoro aiutando i genitori a trovare una sinergia tra i molteplici ruoli di ognuno sul fronte lavorativo e familiare, nella scoperta che la genitorialità non è un limite ma una risorsa per tutti gli ambiti della vita. Il percorso digitale MAAM è nato nel 2015 per le donne in congedo di maternità e le neomamme con il motto “Maternity As A Master” (MAAM). Dal 2017 il progetto si è allargato ai papà e il motto è allora diventato Life Based Learning.
http://secondowelfare.it/allegati/wp_2wel_4_2018_agostini_barazzetta_maino_maam.pdf
Dalle case editrici. Gentili Claudio e Viscardi Laura, I nostri figli ci guardano, San Paolo, Cinisello B. 2018, pp. 176, € 15.00. Il matrimonio è una scuola di speranza e i figli devono essere amati: è il messaggio di fondo di questo testo, che affronta la missione dei genitori attraverso molte prospettive: la lettura della Genesi come bussola per l’uomo postmoderno, un approfondito sguardo sulle relazioni familiari come strumento per svelare l’influenza delle famiglie d’origine, infine l’educazione dei figli come antidoto a una cultura dominante arida e individualista. È il secondo volume dei “Percorsi di Betania”, esperienza sviluppata dal Centro di Formazione Betania dal 2004, offrendo una proposta di counseling al servizio della pastorale familiare, rivolgendosi a tutti, credenti e non credenti (il primo volume ha messo a fuoco la relazione di coppia – Complici nel bene, sempre San Paolo, 2017),
Save the date.
Nord Giovani in transizione e padri di famiglia, presentazione del volume n. 30 di Studi interdisciplinari sulla famiglia, promossa dal Centro di teneo Studi e Ricerche sulla Famiglia dell’università Cattolica, Milano, 14 dicembre 2018.
www.unicatt.it/eventi/events-14.12.2018_Giovani_in_transizione_e_padri_di_famiglia.pdf
Nord Il bisogno interroga. E’ la persona che risponde e costruisce un’opera: l’esperienza dell’associazione Agevolando, incontro all’interno del ciclo “conversazioni in compagnia – La persona in azione”, promosso da Mete noprofit, Milano, 11 dicembre 2018.
http://metenoprofit.org/wp-content/uploads/2018/11/Conversazioni-in-compagnia-1.pdf
Centro Generare: come e perché?, seminario di studio e conferenza pubblica promossa dal Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia, Roma, 11-15 febbraio 2018.
www.istitutogp2.it/wp/wp-content/uploads/2018/11/VP-2019-Depliant-2018.11.19-DEFINITIVO.pdf
Sud E non solo amore. L’arte di animare un gruppo di fidanzati e di giovani coppie alla luce di Amoris lætitia, presentazione del volume di Romolo Taddei, promossa da Ufficio diocesano di pastorale familiare e altre associazioni, Mascalucia (CT), 27 gennaio 2019.
http://newsletter.sanpaolodigital.it/cisf/attachments/newscisf4018_allegato4.pdf
Iscrizione alle newsletter http://cisf.famigliacristiana.it/canale/cisf/newsletter-cisf.aspx
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CHIESA CATTOLICA
Il ministro “cristiano” e le sue contraddizioni
Egregio dottor Augias, vorrei chiederle se condivide la mia disapprovazione nei confronti di un ministro che si professa pubblicamente cristiano (nessuno lo ha mai obbligato a farlo), ma poi agisce in modo così contraddittorio, non solo con i richiami del Papa, ma del Vangelo stesso che (Mt. 25, 42- 43) dichiara «maledetto» e spedisce al fuoco eterno chi non dà da mangiare all’affamato e chi non visita l’ammalato ed il carcerato, ma anche chi non accoglie lo straniero. Mi si può ribattere che le decisioni politiche sono prese da chi è stato votato ed è giusto; ma se qualcuno rivendica la propria identità cristiana, bisognerebbe che poi fosse coerente per non essere contestato da ogni fratello cristiano. Già a suo tempo (1976) iniziai le mie ” lettere aperte” contestando il presidente del Consiglio {Arnaldo Forlani} che giustificava la pratica delle tangenti «perché in politica tutti fanno così!». Ma allora – ribattei – «non proclamarti cristiano» (sia pure con l’attenuante del “demo”). *
+ Luigi Bettazzi (Albiano d’Ivrea)
* citazione in www.perlapace.it/luigi-bettazzi-scrive-una-lettera-aperta-al-presidente-romano-prodi
https://books.google.it/books?id=DKZyCQAAQBAJ&pg=PT64&lpg=PT64&dq=lettera+di+Bettazzi+a+Zaccagnini&source=bl&ots=jSAK4a76qZ&sig=z0_Gj4IKtOOEpP1fN12FF2VC5ts&hl=it&sa=X&ved=2ahUKEwjN5LGHjZPfAhVvURUIHfswAwo4ChDoATADegQIBRAB
minuto 30,08 www.youtube.com/watch?time_continue=701&v=xD7cyTsfCf8
Alla domanda di monsignor Bettazzi (vescovo emerito di Ivrea) si può rispondere in due modi: uno spiccio, uno un po’ più problematico. Il modo spiccio è anche il più semplice: un ministro che si professa con insistenza cristiano, che arriva al punto di accompagnare i suoi interventi politici ostentando i simboli di quella religione, sfrutta a proprio vantaggio il sentimento religioso popolare – una volta predominante, oggi per la verità un po’ meno. Non è il primo a farlo. Anche Silvio Berlusconi, che di cristiano nel suo comportamento privato aveva così poco, amava ostentare pietà religiosa e attaccamento alla Chiesa. Il suo comportamento a molti piaceva. Quando si produsse in una barzelletta blasfema trovò perfino un eminente prelato di Curia che lo giustificò asserendo che «le bestemmie vanno contestualizzate» (sic). Altri tempi.
Il modo più problematico di considerare la domanda di monsignore riguarda gli intrecci sempre difficili in Italia tra il potere civile e quello religioso. Per restare ai nostri giorni penso a certi atteggiamenti della Democrazia cristiana (che anche mons. Bettazzi ricorda), alla conduzione della Conferenza episcopale dove era evidente un rapporto di reciproca convenienza: noi evitiamo di condannare la vostra indecenza per non danneggiarvi in termini di voti, voi chiudete un occhio sulla nostra riluttanza fiscale (chiamiamola così), sulla conduzione delle scuole confessionali, sull’oggettiva ingiustizia nella distribuzione dei proventi ex 8 per mille. Oggi non è più così; il papato di Francesco ha tagliato con le connivenze di questo recente passato. Anzi, lo ha fatto con tale nettezza da suscitare all’interno stesso della sua Chiesa e della stessa Curia non poche ostilità. Il sant’uomo sta pagando a caro prezzo questo suo desiderio di riavvicinarsi allo spirito evangelico. Un ministro che col Vangelo nulla ha a che spartire cerca di sfruttare i cascami di queste recenti ambiguità.
Corrado Augias “la Repubblica” 8 dicembre 2018
www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt201812/181208bettazziaugias.pdf

La politica del disprezzo e l’effetto presepe
Ci sono, nelle tradizioni, logiche profonde e complesse, che vanno rispettate proprio nella loro complessità. Anche la tradizione cristiana, e in particolare quella cattolico-romana, non sfugge a queste logiche. Quasi 70 anni fa un parroco diede fuoco a Babbo Natale, sul sagrato della Chiesa, per “difendere” Gesù bambino dai “culti pagani”. Questo episodio diede lo spunto, a Claude Lévi-Strauss per scrivere un bell’opuscolo, dal titolo “Babbo Natale giustiziato” nel quale metteva in luce la profonda continuità tra culto pagano e culto cristiano, sulla base della antica festa del Sol invictus, dove i temi della luce, delle piante sempreverdi e dei “vecchi/morti” e dei “bambini/neonati” si intrecciano strutturalmente.
Ora, in questo contesto, quando la polemica diventa vuota e formale, possiamo trovare il paradosso per cui politici senza vero retroterra di fede, la cui sensibilità verso lo straniero è proverbiale, diventino i “difensori del presepe” (e del Crocifisso), pretendendo di far passare pastori e cristiani come “nemici del popolo”.
La questione decisiva, in tutto questo, è ciò che da tempo chiamo “effetto presepe”. Vorrei provare a spiegarlo brevemente. In tutte le grandi tradizioni, infatti, i passaggi decisivi – nel nostro caso cattolico, il Natale e la Pasqua – diventano “luoghi di riconoscimento”, non solo religioso, ma culturale e sociale. “Fare il presepe” a Natale, e “visitare i sepolcri” a Pasqua diventano luoghi di identità. Ma, proprio in questo passaggio, le tradizioni si mettono a rischio, perché concentrano in un punto tutti i “messaggi” e proprio per questo “sovraccarico” rischiano di perderne il senso. Il presepe e il Crocifisso diventano, così, meri simboli di identità, in cui la comunità si identifica “contro qualcuno”, contraddicendo in modo vergognoso il significato del simbolo stesso.
Il presepe, in modo esemplare, costituisce un caso tipico di questa “tentazione”. Presepe dice, in latino, “mangiatoia” e costituisce la “versione di Luca” del mostrarsi del Salvatore. Che si rivela ai pastori irregolari e non ai buoni credenti regolari del tempo. La tensione, in quel testo di Luca, è tra la grandezza del Signore e la piccolezza umana che può riconoscerlo solo nella irregolarità dei pastori. Nella versione di Matteo, invece, la dose è ancora rincarata: la tensione è tra la stella e i magi che la seguono, nella loro condizione di stranieri, e la ostilità viscerale dei residenti. Il “presepe”, mescolando tutti questi messaggi, rischia di non aumentare, ma di diminuire la forza della tradizione, riducendola a un “soprammobile” borghese. Il presepe significa che ultimi, stranieri e irregolari riconoscono Gesù, mentre Governatori, Ministri e residenti regolari cercano di ucciderlo. Esattamente come, a Pasqua, sanno riconoscere Gesù, una donna dai molti mariti, un disabile grave come il cieco nato e un cadavere come Lazzaro, mentre i potenti lo uccidono senza pietà. Queste sono le categorie privilegiate dalla Chiesa!
Ciò che il mondo cattolico deve chiedere, con parole pacate, è un passo avanti nell’assumere il significato autentico del Presepe e del Crocifisso, chiedendo ai politici di fare un “passo indietro” su temi che non si possono fare entrare nella bieca speculazione politica. Ecco come lo aveva detto, alcuni anni fa, il Vescovo di Padova: «Fare un passo indietro non significa creare il vuoto o assecondare intransigenze laiciste, ma trovare nelle tradizioni, che ci appartengono e alimentano la nostra fede, germi di dialogo. Il Natale, in questo senso, è un esempio straordinario, un’occasione di incontro con i musulmani, che riconoscono in Gesù un profeta e venerano Maria». Solo con un piccolo passo indietro si fa un grande passo avanti. Nella pura tradizione cristiana. E non è un caso che i politici dell’odio e della indifferenza oppongano a questo una resistenza viscerale.
Vogliono cacciare gli stranieri e i crocifissi dall’Italia e avere in ogni ufficio crocifissi e presepi come soprammobili? Questo è semplicemente disgustoso. Delle due l’una: o riempiamo di simboli natalizi e pasquali una terra che sappia dimostrarsi accogliente e non indifferente. O scegliamo di cacciare chi è senza casa e tutti i crocifissi della terra, ma, almeno per un minimo di pudore, cerchiamo di arrossire davanti ai simboli di ciò che non accettiamo e vogliamo soltanto combattere. E’ ovvio che, per chi gioca solo su odio e disprezzo, anche il presepe e il crocifisso possono diventare non strumenti simbolici di comunione, ma strumenti diabolici di disprezzo. A questo uso distorto e perverso dei grandi simboli cristiani ci opporremo sempre con assoluta determinazione.
Andrea Grillo blog Come se non 3 dicembre 2018
www.cittadellaeditrice.com/munera/la-politica-del-disprezzo-e-leffetto-presepe

Cattolicesimo non cristiano
La frase può sembrare dura, ma non è mia. Verso il 1933 Fernando de los Ríos (uno dei pionieri dell’Istituto di Libero Insegnamento) scrisse: “povero cattolicesimo spagnolo che mai è arrivato ad essere cristiano!”. Si elimini la dose di esagerazione che può avere, ma preferisco rendermi conto della dose di verità che possiede.
Poco dopo Romano Guardini pubblicò una delle sue opere più famose (L’essenza del cristianesimo), nella quale giunse a dire che l’essenza del cristianesimo è semplicemente Gesù come Cristo. E adesso vorrei sottolineare che ci sono alcune forme di cattolicesimo conservatore nelle quali Gesù è praticamente assente e sembra sostituito da altri pseudo-cristi.
Confessare Gesù come l’Unto, l’impregnato di Dio (questo significa Cristo) implica il seguirlo nel suo annuncio e nel suo lavoro per quello che chiamava “signoria di Dio”. Questa signoria di Dio (conseguenza dell’annuncio gesuano che Dio è padre di tutti) significa che l’essere umano sta al di sopra di tutto il sacro (Mc 2,27-29), che i dannati della terra sono i preferiti di Dio (Lc 6,20-26), che quello che si fa loro, si fa a Dio (Mt 25, 31ss), che il seguace di Gesù deve perdonare e amare i nemici (Mt 5, 43-38) e che c’è un’incompatibilità radicale tra Dio ed il denaro (Mc 10, 17ss).
Il cattolicesimo non cristiano dimentica (o ignora) questi tratti dell’annuncio gesuano. Quando li dimentica, in realtà non segue Gesù come Cristo di Dio e lo sostituisce con altri “pseudo-cristi”, che forse faranno riferimento alla parola Cristo, ma le danno un volto diverso da quello di Gesù. Gli esempi più frequenti sono:
Una cristificazione del vescovo di Roma. Nel secolo XIX si giunse a scrivere che il papa è come “il Verbo incarnato che si prolunga” e gli si attribuirono espressioni che la tradizione cristiana applicava a Gesù Cristo (“più alto dei cieli, santo e separato dai peccatori…”). Il titolo di “Santo Padre”, che ancora usiamo tranquillamente, ne è una traccia. Oggi questi gruppi accusano papa Francesco di “desacralizzare il papato” ed ignorano che l’eresia sta nel fatto che loro lo hanno sacralizzato.
Una pietà mariana che non sembra rivolta alla semplice ragazza di Nazareth, ma ad una figura semidivina o ad una dea greca coronata come Regina e vestita con gioielli che Maria non ha mai portato. In maniera vaga la si avvolge in un aureola di purezza eterea che si è concretizzata nell’espressione “ave Maria purissima” che non dà fastidio a nessuno. Ma, se chiedessero loro di sostituirla con un “ave Maria poverissima”, si rifiuterebbero di farlo, ignorando che da questa povertà deriva la purezza di Maria.
Una devozione all’eucaristia trasformata in una specie di “Dio fatto cosa”, slegata dalla Cena di addio di Gesù e dai suoi gesti dello spezzare il pane (simbolo del bisogno) e del passare la coppa (simbolo della gioia). Così cosificato, Dio può tranquillamente essere adorato e possiamo farci la comunione quasi al margine di tutta la celebrazione eucaristica, solo per “ricevere grazia”, ma senza che questa grazia ci porti a condividere il bisogno ed a comunicare la gioia.
Un ultimo tratto di questo cattolicesimo non cristiano può essere una forma di relazione “contrattuale” con Dio, che ci permette di trasformarlo in una nostra proprietà per il solo fatto che adempiamo alla nostra parte di contratto. Proprio la relazione con Dio criticata da Gesù come “fariseismo”: avendo Dio come nostra proprietà privata, siamo i migliori e possiamo sentirci superiori agli altri. È quella vecchia battuta (messa sulle labbra di una povera vecchietta, ma che sta in molti cuori non tanto vecchi): “il papa può cambiare quello che vuole, alla fine ci salveremo quelli di sempre”.
E “ci salveremo” perché questo tipo di cattolicesimo ha sostituito la fiducia, che è l’aspetto più caratteristico della fede, con la sicurezza che ci libera dal dono fiducioso. Per questo dico di solito che il più grande nemico della fede non è l’incredulità, ma la tentazione della sicurezza.
