newsUCIPEM n. 947 – 29 gennaio 2023

newsUCIPEM n. 947 – 29 gennaio 2023

UNIONE CONSULTORI ITALIANI PREMATRIMONIALI E MATRIMONIALI

“Notiziario Ucipem” unica rivista – registrata Tribunale Milano n. 116 del 25.2.1984 Supplemento online.

Direttore responsabile Maria Chiara Duranti. Direttore editoriale Giancarlo Marcone

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Carta dell’U.C.I.P.E.M.

Approvata dall’Assemblea dei Soci il 20 ottobre 1979. Promulgata dal Consiglio direttivo il 14 dicembre 1979. Estratto

1. Fondamenti antropologici

1.1 L’UCIPEM assume come fondamento e fine del proprio servizio consultoriale la persona umana e la considera, in accordo con la visione evangelica, nella sua unità e nella dinamica delle sue relazioni sociali, familiari e di coppia

1.2 L’UCIPEM si riferisce alla persona nella sua capacità di amare, ne valorizza la sessualità come dimensione esistenziale di crescita individuale e relazionale, ne potenzia la socialità nelle sue diverse espressioni, ne rispetta le scelte, riconoscendo il primato della coscienza, e favorendone lo sviluppo nella libertà e nella responsabilità morale.

1.3 L’UCIPEM riconosce che la persona umana è tale fin dal concepimento.

CONTRIBUTI ANCHE PER ESSERE IN SINTONIA CON LA VISIONE EVANGELICA

02 ABUSI                                              Chiesa e abusi. In un anno pubblicati più di 2mila articoli: la stampa cattolica in 1° fila

03 BENEDETTO XVI papa emerito   La Chiesa dopo Ratzinger. Un monito in tempi che cambiano

06                                                          Benedetto XVI, il papa che voleva fermare la Chiesa

09                                                           Testi inediti. Un libro con la teologia nata al “Monastero Mater Ecclesiæ”

11 BIBBIA                                             Priscilla e Aquila. Una coppia al servizio del Vangelo

14 CENTRO INT. STUDI FAMIGLIA  Newsletter CISF – n. 03, 25 gennaio 2023

15 CHIESA IN ITALIA                          Il seminario e la “fabbrica del clero”. un dibattito (monco) su “settimana”

17 CITTÀ DEL VATICANO                  Inaugurazione dell’Anno Giudiziario del Tribunale della Rota Romana

19 CONFERENZA EPISCOPALE IT.    L’agenda Zuppi parte dalla Costituzione

21 CONSULENZA FAMILIARE           CISPeF Itinerari di approfondimento – on line

21 DALLA NAVATA                             IV Domenica del tempo ordinario o della Parola di Dio (Anno A)

22                                                          Commento di p. Ernesto Balducci

23 ECUMENISMO                                Cristianesimo non è una “religione del libro”

24 FRANCESCO VESCOVO Roma     Le critiche aiutano a crescere, ma vorrei che me le facessero direttamente

26                                                          Papa Francesco convince sette italiani su dieci La Chiesa perde consensi

27 MIGRANTI                                       Popolazione straniera in Italia, alcuni numeri

28                                                          Dichiarazione di Erice 2022 “La tutela della salute dei migranti”.

29 OMOFILIA                                       «Si, pero es pecado» Per Francesco l’omosessualità non è un crimine, ma un peccato

31                                                          Il crimine, il peccato e la condizione umana: le parole del Papa sulla omosessualità

32 RELIGIONE                                      Oltre le religioni /1. Svolta post-teistica e creatività divina

35                                                          Oltre le religioni /2. È tempo di una nuova idea di Dio?

39 RIFLESSIONI                                    “Shoah, le radici da non dimenticare”

39 SINODO DELLA SINODALITÀ      Il nostro modo di essere Chiesa: a colloquio col card. Mario Grech

42                                                          Sinodo della Chiesa italiana: alcuni nodi da sciogliere

45                                                          Sinodo della Chiesa tedesca

ABUSI

Chiesa e abusi. In un anno pubblicati più di 2mila articoli sul tema: la stampa cattolica in prima fila

La stampa italiana quanto parla del tema abusi dei minori nella Chiesa? E come? La risposta a queste domande risiede in uno studio indipendente appena pubblicato da Volocom, società di news intelligence. Il report, basato su un campione di oltre 18mila testi giornalistici da 4mila fonti, pubblicati tra il 1° settembre 2021 e il 31 agosto 2022, analizzati da un team di specialisti coordinato dai curatori Francesco Bruno e Andrea Franchini evidenzia come siano 2.280 gli articoli che i media italiani di stampa e web hanno prodotto sul tema degli abusi sui minori da parte di membri della Chiesa italiana. E i due quotidiani che hanno dato maggior rilievo a questi temi sono stati Avvenire e L’Osservatore Romano.

Di questi, gli articoli prettamente critici sono la quota minoritaria (18%), mentre prevalgono quelli con sentiment positivo (39%) o neutro (43%). Dall’analisi delle fonti emergono subito due dati rilevanti.

  • In primo luogo, che è la stampa cattolica in prima fila nel raccontare i presunti abusi: come emerge dal report, infatti, i due quotidiani che hanno dato maggior rilievo a questi temi sono stati Avvenire e L’Osservatore Romano, rispettivamente con 88 e 52 articoli (cartaceo + web).
  • Secondo elemento: la maggior parte degli articoli su questa tematica sono ospitati su quotidiani (o siti) locali oppure sulle edizioni locali dei quotidiani regionali o nazionali. La cronaca locale, quando non racconta semplicemente i fatti, dà più spazio a iniziative di tono positivo, mentre sulle fonti nazionali il tema, più frequentemente trattato in senso generale, è più spesso osservato con toni critici, ma la quota di articoli positivi resta maggioritaria e relativamente alta.

Per quanto riguarda la distribuzione geografica locale, sono le testate del sud a produrre la parte maggiore di articoli (fatto in parte dovuto a diversi casi di cronaca occorsi durante l’anno preso in esame). Da notare che i media italiani, nel periodo preso in considerazione, trattano più di abusi su minori e Chiesa per eventi che avvengono nelle regioni del sud e nelle isole piuttosto che nel nord o centro Italia.

                Guardando alla collocazione in pagina, smentendo alcune letture che sembrano insinuare un certo “insabbiamento” che relega queste notizie nelle pagine secondarie, si evidenzia che se un articolo tratta di presunti abusi e Chiesa quasi nella metà dei casi finisca quantomeno nelle prime 10 pagine degli stessi e, nel 73% dei casi, entro le prime 20 pagine del giornale. Emerge, ancora, una dinamica tipica delle notizie di cronaca: l’accentuarsi delle attenzioni giornalistiche nelle fasi “calde” delle vicende (arresto, 384 articoli, e condanna, 132 articoli) e una minore attenzione per quelle intermedie (misure interdittive, udienze, interrogatori) o per quelle che danno conto dell’evoluzione finale delle vicende. In particolare sono 31 gli articoli riguardanti assoluzioni di cui le testate hanno dato conto, 22 di scarcerazioni, 5 di processi da rifare e 4 di condanna di presunte vittime o di prescrizione del reato.

                Analizzando i dati relativi alle vittime, emerge che la quasi totalità dei fatti di cronaca (1.054, pari al 96%) riguarda vittime minori, mentre 46 sono gli episodi che hanno visto coinvolte persone vulnerabili. Il dettaglio sul genere presenta una prevalenza di maschi (73%), rispetto alle vittime di sesso femminile (27%). Interessante è anche l’analisi del sentimento, che, come detto in apertura, presenta una prevalenza neutra o positiva. Nella totalità dei contenuti pubblicati in un anno, spiega il report, i fatti di cronaca vengono per lo più riportati piuttosto che giudicati e, allo stesso tempo, si moltiplicano le iniziative e gli interventi volti a rafforzare le misure di contrasto al fenomeno degli abusi. Più nel dettaglio, distribuendolo in base all’oggetto della cronaca, si legge che nelle fasi del processo, gli articoli sono prevalentemente neutri (si limitano a riportare i fatti) o critici, mentre nei contesti di cronaca generale (spesso come detto riferita a iniziative della Chiesa e delle diocesi) la quota di articoli “positivi” è ampiamente maggioritaria (75%). Se i commenti si dividono equamente tra positivi (45%) e negativi (48%), le 89 interviste sono prevalentemente di tono positivo (52% contro il 35% critico): contengono spesso esortazioni di membri della Chiesa a rinnovare la tutela e l’attenzione nei confronti dei più deboli. Chiudono la scheda 11 lettere dei lettori: sul tema l’opinione pubblica resta sostanzialmente critica (64%).

Redazione                          Agenzia SIR                        27 gennaio 2023

www.agensir.it/chiesa/2023/01/27/chiesa-e-abusi-in-un-anno-pubblicati-piu-di-2mila-articoli-sul-tema-la-stampa-cattolica-in-prima-fila

BENEDETTO XVI papa emerito  

La Chiesa dopo Ratzinger. Un monito in tempi che cambiano

Joseph Ratzinger/Benedetto XVI è stato l’ultimo importante teologo conciliare e il primo papa che ha abdicato volontariamente sull’esempio di Celestino V: in entrambe le funzioni, un ammonitore controverso nel mutare dei tempi dopo il Concilio Vaticano II. Una chimera del nostro tempo Nel 1960, alla vigilia del Concilio, scriveva che il cristianesimo non vive con noi nella nostra forma, ma in una forma a noi largamente estranea, «la forma del Medioevo», per cui il «compito primordiale» della teologia attuale consiste nell’agevolare la modernità, lo “spirito attuale”; tuttavia in seguito lamentò, nel bel mezzo della prima fase di ricezione del Concilio, che il mondo del Medioevo fosse liquidato come se appartenesse irrevocabilmente al passato, come fecero il prete e il barbiere in molti dei romanzi cavallereschi di Don Chisciotte (…).

                Preservare ciò che veramente ci sostiene è diventato da allora il compito della sua vita. Joseph Ratzinger, che, per un libro commemorativo dello scrittore cattolico Reinhold Schneider,[α1903 – ω1958] scrisse un memorabile saggio sulla “coscienza nel tempo” basato sulla protesta profetica dei domenicani a Hispaniola nel 1511 e sull’opera di Bartolomé de las Casas contro l’oppressione degli indios, considerava la propria protesta un dovere di coscienza. Non c’è dubbio.

La grande svolta biografica. Non possiamo indagare la sua biografia spirituale, ma solo percepire ciò che egli stesso ci suggerisce nei suoi scritti. Il cambiamento di opinione deve essere avvenuto a un certo punto del suo lavoro di insegnante a Tubinga, presumibilmente nel 1967/68, quando tenne le sue lezioni sul Credo degli Apostoli a un pubblico di tutte le facoltà. Il libro, pubblicato nel 1968 con il titolo “Introduzione al cristianesimo”, divenne un bestseller ed è fra le migliori interpretazioni del Credo nel XX secolo. Nella prefazione, Ratzinger utilizza il racconto popolare tedesco di “La fortuna di Hans” (Hans im Glück) per riassumere la situazione postconciliare. Come Hans, la Chiesa postconciliare avrebbe barattato il tesoro della tradizione con beni sempre inferiori e ora correrebbe il rischio di perdere anche «ciò che vale davvero la pena conservare». (…)

                Da quel momento ha visto se stesso – insieme ad altri importanti teologi di lingua tedesca – come custode del vero “spirito” del Concilio. Se la sua produzione teologica anteriore a questa svolta biografica (come i saggi degli anni ‘60 raccolti nel suo libro” Il nuovo popolo di Dio”) può essere considerata il miglior esempio di teologia storica con intento sistematico e prospettico, essa è apparsa più oltre come osservatore critico e ammonitore del periodo postconciliare, soprattutto dopo la sua nomina ad arcivescovo e cardinale di Monaco e Frisinga nel 1977 e a prefetto della Congregazione per In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati.
 la Dottrina della Fede nel 1982.

                “Cardinale corazzato” e “Mozart della teologia“. Dopo la caduta del comunismo, il suo tratto continuò ad essere una penna tagliente, che si orientava più verso la prosa fluida e leggibile di sant’Agostino che verso la teologia scolastica linguisticamente povera di san Tommaso d’Aquino. La chiarezza del suo linguaggio – rara tra i teologi tedeschi – ha contribuito alla sua buona comprensione e alla diversità di opinioni sulle sue mordaci riflessioni e pareri sulla situazione nella Chiesa e nel mondo. Per alcuni era ormai il Panzerkardinal, il “cardinale corazzato” che osservava criticamente le innovazioni teologiche e spesso cercava di stroncarle sul nascere con la sua autorità di guardiano della dottrina della fede. Per altri, invece, fu il “Mozart della teologia”, l’acuto intellettuale ed esteta teologico che cercò di incanalare le nuove correnti nel flusso della tradizione.

                La disputa sulla teologia della liberazione a metà degli anni ’80 divenne il faro della percezione pubblica della sua doppia faccia di Giano (Dio romano con due volti, ndt). Sebbene in seguito giunse ad apprezzare la vera preoccupazione spirituale della teologia della liberazione attraverso contatti personali –

   ad esempio con il peruviano Gustavo Gutiérrez [α 1928, presbitero e teologo, membro dell’Ordine dei Frati Predicatori: è ritenuto il fondatore della teologia della liberazione. Ha studiato medicina e letteratura in Perù, psicologia e filosofia a Lovanio (Belgio), conseguendo inoltre il dottorato all’Institut Pastoral d’Etudes Religieuses (IPER) dell’Università Cattolica di Lione.] –,

                rimase il problema del modo di pensare della sua “ermeneutica del sospetto“: le nuove correnti venivano spesso giudicate attraverso il prisma della sua teologia invece di cercare di comprendere i nuovi contesti del pensiero teologico della Chiesa universale dopo il Concilio. La sua stessa teologia ricevette, per così dire, rango di magistero e divenne il criterio per giudicare ciò che era veramente sostenibile nei tempi che cambiano.

È possibile supporre che abbia avuto una notevole influenza sulla dichiarazione dogmatica di Giovanni Paolo II nella sua Esortazione Apostolica Ordinatio Sacerdotalis del 22 maggio 1994 sull’impossibilità del sacerdozio femminile. In un’epoca in cui la discussione teologica su questo tema era agli inizi e grandi teologi come Karl Rahner o persone che si sono abbeverate all’esperienza mistica del Carmelo teresiano, come Edith Stein, [in religione Teresa Benedetta della Croce, (Breslavia, 12 ottobre 1891 – Auschwitz, 9 agosto 1942) è stata una monaca cristiana, filosofa e mistica tedesca dell’Ordine delle Carmelitane Scalze, vittima della Shoah.Di origine ebraica, si convertì al cattolicesimo dopo un periodo di ateismo che durava che durava dall’adolescenza.]

potevano ben immaginare questa innovazione, la riflessione teologica è stata bloccata “per sempre”, per così dire, con un “solus papa” (solo il papa può, ndt), che, pur essendo ancora valido de jure dopo il Concilio, non era quasi più ritenuto possibile de facto. È da intendersi “in sæcula sæculorum” alla stregua della decisione dogmatica extra ecclesiam nulla salus del Concilio di Firenze del 1442, con la quale l’umanità non cattolica veniva esclusa dalla salvezza senza l’obbedienza al papa, mentre il Concilio Vaticano II, con una diversa coscienza teologica, si è espresso diversamente? Il modus operandi per questioni così gravi non dovrebbe essere quello di lasciar correre liberamente la discussione teologica e poi, quando è matura o conclusa, decidere su di essa insieme “col papa” in un concilio o sinodo della Chiesa universale?

Controversie teologiche. A cavallo del millennio, tra Ratzinger e

 Walter Kasper [α1933, allievo del teologo tedesco Karl Rahner.]

si svolse la cosiddetta “disputa dei cardinali”. Si trattava del rapporto tra la Chiesa universale e la Chiesa locale, del primato e delle strutture episcopali e sinodali, ma anche della ricezione dell’ecclesiologia conciliare. Kasper assunse posizioni poi indirettamente confermate da papa Francesco in Evangelii gaudium (2013), quando ha parlato della necessità di un «sano decentramento». Ratzinger criticò aspramente Kasper, difendendo un primato ontologico-platonico della Chiesa universale e enfatizzando il primato papale invece della collegialità e sinodalità. Sebbene la controversia si sia risolta amichevolmente (…) le questioni sollevate sono fondamentali per il futuro di una Chiesa sinodale universale.

                Con il documento della Congregazione per la Dottrina della Fede Dominus Iesus” del 6 agosto 2000

www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_20000806_dominus-iesus_it.html

 sulla singolarità e l’universalità salvifica di Gesù Cristo, una dura critica al dialogo ecumenico e interreligioso perché porta al relativismo e all’indifferentismo, Ratzinger tornò a dividere creando un conflitto ecumenico. Sebbene Giovanni Paolo II cercasse di calmare le acque, a molti apparve chiaro che (…) la teologia di Ratzinger avrebbe avuto sul Magistero romano un’influenza più forte di quella di qualsiasi prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede precedente. Il relativismo e l’indifferentismo, spada di Damocle del papato preconciliare e antimodernista usata per screditare teologie e processi dialogici sgraditi, tornarono accettabili nelle controversie teologiche. Molti seminaristi, di basso livello intellettuale, sono stati formati di nuovo in quella mentalità. Grazie all’omelia della messa “Pro Eligendo Romano Pontifice” nella Basilica di San Pietro il 18 aprile 2005,                                                     www.vatican.va/gpII/documents/homily-pro-eligendo-pontifice_20050418_it.html

nella quale Ratzinger mise in guardia contro una “dittatura del relativismo“, fu eletto successore di Giovanni Paolo II.

                Nel gennaio 2004 aveva dimostrato la sua capacità di dialogo in un memorabile colloquio con il  filosofo tedesco Jürgen Habermas a Monaco. Lì difese la «necessaria correlazione tra ragione e fede, ragione e religione, che sono chiamate a purificarsi e guarirsi a vicenda e che hanno bisogno e devono riconoscersi a vicenda»; particolarmente evidente è questa correlazione nel cristianesimo occidentale. Ma mise anche in guardia contro l’arroganza occidentale e caldeggiò – quasi come Hans Küng con il suo “Global Ethical Project” – una correlazione polifonica con altre religioni e culture sulla base della complementarietà di ragione e fede, «affinché possa crescere un universale processo di purificazione, in cui finalmente i valori e le norme essenziali, in qualche modo conosciuti o intuiti da tutti i popoli, possano acquistare nuova luminosità, affinché ciò che tiene insieme il mondo possa riacquistare forza effettiva nell’umanità». È un’ironia della storia che il difensore di questa “correlazione polifonica“, anche per l’Islam, come Papa Benedetto XVI sia stato così male interpretato con il discorso di Ratisbona del 12 settembre 2006.

                Punti di forza e di debolezza. Del suo pontificato si ricorderà in modo permanente soprattutto l’enciclica inaugurale Deus caritas est (25 dicembre 2005), in cui ha presentato con chiarezza la natura di Dio che ci è mostrata in Gesù e che ora riconoscerà in ogni volto.

www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/encyclicals/documents/hf_ben-xvi_enc_20051225_deus-caritas-est.html

Rimarranno anche alcuni discorsi, come quello del 22 settembre 2011 al Bundestag tedesco, in cui ha parlato di “ecologia dell’uomo“, perché aveva anche egli una “natura” che avrebbe dovuto curare.

www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/speeches/2011/september/documents/hf_ben-xvi_spe_20110922_reichstag-berlin.html

Le sue sorprendenti dimissioni l’11 febbraio 2013 hanno un significato storico. Grazie a questa demistificazione del papato, in cui ha mostrato vera umiltà, questo tipo di eventi si verificheranno probabilmente più frequentemente nella futura storia papale.

                Per il resto, il suo pontificato ha evidenziato chiaramente punti di forza e di debolezza: la sua intelligenza acuta e il linguaggio brillante; i suoi sforzi per salvare ciò che “lui” credeva fosse veramente sostenibile nei tempi che cambiano dopo il Concilio, inclusa un’estetizzazione della liturgia e del papato; la sua particolare sollecitudine per il futuro del cristianesimo “in Europa”, che rischia di dimenticare le sue radici spirituali in Gerusalemme, Atene e Roma; la sua capacità di percepire le «ferite della Chiesa» (soprattutto del clero), che aveva conosciuto molto bene per decenni come prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, unita alla sua incapacità di combattere con costanza gli scandali degli abusi e di riformare la Curia e la Chiesa dopo i perduti decenni postconciliari di idealizzazione platonica della Chiesa, che bloccavano la visione della realtà.

                Dopo le sue dimissioni, papa Francesco si è trovato di fronte al compito di una svolta importante, che ha definito, nell’originale spagnolo della Evangelii gaudium, “conversión” (riorientamento e conversione allo stesso tempo). Si può solo sperare che la Chiesa cattolica, che con il Concilio si è riposizionata nel mondo di oggi, mantenga il nuovo corso e recuperi la gioia dell’evangelizzazione, suo compito principale. (…).

 Mariano Delgado, professore di Storia della Chiesa all’Università di Friburgo (Svizzera) e Decano della Classe VII (Religioni del mondo) dell’Accademia Europea delle Scienze e delle Arti (Salisburgo).

Articolo, qui con qualche taglio, apparso su Religiòn Digital, 02.01.2023

Adista Segni Nuovi n° 3                28 gennaio-2023

www.adista.it/articolo/69394

Benedetto XVI, il papa che voleva fermare la Chiesa

La morte di Ratzinger ha suscitato reazioni mediatiche e popolari, in parte impreviste e tali da intervenire sugli assetti attuali della Chiesa. Evidentemente egli costituiva (e costituisce?) ancora un punto di riferimento, di consenso e di dissenso, al di là della facile e semplice affermazione che di papa ce n’è uno solo. Probabilmente anche in futuro egli rimarrà come punto di riferimento per diverse appartenenze. Vale perciò la pena, dopo questa esplosione di attenzione, di esprimersi con chiarezza e di dire parole esplicite su un pontificato che “Noi Siamo Chiesa” ha sempre seguito in modo critico.

Cristianità e secolarizzazione. Il pontificato di Ratzinger è stato in continuità con l’inverno ecclesiale del pontificato di papa Wojtyla (di cui Ratzinger è stato il numero due). Il parametro di giudizio è per noi, anche se non condiviso da tutti, il Concilio Vaticano II. Nel dicembre del 2005 il nuovo papa, parlando alla Curia, criticò quanti interpretavano il Concilio come una rottura vera e propria nella storia della Chiesa a fronte di quanti vi vedevano solo continuità.