Realmente poco cristiano è questo panorama, sebbene si presenti come “molto cattolico”: il suo tratto più distintivo non è la fiducia in Gesù, ma la paura di Gesù e del suo annuncio di questa “signoria di Dio”, paura che, per così dire, orizzontalizza tutte le verticalità pseudo-religiose: e lo fa non sostituendo quella verticale con quella orizzontale (cosa alla quale non ha mai pensato Gesù), ma sorreggendo quella orizzontale con la verticale.
In questo senso l’aspetto tipico del cristianesimo rispetto ad altre visioni del mondo, religiose o no, è la sintesi, forse impossibile ma alla quale bisogna tendere, tra la massima affermazione della Trascendenza e la più piena affermazione dell’immanenza: la dedizione completa all’al di là e la piena dedizione all’al di qua. Perché, per quanto appaia incomprensibile, Dio è l’infinitamente lontano, l’incredibilmente vicino ed il profondamente intimo.
Speriamo quindi che, quando Manuel Azaña Díaz disse che “la Spagna ha smesso di essere cattolica”, avesse voluto dire che la Spagna sta iniziando a poter essere cristiana …
José Ignacio González Faus S. J. Religión Digital (www.religiondigital.com) 3 dicembre 2018
Traduttore Lorenzo Tommaselli www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt201812/181209faus.pdf
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CHIESE EVANGELICHE BATTISTE, METODISTE E VALDESI.
Barth e il «totalmente altro»
Il teologo riformato morto 50 anni fa, con il suo commento all’Epistola ai Romani e con le opere successive, ha cambiato la storia della teologia. Dio è laico proprio perché è Dio
«Totalmente altro»: l’espressione, riferita a Dio, è diventata famosa anche al di fuori della corporazione dei teologi. Bisogna ammettere che, in parte, tale popolarità è legata anche a una certa banalizzazione: in fondo, che Dio sia «diverso» (dagli essere imani, dagli animali, dal mondo), lo dicono tutti. Nella seconda versione del suo commentario all’Epistola ai Romani (1922), tuttavia, Karl Barth (1886-1968) voleva dire qualcosa di più specifico e aggressivo: Dio e la fede cristiana non possono essere considerati il sigillo religioso dell’ordine ideologico e politico borghese. Nemmeno di quello socialista, certo: dal punto di vista di Barth, tuttavia, quest’ultimo è un pericolo secondario, date la storia e la cronaca delle chiese.
Il teologo, morto il 10 dicembre di cinquant’anni fa, ricorda spesso che il suo libro è nato dall’esigenza di dover predicare ogni domenica: la teologia universitaria non offriva, a suo parere, gli strumenti adatti per la prassi pastorale. La Bibbia veniva sezionata con i metodi della critica storica, ma alla fine il predicatore non sapeva bene che dire e di solito se la cavava appiccicando un’«attualizzazione» inventata lì per lì. Quella di Barth è invece una lettura biblica che si richiama piuttosto direttamente a quella dei riformatori, ma anche dei padri della chiesa antica. I filologi di professione non mancano di far notare una certa disinvoltura da parte dell’interprete, più o meno esplicitamente accusato di dilettantismo: la repubblica dei teologi, del resto, è oggi ancora ricca di esponenti che, a torto o a ragione (in ogni caso, e per evidenti motivi, fuori tempo massimo), ritengono di dover spiegare a Karl Barth gli elementi della critica biblica; e anche chi è impegnato nel ministero pastorale non può fare a meno di chiedersi se davvero il libro di Barth aiuti una predicazione incisiva ed efficace. Per quanto mi riguarda, non lo consiglierei a chi prepara una predicazione sul testo di Paolo, o almeno non come prima lettura.
Resta il fatto che quel libro, e ancor più gli sviluppi del pensiero barthiano, cambiano la storia, non solo della teologia. Quel Dio «totalmente altro», così teologico e per nulla moderno, si rivela, guarda un po’, politicamente più incisivo di tutti i discorsi sulla giusta autonomia delle realtà terrene. Dio è «laico» proprio perché è Dio. Anzi, già che ci siamo: solo Dio è laico. La Dichiarazione teologica di Barmen [sinodo del 29/31 maggio 1934 a Wuppertal-Barmen] non era contro il nazismo, era per una chiesa degna di questo nome: esattamente per questo essa costituisce il documento teologico politicamente più esplosivo del XX secolo.
https://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_confessante
Barth, però, non si ferma qui. Nella fase matura della sua vita, «ri-tratta» le sue affermazioni giovanili. Il riferimento implicito è ambizioso, Retractationes è il titolo di un’opera di Agostino. Non si tratta di abiurare le tesi di un tempo, bensì di approfondirle in una prospettiva sorprendente. Barth aveva negato che, partendo dall’essere umano, si potesse arrivare a Dio. Ora afferma che, partendo da Dio, e precisamente dalla sua rivelazione in Cristo, l’essere umano del XX secolo, quello di Verdun, di Auschwitz e di Hiroshima, può accettare se stesso e vivere la vita come un dono. Poiché Dio è umano, afferma Barth, anche noi possiamo provare a esserlo. Dio è talmente altro, talmente diverso da noi, da poter essere lui, in Cristo, umano. Gli uomini e le donne, religiosi o laici, cristiani o no, non sanno che cosa significa umanità: solo Dio, in Gesù, lo può dire loro.
Solo Dio, solo Cristo, solo nella Scrittura: sono le parole della Riforma, Barth è il teologo evangelico più amato dai cattolici proprio perché offre un’idea credibile di che cosa può voler dire essere protestanti. Nel nostro tempo, oltre alle lezioni di critica biblica, egli deve ascoltare (è più probabile, però, che in cielo ascolti Mozart, così almeno si proponeva, quand’era in questo mondo) anche quelle di pluralismo religioso. In parte è saccenteria di chi, Barth, nemmeno si prende la briga di leggerlo; in parte si tratta di osservazioni sacrosante: se la chiesa è sempre da riformare, figuriamoci i teologi, compresi i più grandi.
Appunto, Dio è altro, anche rispetto a Karl Barth: e probabilmente anche il teologo sarebbe d’accordo.
Fulvio Ferrario Riforma.it 07 dicembre 2018
https://riforma.it/it/articolo/2018/12/07/barth-e-il-totalmente-altro?utm_source=newsletter&utm_medium=email
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CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA
Intervista. Bassetti: una grande rete per l’Italia e per un futuro solidale ed europeo
Il presidente della Cei: “La Chiesa non è un partito politico, non può stare all’opposizione di alcun governo. Ma oggi come ieri resta voce critica”.
Sulla scrivania del suo studio ha appunti, lettere, libri. E nel lungo tavolo di fronte una parte è dedicata ai quotidiani. Un angolo l’ha riservato ad “Avvenire”. Il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, lo prende in mano. Le finestre si affacciano su piazza 4 novembre, nel cuore di Perugia, che lui spesso attraversa a piedi o guidando da solo l’auto. “Avvenire” è un quotidiano che appartiene a tutti, non ai vescovi – spiega l’arcivescovo di Perugia-Città della Pieve -. È uno strumento che la Chiesa italiana mette a disposizione dell’intero Paese. E, come diceva Giovanni Battista Montini, oggi san Paolo VI, che l’aveva voluto con tenacia, intende essere “un giornale che cerca di affermarsi come testimonianza sincera e moderna d’un cattolicesimo vivo”. In questi giorni “Avvenire” compie cinquanta anni: è un traguardo prestigioso e un punto di partenza. Per questo ritengo più che mai attuale un’intuizione del teologo svizzero Karl Barth che invitava ciascun cristiano ad avere in una mano la Bibbia e nell’altra il giornale”.
Eminenza, qual è oggi il ruolo del quotidiano dei cattolici italiani?
Qualcuno potrebbe pensare che nell’era di Internet e delle reti sociali un giornale di carta sia superato. Non penso che sia così. Proprio adesso che siamo inondati di informazioni di cui spesso non conosciamo le fonti o l’attendibilità e che addirittura sono costruite ad arte sulla menzogna e sulle falsità creando un’autentica spirale di disinformazione, c’è bisogno di un porto sicuro, di un riferimento saldo. “Avvenire” è un’opportunità. La Chiesa italiana è ricca di sensibilità, attenzioni, visioni. Non è sinonimo di “pensiero unico”. ” Avvenire” mi sembra che sia uno specchio di questa ricchezza. Un quotidiano che non dà spazio alle grida, che “cerca con umiltà la verità”, come ha evidenziato papa Francesco ricevendo lo scorso maggio il personale del giornale. Lo definirei un’agorà, come è chiamata anche una sezione del giornale, ossia un luogo d’incontro in cui ogni cattolico si senta a casa e in cui anche chi è “lontano” possa considerarlo sempre aperto benché con la sua chiara identità. Eppure celebriamo il mezzo secolo anche con un filo di amarezza.
Quale amarezza?
Si sta prospettando da diverse settimane il taglio ai contributi pubblici per l’editoria e il pluralismo. Sarebbe uno sbaglio vararlo perché penalizzerebbe non solo “Avvenire”, ma anche numerose altre testate fra cui quelle diocesane. Testate che danno voce ai territori, che sono espressione di comunità vive e che rappresentano una pluralità di visioni. Soprattutto, si tratta di testate, come “Avvenire”, che non hanno come scopo il profitto ma che sono un servizio.
Qualcuno sostiene che la Cei sia all’opposizione dell’attuale governo gialloverde.
La Chiesa italiana parla e dialoga con tutti. Perché è una comunità di fedeli in Cristo e non certo un partito politico. Quindi non può stare all’opposizione di alcun governo. Oggi come in passato siamo “voce critica” ma al tempo stesso accogliamo le iniziative che riteniamo opportune e che sono a favore del bene comune. Tutto ciò che viene fatto concretamente per l’Italia, per i poveri, per la famiglia, per i giovani e per il lavoro ha sempre il nostro incoraggiamento. Ovviamente non bisogna cercare scorciatoie demagogiche o alimentare aspettative illusorie. Soprattutto non bisogna soffiare sul fuoco del conflitto sociale e occorre affrontare in positivo le questioni dei migranti e dell’Europa.
L’Italia è in rotta con l’Europa?
Penso e spero di no. Ho letto alcune dichiarazioni apprezzabili del presidente del Consiglio Conte. D’altra parte il rapporto tra il nostro Paese e l’Europa è stato sempre un rapporto intenso. Un legame antico e fecondo, prima di tutto religioso-culturale e più recentemente politico. Rinnegare l’Europa significa rinnegare noi stessi e le nostre radici cristiane. Proprio per questo, però, l’Unione Europea non può ridursi a parametri, bilanci, decisioni varate a tavolino. Deve essere accanto alla gente, favorire la condivisione, la fraternità sociale, sostenere chi è in difficoltà. L’ho detto anche pochi giorni fa: auspico un’Europa come famiglia di famiglie, come luogo di solidarietà e carità, come comunità di popoli in pace che supera gli egoismi e i rancori nazionali. Ovvero, un’Europa unita, pacificata e solidale.
La Chiesa italiana è in prima linea nell’accoglienza dei profughi ed è intervenuta anche quando le navi sono state lasciate in mare o bloccate in porto.
Non mi stancherò mai di ripeterlo: la Chiesa cattolica, da sempre, si prende cura dei poveri, degli “scarti” e degli ultimi. I poveri, anche quelli forestieri di cui non sappiamo nulla, appartengono alla Chiesa “per diritto evangelico” come disse Paolo VI. Ed è in virtù di questo “diritto evangelico” che la Chiesa italiana si muove con cura e compassione verso coloro che scappano dalla povertà, da guerre, carestie, fame, persecuzioni. Perché accogliere un profugo significa salvare una vita. Pertanto in nome del Vangelo chiediamo di non porre ostacoli, anche di natura legislativa, all’accoglienza e al primo aiuto dei migranti che bussano alle nostre porte o che giungono nelle nostre coste, magari salvati in mezzo al mare. Aggiungo che l’accoglienza va fatta con carità, grande responsabilità e, come ha sottolineato il Papa, secondo le possibilità effettive che possono essere garantite. Mi dicevano alcuni vescovi africani durante il Sinodo sui giovani che le continue partenze svuotano i loro Paesi di molte potenzialità. Per questo motivo vanno incentivate, e non ridotte, le forme di cooperazione internazionale. Un orizzonte che la Cei ha ben chiaro da molto tempo, come testimonia il progetto “Liberi di partire, liberi di restare”.
Il fenomeno migratorio sarà anche all’ordine del giorno l’Incontro di riflessione e di spiritualità per la pace nel Mediterraneo che si terrà nel novembre 2019 a Bari. Perché lo ha voluto?
È un progetto che coltivo fin da quando sono stato nominato presidente della Cei e che è stato fatto proprio dai confratelli vescovi. Il Papa ha accolto il nostro progetto di radunare in Italia i vescovi dei Paesi che si affacciano sul grande mare per pregare insieme e per confrontarci su angosce e speranze delle nostre genti. Da prete fiorentino mi sono ispirato alla visione profetica di Giorgio La Pira che proprio 60 anni fa aveva voluto i Colloqui mediterranei e che era solito definire il Mediterraneo come una sorta di “grande lago di Tiberiade” che accomunava la “triplice famiglia di Abramo”. Si tratta di un incontro unico nel suo genere perché non sarà certo un summit politico e neanche un convegno di intellettuali. Ma sarà un incontro di vescovi che provengono tre continenti diversi: Europa, Asia e Africa.
Perché la scelta di Bari come sede dell’evento?
Perché Bari è un grande porto del Mediterraneo e una porta dell’Europa in grado di unire Occidente e Oriente in un abbraccio di “pace, amicizia e solidarietà fra i popoli”. E poi perché proseguiremo nel cammino già tracciato da papa Francesco quando nello scorso luglio, proprio a Bari, ha incontrato i capi delle Chiese del Medio Oriente lanciando un grande messaggio di pace.
Quali temi in agenda per l’Incontro del prossimo anno?
Davanti agli occhi, e soprattutto nel cuore, abbiamo le tante situazioni di estrema instabilità politica e di forte criticità dal punto di vista umanitario. Dalla Libia alla Siria, dall’Iraq a Israele, solo per esemplificare, il Mediterraneo è teatro di conflitti e tragedie, di scelte disperate e di minacce. Fra le emergenze c’è anche quella migratoria. Osserviamo con viva apprensione un fenomeno che vede migliaia di persone fuggire dalle regioni povere dell’Africa, affrontare in condizioni indicibili la traversata del deserto, per finire profughi in mare e spesso morirci. Di fronte a uno scenario così preoccupante, il mondo politico e le organizzazioni internazionali sembrano incapaci di ricercare soluzioni adeguate. Allora mi sono posto il problema di che cosa possa fare la Chiesa per difendere il bene prezioso e fragile della pace e per proteggere ovunque la dignità umana, sempre più calpestata. Incontrando uomini di cultura, vescovi, politici attenti e studiosi, abbiamo maturato la convinzione di un segno forte che la Chiesa debba lanciare per tentare di fermare la violenza e riportare tutti al bene della riflessione e della pacifica soluzione delle controversie.
Ha citato La Pira. È possibile rilanciare la presenza dei cattolici sulla scena politica?
È auspicabile un impegno concreto e responsabile dei cattolici in politica. Ma è un impegno che spetta senza dubbio ai laici. Laici che, però, non solo devono essere adeguatamente formati nella fede, ma sono chiamati ad assumere come bussola dei loro comportamenti quella “visione martiriale” della politica evocata da papa Francesco. La politica per i cristiani non è il luogo per fare soldi o per avere il potere. È all’opposto il luogo del servizio, di chi non si lascia corrompere e del “martirio quotidiano”. Come pastore ho il dovere di ricordare e suggerire ai laici di servirsi di quel tesoro prezioso che è la Dottrina sociale della Chiesa. Un tesoro a disposizione dell’umanità intera, ma che non è ancora stato compreso appieno. Se fosse stato veramente recepito, avremmo superato quella sterile divisione del passato tra i cosiddetti “cattolici del sociale” e i “cattolici della morale”. Dobbiamo tornare all’unità del messaggio evangelico e capire fino in fondo che la difesa della vita e della famiglia è collegata inscindibilmente con la cura dei poveri, degli ultimi e degli scarti della società.
Allora come comportarsi?
Ci sono già tantissime esperienze sul territorio a livello associativo o anche singole esperienze. Ricevo continuamente lettere di incontri, anche piccoli, di uomini e donne di buona volontà che hanno a cuore il bene comune della propria città, provincia o regione. Esperienze che forse andrebbero messe in rete in una sorta di Forum civico. Occorrono giovani laici cattolici, trentenni e quarantenni, che sappiano cucire reti di solidarietà e di cura. E che soprattutto sappiano essere il sale della terra. Sappiano cioè parlare e dialogare con tutti coloro – senza distinzione di fede e cultura – che hanno veramente a cuore il futuro dell’Italia e dell’Europa. Senza creare nuovi ghetti e nuovi muri.
Quali sono le priorità per il nostro Paese?
Il lavoro precario e la disoccupazione; il fortissimo decremento delle nascite, la famiglia attaccata dalle ideologie, la famiglia che si spezza e la famiglia sola nel vortice quotidiano; i giovani abbandonati e i giovani costretti a lasciare l’Italia per lavoro. Per un decennio abbiamo affrontato il tema dell’educazione e della vita buona del Vangelo; ma alla luce del recente Sinodo dei vescovi si aprono nuove prospettive. E poi un pensiero particolare per le popolazioni terremotate – occorre fare di tutto per incentivare la rinascita, finora si è fatto troppo poco – e per il nostro Mezzogiorno dimenticato e devastato dalla cronica mancanza di lavoro e dalla criminalità. In ogni diocesi che ho visitato, ho toccato con mano la speranza rappresentata dai tanti “talenti” diffusi sul territorio: persone serie, oneste e competenti che hanno desiderio di donare se stessi e di mettersi in gioco. Ma ho anche visto la disperazione sui volti di chi vive il deserto morale del mondo contemporaneo: un deserto di relazioni interpersonali, di individualismo, di nichilismo e tanta solitudine. Anche questo necessita di risposte. La nostra prima risposta, come pastori, è Gesù Cristo.
Giacomo Gambassi Avvenire 8 dicembre 2018
www.avvenire.it/chiesa/pagine/bassetti-una-grande-rete-per-l-italia
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DALLA NAVATA
II Domenica d’Avvento – Anno C – 9 dicembre 2018
Baruc 05.03. Perché Dio mostrerà il tuo splendore a ogni creatura sotto il cielo.
Salmo 125.03. Grandi cose ha fatto il Signore per noi.
Filippesi ..01. 04. Fratelli, sempre, quando prego per tutti voi, lo faccio con gioia a motivo della vostra cooperazione per il Vangelo, dal primo giorno fino al presente
Luca 03. 06. Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!

I potenti alzano barriere, Dio le supera
Una pagina solenne, quasi maestosa dà avvio al racconto dell’attività pubblica di Gesù. Un lungo elenco di re e sacerdoti a tracciare la mappa del potere politico e religioso dell’epoca, e poi, improvvisamente, il dirottamento, la svolta. La Parola di Dio vola via dal tempio e dalle grandi capitali, dal sacerdozio e dalle stanze del potere, e raggiunge un giovane, figlio di sacerdoti e amico del deserto, del vento senza ostacoli, del silenzio vigile, dove ogni sussurro raggiunge il cuore. Giovanni, non ancora trent’anni, ha già imparato che le uniche parole vere sono quelle diventate carne e sangue. Che non si tirano fuori da una tasca, già pronte, ma dalle viscere, quelle che ti hanno fatto patire e gioire.
Ecco, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto. Non è l’annunciatore che porta l’annuncio, è l’annuncio che lo porta, lo incalza, lo sospinge: e percorreva tutta la regione del Giordano. La parola di Dio è sempre in volo in cerca di uomini e donne, semplici e veri, per creare inizi e processi nuovi. Raddrizzate, appianate, colmate. Quel giovane profeta un po’ selvatico dipinge un paesaggio aspro e difficile, che ha i tratti duri e violenti della storia: ogni violenza, ogni esclusione e ingiustizia sono un burrone da colmare. Ma è anche la nostra geografia interiore: una mappa di ferite mai guarite, di abbandoni patiti o inflitti, le paure, le solitudini, il disamore. C’è del lavoro da fare, un lavoro enorme: spianare e colmare, per diventare semplici e diritti. E se non sarò mai una superstrada, non importa, sarò un piccolo sentiero nel sole.
Vangelo che conforta: – anche se i potenti del mondo alzano barriere, cortine di bugie, muri ai confini, Dio trova la strada per raggiungere proprio me e posarmi la mano sulla spalla, la parola nel grembo, niente lo ferma; – chi conta davvero nella storia? Chi risiede in una reggia? Erode sarà ricordato solo perché ha tentato di uccidere quel bambino; Pilato perché l’ha condannato. Conta davvero chi si lascia abitare dal sogno di Dio, dalla sua parola.
L’ultima riga del Vangelo è bellissima: ogni uomo vedrà la salvezza. Ogni uomo? Sì, esattamente questo. Dio vuole che tutti siano salvi, e non si fermerà davanti a burroni o montagne, neppure davanti alla tortuosità del mio passato o ai cocci della mia vita. Una delle frasi più impressionanti del Concilio Vaticano Secondo afferma: «Ogni uomo che fa esperienza dell’amore, viene in contatto con il Mistero di Cristo in un modo che noi non conosciamo» (Gaudium et spes 22). Cristo raggiunge ogni uomo, tutti gli uomini, e l’amore è la sua strada. E nulla vi è di genuinamente umano che non raggiunga a sua volta il cuore di Dio.
Padre Ermes Ronchi, OSM
www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=44608
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DIRITTI
A 70 anni dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo c’è ancora molto da fare
www.interlex.it/testi/dichuniv.htm
Ecco allora la duplice sfida che anche Papa Francesco ha ricordato in un recente, impegnativo messaggio inviato ad un convegno promosso dalla Fondazione Ratzinger e dalla Lumsa: “È opportuno non solo celebrare la memoria di quello storico evento, ma anche impostare una riflessione approfondita sulla sua attuazione e sullo sviluppo della visione dei diritti umani nel mondo odierno”.
Per attuare dunque i 30 articoli che illustrano i diritti di cui al catalogo del 1948 c’è molto da fare. Basta ricordare tre punti, il diritto alla vita, i diritti dei migranti e dei profughi, il diritto alla libertà religiosa.
È importante, è necessario festeggiare questo anniversario tondo della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo il 10 dicembre 1948. Ovviamente tenendosi alla larga da ogni ovvietà e retorica, ma rilanciando il tentativo di dare una “costituzione” al mondo che usciva da una sconvolgente guerra di trent’anni: una prima guerra mondiale, poi l’esperienza dei totalitarismi, poi una seconda guerra ancora più devastante.
https://it.wikipedia.org/wiki/Dichiarazione_universale_dei_diritti_umani
Si trattava di rimettere, come base necessaria per un processo di ricostruzione che non poteva non essere mondiale, così come lo erano state le guerre, la persona umana, titolare di diritti e di doveri, al centro della scena pubblica.
Un testo insomma di riferimento universale, un “diritto umano di tutti gli uomini” che però necessariamente è anche un programma.
Nel breve preambolo si afferma la necessità che ciascuno, non solo popoli e Stati, ma anche i singoli individui e “ogni organo della società si sforzi di promuovere, con l’insegnamento e l’educazione, il rispetto di questi diritti e di queste libertà e di garantirne, mediante misure progressive di carattere nazionale e internazionale, l’universale ed effettivo riconoscimento e rispetto tanto fra i popoli degli stessi Stati membri, quanto fra quelli dei territori sottoposti alla loro giurisdizione”.
Con la consapevolezza che il consenso su un testo frutto della convergenza delle migliori tradizioni culturali occidentali da parte dell’Assemblea Generale comporta otto astensioni e due assenze sui 50 membri delle Nazioni Unite dell’epoca. Astensioni che vengono in particolare dal mondo comunista e da quello islamico.
Ecco allora la sfida che anche Papa Francesco ha ricordato “impostare una riflessione approfondita sulla sua attuazione e sullo sviluppo della visione dei diritti umani nel mondo odierno”. Per attuare dunque i 30 articoli che illustrano i diritti di cui al catalogo del 1948 c’è molto da fare.
Basta ricordare tre punti
Il diritto alla vita,
Il diritti dei migranti e dei profughi,
Il diritto alla libertà religiosa.
Ma – e Papa Francesco lo aveva sottolineato proprio ricordando l’anniversario di fronte al corpo diplomatico – “nel corso degli anni l’interpretazione di alcuni diritti è andata progressivamente modificandosi, così da includere una molteplicità di nuovi diritti, non di rado in contrapposizione tra loro”. Con il rischio di una “colonizzazione ideologica”, di una “giuridificazione dei desideri”. Finisce coll’essere in discussione il concetto stesso di persona umana.
Nelle mutanti coordinate culturali del sistema globalizzato c’è dunque una competizione in corso, dove serenamente cimentarsi con lo stesso spirito che portò al risultato del 1948: un dialogo che parte ed arriva alla concretezza ed all’oggettività della condizione umana.
Francesco Bonini Agenzia SIR 8 dicembre 2018
http://preprod.agensir.it/mondo/2018/12/08/a-70-anni-dalla-dichiarazione-universale-dei-dritti-delluomo-ce-ancora-molto-da-fare
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FORUM ASSOCIAZIONI FAMILIARI
Il Parlamento recepisca nostri emendamenti
Manovra: De Palo: “Così com’è non dà risposte strutturali alle famiglie”.
“I parlamentari di maggioranza e opposizione hanno ricevuto il pacchetto di emendamenti che il Forum delle associazioni familiari ha proposto e presentato per rilanciare la natalità e far ripartire il Paese: ora è il momento di recepirlo concretamente nell’attività di modifica della Legge di bilancio. La famiglia dev’essere rimessa al centro delle politiche nazionali o l’Italia in breve tempo non avrà più futuro”. Lo ha affermato il presidente nazionale del Forum delle associazioni familiari, Gigi De Palo, a Trento, dove si trova per partecipare al “Festival della famiglia 2018”, organizzato dall’Agenzia per famiglia, natalità e politiche giovanili della Provincia autonoma di Trento, con il patrocinio del Dipartimento per le politiche della famiglia della Presidenza del Consiglio dei ministri.
“La manovra, così com’è, non dà risposte strutturali alle famiglie del Paese, già drammaticamente provate da anni di sacrifici e dall’inconsistenza delle precedenti politiche familiari”, sottolinea De Palo, secondo cui “urge un Patto per la natalità. Dimenticarsi ancora una volta del vero ‘motore’ dell’economia e del welfare nazionale sarebbe un errore tragico. Auspichiamo fortemente che ciò non accada”.
Agenzia Sir 3 dicembre 2018
http://m.agensir.it/quotidiano/2018/12/3/manovra-de-palo-forum-famiglie-cosi-come-non-da-risposte-strutturali-alle-famiglie-parlamento-recepisca-nostri-emendamenti

Festival della famiglia: De Palo: “i ragazzi sognano di sposarsi e avere almeno due o tre bimbi”
“In Italia nascono sempre meno bambini e si ha quasi la convinzione che ai giovani la famiglia non interessi più e invece no, nell’80% dei casi tanti ragazzi sognano di sposarsi e avere almeno due o tre bimbi”. Lo ha detto Gianluigi De Palo, presidente del Forum associazioni familiari, intervenendo al Festival della famiglia che si è aperto oggi pomeriggio a Trento. “Purtroppo tanti di questi giovani – ha continuato De Palo – per realizzare i loro sogni devono andare all’estero dove possono lavorare con contratti dignitosi, e così oltre ad esportare cervelli esportiamo pure futuri pancioni”. La soluzione sarebbe nel far funzionare le politiche familiari partendo da quelle locali. “Bastano tre o quattro passaggi molto semplici – ha sottolineato il presidente del Forum –: tariffe agevolate per gli asili o per le mense scolastiche, aiuti sulla cultura come il teatro e il cinema, spesso troppo costosi per nuclei numerosi, partire quindi da piccole cose concrete, per rendere la vita dignitosa a chi decide di fare figli e mettere su famiglia, anche perché non dobbiamo mai dimenticare che questi bambini sono il vero bene prezioso del futuro welfare in Italia”.
Agenzia SIR 3 dicembre 2018
http://m.agensir.it/quotidiano/2018/12/3/festival-della-famiglia-de-palo-forum-i-ragazzi-sognano-di-sposarsi-e-avere-almeno-due-o-tre-bimbi/

Forum delle Famiglie. I cattolici e il clima d’odio targato Salvini
La presenza dei cattolici in politica, così come il dialogo della Chiesa (nelle sue varie articolazioni) con le istituzioni sono questioni che necessariamente ogni generazione di credenti si trova ad affrontare per declinare concretamente e dare corpo al principio enunciato nella Gaudium et spes che «la Chiesa stima degna di lode e di considerazione l’opera di coloro che, per servire gli uomini, si dedicano al bene della cosa pubblica e assumono il peso delle relative responsabilità».
All’interno di questa cornice di massima, la Chiesa stessa ammette che «generalmente vi possa essere una pluralità di partiti all’interno dei quali i cattolici possono scegliere di militare per esercitare – particolarmente attraverso la rappresentanza parlamentare – il loro diritto-dovere nella costruzione della vita civile del loro Paese» (Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, CDF 24.11.2002), ma esiste anche una dimensione politica più articolata e ampia, che non è immediatamente partitica, ma rappresenta una funzione di raccordo tra le istanze della società e la sede decisionale.
www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_20021124_politica_it.html
Il mondo associativo si colloca qui e svolge tanto meglio la propria funzione quanto più riesce a mantenere un atteggiamento neutrale e pragmatico. Così non stupisce e anzi ben si comprende la realtà di associazioni di categoria, gruppi di interesse vario e anche significative realtà di secondo livello come il Forum del Terzo Settore o il Forum delle associazioni familiari.
Il Forum delle associazioni familiari raduna al suo interno circa 500 sigle tra le più significative del grande universo dell’associazionismo cattolico (Acli, ACI, Ass Papa Giovanni XXIII e molte altre), unite dall’azione rivolta alla tutela e alla promozione della famiglia. Senza fare qui una storia del Forum basti dire che esiste dal 1992 per comprendere con quanti e quali interlocutori istituzionali ha avuto a che fare nel corso degli anni.
Il 24 novembre 2018 scorso si è svolta l’assemblea nazionale ed è stata l’occasione per porre nuovamente e con forza in particolare il tema della denatalità e la discrepanza tra il desiderio degli italiani di fare figli e un contesto socioeconomico che non solo non aiuta, ma disincentiva.
Sin qui tutto condivisibile e – almeno da parte mia – condiviso, eppure nel corso di quell’assemblea è accaduto qualcosa che, come vicepresidente del Forum regionale della Sardegna in carica da alcuni mesi, realmente non mi aspettavo. All’assemblea sono stati invitati tutti i ministri del governo attualmente in carica, tutti senza distinzioni, e si è presentato il ministro dell’interno Matteo Salvini. Accolto, ascoltato, applaudito e abbracciato.
Di fronte a ciò ho deciso di rassegnare le dimissioni, rendendone pubbliche le ragioni: «A questa assemblea è stato invitato e ha partecipato, applaudito e abbracciato, anche il Ministro dell’Interno Matteo Salvini, uomo dalle esplicite visioni razziste, xenofobe e tra i maggiori responsabili di un clima di crescente odio e intolleranza nel nostro Paese. Non trovando motivi validi per invitare un uomo che non condivide il fondamentale principio della dignità assoluta della persona umana (senza distinzioni e senza precedenze) e leggendo in questa scelta ragioni di opportunismo politico, con le quali non intendo né ora né in futuro avere a che fare, ho rassegnato le mie dimissioni da vicepresidente del Forum regionale della Sardegna, ruolo che ricoprivo su mandato delle Acli».
Le repliche ricevute dal presidente nazionale del Forum Gigi De Palo e da altri membri della segreteria nazionale per questa presa di posizione sono state fondamentalmente di due tipi, una di ordine diciamo istituzionale e l’altra pragmatico:
Il Forum deve dialogare con tutte le forze politiche, in special modo quelle che esercitano su mandato elettorale le funzioni di governo, manifestando così il proprio rispetto verso le istituzioni
Le finalità del forum sono per il bene comune e queste devono prevalere sulle opinioni politiche, anche divergenti, presenti all’interno del Forum stesso.
Colgo l’occasione offertami da Adista per spiegare perché ritengo che questi argomenti non si applichino all’attuale contingenza.