L’ispirazione dietro a questa posizione era quella già del card. Ratzinger nei suoi lunghi anni di prefetto dell’ex-Sant’Uffizio. Il ritorno alla cristianità era l’obiettivo da perseguire, pensando alla tradizione nei suoi termini più statici in linea col Concilio di Trento- Bologna (1545-1563) e non con la libera creatività della Chiesa dei primi secoli. Di fronte ai cambiamenti della società e della politica prevalse la «paura più che la gioia, più il controllo che la libertà» (L. Boff ). Principi universali dovevano essere la base per contrastare la secolarizzazione, l’attenzione ai segni dei tempi diventava secondaria (come traspare dal suo testamento). Si potrebbe parlare di sordità alla storia. Benedetto ha cercato di «proporre ai contemporanei una ammodernata neo-cristianità facente perno sull’universale legge naturale garantita dalla Chiesa tale da fissare per gli ordinamenti pubblici i fondamentali diritti come fondamento della civiltà umana» (D. Menozzi). La reazione più evidente a questo modo di vivere il Messaggio fu una critica molto forte alla secolarizzazione la quale cercava altri parametri di approccio alla realtà «a partire dalla facoltà per ogni individuo di autodeterminare le forme della propria esistenza sia nella sua vita sociale sia nelle più profonde strutture antropologiche (corpo, nascita, morte, identità sessuale ecc.» (D. Menozzi). Dal suo testamento appare poi una critica vivace nei confronti di tante nuove e diverse esegesi bibliche (il suo commento ai quattro vangeli è carente per quanto riguarda il confronto con le più recenti e migliori esegesi, osservò il card. Martini!). Ratzinger sembra snobbarle, ma le scienze bibliche hanno contribuito notevolmente ad approfondire e a purificare la fede permettendo di interpretare in modo adulto i testi biblici (V. Mancuso). Questo schema rigido di Ratzinger di comprensione della realtà ha avuto tante conseguenze, per esempio quella sulla opportunità di sanare la frattura coi lefebvriani nei cui confronti furono offerte occasioni di rientro, fallite. Il ‘68 non fu capito da Ratzinger che addebitò semplicisticamente la pedofilia del clero alla rivoluzione sessuale di quel periodo.

L’eurocentrismo. Ma il limite angusto delle sue analisi lo si scorge facilmente in uno degli assi centrali del suo approccio pastorale. È quello dell’eurocentrismo. Le sue analisi sulla secolarizzazione sono la conseguenza dall’essere Ratzinger del tutto interno a questo continente (nel bene e nel male), il più coinvolto nella secolarizzazione dopo secoli di un ruolo egemonico delle strutture ecclesiali, fino all’illuminismo. I suoi studi, le sue cattedre, i suoi discepoli sono realtà che hanno condizionato il suo percorso pastorale. Egli si è impegnato con papa Wojtyla perché nella Costituzione europea fosse inserito un riferimento alle “radici cristiane” dell’Europa e ad Auschwitz nel 2006 disse che un «gruppo criminale costrinse il nostro popolo» a essere usato e abusato «come strumento della loro smania di distruzione e di dominio»; ma questa è una interpretazione della storia che non fa i conti con l’appoggio quasi generalizzato che ebbe il nazismo dalla popolazione.

La teologia della liberazione. Con queste premesse Ratzinger, senza il carisma di papa Wojtyla, fece scelte che le posizioni più “conciliari” presenti nella Chiesa apertamente criticarono. Con la dichiarazione “Dominus Iesus” del 6 agosto 2000 [da lui firmata come prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede]

www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_20000806_dominus-iesus_it.html

da lui ispirata, si affermò la centralità della fede “cattolica” e la collocazione degli altri cristiani sul piano di «comunità ecclesiali separate dalla vera unica Chiesa», cristiani di serie B; contribuì a promuovere la rivista Communio in diretta polemica con Concilium (espressione dei principali teologi dell’area conciliare). A Ratisbona nel 2006 espresse un giudizio inaccettabile sull’islam violento. Soprattutto nei confronti della Teologia della Liberazione manifestò un accanimento severo senza fondamento evangelico. Gustavo Gutierrez, Leonardo Boff, Jon Sobrino, Jacques Dupuis, Schillebeeckx e tanti altri – i principali teologi del post-Concilio – furono allontanati dall’insegnamento ed emarginati. Si instaurò un clima di repressione e di autocensura dove si faceva ricerca teologica. Il 18 aprile del 2008 fu ricevuto, per il suo compleanno, da George Bush Jr con una grande festa sul prato della Casa Bianca con canti e fanfare all’americana. Nel suo discorso all’assemblea generale dell’ONU non fece cenno al problema del rapporto Nord\Sud del mondo né alle questioni del riarmo e della pace.               www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/speeches/2008/april/documents/hf_ben-xvi_spe_20080418_un-visit.html

Fu, da allora, giudicato da molti come il papa dell’Occidente e fu considerato estraneo e contrario alle nuove esperienze e ricerche elaborate dalla teologia del Sud.

I valori non negoziabili. Su alcune questioni etiche legate alla vita del singolo e della famiglia (gender, eutanasia, omosessuali, unioni civili) la posizione fu più che ferma, idem sull’aborto. È un’etica della rigidità e dei “valori non negoziabili” che non accetta di fare i conti col vissuto della persona, le sue sofferenze, le situazioni specifiche delle complesse realtà umane, non giudicabili con la legge canonica ma con molto discernimento e con molta misericordia. Fu del tutto corresponsabile della protezione della pedofilia del clero nei tanti anni di prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, liberandosi infine negli ultimi tempi dalle coperture più scandalose (come quella di Marcial Maciel Degollado dei Legionari di Cristo) e ricevendo delle vittime, cercando così di contraddire un sistema diffuso quasi ovunque. È stato poi accusato personalmente di avere protetto quattro preti quando era a arcivescovo di Monaco (questione ancora aperta).

Gli scandali. Hanno compromesso il pontificato gli scandali nella gestione delle risorse, per l’infedeltà di alcuni collaboratori e per un sistema molto male organizzato. Molti nel popolo cristiano hanno capito che Benedetto è stato ingannato ma anche hanno mal tollerato latrocini forse sopportabili nella società civile e nella politica ma sorprendenti in una struttura dalla ispirazione evangelica. Inoltre si è diffusa la consapevolezza che il papa, pur avendone i poteri in una struttura così verticistica come il Vaticano, non era personalmente capace di controllare e di governare. Si è venuta, alla fine, aggravando una fragilità generale del sistema. A ciò si deve aggiungere la gestione della situazione italiana.

In Italia. Benedetto nominò all’inizio del pontificato, sulla base di una sua del tutto discutibile valutazione personale e di amicizia, segretario di Stato il card. Tarcisio Bertone, ecclesiastico arrogante e incapace, nonostante la sua estraneità alle grandi questioni di cui si occupa la Chiesa in tutto il mondo. Benedetto soprattutto con questa scelta, che difese contro ogni logica e anche dopo alcuni evidenti passi falsi, dimostrò la sua incapacità di governo.

Fu sostenuta la gestione della CEI di Camillo Ruini e poi di Angelo Bagnasco, in sostanziale continuità tra di loro come gestori dell’ordinaria amministrazione e dello status quo moderato nella politica italiana. I casi Welby ed Englaro furono la manifestazione pubblica di un intransigentismo etico che destò amarezza e rifiuto in vaste aree anche del mondo cattolico. Infine un altro passo non ecclesiale fu quello di mettere in evidenza la candidatura di Angelo Scola per la sua successione trasferendolo da Venezia a Milano. Fu dimenticata la storia ecclesiale di Scola (da studente allontanato dal seminario di Venegono). Dopo la fumata bianca al Conclave l’informazione online della CEI con grande enfasi lanciò una fake news nella quale si congratulò con Scola, nuovo papa. Sono fatti gravi, lontani da qualsiasi logica ecclesiale.

Le encicliche. L’analisi su altre sue scelte pastorali potrà essere fatta con calma, a partire dalle sue tre encicliche (Deus caritas est, Spe salvi e Caritas in veritate). Vi si potranno trovare contenuti interessanti, sempre coerenti con l’ottica teologica e pastorale di fondo di Ratzinger. Sul sito di Noi Siamo Chiesa ci sono analisi e osservazioni critiche. Nella sua azione si potranno trovare interventi positivi, come la Lettera ai cattolici cinesi del 2007 che ha aperto a un possibile dialogo col regime.

La rinuncia. La sua rinuncia è stata la decisione più giusta del suo pontificato. Secondo una logica sia ecclesiale che umana essa fu fondata sul buon senso, per le condizioni fisiche di Ratzinger e per la sua manifesta incapacità a gestire la situazione. Essa, non a caso, suscitò grande delusione in tutta l’area fondamentalista della Chiesa. Ha contribuito a desacralizzare la figura del papato. Un fatto storico per la storia della Chiesa. Anche Bergoglio andrà probabilmente nella stessa linea. E, ragionando a posteriori, se Ratzinger non avesse ragionato correttamente per tenere fede ai principi (come fece papa Wojtyla, che faceva governare da altri negli ultimi tempi) avremmo avuto per anni un papa incapace, un grave vuoto di potere. E ora nessuno parla di come accertare il possibile caso molto delicato di impedimento fisico o psichico permanente di un papa. Chi lo accerta, offrendo a tutto il mondo cristiano e laico la garanzia che non intervengano pressioni scorrette? Perché si tace su questa questione?

Dieci anni di papa emerito. Ratzinger non ha completato la sua decisione storica, non ha accettato quello che molti speravano, non è veramente uscito di scena: il ritiro in qualche monastero in Baviera lasciando perdere le forme, il titolo di papa emerito, un monastero ad hoc, l’abito, la residenza in Vaticano (alcuni hanno detto per proteggersi con l’extraterritorialità dalle possibili cause intentate dagli USA e poi dalla Baviera). Rimanendo in Vaticano, ricevendo visitatori e, talvolta, scrivendo egli ha esercitato un ruolo di interdizione da una parte nei confronti dell’ala fondamentalista che voleva (e vuole ora) usarlo contro il cambiamento (è stato un baluardo verso l’estrema destra, potremmo dire), dall’altra era pronto a intervenire nel caso di posizioni del tutto fuori da quella che egli pensava dovesse essere l’ortodossia.

 Per esempio sono in molti che addebitano a un suo intervento indiretto lo stop al via libera alla consacrazione presbiterale di uomini già sposati, dopo che per tre anni i cattolici conciliari dell’America Latina avevano predisposto tutto perché si arrivasse a decidere in modo positivo. Nella Querida Amazonia Bergoglio fu “costretto” a dire di no. La situazione si presenta ora in peggio: il segretario di Ratzinger mons. Gänswein, a funerali ancora da celebrare, ha già esternato, senza alcuna discrezione o stile, informazioni su dissensi del papa emerito nei confronti di decisioni di papa Francesco. Si preannuncia uno scontro ora a viso aperto.

Il funerale. Il funerale è stato celebrato in forme più sobrie di quelle previste dall’ordinamento canonico per la morte di un papa. La partecipazione è stata ben inferiore di quella al decesso di papa Wojtyla. Di grande risonanza l’intervento dei media. Noi auspichiamo che ora questo papa sia lasciato in pace, che papa Francesco non abbia anche il problema di rispondere a chi, usando del predecessore, si richiama al passato (recente), vuole dimenticare il Concilio e non sa o non vuole leggere i segni dei tempi.

 Non inizi una campagna sul “santo subito”. La canonizzazione dei papi è un errore, come diceva il card. Martini.

Noi siam Chiesa               10 gennaio 2023

www.noisiamochiesa.org/?p=8850

www.adista.it/articolo/69390

Gli ultimi testi inediti di Benedetto XVI. Un libro con la teologia nata al “Monastero Mater Ecclesiæ”

Una delle ultime foto di Benedetto XVI

Un testamento spirituale, l’ultimo capitolo appassionante e coerente del pensiero di Joseph Ratzinger, un vero dono per credenti e per chi cerca la verità, antidoto contro la confusione e la marea montante dell’intolleranza e dell’odio. Ecco quello che ci appare l’ultimo libro di Benedetto XVI che egli ha voluto fosse pubblicato dopo la sua morte. In 190 pagine e sei capitoli vengono raccolti testi editi e soprattutto alcuni inediti, affidati allo studioso Elio Guerriero e pubblicati anche a cura di monsignor Georg Gänswein.

                Certamente è anche il libro autenticamente “ultimo” di Joseph Ratzinger. Ora sono usciti, o stanno per uscire, molti libri dedicati a lui, o che ripropongono suoi testi in raccolte antologiche che intendono  illustrare la vastità del pensiero e dell’opera del Pontefice. Questo libro presenta gli scritti prodotti nell’ultimo periodo della sua vita, trascorso ‘nel nascondimento‘. Scrive infatti  nella prefazione datata 1° maggio 2022 e firmata Benedetto XVI: “Questo volume, che raccoglie gli scritti da me composti nel monastero Mater Ecclesiæ, deve essere pubblicato dopo la mia morte. La curatela l’ho affidata al dottor Elio Guerriero, che ha scritto una mia biografia in lingua italiana ed è da me conosciuto per la sua competenza teologica. Per questo gli affido volentieri questa mia ultima opera. Monastero Mater Ecclesiæ 1° maggio 2022, festa di San Giuseppe

                .Chiede dunque al curatore Guerriero, da lui molto stimato, di non pubblicare niente prima della sua morte, perché no “non voglio più pubblicare nulla. La furia dei circoli a me contrari in Germania è talmente forte che l’apparizione di ogni mia parola subito provoca da parte loro un vociare assassino. Voglio risparmiare questo a me stesso e alla cristianità“. Dolore e un filo tenue di ironia. Prevale però la ‘letizia’ nella certezza: Dio non abbandona né lui né la Chiesa né Pietro. Pensa e riflette sulla figura di san Giuseppe, il grande santo del silenzio, il suo protettore e patrono fin dalla nascita: “Quanto più divento vecchio, tanto più mi diviene chiara la figura del mio patrono”, il santo di cui non è stata tramandata neanche una parola, ma la “sua capacità di ascoltare e agire”, il suo silenzio “ci parla e al di là della conoscenza scientifica, vuole guidarmi alla sapienza“. E nel silenzio Benedetto ha trovato forza e coraggio, una trasparenza di sguardo e una prospettiva di serenità che vengono trasmesse parola per parola.  Basterebbe rileggere queste frasi: “Vedere e trovare la Chiesa viva è un compito meraviglioso che rafforza noi stessi e che sempre di nuovo ci fa essere lieti della fede. Alla fine delle mie riflessioni vorrei ringraziare Papa Francesco per tutto quello che fa per mostrarci di continuo la luce di Dio che anche oggi non è tramontata. Grazie, Santo Padre!“.

                 Uno degli inediti è il testo scritto in occasione del centenario della nascita di Giovanni Paolo II. Benedetto ricorda il giorno della sua morte e gli striscioni in piazza San Pietro per farlo diventare  “Santo subito”. Ma aggiunge un particolare:  “In vari circoli di intellettuali si era discusso della possibilità di concedere a Giovanni Paolo II l’appellativo di Magno. Benedetto XVI spiega che solo due papi sono stati appellati con “Magno”: Leone I (440-461) e Gregorio I (590-604). Leone I convinse il capo degli unni Attila a risparmiare Roma, la città degli apostoli Pietro e Paolo. Gregorio I riuscì a salvare più volte Roma dai Longobardi: “La parola Magno ha una impronta politica presso entrambi“, secondo  il Papa. Aggiungendo che la storia di Giovanni Paolo II è innegabilmente somigliante alla loro: “Il potere della fede si rivelò una forza che, alla fine del 1989, sconvolse il sistema di potere sovietico e permise un nuovo inizio“.

                I testi sono elencati con precisione dallo stesso autore. In primo luogo la lezione tenuta in occasione dell’inaugurazione dell’aula magna della pontificia università Urbaniana il 21 ottobre 2014; un testo che parla del dialogo tra la fede cristiana e le varie religioni. Si passa al tema della natura e il divenire del monoteismo. Segue un breve testo sul metodo del dialogo cristiano-islamico e il ringraziamento per il conferimento della laurea honoris causa da parte dell’Università di Cracovia; la prefazione scritta per l’edizione in russo della sua Opera Omnia. Si passa all’importante testo sul rapporto ebrei-cristiani e anche lo scambio epistolare con il rabbino Arie Folger; ecco l’intervista con padre Daniele Libanori. Seguono due testi che si occupano sacerdozio ed Eucarestia. L’articolo sul sacerdozio è stato pubblicato inizialmente nel volume del cardinal SarahDal profondo del nostro cuore”, ma qui è stato rielaborato. Il quinto capitolo si occupa di questioni morali, in particolare dello scandalo degli abusi sessuali in cui è coinvolta la Chiesa. Il sesto capitolo contiene testi legati a ricorrenze storiche e si conclude con un’intervista su San Giuseppe.

                La visione che emerge da queste pagine è complessa e nello stesso tempo nitida. Una visione che viene da lontano. Il giorno di Natale del 1969, l’allora professor Ratzinger, al termine di un ciclo di cinque lezioni radiofoniche, parla del futuro di una ‘Chiesa della fede‘ con ‘un piccolo gregge di credenti‘. Spiega che “avremo presto preti ridotti al ruolo di assistenti sociali e il messaggio di fede ridotto a visione politica. Tutto sembrerà perduto, ma al momento opportuno, proprio nella fase più drammatica della crisi, la Chiesa rinascerà. Sarà più piccola, più povera, quasi catacombale, ma anche più santa. Perché non sarà più la Chiesa di chi cerca di piacere al mondo, ma la Chiesa dei fedeli a Dio e alla sua legge eterna. La rinascita sarà opera di un piccolo resto, apparentemente insignificante eppure indomito, passato attraverso un processo di purificazione. Perché è così che opera Dio. Contro il male, resiste un piccolo gregge“.

                Parole che riecheggiano nelle precise analisi che emergono dagli scritti presentati nel libro edito dalla Mondadori. Le ultime riflessioni sono dedicate a san Giuseppe, alla sua umiltà e alla sua grandezza, il ricordo delle feste a lui dedicate che sin da piccolo Ratzinger ha vissuto, la sua figura sempre più presente nei giorni vissuti nel monastero, e ricorda come sia giusto pregarlo “affinché accompagni benevolmente anche noi nell’ultima ora“.

Caterina Maniaci             ACI Stampa    27 gennaio 2023.-

“Benedetto XVI, Che cos’è il cristianesimo. Quasi un testamento spirituale” –  edizioni Mondadori, pp.190

www.acistampa.com/story/letture-gli-ultimi-testi-inediti-di-benedetto-xvi-21671

BIBBIA

 “Priscilla e Aquila. Una coppia al servizio del Vangelo”

Una coppia, una casa, una chiesa

Alla fine della prima lettera ai Corinzi, l’apostolo Paolo – come di solito fa nelle sue lettere – conclude con i suoi saluti personali e con i saluti di coloro che in quel momento si trovano con lui. Leggiamo così in 1 Cor 16,19: «Le Chiese dell’Asia vi salutano. Vi salutano molto nel Signore Aquila e Prisca, con la comunità che si raduna nella loro casa». Paolo si trova probabilmente a Efeso tra il 55 e il 56 d.C. e manda alla comunità di Corinto, da lui fondata, i saluti delle comunità cristiane (le “chiese”) dell’Asia minore, dove egli adesso risiede. E aggiunge i saluti di due personaggi di nome Aquila e Prisca (o Priscilla, vedi più sotto). Se avessimo solo questo testo di Paolo, di loro non sapremmo molto di più. Un uomo e una donna, verosimilmente una coppia, con una caratteristica tuttavia molto particolare: nella loro casa si raduna infatti la comunità cristiana del luogo. La frase di Paolo ci conferma prima di tutto che nei primi decenni del cristianesimo non esistevano luoghi simili alle nostre chiese e che le piccole comunità cristiane allora esistenti si riunivano nelle case private. Più in particolare, si deduce dalla frase di Paolo che vi erano coppie che si facevano carico della comunità cristiana che nella loro casa si riuniva; si tratta di una osservazione non di poco conto.

                Storia di una famiglia missionaria (Atti 18). Ma chi sono questi Aquila e Prisca? Fortunatamente, possediamo il racconto che Luca ci offre nel libro degli Atti, 18, nel quale scopriamo chi fossero questi due:

1 Dopo questi fatti Paolo lasciò Atene e si recò a Corinto. 2 Qui trovò un Giudeo di nome Aquila, nativo del Ponto, arrivato poco prima dall’Italia, con la moglie Priscilla, in seguito all’ordine di Claudio che allontanava da Roma tutti i Giudei. Paolo si recò da loro 3 e, poiché erano del medesimo mestiere, si stabilì in casa loro e lavorava. Di mestiere, infatti, erano fabbricanti di tende (At 18,1-3).

                Abbiamo intanto conferma che Aquila e Priscilla, come qui la chiama Luca, mentre in 1Cor Paolo usa il diminutivo Prisca, erano una coppia di ebrei della diaspora, divenuti cristiani; i loro nomi sono in realtà latini, secondo un uso non raro nell’ebraismo del tempo. La loro storia personale doveva, già al tempo dell’incontro con Paolo, essere stata piuttosto movimentata; Luca ci dice che i due sono ebrei originari del Ponto, regione dell’attuale Turchia, verso il mar Nero. Dunque ebrei non nati in Israele, ma ormai residenti fuori dalla Terra santa, quasi certamente di lingua greca, o comunque che ben parlavano il greco, come si vedrà dal resto della storia narrata da Luca. Ebrei appartenenti a quel mondo dell’ebraismo della diaspora che, mentre conservava legami stretti di fede e di tradizioni con l’ebraismo di Gerusalemme e del Tempio, sapeva adattarsi a stili di vita ben diversi, all’interno del mondo pagano. Dal Ponto, Aquila e Priscilla emigrano, forse per ragioni di lavoro – in questo molto vicini a tante famiglie di oggi – fino a Roma, dove, anche se Luca non lo dice esplicitamente, vengono a contatto con qualche cristiano che a Roma ormai si trovava ed è probabilmente a Roma che i due accolgono la nuova fede in Cristo. E là continuano nel loro lavoro, quello di fabbricanti di tende – tende da viaggio, che venivano costruite in pelle; piccoli industriali, diremmo noi oggi, o se vogliamo, artigiani in proprio.

Da Roma, Aquila e Priscilla debbono tuttavia fuggire; Luca menziona l’editto dell’imperatore Claudio (40-51 d.C.) che nel 49 espelle da Roma i cristiani in quanto considerati turbatori dell’ordine pubblico. Tornati così verso Oriente e stabilitisi nella città portuale e multiculturale di Corinto, che offriva ottime occasioni di lavoro, Aquila e Priscilla incontrano Paolo, che a Corinto sta predicando il Vangelo. E ne divengono subito gli ospiti. Luca non trascura di sottolineare che Paolo non abitava con loro da mantenuto, ma che lavorava con le proprie mani, dato che il lavoro di Aquila e Priscilla era lo stesso che Paolo già faceva, quello appunto di fabbricante di tende. La menzione del lavoro di Paolo, da parte di Luca, non è affatto marginale; il ministero della predicazione e della Parola non esclude infatti per Paolo il lavoro, anzi, lo presuppone. Ma ecco un punto che ci interessa in modo particolare: Paolo stabilisce la sua base missionaria a Corinto all’interno di una famiglia, anche se di Aquila e Priscilla non si menzionano eventuali figli; dal racconto di Luca si ha l’impressione in realtà che non ne avessero. I due diventano i principali collaboratori di Paolo nella sua missione in Grecia. Paolo, il celibe per vocazione (cfr 1Cor 7,7), si appoggia a una coppia di sposi che subito diventano con lui missionari del Vangelo. Da parte loro, Aquila e Priscilla svolgono un vero e proprio servizio di accoglienza che, nel cristianesimo delle origini, era sentito come particolarmente importante (cfr ad esempio 3Gv 5-8); i missionari itineranti come Paolo non avrebbero potuto infatti svolgere il loro compito senza un servizio di accoglienza da parte delle comunità. Ma il loro servizio non si limita all’offrire ospitalità all’apostolo; con lui, Aquila e Priscilla si impegnano in una vera e propria opera missionaria.