Il rispetto delle istituzioni, così come la legittimazione data dal voto, non sono un valore assoluto e il passato ci racconta come le pagine più buie del novecento europeo siano state scritte proprio da personaggi legittimamente eletti. Allora il punto è decisamente più alto e insieme profondo del rispetto per le istituzioni: abbiamo come cattolici il diritto di affermare che non vogliamo, non cerchiamo e non accettiamo l’interlocuzione con chi ogni giorno si adopera per creare un clima di odio violento a discapito degli ultimi degli ultimi e che sta attuando una politica sulle migrazioni contraria a molti principi costituzionali e di diritto internazionale (Dichiarazione del Centro Astalli).
Io ritengo di sì, che non sia mancanza di rispetto verso le Istituzioni scegliere i propri interlocutori, e non si tratta di scegliere i politici più vicini alle nostre posizioni, ma di riconoscere l’eccezionalità della situazione, perché ciò che Matteo Salvini rappresenta oggi per la politica italiana non può essere derubricato a posizione politica differente. La sua visione razzista e xenofoba, espressa in molteplici interviste e dichiarazioni (alcune delle quali raccolte nell’ambito di una denuncia depositata presso il Tribunale di Roma) non può essere considerata alla stregua di altre opinioni, perché tocca il cuore stesso della dignità e uguaglianza delle persone umane.
Arrivare a considerare l’odio verso gli stranieri come un dato tra gli altri e non riconoscere le responsabilità dirette di Matteo Salvini significa normalizzarlo, e questo proprio mentre emergono le anteprime del rapporto dei relatori speciali delle Nazioni Unite che rilevano la preoccupante deriva razzista e violenta del Paese: le persone di origine africana e rom in Italia hanno sofferto un aumento degli incidenti razzisti nell’ultimo anno, 169 episodi di matrice razziale durante e dopo le elezioni del 4 marzo, di cui 19 violenti attacchi (fonte Vita).
La Chiesa potrebbe oggi assumersi la responsabilità di togliere il velo e di dire apertamente a cosa andiamo incontro e se a farlo fosse non solo la voce profetica del papa, ma anche le organizzazioni laicali impegnate nella società civile questo messaggio sarebbe ancora più efficace e pervasivo.
Il Forum si pone obiettivi sacrosanti come il fattore famiglia, ma non solo, questi ne rappresentano la mission, eppure anche il più alto dei fini deve essere passato al vaglio del mezzo scelto per ottenerlo per poter dirsi etico. Salutare con apprezzamento le (vaghe) promesse di un uomo che poche ore prima aveva esultato per lo sgombero della tendopoli dei volontari di Baobab buttando più di centro persone in mezzo alla strada al freddo, che ha costretto 137 migranti cinque giorni sulla nave Diciotti, o che ha lasciato in mare i migranti sulla Aquarius (solo per citare alcuni casi) è molto più di un gesto istituzionale dovuto, è una scelta. Tanto più in considerazione del fatto che non ha una delega specifica alla famiglia, che avrebbe reso necessaria l’interlocuzione.
Il dialogo con tutte le forze politiche non può diventare l’altare al quale sacrifichiamo ciò che abbiamo di più fondante e cioè che «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo»: significherebbe ridurre la politica al suo significato più basso e non renderebbe giustizia al messaggio evangelico e a quel «la verità vi farà liberi» che Gesù pronuncia proprio di fronte al potente.
Paola Lazzarini, Pdf in Sociologia della religione; ha pubblicato Single di Dio e Il Paradiso in grembo (Effatà editrice). Ha fondato e coordina a livello nazionale il gruppo Donne per la Chiesa
Adista Segni Nuovi n 43 dicembre 2018 www.adista.it/articolo/60342
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FRANCESCO VESCOVO DI ROMA
I dieci comandamenti. Don Fabio Rosini: “Dal Papa un sublime rovesciamento di prospettiva”
“Un viaggio sorprendente”, che parte dai desideri e aiuta a riconciliarsi con la propria storia. Don Fabio Rosini rilegge così per il Sir il ciclo di catechesi sulle “Dieci Parole” che il Papa ha appena concluso. “Francesco non propone ai giovani un sottoprodotto, un adattamento”, osserva a proposito della simpatia che Bergoglio suscita tra le nuove generazioni. E la “generazione wikipedia”, contro tutte le apparenze, punta alla misura alta della vita cristiana, garantisce sulla scorta della sua esperienza venticinquennale a contatto con migliaia di giovani
“Un sublime rovesciamento di prospettiva: dalla negazione all’affermazione”. Così don Fabio Rosini, responsabile del Servizio vocazioni della diocesi di Roma, che da 25 anni incontra migliaia di giovani per parlare con loro delle “Dieci Parole”, definisce il ciclo di catechesi che il Papa ha appena concluso sul Decalogo. “Non ha parlato di ciò che è vietato, ma di ciò che è affermato”, puntualizza: “È un viaggio sorprendente, una lettura da cristiani che ci fa scoprire ogni cosa in relazione alla vita felice in Cristo”. E al desiderio di bellezza, quella vera, connaturato in ogni essere umano.
Nell’ultima catechesi sui dieci comandamenti il Papa spiega che il tema chiave è il tema dei desideri. Cosa pensa di questa sintesi delle Dieci Parole?
Credo che quella di Papa Francesco sia, allo stesso tempo, un’interpretazione nuova e antica. Se ci pensiamo bene, questa lettura delle Dieci Parole è centrata nella chiave che il Papa dà – molto raffinata, evoluta e aggiornata – nella penultima catechesi: il trauma della legge porta l’uomo alla scoperta di essere povero, che però è anche la scoperta del desiderio del bene in sé.
Questo non è solo un bellissimo modo di avvicinarsi alla realtà di ogni uomo e di ogni donna: è vedere la povertà umana e farne un punto di partenza, come fa san Paolo nel capitolo 7 della lettera ai Romani.
Anche negli Atti degli apostoli, o nel Vangelo di Giovanni, siamo condotti alla consapevolezza di una bellezza a cui non si accede se non per grazia. La legge serve a capire che non si ha la vita, che la vita va chiesta e che bisogna accoglierla. La povertà, nell’uomo, è una sete che va saziata: di qui l’aggancio con il tema dei desideri.
La prima catechesi sui comandamenti è dedicata dal Papa ai giovani e al futuro: “Vivere e non vivacchiare”, l’invito sulla scorta di Pier Giorgio Frassati, come antidoto alla mediocrità. Lei che ha incontrato, in questi 25 anni, platee infinite di ragazzi, può dirci se è vero che puntano alla “misura alta della santità”, per usare le parole di San Giovanni Paolo II?
Assolutamente sì, e per rendercene conto possiamo partire dalle ragioni del fallimento della pastorale giovanile. Perché falliamo? Perché tendiamo a “coccolare”, a far “giocare” i nostri giovani, coinvolgendo così una quantità risibile e lasciando nel disinteresse la grande quantità di essi, che si trova al di fuori della Chiesa. Raschiamo il fondo del barile, invece di rischiare presentando loro come orizzonte la santità. Ecco perché l’operazione del Papa è l’unica che può avere un buon esito: Francesco non propone ai giovani un sottoprodotto, un adattamento.
Noi, invece, ai giovani diciamo cose morbide pensando che sia più facile, e così riduciamo la pastorale giovanile ad una sorta di Kindergarten. Offriamo loro dei passatempi, mentre i giovani esigono proposte radicali. Possiamo parlare ai giovani solo se li prendiamo sul serio facendo una proposta radicale, grande, definitiva, l’unica in grado di cambiare la loro vita. Pensiamo che si annoieranno, se diciamo cose serie: io, invece, in questi anni, ho sperimentato che più sei radicale, più non sai dove metterli, più parli loro chiaramente e più non sai dove trovare il tempo per accoglierli.
I giovani si avvicinano se trovano una proposta di bellezza: il motivo della loro simpatia verso Papa Francesco è perché “sembra vero”, perché è autentico non solo come uomo, ma come cristiano. Va ricordato che questa è la prima generazione totalmente alfabetizzata nella storia. È molto più colta, anche se a volte quella della “generazione wikipedia” è una cultura superficiale: sanno qualcosa di tutto, per questo bisogna andare ancora più in profondità.
Il Papa ha dedicato due catechesi all’idolatria. Qual è l’idolo che più schiaccia i giovani di oggi?
Gli idoli sono molti, ma possiamo dire che ogni generazione ha un suo idolo. I giovani di oggi sono devastati dall’immagine di sé, dalla ricerca del successo affettivo e sociale, di qualunque tipo di appagamento. Non solo il “look”, ma l’immagine di sé davanti a sé stessi. La cultura che, in vari secoli, ha portato alla necessità della psicanalisi, dalla fine dell’Ottocento in poi, produce un tipo di consapevolezza che è auto-contemplazione, sempre più forte. Avendo perso Dio dal punto di vista culturale, l’umanità ha preso contatto col vuoto, ha dovuto guardare il burrone da sola, senza un Padre che la tenesse per mano.
Così i giovani sono stati allevati da genitori incerti e balbettanti, in un contesto in cui niente è più garantito, senza punti fermi. E hanno combattuto la battaglia sbagliata, guardare a sé stessi e cercare di sentirsi all’altezza: ma per trovare la nostra verità bisogna in realtà cercare l’altro. È l’altro che rivela me a me stesso. L’uomo è relazione, il Dio trinitario è relazione.
Parlando del terzo comandamento, il Papa a braccio ha esortato a “riconciliarsi con la propria storia”, con i fatti che non si accettano, con le parti difficili della propria esistenza.
Non potremo mai costruire una vita cristiana senza aver imparato a fare pace con la nostra storia e benedirla, assumendo l’atteggiamento giusto davanti al nostro passato. Ma accettare noi stessi sulla base del dovere è impossibile: riusciamo ad accettarci solo se ci scopriamo amati. Non amiamo la nostra storia con lo sforzo della volontà o della comprensione: diventiamo capaci di pensare che la nostra storia è “sapiente”, nel senso delle Scritture, solo se ci abbandoniamo alla Provvidenza.
È un formidabile aggancio anche con i non credenti: quando ci si abbandona al senso di generosità della vita, è lì che ci si riconcilia. Quando capiamo che la vita con noi è stata generosa, quando ci accorgiamo che siamo stati trattati molto meglio di quanto meritavamo, allora la gratitudine verso la vita apre il cuore delle persone.
L’amore non è a tempo, non è dettato dalla convenienza, il tema del sesto comandamento: la fedeltà come stile di vita è scossa a più livelli anche nella Chiesa, non solo nella banalizzazione del matrimonio e del “per sempre”, ma anche dai vari tipi di abusi. Come raccontarli ai giovani?
Nella penultima catechesi, il Papa mette in guardia dalle conseguenze di un’obbedienza formale, dal fare le cose senza desiderio, senza venire coinvolti. L’uomo sente di dover arginare il caos e mettere ordine nel suo cuore, e allora introduce delle regole: ma è proprio questa obbedienza formale, ossessiva, rigida, che ha procurato molto spesso tutti questi scandali. Gli uomini molto rigidi nella loro osservanza, nel giudicare la vita altrui, esigenti nella predicazione, nascondono spesso grandi svarioni e questioni totalmente irrisolte.
Il problema della fedeltà non è un problema di regole, ma del cuore: l’uomo spera di trovare l’amore fedele, ha bisogno dell’amore fedele. Forse non tutti quelli che sono fedeli amano, ma tutti quelli che amano sono fedeli.
Non si dà amore senza fedeltà. L’uomo ha bisogno di bellezza, di sperare in una vita bella. E le Dieci Parole non fanno che alimentare questo desiderio.
Catechesi 13 giugno 28 novembre 2018. www.cattoliciitalianiamosca.org/catechesi-sui-10-comandamenti.html
Maria Michela Nicolais Agenzia SIR 7 dicembre 2018
http://m.agensir.it/chiesa/2018/12/07/i-dieci-comandamenti-don-fabio-rosini-dal-papa-un-sublime-rovesciamento-di-prospettiva
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HUMANÆ VITÆ
Ravasi: la relazione uomo-donna, «apertura alla storia della salvezza»
Nel racconto biblico, fin dalla creazione, l’uomo è «sostanzialmente un essere in relazione»: il pieno processo di umanizzazione di Adamo, infatti, si compie «nel guardare negli occhi un essere che è altro da sé e, allo stesso tempo, è parte di lui». Da questa descrizione di una reciprocità che «riconosce e dà valore all’identità», il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della cultura, ha sviluppato la sua lectio magistralis aprendo i lavori del congresso nazionale “Bellezza e cura della fertilità nel mistero del generare umano”, che si è svolto nella sede romana dell’Università Cattolica del Sacro Cuore il 23 e 24 novembre. A promuovere l’iniziativa, in occasione del 50° anniversario della promulgazione dell’enciclica Humanæ vitæ di san Paolo VI, il Centro studi e ricerche per la regolazione naturale della fertilità dell’ateneo, in collaborazione con il Centro pastorale e con la partecipazione dell’Ufficio nazionale per la pastorale della famiglia della Cei e l’Ufficio per la pastorale della famiglia della diocesi di Roma.
«All’interno del grande codice della cultura occidentale che è la Bibbia – ha esordito Ravasi -, un’unica parola unisce i due concetti di benedizione e fecondità, laddove l’essere una sola carne allude sì all’atto sessuale ma anche al congiungersi in una sola storia e, allora, quell’unica carne può essere identificata con il figlio stesso che viene generato dai due». Il porporato ha poi indicato l’albero, fatto di radici e di un tronco con rami fioriti, quale «simbolo obbligato, all’interno della tradizione biblica, per raffigurare l’amore tra uomo e donna nella sua espressione più completa, cui corrisponde, in molti passi, la figura delle colonne portanti di una casa che rimandano alla discendenza, in sintonia con l’espressione di albero genealogico che ancora oggi utilizziamo».
Tre le componenti di riflessione proposte dal cardinale.
«Sul piano lessicale – ha chiosato -, è interessante notare come la seconda parola più utilizzata nella Bibbia, dopo il nome sacro di Dio, sia “figlio”, che nella sua etimologia rimanda al verbo “costruire”».
Ancora, la dimensione esegetica: «Nell’uomo creato a sua immagine e somiglianza, Dio pone la base del flusso della storia umana e la relazione tra i due è apertura alla storia della salvezza».
Infine il registro morale, con il richiamo al salmo 139: «Il Padre vede nell’embrione ancora informe tutto l’itinerario di questa creatura, fino al suo approdo finale».
Nei saluti iniziali il rettore della Cattolica Franco Anelli aveva definito l’Humanæ vitæ «un’enciclica breve ma molto densa, che pone problemi di interpretazione complessi e richiede ancora oggi uno sforzo non semplice di rielaborazione; perciò, in una stagione complicata come quella del ’68, fu coraggiosa la stessa scelta del pontefice di prendere posizione sul tema della riproduzione umana con il suo forte significato». Per il vescovo Claudio Giuliadori, assistente ecclesiastico generale dell’Università Cattolica, l’enciclica «toccò una questione decisiva per la vita dell’uomo, per il futuro dell’umanità, per il senso dell’esistenza».
Richiamando l’impegno dell’ateneo nel campo della procreazione responsabile e dell’accoglienza della vita, in particolare attraverso lo studio, la ricerca scientifica, la didattica e l’attività clinica di consulenza e accompagnamento delle coppie, il presule aveva aggiunto che «occorre cogliere anche il nesso di Humanæ vitæ con il Sinodo dei giovani: il Papa invita a seguirli nelle loro domande e tra queste c’è quella di essere aiutati nel discernimento sulla sessualità umana, in un momento storico molto complesso».
Presente anche il vescovo Gianrico Ruzza, segretario generale del Vicariato. «Humanæ vitæ contiene una enorme carica di profezia – ha affermato portando il saluto della diocesi di Roma -: oggi vediamo anche nella nostra città i danni della mancanza di un’educazione affettiva dei giovani, quella che deve condurre all’esperienza dell’amore reciproco superando lo stadio egoistico».
Michela Altoviti Romasette 26 novembre 2018
www.romasette.it/ravasi-la-relazione-uomo-donna-apertura-alla-storia-della-salvezza
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MINISTERO DELLA SALUTE
Hiv e Aids, i dati dell’Istituto superiore di sanità sulle nuove diagnosi in Italia
Il Sistema di sorveglianza delle nuove diagnosi di infezione da HIV e il Registro Nazionale Aids costituiscono due basi di dati dinamiche, permanentemente aggiornate dall’afflusso continuo delle segnalazioni inviate dalle regioni e dai centri segnalatori al Centro Operativo Aids (COA) dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS). Il COA pubblica annualmente un fascicolo del Notiziario dell’Istituto Superiore di Sanità dedicato all’aggiornamento di questi due flussi di sorveglianza.
HIV – Human Immunodeficiency Virus AIDS – Acquired Immune Deficiency Syndrome
Gli ultimi dati sulle nuove diagnosi di infezione da HIV e dei casi di Aids in Italia al 31 dicembre 2017 sono pubblicati sul Notiziario Istisan volume 31, n. 9 supplemento 1, 2018 redatto con il contributo dei componenti del Advisory Board sulla Sorveglianza delle infezioni da Hiv/Aids del Comitato Tecnico Sanitario del Ministero della Salute, in occasione della Giornata mondiale di lotta all’Aids, che si celebra ogni anno il 1° dicembre. www.salute.gov.it/imgs/C_17_notizie_3557_listaFile_itemName_0_file.pdf
Nuove infezioni da Hiv
Nel 2017 sono state segnalate 3.443 nuove diagnosi di infezione da HIV pari a 5,7 nuovi casi per 100.000 residenti.
L’incidenza italiana è simile all’incidenza media osservata tra le nazioni dell’Unione Europea (5,8 nuovi casi per 100.000).
L’incidenza (casi/popolazione) delle nuove diagnosi di Hiv mostra una leggera diminuzione tra il 2012 e il 2015, con un andamento pressoché stabile dopo il 2015.
L’andamento dell’incidenza negli ultimi tre anni è simile per tutte le modalità di trasmissione. Nel 2017 l’incidenza maggiore di infezione da HIV è nella fascia di età 25-29 anni. La modalità di trasmissione principale tra le nuove diagnosi HIV è attraverso rapporti eterosessuali.
Tra i maschi, la maggior parte delle nuove diagnosi Hiv è in MSM (maschi che fanno sesso con maschi).
Negli ultimi anni rimane costante il numero di donne con nuova diagnosi di Hiv.
Dal 2012 al 2017 il numero di nuove diagnosi di infezione da Hiv in stranieri rimane sostanzialmente stabile; al contrario, negli italiani si osserva una costante diminuzione.
Nel periodo 2010-2017 è rimasta invariata la quota delle persone con una nuova diagnosi di infezione da Hiv in fase clinica avanzata (bassi CD4 o presenza di sintomi).
Nuove diagnosi di Aids
Si osserva un lieve decremento delle nuove diagnosi di Aids.
Il numero di decessi in persone con Aids rimane stabile.
Rimane costante nell’ultimo quinquennio la proporzione delle persone con nuova diagnosi di Aids che scopre di essere Hiv positiva nei pochi mesi precedenti la diagnosi di Aids.
Istituto superiore di sanità 28 novembre 2018
www.salute.gov.it/portale/news/p3_2_1_1_1.jsp?lingua=italiano&menu=notizie&p=dalministero&id=3557
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NUCLEO FAMILIARE
Nucleo familiare e famiglia anagrafica.
Nel nostro ordinamento, con il termine nucleo familiare si fa riferimento a un’entità nella quale rientrano:
La famiglia anagrafica
I soggetti fiscalmente a carico, a prescindere dalla convivenza.
Comprendere bene chi rientra nel nucleo familiare e chi no è molto importante, poiché la composizione e il reddito complessivo di tale entità giuridica rileva ai fini del riconoscimento di molteplici benefici, soprattutto previdenziali e fiscali.
Composizione del nucleo familiare. Nel dettaglio, rientrano in generale nel nucleo familiare di un soggetto:
Il coniuge, a prescindere dal fatto che questi risulti o meno nello stato di famiglia,
I figli minori conviventi, anche se sono a carico, ai fini Irpef, di altre persone,
I figli minori in affidamento preadottivo o temporaneo,
I figli maggiorenni a carico ai fini Irpef,
I soggetti che fanno parte dello stato di famiglia anagrafico,
I soggetti a carico Irpef, a prescindere dalla loro presenza nello stato di famiglia,
I soggetti che ricevono assegni alimentari dalla persona di cui sono a carico, che non risultano da provvedimenti dell’autorità giudiziaria,
I figli minori conviventi con le persone a carico Irpef che non risultano dallo stato di famiglia, purché non affidati a terzi,
I figli minori del coniuge che non risiede con le persone che fanno parte dello stato di famiglia, i maggiorenni a carico Irpef e i minorenni affidatigli dal giudice.
Nucleo familiare: il coniuge. Il coniuge rientra sempre nel nucleo familiare, anche se non risulta nello stesso stato di famiglia o abita in luogo diverso.
Marito e moglie appartengono a due nuclei familiari diversi solo nelle seguenti ipotesi:
Separazione legale,
Divorzio,
Nullità del matrimonio,
Decadenza della potestà genitoriale,
Allontanamento dalla residenza familiare,
Provvedimenti temporanei e urgenti del giudice che consentono la diversa residenza.
Nucleo familiare e famiglia anagrafica: differenza. Il nucleo familiare va tenuto distinto da un altro concetto, che è quello di famiglia anagrafica. Questa, infatti ricomprende tutte le persone conviventi, legate da vincoli di coniugio, parentela, affinità, affettivi.
Anche se spesso essa coincide con il nucleo familiare, quest’ultimo è in realtà un concetto più ampio, posto che nel nucleo familiare, come visto sopra, rientrano anche i soggetti non conviventi ma fiscalmente a carico.
Nucleo familiare e Isee. Il concetto di nucleo familiare rilevante ai fini Isee è enucleato con chiarezza dall’articolo 3 del D.P.C.M. n. 159/2013.
In particolare, il comma 1 stabilisce che, fatto salvo quanto successivamente stabilito dallo stesso articolo 3, il nucleo familiare del richiedente è costituito dai soggetti componenti la famiglia anagrafica alla data di presentazione della DSU (Dichiarazione Sostitutiva Unica).
Per completezza si riporta qui di seguito il testo integrale della norma.
Articolo 3
1. Il nucleo familiare del richiedente è costituito dai soggetti componenti la famiglia anagrafica alla data di presentazione della DSU, fatto salvo quanto stabilito dal presente articolo.
2. I coniugi che hanno diversa residenza anagrafica fanno parte dello stesso nucleo familiare. A tal fine, identificata di comune accordo la residenza familiare, il coniuge con residenza anagrafica diversa è attratto ai fini del presente decreto nel nucleo la cui residenza anagrafica coincide con quella familiare. In caso di mancato accordo, la residenza familiare è individuata nell’ultima residenza comune ovvero, in assenza di una residenza comune, nella residenza del coniuge di maggior durata. Il coniuge iscritto nelle anagrafi dei cittadini italiani residenti all’estero (AIRE), ai sensi della legge 27 ottobre 1988, n. 470, è attratto ai fini del presente decreto, nel nucleo anagrafico dell’altro coniuge.
3. I coniugi che hanno diversa residenza anagrafica costituiscono nuclei familiari distinti esclusivamente nei seguenti casi: a) quando e’ stata pronunciata separazione giudiziale o e’ intervenuta l’omologazione della separazione consensuale ai sensi dell’articolo 711 del codice di procedura civile, ovvero quando e’ stata ordinata la separazione ai sensi dell’articolo 126 del codice civile; b) quando la diversa residenza e’ consentita a seguito dei provvedimenti temporanei ed urgenti di cui all’articolo 708 del codice di procedura civile; c) quando uno dei coniugi e’ stato escluso dalla potestà sui figli o e’ stato adottato, ai sensi dell’articolo 333 del codice civile, il provvedimento di allontanamento dalla residenza familiare; d) quando si e’ verificato uno dei casi di cui all’articolo 3 della legge 1° dicembre 1970, n. 898, e successive modificazioni, ed e’ stata proposta domanda di scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio; e) quando sussiste abbandono del coniuge, accertato in sede giurisdizionale o dalla pubblica autorità competente in materia di servizi sociali.
4. Il figlio minore di anni 18 fa parte del nucleo familiare del genitore con il quale convive. Il minore che si trovi in affidamento preadottivo fa parte del nucleo familiare dell’affidatario, ancorché risulti nella famiglia anagrafica del genitore. Il minore in affidamento temporaneo ai sensi dell’articolo 2 della legge 4 maggio 1983, n. 184, e successive modificazioni, e’ considerato nucleo familiare a se’ stante, fatta salva la facoltà del genitore affidatario di considerarlo parte del proprio nucleo familiare. Il minore in affidamento e collocato presso comunità è considerato nucleo familiare a se stante.
5. Il figlio maggiorenne non convivente con i genitori e a loro carico ai fini IRPEF, nel caso non sia coniugato e non abbia figli, fa parte del nucleo familiare dei genitori. Nel caso i genitori appartengano a nuclei familiari distinti, il figlio maggiorenne, se a carico di entrambi, fa parte del nucleo familiare di uno dei genitori, da lui identificato.
6. Il soggetto che si trova in convivenza anagrafica ai sensi del decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 1989, n. 223, e’ considerato nucleo familiare a se’ stante, salvo che debba essere considerato componente del nucleo familiare del coniuge, ai sensi del comma 2. Il figlio minorenne fa parte del nucleo del genitore con cui conviveva prima dell’ingresso in convivenza anagrafica, fatto salvo quanto previsto al comma 4. Se della medesima convivenza anagrafica fanno parte il genitore e il figlio minorenne, quest’ultimo è considerato componente dello stesso nucleo familiare del genitore.
Valeria Zeppilli News Studio Cataldi 7 dicembre 2018
www.studiocataldi.it/articoli/32779-il-nucleo-familiare.asp
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OSSERVATORIO SULLA FAMIGLIA
Mons. Paglia (Istituto Giovanni Paolo II), “nasce ufficialmente l’Osservatorio internazionale”
“Tenere i piedi per terra, e così servire con più forza ed energia, passione evangelica, l’amore tra l’uomo e la donna, cui è affidato il senso della storia e il destino del creato”. È questo l’obiettivo dell’Osservatorio Internazionale sulla Famiglia: una nuova iniziativa voluta dal Pontificio Istituto Teologico “Giovanni Paolo II” per gli studi sul matrimonio e la famiglia, in cooperazione con l’Università Cattolica di Murcia, il Cisf di Milano.
Ad annunciarlo ai giornalisti, in sala stampa vaticana, è stato mons. Vincenzo Paglia, Gran Cancelliere del Pontificio Istituto Teologico “Giovanni Paolo II” per le scienze del matrimonio e della famiglia e presidente della Pontificia Accademia per la vita, precisando che l’iniziativa si propone di rispondere “a quanto Papa Francesco ha chiesto più volte, in questi anni, ossia un’attenzione specifica al vissuto concreto delle famiglie”.
La prospettiva del nuovo Osservatorio, ha spiegato il Gran Cancelliere, è quella di “dialogare con tutte le altre scienze antropologiche e sociali, per guardare con intelligenza la situazione concreta delle famiglie: non solo per dialogare con esse, ma anche per aiutare la Chiesa ad individuare percorsi che portino a solidificare l’azione familiare”. “Non esiste una visione generale sulla famiglia, se non a livello delle Nazioni Unite”, ha fatto notare Paglia spiegando il coinvolgimento dell’Università Cattolica di Murcia e della Caritas Internationalis, oltre a quello delle diverse sedi del “Giovanni Paolo II” di tutto il mondo.
Il primo triennio di attività dell’Osservatorio, ha reso noto Paglia, “sarà dedicato allo studio della povertà delle famiglie, intesa nel duplice registro relazionale-affettiva ed economica. Perché se c’è un’urgenza e insieme una ricchezza sorprendente quanto il Vangelo che la rivela, questa è la condizione dei più piccoli, di chi è minore, dell’escluso dalla storia, del non accolto nella città degli Uomini. “Il metodo di lavoro di questo osservatorio sarà inclusivo e diffusivo”, ha precisato il Gran Cancelliere: “tutte le istituzioni accademiche finora contattate (circa 20 da 15 nazioni) hanno subito accettato e altre si stanno aggiungendo; a queste realtà sarà affidata la rilevazione dei dati nazionali”. Tra i contributi del neonato Osservatorio, figura anche un articolato servizio di informazione (newsletter periodica, sito web, social), con continue notizie sulla condizione delle famiglie nel mondo e su quanto i molteplici soggetti dedicati operano a loro favore.
Agenzia SIR 6 dicembre 2018
https://agensir.it/quotidiano/2018/12/6/famiglia-mons-paglia-istituto-giovanni-paolo-ii-nasce-ufficialmente-losservatorio-internazionale-sulla-famiglia

Belletti (Cisf), non solo “numeri” ma anche “lettura della realtà”, la prima indagine è sulla povertà
“Promuovere un Osservatorio significa impegnarsi nell’attuazione di un sistema permanente di lettura, confronto e interpretazione di dati quantitativi e qualitativi, che consenta di comparare i vari contesti nazionali e di seguire nel corso del tempo i cambiamenti”. Lo ha spiegato Francesco Belletti, direttore del Centro internazionale studi famiglia (Cisf), durante la conferenza stampa di presentazione del nuovo Osservatorio internazionale sulla famiglia. “La scelta di dedicare un Osservatorio al tema famiglia – ha spiegato l’esperto in sala stampa vaticana – è legata alla convinzione che, pur in presenza di un’ampia serie di dati, indicatori, indagini e sistemi di monitoraggio a livello internazionale, manchi comunque una riflessione specificamente indirizzata a leggere il valore della famiglia nel vivo delle comunità nazionali, capace di parlare prima di tutto alla comunità sociale e civile”.
L’attività dell’Osservatorio comincerà con “un progetto triennale su famiglia e povertà”, che occuperà il triennio 2019-2021. “La lotta alla povertà costituisce uno degli obiettivi prioritari dell’agenda internazionale, come risulta anche dagli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile 2030, promossi dalle Nazioni Unite”, ha sottolineato Belletti a proposito della scelta di questo tema come “priorità”.
Il progetto triennale, in particolare, “intende analizzare il ruolo che le relazioni familiari giocano nei confronti della condizione di povertà delle persone, la loro capacità di essere fattore protettivo, ma anche gli elementi di vulnerabilità in caso di un loro indebolimento”. “La povertà delle famiglie – la constatazione di fondo – dipende da un complesso sistema di interazioni, in cui le risorse e le fragilità dei sistemi relazionali familiari affrontano sfide e opportunità generate dal sistema economico e dalle (possibili) azioni di politica pubblica (modelli di welfare, politiche solidaristiche, responsabilità dei vari livelli della pubblica amministrazione, presenza di sistemi misti di privato, pubblico e non profit)”.
Nel dettaglio, il progetto prevede un primo percorso triennale (2019-2021), su due fasi:
La prima dedicata a “famiglia e povertà relazionali”,
La seconda a “famiglia e povertà economiche e strutturali”
Il primo report di sintesi sarà pubblicato a maggio 2020; il secondo report è previsto per maggio 2021. Sono previsti anche due seminari intermedi di coordinamento (uno nel 2019 e uno nel 2020) tra tutti i diversi referenti nazionali. L’indagine sarà realizzata in alcune nazioni, rappresentative dei diversi contesti mondiali, dove esperti e centri universitari redigeranno una “Scheda-Paese”, con dati quantitativi e qualitativi. Al termine della redazione dei “casi nazionali” verrà redatto un report comparativo. In particolare per il primo anno (famiglia e povertà relazionale) le domande si incentreranno sul rapporto tra qualità relazionale delle famiglie e soggettività economica della famiglia, compiti educativi e capacità di cura e solidarietà Tre aspetti trasversali. Tra le priorità che resteranno in modo permanente sotto osservazione, ha reso noto Belletti, “il ruolo della donna, la condizione dei bambini, il ruolo delle nuove tecnologie e dello sviluppo delle reti sociali digitali”.
Agenzia SIR 6 dicembre 2018
https://agensir.it/quotidiano/2018/12/6/famiglia-belletti-cisf-non-solo-numeri-ma-anche-lettura-della-realta-la-prima-indagine-e-sulla-povert

Osservatorio Internazionale sulla Famiglia. Il piano operativo 2019‐2021
All’interno del progetto di Osservatorio Internazionale sulla Famiglia (FIM – Family International Monitor) il piano operativo 2019-2021 ha incentrato la propria attenzione sul tema famiglia e povertà, considerando l’intreccio tra questi due elementi una priorità a livello globale.