Continuando la lettura del testo del capitolo 18 degli Atti, troviamo infatti scritto che «Paolo si trattenne ancora diversi giorni, poi prese congedo dai fratelli e s’imbarcò diretto in Siria, in compagnia di Aquila e Priscilla At 18,18). Non soltanto i due lo hanno ospitato a Corinto nella loro casa, vivendo con lui per circa un anno e mezzo; ma, pronti a lasciare di nuovo la loro residenza, Aquila e Priscilla salpano ora con Paolo alla volta della Siria; si fermeranno a Efeso, nell’attuale Turchia occidentale, sulle sponde dell’Egeo. Luca non ci dice i motivi della scelta fatta dalla coppia; di passaggio, non è così scontato che accanto al marito, Aquila, si menzioni sempre la moglie, e, come nel v. 18, la si menzioni addirittura per prima. È possibile tuttavia pensare che i due abbiano compreso come la loro vita di coppia poteva aprirsi a qualcosa di diverso e di più grande del loro lavoro quotidiano. Una missione al servizio del Vangelo della quale Luca, nei versetti che ancora seguono (At 18,23-26) ci offre un piccolo e concreto assaggio:

23Trascorso là un po’ di tempo, [Paolo] partì: percorreva di seguito la regione della Galazia e la Frìgia, confermando tutti i discepoli. 24Arrivò a Èfeso un Giudeo, di nome Apollo, nativo di Alessandria, uomo colto, esperto nelle Scritture. 25Questi era stato istruito nella via del Signore e, con animo ispirato, parlava e insegnava con accuratezza ciò che si riferiva a Gesù, sebbene conoscesse soltanto il battesimo di Giovanni. 26Egli cominciò a parlare con franchezza nella sinagoga. Priscilla e Aquila lo ascoltarono, poi lo presero con sé e gli esposero con maggiore accuratezza la via di Dio.

Una volta arrivati a Efeso, Aquila e Priscilla scoprono che nella locale sinagoga sta predicando un tale Apollo, un ebreo proveniente da Alessandria di Egitto, di lingua greca, uomo colto e profondo conoscitore delle Scritture di Israele. Da quel che scrive Luca, sembra che questo Apollo (di cui Paolo stesso parla in 1Cor 3,4-6) conoscesse già qualcosa del cristianesimo, ma solo in relazione alla figura di Giovanni il Battista.

Quel che ci interessa è qui il fatto che sono proprio Aquila e Priscilla a comprendere il valore di Apollo per il Vangelo e a farsi in qualche modo suoi catechisti; Luca scrive che essi presentarono più esattamente ad Apollola via di Dio”. Ancora una volta – e questo appare particolarmente importante e di nuovo non scontato, neppure nel contesto ecclesiale di oggi – Aquila e Priscilla agiscono in quanto coppia di sposi che diviene, come coppia, testimone e annunciatrice della Parola di Dio presso altre persone, proprio come è avvenuto nel caso di Apollo.

Miei collaboratori in Cristo Gesù… (Rom 16,3-5). Luca lascia ad Efeso, in compagnia di Apollo, la nostra coppia di sposi che non verrà più nominata nel resto degli Atti degli Apostoli. E tuttavia possiamo ancora dire qualcosa su di loro, grazie a un altro passo di Paolo, il quale, scrivendo ai cristiani di Roma, manda i suoi saluti proprio ad Aquila e Priscilla, verso la fine della lettera (cfr. Rom 16,3-5):

3Salutate Prisca e Aquila, miei collaboratori in Cristo Gesù. 4Essi per salvarmi la vita hanno rischiato la loro testa, e a loro non io soltanto sono grato, ma tutte le chiese del mondo pagano. 5Salutate anche la comunità che si riunisce nella loro casa.

Paolo scrive la lettera ai Romani non più tardi del 57-58 d.C., probabilmente da Corinto. In questo periodo, Aquila e Priscilla, si sono mossi ancora. Da Efeso, essi sono ritornati nuovamente a Roma, per svolgervi un ulteriore servizio missionario al cuore dell’Impero, rientrando là da dove erano stati cacciati in seguito all’editto di Claudio che nel frattempo era stato abrogato. Il testo paolino, nella sua brevità, è particolarmente toccante: poche persone ricevono da Paolo un elogio pari a quello di Aquila e Priscilla, (qui di nuovo chiamata Prisca). I due sono chiamati da Paolomiei collaboratori in Cristo Gesù”; scrivendo in greco, Paolo utilizza qui il termine synergos, che rimanda più al “collega” (alla lettera il “con-lavoratore”) che al “collaboratore”. Paolo considera Aquila e Priscilla, come veri e propri compagni del lavoro dell’apostolo che egli è cosciente di essere.

Val la pena di approfondire questo punto, a rischio di dover essere un po’ più tecnici. Il termine synergos è usato all’interno del Nuovo Testamento per lo più nelle lettere di Paolo, spesso in relazione a chi lavora con lui (si veda ancora Rom 16,9.21). Non si tratta perciò di una coppia che “dà una mano” al responsabile della chiesa; ma di una coppia che, in quanto tale, assume pienamente il compito dell’apostolato. In 1Cor 3,9 Paolo nota che tutti coloro che annunciano il Vangelo debbono considerare se stessi come “collaboratori di Dio”; così Aquila e Priscilla non sono persone che lui chiama ad aiutarlo (i “collaboratori del parroco”, diremmo noi oggi), ma una coppia che proprio in quanto tale Dio stesso chiama al suo servizio così come Paolo ha la coscienza di essere stato chiamato.  Il termine synergos usato da Paolo rimanda poi non a una dipendenza della coppia da Paolo stesso né a un semplice rapporto di cameratismo, come quello che talora si instaura tra colleghi di lavoro; presume piuttosto una corresponsabilità che la coppia si assume nei confronti del lavoro missionario. È evidente la portata attuale di questo testo in riferimento alla missione che nasce nella chiesa a partire dal sacramento del matrimonio. Paolo aggiunge ancora, nel suo saluto conclusivo della lettera ai Romani, riferendosi a circostanze a noi non pienamente note, che Aquila e Priscilla hanno rischiato la vita (la testa, scrive Paolo) per salvare la sua e che per questa ragione tutte le chiese nate dal mondo pagano debbono essere grate alla coppia stessa. Attualizzando ancora il testo, non si tratta, neppure in questo caso, di “dare una mano” in parrocchia, ma di giocare la propria vita di coppia nel ministero che la coppia si assume, come tale, nella chiesa.

Il saluto di Paolo in Romani  16 si chiude ricordando ancora come Aquila e Priscilla siano un punto di riferimento della comunità cristiana che si riunisce nella loro casa, come già abbiamo visto nei saluti finali della Prima lettera ai Corinzi. Non dimentichiamo che Aquila e Priscilla sono, come si è detto, ebrei di lingua greca (considerando il loro soggiorno a Roma, conoscevano probabilmente anche il latino), divenuti cristiani, una coppia cioè aperta e multiculturale, capace di essere appunto un solido punto di riferimento per cristiani di diversa origine e provenienza, spesso agli inizi del loro cammino di fede. Non sfugga, infine, il fatto che Paolo considera Aquila e Priscilla come persone mature e capaci di iniziative autonome, come Luca ci ha narrato nel caso relativo ad Apollo; Paolo valorizza i loro carismi e non dà l’impressione di porsi al di sopra dei suoi collaboratori. Un’indicazione questa non di poco conto per una chiesa che oggi, mentre parla (non troppo spesso, in verità) di promozione del laicato, è sempre troppo lenta e carente nel riconoscere la piena dignità e la corresponsabilità dei laici.

Aquila e Priscilla: un modello per tutta la comunità cristiana. Aquila e Priscilla ritorneranno ancora una volta, nel Nuovo Testamento, nei saluti finali della Seconda lettera a Timoteo, dove Paolo scrive al discepolo: «Saluta Prisca e Aquila e la famiglia di Onesìforo» (2Tim 4,19). Non siamo sicuri della autenticità paolina di questa lettera che, anzi, resta per molti piuttosto dubbia; al di là di questo problema, la nostra coppia di sposi è qui di nuovo evocata in un contesto chiaramente familiare, insieme a una meno conosciuta «famiglia di Onesiforo» (cfr 2Tim 1,16). Le indicazioni che i testi neotestamentari su Aquila e Priscilla offrono alle attuali coppie cristiane – e a maggior ragione all’intera chiesa – sono dunque molte; ne aggiungiamo, per concludere, altre, alla luce di una catechesi di Benedetto XVI proprio sulla nostra coppia: «Una cosa è certa: insieme alla gratitudine di quelle prime Chiese, di cui parla san Paolo, ci deve essere anche la nostra, poiché grazie alla fede e all’impegno apostolico di fedeli laici, di famiglie, di sposi come Priscilla e Aquila il cristianesimo è giunto alla nostra generazione. Poteva crescere non solo grazie agli Apostoli che lo annunciavano. Per radicarsi nella terra del popolo, per svilupparsi vivamente, era necessario l’impegno di queste famiglie, di questi sposi, di queste comunità cristiane, di fedeli laici che hanno offerto l’“humus” alla crescita della fede. E sempre, solo così cresce la Chiesa. In particolare, questa coppia dimostra quanto sia importante l’azione degli sposi cristiani. Quando essi sono sorretti dalla fede e da una forte spiritualità, diventa naturale un loro impegno coraggioso per la Chiesa e nella Chiesa. La quotidiana comunanza della loro vita si prolunga e in qualche modo si sublima nell’assunzione di una comune responsabilità a favore del Corpo mistico di Cristo, foss’anche di una piccola parte di esso. Così era nella prima generazione e così sarà spesso.

Un’ulteriore lezione non trascurabile possiamo trarre dal loro esempio: ogni casa può trasformarsi in una piccola chiesa. Non soltanto nel senso che in essa deve regnare il tipico amore cristiano fatto di altruismo e di reciproca cura, ma ancor più nel senso che tutta la vita familiare, in base alla fede, è chiamata a ruotare intorno all’unica signoria di Gesù Cristo. Non a caso nella Lettera agli Efesini Paolo paragona il rapporto matrimoniale alla comunione sponsale che intercorre tra Cristo e la Chiesa (cfr Ef 5,25-33). Anzi, potremmo ritenere che l’Apostolo indirettamente moduli la vita della Chiesa intera su quella della famiglia. E la Chiesa, in realtà, è la famiglia di Dio. Onoriamo perciò Aquila e Priscilla come modelli di una vita coniugale responsabilmente impegnata a servizio di tutta la comunità cristiana. E troviamo in loro il modello della Chiesa, famiglia di Dio per tutti i tempi.» (Benedetto XVI, Catechesi del 7 febbraio 2007).

www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/audiences/2007/documents/hf_ben-xvi_aud_20070207.html

 α 1960. Don Luca Mazzinghi, parroco di San Romolo a Bivigliano (Fi), già Presidente della Associazione Biblica Italiana, è docente alla Pontificia Università Gregoriana Ha pubblicato numerosissimi articoli e libri nel campo degli studi biblici.

www.alzogliocchiversoilcielo.com/2023/01/luca-mazzinghi-priscilla-e-aquila-una.htmlhttps

CISF – Centro Internazionale di Studi sulla Famiglia

Newsletter CISF – n. 03, 25 gennaio 2023

  • Il CISF al “festival della vita“. Anche il Centro Internazionale Studi Famiglia partecipa al “Festival della Vita” in svolgimento fino al 5 febbraio tra Caserta, Castel di Sangro, Roccaraso e altre città italiane. Promosso dal Centro Culturale San Paolo, il Festival ospiterà due interventi del direttore CISF, Francesco Belletti, dedicati al CISF Family Report 2022, “Famiglia e digitale”, il 31 gennaio (ore 18.30, parrocchia di Santa Croce e San Prisco) e il 1° febbraio (ore 11, con una conferenza presso il Liceo Pizzi di Capua).

www.festivaldellavita.i

  • Un “percorso sulla famiglia” su radio in blu2000. Il CISF Family Report 2022 è il filo conduttore con cui la trasmissione Buongiorno inBlu2000 condotta da Chiara Placenti affronterà, ogni giovedì alle 9.30 fino al 9 febbraio, il tema della resilienza delle famiglie attraverso le crisi (in primis la pandemia, ma anche la crisi economica legata alla guerra in Ucraina) e come le relazioni familiari hanno potuto “tenere” di fronte a questi stress epocali, con uno sguardo anche alle reti digitali e all’uso degli schermi con i figli.

[al link la prima puntata]                                                                  www.radioinblu.it/streaming/?vid=0_azkudc43

  • USA: finita la pandemia, niente più pasti gratis a scuola. La scadenza dei programmi federali straordinari che garantivano pasti scolastici gratuiti per quasi 30 milioni di studenti negli Stati Uniti durante la pandemia sta comportando serie difficoltà per le famiglie che guadagnano appena sopra la soglia di reddito e che ora non possono più far mangiare i figli gratuitamente. Lo ha rilevato il New York Times [qui l’articolo]. Questa chiusura del progetto, che ha già escluso un terzo degli studenti precedentemente ammessi, “sta solo rendendo le cose molto più difficili nel momento più difficile che le famiglie americane hanno visto in una generazione”, ha dichiarato al giornale Keri Rodrigues, co-fondatrice e presidente della rete National Parents Union.                       https://nationalparentsunion.org

                www.nytimes.com/2023/01/22/us/politics/universal-school-meals-free-lunches.html

  • ANZIANI, via libera al governo per una riforma di sostegno. Il 19 gennaio il Consiglio dei Ministri ha dato il via libera al disegno di legge che introduce deleghe in materia di politiche in favore delle persone anziane. Le deleghe prevedono una riforma articolata e complessiva, volta ad attuare le norme della legge di bilancio 2022 e, con specifico riferimento alla categoria degli anziani non autosufficienti, a realizzare uno degli obiettivi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR). Il provvedimento muove dal riconoscimento del diritto delle persone anziane alla continuità di vita e di cure presso il proprio domicilio e dal principio di semplificazione e integrazione delle procedure di valutazione della persona anziana non autosufficiente.

                www.governo.it/it/articolo/comunicato-stampa-del-consiglio-dei-ministri-n-17/21556

  • Pubblicata la relazione al parlamento sul contrasto dei fenomeni di abuso e sfruttamento sessuale minorile. È disponibile la Relazione al Parlamento per l’anno 2021 in materia di contrasto allo sfruttamento della prostituzione, della pornografia, del turismo sessuale in danno di minori, quali nuove forme di schiavitù, prevista dalla legge 3 agosto 1998, n. 269. Secondo l’Executive summary [qui il link – 27 pp] che riassume le principali evidenze offerte, la pandemia ha amplificato e reso evidenti i rischi e le fragilità̀ che hanno interessato bambini e adolescenti “non solo in ambito sanitario, ma anche in materia di povertà̀ educativa, di instabilità̀ socio-economica, così come viene confermata l’aumentata esposizione al rischio di violenza (includendo i maltrattamenti, la violenza di genere, la violenza assistita, lo sfruttamento sessuale e le diverse forme di violenza online)”.
  •                https://unicalmondo.musvc2.net/e/t?q=5%3d7U0aAU%26q%3dU%26t%3dS7V%26u%3dS7UFU%26z%3d0zKuK_xrXr_92_wsYq_78_xrXr_87k3s0lDo2.lG26wFu.0y_JWtU_TlDj6o2_wsYq_788YBZ_xrXr_87jK_x6q33g2f60tFk_Cj9m6_7XE_RDaD_2sFu_SET7.Gi8%26j%3dDzK247.FkK%26nK%3dBS7S
  • Dalle case editrici
  • Rosina, La crisi demografica italiana: giovani e qualità del lavoro, Quaderno della Fondazione Germozzi, 2022 pp. 157, scaricabile gratuitamente a questo link.
https://unicalmondo.musvc2.net/e/t?q=9%3dAV0eEV%26q%3dY%26x%3dT7Z%26y%3dT7YJV%26z%3dD4LuO_2sXv_C3_wwcr_7B_2sXv_B8xLsJnPy3wPs9n7xG.nP_2sXv_B82L-mGsPoFy_NauU_XpMuHy3iO_2sXv_B7k3f87fBU_wwcr_7BJS_wwcr_7BfGqX_ahL_.Ln8%26i%3dI5K19B.FjP%26sK%3dAXBS
  • Tosoni, La sapienza del due, San Paolo, Cinisello B.2023, pp. 144.
  • Vittorino Andreoli, Lettera a un vecchio (da parte di un vecchio), Solferino, Milano, 2023, pp. 144.

La riflessione sulla vecchiaia è forse il tema più attuale e complesso di questo momento storico. Mentre la demografia testimonia il default generativo, la fisionomia della popolazione muta radicalmente (…). Vittorino Andreoli, psichiatra di fama internazionale, dall’alto dei suoi 83 anni scrive una lettera a tutti i vecchi – e sottolinea di amare questo termine, in un tempo in cui si evita di usarlo come fosse sinistro e sgradevole. “Sono un vecchio, contento di esserlo, e con la speranza di continuare a esserlo ancora per un lungo tempo”, è l’incipit della lettera (…). (B.Verrini)                     tutta la recensione

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  • Presentazione (Treviso) – 3 febbraio 2023 (inizio ore 18). “Oggi non voglio più morire, voglio vivere!“, presentazione del libro di Mauro Tagliapetra in dialogo con Mons. Vincenzo Paglia, presso il Centro della Famiglia di Treviso                                                                                                  www.facebook.com/CentroDellaFamiglia
  • Webinar (UE) – 8 febbraio 2023 (9.30-11 CET). “Interventions to support children and youth in the digital environment“, nell’ambito del ciclo “Breakfast Bites” di COFACE
https://coface-eu.org/event/interventions-to-support-children-and-youth-in-the-digital-environment
  • Evento (Int) – 15 febbraio 2023 (14-20). “European Day of Demography“, evento web con un programma articolato in panel tematici dedicati, in particolare, all’intergenerazionali e all’invecchiamento della popolazione, a cura di Population Europe
https://population-europe.eu/events/european-day-demography

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CHIESA IN ITALIA

Il seminario e la “fabbrica del clero”. un dibattito (monco) su “settimana”

Da qualche mese don Domenico Marrone, direttore dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Trani e parroco in San Ferdinando di Puglia (BT), conduce sulla rivista online dei dehoniani “Settimana”, una riflessione sul ruolo del prete e sul necessario ripensamento della sua figura e del suo ministero nel mondo contemporaneo.

www.settimananews.it/ministeri-carismi/fabbrica-del-clero-cercasi

L’ultimo suo intervento, quello del 27 dicembre 2022: un pezzo, intitolato “Fabbrica del clero cercasi”, nel quale l’autore si sofferma sulla funzione del seminario e invita a superare «una lettura gerarchico-sacrale del ministero ordinato, concependolo ed esercitandolo non come “promozione all’altare”, ma come servizio gratuito e generoso da offrire». «Accanto a una decisa desacralizzazione del potere ecclesiastico – scrive – vanno abbandonate pratiche pastorali, liturgie, simboli, titoli, cerimonie, linguaggi, modi di dire, stili di comportamento, aspettative che sovra-esaltano il clero a detrimento del non clero e che, non di rado, sono associate a logiche patriarcali e androcentriche». In questo senso, osserva Marrone, «non penso che ci sia una crisi di vocazioni, ma l’erosione di un paradigma di reclutamento del clero e della sua formazione. È necessario ripensare il modello tridentino di una formazione “separata”, che non è stato modificato, desiderando un maggiore impegno con la vita delle comunità e con situazioni normali di vita».

                Così, se nella formazione tradizionale del prete si è sempre ritenuto fosse necessaria l’istituzione del seminario , «un luogo protetto, nel quale loro non devono preoccuparsi di nulla», nel quale l’istituzione fornisce tutto quello di cui i futuri preti hanno bisogno e «organizza la loro esistenza in ogni dettaglio, la riempie in ogni interstizio». «Il primo e il radicale ripensamento della formazione dei presbiteri deve riguardare il luogo dove vengono formati i futuri presbiteri, ovverosia il seminario. Non mancano ormai gli studi che confermano come il rifugio rappresentato dall’attuale forma segregata e protetta dei seminari, lungi dall’attrarre le personalità più solide e adeguate all’esercizio del ministero presbiterale, costituisca in realtà una calamita ottimale per persone immature alla ricerca di sicurezze e di compensazioni rese possibili molto più da uno status e dalle protezioni proprie di un “ceto “che non da un reale cammino di crescita umana». Insomma, sostiene Marrone, «la Chiesa deve liberarsi dal clericalismo, dalla concezione che esiste un’élite, un’aristocrazia che, per studi, origine sociale, ha legittimità per il primato sul resto. È nocivo continuare a formare giovani che credono fermamente nell’idea che, una volta che saranno ordinati, saranno esseri sacri e radicalmente diversi». Per questo, incalza l’articolo, «è necessario, pertanto, archiviare definitivamente l’orribile concezione che la Chiesa sia fatta dal clero e che i fedeli ne siano solamente i beneficiari o la clientela o, peggio, i sudditi».

                Per realizzare ciò, i seminari, così come sono tuttora strutturati, non servono alla causa, perché essi «sono ancora delle “bolle”, nonostante gli sforzi per introdurre altre dimensioni nella formazione dei futuri presbiteri e per rafforzare la presenza delle donne o delle coppie in questo cammino».

Dall’analisi alle possibili soluzioni, però, il passo non è breve. Su questo aspetto Marrone è più prudente. Non invoca la chiusura dei seminari. Afferma piuttosto che «il seminario deve essere aperto ad altri ministeri e ad altre forme di gestione della stessa Chiesa. Deve essere aperto a un dialogo con tutti i tipi di conoscenza e con le sfide comuni a tutti gli esseri umani» e sanare lo «scollamento tra teoria e pratica, tra una formazione filosoficamente e teologicamente ineccepibile e il suo travaso nella vita quotidiana di seminaristi troppo “protetti” dalla realtà quotidiana, dalla fatica, dalla concretezza di indossare un grembiule e pelare le patate o stirarsi una camicia».

                Allo stesso modo, Marrone nel suo articolo non mette in dubbio la necessità del clero celibatario. Ribadisce anzi che «abbiamo urgentissimo bisogno di guide e di maestri che sappiano iniziarci ad una più autentica e diretta esperienza delle dimensioni spirituali e divine del nostro essere». Chiedendosi però: «I nostri preti fino a che punto sono educati a questo scopo?».

                Il seminario: un’istituzione totalitaria. Sollecitato dalle riflessioni di Marrone, Beppe Manni, un tempo prete e operaio, insegnante in pensione e da anni animatore della Comunità di Base del “Villaggio artigiano” a Modena, ha scritto una riflessione, che ha inviato all’inizio di gennaio alla redazione di Settimana, la quale ha però fatto sapere all’autore di non volerla pubblicare. Manni ha allora inviato il suo scritto a Adista, ritenendo necessario che il confronto sul ruolo, la formazione, l’identità del prete avvenga ad ampio raggio e senza pregiudiziali.

                Nel suo intervento, Manni esordisce affermando di conoscere assai bene il seminario. Ed è forse il modo con cui racconta la sua esperienza il motivo della mancata pubblicazione: «Io sono andato in seminario a 11 anni a Nonantola il primo seminario fondato da Carlo Borromeo nel 1567. Se oggi ho un occhio di riguardo nei confronti dei preti, è perché ho conosciuto direttamente attraverso 13 anni di seminario ginnasio, liceo e teologia, la violenza della formazione alla quale siamo stati sottoposti. Ci ha spezzato la schiena in nome dell’ubbidienza ai superiori, “la voce di Dio”. Da alcuni anni ho messo mano a un libro intitolato il “Lager di Dio” nel quale con fatica e imbarazzo cerco di raccontare la mia e la storia di tanti che sono diventati preti negli anni immediatamente dopo il Concilio e hanno fatto il seminario minore». E spiega: «A dieci anni ero un bambino buono, obbediente, chierichetto, di famiglia artigiana e democristiana. Per la mia famiglia era un onore donare uno dei sette figli e figlie al Signore». «Ero stato strappato dal caldo nido familiare e rinchiuso in un collegio stile ottocento. Venduto al santuario. La giornata era cadenzata da studio, preghiere, disciplina, silenzio, poca ricreazione con punizioni di ogni tipo se infrangevi la regola. Era proibito legarti a qualche amico: le “amicizie particolari” erano vietate. Alcuni superiori dimostravano particolari affezioni verso gli adolescenti. Li capisco solo oggi: era il frutto malato della repressione sessuale, voluta dal celibato; esprimeva il desiderio di amare un figlio o una donna. Il prefetto era il caporale che presiedeva alla disciplina, il rettore, il padre spirituale e il confessore, controllavano la tua coscienza. Il peccato impuro era il demone annidato ovunque specialmente nella donna. Poi siamo diventati grandi, molti miei compagni sono usciti, in silenzio e ci era proibito incontrarli. Nel seminario maggiore a Modena, pur ormai adulti, eravamo, ormai plasmati o meglio plagiati, controllati e motivati attraverso le meditazioni, le predicazioni, i ritiri e gli “esercizi spirituali”. Gli studi filosofici e teologici erano un indottrinamento univoco, in polemica con le “eresie” sia del pensiero altro che della fede. Non era ammessa né discussione e tanto meno il dissenso. A 21 anni se andavi dal dentista ti accompagnava il prefetto. Le gelosie [degli infissi della finestra] della camera che guardava su una via cittadina, erano “rovesciate” e bloccate per non vedere la strada. Anche nelle brevi vacanze eravamo controllati dal parroco. A 24 anni immaturo, ma fornito di risposte per ogni problema, venivi gettato nell’arena del “secolo”. Diventato Sacerdos in æternum fui mandato cappellano in un paese del pedemontano: ero giovane, allegro, pieno di vitalità. Solo allora dissipai i molti dubbi sulla mia vocazione che mi avevano accompagnato con continui ripensamenti per tanti anni: come potevo scegliere se non avevo mai vissuto fuori dal seminario?».

                Ciò che viene detto su preti e seminario da don Domenico Marrone, scrive Manni, «è tutto vero, ma manca una parte importante. Non è questione di cambiare i seminari e di nuove strategie per formare il prete. Questo è uno sguardo rivolto al passato. Oggi a salvare la Chiesa, e declericalizzarla come chiede il papa, non sarà un sacerdote più istruito, meno fragile, più libero da incombenze finanziarie e più “preparato sentimentalmente”, ma sarà un uomo o una donna con una famiglia e una professione che lo rendono indipendente e non ricattabile. Scelto dalla comunità, per la sua preparazione spirituale; equilibrato e capace di empatia con la gente, ma specialmente testimone delle parole salvatrici del Vangelo. Confermato dal vescovo. Se vorrà, anche celibe non a tempo indeterminato però. Non ci saranno più crisi di vocazioni, ma molti cristiani e cristiane si diranno disponibili a fare questo servizio».

Valerio Gigante                               Adista Notizie n° 3          28 gennaio 2022

.adista.it/articolo/69384

CITTÀ DEL VATICANO

Inaugurazione dell’Anno Giudiziario del Tribunale della Rota Romana

Il Papa: l’amore per sempre non è utopia, nella famiglia Dio ha la sua casa

www.vatican.va/content/francesco/it/events/event.dir.html/content/vaticanevents/it/2023/1/27/rotaromana.html

In occasione dell’inaugurazione dell’Anno Giudiziario, Papa Francesco ha ricevuto in udienza i componenti del Tribunale della Rota Romana, proponendo una riflessione sul matrimonio: il legame tra coniugi è un dono che viene da Dio e in questo dono si può ritrovare il senso del vincolo quando si affaccia la crisi.

’è un forte bisogno oggi, nella Chiesa e nel mondo, “di riscoprire il significato e il valore dell’unione coniugale tra uomo e donna su cui si fonda la famiglia”. Da questa costatazione parte il discorso che Papa Francesco rivolge al Collegio dei prelati uditori del Tribunale della Rota Romana ricevuti stamattina in Sala Clementina con il decano del Tribunale, monsignor Alejandro Arellano Cedillo. L’occasione è l’inaugurazione dell’Anno Giudiziario del Tribunale il cui lavoro si svolge in particolare nell’ambito dei processi riguardanti il matrimonio.

. (Ascolta il servizio con la voce del Papa)

https://www.vaticannews.va/it/podcast/gli-incontri-di-papa-francesco/2023/01/papa-francesco-rota-romana-inaugurazione-anno-matrimonio.html

https://www.vatican.va/content/francesco/it/apost_exhortations/documents/papa-francesco_esortazione-ap_20160319_amoris-laetitia.html Per la Chiesa il servizio alla famiglia rappresenta uno dei compiti essenziali. Papa Francesco afferma che il Vangelo “illumina e sostiene anche quel ‘mistero grande’ che è l’amore coniugale e familiare” e ricorda alcuni brani evangelici in cui Gesù parla degli sposi come di “una sola carne”, di san Paolo che definisce il vincolo matrimoniale un “mistero grande” in riferimento al rapporto tra Cristo e la Chiesa, e ancora di san Giovanni Paolo II che sottolinea come Cristo, nella celebrazione del sacramento del matrimonio, offra all’uomo e alla donna “un cuore nuovo” perché possano “condividere l’amore pieno e definitivo di Cristo”

. Il Papa osserva: Il matrimonio secondo la Rivelazione cristiana non è una cerimonia o un evento sociale, né una formalità; non è nemmeno un ideale astratto: è una realtà con la sua precisa consistenza, non “una mera forma di gratificazione affettiva che può costituirsi in qualsiasi modo e modificarsi secondo la sensibilità di ognuno”. Ù

È Dio l’autore del matrimonio. Francesco prosegue affermando che è bene chiedersi come sia possibile un’unione fedele e per sempre tra i due coniugi, tenendo conto della fragilità umana. La risposta è ancora nel Vangelo quando Gesù dice: “L’uomo non divida quello che Dio ha congiunto”. Il Papa cita la Gaudium et spes che afferma: “E’ Dio stesso l’autore del matrimonio” e prosegue: Infatti gli sposi danno vita alla loro unione, con il libero consenso, ma solo lo Spirito Santo ha il potere di fare di un uomo e di una donna una sola esistenza. Inoltre, “il Salvatore degli uomini e sposo della Chiesa viene incontro ai coniugi cristiani attraverso il sacramento del matrimonio”. Tutto ciò ci porta a riconoscere che ogni vero matrimonio, anche quello non sacramentale, è un dono di Dio ai coniugi. Sempre il matrimonio è un dono!

La casa di Dio è nella famiglia. La fedeltà coniugale per molti è un’utopia, convinti che “il matrimonio dura finché c’è amore”, fa notare il Papa. E si domanda di quale amore si stia parlando in riferimento agli sposi. Spesso, osserva, viene confuso con il sentimentalismo o con l’interesse egoistico, mentre l’amore matrimoniale, afferma, “è inseparabile dal matrimonio stesso, in cui l’amore umano, fragile e limitato, si incontra con l’amore divino, sempre fedele e misericordioso”. “Ma può esserci un amore dovuto”?, si domanda ancora Papa Francesco. Al cuore del messaggio di Gesù, dice, c’è il comandamento nuovo “che vi amiate gli uni gli altri”, è possibile, dunque, “applicare questo comandamento anche all’amore coniugale, anch’esso dono di Dio”, contando sulla grazia del Signore. L’amore tra marito e moglie, prosegue il Papa, ha bisogno continuamente di comprensione e perdono reciproci, “non va idealizzato come se esso esistesse soltanto laddove non ci sono problemi”.

                Il disegno di Dio, essendo posto nelle nostre mani, si realizza sempre in modo imperfetto, e tuttavia “la presenza del Signore abita nella famiglia reale e concreta, con tutte le sue sofferenze, lotte, gioie e i suoi propositi quotidiani. (…) La spiritualità dell’amore familiare è fatta di migliaia di gesti reali e concreti. In questa varietà di doni e di incontri che fanno maturare la comunione, Dio ha la propria dimora.

Il vincolo tra gli sposi è il nucleo del matrimonio. Francesco pronuncia una parola, vincolo, che suscita talvolta sospetto, per dire che la realtà del matrimonio va riscoperta in quanto vincolo inteso non come “imposizione esterna”, ma come “legame d’amore”, dono di Dio, “fonte di vera libertà”, e prosegue riproponendo un passo dell’Esortazione apostolica “Amoris lætitia” §315: In questo senso, “la pastorale prematrimoniale e la pastorale matrimoniale devono essere prima di tutto una pastorale del vincolo, dove si apportino elementi che aiutino sia a maturare l’amore sia a superare i momenti duri. Questi apporti non sono unicamente convinzioni dottrinali, e nemmeno possono ridursi alle preziose risorse spirituali che sempre offre la Chiesa, ma devono essere anche percorsi pratici, consigli ben incarnati, strategie prese dall’esperienza, orientamenti psicologici”.

www.vatican.va/content/francesco/it/apost_exhortations/documents/papa-francesco_esortazione-ap_20160319_amoris-laetitia.html

Coppie in crisi: rinnovare la consapevolezza del dono ricevuto . C’è un secondo aspetto che Papa Francesco desidera evidenziare rivolgendosi ai prelati uditori della Rota Romana ed è che il matrimonio “è un bene” e ha uno “straordinario valore per tutti”, per la Chiesa e per la società. Nell’ottica cristiana, costituisce la via di santità dei coniugi, “una santità vissuta nel quotidiano”. Ma il Papa non dimentica la sofferenza e le ferite di tante coppie in crisi per le quali è necessario l’accompagnamento della comunità cristiana, e suggerisce: Una risorsa fondamentale per affrontare e superare le crisi è rinnovare la consapevolezza del dono ricevuto nel sacramento del matrimonio, un dono irrevocabile, una sorgente di grazia sulla quale possiamo sempre contare. Nella complessità delle situazioni concrete, che richiedono talvolta la collaborazione delle scienze umane, questa luce sul proprio matrimonio è parte essenziale del cammino di riconciliazione.

                Il discorso del Papa si conclude con un’invocazione allo Spirito Santo perché riversi i suoi doni sui presenti, impegnati nel “servizio alla verità del matrimonio”.

Adriana Masotti – Città del Vaticano      27 gennaio 2023

www.vaticannews.va/it/papa/news/2023-01/papa-francesco-discorso-prelati-tribunale-rota-romana-matrimonio.html

CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

L’agenda Zuppi parte dalla Costituzione

La Costituzione italiana va applicata in ogni sua parte, e questa resta la principale riforma istituzionale da compiere. Una presa di posizione non scontata quella fatta propria ieri dal presidente dei vescovi, il cardinale Matteo Zuppi, in apertura del Consiglio episcopale permanente.

     L’arcivescovo di Bologna ha tenuto infatti la reazione introduttiva dell’organo di autogoverno della chiesa italiana, toccando molti dei temi ecclesiali e politici più rilevanti; non un semplice contributo all’avvio della discussione insomma, ma un discorso programmatico che colloca il cattolicesimo italiano in una prospettiva precisa, ponendo le radici della dottrina sociale della Chiesa nell’alveo della carta costituzionale.

Povertà e scuole cattoliche. Da qui il cardinale è partito per delineare le priorità economico-sociali del paese, fra le quali ha indicato: il perdurare della precarietà per ampie fasce di lavoratori, l’allargamento della povertà, l’urgenza di disegnare politiche per la natalità in grado di definire un nuovo modello di welfare; e poi la necessità di incrementare i corridoi umanitari per favorire l’ingresso regolare dei migranti favorendo, al contempo, i processi d’integrazione dei nuovi arrivati anche a livello scolastico, il rafforzamento delle politiche in favore di una popolazione anziana sempre più numerosa, l’impegno per la pace.

Zuppi ha anche chiesto di considerare il ruolo attivo che possono avere le scuole cattoliche – che non sono «avversarie» di quelle statali – nel promuovere un nuovo paradigma culturale capace di affrontare i temi di un’ecologia integrale, cioè il rapporto fra ambiente e comunità umane quale sfida fondamentale per il futuro. Un nodo che, a guardar bene, riguarda sia il mondo laico che le stesse istituzioni cattoliche.

Chiesa di minoranza. Il presidente della Cei ha quindi richiamato la chiesa ad impegnarsi su molti di questi temi, ha detto che il cammino sinodale in corso resta decisivo per costruire la presenza cattolica in Italia, anche a partire dal disagio manifestato da tanti laici credenti e dagli stessi preti. Peraltro, l’arcivescovo di Bologna ha descritto quella cattolica come «una minoranza creativa», sintesi dal sapore ratzingeriano che – fuor da ogni retorica e difesa d’ufficio della cattolicità degli italiani – prende atto di un mutamento d’epoca, un passaggio importante nel dibattito che percorre la chiesa alle varie latitudini. «Anche se minoranza – ha infatti detto il cardinale – la chiesa non può cercare riparo nella chiusura, come se unica via sia estraniarsi dal mondo e la distanza garantisca la salvezza dell’identità. Non vogliamo nemmeno accettare svogliatamente di essere minoranza, in fondo con la paura di prenderci responsabilità e di essere creativi».

Antifascismo. Importante, in questo contesto, il passaggio dedicato da Zuppi alla Costituzione. «Quest’anno si compiono i settantacinque anni della Costituzione repubblicana, entrata in vigore il 1° gennaio del 1948, nata dal ripudio del fascismo e della guerra, ma anche dalla volontà di guardare insieme il futuro. Varie riforme sono possibili e in discussione, ma la principale resta viverne lo spirito e applicarla fino in fondo e in tutte le sue parti». Subito dopo, il presidente della Cei, ha voluto ricordare la figura di

 don Giovanni Minzoni,(α1885- ω1923) personalità legata allo sviluppo del cattolicesimo sociale, ucciso dai fascisti nel 1923. «Desidero ricordare – ha detto Zuppianche come si compie quest’anno, nel mese di agosto, il centenario dell’omicidio di don Giovanni Minzoni, arciprete di Argenta. Lo ricordiamo con rispetto e affetto, anche per dire che i sacerdoti sanno vivere e morire per il loro ministero. Lo abbiamo visto durante e dopo la seconda guerra mondiale, lo abbiamo vissuto di fronte alle minacce della mafia e della camorra».

Dopo di lui, Zuppi ha citato don Lorenzo Milani (α1923- ω1967)

per l’impegno profuso in favore dei giovani e della centralità della scuola quale strumento decisivo «per recuperare gli emarginati e gli scartati».

Precariato e denatalità Dopo aver rinnovato gli auguri di buon lavoro al governo e ribadito la volontà della chiesa di offrire la propria collaborazione per sostenere i più deboli, il cardinale ha affermato: «Oggi un lavoratore su otto ha un ingaggio precario, mal pagato, che non consente un tenore di vita adeguato alla dignità della persona e alla costruzione di un progetto di vita personale e familiare. Le associazioni del mondo cattolico, del terzo settore, e la stessa Conferenza episcopale sono pronte a collaborare con le autorità competenti per valutare e proporre strumenti adeguati a disegnare un sistema di welfare che migliori le opportunità di inclusione sociale e lavorativa per ciascuno».

Il ragionamento del presidente della Cei ha quindi toccato, in materia di denatalità e inverno demografico, il tema delle difficoltà per i giovani nel trovare un’occupazione stabile e un’abitazione adeguata, presupposti indispensabili per mettere su famiglia. «Un grande sforzo», ha osservato Zuppi in tal senso, va fatto «per garantire sicurezza abitativa, capace di dare dignità alle persone e generare vita. Le nuove generazioni non devono essere vincolate ad adattarsi al mondo di oggi, a quello che il presente offre, ma incoraggiate a mantenere alta l’ambizione di cambiare la realtà per costruire un futuro più in sintonia con propri desideri e

potenzialità».

Francesco Peloso            “Domani” 24 gennaio 2023

www.editorialedomani.it/politica/italia/lagenda-zuppi-parte-dalla-costituzione-applicarla-e-la-riforma-piu-importante-rr4t8jrw

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202301/230124peloso.pdf

CONSULENZA FAMILIARE

CISPeF Itinerari di approfondimento – on line

-CISPeT.

http://www.cispef.it/category/in-formazione

DALLA NAVATA

IV Domenica del Tempo ordinario – Anno A

Sofonia                                02,03. Cercate il Signore voi tutti, poveri della terra, che eseguite i suoi ordini, cercate la giustizia, cercate l’umiltà; forse potrete trovarvi al riparo nel giorno dell’ira del Signore.

Salmo                                   145, 06. Il Signore rimane fedele per sempre rende giustizia agli oppressi, dà il pane agli affamati, Il Signore libera i prigionieri.

Paolo ai 1Corinzi             01,26. Considerate la vostra chiamata, fratelli: non ci sono fra voi molti sapienti dal punto di vista umano, né molti potenti, né molti nobili. Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo,

quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio.

Matteo                                05, 01. In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati.

Commento

Da poi che l’uomo ha tentato di darsi conto della sua esistenza nell’universo come individuo e specie, ha cercato di trovarvi le leggi che regolano questa esistenza. La grandezza dell’uomo è nel poter scoprire le leggi che stanno al di là dei singoli fatti, della congerie di episodi, della moltitudine di individui che, l’uno accanto all’altro non capiscono il perché di questa presenza nel mondo. Noi sappiamo che ci sono leggi che regolano l’avvicendarsi delle stagioni sappiamo che ci sono leggi che regolano il nascere, Io svilupparsi ed il decadere della vita ma per quanto riguarda l’umanità nel suo insieme, nel suo cammino di secoli in secoli, ci sono leggi?

E’ una domanda che ha molte risposte, codificate nella storia del pensiero dell’uomo, ma c’è una risposta che specificamente è quella della fede e che accomuna l’insegnamento di Gesù a quello dei profeti che lo hanno preceduto, La legge è questa: l’umanità esiste nel mondo perché realizzi il proposito di Colui che la ha posta in essere; di diventare cioè una famiglia legata da rapporti di amore che usa con riconoscenza, dei beni della creazione non per prevaricare l’uno sull’altro, non per stabilire il dominio dei ricchi sui poveri ma per glorificare, nell’unità e nella fraternità, il Dio che ha crealo tutte le cose. Questo sogno, che trova la sua obiettivazione variegata ma concorde nel regno di Dio, è l’impulso che guida l’umanità. Questo è da una parte, un a priori della fede e dall’altra, è anche una constatazione di chi osserva la storia semplicemente attenendosi ai fatti.

Se l’umanità si muove, non solo alla ricerca dei beni che soddisfano Je esigenze materiali ma in vista di un assetto comune che sia segnato da libertà, giustizia e fraternità, e perché c’è un impulso più profondo di quegli impulsi che noi ben conosciamo perché agiscono in noi con la violenza coattiva degli istinti. Anche se ce ne dimentichiamo, sedotti come siamo dai fini particolari ed egoistici, questo impulso riemerge di continuo nelle collettività umane. La lettura che ne dà la fede è che questo impulso è la ricerca di un regno di Dio. Quale è la legge attraverso la quale opera questo disegno? È la scelta di coloro che nell’assetto provvisorio della società sono «il resto». La parola il resto, il residuo, ricorre costantemente nella tradizione profetica di Israele e trova la sua grande esemplificazione vissuta in Gesù di Nazareth che è il resto, lo scartato, la pietra scartata, il reietto. Dio sceglie — ecco l’enunciazione di questa specie di teologia della storia — coloro che nel mondo sono deboli per confondere i forti, coloro che non sono per confondere quelli che sono. Ecco la dialettica di fede che non presume di essere un dato scientifico ma si affida alle percezioni, al consenso intimo delle coscienze. C’è chi non ci crede. Nessuno di noi ha le prove in mano per dire che è vero. Così si vive ai livelli profondi dell’esistenza non con certificazioni razionali, geometriche incontestabili con certezze che attingono risorse dalla intuizione morale della fede. Proprio ispirandosi, credo a questa memoria biblica, il grande teorico della rivoluzione (Marx) che oggi sembra così in discredito, sostenne che la redenzione dell’ umanità, cosi funestata dallo sfruttamento, dall’accumulo della ricchezza da una parte e dal crescere della miseria dall’altra, sarebbe stata affidata alla classe degli sfruttati: al proletariato.

La dialettica biblica diventò dialettica scientifica. Noi siamo in condizioni storiche da scoprire i limiti di questa traduzione in scienza di una intuizione che trova senso soltanto a livello etico-religioso. Però non possiamo non ricordarci che anche attraverso quella lettura si ripropone a noi un dilemma che a prescindere da tutte le filosofie, diventa un perenne dilemma della fede cristiana e il luogo specifico della fede cristiana nei confronti di qualsiasi fede religiosa. É bene dircelo, perché spesso la religione si introduce nei conflitti tra gli uomini per portare una consolazione che li attutisca e li impoverisca.

   p. Ernesto Balducci (α1922-ω1992)

                                                “Gli ultimi tempi” vol.1 anno A

www.fondazionebalducci.com/29-gennaio-2023-iv-domenica-tempo-ordinario

ECUMENISMO

Cristianesimo non è una “religione del libro

L’ultimo libro del defunto pontefice Joseph Ratzinger s’intitola “Che cos’è il cristianesimo?” Il quotidiano “La Repubblica” del 17 gennaio scorso ne riporta alcune pagine dedicate al dialogo con l’Islam – un tema di grande interesse e di primaria importanza già oggi, ma più ancora nel prossimo futuro. Tra le altre cose Ratzinger mette in luce tre grandi differenze che ci sono tra Bibbia e Corano (in realtà sono molte di più). Una è questa: la Bibbia, a differenza del Corano, non pretende di essere stata scritta materialmente da Dio che, come sappiamo, non ha scritto nulla, tranne i Dieci Comandamenti, su due tavole di pietra, per ben due volte, dato che Mosè, vedendo il popolo di Dio in festa intorno al suo nuovo dio – un vitello d’oro – in un impeto d’ira aveva spezzato le due prime tavole (Esodo 32, 19), benché fossero state scritte «con il dito di Dio» (31, 18), e quindi erano davvero «scrittura di Dio» (32, 16). Pazientemente Dio aveva poi riscritto il Decalogo su altre due tavole di pietra: «L’Eterno scrisse sulle tavole le parole del patto, le dieci parole» (34, 28), cioè i Dieci Comandamenti. Dio, secondo la Bibbia, non ha scritto altro, o meglio ha scritto e continua a scrivere molto altro, non però «con inchiostro, ma con lo Spirito di Dio, e non su tavole di pietra, ma su tavole che sono cuori di carne» (II Corinzi 3, 3). Resta il fatto che Dio non ha scritto la Bibbia, l’ha certamente ispirata, ma non l’ha scritta.