La lotta alla povertà costituisce infatti uno degli obiettivi prioritari a livello internazionale, come peraltro risulta anche dagli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile agenda 2030, promossi dalle Nazioni Unite, che vedono innanzitutto l’eliminazione della povertà, in tutte le sue forme. (Come riportano in particolare gli obiettivi:
1. Lotta alla povertà
2. Lotta alla fame
3. Buone condizioni di salute e benessere
4. Qualità educativa
5. Parità di genere
8. Buone condizioni di lavoro e di crescita economica
10. Ridurre le disuguaglianze.
Il presente progetto intende in particolare evidenziare il ruolo che le relazioni familiari giocano nel qualificare la condizione di povertà delle persone, così come le dinamiche più macro-sociali (legami sociali, coesione sociale, solidarietà delle relazioni brevi).
Il modello interpretativo parte dal presupposto che “La povertà delle famiglie dipende da un complesso sistema di interazioni, in cui le sfide e le opportunità generate dal sistema economico si confrontano con le risorse e con le fragilità dei sistemi relazionali familiari, il cui incontro/scontro viene ulteriormente qualificato e modificato dalle (possibili) azioni di politica pubblica (modelli di welfare, politiche solidaristiche, responsabilità dei vari livelli della pubblica amministrazione, presenza di sistemi misti di privato, pubblico e non profit)”.
Il modello di raccolta dati dell’Osservatorio prevede la stesura di un “report di nazione”, attraverso la compilazione di una “scheda Paese”, con dati quantitativi e qualitativi, redatto in ogni nazione da un ente di riconosciuta competenza e rilevanza scientifica.
Il progetto si articola su un percorso triennale, articolato in due fasi: la prima fase sarà dedicata a “famiglia e povertà relazionali”, la seconda si incentrerà su “famiglia e povertà economiche e strutturali”.
La prima fase si concluderà con la presentazione di un report di sintesi, nel maggio 2020;
Il secondo report è previsto per maggio 2021. Oltre alle normali connessioni telematiche, Sono previsti anche due seminari/expert meeting di coordinamento (indicativamente uno nel 2019 e uno nel 2020) tra tutti i diversi referenti nazionali.
L’intero progetto sarà accompagnato dall’équipe centrale con una costante attività di coordinamento e di supporto metodologico; inoltre è prevista una intensa attività di comunicazione via web (sito internet, newsletter mensile, presenza sui social network più diffusi), per tutto il periodo di realizzazione dell’indagine, in modo da consentire un costante confronto di idee, scambio di informazioni, aggiornamenti e notizie tra tutti i soggetti coinvolti.
www.familymonitor.net/copia-de-comunicati-stampa-1
https://docs.wixstatic.com/ugd/54bd74_a166e75f477743d9bf85260b2f341987.pdf
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ORFANI
La tutela degli orfani per crimini domestici
La L. n. 4/2018 offre, innanzitutto, una nozione di “orfani per crimini domestici” quale categoria dei figli minori o maggiorenni economicamente non autosufficienti che siano rimasti orfani di un genitore a seguito di un omicidio commesso dal coniuge di questi, anche legalmente separato o divorziato, o dall’altra parte dell’unione civile, anche se l’unione civile è cessata, o dalla persona che è o è stata legata da relazione affettiva e stabile convivenza. www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2018/2/1/18G00020/sg
Sulle novità introdotte da questa legge ha pubblicato un approfondimento Laura Bellanova. Il contributo è stato ripreso dalla rivista Studium Iuris, la rivista edita da Cedam dedicata ai praticanti e ai tirocinanti per la preparazione all’esame e ai concorsi per l’accesso alle professioni legali. Si pubblica integralmente l’estratto.
Premessa: il campo di applicazione delle nuove tutele. Il 1° febbraio del 2018 è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 26, la L. 11 gennaio 2018, n. 4 contenente Modifiche al codice civile, al codice penale e al codice di procedura penale e altre disposizioni in favore degli orfani per crimini domestici. Con l’approvazione e la promulgazione della presente legge (con la quale l’Italia ha adempiuto agli obblighi derivanti dalla l. 1°ottobre 2012, n. 172, di ratifica della Convenzione del Consiglio d’Europa del 2007 per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale, c.d. Convenzione di Lanzarote) il legislatore ha voluto introdurre nel nostro ordinamento significative novità in àmbito penale, in àmbito processual-penale, civile ed economico a favore degli orfani vittime di crimini domestici – che per molto tempo sono rimasti invisibili – ma, altresì, ha voluto riconoscere pari dignità ai rapporti di coniugio, alle unioni civili e ai rapporti di convivenza basati su una relazione affettiva stabile (convivenza di fatto secondo la legge n. 76 del 2016 – c.d. Legge Cirinnà – o convivenza more uxorio). Sotto tale aspetto, la nuova legge offre, innanzitutto, una nozione di “orfani per crimini domestici” quale categoria dei figli minori o maggiorenni economicamente non autosufficienti che siano rimasti orfani di un genitore a seguito di un omicidio commesso dal coniuge di questi, anche legalmente separato o divorziato, o dall’altra parte dell’unione civile, anche se l’unione civile è cessata, o dalla persona che è o è stata legata da relazione affettiva e stabile convivenza. Trattasi, nella maggior parte dei casi, di persone orfani “due volte”, in quanto eredi non solo di un genitore assassinato, ma anche, di un genitore assassino che è in carcere, salvo che non si sia suicidato subito dopo aver assassinato la compagna o il compagno o, l’ex compagna o ex compagno.
Patrocinio a spese dello Stato per gli orfani vittime di crimini domestici. Nel dettaglio l’art. 1 della legge ha modificato il T.U. in materie di spese di giustizia. Il testo aggiunge un comma 4-quater all’art. 76, DPR 30 maggio 2002, n. 115 che consente ai figli minorenni o ai figli maggiorenni (questi ultimi economicamente non autosufficienti) orfani di crimini domestici di accedere al patrocinio a spese delle Stato indipendentemente dai limiti di reddito. La norma vale tanto per i procedimenti penali, quanto per quelli civili derivanti dal reato, compresi quelli di esecuzione forzata.
Il nuovo art. 577 c.p.p. L’art. 2 del testo ha modificato l’art. 577 c.p., rubricato “Altre circostanze aggravanti. Ergastolo”: equiparando l’uxoricidio al parricidio si consente, così, il superamento del divieto di analogia in malam partem, che, finora, precludeva l’equo trattamento tra i coniugi e i conviventi. Il tenore dell’art. 577, comma 2, c.p., prevedeva, infatti, che l’applicazione dell’aggravante solo in presenza di rapporti di coniugio: «la pena è della reclusione da ventiquattro a trenta anni, se il fatto è commesso contro il coniuge, il fratello o la sorella, il padre o la madre adottivi, o il figlio adottivo, o contro un affine in linea retta». La Suprema Corte chiamata, in più occasioni, a operare l’estensione di tale aggravante ai conviventi more uxorio affermava, costantemente, che «la circostanza aggravante di cui all’art. 577, comma 2, c.p., non è applicabile nei confronti del soggetto che abbia tentato di uccidere la convivente “more uxorio”, dal momento che la norma richiede espressamente che il fatto sia commesso contro il coniuge» (v., per tutte, Corte di Cassazione, prima Sezione penale, n. 808, 2 febbraio 2016). La questione, bisogna precisare, non sorgeva con riferimento all’unione civile tra persone dello stesso sesso, atteso che – a seguito dell’introduzione dell’art. 574-ter c.p., ad opera della D. lgs. n. 6 del 2017 – il matrimonio, agli effetti della legge penale, ricomprende, anche, la costituzione di un’unione civile tra persone dello stesso sesso; peraltro, quando la legge penale considera la qualità di coniuge come elemento costitutivo o come circostanza aggravante di un reato essa si intende riferita anche alla parte di un’unione civile tra persone dello stesso sesso. Attraverso l’art. 2 della legge in commento, il legislatore pone termine a tale disparità di trattamento: a) il comma 1 dell’art. 577 c.p. stabilisce la «pena dell’ergastolo per i casi di omicidio commesso contro ascendente o discendente, contro il coniuge, anche legalmente separato, contro il partner dell’unione civile o contro la persona legata al colpevole da relazione affettiva e con esso stabilmente convivente»; b) il comma 2 prevede la «pena della reclusione da 24 a 30 anni, se il fatto è commesso nei confronti del coniuge divorziato o del partner dell’unione civile, quando cessata». Un’attenta lettura del novellato art. 577 c.p. lascia emergere come una differenza di trattamento permanga in relazione alla modifica del comma 2 dell’art. 577 c.p., giacché – con riferimento a quest’ultimo comma – l’aggravante diventa ora applicabile solo laddove il fatto sia commesso in danno del coniuge divorziato o dal partner dell’unione civile cessata, ma non all’ex convivente di fatto (secondo la già ricordata c.d. Legge Cirinnà) o more uxorio. Posto che la ratio sottesa alla legge n. 4 del 2018 è, fra l’altro, quella di equiparare le tre forme di unione (coniugio, unione civile e convivenza di fatto o more uxorio), una tale differenza trattamentale non appare ragionevole e razionale: è verosimile che si tratti di un semplice lapsus calami. Bisogna, altresì, precisare che la modifica non apporta alcun innalzamento punitivo autonomo, né stabilisce un’aggravante specifica o distinta ma, opera una mera parificazione, sul piano delle aggravanti, delle due fattispecie.
Sequestro conservativo a garanzia del diritto al risarcimento dei danni civili subiti dai figli della vittima. Sul versante processuale, l’art. 3 del testo incide sull’istituto del sequestro conservativo, aggiungendo all’art. 316, comma 1-bis, c.p.p., che statuisce l’obbligo per il Pubblico ministero che procede per omicidio del coniuge, anche legalmente separato o divorziato, della parte dell’unione civile, anche se l’unione è cessata, o della persona legata all’imputato da relazione affettiva o stabile convivenza, di verificare la presenza di figli della vittima (minorenni o maggiorenni non economicamente autosufficienti) e di richiedere, in ogni stato e grado del procedimento, il sequestro conservativo dei beni dell’indagato a garanzia del diritto al risarcimento dei danni civili subiti dai figli della vittima.
Provvisionale. È oggetto di modifica anche l’art. 539 c.p.p., rubricato “Condanna generica ai danni e provvisionale”. Precisamente l’art. 4, comma 1, della legge aggiunge un comma 2-bis il quale attribuisce al giudice – quando si procede per uxoricidio e le prove acquisite nel corso del procedimento penale non consentono la liquidazione del danno in presenza di figli della vittima minorenni o maggiorenni non economicamente autosufficienti, che si siano costituiti parte civile – il dovere di provvedere, anche d’ufficio (e non solo su istanza di parte) in sede di condanna, anche non definitiva, all’assegnazione di una provvisionale, non inferiore al 50% del presumibile danno che sarà liquidato poi, eventualmente, in sede civile. La medesima disposizione prevede che se i beni dell’imputato sono già soggetti a sequestro conservativo, con la sentenza di primo grado (in deroga all’art. 320, comma 1, c.p.p.) il sequestro si converte in pignoramento nei limiti della provvisionale accordata.
Sospensione alla successione e indegnità a succedere. Alcune modifiche hanno, invece, natura civilistica e riguardano la materia successoria, la tutela e assistenza sanitaria dell’orfano, nel rispetto delle competenze Stato, Regioni ed enti locali e le norme circa l’affidamento dell’orfano. Precisamente per quanto concerne la materia successoria, si incide sulla c.d. “indegnità a succedere” disciplinato all’art. 463 c.c. Invero, prima dell’approvazione della legge in parola, colui che uccideva il coniuge, i parenti e così via, per essere dichiarato “indegno”, e quindi privo del diritto all’eredità, doveva essere condannato da un giudice civile a seguito di causa civile che gli altri eredi dovevano esperire. Attesa la lunghezza dei processi civili, l’autore di tali crimini in attesa di una condanna civile poteva in effetti ereditare i beni dell’assassinato. Per evitare il verificarsi di questa situazione, e quindi per tutelare sotto il profilo successorio ed economico le vittime di tali reati, il comma 1 dell’art. 5 della legge n. 4 del 2018, ha introdotto l’art. 463-bis c.c. rubricato “Sospensione della successione”, con il quale è sospesa la chiamata all’eredità dell’indagato per il delitto, anche tentato, di omicidio del coniuge (anche legalmente separato), o di omicidio dell’altra parte di un unione civile, fino al decreto di archiviazione o alla sentenza definitiva di proscioglimento, con nomina, nel frattempo, di un curatore, ex art. 528 c.c., cui è affidata la gestione dell’eredità giacente. La stessa disciplina può trovare applicazione, nei casi di persona indagata per l’omicidio volontario o tentato di uno o di entrambi i genitori, del fratello o della sorella. Tale previsione, sembrerebbe, però, già riassorbita nel n. 1) del comma 1 dell’art. 463 c.c. per quanto attiene la causa di indegnità. Invero, quando la novella estende quanto previsto nel comma 1 della norma de qua, anche alle ipotesi di parricidio (matricidio e fratricidio) non fa altro che estendere a questi soggetti, solo, il nuovo istituto della sospensione della successione e non anche quello dell’istituto dell’indegnità poiché, quest’ultimo è già previsto per gli stessi al n. 1) del comma 1 dell’art. 463 c.c. In caso di sentenza di condanna o di applicazione della pena su richiesta delle parti il responsabile, sarà escluso dalla successione per indegnità a succedere ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 463 c.c. All’uopo bisogna, però, evidenziare che, l’intervento dell’Autorità giudiziaria penale, ex art. 463-bis c.c., ha natura meramente dichiarativa, posto che le ipotesi di indegnità operano ex lege. In altri termini, quanto disposto nei commi 2 e 3 dell’art. 5 della legge in esame, non sembra discostarsi di molto dalla previsione già contenuta nel comma 1, n. 1), dell’art. 463 c.c. laddove è prevista l’indegnità a succedere per chi ha ucciso o tentato di uccidere il coniuge. La novella ha, chiaramente, avuto come obbiettivo quello di estendere tale previsione anche alle ipotesi di condanna per omicidio non solo del coniuge ma anche del coniuge legalmente separato o dell’altra parte dell’unione civile; nonché di renderne automatica, mediante l’inserimento dell’art. 537-bis c.p.p., l’applicazione dell’istituto dell’indegnità in caso di condanna per uxoricidio. Un’attenta lettura dell’art. 463-bis c.c., lascia trasparire che, se da un lato, il nostro Legislatore sembra essere riuscito a tutelare le vicende successorie del coniuge o della parte dell’unione civile – integrando lo stesso art. 444, comma 2, c.p.p. al fine di colmare i difetti di coordinamento esistenti–, dall’altro lato, il disposto di cui all’art. 463-bis c.c. presenta alcune lacune. Segnatamente, ci si domanda se tale disposizione, rectius «la sospensione dalla successione», si applichi anche in caso di convivenza more uxorio o di convivenza di fatto ai sensi della legge n. 76 del 2016 (c.d. Legge Cirinnà). La questione si pone in quanto il convivente, seppur non titolare di diritti successori, potrebbe, comunque, essere nominato erede per atto testamentario dall’altro convivente e, successivamente, essere indagato per omicidio volontario o tentato omicidio nei confronti di quest’ultimo.
Quota di riserva nelle assunzioni e pensione di reversibilità ai figli della vittima. L’art. 6 del provvedimento del 2018 estende ai figli orfani per crimini domestici la quota di riserva nelle assunzioni ex art. 18, comma 2, della l. 12 marzo 1999, n. 68. Ancora si sensi dell’art. 7, viene novellato l’art. 1 della l. 27 luglio 2011, n. 125 che già esclude dal diritto alla pensione di reversibilità o indiretta, ovvero all’indennità una tantum, i famigliari superstiti che siano stati condannati (con sentenza passata in giudicato) per omicidio del pensionato o dell’iscritto a un ente di previdenza. In particolare, la novella introduce, nei confronti dell’indagato per il quale è chiesto il rinvio a giudizio per omicidio volontario del coniuge (anche legalmente separato o divorziato) o della parte dell’unione civile (anche se cessata), la sospensione del diritto alla pensione di reversibilità o indiretta ovvero l’indennità una tantum, fino alla sentenza definitiva, anticipandone così gli esiti della sentenza di condanna. Durante la “sospensione” (e fino a quando sussistono i requisiti di legge) la pensione di reversibilità o indiretta, ovvero l’indennità una tantum, sarà percepita dai figli minorenni o maggiorenni non economicamente autosufficienti, che siano anche figli della vittima, senza obbligo di restituzione. All’esito del processo penale, in caso condanna il giudice dovrà disporre il pagamento di una somma di denaro pari a quanto percepito dal condannato, a titolo di indennità una tantum o di pensione di reversibilità o indiretta sino alla data della sospensione; mentre, in caso di archiviazione o di passaggio in giudicato della sentenza di proscioglimento, la menzionata sospensione cesserà e lo Stato, salvo vi sia stato il subentro dei figli, dovrà corrispondere gli arretrati. A tal fine si stabilisce in capo al Pubblico ministero l’obbligo di comunicare, senza ritardo, l’imputazione all’istituto di previdenza.
Altre disposizioni in favore degli orfani di crimini domestici. La legge n. 4 del 2018 apporta, infine, ulteriori novità quali: il compito per Stato, Regioni e autonomie locali di promuovere organizzare, gratuitamente, forme di assistenza delle vittime, di promuovere servizi informativi, assistenziali e di consulenza, nonché di predisporre misure per garantire il diritto allo studio e all’avviamento al lavoro per i figli delle vittime di crimini domestici e ciò, in attuazione della Dir. n. 2012/29/UE, già, peraltro, recepita dal nostro ordinamento con il D. lgs. 15 dicembre 2015, n. 212 (art. 8); riconoscere ai figli minorenni o maggiorenni economicamente non autosufficienti, vittime di omicidio in àmbito domestico, un servizio di assistenza gratuita di tipo medico-psicologico, a cura del Servizio Sanitario Nazionale, con esenzione dalla relativa spesa sanitaria e farmaceutica (art. 9); in materia di affidamento dei minori orfani rimasti privi di un ambiente familiare idoneo a causa di un crimine domestico, prevedere che il Tribunale provveda all’affidamento privilegiando la continuità delle relazioni affettive consolidate fra il minore e i parenti fino al terzo grado e, se vi sono fratelli o sorelle, dovrà essere assicurata, per quanto possibile, la continuità affettiva con gli stessi (art. 10); l’estensione del fondo di rotazione – incrementato di 2 milioni euro l’anno, a decorrere già dal 2017 – per la solidarietà alle vittime dei reati di tipo mafioso, usura, estorsione e reati internazionali violenti anche agli orfani per crimini domestici (art. 11). Ancora, si prevede che, in caso di condanna anche non definitiva o di applicazione della pena su richiesta delle parti ai sensi dell’art. 444 c.p.p., la decadenza dall’assegnazione dell’alloggio di edilizia residenziale pubblica agli autori di una serie di delitti di violenza domestica, sia consumati che tentati, indipendentemente dalla coabitazione o meno con la vittima nonché, prevedere la possibilità delle altre persone conviventi di subentrare nel contratto (art. 12); riconosce, infine, agli orfani delle vittime di uxoricidio la facoltà di modificare il proprio cognome, nel caso in cui questo coincida con quello del genitore condannato in via definitiva, con una procedura più rapida rispetto a quella ordinaria (art. 13).
Considerazioni conclusive. In conclusione, è possibile affermare che l’intervento normativo in esame, insieme alla ratifica della Convenzione di Lanzarote (legge n. 72 del 2012), alla ratifica della Convenzione di Istanbul (considerato il trattato internazionale di più ampia portata in materia) e alla l 15 ottobre 2013, n. 119, rappresenta un ulteriore passo in avanti che l’Italia ha intrapreso nell’affrontare il tema della violenza di genere in tutte le sue sfaccettature e conseguenze.
Gli indicati interventi normativi – con l’eliminazione nel 1956 dello jus corrigendi, potere correttivo del pater familias (che comprendeva anche la forza) ex art. 571 c.p., con la dichiarazione di incostituzionalità, nel 1968 e 1969, dell’art. 599 c.p., che puniva unicamente l’adulterio della moglie, con la sostituzione, nel 1975, della famiglia strutturata gerarchicamente con un nuovo modello di famiglia paritaria, con l’abrogazione, ad opera della l. 5 agosto 1981, n. 442, della causa d’onore (art. 587 c.p.), con l’abrogazione, sempre dopo il 1981, dell’istituto del “matrimonio riparatore” e con la modifica dei reati di violenza sessuale che grazie alla legge n. 66 del 1996 integrano non più dei delitti contro la moralità pubblica e il buon costume, ma contro la persona, hanno eliminato oggi, dalla nostra legislazione e, anche, dalla nostra giurisprudenza quell’immaginario patriarcale che purtroppo, però, continua a sopravvivere nei comportamenti di molti uomini.
Laura Bellanova. Studium Iuris 5 dicembre 2018
www.altalex.com/documents/news/2018/12/05/tutela-degli-orfani-per-crimini-domestici
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PARLAMENTO
Senato della Repubblica – Commissione Giustizia – Affido dei minori
4 dicembre 2018. L’Ufficio di Presidenza, integrato dai rappresentanti dei Gruppi, ha svolto alcune audizioni informali di Associazioni nell’ambito dell’esame dei Disegni di legge nn. 45, 118, 735, 768 e 837, in materia di affido di minori.
www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=SommComm&leg=18&id=1084082
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PASTORALE
Se i nonni chiedono ai genitori (non credenti) di battezzare il bambino
Una coppia di genitori non credenti fa bene a cedere all’insistenza di parenti, magari i nonni, per far battezzare il proprio figlio?
La questione messa in gioco mostra apertamente una delle più diffuse tensioni che si registrano nei giorni che attraversiamo. La compattezza culturale e religiosa del nostro paese si è dissolta. All’interno del medesimo nucleo familiare persone unite dai più profondi legami parentali vivono scelte molto differenti nell’ambito religioso, a volte accettandone la realtà, a volte vivendola con tensioni estreme.
Nel caso qui proposto il rifiuto del matrimonio religioso e del battesimo del figlio ha portato ad una spaccatura nella relazione fra il genitore del bambino e i nonni paterni. Una risposta su queste pagine non potrà certo risolvere il dissidio, può solo recare un po’ di chiarezza sui termini in gioco, da un punto di vista teologico, sperando che il tempo e l’affetto, che certamente rimane sotto ogni contrasto, possano pacificare ogni relazione in gioco.
Certamente per tanto tempo, la preoccupazione della Chiesa latina si è rivolta verso una celebrazione del battesimo dei bambini che offrisse loro prima possibile quella salvezza che accogliamo come dono nel sacramento. L’indicazione rituale era proprio indicata in modo esemplare dalle parole quam primum, quanto prima possibile.
Oggi, come afferma un recente studio della Commissione Teologica Internazionale, «da un punto di vista teologico, lo sviluppo di una teologia della speranza e di una ecclesiologia della comunione, insieme al riconoscimento della grandezza della misericordia divina, mettono in discussione un’interpretazione eccessivamente restrittiva della salvezza. Di fatto la volontà salvifica universale di Dio e l’altrettanto universale mediazione di Cristo fanno ritenere inadeguata qualsiasi concezione teologica che in ultima analisi metta in dubbio l’onnipotenza stessa di Dio, e in particolare la sua misericordia» Commissione Teologica Internazionale, La speranza della salvezza per i bambini che muoiono senza battesimo, 19 aprile 2007, n.2). Non possiamo, quindi, dubitare della sorte dei bambini morti senza aver ricevuto il battesimo.
www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/cti_documents/rc_con_cfaith_doc_20070419_un-baptised-infants_it.html
D’altra parte, i sacramenti dell’Iniziazione cristiana non solo inseriscono la persona in Cristo, facendola partecipare del suo stesso Spirito, ma inseriscono in un preciso cammino ecclesiale, affidato prima di tutto alla responsabilità dei genitori. In termini più teologici, i bambini ricevono il battesimo nella fede della Chiesa, professata dai genitori. Con l’espressione «fede della Chiesa» si indica che il battesimo ha sempre lo stesso valore, a prescindere dalla consapevolezza di chi lo riceve, sia un adulto che si converte al Vangelo o un bambino portato al fonte dai genitori: la persona è unita a Gesù Cristo e in Cristo si apre alla pienezza dell’essere «figlio di Dio» per opera dello Spirito santo (cf 1Gv 3,1-2). Ma questa fede piena è professata, cioè fatta propria, da ciascuno di noi in modalità e intensità diverse, secondo la risposta personale che diamo al dono ricevuto.
Risiede qui la responsabilità primaria dei genitori: un compito da assolvere nella libertà delle loro decisioni. E qualunque siano, vanno rispettate.
Alla luce della fede, noi sappiamo che Dio sa aspettare. Spesse volte ci sfuggono i percorsi e gli intrecci dei modi con cui egli continua a parlare al cuore di ogni uomo, accettandone i rifiuti, ma non desistendo mai dal suo farsi presente, in maniera più o meno nascosta. Se da una parte la decisione dei genitori del bambino deve essere rispettata, dall’altra i nonni saranno una testimonianza cristiana mostrando un affetto capace di andare oltre le divergenze di pensiero. La vita sacramentale resta fondamentale per la fede cristiana: è un dono singolare per il quale siamo tenuti a ringraziare ogni giorno il Signore con riconoscenza sincera. Ma già i grandi teologi medievali ripetevano con una frase efficace che «Dio non si è legato le mani ai sacramenti». I modi misteriosi con cui il Signore tocca i cuori e li spinge a ricambiare il suo dono d’amore sono imperscrutabili. E fra questi ci potrebbe essere anche una presenza amorevole e paziente vicino ai propri cari che non credono. Dio non si è legato le mani ai sacramenti, ma non smette mai di farsi presente attraverso gli uomini che credono e amano.
Padre Valerio Mauro, docente di Teologia sacramentaria – Facoltà teologica dell’Italia centrale.
Toscana oggi 2 dicembre 2018
www.toscanaoggi.it/Rubriche/Risponde-il-teologo/Se-i-nonni-chiedono-ai-genitori-non-credenti-di-battezzare-il-bambino
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RELIGIONE
Gli sbagli su Dio
Se c’è una cosa che papa Francesco sta facendo da quando ha messo piede sul balcone di san Pietro per prendere in mano la Chiesa, è di dire ai fedeli e ai non fedeli, ai cristiani e ai seguaci di ogni altra religione, ai poveri e ai ricchi: state attenti, non vi sbagliate su Dio. Perché se vi sbagliate su Dio vi sbagliate sul mondo, sulla società, su voi stessi. Né è un rimedio non credere in Dio, perché c’è sempre un idolo pronto a fare le stesse funzioni di Lui.
Quante tragedie, andando indietro nella storia – e anche oggi – si scopre che sono state provocate da una falsa cognizione di Dio? Gelosie, diseguaglianze, machismi, vendette, guerre sante, crociate, schiavitù, inquisizioni, genocidi, respingimenti, terrorismi, scomuniche, annegamenti, e sempre un Dio a giustificarli, un Dio geloso, maschilista, vendicatore, giudice, padrone, re della terra, signore degli eserciti, despota delle anime e dei corpi; e ci sono santi anche famosi che si potrebbero citare a supporto di molte errate rappresentazioni di Dio.
Gesù è venuto a correggere questi sbagli, alcuni vecchi di secoli, a spiegare e svelare la vera figura di Dio, a “farne l’esegesi”, come dice l’evangelista Giovanni. E non a caso lui era esattamente l’opposto di queste cattive rappresentazioni del Padre, offrendosi lui, Figlio, come criterio di riconoscimento, facendosi umano, facendosi servo, per amore, soltanto per amore, fino alla morte e alla morte di croce.
E se lui ha fatto questo, che cosa dovrebbe fare un papa che parla a nome di lui, e che cosa anche ogni semplice cristiano?
Ma guai a chi toglie di mano al prepotente, al bugiardo, all’omicida, il Dio che gli serve. Senza l’accecamento del popolo, il tiranno è perduto. Per questo il papa è odiato da molti. È uscito un libro di due solerti informatori religiosi – una volta si chiamavano “vaticanisti” – Andrea Tornielli e Gianni Valente, che reca una documentazione impressionante del volume di fuoco che ogni giorno si scatena contro papa Francesco, a partire dalle facili sponde di quella galassia di siti, blog e network mediatici che quotidianamente lo attacca, lo denigra e l’offende, per finirla con lui e avere al più presto un nuovo conclave.
Non è parso vero a tale congiura salire sul cavallo di battaglia della denuncia della pedofilia nella Chiesa e degli scandali finanziari e sessuali di preti e vescovi per investire la Chiesa stessa e la fede e per pregustarne la fine. Cosa, questa, che sarebbe anche possibile se la Chiesa fosse, come lamentava il teologo e sociologo Ivan Illich ai tempi del Concilio, simile alla General Motors, ma non è possibile se è la Chiesa di Dio e del suo popolo. La misericordia e la fedeltà che il Signore le ha promesso erano per sempre, non salvo l’eccezione pedofilia. Sicché il libro che meritoriamente vuol difendere il papa da questi attacchi è troppo tragico, pecca per eccesso di difesa, non c’è alcun “Giorno del giudizio” in agguato, come recita il suo titolo che promette di dire “cosa sta davvero succedendo nella Chiesa” tra “conflitti, guerre di potere, abusi e scandali”.
La Chiesa non è questo. Il caso del cardinale Theodore Edgar Mc Carrick, cattivo arcivescovo di New York, non è il caso del secolo e non c’entra niente con papa Francesco che è arrivato dopo e gli ha tolto anche la porpora, e il Carlo Maria Viganò che immeritatamente ha fatto il Nunzio a Washington e ora se ne è uscito chiedendo le dimissioni del papa, non è il principe dei demoni, ma semplicemente un prelato avvelenato e infedele. E non è vero che la Chiesa è polarizzata tra una falange che attacca il papa e una minoranza che mal lo difende, ma c’è un immenso popolo di fedeli, più numeroso ormai nel resto del mondo che in Europa e negli Stati Uniti, che con papa Francesco vive in perfetta pace le meraviglie di Dio, oggi annunciate in modo nuovo: come dicono gli Atti degli Apostoli, mentre “quelli di lingua greca” tentavano di uccidere Paolo, “la Chiesa era dunque in pace per tutta la Giudea, la Galilea e la Samaria, si consolidava e camminava nel timore del Signore e, con il conforto dello Spirito Santo, cresceva di numero”.
Non c’è dunque da prendere il lutto per la Chiesa né pensare che per difenderla non ci sia altro che pregare, smettendo di pensare alle riforme necessarie, all’aggiornamento, all’inclusione delle donne nei ministeri, all’unità vera delle Chiese, al presbiterato uxorato, al rinnovamento antropologico nel primato dell’amore, alla comunione delle fedi, alla salvezza dei migranti, dei poveri, degli stranieri, cose già tanto discusse, e molte in cantiere. La preghiera non è un alibi per mettersi sulla riva del fiume e stare a vedere che cosa passa. È vero che il papa ha chiesto, di fronte a chi minaccia di dividere e spiantare la Chiesa, di recitare il Rosario; ma ciò, con tutto il rispetto per il Rosario, vuol anche dire che non siamo al giorno del giudizio, se basta un rosario ad allontanarlo; nella strategia della comunicazione mettere un rosario contro Viganò e contro tutto il fondamentalismo americano o contro il sordo brontolio della Curia è un messaggio fortissimo di normalità e di speranza; non c’è bisogno di chiedere miracoli.
Sicché la vera difesa è ascoltare e seguire il papa in questo suo quotidiano annunzio di Dio, in questo suo togliergli di dosso maschere e travestimenti, in questo liberarlo – come diceva David Maria Turoldo – dal “carico di errate preghiere”.
È quello che è successo col “Pater Noster”, la preghiera forse più nota e più e più ripetuta, ma spesso in automatico, senza che se ne avvertano davvero le parole. Per gli scherzi che sono propri della lingua, per il mutare dei significati, per i tradimenti delle traduzioni da una lingua all’altra, era finito che il Padre venisse invocato, perfino nella Messa, come il Tentatore, come il Cerbero che “ci porta dentro”, “ci induce” nella tentazione; e data la sproporzione di forze tra Dio e il peccatore, con l’alta probabilità che a vincere in questo affacciarsi della tentazione fosse non il tentato, ma il Tentatore.