I musulmani invece pensano che Dio stesso abbia scritto il Corano, in cielo. Come per i cristiani la Parola, che è Dio, si è incarnata in un uomo, Gesù di Nazareth, per i musulmani si è incarnata (se così si può dire) in un libro, il Corano. I cristiani affermano che «la Parola è stata fatta carne» (Giovanni 1, 14), non Libro. Ratzinger ha dunque perfettamente ragione quando, con altre parole, ma uguale sostanza, mette in luce questa profonda differenza e conclude giustamente che il cristianesimo – contrariamente a quello che molti pensano e dicono – «non è una religione del Libro». Sbaglia però completamente quando afferma che la Riforma protestante, con il principio del sola Scriptura, ha fatto sì che «il cristianesimo appaia come una religione di libro», e cita, tra l’altro, la critica mossa al sola Scriptura dal grande storico e teologo

 Adolf von Harnack,(α1851-ω1930) massimo esponente del protestantesimo liberale. In realtà Harnack criticava il “biblicismo”, cioè il letteralismo biblico, che identifica la Lettera con la Parola. Adoperando un’immagine, possiamo paragonare la Lettera alla culla e la Parola al bambino nella culla. Il letteralismo biblico, purtroppo, identifica la culla con il bambino, confondendoli. Il letteralismo biblico, però, non è affatto presente solo in alcuni settori del protestantesimo; ricorre purtroppo in tutte le confessioni cristiane, compreso il cattolicesimo romano.

L’errore maggiore di Ratzinger riguarda la sua idea secondo cui il sola Scriptura avrebbe trasformato il cristianesimo (protestante) in una «religione del Libro». Non è affatto così. Sola Scriptura ha fin dall’inizio sempre significato solum Verbum, «solo la Parola», ovvero quello che Lutero chiamava «l’Evangelo orale», la viva Parola annunciata, il Christus prædicatus. Il cristianesimo protestante, come quello apostolico, è una religione della Parola, non del Libro. Certo, questa Parola è custodita di generazione in generazione nella Scrittura, che dichiariamo sola non nel senso che non ne conosciamo altre e ascoltiamo solo quella escludendo tutte le altre, ma nel senso che solo quella Parola ha l’autorità ultima per la fede, a lei sola prestiamo l’ubbidienza della fede.

Tutte le altre parole umane, religiose o laiche, per quanto importanti e anche autorevoli possano essere le sono subordinate. Nessuna le è superiore. Solo la Parola che, per l’azione dello Spirito, incessantemente emerge dalla lettera della Scrittura dov’è custodita, è Parola che libera, salva, perdona, converte, consola, illumina, orienta. Di tante cose l’anima può fare a meno, ma non di questa Parola che è la sua stessa vita. Certo, la Parola non è mai solitaria, è accompagnata e manifestata nel Battesimo, nel pane e vino della Cena e nelle opere buone per il prossimo, che sono come il corpo della fede. Ma tutto è opera della sola Parola nel soffio creatore dello Spirito. Quindi affermiamo il sola Scriptura nel XXI secolo come lo affermarono e praticarono nel XVI secolo tutti i Riformatori perché, come loro e – riteniamo – la Chiesa degli apostoli, interpretiamo il cristianesimo, fondamentalmente, come una religione della Parola, non della Lettera né del Libro

                          Paolo Ricca α1936

Riforma” – settimanale delle chiese evangeliche battiste metodiste e valdesi – 27 gennaio 2023

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FRANCESCO VESCOVO DI ROMA

Le critiche aiutano a crescere, ma vorrei che me le facessero direttamente

Intervista di Francesco con l’Associated Press: dalla morte di Benedetto XVI (“ho perso un padre”) all’invito a non discriminare nessuno, a cominciare dalle persone omosessuali. Poi i rapporti con la Cina (“bisogna proseguire il dialogo”), i dubbi sul rischio ideologia nel percorso sinodale tedesco e la vicenda Rupnik.

La morte di Benedetto XVI, le critiche emerse in alcuni recenti libri, l’omosessualità che “non è un crimine”, la salute personale “buona” nonostante l’età, i rapporti con la Cina, il percorso sinodale tedesco, la vicenda degli abusi del gesuita Marko Rupnik. Sono tanti e di stretta attualità i temi che Papa Francesco affronta in una nuova intervista diffusa oggi con l’agenzia di informazione statunitense Associated Press (AP). È la prima intervista del Pontefice dopo la morte, il 31 dicembre 2022, del suo predecessore Joseph Ratzinger, del quale Francesco tratteggia la figura nel colloquio con la corrispondente Nicole Winfield avvenuto ieri a Santa Marta.

Di fronte a un dubbio, andavo da Benedetto XVI. Il Papa definisce “un gentiluomo” Benedetto XVI e assicura che con la sua morte “ho perso un padre”: “Per me era una sicurezza. Di fronte a un dubbio, chiedevo la macchina, andavo al monastero e chiedevo”. Jorge Mario Bergoglio, ancora una volta interrogato sulle sue eventuali dimissioni, dice che, se mai rinunciasse al ministero petrino, sarebbe il “vescovo emerito di Roma” e andrebbe “a vivere nella Casa del Clero a Roma”. “L’esperienza di Benedetto – aggiunge – fa già nascere i nuovi papi che si dimettono per inserirsi in modo più libero”. Francesco spiega che il predecessore era ancora legato a una concezione del papato: “In questo non era del tutto libero, perché forse avrebbe voluto tornare nella sua Germania e continuare a studiare teologia da lì. Ma ha fatto tutto il possibile per essere il più vicino possibile. E questo è stato un buon compromesso, una buona soluzione”.

La critica aiuta a crescere. Dal Papa anche una riflessione sul suo pontificato, che il prossimo 13 marzo compie dieci anni. All’inizio, spiega, la notizia di un Pontefice sudamericano è stata accolta con sorpresa da molti dentro e fuori la Chiesa, poi, dice, “hanno iniziato a vedere i miei difetti e non gli sono piaciuti”. A proposito delle critiche ricevute e coincise tutte nell’ultimo periodo, tramite libri o documenti fatti circolare tra i cardinali con la firma di pseudonimi, Francesco dice che per lui come per tutti sarebbe sempre meglio non avere critiche “per la pace della mente”: “Sono come un’orticaria, sono un po’ fastidiose, ma li preferisco, perché significa che c’è libertà di parola”. L’importante è che vengano dette “in faccia perché è così che cresciamo tutti, giusto?”. È peggio, secondo il Papa, “se si tratta di un’azione subdola”. Con alcuni fautori di queste critiche Papa Bergoglio dice di aver discusso personalmente: “Alcuni di loro sono venuti qui e sì, ne ho discusso. Normalmente, come si parla tra persone mature. Non ho litigato con nessuno, ma ho espresso la mia opinione e loro l’hanno espressa. In caso contrario, si crea una dittatura della distanza, come la chiamo io, in cui l’imperatore è lì e nessuno può dirgli nulla. No, lasciateli dire perché la compagnia, la critica, aiuta a crescere e a far andare bene le cose”.

Distinguere tra peccato e crimine. Nell’intervista, Papa Francesco viene poi interpellato sul tema della omosessualità – che, sottolinea, “non è un crimine” ma una “condizione umana” – e dei diritti della comunità Lgbtq: “Siamo tutti figli di Dio e Dio ci vuole così come siamo e con la forza che ognuno di noi combatte per la propria dignità. Essere omosessuali non è un crimine”, afferma. Poi, come sempre nella sua predicazione o nelle interviste, mimando un colloquio tra due persone, dice che qualcuno potrebbe sostenere che “è un peccato”. “Prima distinguiamo tra peccato e crimine”, chiarisce Francesco. “È peccato anche mancare di carità gli uni verso gli altri”. È questo lo spunto per il Papa per rivolgere una critica a leggi che definisce “ingiuste” che criminalizzano l’omosessualità: “Credo che ci siano più di 50 Paesi che hanno una condanna legale e di questi credo che una decina, un po’ più o meno, abbiano la pena di morte. Non lo nominano direttamente, ma dicono ‘coloro che hanno atteggiamenti innaturali’”. Un invito ad un diverso approccio è indirizzato anche ai vescovi che discriminano le persone gay e le comunità Lgbtq. In tal senso il Pontefice richiama il Catechismo della Chiesa cattolica in cui si legge “che le persone con tendenze omosessuali devono essere accolte, non emarginate, accompagnate se viene dato loro un posto”.  Nessuno deve essere discriminato, rimarca il Vescovo di Roma. E questo non riguarda solo l’omosessualità: “Anche il più grande assassino, il più grande peccatore non dovrebbero essere discriminati. Ogni uomo e ogni donna deve avere una finestra nella propria vita dove poter rivolgere la propria speranza e dove poter vedere la dignità di Dio”.

Sorpreso e ferito dalla vicenda Rupnik. A lungo, nel colloquio ci si sofferma sulla problematica degli abusi del clero. Il rimando è subito alla vicenda del gesuita Marko Rupnik, noto mosaicista, oggi al centro di accuse di abusi sessuali, psicologici e di coscienza, che gli vengono rivolte da suore e che sarebbero avvenuti circa 30 anni fa in Slovenia e poi, più di recente, in Italia. Interpellato in merito, Papa Francesco dice: “Per me è stata una sorpresa, davvero. Questo, una persona, un artista di questo livello, per me è stata una grande sorpresa e una ferita”. L’intera vicenda è stata gestita dalla Compagnia di Gesù, mentre l’istruzione del processo è stata affidata all’incaricato delle questioni legali dei domenicani, spiega il Papa. Assicura poi di non aver avuto un ruolo nella gestione del caso ma di essere intervenuto solo proceduralmente “in un piccolo processo che è arrivato alla Congregazione della Fede in passato”. Francesco spiega di aver dato indicazioni affinché le due serie di accuse fossero affrontate dallo stesso tribunale che aveva vagliato le prime: “Che continui con il tribunale normale… Altrimenti i percorsi procedurali si dividono e tutto si confonde”. Quanto al fatto che il Vaticano non abbia rinunciato in questo caso alla prescrizione, il Pontefice concorda che è giusto rinunciare “sempre” ai termini di prescrizione nei casi che coinvolgono minori e “adulti vulnerabili”, per mantenere invece le tradizionali garanzie legali con i casi che coinvolgono gli altri adulti, come è accaduto per Rupnik.

Dialogo cinese e cammino sinodale tedesco. Il Papa amplia poi lo sguardo sul lavoro della Commissione per la tutela dei minori e non manca di menzionare l’opera diplomatica svolta dalla Santa Sede. A tal proposito, affronta il tema dei rapporti con la Cina e ribadisce: “Dobbiamo camminare pazientemente”. Riguardo a possibili aperture, “stiamo prendendo provvedimenti”: le autorità cinesi “a volte sono un po’ chiuse, a volte no”. “L’essenziale è che il dialogo non si interrompa”, chiosa il Papa. Del cardinale Joseph Zen, che ha ricevuto in Vaticano il 6 gennaio scorso, dice che è “affascinante“: ora, osserva, svolge la sua pastorale in carcere “ed è in prigione tutto il giorno. È amico delle guardie comuniste e dei prigionieri. Tutti lo accolgono bene. È un uomo di grande simpatia“. È coraggioso – afferma ancora – ma è anche “un’anima tenera” e ha pianto come un bambino di fronte alla statua della Madonna di Sheshan che ha visto nel suo appartamento a Santa Marta.

                Sul cammino sinodale tedesco che porta avanti richieste come l’abolizione del celibato sacerdotale, il sacerdozio femminile e altre possibili riforme di liberalizzazione, Francesco avverte che rischia di diventare dannosamente “ideologico”. Il dialogo è buono, ma “l’esperienza tedesca non aiuta”, annota il Papa, sottolineando che il processo in Germania fino ad oggi è stato guidato dalla “élite” e non coinvolge “tutto il popolo di Dio”. “Il pericolo è che entri qualcosa di molto, molto ideologico. Quando l’ideologia viene coinvolta nei processi ecclesiali, lo Spirito Santo va a casa, perché l’ideologia vince lo Spirito Santo”.

La salute e “la grazia dell’umorismo“. Non manca nell’intervista un cenno sulla sua salute. Salute che Jorge Mario Bergoglio definisce “buona”, considerati gli 86 anni e malgrado sia “tornata” la diverticolite per la quale era stato operato al colon lo scorso luglio: “Però è sotto controllo”. Il Pontefice rivela inoltre il dettaglio una piccola frattura al ginocchio dovuta a una caduta, guarita senza interventi chirurgici: “Il ginocchio, grazie a una buona terapia e alla magnetoterapia, al laser… l’osso si è saldato… Sto già camminando, mi aiuto con il carrello, ma sto camminando”. Per la sua età, è tutto “normale”: “Posso morire anche domani, ma dai, è tutto sotto controllo. La mia salute è buona. E chiedo sempre la grazia, che il Signore mi dia il senso dell’umorismo”.

Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano                Vatican news    25 gennaio 2023

www.vaticannews.va/it/papa/news/2023-01/papa-francesco-intervista-associated-press.html

Papa Francesco convince sette italiani su dieci La Chiesa perde consensi

Papa Francesco, Jorge Mario Bergoglio, è una figura di primo piano. Al di là e oltre il suo ruolo nella Chiesa. Negli ultimi mesi, in particolare, è stato al centro dell’attenzione pubblica. Anzitutto, in seguito alla morte di Joseph Ratzinger, Papa emerito Benedetto XVI, predecessore di Papa Francesco, che gli era succeduto nel 2013. Dopo le dimissioni, dettate, principalmente, dalla difficile compatibilità con gli ambienti vaticani.

Inoltre, si è parlato di Papa Francesco in seguito alle notizie delle sue “dimissioni possibili” (anche se non in tempi brevi), se le sue condizioni di salute divenissero critiche. In questo periodo, d’altronde, effettivamente non appaiono rassicuranti, a causa del ginocchio destro che lo ha costretto spesso su una sedia a rotelle.

Questi problemi suscitano preoccupazione ben oltre gli ambienti ecclesiali. Perché il Papa è una figura autorevole, alla guida di una istituzione importante come la Chiesa. Che, però, nel tempo ha perduto radicamento sociale. D’altronde, circa il 20% degli italiani frequenta i luoghi di culto almeno una volta alla settimana. Quasi il 30% mai. Solo 10 anni fa, però, questa relazione era inversa. Inoltre, com’è noto, la frequenza alla messa e ai luoghi di culto è sempre più una “pratica praticata” dagli anziani. Che decresce in misura rilevante insieme all’età. Fra chi ha più di 65 anni, infatti, oltre il 26% afferma di andare a messa quasi ogni settimana. Una quota che si riduce al 12% fra le persone con meno di 30 anni. Questa differenza si accentua se si considera il “genere”. Visto che, fra gli uomini, il 14% dichiara una pratica religiosa “regolare”, mentre fra le donne questa componente supera il 21 per cento.

Per questo, la Chiesa resta “un” centro, se non più “il” centro, della società. Per questo suscita interesse e, come si è detto, polemiche. Alimentate, nuovamente, da cardinali e alti prelati che hanno svolto ruoli centrali nel corso del papato precedente. Come Padre Georg, il quale, nel libro, appena pubblicato, ritorce su Papa Francesco l’accusa, rivolta in precedenza a Ratzinger, di aver creato un “cerchio magico”, che “decide anche le nomine”. Tuttavia, la fiducia nei confronti del Pontefice si conferma molto elevata. Espressa dai due terzi degli italiani. E, anzi, un po’ di più: 68%. Lontano dai picchi toccati 10 anni fa, al momento dell’elezione, quando sfiorò il 90%. Cioè: un consenso praticamente unanime. Senza quasi distinzioni sociali, politiche…e religiose. Oggi la situazione è cambiata, ma il Pontefice continua a ottenere una fiducia largamente maggioritaria. La più elevata, insieme al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, tra i soggetti considerati nel sondaggio sul “Rapporto fra gli italiani e lo Stato”, pubblicato su Repubblica lo scorso mese. L’apprezzamento nei confronti del Papa raggiunge i livelli più elevati fra le donne e nelle classi d’età adulte e anziane. Ma è rilevante anche fra i più giovani (49%).

La pratica religiosa, ovviamente, influisce sensibilmente, su questo sentimento. Non solo verso Papa Francesco, anche verso la Chiesa. È, invece, interessante osservare gli orientamenti in base alla posizione politica. Più specificamente, alle intenzioni di voto. Il grado di apprezzamento maggiore, sotto questa prospettiva, viene espresso dagli elettori del Pd (85%) e del Terzo Polo-Azione e Italia Viva (80%). Ma anche fra chi vota per FI gli indici di consenso risultano superiori al 70% (per la precisione, 73%). L’atteggiamento verso Papa Francesco, invece, appare più tiepido, ma comunque positivo tra i sostenitori del M5S e dei Fratelli d’Italia. L’indice decisamente più basso si rileva, invece, nella base della Lega. Un aspetto che non sorprende, viste le posizioni manifestate, in diverse occasioni, dall’attuale Pontefice riguardo all’accoglienza degli immigrati. Questione da sempre al centro delle strategie della Lega di Salvini. In senso simmetrico e contrario. Rivolto, cioè, apertamente alla “chiusura”. Dei porti e degli scali.

Nel complesso, fra gli italiani, si conferma l’orientamento già osservato altre volte, in passato, nelle indagini di Demos, presentate su Repubblica . Papa Francesco, infatti, continua a ottenere un consenso elevato e trasversale. È la figura pubblica più popolare, fra gli italiani. Insieme al Presidente Mattarella. Il livello di fiducia nei suoi riguardi appare, di nuovo, molto più alto rispetto alla Chiesa. Nonostante le critiche che si levano, contro di lui, proprio nella Chiesa. In particolare, in ambiente vaticano. O forse proprio per questo. Perché il Papa non si è mai piegato alle pressioni “interne” al clero. E anche per questo, in effetti, si guarda ancora alla Chiesa di Francesco.

Ilvo Diamanti                    la Repubblica”  23 gennaio 2023

www.repubblica.it/politica/2023/01/23/news/papa_francesco_convince_sette_italiani_su_dieci_la_chiesa_perde_consensi-384687165

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202301/230123diamanti.pdf


MIGRANTI

Popolazione straniera in Italia, alcuni numeri

Nel 2021, i 32 conflitti nel mondo, dei quali 17 ad alta intensità, hanno congiunto i propri effetti devastanti a quelli dell’emergenza climatica e della pandemia da COVID-19, rendendo inabitabili aree sempre più vaste del pianeta. Nel 2021, in Italia, sono arrivati soprattutto migranti provenienti dai Paesi più colpiti da siccità, alluvioni e, più in generale, dalla pressione del cambiamento climatico, ai quali non viene riconosciuto lo status di rifugiato. Tra i primi Paesi di origine troviamo: Tunisia, Egitto, Bangladesh, Afghanistan, Siria, Costa d’Avorio, Eritrea, Guinea, Pakistan e Iran. Paesi dipendenti dal grano russo e ucraino e aree del mondo allo stremo per la siccità intervallata da alluvioni, per l’innalzamento delle temperature medie e per le conseguenti carestie che stanno affamando decine di milioni di persone.

A questi fattori di espulsione si è aggiunta, di recente, la guerra tra Russia e Ucraina, che a fine settembre 2022 aveva già spinto 7,4 milioni di profughi ucraini nei Paesi dell’Unione europea (UE). Tre settimane dopo la decisione dell’UE di attivare per la prima volta la Direttiva n. 55 del 2001 sulla “concessione della protezione temporanea” per i profughi ucraini in fuga dalla guerra, l’Italia ha introdotto con il Dpcm del 28 marzo 2022 rilevanti innovazioni nell’accesso degli ucraini alla protezione, all’accoglienza e all’accesso alla salute. Le previsioni del governo erano di accogliere circa 100.000 persone, ma all’inizio di settembre, secondo i dati della Protezione civile, sono quasi 154.000. Per non disperdere le ottime innovazioni introdotte dall’Italia, urge snellire quanto più possibile le procedure di attuazione del piano di accoglienza e mettere a sistema il modello sperimentato con gli ucraini, estendendo il trattamento finora riservato solo a loro a tutte le persone che arrivano in Italia in cerca di protezione da conflitti e pericoli concreti per la loro sopravvivenza.

                Caratteristiche della popolazione straniera residente in Italia. Nel 2021 il numero dei residenti stranieri (5.193.669 a fine anno) rappresenta l’8,8%% dell’intera popolazione residente e il 10% degli occupati secondo il dato provvisorio del 2021. Dalla analisi più approfondita dei dati consolidati del 2020 risulta che il rapporto tra i generi nella popolazione straniera è sostanzialmente equilibrato, con un leggero sbilanciamento a favore delle donne (51%), anche se la percentuale varia molto in funzione della cittadinanza di origine.

La fascia anagrafica più consistente è quella delle persone 30-44enni, con un’incidenza del 30,9%. In generale, quasi 2 stranieri non UE su 5 (37,3%) hanno meno di 30 anni e quasi 7 su 10 (68,2%) meno di 45, mentre gli ultra 45enni non raggiungono neppure un terzo del totale (31,8%). La grande predominanza di giovani influisce anche sullo stato civile di questa fascia di popolazione che in 3 casi su 5 (59,6%) è costituita da persone non coniugate (celibi e nubili, pari a oltre 2.121.000 persone), mentre la parte restante è rappresentata per la quasi totalità da coniugati (1.405.000, pari al 39,5% dei non comunitari). I 18.000 vedovi, i circa 12.000 divorziati e gli oltre 5000 separati arrivano, tutti insieme, solo a sfiorare l’1% della totalità.

Zone di origine. Dei poco più di 5 milioni di cittadini stranieri residenti in Italia, circa 2,5 milioni sono europei (di cui 1,4 milioni proviene da Paesi appartenenti all’UE), 1.150.627 provengono dagli Stati africani (22,2%, soprattutto dai Paesi dell’Africa settentrionale e occidentale) e 1,1 milioni (22,6%) dall’Asia. Il continente americano conta circa 387mila residenti in Italia (7,5%), provenienti in prevalenza dal Centro-Sud America.

La distribuzione in Italia. La presenza straniera è maggiormente concentrata nelle Regioni del Centro-Nord (84%), e in particolare nel Nord-Ovest (34,2%). La Lombardia è la Regione che conta le maggiori presenze in valore assoluto (1 milione e 191 mila stranieri residenti, il 23% del totale), seguita dal Lazio (636mila, 12,3%), dall’Emilia-Romagna (562mila, 10,9%), dal Veneto (509mila, 9,8%), dalla Toscana (426mila, 8,2%) e dal Piemonte (406mila, 8,1%). L’Emilia-Romagna è anche la Regione in cui si riscontra l’incidenza più elevata di cittadini stranieri sulla popolazione (quasi 13 ogni 100 abitanti).

Le diverse collettività residenti. Tra le 198 collettività presenti, le prime cinque coprono da sole il 48,4% di tutti i residenti stranieri: i più numerosi si confermano i romeni (1,1 milioni: 20,8%), seguiti da albanesi (433mila: 8,4%), marocchini (429mila: 8,3%), cinesi (330mila: 6,4%) e ucraini (236mila: 4,6%).

Epicentro            26 gennaio 2023

                www.epicentro.iss.it/migranti/numeri-italia

Dichiarazione di Erice 2022 “La tutela della salute dei migranti.

È online la dichiarazione di Erice su “La tutela della salute dei migranti. Una sfida di equità per il sistema sanitario pubblico”, predisposta al termine dell’omonimo corso residenziale svoltosi a Erice, in provincia di Trapani, dal 28 marzo al 2 aprile 2022 nell’ambito della Scuola Superiore di Epidemiologia e Medicina Preventiva della Fondazione e Centro di Cultura Scientifica “Ettore Majorana”.