Forse la gente non si accorgeva di quello che diceva e gli esegeti, gli esperti, i teologi, gli uomini del clero sapevano che non era così, e perciò tranquillamente reiteravano quel latino, e magari dicevano che nella parola di Dio c’è un mistero, c’è un enigma, che bisogna lasciare così, magico, incompreso o incomprensibile per il semplice fedele; ma nella immediatezza della comunicazione di oggi, che va al sodo in 40 battute, il significato è inequivocabile, se uno passa in una chiesa e sente di un Dio tentatore, pensa a un padre che invece di darti un pane ti dà una pietra (Matteo 7, 10), e a un Dio che invece di salvarti, ti perde.
Perciò papa Francesco ha chiesto ai vescovi italiani di tradurre meglio, come già avviene in altri Paesi, quel “et ne nos inducas in tentationem”, perché non si perpetui e propaghi questo sbaglio su Dio. E che cos’altro di più importante dovrebbe fare un papa, e se non lo fa lui che ne ha il carisma, chi lo deve fare?
Ma ecco che la falange parte all’attacco e il blog di Sandro Magister, che appartiene a quella galassia mediatica di cui si è parlato, subito titola: “Francesco monarca assoluto. Il retroscena del nuovo ‘Padre nostro’ italiano”, e naturalmente difende la vecchia versione, vuole il Dio tentatore, e il popolo preda della tentazione ordita da lui.
Ma, nonostante questo accanimento digitale, sembra davvero che la Chiesa non abbia a temere. Non c’è, in queste critiche, nemmeno l’ombra di quei grandi saperi teologici che in passato divisero la cristianità. È politica, solo politica (non quella buona): si dice Dio, o si dice “preti pedofili” e si pensa a tutt’altro.
Raniero La Valle Blog A sinistra da cristiani 7 dicembre 2018
http://ranierolavalle.blogspot.com/2018/12/gli-sbagli-su-dio.html
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SINODO DEI VESCOVI SUI GIOVANI
Sinodo 2018: il dono dei giovani
Nell’editoriale del numero di dicembre di Aggiornamenti Sociali, il direttore Giacomo Costa SJ, gesuita che ha svolto il compito di Segretario speciale durante il Sinodo dei Vescovi dedicato ai giovani e terminato lo scorso 28 ottobre 2018, rilegge questa intensa esperienza e traccia un sintetico bilancio, ricordando che “il cammino intrapreso non è certo terminato”.
“Il Documento finale – spiega anzitutto padre Costa – più che un testo conclusivo è la traccia del “cammino insieme” compiuto (questo il significato etimologico del termine “sinodo”)”, un cammino di cui si sottolineano la profondità e l’intensità e nel quale l’ascolto è stata “senza dubbio una delle cifre interpretative più significative”. “Il Sinodo – scrive il direttore di Aggiornamenti Sociali – è innanzitutto un incontro tra persone. Ciascuno porta con sé la ricchezza della propria esperienza e quella della Chiesa da cui proviene, così come le inquietudini e le domande che l’attraversano”. Ma oltre che un’esperienza reciprocamente arricchente, l’ascolto è anche un metodo: “L’ascolto reciproco è il vero strumento di cui un’assemblea che passa gran parte del tempo seduta dispone per provare davvero a “camminare insieme”. (…) Al Sinodo la condivisione non è fine a se stessa, ma in vista della costruzione di un consenso, il più ampio possibile, a cui il Documento finale è chiamato a dare espressione. (…) Un processo di questo genere permette di articolare la varietà e la differenza delle posizioni in un testo in cui ciascuno può riconoscersi”. Grazie a questa dinamica di ascolto, prosegue l’editoriale, è stato possibile “mettere a fuoco meglio i termini della questione, introducendo importanti novità rispetto ai materiali preparatori in modo davvero imprevedibile”.
La prima delle quali è stata il passaggio da un “Sinodo per i giovani” a un “Sinodo con i giovani”. Infatti, “grazie anche alla presenza dei 34 giovani uditori e uditrici, i Padri sinodali hanno potuto rendersi conto di quanto i giovani siano già presenti nella Chiesa e attivi nel portare avanti la sua missione di evangelizzazione e di promozione umana”. Dunque, sottolinea padre Costa, “se la Chiesa ha molto da offrire ai giovani, siamo però chiamati a renderci conto che i giovani e la Chiesa non si fronteggiano come estranei. E questa presa di coscienza non può non interpellare la Chiesa anche rispetto alla necessità di dare spazio adeguato ai giovani, mettendo in discussione le attuali modalità di funzionamento e categorie”.
Una seconda “sorpresa”, secondo il Segretario speciale, è stato il processo di maturazione di una sinodalità che “non resta confinata al tempo definito dello svolgimento dei Sinodi, ma viene intesa come stile che dà forma e riorienta la vita ordinaria della Chiesa e il suo modo di svolgere la missione: è questo il vero “contenuto innovativo” del Sinodo”.
Naturalmente, e qui padre Costa tratteggia alcune tappe del cammino ancora da compiere, ci sono diversi “punti in cui la varietà delle posizioni rende più necessario un approfondimento anche teologico, oltre che la crescita nell’ascolto reciproco. Mi riferisco a quei paragrafi in cui il numero dei voti sfavorevoli passa da una manciata a qualche decina (su un totale di circa 250 votanti), che riguardano ad esempio il ruolo e il contributo delle donne, la sessualità, le questioni di genere, l’esercizio dell’autorità e del governo, la trasparenza nel rapporto con le risorse economiche e finanziarie e infine la stessa sinodalità”.
Proprio l’obiettivo di promuovere un’autentica sinodalità chiama a un’ulteriore, decisiva sfida: “Se la si vuole rendere lo stile condiviso della Chiesa, la sinodalità ha bisogno di concretizzarsi in strutture adeguate. Questo richiede la disponibilità di vagliare in profondità ciò che “si è sempre fatto così”. Le novità del concilio Vaticano II sulla concezione della Chiesa e la partecipazione dei fedeli cominciano ad alimentare un processo che non può non portare alla riforma delle strutture ecclesiali, ancora legate all’impianto elaborato al concilio di Trento. Siamo invitati a ripensare le strutture in modo da renderle capaci di accompagnare le donne e gli uomini di oggi, le cui vite si snodano in spazi e tempi ben diversi da quelli tardorinascimentali”.
Redazione il Domani d’Italia 5 dicembre 2018
www.ildomaniditalia.eu/sinodo-2018-il-dono-dei-giovani
Aggiornamenti sociali dicembre 2018
Editoriale www.aggiornamentisociali.it/articoli/sinodo-2018-il-dono-dei-giovani
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VIOLENZA
Violenza morale: cos’è?
Quando si parla di violenza la mente va subito agli episodi di cronaca nera che ascoltiamo in televisione o leggiamo sui giornali: percosse, abusi fisici e sessuali, atti di bullismo e di costrizione, fino all’estremo gesto di violenza, quello che sopprime una vita umana. Eppure, la violenza non è solamente fisica, ma anche psicologica: una persona può subire violenza da un’altra anche senza essere neppure sfiorata con un dito.
Le vessazioni che possono essere inflitte a un altro individuo possono essere realizzate anche mediante parole, comportamenti, gesti apparentemente innocui e perfino silenzi. Pensa ai maltrattamenti in famiglia: la Corte di Cassazione ha da tempo ammesso che i maltrattamenti possono consistere anche in umiliazioni e condotte di disprezzo reiterate nel tempo. La violenza, quindi, non è solo fisica. Ti starai chiedendo: nel mondo del diritto può avere importanza una violenza meramente morale o psicologica? Certo che sì; anzi, ti dirò di più: la violenza morale rileva sia nel diritto civile che in quello penale.
Quando è violenza morale? Vediamo innanzitutto quando una violenza può definirsi morale. La violenza morale (o psicologica) si contrappone alla violenza fisica, cioè a quella che presuppone l’esercizio della forza bruta, e ne rappresenta pertanto l’esatto opposto: mentre nella violenza fisica occorre la prevaricazione di una persona sull’altra, nella violenza morale la sopraffazione avviene senza l’impiego di energie fisiche. Tante parole sono inutili, basta un esempio: una persona che ti prende per un braccio e ti impedisce il libero movimento esercita su di te una violenza di tipo fisico; se la stessa persona, anziché afferrarti, ti minaccia con un’arma oppure prospettandoti un male, allora si tratterà di violenza morale.
In maniera un po’ più tecnica, si dice che la violenza morale agisce sulla libera formazione della volontà della vittima, la quale deve necessariamente piegarsi a quella dell’altra persona per non subire il male ingiusto prospettato. La volontà della vittima, pertanto, è viziata sul nascere, perché condizionata dalla violenza morale. La violenza fisica, invece, lascia intatto il convincimento personale della vittima, la quale non può agire diversamente perché un’energia esterna ne impedisce e limita la libertà. Se Tizio sbarra la porta a Caio parandosi davanti, impedendo a quest’ultimo di oltrepassarlo, allora Caio subirà una violenza fisica; diversamente, se Caio può liberamente varcare la soglia, ma Tizio lo intimorisce dicendogli che, se lo farà, dovrà temere per la vita dei suoi cari, allora Caio subirà una violenza psicologica che potrebbe ugualmente impedirgli di superare la soglia.
Violenza morale nel diritto civile. La violenza morale è ben conosciuta nel diritto civile: il codice dice che la violenza è causa di annullamento del contratto, anche se esercitata da un terzo [Art. 1434 cod. civ.]
In pratica, la violenza morale consiste nella minaccia di un male ingiusto e notevole, tale da indurre una persona a stipulare un contratto che, altrimenti, non avrebbe mai concluso. Ti faccio questo esempio: Tizio costringe Caio a vendergli la sua automobile ad un prezzo irrisorio, dietro la minaccia di una grave ritorsione. In questa ipotesi, Caio subisce una violenza morale a tutti gli effetti, nei confronti della quale potrà successivamente agire impugnando il contratto nei successivi cinque anni e chiedendo l’annullamento dello stesso.
La violenza morale civile rileva anche se proviene da una persona non direttamente coinvolta nell’affare: ad esempio, riprendendo l’esempio appena concluso, Caio potrà annullare il contratto anche se la minaccia fosse provenuta da Sempronio, amico di Tizio e soggetto estraneo al contratto. Ugualmente, c’è violenza morale anche se la minaccia riguarda altre persone, diverse da chi dovrà sottoscrivere l’accordo: dice il codice che la violenza è causa di annullamento anche quando il male prospettato riguarda la persona o i beni del coniuge del contraente, o di un discendente o ascendente di lui [Art. 1436 cod. civ.].
Violenza morale nel diritto penale. La violenza morale può costituire reato, oltre che provocare l’annullamento del contratto. In particolare, sono principalmente tre i delitti che possono configurarsi nel caso in cui una persona prospetti seriamente un male ingiusto ad un’altra: quello di minaccia, di violenza privata e, in ipotesi più rare, di maltrattamenti.
Minaccia. Secondo il codice penale, chiunque minaccia un’altra persone di un ingiusto danno è punito, a querela della persona offesa, con la multa fino a 1.032 euro. Se la minaccia è grave (ad esempio, minaccia di morte) o è perpetrata mediante l’utilizzo di armi o altri metodi particolarmente intimidatori, la pena è della reclusione fino a un anno e, in quest’ultimo caso, si procede d’ufficio [Art. 612 cod. pen.]. Pertanto, se, dietro intimidazioni, sei costretto a firmare un contratto con il quale cedi praticamente gratis la tua casa, non solo potrai impugnare civilmente il contratto, ma potrai recarti presso le forze dell’ordine per sporgere querela.
Violenza privata. Il delitto di violenza privata, invece, consiste nella condotta di chi, con violenza o minaccia, costringe un’altra persona a fare, tollerare, od omettere qualcosa. La pena è la reclusione fino a quattro anni, aumentata nei casi di violenza aggravata (ad esempio, perché fatta mediante l’uso delle armi, con l’aiuto di altre persone, ecc.) [Art. 610 cod. pen.]. Anche nell’ipotesi di violenza privata, quindi, è possibile ravvisare la violenza morale o psicologica in tutte quelle circostanze in cui la libertà di una persona, da intendersi sia come libertà fisica di movimento che di libero convincimento, sia “violentata”, cioè costretta a percorrere una strada diversa da quella che si sarebbe voluta in realtà.
Maltrattamenti. Secondo la legge, commette reato chiunque maltratta una persona della famiglia o comunque convivente, o una persona sottoposta alla sua autorità o a lui affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia. Se dal fatto deriva una lesione personale grave, si applica la reclusione da quattro a nove anni; se ne deriva una lesione gravissima, la reclusione da sette a quindici anni; se ne deriva la morte, la reclusione da dodici a ventiquattro anni [Art. 572 cod. pen.]. Questa fattispecie di reato è applicabile anche a chi causi un dolore psichico o una violenza morale, purché la vittima sia convivente. Secondo la giurisprudenza, infatti, nei maltrattamenti non rientrano soltanto le percosse, le lesioni, le ingiurie, le minacce, ma anche gli atti di disprezzo e di offesa alla dignità, idonei a causare sofferenze morali [Cassazione, sentenza n. 8396, 12.09.1996.]. Se la sofferenza si tramuta in una soggezione psicologica totale, potrebbero allora integrarsi gli estremi del reato di maltrattamenti in famiglia.
Mariano Acquaviva La legge per tutti 6 dicembre 2018
www.laleggepertutti.it/250352_violenza-morale-cose

Violenza sulle donne: la guida del Senato
“In difesa delle donne” è una guida pratica per chi vuole orientarsi nel complesso panorama nazionale e regionale per quanto riguarda la violenza di genere realizzata dall’ufficio valutazione impatto del Senato
Cosa fa l’Italia contro la violenza di genere. La risposta arriva in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, grazie al lavoro dell’Ufficio Valutazione Impatto del Senato, che presenta “In difesa delle donne. Leggi, aiuti e risorse contro la violenza di genere in Italia”.
Si tratta di una guida pratica ossia «uno strumento concreto – si legge in premessa – per chi vuole orientarsi nel complesso panorama nazionale e regionale» per quanto riguarda la violenza di genere ossia tutte quelle forme di violenza maschile – psicologica, fisica, sessuale – che colpiscono le donne in quanto donne, costituendo non solo una discriminazione ma anche, e soprattutto, una violazione dei diritti umani.
Il quadro riguarda, seguendo l’indice dei capitoli, i reati contro le donne (dagli atti persecutori, ai maltrattamenti in famiglia e violenze sessuali), le risorse nazionali (tra le quali le strutture e centri antiviolenza, il protocollo Eva, il numero verde 1522) e gli aiuti offerti regione per regione.
Violenze di genere, il quadro normativo in Italia. Come è cambiato il quadro normativo dagli anni cinquanta, quando il capofamiglia era il padrone incontrastato? Il primo passo è stato fatto nel 1975, con la riforma del diritto di famiglia che abolisce la cosiddetta autorità maritale. Da allora molte cose sono state fatte contro la violenza maschile sulle donne; ma il percorso non è stato facile né breve. Il salto di qualità è avvenuto nel 2013, quando il nostro Paese, ha recepito la Convenzione di Istanbul e il decreto anti-femminicidio che ha introdotto una serie di misure sia di carattere preventivo che repressivo.
Altre tappe fondamentali e più recenti, il Piano straordinario contro la violenza sessuale e di genere del 2015, seguito nel 2017 dal Piano strategico nazionale sulla violenza maschile contro le donne e da una serie di leggi (che hanno riguardato anche indennizzi economici, congedi dal lavoro, tutela per gli orfani di femminicidio) che hanno fornito alle donne ulteriori strumenti di tutela.
Le difficoltà riscontrate (oltre alle drammatiche incertezze nei finanziamenti) sono quelle che si ritrovano nel passaggio all’attuazione delle norme, delegata a circolari o ad altri atti di rango non primario che rendono difficile, per la vittima, conoscere gli strumenti a propria tutela e richiederne l’applicazione.
Pdf guida In difesa delle donne www.studiocataldi.it/allegati/news/allegato_32678_1.pdf
Gabriella Lax Newsletter Giuridica Studio Cataldi 03 dicembre 2018
www.studiocataldi.it/allegati/news/allegato_32678_1.pdf
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