                La Dichiarazione è già stata sottoscritta da 92 professioniste e professionisti di vari ambiti (tra cui accademia, istituti di ricerca e aziende sanitarie) che hanno preso parte al corso e da altre 86 persone interessate ai temi affrontati. La dichiarazione contiene dieci richieste in forma di sollecitazioni, raccomandazioni o auspici, rivolte al mondo della politica e in particolare a quanti rivestono il ruolo di decisori, alle istituzioni pubbliche con particolare riferimento a quelle operanti nel settore della salute e in quello sociale, alle università e alle altre agenzie formative, agli enti di ricerca, alle società scientifiche, agli ordini e collegi professionali, ai mass media, alle comunità di migranti, alle organizzazioni della società civile nonché alle singole persone interessate a impegnarsi nel promuovere l’equità nella salute e nell’assistenza.

                I temi sviluppati nelle richieste:

  1. l’applicazione su tutto il territorio nazionale delle Linee Guida relative all’accoglienza e alle modalità di verifica delle condizioni di salute delle persone migranti con specifiche condizioni/necessità e delle successive azioni di presa in carico sulla base delle evidenze scientifiche disponibili
  2. l’attivazione di interventi relativi alla realizzazione di politiche intersettoriali e di azioni di empowerment a favore delle comunità straniere in Italia per la promozione della loro salute
  3. la promozione e l’implementazione di azioni di contrasto alle possibili disuguaglianze nella salute e nell’assistenza che colpiscono le popolazioni migranti
  4. il miglioramento della qualità della raccolta delle variabili chiave di interesse per poter disaggregare i dati di interesse finalizzati alla promozione e alla tutela della salute delle comunità di immigrati
  5. la creazione di condizioni di stabilità per i progetti e gli interventi di promozione e tutela della salute delle persone migranti qualunque sia il loro status giuridico
  6. il superamento della disomogeneità nell’individuazione dei requisiti e delle procedure funzionali all’accessibilità e fruibilità delle diverse tipologie di assistenza
  7. l’iscrizione al Pediatra di Libera Scelta (PLS) per tutti i minori presenti sul territorio nazionale, figli di genitori stranieri non in regola con le norme relative all’ingresso e al soggiorno e di comunitari in condizioni di fragilità non iscrivibili al servizio sanitario (ENI)
  8. il rafforzamento dell’azione di governance e degli strumenti di preparedness [preparazione], anche al fine di poter meglio rispondere alle esigenze di una società soggetta a cambiamenti demografici, sociali ed epidemiologici e a eventuali minacce sanitarie future, in maniera più tempestiva ed omogenea, anche attraverso un’ottimale utilizzazione dei finanziamenti collegati al PNRR
  9. una specifica attenzione alla promozione e adozione di tutti quegli interventi e azioni in grado di sostenere la “competenza culturale” del sistema sanitario pubblico nella direzione di una progressiva e più diffusa “sensibilità alle differenze”, rafforzando in particolare l’utilizzo dell’approccio della mediazione di sistema
  10. maggiore accuratezza e correttezza dei mass-media nella narrazione delle tematiche sanitarie in associazione alla migrazione e ai suoi protagonisti per contribuire a rimuovere pregiudizi e falsi allarmismi.

Il corso, diretto dal prof. Maurizio Marceca della Sapienza Università di Roma, è stato sponsorizzato dal Ministero dell’Università e della Ricerca e dall’Ente Regione Siciliana e patrocinato dalla Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM), dalla Società Italiana di Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica (SItI) e dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS). Vi hanno partecipato, con modalità mista in presenza e da remoto, più di 20 docenti e quasi 80 discenti, con una prevalenza di giovani medici in formazione specialistica provenienti da 12 regioni italiane.

Risorse utili:  scarica il documento completo della dichiarazione di Erice “La tutela della salute dei migranti. Una sfida di equità per il sistema sanitario pubblico” (pdf 144 kb)

www.epicentro.iss.it/migranti/pdf/DICHIARAZIONE_DI_ERICE_su_SALUTE_DEI_MIGRANTI_2022_DEF.pdf

Testo scritto da: Scarso Salvatore, Tosti Maria Elena, Silvia Declich

Centro Nazionale Salute Globale, ISS. ISS Istituto Superiore di Sanità                 19 gennaio 2023

epicentro.iss.it/migranti/dichiarazione-di-erice-2022

OMOFILIA

«sì, pero es pecado» Per Papa Francesco l’omosessualità non è un crimine, ma un peccato

In una lunga intervista all’Associated Press, Bergoglio prende posizione contro i 67 Paesi che ancora oggi puniscono per legge i rapporti consensuali tra persone dello stesso sesso. Ma i suoi predecessori consideravano un peccato i soli rapporti tra persone dello stesso sesso, non già «la condizione omosessuale»

In tema di omosessualità Papa Francesco torna a sparigliare le carte. Secondo i critici a creare confusione. Certo è che le specifiche dichiarazioni, tratte dalla lunga intervista ad Associated Press, stanno da ieri accendendo gli animi e facendo discutere. A molti non è infatti sfuggita la contiguità temporale con le recenti anticipazioni del libro postumo di Benedetto XVIChe cos’è il cristianesimo. Quasi un testamento spirituale” (in uscita il 31 gennaio per i tipi Mondadori a cura di Georg Gänswein ed Elio Guerriero) sui «club omosessuali» formatisi nei seminari dopo il Vaticano II e gli strali del cardinale Gerhard Ludwig Müller contro cardinali e vescovi eretici che, sulla scorta dello stesso Bergoglio, sono favorevoli a una legalizzazione delle unioni civili.

Partendo dalla premessa che «l’essere omosessuali non è un reato», Papa Francesco ha definito «ingiuste» quelle leggi che criminalizzano l’omosessualità e richiamato la Chiesa cattolica a lavorare per porvi fine (Tienen que hacerlo, tienen que hacerlo). Un notevole passo di cambio, dunque, rispetto alla linea finora tenuta dalla Santa Sede, che, in qualità di Stato osservatore dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, si è sempre opposta ai vari progetti Onu di depenalizzazione universale dei rapporti consensuali tra persone dello stesso sesso, sia pur per evitare – come ebbe a dire nel 2008 l’allora direttore della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi SI – «meccanismi di controllo in forza dei quali ogni norma che non ponga esattamente sullo stesso piano ogni orientamento sessuale, può venire considerata contraria al rispetto dei diritti dell’uomo» e la conseguente «messa alla gogna» degli Stati contrari.

                Bisogna ricordare che in 67 Paesi i rapporti consensuali tra persone dello stesso sesso sono puniti per legge con pene carcerarie fino all’ergastolo. Numero che, in realtà, va portato a 69 considerando che in Egitto e Iraq sono criminalizzati de facto. In cinque Paesi vige inoltre la pena di morte: mentre in tre di essi (Arabia Saudita, Iran, Yemen) essa è applicata sull’intero territorio statale, negli altri due (Somalia e Nigeria) solo in alcune specifiche province. In altri sei, infine, cioè Afghanistan, Brunei, Emirati Arabi, Mauritania, Pakistan, Qatar ne è contemplata la possibilità anche se da tempo non è irrogata a chi si macchiasse di “sodomia”.

                Enormità tale da indurre nel 2018 la Casa Bianca ad accogliere la proposta di Richard Grenell, già ambasciatore in Germania e poi direttore ad interim della National Intelligence, e lanciare una campagna per la depenalizzazione mondiale, illustrata dallo stesso Donald Trump, il 24 settembre 2019, all’Assemblea generale dell’Onu. Anche se poi il tutto si sarebbe risolto con un nulla di fatto, diventando uno strumento di propaganda utilizzata per lo più dal tycoon [magnate] per attaccare i governi nemici. Non si può poi non rilevare come quasi la metà dei Paesi in cui vigono tali norme siano a maggioranza cristiana e, come nei casi più tristemente celebri di Ghana e Uganda, cattolica.

Ecco perché il Papa, pur riconducendo l’appoggio dei vescovi di alcune parti del mondo a specifici contesti culturali, ha parlato di necessario cambiamento (proceso de conversión) di quei presuli, perché riconoscano la dignità di tutte le persone, comprese le omosessuali, e usino loro la stessa tenerezza «che Dio ha con ciascuno di noi». Chissà cosa ne avrebbe pensato il ghanese Richard Kuuia Baawobr, creato cardinale il 27 agosto scorso proprio da Francesco e deceduto il 27 novembre, lui paladino delle crociate anti-Lgbt+ in un Paese, in cui i rapporti tra persone dello stesso sesso sono puniti fino a tre anni di carcere e in cui è all’esame una proposta di legge ancora più draconiana di quella russa contro la cosiddetta propaganda omosessuale. Il defunto porporato s’era reso soprattutto celebre il 7 aprile 2020, quando aveva pubblicamente ringraziato il neoeletto presidente del Parlamento, Alban Sumana Kingsford Bagbin, per l’inflessibilità contro la promozione dei diritti Lgbt+ e l’aveva esortato a non cedere ad alcuna pressione esterna. Per non parlare poi dell’aperto sostegno alla conferenza regionale del World Congress of Families, tenutosi nella capitale ghanese dal 31 ottobre al 1° novembre 2019, e la precedente opposizione proprio alla depenalizzazione dei rapporti consensuali tra persone dello stesso in sesso Africa, come richiesto nel 2012 dall’allora segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon.

                Non è mancato infine uno scivolone nell’intervista, quando Bergoglio, esplicitando un’eventuale obiezione al suo ragionamento e non rigettandola del tutto, ha parlato di omosessualità come «peccato» (sì, pero es pecado) per poi specificare: «Bene, prima distinguiamo il peccato dal crimine. Però è anche peccato la mancanza di carità verso il prossimo» (Bueno, primero distingamos pecado por delito. Pero también es pecado la falta de caridad con el prójimo).

                Orbene, lo si potrà forse ascrivere alla mancanza di precisione in cui si può incorrere nel parlare a braccio, ma i suoi immediati predecessori hanno considerato peccato i soli rapporti tra persone dello stesso sesso, non

già «la condizione omosessuale». La lettera dell’allora Congregazione per la Dottrina della FedeHomosexualitatis problema (1° ottobre 1986) e Catechismo della Chiesa cattolica docent!

www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_19861001_homosexual-persons_it.html

www.ildialogo.org/omoses/catechismo.htm

 Francesco Lepore   Linkiesta             26 gennaio 2023

www.linkiesta.it/2023/01/papa-francesco-omossesualita

Il crimine, il peccato e la condizione umana: le parole di papa Francesco sulla omosessualità

Le dichiarazioni di papa Francesco a proposito della omosessualità che “non è un crimine” hanno sollevato una serie di reazioni di giusto interesse, ma spesso basate su alcune confusioni che fanno parte della cultura contemporanea e che meritano un occhio di attenzione. Ecco il testo integrale del passaggio sul tema della intervista alla Associated Press. Pur essendo tratto da un testo ancora più ampio (per il quale rimando  a

https://apnews.com/article/a5cf2c1d450064b588ab3f41d3bf6994?utm_source=ForYou&utm_medium=HomePage&utm_id=Taboola

 è già sufficiente a comprendere più correttamente la intenzione della dichiarazione, tenuto conto che la domanda a cui Francesco risponde verteva sulla “criminalizzazione degli omosessuali” e sull’appoggio che alcuni vescovi danno alle leggi penali contro la omosessualità, punita talvolta anche con la pena di morte:

«La condanna dell’omosessualità arriva da molto lontano. Oggi credo che i Paesi che hanno condanne legali siano più di cinquanta. E di questi credo che una decina abbiano la pena di morte. Non la nominano direttamente, ma dicono “coloro che hanno comportamenti innaturali”. Cercano di dirlo in modo nascosto. Ma ci sono Paesi o almeno culture che hanno questa forte tendenza. Penso che sia ingiusto. Qui in udienza io ricevo gruppi di persone così. Siamo tutti figli di Dio e Dio ci ama così come siamo e per la forza che ognuno di noi ha di lottare per la propria dignità. Essere omosessuali non è un crimine. “Sì ma è un peccato”. Prima distinguiamo tra peccato e crimine. Ma è peccato anche la mancanza di carità verso il prossimo, e allora? Ogni uomo e ogni donna devono avere una finestra nella loro vita alla quale rivolgere la loro speranza e poter ricevere la dignità di Dio. Ed essere omosessuali non è un delitto, è una condizione umana».

                Per capire meglio queste dichiarazioni occorre precisare, anzitutto, che il mondo tardo moderno, scaturito dalle rivoluzioni di fine XVIII secolo, ha introdotto una distinzione preziosa. Ossia quella tra “reato” dal punto di vista penale e “peccato” dal punto di vista morale e religioso. La distinzione non è necessariamente né una opposizione, né una contraddizione: salvaguarda e produce due ordini diversi e irriducibili della esperienza. A ciò si deve aggiungere anche una terza categoria, quella dell’”illecito”, che si distingue tanto dal reato quanto dal peccato. Ciò che è reato dal punto di vista penale è sempre un illecito dal punto di vista del sistema giuridico, ma può non essere un peccato ed essere addirittura una virtù. Si pensi ad una legge penale che stabilisca il reato di “studio universitario” per le donne. Certamente l’ordinamento giuridico considera illecito anche solo il tentativo di iscrivere una donna alla università. Ma dal punto di vista morale e religioso, potrà essere una virtù garantire lo studio “clandestino” per le donne. D’altra parte è ben possibile che ciò che la tradizione morale e religiosa considera peccato (ad es. l’adulterio) possa essere stato considerato reato (come era in Italia fino al 1968) e continui ad essere considerato un “illecito” (che ad es. porta all’addebito della separazione). Ovviamente tra diritto penale, diritto civile e amministrativo, morale e religione ci sono tante forme di influenza reciproca. Ad es. in Germania ancora oggi la “fornicazione” (uzucht) ha rilevanza penale, mentre in Italia non è così. Le storie dei rapporti tra crimine, illecito e peccato sono legate alle storie delle culture, delle lingue e dei popoli. E ci sono evoluzioni di ognuno dei tre termini: ci sono reati antichi che vengono “depenalizzati” (ad es. l’adulterio) e reati nuovi che “sorgono” (come l’omicidio stradale). Questo accade anche nelle tradizioni religiose: ci sono azioni che erano non-peccato (come la guerra o la pena di morte) e che per la evoluzione della coscienza di fede e della cultura diventano peccato.

Se consideriamo la questione specifica della “omosessualità”, le parole di papa Francesco mi pare che suonino anzitutto a difesa della possibilità garantita all’ordinamento giuridico di non tradurre in crimine ogni peccato. Questo sarebbe il segno di una mancanza di laicità, che consiste appunto nel garantire sempre una certa elasticità e distinzione tra il comportamento pubblico, quello comunitario e quello privato. Questo, tuttavia, solleva una grande questione. Se a livello pubblico e privato possiamo apprezzare una certa accoglienza della identità e del comportamento omosessuale, che cosa possiamo dire e fare sul piano ecclesiale? Ci è sufficiente restare fedeli alla classica identificazione della omosessualità con un “vizio della castità”, senza però pretendere che questa lettura valga né sul piano pubblico né sul piano privato? O possiamo correggere quella impostazione classica semplicemente con la aggiunta di uno “stile di carità”?

Il ripensamento delle categorie. Al fine di comprendere meglio la identità omosessuale, vi è nella Chiesa cattolica la lenta elaborazione di una serie di distinzioni tra orientamento o tendenza omosessuale, assunzione personale dell’orientamento e compimento dell’atto sessuale. La comprensione in termini di peccato ufficialmente non riguarda l’orientamento, ma già la sua assunzione e sicuramente il compimento dell’atto. La libera scelta è identificata nella mancata resistenza all’atto omosessuale, che la continenza prescriverebbe. Vi è qui il nucleo della risposta che troviamo nei documenti più recenti e nel Catechismo della Chiesa Cattolica. È evidente che si tratta di una elaborazione ancora piuttosto rozza, perché perviene al rispetto della persona omosessuale, ma condiziona il rispetto alla scelta della continenza. Qui si innesta una scissione tra persona e suoi comportamenti che tende a pensare la omosessualità come vizio o come patologia, non come identità. Se quella omosessuale non è una identità viziosa o malata non può essere separata dai comportamenti che la integrano. La ammissione che si tratta di una “condizione umana” mi pare la apertura più grande, che tuttavia esige una grande rielaborazione del sapere tradizionale.

                In effetti questa lettura “in fieri” si basa su una comprensione troppo drastica della alterità e della fecondità, che viene riferita soltanto alla coppia maschio-femmina. Con ciò si tende ad escludere che vi sia vera alterità tra due persone dello stesso sesso e che tra di loro possa esservi fecondità. La autorità della natura viene assunta in modo immediato e quasi identificata con la volontà di Dio. Pensare la alterità e la fecondità anche tra persone dello stesso sesso, superando la visione della omosessualità come “autocompiacimento infecondo”, sarebbe la strada da percorrere. Ma qui occorre riconoscere che i pronunciamenti ufficiali tra la fine del millennio scorso e l’inizio del nuovo millennio hanno introdotto “definizioni” che condizionano pesantemente la evoluzione interna della coscienza ecclesiale e della sensibilità. Per poter intervenire autorevolmente sulle pratiche ecclesiali occorrerebbero due passaggi diversi. Occorrerebbe anzitutto una nuova Istruzione della Congregazione per la Dottrina della fede, che proponesse una lettura diversa del fenomeno omosessuale, sulla base di una comprensione più ampia della sessualità. Questa sarebbe la premessa per una modifica anche dei numeri del Catechismo. Forse sarebbe anche molto utile una ricollocazione diversa del tema all’interno del CCC. (Catechismo della Chiesa Cattolica). Ora esso appare in una sequenza piuttosto imbarazzante. La sequenza delle “offese alla castità” è infatti questa: lussuria, masturbazione, fornicazione, pornografia, prostituzione, stupro e infine, sebbene in un diverso paragrafo, la omosessualità.

Il papa e la teologia. Per questa evoluzione, come è chiaro, non si può chiedere sempre al papa di fare “la lepre”. Quel che Francesco ha detto del Vescovo, vale anche per il vescovo di Roma: talvolta deve stare davanti a tutti, più spesso al centro, talvolta in fondo, con i più lenti. Spetta prima di tutto ai teologi e ai cattolici competenti offrire nuovi schemi per comprendere la omosessualità in modo più rispettoso. Solo così sarà possibile una reale accoglienza di coloro che vivono apertamente la loro identità omosessuale. Questo implica una elaborazione del rapporto tra assetti ecclesiali ed assetti sociali che non è affatto facile. Soprattutto se l’assetto sociale, ossia il riconoscimento pubblico dei diritti e dei doveri dei soggetti, ha preso strade nuove e tutela beni che da parte della comunità ecclesiale non si ritengono tali. E tuttavia una lettura credente e morale del mondo non è incompatibile con la crescita della tolleranza e del rispetto. Ma la “libertà di coscienza” è un bene riconosciuto ufficialmente nella Chiesa cattolica solo dal 1965. Questo fatto non va dimenticato e condiziona altamente anche il modo con cui “chiediamo al papa sovrano” di disporre un nuovo assetto. Far maturare una cultura della accoglienza e del rispetto ha bisogno non solo di “atti di autorità”, ma di teologi che abbiano la audacia di pensare in grande la identità sessuale di tutti. Su questo, in Italia, non mancano voci di grande interesse, come quelle di Basilio Petrà e di Aristide Fumagalli, che da almeno un decennio lavorano accuratamente sul tema, liberando la ragione credente da diversi pregiudizi.

 La evoluzione della dottrina cattolica, con tutta la dovuta articolazione, è l’unico modo per restare fedeli alla tradizione e per “fare cultura” nel contesto del mondo contemporaneo. Distinguere tra peccato, reato e condizione umana, come saper elaborare non solo “stili di carità”, ma anche “percorsi di giustizia” e “categorie di rispetto”, fa parte di quei compiti complessi, che la Chiesa non può mai delegare integralmente al suo passato.

Andrea Grillo   blog Come se non            27 gennaio 2023

www.cittadellaeditrice.com/munera/il-crimine-il-peccato-e-la-condizione-umana-le-parole-di-papa-francesco-sulla-omosessualita

RELIGIONE

Oltre le religioni /1. Svolta post-teistica e creatività divina

Adista ha inaugurato uno spazio dedicato alla riflessione sul post-teismo, nuovo e affascinante volto della ricerca teologica contemporanea. A guidarci tra le sue pieghe sarà Giusi D’Urso, dell’Osservatorio interreligioso sulla violenza contro le donne (OIVD), curatrice della rassegna a più voci; si parte dal gesuita Paolo Gamberini, autore del recente volume Deus duepuntozero, pubblicato nel 2022 da Gabrielli e in vendita anche presso Adista.

Gli ultimi due decenni del secolo scorso e i primi due decenni del XXI secolo sono stati decisivi per la critica al teismo tradizionale. Durante questi ultimi quarant’anni, la teologia cristiana ha cercato di cercare altri modelli di Dio. La teologia ha urgente bisogno di una via critica, post-teistica, alla fede cristiana.

Cosa si intende per post-teismo? Il termine “post-teismo” si riferisce a un atteggiamento esistenziale e intellettuale, secondo cui il Dio della trascendenza – come lo intende la religione – non è più visto solo “là fuori”, ma vissuto come il fondamento dell’essere, la profondità della realtà che abbraccia ogni singolo essere e tutti gli esseri. È trascendenza nel senso dinamico di “trascendere”. Sarebbe quindi più appropriato parlare di “trascendere”, andare “oltre il Dio” che è solo una funzione che controlla il mondo e lo mette a posto.

È una comprensione di Dio che non divide la realtà in due mondi separati, il nostro mondo (cosmo) e l’altro mondo (Dio) in un rapporto di dualità, ma include la creazione nell’essere creativo di Dio. Si appoggia tale concezione post-teistica su una visione panteistica della relazione tra Dio e l’universo, in cui la creatività è un atto divino continuo che fa essere tutte le cose. Per chiarire il tipo di modello suggerito dal post-teismo, vi mostrerò questo schema. Secondo i deisti del XVIII secolo, Dio aveva creato il mondo come fa un orologiaio, e dopo l’avvio iniziale, Dio ha lasciato che il mondo fosse governato secondo le sue stesse leggi, senza coinvolgersi in esso. Questa immagine “deistica” di Dio, tuttavia, non corrisponde a quella suggerita dai post-teisti.

Sia il post-teismo che il deismo negano Dio come agente nel mondo, qualcuno dotato di intelletto e volontà soprannaturali. Il post-teismo, tuttavia, afferma che Dio è attivo nel mondo, una realtà transpersonale e fonte di creatività, senza essere un attore soprannaturale presente nel mondo. Dio non è un’entità tra le altre. Dio non agisce più potentemente di altri. Dio non è onnipotente nel senso che può fare tutto ciò che vuole. Dio è potente perché “consente a” e “fa sì” che tutti gli esseri siano potenti e tra loro interconnessi.

Come dice papa Francesco (24 maggio 2015) nella Laudato Si’: «Lo Spirito di Dio ha riempito l’universo di possibilità e quindi, dal cuore stesso delle cose, può sempre emergere qualcosa di nuovo». (n. 80). «Non si può sottolineare abbastanza come tutto sia interconnesso. Il tempo e lo spazio non sono indipendenti l’uno dall’altro, e nemmeno gli atomi o le particelle subatomiche possono essere considerati isolatamente. Proprio come i diversi aspetti del pianeta – fisici, chimici e biologici – sono interconnessi, così anche le specie viventi fanno parte di una rete che non esploreremo e comprenderemo mai completamente», n. 138).

www.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/papa-francesco_20150524_enciclica-laudato-si.html

Gli esseri viventi, infatti, emergono da processi fisici; alcuni di quegli esseri viventi acquisiscono un certo grado di coscienza, autocoscienza cosciente, autoriflessione. Come possono le particelle prive di pensiero, senza mente, riunirsi in una configurazione che in qualche modo produce la sensazione interiore del pensiero che prova emozioni? Come possono eventualmente generarlo, se loro stesse non hanno alcuna disponibilità intrinseca di quelle qualità coscienti fin dall’inizio? Alcune persone rispondono a queste domande come è stato nel passato a proposito dell’origine della vita. Hanno invocato un’entità soprannaturale che fosse all’origine della vita: Dio. Così ora a proposito della coscienza, si invoca un’altra entità “non-fisica” che possa spiegare la consapevolezza, poiché le particelle (fisiche) non possono creare coscienza da sole. Ci deve essere qualcos’altro, un campo di coscienza a cui attingiamo in qualche modo (consapevolezza cosmica); oppure le particelle stesse potrebbero avere una piccola qualità proto-cosciente in modo che l’elettrone possa avere carica elettrica, massa e spin, e in più una proprietà “mentale” (panpsichismo). Questa è l’idea di David Chalmers

 (α1966, filosofo australiano). Oltre alle proprietà delle particelle che conosciamo, forse hanno un po’ di coscienza e quando ne metti insieme molte ottieni molta coscienza ed è quello che siamo. Non ci sono prove per questo.

Stiamo ripetendo la stessa storia che si è avuta con l’origine della vita. Lentamente si è compreso che le molecole si organizzano, si disfano, si assemblano. Così facendo crescono fino a diventare catene abbastanza lunghe da rappresentare una base chimica per le proprietà strutturali che permettono lo sviluppo della vita. L’auto-assemblaggio spontaneo di molecole è all’origine della formazione di legami chimici che hanno consentito di creare frammenti e strutture sempre più lunghi e più complesse, dando vita così al DNA. Similmente, comprenderemo appieno e meglio il cervello e la mente, senza ricorrere a qualche entità non-fisica per spiegare l’emergere della coscienza. Allora guarderemo indietro e riconosceremo che la coscienza non è altro che epifenomeno di particelle che scorrono attraverso il nostro cervello e all’interno di quel movimento queste particelle generano le sensazioni coscienti che tutti noi sperimentiamo nella mente.

  Stuart Kauffman,(α1939) biologo teorico e ricercatore di sistemi complessi attualmente professore emerito di biochimica all’Università della Pennsylvania, vede la creatività come fondamentale nelle connessioni che costruiscono l’auto-organizzazione della vita. «Questa rete della vita, il sistema più complesso che conosciamo nell’universo, non infrange alcuna legge della fisica, eppure è parzialmente senza legge, incessantemente creativa. Così sono anche la storia umana e le vite umane. Questa creatività è sbalorditiva, fantastica e degna di riverenza. Una visione di Dio è che Dio è il nostro nome scelto per la creatività incessante nell’universo naturale, nella biosfera e nelle culture umane» (Stuart Kauffman, Reinventing the Sacred. A New View of Science, Reason, and Religion, New York, Perseus’ Books, 2010, p. xi).

Come creatività, Dio ha lasciato che il mondo si facesse (autopoiesi). La parola greca autopoiesis è composta dalle parole autos che significa sé e poiesis che significa creazione, produzione. Dio condivide con altri esseri la capacità di creare, in modo che questi creino se stessi. Come dice Teilhard de Chardin (α1881-ω1955):

   «Propriamente parlando, Dio non fa: fa sì che le cose si facciano da sole. Ecco perché non c’è breccia o fenditura nel punto in cui entra» (1).

Il post-teismo riconcilia due diverse esigenze, una del teismo (la necessità di affermare qualche forma di interventismo divino) e una del deismo (la necessità di affermare il ritrarsi divino, perché si dia autonomia alla natura), in un concetto di Dio come “creatività” e “vita”.

Note

  • Pierre Teilhard de Chardin, Christianity and Evolution (New York: Harvest Book, 1971), 28.

  Il teologo gesuita Karl Rahner(α1904-ω1-1984) prese questa concezione di Dio e la sviluppò nella sua comprensione dell’“autotrascendenza”. Il divenire del mondo, anche quello dell’evoluzione dell’homo sapiens, non è causato direttamente da un’agente soprannaturale ed esterno, ma attraverso l’emergere di quella creatività di cui la natura (bios) è dotata. Qualsiasi transizione dal meno al più, da un livello inferiore a uno superiore, non avviene per intervento divino dal di fuori dell’ordine naturale, ma per il potere autotrascendente che costituisce la creazione. Questo potere di auto-trascendimento appartiene non è aggiunto alla creatura ab externo, ma dal suo interno. Questo slancio creativo è immanente alla creatura, per cui essa è un essere in divenire che si eleva al di là di se stessa

 (cf. Karl Rahner, “Immanent and Transcendent Consummation of the World”, in Theological Investigations, Vol. 10 [London: Darton , Longman e Todd, 1973], 273-289, 287). 

 Paolo Gamberini SI  α1960       Adista Segni Nuovi n° 1                14 gennaio 2023

Oltre le religioni /2. È tempo di una nuova idea di Dio?

Seconda puntata del percorso di riflessione teologica sul post teismo: in questo numero un intervento di Vincenzo Pezzino, già docente universitario alla Facoltà di Medicina di Catania, impegnato nel movimento Pax Christi e nelle attività del coordinamento provinciale di Libera.

                È necessario innanzitutto definire il perimetro di questo argomento, partendo proprio dai termini che compaiono nel titolo e da alcune semplici domande.

  • È tempo… perché il tempo?
  • L’idea di Dio cambia con il tempo?
  • Ma che cosa vuol dire idea di Dio?
  • E che cosa vuol dire, inoltre, “credere”?
  • Che cosa ci dice il mondo reale e qual è il ruolo della scienza?
  • Qual è lo stato di salute del cristianesimo oggi?

1. Certamente l’idea di Dio nella mente umana muta col tempo. Se le verità dogmatiche di una religione durano a lungo, prima o poi nasce un contrasto con la cultura. I dogmi sono immutabili, mentre la cultura progredisce. A un certo punto, quindi, inevitabilmente diventano incompatibili, entrano in collisione. Nelle epoche antiche a Dio si facevano sacrifici. Bisognava soddisfarlo, per ingraziarselo. Era Lui che evidentemente li richiedeva. E non bisogna fare grandi sforzi per rendersi conto che tale retaggio sopravvive ancora nella tradizione cristiana: Gesù di Nazareth si è “immolato” per noi; è Lui l’ultimo sacrificio per la salvezza dell’umanità; Dio ha sacrificato suo figlio per cancellare i nostri peccati. Un intellettuale, non cristiano, oggi direbbe: “Questa roba è incomprensibile…”. Inoltre, qualsiasi cristiano praticante conosce bene le formule liturgiche che, in ogni celebrazione eucaristica, ripetutamente, richiamano questo concetto. Ebbene oggi, col mutare del tempo, questa idea di Dio collegata ai sacrifici, non sembra più accettabile. Conosco già un’obiezione: la teoria sacrificale, espiatoria, non è l’unica. Si può pensare diversamente. Ma è anche impossibile negare quanto questo concetto ancora oggi sia presente (e invadente) nella religione cristiana; lo è a ogni passo.

                Nel tempo, il progredire delle conoscenze scientifiche ha influenzato il modo di pensare Dio. Pensiamo a Galileo, all’illuminismo e a tutto quello che è seguìto, fino ai nostri giorni. Torneremo su questo effetto del tempo, a proposito della scienza.

2. L’idea di Dio. Non si può disgiungere l’effetto del tempo da altri mutamenti dell’idea di Dio. Nella nostra mente Dio può tranquillamente essere buono, giudice, vendicativo, amorevole, misericordioso, implacabile, controllore, padre, responsabile o no dei malanni dell’uomo… a piacere, a seconda di come lo vogliamo. Ma può essere Dio contemporaneamente tutto questo? I mali del mondo, di ogni genere, sono così dirompenti e laceranti che non c’è bisogno di ricordarli. Ancora oggi una grande parte dell’umanità vive ogni giorno il tormento della fame, della guerra, dell’ingiustizia, della povertà, della “distruzione” della propria vita.

                Da migliaia di anni (vedi il libro di Giobbe) ci chiediamo perché Dio, supremo Bene, permette il male. C’è una evidente contraddizione tra l’amore di Dio e la sua onnipotenza. Dobbiamo scegliere: o è l’uno o è l’altra (personalmente preferisco che sia bene/amore e non onnipotente). La migliore risposta che finora sia stata data fa leva sul nostro “libero arbitrio”, che riversa sul genere umano la responsabilità dei mali, mentre l’umanità percorre un faticoso [e ambiguo] cammino verso il bene. “Il male c’è perché Dio ci ha dato la libertà…”. Questa soluzione sembra buona, ma si riferisce sempre ai mali causati dall’uomo, non a quelli indipendenti da lui. Come la mettiamo con terremoti e tsunami che in un attimo cancellano centinaia di migliaia di persone? E che dire delle malattie genetiche gravi o le malattie mortali nell’infanzia? Purtroppo, così, neanche questa tesi è soddisfacente.

                Basta renderci conto che Dio non è onnipotente e tutto diventa più chiaro. Ci dimentichiamo facilmente che la vicenda storica del grande profeta dei cristiani, Gesù di Nazareth, ci suggerisce proprio l’immagine di un Dio debole e non potente, e che proprio lui stesso, il Maestro dei cristiani, ha condannato infinite volte la potenza, il dominio, la ricchezza come opere del demonio. Ma ci vuole proprio tanto a capire che Dio non interviene (e non è mai intervenuto) nelle nostre vicende e che non esaudisce affatto le nostre preghiere “di richiesta”? È del tutto evidente, ce lo dice la realtà, ma, appunto, certi convincimenti sono molto radicati dentro di noi. Non riusciamo a scrollarci di dosso il simbolo della “potenza” come una delle caratteristiche di Dio.

Le elucubrazioni su chi sia o come sia Dio sembrano interamente e genuinamente umane. Così ognuno può farsi l’idea di Dio che più gli piace e a sostegno di quanto pensa può facilmente appellarsi a quelle parole della Scrittura che più convengono e corrispondono a quell’idea.

3. Che cosa vuol dire credere. Credere in Dio vuol dire credere in una frase, in una proposizione dottrinaria? Fare uno sforzo mentale per credere che una verità dogmatica definisca Dio? Dio può essere definito dalle nostre parole? Lo rinchiudiamo in un nostro pensiero? È Dio prigioniero di alcune nostre frasi che secondo noi rappresentano la verità assoluta? Ma come possono il nostro pensiero o il nostro linguaggio delimitare Dio? È forse meglio avere dei sani dubbi che delle certezze assolute. La fede è una continua ricerca; non è equiparabile alla certezza che un sasso lanciato in aria cadrà a terra.

                Dio che sta nell’alto dei cieli sembra non esistere più. Non possiamo più “rimetterci alla volontà di Dio” (che a volte può somigliare pericolosamente a un capriccio…). Questa idea di Dio è troppo antropomorfa. Paradossalmente, invece di dire che Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza, dovremmo, al contrario, dire che l’uomo ha creato Dio a sua immagine e somiglianza, attribuendogli, comprensibilmente, qualità e caratteristiche superumane, ma pensate sempre con metri umani!

                Insomma, le narrazioni mitologiche sono in declino. Nessun Dio interviene nelle nostre storie singole o collettive.

4. Il mondo reale e ruolo della scienza. Forse la scienza può aiutarci a guardare nella giusta direzione. Scienza e fede hanno ambiti ben distinti. Non sono però tra loro incompatibili. Esistono scienziati credenti e scienziati non credenti. Il cammino culturale, intellettuale, scientifico, tecnologico dell’umanità (o almeno di una piccola parte di essa) fa sì che oggi non sia più sostenibile un’idea di Dio simile a quella dei secoli passati (e forse neanche dei decenni passati). Quell’idea rimaneva sempre profondamente legata a delle misure umane: un’entità sovrumana (ma, nonostante il termine, ancora troppo umana) e onnipotente, da invocare (richieste a Dio), da ringraziare (lodi a Dio), o per alcuni persino da maledire.

Ma come può essere accettabile tutto questo per la nostra intelligenza, oggi un po’ più smaliziata di ieri? È veramente surreale! Ciò che intendiamo come Dio non può avere meriti o demeriti. È qualcosa di diverso, anche se non riusciamo a definirlo oltre. Non usiamo sufficientemente la ragione per ascoltare la voce della realtà. Sarebbe già un bel passo in avanti riuscire a usare la nostra intelligenza per leggere i messaggi che ci arrivano dal mondo reale e interpretarli nel modo più corretto possibile. E tale comprensione può fare tesoro di tutti i “bagagli” di conoscenza che via via si sono accumulati grazie al nostro intelletto e che si sono amplificati e irradiati attraverso tante generazioni. Probabilmente Albert Einstein cinquemila anni fa non avrebbe elaborato le sue teorie della relatività, o quantomeno non sarebbe stato in grado di trasmettercele.

                Le attuali conoscenze del microcosmo e del macrocosmo non possono non influenzare il nostro modo di intendere il mondo, la vita, la religione, il soprannaturale. Qualsiasi religione “tradizionale”, a sua volta, dovrebbe tenerne conto, pena l’anacronismo, il fallimento, la perdita di credibilità. Senza un adeguamento “costruttivo” tutte le religioni sono ormai destinate alla dissoluzione, non importa in quanto tempo o con quale ritmo di perdita dei “fedeli”. Intestardirsi su concetti, principi teologici, verità dogmatiche che ormai fanno quasi sorridere vuol dire uscire irrimediabilmente dagli orizzonti del pensiero umano e della cultura in genere, su cui premono con forza sempre più irresistibile le acquisizioni scientifiche di cui il nostro cervello è stato fin qui capace. La realtà ci parla di un’evoluzione intelligente del creato che procede verso forme sempre più organizzate e complesse, fino alle funzioni del nostro cervello, compreso ciò che intendiamo con le parole coscienza, autocoscienza, spiritualità.

                Tale evoluzione abbraccia ininterrottamente la materia-energia che chiamiamo “inanimata”, le macromolecole organiche, il sorgere della vita, la moltiplicazione cellulare, il mondo vegetale, quello animale, le forme viventi via via più organizzate sino a homo sapiens (almeno per quanto fin qui ne sappiamo). È impossibile che tale evoluzione intelligente sia frutto del caso. Il vero mistero è: quali leggi hanno guidato l’evoluzione dall’energia del big bang e dalle polveri cosmiche primordiali, attraverso molteplici tappe, fino al cervello umano? Una di queste leggi è la selezione naturale darwiniana, ma ve ne sono altre che non conosciamo.

                Tutti i pensatori che si sono succeduti dall’antichità sin quasi ai nostri giorni non disponevano delle basi scientifiche, grazie alle quali conosciamo meglio la straordinaria organizzazione e complessità dei fenomeni biologici, campo nel quale oggi siamo arrivati alquanto avanti con criteri rigidamente scientifici, che nulla hanno a che spartire con la filosofia. Pertanto, nel corso del tempo i più famosi filosofi si sono sbizzarriti in astrazioni, teorie, procedimenti mentali anche geniali, che però non tenevano conto delle preziosissime informazioni della scienza, almeno fino a quasi un secolo fa. La tendenza della materia-energia a organizzarsi in forme sempre più complesse contraddice il principio dell’entropia (secondo principio della termodinamica), secondo il quale un sistema abbandonato a se stesso tende alla disorganizzazione e non al contrario. C’è quindi un meccanismo sconosciuto che spinge questo processo nella direzione “intelligente” suggerita dalla realtà sotto i nostri occhi.

                L’andamento di questa evoluzione è molto intrigante, non esente da errori, imperfezioni, passi indietro, tortuosità, ridondanze. Tutto questo lo fa somigliare al caso, ma non è così. Sarebbe stato impossibile arrivare fino a questo punto solo per caso. L’evoluzione intelligente coincide anche con la tendenza al Bene? È probabile, è sperabile, ma di questo il mondo reale non ci dà segnali sicuri.

                Mentre l’intelligenza nel creato è evidente, molto meno lo è il principio etico. La presenza di un principio etico nelle sorti dell’umanità e del creato si intuisce, ma non si fa tanto sentire, non appare, resta un po’ nascosta dietro le quinte. Purtroppo, se guardiamo alla nostra storia, una intelligenza sana è stata continuamente mortificata e sovrastata da una intelligenza folle, che sembra avere poco a che fare con la razionalità. Per convincersene basta leggere un qualsiasi buon libro di storia.

                La scienza influenza il nostro modo di pensare Dio. Man mano che si allargano le conoscenze sull’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo, man mano che si allarga l’orizzonte di questa conoscenza, inevitabilmente anche l’orizzonte di “chi è Dio” si dilata. Capiamo allora che Dio non è così “antropomorfo” come l’abbiamo immaginato, predicato e tramandato. È molto più “impersonale”. E questo ci aiuta a capirlo proprio la scienza.

5. Crisi del cristianesimo. Nei Paesi occidentali è in atto da tempo una “fuga in massa” dal cristianesimo. Anche per questo si dice comunemente che il cristianesimo e il suo futuro vanno maggiormente cercati oggi nell’America Latina e in Africa, dove la fede è vissuta con maggior intensità e partecipazione. Naturalmente questa fuga non è da tutti avvertita, certamente non è omogenea, spesso è addirittura inconsapevole. Sarebbe anche molto facile argomentare a favore della resistenza e della incrollabilità del cristianesimo. Ma è un’illusione. La fede cristiana si vive oggi prevalentemente come “consuetudine”, una sorta di effetto “trascinamento” che viene dal passato, da tradizioni consolidate, che ormai si sono sedimentate profondamente dentro di noi. Il vecchio rassicura, il nuovo genera diffidenza.

                Se ci chiediamo quale sia l’identità del cristiano, siamo immediatamente portati a pensare più all’adesione a proposizioni dottrinarie (vedi catechismo), piuttosto che alla prassi insegnata dal Maestro, come appare nei Vangeli. La dottrina si rifà a delle “verità rivelate” considerate immutabili. Ma non è un po’ strano che tali dogmi siano stati formulati attraverso vari concili, tra il 300 e il 400 dopo Cristo, cioè diversi secoli dopo le vicende che diedero origine al cristianesimo? Come mai questa verità rivelata non fu chiara sin dall’inizio? Forse proprio perché tanto chiara non era e finì con l’essere il frutto di un pensiero tutto umano, con pignolerie che potrebbero anche farci sorridere. Vale qui la pena ricordare che il cristianesimo attecchì e si espanse presso i “gentili”, cioè i pagani, colorandosi ben presto delle tinte e della cultura greca e mediorientale, e incanalandosi su derive dottrinarie e dogmatiche che Gesù di Nazareth, ebreo, non avrebbe mai sognato.

                Come identifichiamo allora i cristiani? Col Battesimo? Troppo semplicistico. Prendiamo come criterio arbitrario i praticanti che vanno a messa la domenica. Le statistiche dicono che in Italia la percentuale non supera di molto il 10% dei fedeli attesi (escludendo bambini e disabili). Veramente pochi. E se si obietta che molti veri cristiani non vanno a messa, si potrebbe ribattere che molti di quelli che ci vanno non sono poi tanto cristiani. Inoltre, buona parte di quella che chiamiamo fede poggia, da sempre, sulle devozioni popolari, in quell’inestricabile intreccio tra sentimento religioso, ingenuità, superstizione, che alla fine compone quella che chiamiamo “tradizione popolare”. Provatevi ad annullare la festa patronale di una città e vedrete quello che succede! Potremmo metterci quasi tutti d’accordo, affermando che le verità dottrinali sono oggi più considerate con rispetto che non credute con convinzione.

                In conclusione, l’immagine di Dio proposta dal cristianesimo ufficiale sembra ormai vecchia, anzi decrepita, e non può resistere a lungo al normale dinamismo del pensiero umano e all’inesorabile influenza che i “bagagli” continuamente crescenti della storia umana esercitano sulle nostre consapevolezze. Un numero sempre crescente di pensatori e teologi la pensa proprio così, basta andare a cercarli.

 Vito Mancuso α1962, teologo laico alquanto noto, li ha persino elencati nel suo libro Dio e il suo destino (Garzanti, 2015, pag. 39).

                Non propongo soluzioni o verità alternative, ma, come spesso si dice, è meglio un sano dubbio che una certezza che si rivela poi sbagliata. C’è bisogno oggi di una nuova idea di Dio.

 Vincenzo Pezzino α1947    Adista Segni Nuovi n° 3               28 gennaio 2023

www.adista.it/articolo/69392

RIFLESSIONI

“Shoah, le radici da non dimenticare”

Chi non sa quel che dice usa sovente l’espressione: “Occorre voltare pagina!”. Operazione certamente necessaria, ma che non implica mai, per il lettore che la compie, il dimenticare ciò che ha letto nelle pagine precedenti riflettendo e interpretandone il significato.  Dunque voltare pagina rispetto agli eventi sintetizzati sotto il nome di Shoah,[totale distruzione] della “catastrofe”, non può significare rimuovere il passato e smettere di farne memoria, non può significare dimenticare.  Se è vero che la colpa non è ereditaria, rimane il fatto che il male compiuto ha lasciato tracce profonde e che le sofferenze patite dagli ebrei negli anni della pianificazione del loro sterminio in Europa sono ancora presenti nei figli e nei nipoti, che non potranno mai cancellare ciò che in qualità di ebrei i loro padri e le loro madri hanno dovuto patire nell’indifferenza generale dei popoli in mezzo ai quali avevano vissuto per secoli.

 Oggi, settant’anni dopo, le iniziative per una maggiore conoscenza degli ebrei, del loro rapporto gemellare con i cristiani, e per rinnovare la memoria della Shoah sono ben attestate in Italia. E tuttavia quella “catastrofe” rischia di diventare semplice narrazione, un evento da ricordare tra i tanti, e di perdere la sua specificità: la pianificazione di uno sterminio non di nemici, ma semplicemente di uomini, donne e bambini solo perché ebrei, che anche noi in Italia imparammo a odiare scegliendo di non vedere e di non insorgere di fronte a tanta barbarie. Come non ammettere che neppure i vertici della chiesa cattolica hanno avuto la parresia di difendere i primi fratelli dei cristiani? E si smetta di imputare solo al Terzo Reich questo genocidio, perché noi italiani — vale anche per i polacchi, i croati e gli ucraini — abbiamo collaborato perché gli ebrei fossero perseguitati, catturati, sterminati.

Un antigiudaismo dottrinale presente nel cristianesimo fin dai padri della Chiesa si è insinuato in profondità nei cristiani, paralizzandoli e rendendoli incapaci di discernere il “deicidio” che essi stessi stavano compiendo, perché uccidendo Israele uccidevano il Dio dell’alleanza: i cristiani invece imputavano questo delitto agli ebrei! E che tristezza ancora oggi constatare che l’antigiudaismo resta presente nelle omelie e nei commenti alle sante Scritture. Si strumentalizzano polemiche interne al giudaismo del tempo di Gesù denigrando gli ebrei credenti e non operando la necessaria interpretazione storico-critica dei testi.  Resto convinto che i cattolici, ancora infervorati nell’apologia della propria fede in polemica con gli altri, ancora morsicati dal bisogno di giudicare e condannare, non siano capaci di riconoscere fino in fondo gli ebrei come fratelli gemelli: gemelli perché come noi generati al contempo dalle stesse Scritture che chiamiamo Antico Testamento.

Fratelli certo diversi, con i quali si registrano differenze e rotture, ma che l’attesa potrebbe rendere convergenti: l’attesa del Regno di Dio, regno di giustizia e di pace per tutti.

Enzo Bianchi      “La Repubblica”  23 gennaio 2023

www.repubblica.it/rubriche/2023/01/23/news/altrimenti_di_enzo_bianchi_di_lunedi_23_gennaio_2023-384665557

www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202301/230123bianchi.pdf

SINODO DELLA SINODALITÀ

Il nostro modo di essere Chiesa: a colloquio col card. Mario Grech

Alla vigilia degli incontri continentali che daranno il proprio input rispetto al Documento per la tappa continentale, abbiamo intervistato il card. Mario Grech, segretario generale del Sinodo dei vescovi, sull’andamento in generale del percorso del Sinodo della Chiesa universale – «si tratta di un Sinodo ecclesiologico e sulla sua dimensione ecumenica».

       (α1957) Il Sinodo è in corso

Il Sinodo e la sinodalità saranno la principale eredità del pontificato di Francesco, che ha fatto della dimensione processuale uno dei centri del suo magistero pastorale. C’è chi critica questa seconda fase d’ascolto perché sarebbe un cammino fine a sé stesso, dove ci sono troppi cantieri aperti di cui non s’intravvede il termine. È vero anche che dobbiamo ancora arrivare alla celebrazione vera e propria, dove si tireranno le fila del discorso. In questo «tempo di mezzo» che impressione ha del lavoro svolto sin qui e di ciò che ci si può aspettare dalla fase continentale?

  «La sinodalità sarà un’eredità di papa Francesco, ma in verità si tratta di un’eredità del concilio Vaticano II. Non è un sogno personale di Bergoglio. È la spinta che lui sta dando a implementare l’insegnamento del Concilio, in specifico di “Lumen gentium”, laddove parla del popolo di Dio. È vero che il protagonista del processo sinodale è lo Spirito Santo, ma esso agisce mediante i battezzati, tutto il popolo di Dio. Per me questo è un tema molto importante anche per la riflessione in atto».

                Lei ha detto che manca qualche mese alla celebrazione del Sinodo, ma io le rispondo che il Sinodo è già iniziato. Secondo una nuova esperienza. Nell’ottobre 2021 il santo padre lo ha aperto e ora ci sono varie tappe. La fase terminata in agosto non era una fase preparatoria per la celebrazione del Sinodo, ma fa già parte del processo sinodale.

Nessuna autoreferenzialità

«E così anche quella delle assemblee continentali. E poi sarà il tempo dei pastori che hanno il ministero e il carisma d’assicurarci che il discernimento del popolo di Dio è corretto. Mi piace questa immagine: non c’è gregge senza pastore ma non ci sono pastori senza gregge, il che significa che anche i pastori hanno il dovere d’ascoltare prima d’arrivare alle conclusioni.

Non sono quindi d’accordo con chi dice che in questo momento siamo avvitati su noi stessi; o forse non ci siamo spiegati abbastanza chiaramente: questa fase d’ascolto continentale per la prima volta ha consentito ai vescovi di fare spazio alle voci provenienti da tutto il mondo. Nel Documento per la tappa continentale, pubblicato a fine ottobre, c’è una sintesi o, meglio, il discernimento proveniente dal popolo di Dio.

                Ad esempio, i vescovi in Oceania hanno avuto la possibilità – a prescindere dal fatto che l’abbiano fatto o meno – di riflettere su quello che ha detto la Chiesa in Africa, in America Latina, in Europa e viceversa. Ora ci auguriamo che ogni Chiesa continentale possa dare il proprio contributo a questo tema preciso “Per una Chiesa sinodale”. C’è chi vorrebbe un’altra agenda per il Sinodo; ma qui abbiamo già il tema che ci ha dato il santo padre: “Per una Chiesa sinodale. Comunione, partecipazione e missione”.

Sono convinto che una volta che la Chiesa avrà rafforzato la sinodalità – che già in parte esiste –, sarà poi in grado d’affrontare e dare una risposta ad altre domande. Questa non è quindi una riflessione autoreferenziale, ma avviene in vista della missione, così com’è detto nel tema del Sinodo: si tratta di fare tutto per la missione e l’evangelizzazione. E infatti non possiamo annunciare la gioia del Vangelo e Gesù stesso se non conosciamo l’uomo e il suo linguaggio. Per me questa è la sfida che ora abbiamo davanti».

Questa tappa continentale. Questo significa anche riuscire a vedere «con gli occhi degli altri» (cf. anche qui) gli stessi temi, la stessa Chiesa, che è diversa in ogni angolo del mondo. Tuttavia forse si faticherà ad avere questa condivisione perché nella tappa continentale saranno comunque pochi i partecipanti…

«È vero; però coloro che parteciperanno, non lo faranno a titolo personale, ma dovranno portare la voce della propria Chiesa e della propria Conferenza episcopale. Così per i vescovi: non si viene a titolo personale ma come pastore responsabile del proprio gregge. Anche i rappresentanti agli incontri continentali hanno questo impegno. È per questo che il Documento per la tappa continentale è stato restituito a ogni Chiesa particolare, perché tutto è partito dal popolo di Dio; poi noi abbiamo cercato di fare al meglio una sintesi che di nuovo è stata restituita alle Chiesa particolari per questa forma di discernimento continuo. È in atto una forma di percorso circolare, non un processo verticale che coinvolge il popolo di Dio».

Ascolto ecumenico

Portando la sinodalità in campo ecumenico, come raccomandato sin dai primi testi d’avvio del Sinodo, ci sono stati già alcuni frutti di questo cammino che da sempre – lo sappiamo – ha tempi molto lunghi?

«Come lei ha detto, questo è un processo che, iniziato molti anni fa, oggi il Sinodo riporta al centro e poi proseguirà. Dobbiamo avere la pazienza d’accompagnare i semi a portare frutto. Sin dall’inizio abbiamo detto a tutti i vescovi di cercare d’ascoltare anche le altre comunità cristiane, perché, nonostante le differenze, condividiamo il battesimo. La sinodalità aiuterà il movimento ecumenico. Come dice il santo padre, ci sono cose che possiamo imparare dai nostri fratelli e sorelle che non sono ancora in piena comunione con noi e viceversa.

Abbiamo avuto la visita dell’arcivescovo di Canterbury Justin Welby, che si è detto molto interessato a questa esperienza che sta facendo la Chiesa cattolica. L’incontro è stato molto stimolante perché abbiamo condiviso sia le nostre speranze sia le nostre paure. Camminare insieme porta benefici a tutta la Chiesa e a tutta la società».

L’uniformità non esiste. – Questo dice molto dello stile ecumenico: non camminare verso una meta comune solo partendo da punti diversi che ci dividono, ma insieme, a partire dal medesimo battesimo, su temi che tutti devono affrontare, non solo gli specialisti dei dialoghi

                «La sinodalità permette a tutti i credenti di camminare insieme nei quartieri, nei posti di lavoro; oggi l’ecumenismo non deve essere fatto da pochi – sono consapevole che non tutti ne sono convinti –. Mi raccontava un infermiere della sua esperienza in ospedale, dove incontra cattolici, ortodossi, metodisti, e oggi anche molti musulmani e il discorso si allarga al dialogo interreligioso. Chi fa dunque l’ecumenismo? Non solo i teologi, le commissioni, ma i battezzati!

                Abbiamo come comune patrimonio Gesù Cristo e il suo Vangelo. E il mondo ha bisogno di questo: incontrare lui. Il resto verrà. Ciò che conta è l’incontro con l’amore di Dio incarnato nella persona di Gesù; questa è la vera condivisione per tutti, anche se ci sono delle differenze.

                L’unità non vuol dire uniformità, e questa è una ricchezza che a volte non è apprezzata abbastanza perché c’è chi vuole l’uniformità a tutti i costi, che non esiste neppure nelle nostre case, nelle nostre comunità cattoliche. Infatti una cosa è parlare della Chiesa in Africa e altra cosa è parlarne in Oceania: si tratta di mondi diversi».

Il focus: come trasmettere la fede – Dall’ascolto sono emersi due temi molto sentiti e controversi: quello del ruolo delle donne e quello delle violenze e degli abusi nella Chiesa. Che futuro potranno avere secondo lei nel dibattito?

«Farei una precisazione. Il tema del Sinodo è chiaro: “Per una Chiesa sinodale”. Dobbiamo domandarci che cosa ci sta dicendo lo Spirito Santo per rafforzare questa dimensione della Chiesa, sia nelle sue strutture, sia nel suo approccio e nei suoi metodi. Questo richiede una conversione innanzitutto di ciascuno e poi delle strutture.

                Una volta che si sarà fatto un vero discernimento ecclesiale ci auguriamo che la Chiesa trovi un nuovo assetto sinodale: sono consapevole che c’è molto da fare. Se accogliamo questo dono, allora saremo poi in grado di dare risposta alle altre domande che il popolo di Dio sta ponendo oggi: il ruolo delle donne, la partecipazione di tutti, gli abusi, il clericalismo.

Il punto è come possiamo davvero proclamare il Vangelo e trasmettere la fede. Sono convinto che per il momento non dobbiamo perdere il focus. Cerchiamo di aiutarci con le varie esperienze e necessità che ci sono nella Chiesa a diventare sempre più una Chiesa sinodale. E questo non è poco. E poi, sempre con l’aiuto dello Spirito, saremo in grado di offrire altre risposte, ma non dobbiamo perdere questo tempo di kairos».

La foresta e l’albero. «Se dobbiamo affrontare tutte le problematiche che ci sono e ci saranno nella Chiesa rischiamo, come si dice inglese, “to miss the forest for the tree”.[ Manca la foresta per gli alberi] Vedo questa sfida, perché noi vorremmo risposte immediate; ma, come dice il papa, il tempo è superiore allo spazio. Noi occupiamo questo piccolo spazio, siamo piccoli uomini e donne in un tempo che è più grande di noi.

Lo dico non per non voler affrontare alcune questioni, tutt’altro.

Dopo tutto, questo è un Sinodo sull’ecclesiologia e coinvolge tutti, dal più piccolo al più grande. Come ha detto Francesco nel discorso del 2015 in occasione del 50o dell’istituzione del Sinodo dei vescovi: tutti ascoltiamo – il popolo di Dio, il vescovo di Roma – ciò che lo Spirito vuole dire alla Chiesa e alle Chiese.

                Se noi diventiamo veramente Chiesa sinodale saremo una Chiesa che cammina insieme, dove nessuno si sente scartato – santi e peccatori, dotti e ignoranti –, e diventeremo più consapevoli di queste difficoltà anche molto gravi, perché non voglio sminuirne l’importanza.

                Ma più saremo in comunione, più ci sarà partecipazione, più avremo forza e luce per affrontare questi e altri temi».

Maria Elisabetta Gandolfi           Caporedattrice Attualità per “Il Regno”

Sinodo della Chiesa italiana: alcuni nodi da sciogliere

Quaderni Biblioteca Balestrieri – fascicolo 33, Anno XXI, 2/2022 Provincia dei Frati Minori di Sicilia

  • Piero Antonio Carnemolla          Editoriale
  • Fulvio De Giorgi                              Sinodo Chiesa italiana. Riflessioni  da un punto di vista “rosminiano”
  • Cettina Militello                             Sinodo e sinodalità: una lettura al femminile?
  • Donata Horak                                  Sinodalità: donne e uomini in cammino
  • Domenico Marrone                       Accountability e trasparenza. Una sfida ecclesiale
  • Giuseppe Tartamella               La sinodalità come luogo privilegiato di comunicazione ecclesiale
  • Piero Antonio Carnemolla         
  • Un nodo sinodale da sciogliere: la pedofilia clericale

Questo numero dei Quaderni presenta alcune problematiche che la Chiesa italiana dovrebbe aprire con un dibattito franco e sincero, e la cui partecipazione dovrebbe essere estesa a coloro che, per irragionevolezza e arbitrarietà, sono stati emarginati e ridotti al silenzio. Limitarsi a sentire solo gli addetti al lavoro sarebbe riduttivo e difficilmente porterebbe a rispondere alle sfide e alle difficoltà che ancora non hanno trovato una soddisfacente risposta e una ragionevole soluzione. Sono senza dubbio problematiche scottanti, ma proprio per questo disattendere o relegarle nel limbo dei buoni propositi, causerebbe un ulteriore impoverimento della comunità credente. Non dobbiamo dimenticare un principio spesso disatteso: il popolo di Dio è in cammino e sempre in cerca di soluzioni in grado di presentarsi come una fonte di sapienza ma anche come testimone dell’amore che non ha confini.

  • Il primo contributo ci conduce a considerare come vero protagonista del sinodo lo Spirito Santo. Partendo da queta premessa e prendendo lo spunto dalla celebre opera di

 (α 1797, ω 1855) Antonio RosminiLe Cinque piaghe della santa Chiesa”.

F. De Giorgi ritiene che per affrontare seriamente e responsabilmente il cammino sinodale bisogna possedere quello sguardo sapienziale in mancanza del quale il sinodo verrebbe annacquato. La rilettura dell’opera rosminiana dovrebbe aiutare a non spegnere l’azione dello Spirito. Riproporre le riflessioni del Rosmini in senso comunionale-comunitario-collegiale, e quindi sinodale, porterebbe a prendere in seria considerazione la profezia evangelica del Roveretano con gli opportuni aggiornamenti. In tal modo sarà possibile proporre iniziative evangelicamente profonde, efficaci e concludenti.

  • Una lettura al femminile su sinodo e sinodalità viene proposta da due teologhe:
  •  Cettina Militello e Donata Horak. Per C. Militello è urgente riscoprire l’exousia [autorevolezza], essendo questo il tema della dignità cristiana e che accomuna tutti e tutte. Bisogna partire da questo principio incontestabile per superare lo schema autoritario, ancor oggi dominante, che regola la vita ecclesiale. La pluralità dei doni che lo Spirito elargisce non conosce limitazioni, ma investe parimenti battezzate e battezzati, e ciascuno in ordine ai doni ricevuti e alle competenze acquisite. Il saggio passa ad esporre le urgenze che il sinodo dovrebbe affrontare quali l’estromissione delle criteriologie gerarcologiche, androcentriche e sacrali e quindi accettare le sfide della convergenza sinfonica dei doni.
  • Il saggio di D. Horak, nel richiamare l’antico principio Quod omnes tangit, ab omnibus tractari et approbari debet [Quello che riguarda tutti, deve essere approvato da tutti], osserva che con il codice di diritto canonico del 1917 prevalse il modello monarchico di esercizio del potere da parte del vescovo e del suo clero. Con il Vaticano II si è registrato un rinnovamento nel senso di avere riscoperto il valore della partecipazione comunitaria e anche una ridefinizione dei ministeri. Sono segni dei tempi riscoperti me resi incompleti se si pone attenzione alla circostanza che “non si è ancora dato forma al linguaggio, alle relazioni e alla struttura ecclesiale: si tratta della soggettualità delle donne, con la conseguente ridefinizione della particolarità parziale maschile”(pag. 99). L’androcentrismo e il patriarcalismo dovrebbero far posto a un nuovo volto della Chiesa se saprà, in un prossimo futuro e sinodalmente, eliminare alcuni ostacoli sia culturali che pratici. Ci si riferisce alla “rappresentanza”, che risulta ancora carente e imperfetta ma anche al principio di autorità di cui godono i vescovi nella triplice dimensione della potestà legislativa, giudiziaria ed esecutiva e soprattutto alla rifondazione di una nuova cultura che sappia affrontare la questione genere (gender sistem) e il ruolo delle donne che con la “loro vocazione partecipano alla vita della Chiesa in pienezza” (pag. 106).
  • Il contributo di D. Marrone          prende di mira il tema da moltissimi sentito e ritenuto urgente e indilazionabile, ma considerato fastidioso e improduttivo se non dannoso. Si tratta dell’accountability, che potrebbe definirsi come “l’attitudine a dar conto” e che consiste nella “possibilità di spiegare davanti ad altri le scelte fatte… e rendere conto delle proprie azioni e scelte” (pag. 41). Materia attualissima che investe sia la vita sociale nel suo complesso che quella ecclesiale nelle sue varie componenti. Questa categoria attiene alla struttura e al vissuto della Chiesa. Se la Chiesa è “mistero di comunione”, deve rendere conto delle proprie azioni e assumersi quelle responsabilità che via via si presentano e che non possono essere tralasciati, o peggio nascoste. L’Autore fa riferimento, in tema di assunzione di responsabilità, alle

sfide legate agli abusi clericali a danno dei minori, tema ampiamente esposto e discusso nello studio di P.A. Carnemolla, nel presente fascicolo riportato. Il lucido saggio del Marrone è illuminante quando espone la problematica che attiene alla “trasparenza”, un principio che dovrebbe presiedere a qualsiasi attività e, in particolare, a quelle riferibili alla Chiesa, se non altro per quel grado di sincerità e purezza tante volte reclamato ma in molti casi disatteso. La trasparenza è segno di comunione; al contrario, la segretezza e l’omertà sono un fallimento di comunicazione.

  • La sinodalità se osservata dalla Chiesa esige la partecipazione e la corresponsabilità dei fedeli. È quanto scrive G. Tartamella  il quale, richiamando il Vaticano II, osserva come la sinodalità deve rispecchiare la comunionalità della Chiesa e quindi il criterio della partecipazione, cioè “quella via istituzionale mediante la quale le idee possano realmente trovare attuazione entro strutture funzionali, pena il loro scadere a pii desideri (pag. 80).Il saggio sviluppa alcune problematiche che riguardano i processi partecipativi della Chiesa. In particolare viene sottolineata l’esigenza di un pieno riconoscimento della pluralità, delle differenze e alterità, oltre alla visione ecclesiologica della cura pastorale esercitata dai ministri ordinati in comunione con i fedeli laici e quindi alla qualità della comunicazione. Sono elementi che, in mancanza dei quali, è impossibile parlare di sinodalità, né avere sinodalità.
  • Un punto spinoso, tanto scottante quanto urgente, è quello che riguarda la questione della pedofilia clericale. Lo scritto di P.A. Carnemolla mette a fuoco alcuni punti dottrinali, discutibili perché non coperti dal dogma, che hanno inceppato la vita della Chiesa riducendola , in molti casi, a un ente la cui gestione autoritaria, ritenendosi autosufficiente, ha dimenticato l’insegnamento evangelico della libertà dei figli di Dio e della corrispondente responsabilità che ogni fedele si assume di fronte la suo prossimo. La pedofilia clericale ha sfregiato il volto della Chiesa provocando drammi e dolorose conseguenze nelle vittime innocenti. Nel presentare le indagini svolte in vari Stati, quali la Francia, l’Australia e la Germania, vengono proposte vie d’uscita al fine di porre fine, lo si spera, a questo intollerabile degrado. La Chiesa https://www.repubblica.it/esteri/2023/01/24/news/sinodo_tedesco_botta_e_risposta_germania_roma-384819807/?ref=RHVS-BG-I270681069-P6-S3-T1 www.quadernibalestrieri.it/index.asp

Sinodo della Chiesa tedesca

Celibato, coppie gay, sacerdozio femminile: nuovo stop di Roma ai vescovi tedeschi

I cardinali Parolin, Ladaria e Ouellet rispondono alle preoccupazioni della minoranza conservatrice sulla creazione di un “consiglio sinodale”. Ma il presidente della conferenza episcopale tedesca precisa: mai messo in discussione l’autonomia dei vescovi

Nuovo capitolo nel dibattito tra Roma e la Germania sul percorso sinodale che i vescovi e i fedeli tedeschi hanno intrapreso, questa volta sui poteri decisionali di un “consiglio sinodale” che nascerà in futuro. Gli attori, però, non sono solo due ma tre: il Vaticano, i vertici della conferenza episcopale tedesca e la minoranza conservatrice dello stesso episcopato.

                La conferenza episcopale tedesca e l’organizzazione dei fedeli laici (Zentralkomitee der deutschen Katholiken) hanno avviato, a fine 2019 sotto l’impulso del cardinale Reinhard Marx, un “percorso sinodale” per rispondere alla crisi degli abusi sessuali emersa in Germania, come nel resto della Chiesa mondiale. L’obiettivo di questo percorso pluriennale, che avrà una prima conclusione a marzo prossimo, è di recuperare credibilità nella società mettendo in discussione questioni cruciali relative a quattro ambiti: l’esercizio del potere nella Chiesa, la morale sessuale, il sacerdozio e il ruolo delle donne. Le varie assemblee che si sono svolte periodicamente hanno già approvato diverse proposte, che verranno alla fine presentate alla Sede apostolica, che toccano temi controversi, come il celibato obbligatorio, la benedizione delle coppie omosessuali, i ministeri femminili.

Il confronto di novembre in Vaticano. Ipotesi che hanno sollevato già in passato l’inquietudine della Curia romana, nonché di Papa Francesco, che nel 2019 scrisse una lettera ai cattolici tedeschi nella quale consigliava, in sostanza, prudenza. A novembre scorso, i vescovi tedeschi, in occasione della periodica visita “ad limina apostolorum”, hanno affrontato a novembre la questione con il Pontefice argentino e, in una “riunione interdicasteriale”, con i capi-dicastero della Curia romana. Roma ha proposto una sorta di moratoria, respinta dai presuli tedeschi. Il confronto è stato sostanzioso. Ne è venuto fuori un comunicato congiunto che ha certificato le distanze ma, altresì, il reciproco desiderio di continuare a dialogare.

Adesso dalla Germania emerge che a dicembre cinque vescovi noti per le loro posizioni conservatrici – il cardinale di Colonia, Rainer Maria Woelki, e i vescovi di Augusta, Passau, Ratisbona e Eichstatt – hanno scritto a Roma domandando se siano obbligati, o se comunque possano, prendere parte alla istituzione di un “comitato sinodale”, che a regime diventerà un “consiglio sinodale”, composto da vescovi e laici, già decisa dal percorso sinodale. Il sospetto dei conservatori è che questa struttura sostituirà la conferenza episcopale e coarterà le decisioni dei singoli vescovi.

La lettera dei tre cardinali romani. In una lettera firmata a Roma lo scorso 16 gennaio, e resa nota dall’episcopato tedesco, il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, il cardinale Luis Ladaria, prefetto del dicastero per la dottrina della fede, e il cardinale Marc Ouellet, prefetto del dicastero per i vescovi, rispondono al quesito, in tedesco, affermando che i vescovi “non sono obbligati” a prendere parte a questi nuovi organismi. La missiva è “approvata in forma specifica” dal Papa.

                Il presidente della conferenza episcopale tedesca, monsignor Georg Baetzing, ha commentato la vicenda con un comunicato nel quale precisa che, in realtà, “la preoccupazione, esposta nella lettera, che un nuovo organismo sia sovraordinato alla conferenza episcopale o annulli l’autorità del singolo vescovo, non è fondata”, e che il consiglio sinodale si muoverà “all’interno del vigente diritto ecclesiastico”. Se “la Santa Sede vede il pericolo di un indebolimento dell’ufficio episcopale, io vivo la discussione sinodale come un rafforzamento di questo ufficio”. Quanto alla sinodalità, essa non tocca “questioni dogmatiche” ma “la cultura sinodale vissuta nelle deliberazioni e nel processo decisionale comune”, ma “nessuno mette in dubbio l’autorità dell’episcopato”. Proprio per questo, peraltro, “il comitato sinodale non è messo in discussione dalla lettera romana”.

Iacopo Scaramuzzi, vaticanista  “              La Repubblica”                 24 gennaio 2023

www.repubblica.it/esteri/2023/01/24/news/sinodo_tedesco_botta_e_risposta_germania_roma-384819807/?ref=RHVS-BG-I270681069-P6-S3-T1

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